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	<title>francesca matteoni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nel cuore del Baltico: residenza per scrittori a Visby. Un diario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 06:12:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni (ringrazio per molte delle fotografie lo scrittore Boris Ponomarev). Puntando a nord-est su una cartina geografica dell’Europa, troviamo il mar Baltico e alcuni ricordi scolastici sulla lega anseatica nata nel tardo medioevo per favorire il commercio fra le varie città portuali del settentrione.  Quasi al centro, fra le sponde del continente e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong><em>(ringrazio per molte delle fotografie lo scrittore Boris Ponomarev).</em></strong></p>
<figure id="attachment_82086" aria-describedby="caption-attachment-82086" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-82086" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1.jpg" alt="" width="600" height="622" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-290x300.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-250x259.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-200x207.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/visby-1-160x166.jpg 160w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82086" class="wp-caption-text">Visby, foto di Francesca Matteoni</figcaption></figure>
<p>Puntando a nord-est su una cartina geografica dell’Europa, troviamo il mar Baltico e alcuni ricordi scolastici sulla lega anseatica nata nel tardo medioevo per favorire il commercio fra le varie città portuali del settentrione.  Quasi al centro, fra le sponde del continente e quelle scandinave, c’è l’isola svedese di Gotland, con la sua capitale Visby, nota per le mura medievali interamente conservate e le molte rovine di chiese, abbandonate e lasciate a decadere nei venti della Riforma. A Visby si svolge nell’estate una nota festa medievale; mentre chi ha conosciuto la storia di Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, potrebbe riconoscere proprio nelle variopinte stradine della città, l’ambientazione del noto sceneggiato del 1969. Per me il primo avvicinamento è avvenuto grazie alle parole della grande scrittrice svedese <strong>Selma Lagerlöf</strong> nel suo capolavoro, <a href="https://iperborea.com/titolo/481/"><strong><em>Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson</em></strong></a>, pubblicato nel 1906. Nils, mutato in folletto per la sua arroganza e in viaggio per tutta la Svezia con uno stormo di oche, sorvola Visby dopo aver appena ammirato i fasti della città fantasma di Vineta, sprofondata nel mare a causa dell’avidità dei suoi abitanti. Vedendo le rovine della città reale, Nils prova amarezza:</p>
<blockquote><p>Se la città che aveva visto non fosse risprofondata in fondo al mare, forse un giorno sarebbe andata ugualmente in rovina. Forse non sarebbe riuscita a resistere al tempo e alla decadenza e si sarebbe presto ritrovata con chiese scoperchiate e palazzi scrostati e vie deserte e solitarie come quella. Era meglio che restasse in tutto il suo splendore in fondo al mare. (…) Ed è probabile che siano molti i giovani che la pensano così. Ma quando si diventa vecchi e ci si abitua ad accontentarsi di poco, ci si rallegra di più della Visby che c’è ancora che di una sfarzosa Vineta in fondo al mare.</p></blockquote>
<p>Caro Nils, che ho portato con me in questa esperienza isolana, sono molte le meraviglie di questa città e delle sue rovine, non solo perché è patrimonio dell’UNESCO da oltre vent’anni. Forse perché divento vecchia, forse perché sono i luoghi che sanno custodire la traccia di un passato decaduto insieme a un quieto vivere presente a serbare una speciale magia, una sospensione dagli affanni del nostro contemporaneo.  Visby, secondo il norreno antico: luogo di sacrifici, di riti. Chissà quale rito mi aspetta.</p>
<p>Con queste premesse mi ci dirigo per una residenza per scrittori e traduttori, presso il <strong><a href="http://www.bcwt.org/1368">Baltic Centre for Writers and Translators</a></strong>,  di circa tre settimane. Trascorro il primo giorno di dicembre a Stoccolma, camminando per l’isoletta di Gamla Stan, centro storico della città, e facendo visita al Nordiska Museet, il museo delle tradizioni del nord, che ho conosciuto nel gennaio 2013 mentre mi trovavo nella capitale per ricerca storica. Allora ci andai con la testa piena di folklore, culture sami, vecchi miti; questa volta mi accolgono da una parte la festa coi bambini per l’allestimento del grande albero nell’androne centrale, dall’altra una mostra didattica e accurata sull’Artico nell’era del collasso climatico:  <a href="https://www.nordiskamuseet.se/en">The Artic: While the Ice is Melting</a>. Ne esco amareggiata per come in poco tempo cambia la nostra consapevolezza, per come ciò che amo anche senza averne avuta esperienza diretta (i mondi di ghiaccio, gli orsi, le culture artiche), rischia di scivolare via con conseguenze drammatiche. Trovarsi impotenti davanti al disastro è insostenibile, ancora di più nell’ultimo mese dell’anno, in cui si celebra ciò che è stato, si prepara ciò che viene, si fa posto nell’anima.</p>
<figure id="attachment_82091" aria-describedby="caption-attachment-82091" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0027.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82091" class="wp-caption-text">Foto di Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>La mattina del 2 dicembre parto, infine, con questa cupezza sorda, ma anche con il desiderio di scrivere e lavorare, di confrontarmi. Nel porto di Nynashamn mi imbarco per raggiungere l’isola: tre ore di viaggio sul mare calmo.  Arrivo a destinazione, verso le 15, per il tramonto. Il Baltic Centre si trova in uno dei punti più alti della cittadina, da cui si ammirano i tetti appuntiti, le pietre delle antiche chiese, la cattedrale di Santa Maria e ci si perde fino alla riva, oltre le mura. Patrick, uno dei responsabili, mi accoglie: sono due case quelle in cui abitano gli undici ospiti. Una è adibita a dormitorio, mentre nell’altra si trovano biblioteca, ampia cucina, sala per le conferenze e gli incontri. Questo luogo ha una storia importante, quasi fiabesca, che vale la pena di essere brevemente narrata. È nato nel 1993, come conseguenza di una crociera di scrittori e traduttori “Baltic Waves”, Onde Baltiche, fra le varie città dell’area, all’indomani del doppio crollo: muro di Berlino nel 1989 e URSS nel 1991.  La crociera aveva lo scopo di unire nel nome della cultura e del libero scambio coloro che fino ad allora erano stati divisi. Il centro è il punto fermo, il luogo dove questo incontro continua ad avvenire, dove si gettano ponti non solo fra le varie culture affacciate sul mare, ma perfino oltre, verso tutti i paesi del mondo. Già detto così sembra un sogno di tregua, pace, conversazione aperta, dialogo che viaggia dai libri agli individui e alle loro sensibilità. Nei giorni della mia permanenza questa tregua stimolante è divenuta l’aria quotidiana. Scrittura, pensiero, solitudine proficua, camminate per la città e fuori dalle sue mura, verso la costa calcarea e sulle rive, cene e giorni condivise con gli altri ospiti e le loro storie.</p>
<figure id="attachment_82085" aria-describedby="caption-attachment-82085" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82085" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_8645.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82085" class="wp-caption-text">Galgberget, Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Per deformazione professionale la prima cosa che vado a vedere è Galgberget la riserva naturale dove sorge la forca, alta sulla scogliera, così che tutti potessero vedere, nei secoli scorsi, i condannati spenzolare dai cappi, quale monito della giustizia degli umani. È un luogo suggestivo e potente. La forca, costruita nel tredicesimo secolo, è perfettamente conservata: l’ultima esecuzione risale al 1845, una decapitazione credo, quindi qualcuno di alto lignaggio, poiché l’impiccagione era riservata per lo più ai disgraziati del popolo. Gli archeologi hanno rinvenuto nel tempo le ossa di alcuni dei giustiziati, qui direttamente sepolti, ma non c’è nulla da temere: per quanto sia un luogo carico di terrore, di domande e di violenza trascorsa, non può ospitare spettri tormentati. Coloro che morivano per esecuzione capitale avevano almeno questa fortuna: conoscevano il momento della fine, avevano quindi il tempo di rimettere l’anima a Dio, essere perdonati, ricevere questa grazia ultraterrena che placa la sete dello spirito e gli impedisce di vagare in terra,  privo del corpo. Forca: luogo di criminali e boia, di pubblico complice o partecipe, di morte e redenzione, di sangue che sgorga o corpo che si irrigidisce, di streghe notturne in cerca di reliquie, perché nulla è magico come il corpo umano… o ciò che ne rimane. Accanto alle colonne della costruzione medievale, piante di sorbo dell’uccellatore, ligustro, rose canine, due meli selvatici e alcune cinciallegre a banchettare con le bacche.  La vegetazione cresce come una storia sulla morte, non va sempre così?</p>
<p>Nel museo di Gotland, nel cuore della vecchia Visby, si viaggia ancora più indietro attraverso la storia dell’isola, dalle pietre con iscrizioni runiche e disegni, fra cui un albero cosmico, l’Yggdrasill, e la nave dei morti, agli scheletri conservati di uomini e donne preistorici, fino alle vicende e ai tesori medievali. Mi restano impresse due donne dell’Età del Ferro: la Ragazza Riccio, così chiamata perché sepolta con un copricapo decorato con aculei dell’animale; e la Donna dei Flauti, sepolta insieme a una miriade di piccoli strumenti a fiato. Sciamane? Donne sacre? L’immaginazione corre dove non ci sono storie scritte, viaggia in questi oggetti così forti e misteriosi.</p>
