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	<title>francesca fiorletta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Anni luce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Ecco, con buona approssimazione ho allora compreso cos’è il tiro completo della vita, l’accumulo, il grano messo via nel corso delle stagioni. “Venticinque anni e sembra ieri”, come dicono i malati di nostalgia, e come ovviamente non dirò io. &#8220;Anni luce&#8221;, di Andrea Pomella, esce in questi giorni per Add editore, nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72443" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/anni-luce_WEB-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/anni-luce_WEB-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/anni-luce_WEB.jpg 727w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<blockquote><p>Ecco, con buona approssimazione ho allora compreso cos’è il tiro completo della vita, l’accumulo, il grano messo via nel corso delle stagioni. “Venticinque anni e sembra ieri”, come dicono i malati di nostalgia, e come <i>ovviamente</i> non dirò io.</p></blockquote>
<p>&#8220;Anni luce&#8221;, di Andrea Pomella, esce in questi giorni per Add editore, nella collana Incendi, curata da Fabio Geda. E t’incendia sul serio.</p>
<p>Quell’avverbio, <i>ovviamente</i>, è scritto in corsivo, sembrerebbe lasciato lì en passant, e invece così non è. <i>Ovviamente </i>questo non è un libro di memorie, non è un libro di autofiction, non è una storia completamente fantastica, non è un romanzo generazionale, non è un saggio sulla musica grunge, non è il diario ormai non più segreto perché dato alle stampe dell’autore. <span id="more-72442"></span></p>
<p>Andrea Pomella ha scritto centocinquanta pagine di bellezza pura, e il vero grande merito di questo testo, pure molto denso, sfaccettato e composito, è lampante: rendere universale un momento particolare. Non è forse questa, a ben guardare, la vera linfa della letteratura? Non è forse questa l’unica sfida per cui valga sul serio la pena di mettersi in gioco, fuori e dentro la pagina scritta? <i>Ovviamente</i>.</p>
<blockquote><p>A pensarci bene si tratta di una grande rovina, una delle più grandi che possano toccare un uomo. Io ne ero contagiato e, come dicevo, penso di non esserne ancora del tutto immune.</p></blockquote>
<p>Qui, dopo quasi una settantina di pagine, siamo ancora sul macro tema: nostalgia. Una nostalgia pungente, smaccata, che non passa, ma che non è un effetto collaterale dovuto a chissà quali esperienze gloriose, bensì un coefficiente endemico della prosa dell’autore, che &#8211; da buon autore &#8211; non ha paura di dire “io”; “io, io io”, lo ripete anzi continuamente, dall’inizio alla fine della storia, l’io di Pomella non cede il passo di un millimetro, e non lascia respirare il lettore nemmeno per un capoverso. Eppure, non si ha mai la sensazione di un soggetto debordante, mai il fastidio retrivo dovuto alla sovraesposizione della canonica voce guida, mai l’impressione che il nostro stia lì a leccarsi le ferite o a strizzare l’occhio al lettore meno cinico.</p>
<p>L’io di Pomella, come il suo racconto, e l’intera esperienza che si sviscera in queste pagine, è &#8211; per l’appunto &#8211; una messa in atto universale, una pratica di scavo nella memoria quale capacità innata di ogni singolo essere umano; la sinestesia sempre presente, la commistione dei suoni sgranati che strabordano dall’autoradio col sapore impastato dell’alcol sulla lingua, contribuiscono a rendere più vicini i proverbiali “anni luce”, che sono lontani per antonomasia nel gergo comune, ma qui appaiono invece assai vicini, splendenti e spietati come le migliori comete della giovienzza, chirurgici e focalizzati come i fari stroboscopici del palcoscenico.</p>
<blockquote><p>Pensai che forse c’era un linguaggio segreto nella mi vita, un mormorio che spiegava il meccanismo degli avvenimenti, l’automatismo che legava i fatti gli uni agli altri attraverso connessioni apparentemente inspiegabili.</p></blockquote>
<p>Il linguaggio segreto di Andrea Pomella si fa quindi luce chiara, scintillante, nel perfetto e speculare risvolto dei famosissimi versi che canta Eddie Vedder in Black:</p>
<p><i>All the pictures had<br />
</i><i>All been washed in black<br />
</i><i>Tattooed everything<br />
</i><i>All the love gone bad<br />
</i><i>Turned my world to black<br />
</i><i>Tattooed all I see<br />
</i><i>All that I am<br />
</i><i>All I&#8217;ll be<br />
</i><i>Yeah</i></p>
<p>Lunga luce agli Anni luce.</p>
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		<title>Le stanze dell&#8217;addio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Le stanze dell'addio]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[Yari Selvetella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Possibile che tu mi voglia muto in faccia alla tua assenza, mentre indico a chi mi sta attorno un punto inconsistente, e non riesco a dire che di lì, forse, mi pare di averti vista passare: così mi vuoi?  Proprio come in Cara, il celebre inno all’amore di Lucio Dalla che pure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72434" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/b08453-B3ICK6J4-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/b08453-B3ICK6J4-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/b08453-B3ICK6J4-768x1075.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/b08453-B3ICK6J4-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/b08453-B3ICK6J4.jpg 1000w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><i>Possibile che tu mi voglia muto in faccia alla tua assenza, mentre indico a chi mi sta attorno un punto inconsistente, e non riesco a dire che di lì, forse, mi pare di averti vista passare: così mi vuoi? </i></p>