<p>Ma la città è anche le sue mura e le sue porte da cui passare verso l’interno o verso le onde, verso gli stormi che prendono il volo al tramonto e il colore metallico del mare, uno dei mari più inquinati del mondo, purtroppo, eppure così evocativo per chi arriva qua da un altro mare chiuso, a sud. Le rovine si uniscono senza dramma alle abitazioni, alle luci di dicembre accese in tutte le case per scacciare il buio con l’avvicinarsi del solstizio. Nella piazza centrale, Stora Torget, il piccolo supermercato è anch’esso una casetta, di fronte ai resti imponenti di Santa Caterina e accanto ai pub o ristoranti aperti per le feste. Non ci si può perdere dentro le mura: basta fissare lo sguardo verso le torri della sua cattedrale, che si trova a due passi dal centro baltico, appena scese alcune rampe di scale. È lì che torno a fine di ogni passeggiata, sedendomi in fondo per raccogliere i pensieri.</p>
<figure id="attachment_82092" aria-describedby="caption-attachment-82092" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_9854.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82092" class="wp-caption-text">Foto di Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Un altro luogo buono per pensare è la biblioteca cittadina, un edificio dalle ampie vetrate che danno sulla fontana e su un piccolo giardino. Qui si può sedere al bar o girare fra gli scaffali in libertà. Ho l’abitudine di prendere molti appunti su un apposito quaderno quando lavoro a un progetto di scrittura: faccio schemi, disegni brutti ma funzionali. Accade sempre fuori, dopo una passeggiata, da qualche parte a un tavolo con una tazza di tè o di cioccolata, se è inverno. Per i miei appunti i luoghi preferiti a Visby sono tre: la biblioteca; una caffetteria fuori le mura, accanto al supermercato Coop, e  Karamell Buden, variopinta caffetteria e negozio di caramelle, dove abbonda l’oggettistica legata a Pippi e ai Mumin di Tove Jansson.  Non si può evitare, girando per le strade: la sua vetrina è un paesaggio giocattolo, un inno a un’infanzia non tanto lontana. Penso all’episodio festoso dello sceneggiato di Pippi in cui la ragazzina compra caramelle per tutti e non posso che associarlo a questa singolare bottega. Penso anche alla scrittrice Viola Di Grado, che è stata qui prima di me e con cui abbiamo parlato di tutto, Pippi e caffetterie comprese.</p>
<p>Poche persone girano per le strade, ma non è freddo: pioviggina, soffia un forte vento, che può essere di grande aiuto se per esempio ci si ritrova sulla riva del mare a urlare preghiere o desideri. Almeno non si passa per pazze totali, rischio che corro ogni volta che mi trovo in una simile condizione di solitario e ventoso avvicinamento all’acqua marina. Chissà cosa si porta via il mare delle nostre parole. Non lo conosco il mare. È straordinario e commovente nella sua alterità, non mi ha mai dato quel senso di ricordo e presenza che mi danno le montagne, ma sento sempre che fa bene affidarmi a lui, quando lo incontro. Mi disperde.</p>
<p>Le mura della città proteggono ed espongono. Ho queste due immagini simboliche: la forca, subito fuori e il giardino botanico, dove siamo andati in un piccolo gruppo, una mattina, con i suoi alberi, diversi olmi, come ripari, l’acqua limpida e scura del laghetto, una vecchia torre, chiusa ai visitatori fino alla prossima estate, qualche gatto curioso, le scale di legno che portano sopra la cinta muraria.</p>
<p>Nel susseguirsi dei giorni cammino, scrivo, rileggo, do forma ai miei personaggi, ho tempo per loro, parlo e cucino insieme agli altri. Perché questo è un altro aspetto fondamentale della residenza – lo scambio umano. Una sera, per la partenza di una traduttrice danese, prepariamo una cena, la mia vera cena di Natale 2019. Cibo italiano, siriano, frutta, glögg ovvero vin brulé scandinavo, una tavola imbandita e condivisa, una lingua di compromesso, l’inglese, per comprenderci attraverso le nostre diverse provenienze: Scandinavia, Lituania, Russia, Siria, Italia, Finlandia. Stringiamo amicizie. Ci confessiamo, come succede con più facilità a volte fra estranei, ma con una differenza importante –ci accomuna radicalmente l’amore per la parola scritta, per l’eredità culturale da cui con fatica e gratitudine cerchiamo di affrancarci, da cui proviamo a respirare. Ci rispettiamo. In tutti questi giorni mi è salito il desiderio di conoscere le lingue che non ho, di rimettermi a studiare, anche solo per leggere coloro che ho incontrato; di riprendere lo svedese, di imparare il russo. Un proposito per il 2020.</p>
<figure id="attachment_82089" aria-describedby="caption-attachment-82089" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82089" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/IMG_0206.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-82089" class="wp-caption-text">Baltic Centre, Boris Ponomarev</figcaption></figure>
<p>Le sere di condivisione passano per il cibo, che sia popcorn o tè o dei bliny russi o bulgur o zuppa di lenticchie; attraversano i libri, la politica degli stati, le nostre vicende personali che non temono di essere respinte, mentre diventa sempre più difficile dirsi là fuori, nelle nostre vite quotidiane. Chissà quando ci rivedremo.</p>
<p>Dentro di me inizio a intessere quella vecchia promessa, come faccio fin da quando sono bambina, un filo invisibile che lego dove nessuno vede e sa tranne me: <em>ricorda, ricorda, ricorda. Sono persone, capisci? Non devi perderle</em>. E attraverso loro cerco i luoghi. Visby diventa una piccola città aperta sul mondo – si affaccia ora sui monti della Siria da dove qualcuno fugge perché la poesia resti e possa parlare a tutti; si affaccia sulla penisola di Kola e giù fino a Mosca, dove qualcuno cresce con determinazione, pronta a non tacere l’ingiustizia; si affaccia su una piccola serra per piante a Helsinki, dove qualcuno che mi rammenta tanto il mio compagno là, alle pendici del nostro Appennino, vive in modo parco, pensa forte al crimine dell’umano contro l’animale, questa ferita insanabile e morale. O in Svezia dove con mitezza qualcuno pone domande e ascolta o su un’isola norvegese di poesia e alti picchi; o dentro la Lituania, prima repubblica baltica a staccarsi dall’URSS; o sulla Moldava, nello sguardo gentile di una traduttrice per ragazzi; o in un pezzetto di Russia sulla costa del Baltico da cui un giovane scrittore ci tiene insieme, condividendo le sue fotografie. Riecheggiano nella storia che vengo componendo.</p>
<figure id="attachment_82084" aria-describedby="caption-attachment-82084" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82084" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-713x1024.jpg" alt="" width="400" height="574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-768x1102.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-250x359.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-200x287.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia-160x230.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/lucia.jpg 1045w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-82084" class="wp-caption-text">Santa Lucia, John Bauer</figcaption></figure>
<p>Passeggio per la via dei negozi, Adelsgatan, mi fermo dentro quello di articoli esoterici a osservare i tamburi, la collezione di tarocchi, alcuni libri sulle rune. Acquisto il mio regalo personale: un libro illustrato sulle creature soprannaturali scandinave dell’artista contemporaneo Johan Egerkrans. Per tradurre ho bisogno di tutti i miei vocabolari online, ma per le immagini riconosco il debito con i libri di Brian Froud e ancora di più con l’arte di John Bauer, creatore di troll ed elfi memorabili. Bauer mi accompagna in quanto vengo scrivendo e rubando. In questo ultimo mese, avvicinandosi al giorno più corto dell’anno, è la sua Santa Lucia che vedo mentalmente. Aspetto questo giorno, il 13 dicembre, dal mio arrivo. Perché è un giorno che ho cullato nella mia immaginazione, leggendo i libri della Lagerlöf, fiabe svedesi, articoli di folklore sulle donne fatate dell’inverno europeo. Santa Lucia nasce a Siracusa, è vero, diviene martire cristiana nel quarto secolo sotto la furia di Diocleziano, ma è in Svezia, alla fine del diciannovesimo secolo, che il suo culto si fonde con l’altro pagano, celebrativo della luce che lei porta nel nome, la luce tanto bramata nei lunghi inverni nordici. Qui, Santa Lucia è un giorno speciale. Ci sono i dolci, lussekatter (gatti di Lucia), i canti, le ragazze vestite in abito bianco e cintura rossa di stoffa e in testa una corona di candele. Al centro baltico Lena ha preparato per noi lussekatter e glögg, le candele sono accese in cucina. Abbiamo la nostra merenda insieme, mentre fuori imbrunisce. Alle sette vado nella cattedrale per assistere alla celebrazione: non ci sono più posti a sedere, mi trovo un angolo sui gradini vicino all’altare. Sette ragazze avanzano lungo la navata, hanno le coroncine di candele, quelle sul capo della prima sono vere e lei cammina dritta e sicura. Cantano inni, vengono lette leggende e aneddoti di cui capisco pochissimo, solo qualche parola che è rimasta nel mio vocabolario dai testi di folklore. Due bambine, una piccola Lucia e un folletto rosso, ballano e applaudono davanti al coro, sono lo spettacolo nello spettacolo. A me basta poco, sarà che resto una romantica e non me ne vergogno: ripenso al Bontempi su cui a fatica strimpellavo Santa Lucia, penso al buio, così bello, perché ogni luce si fa custode preziosa dentro di lui. Quando rientro nella mia stanza, mi metto le cuffie e faccio partire Sibelius, il mio compositore preferito, prima di addormentarmi. Ecco qualcosa da sigillare dentro di me, come ho fatto con le mie antiche decorazioni natalizie, portate attraverso le stagioni e raccontate sull’albero, ogni anno. Ecco l’importanza dei riti, compresi quelli di cui si è spettatori. Che cos’è un rito, mi chiedo ancora. Qualcosa per scacciare una paura, per propiziarsi un essere invisibile come la memoria. Qualcosa per trasportare di là il tempo che dura più dello scandirsi delle lancette. Qualcosa perché lo spazio nelle sue molte lingue diventi casa. Ho preso, dagli alberi di Visby, delle bacche di sorbo, delle mele selvatiche. Le chiudo in una scatolina metallica, le porto con me nella mia casa sulle colline. Marciranno, seccheranno, le disporrò nell’orto. Per sapere che io vivo in molti luoghi. A molti luoghi rubo parole. Per dire grazie quando le parole si decompongono.</p>