<p>Proprio come in <i>Cara, </i>il celebre inno all’amore di Lucio Dalla che pure troveremo citato più avanti (“Cosa ho davanti? Non riesco più a parlare”) questo libro lascia per qualche istante ammutoliti: è una sorta di effetto inevitabile, un gesto naturalissimo, come davanti allo scodinzolare di balene nel mare agitato della memoria dei sentimenti.</p>
<p>Perché ci sono le balene, ne “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella, recentemente edito da Bompiani, balene di ogni genere e natura: c’è <i>Moby Dick</i>, che inaugura ciascuna delle tre parti di cui si compone il romanzo, con citazioni sempre calzanti, immaginifiche e altrettanto aderenti al doloroso contesto di realtà; ci sono viaggi che s’interrompono prematuramente e traversate su cui imbarcarsi all’improvviso, a bordo di grandi navi che solcano le onde spumose, rifugio non rifugio per i mammiferi tanto cari. <span id="more-72433"></span></p>
<p>E poi ci sono le balene dell’anima, il più canonico e altrimenti detto “elefante nella stanza”, ossia la malattia, lo strazio perdurante, infine la disastrosa morte. La perdita progressiva e scadenzata della persona amata, vissuta e rivissuta attraverso tappe già quasi tutte preannunciate, conclamate, prevedibili salvo piccoli e per così dire definitivi accidenti. C’è, in questo romanzo, la paura d’impazzire, e forse anche una certa dose concreta di impazzimento; ci sono, con tutta evidenza, le molte, struggenti stanze.</p>
<p>Stanze profonde come gli abissi neri in cui macerano i dolori più intimi e segreti, e stanze asfittiche coi soffitti bassi e le pareti finte di cartone dentro cui perdersi come un gioco claustrofobico di scatole cinesi; ci sono stanze svuotate dai mobili e dagli oggetti personali di una vita, che pure conservano ricordi precisissimi del passaggio quotidiano al loro interno, basta anche solo una macchiolina di latte o una folata di tabacco per riportare tutto in equilibrio. O almeno questo è quello che vorrebbe credere, forse a tratti, l’autore. Ma le stanze si moltiplicano, assumono varie forme odori perimetri, sono tante quante le tappe della scoperta, del dolore, e finalmente della rinascita.</p>
<p><i>Ho amato molto, è vero. Per questo mi sento in grado di farlo ancora, e meglio.</i></p>
<p>E ancora:</p>
<p><i>Forse è qui lo scandalo: soffro, ma non mi sento in colpa a essere nel mondo, ad andare avanti, a innamorarmi. Non mi sento affatto in contraddizione per questa leggerezza di cui ho una gran voglia. Ci vuole incoscienza perfino per attività banali come camminare o masticare: se uno ci pensa finisce che si incanta, che non ci riesce, che inciampa. Per questioni complesse non ne serve di meno. </i></p>
<p>Non c’è però reale incoscienza in questo libro: la prosa di Yari Selvetella è sempre lucida, netta, si avvale di una precisione quasi ossessiva, ma sicuramente viscerale. La storia di quest’uomo che perde (la sua donna, la sua lotta, la sua strada?) è anche la storia di come le prospettive possano continuamente cambiare, mutare logiche e direzioni, alternare ma non per questo alterare il punto di vista. Non c’è un unico personaggio che racconta, in questo romanzo-stanza, ce ne sono vari: ad esempio, c’è il ragazzo che lavora nel bar dell’ospedale che guarda l’uomo inconsolabile, reso pazzo dalla scomparsa repentina del suo amore; c’è l’uomo lucido sopravvissuto al dolore, che guarda l’uomo pazzo inconsolabile che forse è stato e forse non si è mai concesso di essere, protetto e assediato insieme da una certa distanza temporale. C’è il ragazzo che fugge dall’uomo pazzo e che insieme lo insegue, che lo ritrova senza sapere che non esiste più, o sperando forse che esisterà per sempre; c&#8217;è l&#8217;io giovane desideroso di raccontare all&#8217;io adulto qualcosa che non esiste più, e l&#8217;io adulto che invece spera e teme insieme che quel qualcosa possa esistere e resistere per sempre.</p>
<p>Scatole cinesi, stanze, balene, navi, e la spuma corposa del mare su tutto: balsamo, cancellazione, eterno ritorno. L’addio di Yari Selvetella è il più avvincente degli abbracci.</p>
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		<title>4321 e il grado zero di Paul Auster</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 13:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Scrivendo di sé nei sei mesi che aveva impiegato per terminare il suo breve libro di centocinquantasette pagine Ferguson si era ritrovato dentro un nuovo rapporto con se stesso. Sentiva un legame più intimo con i suoi sentimenti e allo stesso tempo si sentiva più lontano, quasi distaccato, indifferente, come se durante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><i><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70807" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/austerNI-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/austerNI-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/austerNI.jpg 606w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Scrivendo di sé nei sei mesi che aveva impiegato per terminare il suo breve libro di centocinquantasette pagine Ferguson si era ritrovato dentro un nuovo rapporto con se stesso. Sentiva un legame più intimo con i suoi sentimenti e allo stesso tempo si sentiva più lontano, quasi distaccato, indifferente, come se durante la stesura del libro fosse diventato paradossalmente una persona più calda e più fredda, più calda perché si era aperto e aveva mostrato le sue viscere al mondo, più fredda perché poteva guardare quelle viscere come se appartenessero a un altro, un estraneo, uno senza nome, e non sapeva dire se quella nuova relazione col suo io di scrittore fosse positiva o negativa, migliore o peggiore. Sapeva solo che il libro lo aveva sfinito, e non era sicuro che gli sarebbe tornato il coraggio di parlare di sé. </i></p>
<p>Non proprio centocinquantasette, in realtà, ma per l’esattezza novecentotrentanove sono le pagine che compongono “4321&#8243;, il romanzo-mondo, il romanzo-vita di Paul Auster, recentemente edito da Einaudi, nella traduzione di Cristiana Mennella. <span id="more-70806"></span></p>
<p>Quasi mille pagine, dunque, di narrazione calda e fredda insieme, una narrazione che si fa puntualissimo dettaglio nello sviscerare ogni singola minuzia episodica dall’infanzia del brillante Ferguson, protagonista impeccabile col quale il lettore non può far a meno di empatizzare fin dalle prime pagine; una narrazione che si fa però anche ipotesi, che si crogiola nel desiderio, si finge nella scommessa di ciò che sarebbe potuto accadere e non è mai &#8211; o non è ancora &#8211; successo, di ciò che invece non sarebbe stato plausibile che accadesse, e che &#8211; eppure, inaspettatamente &#8211; sembra essere accaduto.</p>
<p>La prosa di Paul Auster, gran maestro nell’arte sublime del raccontare storie, si fa piramide e triangolo, si fa cubo e quadrilatero, si snocciola in una quantità poliedrica di diramazioni, che a volerle riassumere tutte ci s’impiegherebbe il tempo sospeso di un’altra avventura ancora, di un’altra vita, di un’altra imponente narrazione biografica.</p>
<p>Perché esattamente questo, a me pare, è il dato più rilevante di tutta l’impalcatura del romanzo: praticare nella maniera più pragmatica e anti ideologica possibile l’esercizio della narrazione (pseudo) autobiografica, utilizzando tutti i possibili piani della meta narrazione, e conservando inesausto il patto intimo di fedeltà che si viene a istituire in maniera del tutto naturale e immediata col lettore. Scommessa più che vinta.</p>
<p>Il piccolo Ferguson, e poi il giovane Ferguson, e poi l’uomo Ferguson, altri non sono che le tre facce di una quarta medaglia, e qui in gioco non entra tanto &#8211; non soltanto, almeno &#8211; il concetto di tempo e del suo placido scivolare via; Ferguson, in tutte le credibilissime quanto contrastanti determinazioni di Ferguson, viene pian piano ad esistere come l’oggetto funzionale alla finzione per eccellenza.</p>
<p>Il libro inizia e finisce (spoiler!) &#8211; non a caso &#8211; puntando l’attenzione sul nome, il cosiddetto nome proprio di persona, “Ferguson” che non si è mai chiamato davvero Ferguson, Ferguson che deriva da un errore anagrafico, che deriva a sua volta da un errore onomatopeico, che deriva fondamentalmente da un errore di percezione.</p>
<p>E proprio la percezione, rifratta, rimodellata, plasmata sì ma senza gravi infingimenti, senza calcare la mano, quasi lasciandola emergere con una sorta di candore impudente, la percezione rispettata, ecco, il rispetto della percezione e il suo conseguente “gioco del mondo”, sono il sostrato che non fatico a definire geniale di questo libro, “4321&#8243;, in cui Paul Auster ci fa tutti contare al contrario, per quasi mille pagine, snocciolando a rebours le magagne della scrittura, della razionalità, del sesso, del corpo, della famiglia, del lavoro, degli affetti, della vita.</p>
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		<title>Ragazze elettriche in un mondo elettrico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Sep 2017 12:15:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Quanti miracoli ci vogliono? Non tanti. Uno, due, tre sono già molti. Quattro sono un’enormità, persino troppi.  Naomi Alderman ha scritto un romanzo violento, brutale, angosciante. Ragazze elettriche, appena pubblicato da Nottetempo Edizioni, è un viaggio senza ritorno &#8211; e senza miracoli &#8211; nell’intolleranza di genere. Ispirato dalla lettura de Il racconto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<blockquote><p><i><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-69512" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/ragazze-elettriche-d525.jpg" alt="" width="200" height="283" />Quanti miracoli ci vogliono? Non tanti. Uno, due, tre sono già molti. Quattro sono un’enormità, persino troppi. </i></p></blockquote>
<p>Naomi Alderman ha scritto un romanzo violento, brutale, angosciante. <i>Ragazze elettriche</i>, appena pubblicato da Nottetempo Edizioni, è un viaggio senza ritorno &#8211; e senza miracoli &#8211; nell’intolleranza di genere.</p>
<p>Ispirato dalla lettura de <i>Il racconto dell’ancella, </i>e supportato nella stesura dalla stessa Margaret Atwood [“che ha creduto in questo libro quando era ancora allo stato embrionale”, così scrive Alderman nei Ringraziamenti] Ragazze elettriche è un romanzo che ruota sostanzialmente attorno al pericoloso quanto invitante perno del potere. <span id="more-69511"></span></p>
<p>Un potere che, in una società secolarmente maschilista, per una volta s’immagina passare nelle mani delle donne. O meglio, a ben vedere, s’immagina letteralmente defluire dai palmi e dalla punta delle dita delle donne, per andare a irrorarsi e propagarsi a macchia d’olio, proprio attraverso una serie di vivide e adrenaliniche scariche elettriche.<br />
Le protagoniste dei primi episodi di questo tipo, le primissime giovani donne che sperimentano su di loro questo mirabolante <i>potere</i> appunto, sembrano a prima vista delle perfette vittime designate: vittime della violenza e della brutalità maschili, vittime del disamore, della cecità, prede molto coscienti del fuorviante vuoto pneumatico che attanaglia le loro vite.</p>
<p>Quest’elettricità, queste scariche furiose con cui sono in grado di colpire i loro simili, e specialmente gli uomini, sembrano dunque il giusto e meritato risarcimento per le loro disgustose sofferenze, nonché per le sofferenze millenarie che tutte le donne sono state sempre costrette a subire. Ma &#8211; ci si chiedeva all’inizio &#8211; <i>Quanti miracoli ci vogliono?<br />
</i>E soprattutto, qual è il confine fra difesa e attacco? Tra raziocinio e follia?<br />