<p>Caro Nils che viaggi con le oche, torna ora a volare su questa Visby con il tuo sguardo di ragazzo. Guarda queste rovine, come parole decomposte. Vedi, crescono gli alberi dove c’era il pavimento. Muschio che ricopre cardini, finestre, porte scomparse. Mancano i tetti. E per questo sono più vicine al cielo, al mare, agli elementi. E lontano, lontano tra i venti, a me, nel centro vecchio e montuoso di una terra a forma di stivale.</p>
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		<title>Appunti estivi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 05:01:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong>Land’s End &#8211; Cornovaglia</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg" alt="" width="545" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-250x188.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-200x150.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-160x120.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-400x300.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 545px) 100vw, 545px" /></p>
<p>Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e poi inviare i loro famigli canini a divorare le anime dei marinai annegati. Le possiamo immaginare accovacciate a parlare nel vento. In realtà nessuna strega di quelle finite nei documenti processuali è stata condannata per naufragi o altri cataclismi. Semmai per la morte di un cavallo da tiro, la malattia di un vicino, lo spegnersi di un neonato, una vacca che smette di dare latte – e ancora meglio se per vari di questi accadimenti, accumulati negli anni in cui la strega si costruisce la reputazione. Ma sulla scogliera le paure quotidiane incontrano il mito: la strega umanissima presta il corpo alla sua controparte soprannaturale dagli occhi spiritati color della tempesta. Questo è un punto mediano. Fra la terra e l’oceano. Fra l’acqua e la roccia. Nonostante i turisti, i camminatori, i surfisti che si dirigono alle piccole baie sabbiose come Sennen Cove, questo luogo non può essere addomesticato. Le rocce prendono nomi suggestivi, come la Irish Lady, un grande scoglio che sembra una creatura ammantata, rivolta all’Atlantico. Una dama irlandese nel senso fatato: una Banshee che geme e ammonisce, il cui sembiante è appena riconoscibile e sembra un drappo, una creatura di stracci svolazzanti e solenni. O i sedili dei giganti, i volti del tale o del tal altro, quasi scolpiti con un’intenzione dalle correnti. Ma nelle correnti non vi è nessuna intenzione che non sia loro stesse. La scogliera è una soglia. Sono già stata qui, vent’anni fa esatti, per l’eclissi di sole: con pochissimi soldi, lo zaino dell’inter-rail, trascorsi la notte nel sacco a pelo poco distante dai picchi, al riparo nella brughiera. Allora volevo solo andare altrove, con la bussola interiore puntata a nord, a queste lande che poi negli anni ho visitato spesso e abitato. Oggi imparo a stare sulla soglia come chi torna.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-80168 aligncenter" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<blockquote><p>Viaggiare verso la regione sconosciuta è spesso viaggiare verso casa,</p></blockquote>
<p>dice Tallis la ragazzina protagonista del libro che ho con me, <em>Lavondyss</em> dell’inglese Robert Heldstock. Cerco le parole e le storie del libro nella propaggine di occidente dove mi trovo. Il nome Lavondyss è il risultato di un incontro fra due isole leggendarie: Lyonesse e Avalon. Terre dove eroi e profeti toccati dalle fate dormono in attesa di un sogno che li riporti all’origine. Lavondyss è la foresta primigenia nata dalla congiunzione di sogno e paesaggio, dove la protagonista si spinge alla ricerca del fratello maggiore, smarrito anni prima in questi luoghi senza tempo o meglio – luoghi dove il tempo non scorre come siamo abituati a pensarlo, ma alterna rinascite, trasmutazioni cicliche del medesimo spazio e dei suoi ospiti che possono svanire o viaggiarci dentro. La forza del libro sta nei nomi che la ragazzina dà ai boschi e campi e terre lavorate che circondano il suo luogo natio: viaggerà sempre dentro di loro, attraverso ere diverse, indietro o avanti, attraverso corpi diversi – di donna, di vecchia, di legno e linfa. E i nomi sono incantesimi infantili e potenti: Vecchio Posto Proibito (Old Forbidden Place); Campo del Trovami Ancora (Find Me Again Field); e poi Landa dello Spirito Uccello (Bird Spirit Land), ovvero la landa sospesa fra la vita e la morte, fra la caduta del corpo e quel volo che fantastichiamo proprio dell’anima, non senza qualche sgomento. I nomi sono la nostra immaginazione che ci iscrive nei luoghi ed è difficile pensare a cosa siano prima di essi. Anche un campo senza nome per noi, quasi inconsapevolmente, può divenire il Campo Innominato o Innominabile, manifestando tutta la sua potenza.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<p>Raccolgo una grossa piuma di gabbiano: la scogliera è una Bird Spirit Land. Gli uccelli marini sono i residenti elettivi, capaci di farsi portare su dal vento, gracchianti, predatori di altri piccoli uccelli, uova e pesci, raccolti a decine là sotto, su uno scoglio. Mi risuona dal libro la definizione che Tallis dà degli sciamani, prima di divenire lei stessa qualcosa di molto simile a una sciamana che ha attraversato paura, dolore e sconfitta:</p>
<blockquote><p>Sono custodi e maestri di conoscenza. Conoscenza dell’animale nella terra. Nella visione, nella storia, nella scoperta dei sentieri.</p></blockquote>
<p>Conoscenza dell’animale nella terra: con questa intuizione viene tradotta l’esperienza estatica, ovvero l’andar fuori di sé, all’oltremondo, che sorge metamorfico sulle tracce familiari di questo dove siamo. Non si tratta di andare via, ma di trovare vie, di immergersi, di ripercorrere, di stabilire punti di contatto con il noto, mentre siamo alla ricerca dell’ignoto. Conoscenza dell’animale nella terra &#8211; ovvero osservarlo fino a non sapere più nulla di lui, a non avere più pregiudizi, liberarlo dagli apparati simbolici. Sono già stata qui, dicevo, eppure non è qui che torno: sono diversa e il luogo è diverso. Ci cammino portando in lui la terra che anche io sono diventata, cerco di liberarmi da tutte le mie aspettative e perfino dai ricordi. Mi attrae ed entusiasma la prossimità dell’oceano poiché provengo dai monti e dalle colline, dall’interno che nel mio caso è anche un altro paese, a sud.</p>
<blockquote><p>Esultanza è il recarsi<br />
Dell’anima di terra al mare,<br />
Oltre le case &#8211; oltre i promontori,<br />
Nella profonda Eternità &#8211;</p></blockquote>
<p>scriveva Emily Dickinson. E io so che ha ragione. Immagino sempre l’odore del mare, a un certo punto, mentre cammino in alto verso il mio bosco appenninico preferito. Immagino il suo cielo non interrotto. In “Poetry and the Mind of Indirection” un saggio all’interno di un altro libro che ho con me, Jane Hirshfield dice che:</p>
<blockquote><p>per vedere il mondo davvero, abbiamo bisogno di una consapevolezza  che si sia immersa in molto altro rispetto all’umano &#8211; che abbia viaggiato lontano dal domestico, dal familiare, dai limiti angusti dell’io. Nell’avviarsi su un simile sentiero, le difficoltà e durezze sono tutto quanto ci è promesso, tuttavia la conoscenza acquisita in un simile viaggio non è necessariamente tragica.</p></blockquote>
<p>E ancora il poeta californiano Robinson Jeffers scrive:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo dislocare le nostre menti da noi stessi;<br />
in-umanizzare un po’ le nostre prospettive, e divenire certi<br />
come la roccia e l’oceano da cui sorgemmo.</p></blockquote>
<p>Conia il termine <em>unhumanize</em>, in-umanizzare, ovvero guardare al mondo stupiti, recuperando quella che chiamiamo intimità, là, nelle sostanze elementali che formano e sostengono. In questo modo procede la lingua poetica e la possibilità di stare dove in effetti stiamo, invecchiamo e torniamo bambini, quasi senza saperlo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-80169 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Che cos’è la fine della terra? Una punta, uno scoglio, uno sprofondamento, una mancanza, una presenza altra che modula le voci nell’aria, un nome per domare l’indomabile. Una regione sconosciuta se decidiamo di non prendere il sopravvento. Una forma di esilio: non sono con gli altri che qui camminano come me, come me scattano foto, come me cercano forse il punto d’incontro fra il loro mondo e il mondo. Provenienza e approdo. Un silenzio che parla continuamente e assomiglia all’oblio. E nell’oblio un’interezza incomunicabile.</p>
<p><strong>Torri – Appennino pistoiese </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg" alt="" width="430" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-300x297.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-768x761.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-250x248.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-200x198.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-160x159.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43.jpeg 1333w" sizes="auto, (max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Ho preso casa in montagna nel mio paese paterno per tutta l’estate. Mi trasferisco qui quando non lavoro o non ho impegni di comunità nell’altro paese, a valle, dove abito. Nei mesi di giugno e luglio, durante la settimana, siamo pochissimi: i residenti che non arrivano a dieci e altri dalla città, per lo più pensionati. Da casa, in alto, raccolgo tutti i suoni. Sto finendo di scrivere alcune poesie su una montagna dove si sono rifugiati gli animali, fuori dal tempo, che significa sia in un tempo remoto che in uno a venire. Nella montagna gli animali parlano. Al di là sorge l’oceano o l’oltremondo. Come raccoglierò le loro voci?</p>