Questo romanzo analizza, e lo fa in modo assolutamente cruento, forse addirittura spiazzante se si pensa che la mano che conduce la trama è una mano femminile, tutti gli scarti possibili fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra il bianco e il nero, l’integrazione e l’intolleranza.</p>
<blockquote><p><i>Il tema è: di quanti uomini abbiamo davvero bisogno? Riflettete, dicono. Gli uomini sono pericolosi. Gli uomini commettono la maggioranza dei crimini. Gli uomini sono meno intelligenti, meno diligenti, meno tenaci, hanno il cervello nei muscoli e nell’uccello. Gli uomini vanno più soggetti alle malattie e prosciugano le risorse del paese. Ovvio che sono indispensabili per fare i bambini, ma per quello scopo quanti ce ne servono? Non tanti quanto le donne. Naturalmente, per uomini buoni, puliti, ubbidienti, ci sarà sempre un posto. Ma quanti ce ne sono? Forse uno su dieci. </i></p></blockquote>
<p>Ecco il risvolto, ugualmente maniacale, parossistico e dittatoriale, del regime &#8211; anch’esso distopico, anche se in maniera forse meno evidente &#8211; che incontriamo ne <i>Il racconto dell’ancella </i>di Margaret Atwood, in cui le donne venivano divise in caste, giudicate “buone” o “cattive” [tendenzialmente con lo stesso rapporto di “uno su dieci”] e utilizzate letteralmente al solo scopo della procreazione.<br />
Ma possono gli uomini diventare tutti indistintamente dei nemici da abbattere, torturare, (e sì) violentare? Può l’odio secolarmente represso nella sfera femminile invadere così tanto la stirpe umana, da trasformare il mondo intero in uno scenario lugubre di guerriglia più o meno legalizzata?<br />
Ovviamente no, ma il punto non è questo. Il punto è ancora &#8211; e a maggior ragione vien da chiederselo, dopo la lettura di quest’intenso romanzo di Naomi Alderman &#8211; di quanti miracoli avremmo bisogno per far convivere civilmente le sacrosante differenze di genere.</p>
<p>[L&#8217;autrice sarà ospite del <em>Festival Letteratura</em> di Mantova <strong>venerdì 8 settembre ore 17:15</strong> e parlerà del romanzo con Michela Murgia.]</p>
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		<title>Messico, Baja California</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Aug 2017 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Vuoi vedere le balene? Gli occhi vivaci sempre puntati in faccia, che pure brillano sotto la lampada a led di un opaco sentore azzurrino, si stagliano vividi contro quella sua insolita carnagione abbronzata. Chissà perché me l’ero immaginato pallido, smunto, sudaticcio persino. Già, beh, forse il motivo è vagamente intuibile. Certo che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><i>Vuoi vedere le balene?</i><br />
Gli occhi vivaci sempre puntati in faccia, che pure brillano sotto la lampada a led di un opaco sentore azzurrino, si stagliano vividi contro quella sua insolita carnagione abbronzata. Chissà perché me l’ero immaginato pallido, smunto, sudaticcio persino. Già, beh, forse il motivo è vagamente intuibile. Certo che voglio vedere le balene. <span id="more-69399"></span></p>
<p>Mi volta le spalle e sgattaiola via, si perde ad armeggiare un poco dentro a un borsone di pelle marrone scuro; posso individuare con precisione il suo orologio da polso di plastica, col quadrante grandissimo premuto bene contro il braccio molto minuto, la nuca solida sotto un residuo di riccioli argentati, il respiro lievemente affannato.<br />
Torna quasi trotterellando davanti ai miei piedi, ci separano giusto pochi centimetri adesso, e s&#8217;agita come farebbe un bambino impiegato nel sacro rituale della vigilia di Natale, appena scoccata la mezzanotte, quando brandisce in mano la carta regalo stropicciata piena di alci irsute dipinte di rosso, il sorriso nei denti senza eguali. O forse sono solo io, ad essere estenuata.<br />
Non è un peluche o un videogioco, quello che mi mostra, però: stringe fra le dita, e lo espone come su un pratico leggio fatto di ossigeno e forma aldeide, il suo iPad d&#8217;ultimissima generazione. Il suo iPad professionale, pieno zeppo di fotografie di viaggio. Mentre scorre col dito sul display sensibile, alla ricerca dei brandelli più sugosi della sua lunga vita, volto per un attimo la testa: voglio lasciargli un breve momento di raccoglimento, una certa ironica privacy, sebbene poco prima l’abbia visto piluccare una minestra scondita da dentro una ciotola di plastica, coi polpacci scoperti, un tempo di certo nerboruti, le pantofole da camera, per non dire dello strazio della morfina.<br />
Un improvviso pudore mi coglie, mentre me ne resto con le braccia lungo i fianchi, in piedi immobile nella claustrofobica stanza ventitrè, quarto piano a sinistra, e mi ritrovo per la prima volta a pensare &#8211; che paradosso! &#8211;  che anche lui è un essere umano, fatto di ricordi e di emozioni, e che in quella folta galleria diagonale potrebbe di certo conservare le sue immagini più private &#8211; sarà davvero tenuto a condividerle? &#8211; e m’accorgo che il sole sta quasi per tramontare, è ancora in grado di farlo, persino nelle giornate che sembrano non dover finire mai, troppo lunghe e snervanti perché la razionalità si ostini a tollerarle oltre il dovuto. Adesso invece sulle mattonelle verdi filtra addirittura a un po’ di pace, mescolata insieme alla canicola, e dalle imposte semi abbassate si possono scorgere chiaramente gli uccelli che a stormi si sollevano dalle sommità inospitali dei pini, e che sferruzzano coi loro becchi adunchi e melodiosi proprio in mezzo alle più garbate fronde degli oleandri secolari.<br />
<i>Ecco!<br />
</i>Mi richiama all’ordine con un gridolino, richiama all’ordine i miei occhi, la mia attenzione, le mie distrazioni lascive, il mio desiderio sovraeccitato, misto di avventure e di dimenticanza. Apre una cartella con su scritto: Messico, Baja California.<br />