<p>Nel pomeriggio mi incammino verso il bosco sulla cima, al Prataccio. È un luogo che conosco bene: un rifugio per vagare, scrivere, leggere, suonare qualche strumento, stare così a far niente, scrutando l’abetaia o attraversando la faggeta che conduce a Forravernio e alle rocce interne, dove ci si affaccia su altri paesi occhieggianti nella macchia verde – Campaldaio, ad esempio. Ancora i nomi – come fai a sapere che la fine di un corridoio di faggi con le rocce esposte al sole è Forravernio? Che significa? Quanti Forravernio ci saranno nell’Appennino? O Casetta Bruciata o Collina o Lagacci. Ai margini della strada, prima di raggiungere l’entrata del bosco, crescono erbe e fiori, fra cui mi soffermo sull’iperico; i fusti alti del verbasco che sono le sentinelle dei boschi come mi ha insegnato la mia amica erborista Cecilia; la digitale bianca che spunta all’ombra, quasi alla fine del percorso, in un punto dove mi fermo per ascoltare il vento. Si forma un vortice d’aria fra gli abeti, che porta l’odore degli aghi e delle cortecce. E naturalmente dei merli, dei cuculi, delle cince che si mescolano qui alle foglie, sfuggono ai rapaci: il gheppio o la poiana. Anche se lo raccontassi molte volte questo specifico tratto di strada resterebbe un segreto: cosa sentirebbe qualcun altro? Come potrei convincerlo del potere che c’è qui? Non potrei e non dovrei. Non sono la traduttrice del vento. Sono un’ospite di lunga data, però – forse per questo a volte riesco a cavarne dei versi, delle parole. Questo tratto ultimo di strada stretta è la mia attesa, prima di riemergere sul burrone e sotto la calura, arrivare ai sassi dove ci si arrampica, si battono le mani per scoraggiare le vipere, ci si addentra, nasce il sentiero.</p>
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<blockquote><p>Qual è la natura di questo momento? Chiede la poesia e non abbiamo tregua finché la domanda non trova soluzione. Poi viene posta, di nuovo,</p></blockquote>
<p>ancora Jane Hirshfield in un saggio sull’originalità. La natura dell’Appennino, della saggezza che cerco. Della solitudine densa di rumori e ogni rumore una domanda che ha in sé la risposta. Mi scopro a pensare che l’udito conta più della vista, che nel paesaggio siamo in attesa di decifrare una lingua: quanto vediamo è secondario, serve a calare la sostanza nella forma, ma la sostanza è il suono. Suono composto di tutte le vite che poi gli occhi si impegnano a riconoscere. <em>Prima ascolta, poi guarda. Anzi vedi.</em> Dicono le piante e canta quell’uccellino di cui non riconosco il verso. Ascolta per non essere più soltanto te.</p>
<blockquote><p>Sono colui che è vissuto nel proprio tempo<br />
senza essere sé. Sono il minore della famiglia<br />
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri</p></blockquote>
<p>Leggo questi versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij un giorno in cui è calato il freddo &#8211; piove e io resto a casa, con la finestra aperta perché la nebbiolina dai monti si sparga anche sul tavolo. Come si può vivere nel proprio tempo senza essere sé? È un bene o un male? È una perdita o una grazia? O entrambe? Anche io voglio essere la minore di questa famiglia da cui sono circondata. La più piccola, quella che non sa e per questo può ancora ricordare tutto. Mi viene in soccorso Libera, la bambina protagonista di una fiaba di Matteo Meschiari, <em>L’ora del mondo</em>, uscita a inizio estate. Figlia di tutto e di nessuno, è nata senza una mano, un difetto che può farne un’anomalia nella società, ma che ne fa una sciamana nel mondo dello spirito. Tutti gli sciamani erano toccati dalla diversità o dalla deformità, segno elettivo della loro prossimità allo straordinario nel quotidiano. Libera vive nell’Appennino modenese. Ne condivide l’antichità, pur restando una ragazzina, ha in sé i segni del luogo e di tutte le storie non scritte o dimenticate. Pastori di anime, semidei dai tratti teriomorfi come l’Uomo-Somaro, suo maestro che solo nella morte si ricompone completamente nell’animale; dei alteri e sprezzanti come una lince furtiva; creature-albero che mutano per sopravvivere e tramandare. Nell’Appennino, come in Lavondyss, si apre una regione ignota che conosceremmo bene, se solo volessimo svegliarci. Perché esso ci compone tanto quanto la carne o il respiro o l’osso, esso è tutto quello che amiamo. Ci sono Sedi e luoghi piccoli dove nascondersi dalle potenze, ci sono segreti e doni e pericoli che sono anche amici da tenere a distanza. Ho pensato che sapevo quello che stava accadendo a Libera, non perché io sia selvaggia come lei, ma ancora per quell’insieme di sillabe, quel vocabolo così importante &#8211; Appennino. Dove sono. Di cui ho nostalgia. Dove, per assurdo, sogno la costa estrema, l’odore del salmastro, la riva a nord, l’oceano. Dove posso rivivere tutte le mie mitologie &#8211; inventate, presunte, reali. Dove essere dimenticata e divenire montagna.</p>
<blockquote><p>Loro sono i Pastori. Quando un’anima viene presa o lascia il suo corpo arrivano i Servitori Notturni. E la portano via.<br />
E dove lo portano?<br />
All’Albero Nero.<br />
Non mi piace.<br />
Non ti piace? Chissà quante volte l’hai visto ma non te lo ricordi. Io invece mi ricordo bene di te. La Neanderthal che non è scampata all’incendio della foresta. L’arvicola uccisa dal falco. La cerbiatta presa dal cacciatore villanoviano. La figlia del cacciatore e la nipote della nipote di sua figlia. La matriarca dei cinghiali con i suoi cento discendenti ai Taburri. La neonata morta di peste a Sant’Anna nel 1633. La cagna del dottor Bertocchi a Frassinoro. La gatta di Beata Monterastelli a Ospitale. E Libera la Selvaggia di genitori ignoti.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg" alt="" width="440" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg 908w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-266x300.jpeg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-768x867.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-250x282.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-200x226.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-160x181.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1.jpeg 1418w" sizes="auto, (max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>Questo dice il Mezzo Patriarca arboreo alla bambina, lei stessa luogo di incontro per le vite oltre i legami temporali. È vero che in noi risuonano più esistenze, che possiamo sentirci profondamente vicini a creature altre, sensibili a epoche remote, richiamati da paesi molto oltre l’orizzonte visibile, e non sappiamo spiegare perché. Lo si avverte in modo nitido lasciando in disparte l’umano, muovendoci verso il posto primigenio, ai primordi della nostra stirpe, qualsiasi essa sia. Con il sangue e le memorie familiari e i volti, si alzeranno in nostra difesa il greto del torrente, il rovo, la saltabecca, le case diroccate, gli occhi di una bestia boschiva, quel certo prato, quel preciso masso che ricopre appena una buca. Da cosa ci difenderanno? Non dal terrore, dai malanni, dalla morte. Dalla nostra impazienza.</p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg" alt="" width="430" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 430px) 100vw, 430px" /> </strong></p>
<p><strong>Regione interna del Penwyth, Cornovaglia</strong></p>
<p>Prendiamo l’autobus verso l’interno a poche miglia dalla costa. Siamo io e mia madre, la sua seconda volta in Cornovaglia, la mia quinta. Scendiamo nel piccolo villaggio di Madron, il cui nome rimanda a un presunto santo cristiano che ha incorporato qualche divinità celtica femminile. C’è una sorgente sacra qui, sgorga direttamente dalla terra in un boschetto: l’ho letto qualche mese fa in un libro di Sharon Blackie, che potrebbe rientrare nella categoria eco-femminismo, <em>If Women Rose Rooted</em>. L’autrice racconta che oggi il luogo è dismesso, pur se segnalato. Ci incamminiamo, è abbastanza facile trovarlo. Prima della fonte i soliti alberi a cui sono stati legati nastrini colorati, braccialetti, foglietti con preghiere e desideri. Se ne incontrano tanti nei luoghi sacri o magici dell’isola britannica. Ripenso a St. Nectan’s Glen, più a nord-ovest in questa stessa contea, o alla collina fatata ad Aberfoyle, nell’interno della Scozia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg" alt="" width="425" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-768x959.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-160x200.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>La fonte è prosciugata. Siamo già state avvertite da un gruppo di inglesi, arrivati qui con l’auto: “Spero non siate assetate. Non c’è più nulla”, ci ha detto l’uomo con tono sarcastico, di chi in fondo non ha molto interesse in ciò che ha visitato. Lo registro con fastidio. La fonte è protetta da una piccola cappella aperta, formata da quattro mura di pietra al cui interno ci si può sedere. Secondo la leggenda era custodita da nove vergini, nove donne dedite alla terra e ai suoi segreti. Ma ora l’acqua non sgorga – la calura eccessiva, il cambiamento climatico, l’incuria dell’umano odierno, per lo più curioso, incapace di capire perché nascono miti sulle fonti nel bosco, sugli alberi che le vegliano. Mi viene la tristezza, non scatto nemmeno una foto col cellulare. Riprendiamo il cammino verso Lanyon Quoit, uno dei dolmen della regione. Questa parte di Cornovaglia è ricca di monumenti megalitici e del loro mistero: a cosa servivano? Conosciamo le storie, la sorte che hanno avuto con l’arrivo del cristianesimo, ma sull’origine antica ci sono solo ipotesi non verificabili – essi sono lì da prima della scrittura, cancelli che si aprono per la nostra immaginazione. Tombe, templi, osservatori per le stelle. Penso alle Merry Maidens verso Land’s End, diciannove pietre disposte in cerchio. Le fanciulle allegre, dice il nome non senza un’ironia perfida. Questa è la leggenda cristiana. Diciannove fanciulle trasformate in pietra per aver osato danzare la domenica. Che assurdità.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg" alt="" width="440" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-300x285.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-768x730.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-250x238.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-200x190.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-160x152.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23.jpeg 1526w" sizes="auto, (max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>La brughiera intorno è rialzata rispetto alla strada dove camminiamo, tenendoci vicine ai margini per evitare le rare auto. Ovunque, sui cigli, rovi, e nei rovi le more che cominciano a maturare. Le cogliamo: molte hanno un retrogusto aspro, dovuto alle vicinanza della costa. Mi ricordo quando da bambina ci inoltravamo fra i boschi con barattoli e pentolini di latta, alla ricerca di more, mirtilli, lamponi, fragole. Mangiarle così, dai rovi o dalle piante, era una grande soddisfazione: lo è ancora, anche se mi capita poco sulla mia montagna, perché… le lamponaie, i roveti e i mirtilli sono quasi del tutto spariti. Più facile che colga more camminando fra i paesi a valle, dove alcuni rovi sono stati piantati e hanno proliferato, e naturalmente ogni volta che viaggio in questi paesi d’estate: non manco mai di mangiarne mentre camminiamo, è quasi un rito. Accetto il cibo della terra come un dono.</p>
<blockquote><p>(…) io credo che le vere specie di bacche costituiscano la nostra frutta selvatica, paragonabile a quella più rinomata dei tropici, e per quanto mi riguarda non scambierei altri frutti coi loro, perché il punto non è semplicemente ricevere una nave carica di qualcosa che si può mangiare e vendere, ma anche considerare il piacere che si ricava dalla raccolta.</p></blockquote>
<p>Scrive Henry David Thoreau in un prezioso saggio, <em>Mirtilli</em>, che ho letto recentemente. Parla del mirtillo americano, certo, ma io lo paragono alle mie more e ai miei lamponi, al rovo che ho avuto nell’orto della casa materna per molte estati. Quando seccò mio nonno impiegò un giorno intero a sradicarlo – pianta tenace, difensiva, generosa. Penso spesso alla poesia che ricerco come a un rovo, carico di spine, di frutti asprigni e dolci. Continua Thoreau:</p>
<blockquote><p>Mangi le bacche nei terreni aridi su cui crescono non per soddisfare un appetito, ma con la stessa naturalezza e semplicità con cui i pensieri ti sgorgano nella testa, come se fossero esse stesse cibo per la mente, essiccato di per sé, e senza dubbio in grado di nutrire il cervello.</p></blockquote>
<p>Il suo elogio delle bacche è un inno al gratuito, allo scambio, al godere della natura, all’apprendere nei suoi campi come nella più entusiasmante delle scuole, portando rispetto per coloro che ci camminavano prima di noi, per le altre vite senza prezzo. Imparare a riconoscere chi abita un luogo. Cercare i nomi originari, come, nel caso americano, quelli dati dai nativi alle piante e non quelli importati dai vocabolari greci e latini d’Europa. Addentrarsi. L’opera è anche una condanna al sistema moderno, dove vale solo ciò che è monetizzabile: i bambini nei campi e nei boschi a tingersi le mani di succo violaceo sono roba da sciocchi, da passeri, da animali invisibili. Ma la natura ha vie che riescono ad aggirare i nostri interessi… quasi sempre.</p>
<blockquote><p>Non facciamo caso al pettirosso che becca un mirtillo come invece facciamo quando il volatile visita il nostro ciliegio preferito, e la volpe si aggira nei campi soltanto quando siamo lontani.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Quante cose accadono mentre non siamo lì, non siamo presenti! Eppure sono proprio queste le cose che dovremmo sforzarci di raccontare. Come? Tornando a immergerci, a scrutare l’orizzonte, a percepire i rumori, a scomparire nel giallo o nel verdastro dei campi. Bacche – cibi delle fate. Se ne mangi nulla sarà più come prima, sarai perduta, perduta! Per sempre incantata dagli esseri del crepuscolo, che intrecciano nodi nei crini del cavalli e cavalcano lepri. Quegli stessi esseri che si aggirano tra i megaliti di cui nessuno sa più cosa fare, se non scattare una fotografia. Quegli esseri che aspettano nei miei boschi, sull’Appennino, anche se nessuno ci crede. Raccolgo i frutti, li assaggio, mi perdo con consapevolezza.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Lanyon Quoit non è lontano, ma sotto il sole del mezzogiorno è una conquista: io e mia madre pranziamo lì. Siamo sole per un po’. I turisti sono nei villaggi pittoreschi dei pescatori, sulle spiagge, nei locali della costa – le dico che è normale: anche quando ho viaggiato nelle regioni più a nord e interne della Cornovaglia ho incontrato poca gente. Certo le persone arrivano a piccoli gruppi durante la giornata, spesso in auto e per pochi minuti. Non si paga un biglietto. A volte penso sia questo, in una società distorta dove il valore è dato dal costo, non dall’esperienza, a rendere un posto poco invitante. Arrivano due coppie di stranieri, poi una famiglia locale con il cestino del pic-nic. Noi vorremmo raggiungere Mên an Tol, la pietra forata, il monumento megalitico più singolare della zona, che sappiamo non molto distante. Potremmo riprendere la strada asfaltata, ma cerchiamo la scorciatoia nella brughiera, che vediamo indicata sulla nostra cartina topografica.</p>
<p>Una coppia francese ci soccorre: vengono proprio da lì. Ci indicano la direzione, ci dicono che sì, c’è una specie di sentiero, sommerso dalla sterpaglia. Ci avviamo ed è una piccola avventura. Il paesaggio sembra sempre uguale a se stesso e racconto a mia madre che i folletti che abbondano nei negozi di souvenir, quali portachiavi o calamite, i pixie, piskie, pesky, pigsy, e via dicendo, non sono affatto innocui  omini, buoni come ricordo delle vacanze: è qui che vivono, dispettosi e irascibili, mimetizzati, pronti a condurre fuori strada il viaggiatore che incautamente metta il piede sulla loro zolla. Io ho i miei amuleti, le dico, scuotendo i braccialetti, e quindi a noi non succederà niente. Mia madre scuote la testa, rassegnata. Arriviamo al rudere della vecchia miniera di Ding Dong: sotto la torre, in una buca nella pietra hanno gettato di tutto fra lattine e confezioni di plastica. Qualche cornacchia svolazza, chissà se prova rabbia verso di noi. Molto distante scorgiamo la sagoma di un cairn, un’antica tomba, ma è tardi e non pensiamo di raggiungerlo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-80179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-768x1025.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-250x334.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-160x214.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2.jpeg 1199w" sizes="auto, (max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Ci sono tre sentieri striminziti dietro la miniera – mia madre conduce decisa, seguendo la sua cartina. Attraversiamo altri sterpi, un piccolo fosso segnalato sulla mappa. E in pochi minuti –la pietra forata. Una giovane coppia di francesi si aggira per lì. Li guardo: lei è incinta e a me viene un sorriso. Mên an Tol, che significa proprio “pietra forata”, è formato dai resti di un monumento dell’Età del Bronzo, forse era una vera a propria struttura, un tempio o una tomba, di cui la pietra poteva essere l’ingresso. Ma la verità è che non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è quello che ho letto tanti anni fa nei testi di Mircea Eliade sulla storia delle religioni e in altri libri di tradizioni celtiche. Passare attraverso la pietra per nove volte, con un giro antiorario, garantiva alle donne di restare incinta o di portare a termine felicemente la loro gravidanza, ed era un atto curativo per varie malattie, soprattutto deformità e rachitismo. Vado a memoria, ma non credo di sbagliare. La pietra rinsalda, fortifica, fissa e aggiusta quanto è fragile. Salutiamo la coppia. Quando restiamo sole passo anch’io per il foro e così fa mia madre. La giornata è splendida, l’orizzonte ampio, siamo nel passato ancestrale dell’umanità ed esco dai miei libri, dalle suggestioni che mi hanno guidato fin qui, esco, metaforicamente, come rinascendo dal foro in una pietra circolare. Dimentico quello che so. Cerco quello che sono e dove le due realtà si incrociano. Da una parte della pietra questa brughiera sollevata che si estende in una coda fino agli scogli e all’oceano e rovi di more ai margini; dall’altra una lamponaia sepolta, dei faggi magici, un bosco che a volte risuona come le onde, lassù, nel centro dell’Appennino.</p>
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		<title>Donna che pattina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 06:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni (Buone feste a tutti, buoni ricordi. Che l&#8217;anno che viene sia migliore). A volte la notte passava profonda e tranquilla – non sognava. Altre si svegliava dallo stesso sogno, all’improvviso, prima di sapere come andasse a finire. Tutto aveva avuto inizio quando era tornata a vivere nella casa materna, durante uno degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Buone feste a tutti, buoni ricordi. Che l&#8217;anno che viene sia migliore). </em></p>