Mi lascia guardare le balene che nuotano serene e giocose lungo la costa, gli schizzi spumeggianti delle acque scure americane, insaporiti di onde e nostalgia, rimasti impressi sul vetro della Reflex che, ci scommetto, si teneva ben arpionata, appesa al petto, mentre si sporgeva quel tanto che bastava dalla barca, e faceva un cenno della mano al suo gruppo, si scambiava segnali d’intesa, s’appassionava al roteare quasi mistico di quelle bestie genuine, dalla pelle lucida sferzata dal vento e dallo iodio, che s&#8217;esercitavano ad insegnare ai loro piccoli come si solcano i primi mari.<br />
Mario ha perso mezza lingua, entrambi i polmoni perforati; è un ingegnere delle telecomunicazioni in pensione, ha un figlio spigliato ma serioso che fa il ricercatore in fisica all’università, una moglie bassina dai folti capelli neri che d’estate si trasferisce nella loro villa al mare per giocare a canasta con le amiche, un collega audiofilo che ha comprato all’asta una puntina da vinile per ventimila euro, e un ex compagno di scuola che colleziona trenini del Terzo Reich.<br />
Sorrido al pensiero della cospicua quantità di minuscoli aneddoti con cui ha trovato il modo e la pazienza d&#8217;intrattenere un&#8217;estranea frastornata.<br />
<i>Un’esperienza emozionante, sai? </i>Continua imperterrito a raccontarmi nel dettaglio della Baja California, non tralascia nulla, non abbandona i suoi propositi, non cede al pericolo, biascica, fa come per commuoversi; così, folgorata da tanta passione, gli chiedo se per caso ha intenzione di tornarci, e lui mi guarda con quell’espressione un po’ basita con cui spesso si apostrofano le persone insensatamente pigre.<br />
<i>No, certo, fra tre settimane vado sull’Himalaya</i>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Infrangere i tabù è un tabù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
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		<category><![CDATA[Tabù]]></category>
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		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta «Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione». E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><i><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69423" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione».</i></p>
<p>E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il baluardo della propria intera esistenza, e tenta in ogni modo di perseguirle, maniacalmente, fino allo strenuo delle forze, prova a spingere ogni più sistemica, forse anche in nuce già perversa situazione, fino alle estreme, decisive e drastiche  conseguenze, che risultino poi essere possibili o impossibili poco importa. <span id="more-69421"></span></p>
<p>Piero Origo è l’indomito protagonista (pazzo? ammalato? pateticamente insincero, sicuramente oltraggioso, pressoché squallido, ripugnante persino) di questo “Tabù”, il complesso e articolato romanzo di Giordano Tedoldi edito da Tunuè, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.<br />
Un uomo, dicevamo, totalmente preda dei suoi istinti più carnali, ma anche &#8211; quasi specularmente &#8211;  delle sue più cervellotiche riluttanze, prono e incline ai suoi stessi blocchi mentali che gli angosciano istericamente le giornate, e contestualmente desideroso, avvinto da un desiderio purulento, a tratti viscido, a tratti invece quasi candidamente infantile, di infrangere ogni regola imposta o autoimposta dalla società, dalla morale, dall’etica, dallo stesso circo parossistico che sono, in estrema sintesi, i balletti ridondanti e rigeneranti in cui s’articola la fitta schiera dei suoi personalissimi rapporti umani.<br />
Piero ha un migliore amico, Domenico, di cui poco o nulla sappiamo se non che è il marito di Emilia, quella che potremmo definire, anche un po’ cinicamente, la più canonica delle “donne qualunque”. Emilia non è particolarmente bella, non è particolarmente spigliata o gioviale, non è particolarmente acuta o intelligente. E forse proprio per questo, diventa ben presto l’ossessione perenne di Piero.<br />
Un’ossessione che si consolida col passare del tempo, dentro e fuor di metafora, un’ossessione che si trasforma in statua, che si trasforma in nugolo di vermi, che si trasforma in contagio panico, incontrovertibilmente universale. L’ossessione, che &#8211; come ogni grande turba che si rispetti, è qui evidentemente prima di tutto letteraria &#8211; giunge dai sensi alla parola, si propaga esattamente come un virus dalle estremità degli arti alle sugosità delle intenzioni, e arriva ad impedire totalmente il corretto fluire dei pensieri ma anche della narrazione stessa, che infatti, all’incirca a metà libro (ma in effetti anche da prima) muta forma, colore e calore, fino a mutare anche nella voce.<br />
Piero, da un certo momento in poi, diventa Eusebio, che diventa Messabianca, ma sostanzialmente sono tutti tutto, sono tutti l’unica eterna emanazione di un solo spirito guida, di un furore &#8211; tanto sessuale quanto mistico &#8211; che è il più autentico io narrante di tutto il romanzo.<br />
Ci troviamo perciò davanti ad un romanzo proteiforme, dunque, cangiante e mutevolissimo come i più biechi desideri dell’animo umano (per non parlare di quelli del corpo pulsante!). Un romanzo che, sulle prime, potrebbe apparire a giusta ragione iper-realista, e poi trascende nel più sfrenato e quasi saccente surrealismo.  Un romanzo che, sulle prime, sembrerebbe voler infrangere ogni tipo di tabù residuale (ammesso che, oggi, ce ne sia ancora rimasto qualcuno, con cui fare i doverosi conti) ma poi perde di vista la sua meta, si sfalda e si scardina proprio per negare l’esistenza stessa di quel tabù, anzi, di quei tabù (il tradimento, l’amore fra consanguinei, l’ascesi…) che forse ci riguardano ancora, ma solo a un livello nostalgico, quasi leggendario.<br />