<figure id="attachment_77162" aria-describedby="caption-attachment-77162" style="width: 400px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-77162" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming.jpg" alt="" width="400" height="711" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming-576x1024.jpg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming-250x444.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming-200x356.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/peggy-fleming-160x284.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-77162" class="wp-caption-text">Peggy Fleming</figcaption></figure>
<p>A volte la notte passava profonda e tranquilla – non sognava. Altre si svegliava dallo stesso sogno, all’improvviso, prima di sapere come andasse a finire. Tutto aveva avuto inizio quando era tornata a vivere nella casa materna, durante uno degli inverni più gelidi che ricordasse – aveva finito il trasloco i primi giorni dell’anno e si stava riabituando alle stanze del passato come al volto di un estraneo da cui riemerge un antico compagno di giochi, che mai avremmo creduto di perdere. Mina abitava nella città in cui si era trasferita ai tempi dell’università: dopo la pensione, pensava, avrebbe viaggiato, ma sua madre si era ammalata e lei era rientrata nella casa d’infanzia per soggiorni sempre più lunghi, fino a che la madre era morta nel mezzo dell’autunno e lei non era più riuscita ad andare via. Ammalandosi, sua madre aveva iniziato a dimenticare sempre più cose, parole di uso comune e perfino persone care – spesso Mina si voltava per incontrarne l’occhio sospettoso, il dubbio a bocca semiaperta: “Ma tu che vuoi, chi sei?”.</p>
<p>La trovava nel cortile sul retro che parlava a compagni invisibili del lago e dell’inverno in cui si sarebbero messi i pattini per scivolarci sopra, ammirati da tutti, perfino dai pettirossi. Da giovane sua madre era stata un’abile pattinatrice in quel paese silenzioso, di abitazioni distanti l’una dall’altra chilometri &#8211; un piccolo centro anonimo con una farmacia, una banca, un supermercato, pochi negozi e poi niente, nessuno &#8211;   campi, l’orlo dei boschi fra una vita e l’altra, e naturalmente il lago. Un unico album di fotografie raccoglieva le immagini della madre che danzava sul gelo in bianco e nero o che sorrideva in un gruppo di amiche ormai sbiadite, senza nome. Negli anni il lago era rimasto il vero luogo di condivisione per bambini e ragazzi: d’estate per i tuffi e per la pesca, d’inverno per il ghiaccio, che tuttavia si faceva sempre più sottile. Mina non ricordava di aver mai indossato i pattini, appesi e cristallizzati nello scantinato con tutte le cose che non avevano più ragione: una radio di legno a manopole, pacchi di lettere, documenti familiari e luci natalizie che ancora sua madre metteva sull’albero quando era in salute. Se ne era andata da tutto questo crescendo, perché, si diceva, non sopportava più il silenzio, la distanza, la solitudine. Voleva vivere in una città dove incontrare il mondo affacciandosi. Eppure per una qualche stortura del destino non si era mai accompagnata a chicchessia. Gli amori non erano mancati. Gli amici nemmeno. E l’accudire: i gatti e i cani e i molti bambini del centro educativo che aveva diretto per quasi trent’anni, che non si erano opposti alle ali, le avevano lasciate allungarsi dalle scapole per spiccare il volo fuori dal nido, qualcuno per cadere subito, altri per resistere, mentre lei restava a invecchiare, a guardarli volare o pattinare via in un tempo irraggiungibile. Anche nel suo sogno guardava. Era un sogno semplice e non capiva perché la turbasse tanto. Nel mattino scendeva le scale della cantina e tutto era come nella realtà, tranne che per un particolare. C’era una porta, una porta piccola di quelle che si trovavano a volte nelle vecchie cattedrali o in certi libri fiabeschi, per Pollicine e folletti calzolai. Lei si avvicinava perché c’era un rumore oltre la parete. Il respiro era come un sasso nella gola &#8211; era certa una chiava stesse girando nella serratura. A quel punto apriva gli occhi con un misto di rammarico e sollievo.</p>
<p>Quella mattina qualcosa non era al suo solito posto. Affacciandosi si accorse che era nevicato copiosamente e la temperatura continuava a scendere come negli inverni remoti delle fotografie. Il silenzio era così penetrante da essere divenuto rumore – <em>quel </em>rumore. Un rumore che cambiava l’ordine del mondo, avrebbe detto poi, un rumore che non creava musica e non ispirava la danza: voleva solo essere ascoltato. Proveniva dal fondo della casa. Mina si diresse verso le scale e iniziò a scendere. I pattini, la radio, le vecchie lettere, le luci, i documenti – tutto era là. E c’era anche la porta, ma stavolta non era un sogno. Non sarebbe tornata indietro – il luogo era intenso  e chiaro. La porta si aprì con un cigolio e Mina si chinò per guardarci dentro, spingersi nel freddo e poi nelle venature azzurre dell’acqua congelata, perché c’era il lago, di là. Grande quanto una lacrima, quasi di vetro:  nel mezzo una sciarpa rossa, dei guanti, un maglioncino – sua madre che volteggiava sui pattini come una bambina.</p>
<p><em>Il racconto, nato all&#8217;interno<i> di Bottega Finzioni, scuola di scrittura fondata a Bologna da Carlo Lucarelli,  </i>è liberamente ispirato alla poesia di</em> <strong>Margaret Atwood</strong>, &#8220;Donna che pattina&#8221;, <em>che si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/12/01/la-tesa-fune-rossa-dellamore-madri-e-figlie-nella-poesia-femminile-contemporanea-di-lingua-inglese/"><strong>qui</strong></a><em>. </em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine una foto di </em><strong>Peggy Fleming</strong><em>, pattinatrice statunitense, campionessa del mondo (1966, 1967, 1968) e olimpica nel 1968. </em></p>
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		<title>Fare comunità con le arti e raccontarla: l&#8217;impegno come forma della gioia nelle periferie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni &#160; per Gianluca di Lupicciano  La comunità che viene: le ragioni fondanti Si è concluso da poco il festival La comunità che viene, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>per Gianluca di Lupicciano</em><em> </em></p>
<p><em>La comunità che viene: le ragioni fondanti</em></p>
<p>Si è concluso da poco il festival <strong><a href="http://www.reportpistoia.com/pistoia/item/64523-rinasce-ma-in-periferia-leggere-la-citta.html"><em>La comunità che viene</em></a></strong>, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è “qualunque”, con il suo sogno, la sua esperienza e il suo mistero. Ho deciso, come raramente faccio per questioni di pigrizia, ma soprattutto di tempo, di raccontare cosa è accaduto e soprattutto le ragioni personali, profonde e pregresse di quest’iniziativa, promossa dall’<strong>Associazione Palomar</strong> con un contributo importante di Unicoop Firenze, e realizzata principalmente nelle periferie collinari della città di Pistoia, qui nella Valle delle Buri, dove sono tornata a vivere cinque anni fa.</p>
<p>Le condizioni che hanno portato all’ideazione del festival sono riassumibili in questi punti: la presenza di patti di territorio o di collaborazione; un impegno sociale e artistico assiduo, rivolto agli abitanti dei borghi, più che agli addetti ai lavori; la ricerca costante di cooperazione con le realtà socio-culturali dei paesi; la scioccante svolta politica a destra nel governo cittadino; <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/2018/01/la-scuola-lo-scoiattolo-resti-comunale.html">la lotta per la nostra piccola scuola, condotta e vinta tutti insieme</a></strong>.</p>
<p>Circa quattro anni fa è iniziato il mio lavoro volontario nel <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/">Centro Sociale di Santomoro</a></strong>, di cui sono attualmente la presidente, luogo <strong><a href="http://reportpistoia.com/agora/item/53731-patto.html">che beneficia di un patto per la cultura con l’amministrazione comunale</a></strong>, esistente da quasi trent’anni, ma ufficializzato solo in tempi recenti, grazie al regolamento scritto dai precedenti sindaco e vicesindaco, Samuele Bertinelli e Daniela Belliti, insieme a Gregorio Arena, presidente di <strong><a href="http://www.labsus.org/">Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà</a></strong>, che si occupa di patti di collaborazione per i beni comuni su tutto il territorio italiano. Mi soffermo su queste informazioni perché ritengo che stringere un patto per i beni comuni sia qualcosa che dovrebbe interessare tutti coloro che nutrono una qualche visione culturale dei luoghi e un po’ d’amore per i loro vicini.</p>
<p>I patti di collaborazione riguardano la manutenzione di strade, la pulizia di cippi e cimiteri, la riqualificazione di aree verdi, campi sportivi, locali dismessi, l’investimento e la progettazione culturale; molto spesso accade che a stringere questi patti siano persone dei quartieri ricche di volontà, ma magari con pochi strumenti culturali per essere davvero efficaci. Succede quindi che, una volta venute meno queste persone, tutto arranchi e si perda. Sono convinta che se artisti, scrittori, intellettuali si impegnassero nel particolare, accanto agli altri, mettendo da parte la ricerca di gloria mediatica per un po’ di invisibilità collettiva, ma fattiva, quel futuro migliore che ci sembra tanto lontano in quest’Italia allo sbando, diventerebbe un approdo chiaro e tangibile. Questo riguarda anche i politici animati da autentico spirito di servizio e non quella folla di politicanti da social network sempre pronti a esprimersi su immigrazione, diritti, scandali del lavoro, ma quasi del tutto incapaci di entrare nelle vite o nella geografia di un qualsiasi quartiere periferico delle città che magari si trovano ad amministrare – quello stesso quartiere in cui si fa esperienza diretta dell’integrazione e dell’esclusione, del disagio, dei sogni repressi, della cultura negletta, della condivisione. Della politica, in una parola sola, che nei patti di collaborazione unisce civismo attivo e progetto amministrativo democratico sul lungo termine.</p>