La creazione di una comune, il cannibalismo, l’ortodossia, il timore della paternità, lo svelamento di sé, la guarigione miracolosa, tutto diventa sogno agitato, straniamento del pensiero e dell’azione, strafottente e spietata presa in giro della parola e del contenuto. La forma scelta da Tedoldi si mescola coi più basilari nessi di senso, fino a scioglierli &#8211; in modo apparentemente inconsapevole &#8211; fra mille contraddizioni, e porta il lettore a dimenticarsene totalmente, preso com’è da una sorta di trance evanescente, che trova il suo unico perno nel sentimento del desiderio, anzi di più, nell’atto stesso del desiderare.</p>
<p><i>M’importava solo di prendere per il collo il destino, prima che fosse troppo tardi. L’imponderabile mi avrebbe plasmato. </i></p>
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		<title>Vita di Alice/3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Lara vendeva appartamenti. Fin da quando era piccola, aveva sognato di lavorare in un&#8217;agenzia immobiliare. Si lasciava inebriare dall&#8217;odore di vernice e spazi vuoti che traspira dalle pareti disadorne dei caseggiati in periferia, s&#8217;eccitava al cospetto dei cantieri aperti delle palazzine che si ergono, poco a poco, sull&#8217;affaccio di parchi abbandonati e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lara vendeva appartamenti.<br />
Fin da quando era piccola, aveva sognato di lavorare in un&#8217;agenzia immobiliare.<br />
Si lasciava inebriare dall&#8217;odore di vernice e spazi vuoti che traspira dalle pareti disadorne dei caseggiati in periferia, s&#8217;eccitava al cospetto dei cantieri aperti delle palazzine che si ergono, poco a poco, sull&#8217;affaccio di parchi abbandonati e spoglie anse di fiume.<span id="more-67322"></span><br />
La prospettiva quasi mistica delle infinite possibilità ancora inespresse della vita le si palesava davanti agli occhi in tutta la sua eclatante potenza, quando sfilava una chiave nuova dal mazzo e la faceva roteare con pazienza in una toppa oscura, venata d&#8217;ottone e di mistero.<br />
L&#8217;attitudine endemica, naturalissima, che era cresciuta passo passo col suo carattere, l&#8217;aveva resa schiava del controllo, maniaca ossessiva della gestione.<br />
Assumeva su di sé, con fare austero e compito, l&#8217;irriducibile potere del dono: illuminare con alti finestroni vittoriani la felicità di due promessi sposi, riscaldare col camino art decò i pomeriggi rilassati dei bambini, le serate smaniose degli amanti.<br />
Forse era sempre stato questo, tutto sommato, il suo grande sogno di bambina: diventare parte integrante della vita degli altri.<br />
Quando Alice incontrò Lara, in un pomeriggio di tarda primavera, seduta al tavolino di un bar del centro, col bicchiere di spritz ghiacciato in una mano e lo smartphone iperattivo nell&#8217;altra, la cannuccia calcata in bocca e le décolleté nere che tamburellavano tra l&#8217;asfalto del marciapiede e i sanpietrini della piazzola, se ne innamorò perdutamente.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alice aveva una bambina.<br />
S’era ritrovata mamma all’improvviso, tra un ballo in maschera e una sviolinata armonica, sotto il balcone della sua poco sincera ingenuità.<br />
Non aveva mai creduto che sarebbe stata in grado, davvero, di occuparsi di un altro essere umano, lei che faticava già così tanto a provvedere quotidianamente ai suoi unici bisogni primari. Non avrebbe mai potuto immaginare, da adolescente scapestrata e monotematica qual era, tutta presa dai concerti dei Rage Against the Machine e dalle liriche di Charles Baudelaire, che si sarebbe appassionata così tanto a quel piccolo fagotto di tenerezze che, poco a poco, le si attaccava singhiozzando al seno, le accarezzava i riccioli durante la notte, la salutava con la manina alzata e sporca di colore a tempera quando la vedeva rincasare stanca al pomeriggio.<br />
Alice non era mai stata una romantica, non s’era mai concessa d’abbandonarsi a troppe lacustri smancerie. Aveva avuto molti uomini, qualcuno l’aveva persino amato, in una certa maniera pure tanto egotica e particolare, sempre percorsa da un ostinato senso di precaria indolenza verso il genere umano, verso la vita comune, verso se stessa soprattutto.<br />
Una sera aveva incontrato il padre di sua figlia, ma poche settimane dopo il suo volto s’era avvolto di fumo pesante, sparito in fretta fra i ricordi nebulosi di una pittura a olio di Magritte.<br />
Da quel momento era iniziata la sua vita vera.</p>
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		<title>Vita di Alice/ 2</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2017 06:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Alice non sentiva mai il suono della sveglia. A notte fonda, faceva sempre sogni molto intensi, popolati per lo più da regnanti antichi col mantello rosso e feste danzanti in discoteca, api operose e cavalier serventi, lumachine bianche e magia nera; tornavano a trovarla strani volti del passato, amiche d’infanzia trasferite precocemente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Alice non sentiva mai il suono della sveglia.<br />
A notte fonda, faceva sempre sogni molto intensi, popolati per lo più da regnanti antichi col mantello rosso e feste danzanti in discoteca, api operose e cavalier serventi, lumachine bianche e magia nera; tornavano a trovarla strani volti del passato, amiche d’infanzia trasferite precocemente all’estero, fidanzati nerboruti che le avevano insegnato l’amore a vent’anni.<span id="more-67215"></span><br />
Talora, le sembrava persino di riuscire a indovinare gli accadimenti che si sarebbero verificati nell’immediato futuro: un cataclisma naturale, l’ascesa al potere di una nuova carica pubblica, la deflazione del prezzo delle derrate alimentari.<br />
Quando iniziava a sorgere il sole, però, le fantasie notturne andavano via via scemando, lasciando il posto finalmente a un riposante sonno asciutto, mite e senza sogni. Alice poteva adagiarsi allora più comodamente fra lenzuola e coperte, e sprofondava i bei capelli morbidi in mezzo ai sette cuscini che le orlavano a pennello il letto.<br />
Proprio a causa di questo suo atavico vizietto, conosceva bene le spire del ritardo. Fin da quando andava ancora a scuola, era sempre stata l’ultima ad entrare trafelata in classe, e se ne restava un poco in piedi vicino la porta, davanti agli occhi invidiosi dei compagni e alle bocche supplichevoli degli insegnanti. All’università non era stata da meno, e addirittura aveva scelto di seguire solo i corsi che si tenevano al pomeriggio, per il timore che potesse perdere qualche lezione importante.<br />
Aveva iniziato poi a lavorare in un’azienda di cosmetici, e benché avesse un orario flessibile, ogni sera preferiva comunque saltare la cena per infilarsi più svelta dentro il letto, e così aspettava con maggior agio e pazienza l’arrivo del suo sonno metafisico.<br />
Un giorno qualunque, senza preavviso, le notificarono il licenziamento; da allora Alice si svegliò ogni mattina alle 6:53.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alice non amava gli animali domestici.<br />
Da sempre aveva avuto paura dei cani, forse perché non era mai riuscita a cavalcarne uno, come fosse un cavallo; i pesci rossi le trasmettevano un atroce senso di vuoto e claustrofobia, così racchiusi in quelle bocce d’acqua da salotto, e i criceti le facevano crescere l’angoscia su dalla bocca dello stomaco. Dei gatti non s’era mai fidata, e infatti faceva bene. Quando andava a casa del suo fidanzato, erano costretti a far l’amore sul divano, perché il gatto di lui le impediva persino di varcare la soglia della camera da letto.<br />
Da ragazza, aveva avuto anche frequentazioni parecchio altolocate. Un pomeriggio d’autunno era stata invitata per un the a casa di un compagno di scuola. Lui proveniva da una famiglia molto facoltosa, il padre lavorava in banca, e forse addirittura ne possedeva una gran parte; la madre gestiva un circolo ricreativo giù in periferia, amministrava conti e piscine, gazebo e aperitivi per i divi del cinema e della tv, e dispensava saune e massaggi ai clienti più affezionati del bel coniuge brizzolato.<br />
Quando Alice era entrata in casa loro, una domestica l’aveva accolta, sfilandole dalle spalle un cappottino troppo stropicciato, e l’aveva indirizzata verso un grande ascensore a vetri, che l’avrebbe condotta nel salotto del the.<br />
Era contenta, Alice, si sentiva la principessa di una favola.<br />
Raggiunto il gruppetto silenzioso degli amici, s’erano messi tutti a sedere su un enorme divano ad angolo in pelle chiara, che raccoglieva ai piedi un variopinto e pregiatissimo tappeto persiano. Il padrone di casa, d’un tratto, mentre inzuppavano educatamente i biscottini, li aveva ammoniti: “non abbiate paura”.<br />
Con un gesto più che teatrale, aveva sollevato il tappeto, scoprendo una teca voluminosa, incassata nel pavimento. All’interno, campeggiava un’iguana.</p>
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		<title>Vita di Alice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 13:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Alice aveva quattro anni, e non sapeva ancora parlare. I genitori erano molto preoccupati, perciò la portavano dal pediatra prima una volta al mese, poi una volta a settimana, e poi addirittura tutti i giorni. La mamma andava a riprenderla da scuola alle quindici e trenta, puntuali, ogni pomeriggio; parcheggiava l’auto in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alice aveva quattro anni, e non sapeva ancora parlare.<br />
I genitori erano molto preoccupati, perciò la portavano dal pediatra prima una volta al mese, poi una volta a settimana, e poi addirittura tutti i giorni.<br />
La mamma andava a riprenderla da scuola alle quindici e trenta, puntuali, ogni pomeriggio; parcheggiava l’auto in doppia fila all’imbocco del vialetto, bussava con due nocche alla porta a vetri, e s’accertava con la maestra degli eventuali miglioramenti della figlia. Alice mangiava tutto, giocava con gli altri bambini, era attenta e ordinata, disegnava farfalle e le colorava d’azzurro, senza uscire dai bordi. Ma non parlava mai.<span id="more-67120"></span><br />
La mamma le dava allora un bacio sulla fronte, la caricava in macchina, e la accompagnava dal pediatra, ancora con lo zainetto calcato sulle spalle.<br />
Alice era una bambina molto serena e affabile, si lasciava manovrare in quel teatrino quotidiano come una marionetta ubbidiente e disinteressata, e nella sala d’aspetto del dottore continuava a giocare col suo giocattolo preferito, un peluche a forma di balena di nome Dolly.<br />
Il medico era un uomo sulla cinquantina, onesto e competente, che mostrava un vivo interesse per la situazione di Alice, ma tendeva a non allarmare troppo i genitori, anzi li rassicurava con compostezza e una certa dose di severità; a volte sottoponeva loro degli articoli scientifici di logopedia infantile, che aveva scaricato gratuitamente dal sito dell’Università della California o di Ginevra.<br />
Di quando in quando, era il papà che andava a riprenderla dall’asilo; anche lui chiedeva sempre alle maestre se avessero notato qualche miglioramento, e poi l’accompagnava diligente dal pediatra, prima di rincasare. Alice giocava con Dolly, o continuava a colorare le farfalle.<br />
Un giorno la mamma ricevette una telefonata dalle maestre dell’asilo: Alice aveva parlato. Erano le quattordici e dieci, circa, e fuori pioveva un poco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alice s’era innamorata del corriere espresso.<br />