<p>Il lavoro culturale a Santomoro si sviluppa in laboratori artistici per bambini e adulti, feste, servizio di biblioteca legato soprattutto alla presenza dei bambini della nostra scuola primaria dell’infanzia Lo Scoiattolo, sperimentazione coi ragazzi nel doposcuola e nelle attività estive. Promuove una lenta tessitura collettiva, che ha come primo compito la valorizzazione degli abitanti e dei più piccoli, perché crescano coltivando speranze e fiducia al posto di ansie e frustrazioni. Dal paese ci siamo spostati alle altre frazioni delle nostre due valli, in nome di rapporti di amicizia e vicinanza, muovendosi lungo le due linee dei circoli Arci e dei patti di collaborazione.</p>
<p>Per qualche anno mi è parso di stare in un sogno, il cui risveglio sarebbe stato strepitoso. Un sogno, lo sottolineo, col cuore a sinistra, in quei valori di giustizia sociale e fratellanza, sostegno agli ultimi (che non sempre sono i più facilmente riconoscibili e talvolta vanno oltre l’umano, nel vivente) e lotta a tutte le povertà – economiche, culturali, spirituali, che condizionano l’essere umano fino a renderlo estraneo a se stesso e al godere del mondo. Poi nel giugno 2017 la destra ha vinto le elezioni comunali. Dopo lo shock ho iniziato a capire che più di prima c’era da proteggere ciò per cui stavamo lavorando e avevo ragione: nell’autunno è arrivata la notizia del progetto di statalizzazione della scuola comunale per l’infanzia, fino ad allora messa al sicuro dall’amministrazione insieme alle altre due piccole scuole dell’area montana. Una brutta notizia per chiunque sappia l’importanza di una scuola comunale in territori fragili, come la collina e la montagna – il passaggio allo stato ne avrebbe determinato la rapida chiusura, perché lo stato non può verosimilmente intervenire nel locale, come fa un comune, che ha il dovere di tutelare le sue aree marginali, affinché non diventino semplici dormitori. Per fortuna dove vivo la scuola è davvero di tutti – il paese e la valle hanno lottato, altri pistoiesi ci hanno sostenuto e la lotta, quando è vera e determinata, indipendentemente dallo snobismo di quotidiani e giornali impegnati, paga. La scuola è ancora comunale.  Di più: la lotta unisce. I rapporti con gli altri paesi si sono rafforzati, e con loro la necessità di alimentare una visione e un impegno comune.</p>
<p>Coltivavo da un po’ l’idea di una manifestazione sul senso della comunità e del lavoro artistico al suo interno, che radunasse alcune delle esperienze significative nel locale e nel panorama nazionale, ne avevo parlato brevemente con il nostro ex-sindaco, Samuele. A Pistoia sotto la sua amministrazione si stava già portando avanti da tre anni un festival ambizioso e tematico, <strong><em><a href="https://www.comune.pistoia.it/5959/Leggere-la-citta/">Leggere la città</a></em></strong>, che aveva il compito di promuovere il dibattito sulle questioni urbanistiche e culturali del comune &#8211;  festival prontamente venuto meno con il cambio della guardia. Ciò di cui abbiamo bisogno ora tuttavia è un lavoro capillare dal basso, che rifondi una comunità plurale, radicata nei quartieri, ma con le porte aperte, capace di accogliere le intelligenze visionarie e la costruzione di progetti per il benessere di tutti, a partire da coloro che sono piccoli o addirittura non ci sono ancora. Così per la mia valle e per l’associazione Palomar mi sono presa la responsabilità di coordinare l’esperienza de <em>La comunità che viene</em>, dedicando questa prima edizione al Racconto di esperienze artistiche, educative e culturali in loci e altrove.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-76379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg" alt="" width="500" height="707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg 2339w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-160x226.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><em>Il festival</em></p>
<p>La manifestazione si è svolta in più giornate, fra la fine di settembre e la metà di ottobre, alternando a eventi con vari ospiti, le “comunità transitorie”, ovvero laboratori ed esperienze rivolti a bambini e adulti, ispirati al lavoro già in corso nella Valle.</p>
<p>Il Racconto ha così, fra momenti di narrazione e altri di sperimentazione e gioia condivisa, portato alla luce la possibilità di trasformare territori per lo più caratterizzati dai concetti un po’ triti di periferia, marginalità, oblio, in centri di vitalità immaginativa, perché a volte dai margini, dalle soglie il mondo si vede meglio, perché, aggiungo, sono questi luoghi dove si possono ancora trovare, seppure residuali e nascosti, quei vincoli affettivi, fra abitanti e famiglie, comunitari.</p>
<p>L’anticipazione di <strong>sabato 22 settembre</strong> si è svolta nella <strong>periferia urbana delle Fornaci</strong>, quartiere nord di Pistoia, noto per le sue molte anime, non sempre in accordo. Villette, residenti storici e antichi, case popolari nella sua area più controversa, che è anche la più viva, e dove per anni sono stati portati avanti progetti di integrazione, rivolti primariamente agli adolescenti e in dialogo aperto con l’attivismo socio-culturale in tutta Italia.</p>
<p>Nei locali dell’ente <strong>Camposampiero</strong> abbiamo ospitato nel primo pomeriggio un laboratorio artistico dedicato ai bambini e condotto da <strong>Serena Zampini</strong>, la cui ricerca da anni va verso la commistione di performance, danza e pittura. L’idea dell’accoglienza e della condivisione è venuta qui naturalmente, mettendo insieme ragazzi con caratteri diversi e facendoli interagire nei gesti, fantasticando di provenire da paesi lontani di cui andavano ricreati i movimenti base di una danza rituale, imbrattandosi le dita nel colore a occhi bendati e chiedendo aiuto alla mano dell’altro per essere guidati sul foglio, perché lo scopo non era certo produrre opere d’arte, ma tirare fuori senza inibizioni l’entusiasmo, la piccola follia, la voglia di esprimersi ed essere ascoltato che tutti abbiamo dentro.</p>
<p>È seguito l’incontro con il professor <strong>Enzo Scandurra</strong>, docente di urbanistica presso l’Università La Sapienza di Roma, e <strong>Marina Dammacco</strong>, una delle anime della compagnia teatrale <strong><a href="https://puntacorsara.wordpress.com/">Punta Corsara</a></strong> di Napoli, di cui segue la parte organizzativa e laboratoriale. Entrambi i relatori, moderati da Antonio Sofia per l’Associazione, sono stati invitati per mettere in contatto mondi che talvolta si guardano appena – quello della riflessione intellettuale di lungo corso sulle questioni e l’intervento artistico, diretto, a contatto con coloro che abitano i luoghi. Enzo Scandurra ha parlato di un passato non lontano (si pensi alla produzione cinematografica degli anni Cinquanta e Sessanta) in cui le diseguaglianze sociali e l’assetto urbanistico dei quartieri era interesse vivo degli intellettuali, del fallimento di progetti amministrativi sulle periferie, nello specifico il caso esemplare del villaggio della Martella, a Matera, pure molto belli sulla carta, perché non si possono “deportare le persone” per un’idea astratta, sebbene nobile, di comunità. Occorre appunto un lavoro fianco a fianco con gli abitanti, che li liberi dalla lente del sociologo, ne faccia materia viva e partecipata e non di studio. E qui si è inserita Marina Dammacco mettendo in atto una vera e propria performance per noi del pubblico per raccontare l’azione teatrale sul tema delle periferie <em>Il Convegno</em>, immaginario quanto verosimile convegno a cui tutti, dai sociologi di cui sopra, agli assessori, sono invitati a esprimersi sul tema, mentre il corpo di un’adolescente che nella periferie risiede, attende pazientemente sdraiata, quasi un cadavere, davanti a loro, muta e non vista fino alla fine.</p>
<p>Le due narrazioni possono sembrare addirittura in contrasto, come superficialmente si considerano troppo spesso arte e accademia, eppure quello stridore è la frizione, la scintilla per la collaborazione efficace fra un’azione dal basso, che coinvolga e chiami pazientemente le persone una ad una, e una visione architettonica e progettuale delle città.</p>
<figure id="attachment_76382" aria-describedby="caption-attachment-76382" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-76382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-1024x686.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76382" class="wp-caption-text">Ilde</figcaption></figure>
<p>Il festival è proseguito poi con l’incontro di <strong>venerdì 5 ottobre</strong>, presso il <strong>Centro Sociale di Santomoro</strong>, un evento a cui tenevo particolarmente, essendo stato il primo ideato e voluto da tempo. Siamo infatti entrati nel vivo del tema, ospitando tre esempi di interazione fra arti e territori marginali, difficili, comunque non esattamente sotto i riflettori.</p>
<p>La poetessa <strong>Azzurra D’Agostino</strong> e la preziosissima <strong>Daria Balducelli</strong> hanno illustrato l’attività appenninica dell’<strong><a href="http://www.sassiscritti.org/">associazione SassiScritti di Porretta Terme</a></strong>, una geografia montana prossima a noi del versante pistoiese e a noi sorella. Con il festival <strong><em>L’importanza di essere piccoli</em></strong>, giunto all’ottava edizione, sono la poesia e la canzone d’autore, a essere portate nei borghi della montagna, mettendo poeti e pubblico in un rapporto diretto, frontale. Il successo di questo festival, che ogni agosto riunisce una comunità eterogenea, creando legami affettivi che durano nel tempo, si deve in buona parte proprio alla scelta dell’ambientazione, al coraggio di salire le strade dei paesi di montagna, di stare fra la pieve e il bosco, o, come fu per la prima edizione, nel giardino di una casa privata. Chi partecipa diviene parte in causa e questo fa la differenza. Tra le altre attività promosse dall’associazione &#8211; <strong><em>InRitiro</em></strong>, calendario di laboratori residenziali, artistici e formativi, e una costante interazione col territorio, fra cui vale la pena ricordare il laboratorio teatrale con e per donne migranti, sull’Antigone, e la mobilitazione a sostegno degli <strong><a href="http://www.sassiscritti.org/2016/02/16/conclusione-della-vicenda-philips-saeco/">operai della Philips Saeco</a></strong>, impegnati in un presidio durato 71 giorni, iniziato a fine novembre del 2015 dopo l’annuncio dell’imminente licenziamento di 243 persone. Un sostegno avvenuto con la vicinanza della parola, della musica, delle conoscenze condivise, che non avrà cambiato le sorti degli operai, ma ha restituito almeno la dignità dell’essere insieme nello smarrimento, operai, artisti, musicisti, umani solidali.</p>