Ordinava centinaia di articoli su internet, dai libri alla piastra per capelli, dalle borse ai prodotti per lavare i pavimenti. Un giorno aveva ordinato anche un piccolo televisore e un pappagallo indiano, ma le era subito arrivata una notifica dalla sua banca, perché quell’importo superava la soglia massima di spesa consentita.<br />
Quando arrivava mezzogiorno, iniziava a prepararsi: si pettinava per bene i capelli, indossava abiti casual ma con un tocco di femminilità, si dava un filo di trucco sulle guance e attorno agli occhi, e spruzzava un alone di profumo alle rose lungo il corridoio.<br />
Il suono del citofono le procurava sempre un breve tuffo al cuore, e allora raggiungeva tutta emozionata l’ingresso, e restava con la porta socchiusa ad aspettare il suo corriere espresso.<br />
Poteva indovinare i passi di lui lungo le scale, e persino riconoscere il suo tocco, quando per caso sceglieva di prendere l’ascensore. Il palazzo di Alice aveva molti appartamenti, e il via vai condominiale era continuo.<br />
Non si scambiavano che pochi cenni, lei apponeva la firma di rito che certificasse l’avvenuta consegna, lui la salutava svelto, col berretto calato sulle tempie, e poi spariva nuovamente, veloce come il vento, dentro la tromba delle scale.<br />
Alice allora tornava nella sua stanza, e prima ancora di spacchettare l’oggetto ricevuto, avviava già la successiva procedura d’acquisto. Era sempre stata una persona meticolosa, fin da quand’era bambina.<br />
Un giorno suonò il citofono, ma lei riconobbe subito che qualcosa era cambiato. I passi sulle scale erano più lenti, il ragazzo delle consegne era diventato una donna riccia, corpulenta e senza berretto.<br />
Fu quello il giorno in cui Alice chiuse il suo conto in banca.</p>
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		<title>Miti Moderni/20: ipocondria</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 05:00:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Miti Moderni]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta I put a spell on you.  I turni di lavoro non esistono. Punta la sveglia alle 7:45 per aspettare una telefonata, il cellulare tra le coperte; lo schermo nel buio è troppo luminoso, posticipa il trillo di dieci minuti. Si riaddormenta come al solito, continua a rigirarsi ancora un poco dentro al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64554" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/14445744_10210953709908210_1650667800_n-300x225.jpg" alt="14445744_10210953709908210_1650667800_n" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/14445744_10210953709908210_1650667800_n-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/14445744_10210953709908210_1650667800_n-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/14445744_10210953709908210_1650667800_n.jpg 852w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I put a spell on you.</em>  I turni di lavoro non esistono.<br />
Punta la sveglia alle 7:45 per aspettare una telefonata, il cellulare tra le coperte; lo schermo nel buio è troppo luminoso, posticipa il trillo di dieci minuti.<br />
Si riaddormenta come al solito, continua a rigirarsi ancora un poco dentro al letto, &#8220;cinque minuti, cinque minuti&#8221;; le mani chiuse a pugno sotto i cuscini, i capelli viscosi sul naso.<br />
Vede aprirsi, sparsa, tutta la città. Nella pigrizia.<span id="more-64552"></span>Il rumore dei cani che giocano, al nono piano. I tacchi veloci della dottoressa innamorata, il clacson dei tassì.<br />
Si sveglia nuovamente, apre gli occhi piano. Profumo di caffè, ansia di limone, che depura l&#8217;organismo e stuzzica l&#8217;incognita sul futuro.<br />
Prende in mano il cellulare, le 7:43.<br />
<em>Ritorna dal Brasile, per amore.</em><br />
<em> Affronta una fase molto delicata della sua vita.</em><br />
<em> Non riesce ad identificarsi.</em><br />
Alcune frasi restano in testa, la radio che va.<br />
La telefonata non è arrivata, nemmeno stavolta: non si ricorda nemmeno più a chi stava pensando.<br />
È una recidiva.<br />
La malattia.<br />
La malattia è un’ossessione, nausea e mal di testa; ipocondria.<br />
Non riesce a muoversi, poi si prepara per una cena in centro, compra un vestito borghese, le galoche per la pioggia, la bigiotteria ornamentale.<br />
Prenota il parrucchiere, calca la mano col rossetto, resta seduta per terra, tra la peluria dei gatti e dei troppi amanti. Cerca su internet il significato di quel sogno: disattese continue.<br />
Le medicine non servono a niente, ha gli occhi bovini, pieni d’acqua distillata, lunedì prossimo il nuovo turno di terapia: ha tutto un weekend davanti, eppure non sente ragioni.<br />
Il karaoke, la sala prove, il futuro compagno di stanza, l’asimmetria del rapportarsi al mondo, l’incoscienza dello stato febbrile.<br />
Ha le visioni, un tuono mistico, pensa che niente potrà mai tornare a posto, che niente è stato mai concepito per restare al posto giusto; poi si sente piena di vitalità, stappa una bottiglia, compone un numero di telefono a sei cifre, e svelta riaggancia.<br />
Un cenno del capo, non arriverà. Il fango morbido all’ingresso della metropolitana; preferisce di gran lunga spostarsi in tram.<br />
Dovrebbe tenere un diario, iscriversi a qualche corso di teatro.<br />
Non sopporta l’alito pesante e gli uomini troppo magri, guarda dall’alto in basso le persone che dimostrano più anni di quelli scritti sulla patente.  Ha il colon irritabile. La psoriasi tra le dita delle mani. L’alluce valgo. Il ginocchio del tennista. Da qualche giorno le è spuntata anche una coda di serpente, da dietro.<br />
La giornalista cucina i pancake, li fotografa senza assaggiarli, concepisce un post sul social network. Poi li butta nel secchio.<br />
Nessuno scampo alla raccolta differenziata.<br />
Sei perfettamente sana, le hanno detto.<br />
<em>You can&#8217;t regret. </em></p>
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