<p><strong>Mario Cubeddu</strong>  per <a href="http://www.perdasonadora.it/">l’<strong>associazione Perda Sonadora</strong></a>, è venuto a narrarci la storia del <strong><em><a href="http://www.settembredeipoeti.it/">Cabudanne de sos Poetas</a></em></strong>, festival di poesia che si svolge a inizio di settembre dal 2004 nel paese di Seneghe, nell’entroterra della provincia d’Oristano, un festival felice e longevo, nato grazie alla presenza di una consistente tradizione poetica in lingua sarda e in seguito diventato momento di incontro per la poesia a livello nazionale. Mario e l’amica Mattea Usai, sono stati fra i primi promotori del festival, grazie a una serie di eventi realizzati nel ristorante gestito nei primi anni duemila da Mattea, vera e propria semina per la manifestazione. Perché spesso succede così: si sperimenta in piccolo e poi si prende forza, si vede che ci sono altri pronti a seguire, si tenta, si salta e se la semina è buona si spicca il volo. A Seneghe in quei giorni la poesia è dappertutto. Dal cuore della Piazza dei Balli, alle viuzze, ai ragazzi che presto ricominceranno la scuola, alla piccola biblioteca, un paese apre le porte, accoglie, e a chi partecipa sembra di essere tornato fra antichi amici. È stato Mario a ricordarci nel suo intervento la centralità dell’agire politico, riprendendone la dimensione esistenziale, ben prima che partitica,  che Hannah Arendt, nel suo <em>Vita activa</em>, gli conferiva. Eccole le parole famose della grande filosofa: “L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo.”</p>
<p>Il progetto di <strong><a href="https://www.facebook.com/viaRomaReggioEmilia/">Via Roma a Reggio Emilia</a></strong> ci è stato raccontato da due dei suoi promotori: <strong>Pierluigi Sgarbi e Irene Russo</strong>. Via Roma è una strada popolare del centro storico della città, ma la sua “cattiva fama” la pone di diritto fra i luoghi fragili e periferici scelti per la nostra rassegna. È in realtà una via multietnica, osservatorio d’elezione su molte comunità che qui si incrociano: chi ci vive da sempre, chi ci si è insediato, chi la visita durante gli eventi, chi vorrebbe poter restare e naturalmente quelli che stanno crescendo. Può la creatività incentivare la coesione sociale? La risposta è ovviamente sì, ma a noi interessano le modalità e la reazione degli abitanti coinvolti.  L’azione creativa di Via Roma si sviluppa fra il  monumento simbolo di Porta Santa Croce, un orto urbano, alcune osterie, fra cui la <strong><a href="http://www.ghirbabiosteria.it/">biosteria Ghirba</a></strong>, nel festival sulla fotografia e naturalmente fra le persone – Irene e Pierluigi insistono sui momenti preparatori alle attività, come l’occasione per la conoscenza reciproca e quindi l’unione. Gli eventi non piovono dal cielo, ci sono persone che sistemano i locali, prendono contatti, distribuiscono materiali, cucinano, e questo è, per chi lo fa, la fatica, ma anche il sabato del villaggio. Ciò che resta oltre la soglia del visibile e a cui molti pronti a scendere in piazza con qualche vessillo, a speculare e spaccare in quindici un capello moribondo, non sono abituati. Eppure  quel qualcuno che rende possibili gli eventi è l’anima e la persona più importante, è l’accoglienza. L’uso concreto dell’immaginazione, hanno proseguito i nostri ospiti, crea memoria collettiva, contatto fra gli artisti e gli abitanti, che aprono case, negozi, spazi di quartiere come accade durante il <strong><a href="https://www.fotografiaeuropea.it/off2018/2018/04/14/via-roma-non-esiste/">festival di Fotografia Europea</a></strong>,  intitolato per l’ultima edizione: Via Roma non esiste. Come un’utopia, in nessun luogo e ovunque – ovunque si lavori perché <em>utopia </em>diventi <em>eutopia</em>: il buon luogo.  La serata è terminata con un rinfresco offerto dal Centro Sociale e appunto cucinato dalle persone che ne fanno parte, che sono anche coloro a cui di cuore dedico questo evento specifico, perché senza di loro non potrei fare nulla.</p>
<p>Siamo così arrivati ai quattro giorni intensi  e finali compresi fra giovedì 11 e domenica 14 ottobre.</p>
<p><strong>Giovedì</strong> siamo scesi in città, ospiti del <strong>Circolo Arci Bugiani</strong>, dove Palomar ha la sede. È un circolo inusualmente ricco di proposte, il cui calendario è sempre fitto di riunioni ed eventi, dove i valori della sinistra non sono soltanto parole, dove trovano posto i ragazzi delle vicine scuole elementari e medie e varie associazioni. Insieme all’ideatrice, l’artista <strong>Emanuela Baldi</strong> abbiamo presentato e raccontato <strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">il progetto artistico-formativo IO SONO QUI</a></strong>, promosso dall’Associazione Zappa! di Prato cui io stessa ho preso parte insieme a un gruppo di responsabili formato da Emanuela, la performer Francesca Campigli e la psicoterapeuta Paola Papi. Con un team vario (due videomaker umbri, Lorenzo Bernardini e Michele Manuali; un grafico emiliano, Marino Neri, e un fotografo come noi toscano, Guido Mencari). IO SONO QUI rispondeva a un bando del MIUR indirizzato a <em>progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, di cui <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/">ho ampiamente scritto</a></strong>, e si è svolto nella città di Camerino nell’estate 2017.  Al festival ci hanno raggiunto tre dei bambini coinvolti, insieme alle loro mamme: oltre la gioia e la commozione di rivedersi dopo un lavoro intenso e provante, abbiamo così avuto la conferma che certi semi danno frutto e ricordo, che è poi quanto sempre si persegue. Ma abbiamo anche avuto la conferma che queste azioni, dove partecipanti e ideatori si mettono profondamente in gioco, dovrebbero essere quelle a cui dare rilievo se vogliamo un presente diverso, di reciproco sostegno e immaginazione, che parta dai ragazzi. Questo significa che i media per primi potrebbero ogni tanto decidere di raccontare queste <em>storie minime</em>, di rispondere ai molti appelli, telefonate, email – di diffondere speranza oltre che sgomento o sdegno. Cosa fa o non fa notizia, infatti, dovrebbe deciderlo il coraggio non l’opportunità. E cosa è davvero opportuno nei tempi bui che stiamo vivendo?</p>
<p>Abbiamo concluso con un’apericena al circolo e il concerto di un gruppo di giovanissimi, gli <strong>Sgurz</strong>, formatosi proprio per questo festival, che hanno unito i loro strumenti, dalla batteria al sax, agli archi, per riproporci canzoni di resistenza, gioia e lotta dal nostro cantautorato storico e da altre culture.</p>
<p><strong>Venerdì 12 ottobre</strong> abbiamo ripetuto il racconto di IO SONO QUI al <strong>Circolo Arci di Santomoro</strong>, dove abbiamo anche concluso con un’apericena e un dj set con Santo Jimmy, un amico di lunga data, mentre nel primo pomeriggio, al Centro Sociale di Santomoro, ho voluto inserito nel programma il primo incontro per <strong><em>Il Viaggio dell’Eroe</em></strong>, un laboratorio di scrittura poetica gratuito che conduco dal febbraio 2017 nella Valle delle Buri, girando fra i paesi e con qualche puntata in città, che è giunto ora alla terza e finale avventura, <strong><em><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/p/il-viaggio-delleroe-autunno-2018.html">L’Isola Chenoncè</a></em></strong>. Il laboratorio è nato primariamente grazie alla collaborazione con il Centro Diurno Desii3 come progetto di  integrazione fra diverse marginalità: psichica, sociale, geografica. Una volta al mese, con una pausa estiva, ci ritroviamo in un Circolo Arci, una proloco, un centro di quartiere, una casa o un prato, a leggere e scrivere poesie su temi scelti dal mondo archetipico della fiaba. Al tavolo si stabilisce una nuova forma di uguaglianza: che si provenga da una situazione di disagio psichico, che si sia bambini o anziani, che si viva su per le colline  o nel centro urbano, qui tutti abbiamo qualcosa da riscoprire ed è sorprendente la capacità di ascolto che ne deriva, fra persone che forse, per le vie più comuni, non si troverebbero mai. Perché la verità basilare è che siamo tutti fragili. Abitiamo tutti una qualche periferia, geografica, della società, dello spirito. Saperlo ci rende prossimi e ci mette in pace. Questo io l’ho capito camminando con gli altri sul sentiero della poesia, tirando fuori la parte di noi da proteggere, ma anche la forza eversiva e gli strumenti per dirsi. Per questo appuntamento siamo “volati via”, proprio come i fratelli Darling dietro Peter Pan, riprendendo il discorso con l’infanzia e magari trovando che non è così dorata come ce la vogliono illustrare. In questo laboratorio siamo temporaneamente un popolo consapevole, dentro uno più grande e spesso inconsapevole, che ci accomuna per lingua, tradizione o destino.</p>
<figure id="attachment_76381" aria-describedby="caption-attachment-76381" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-76381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76381" class="wp-caption-text">Andrea e Rosalba, la polenta stesa</figcaption></figure>
<p>Siamo così arrivati a <strong>sabato 13 ottobre</strong>, nella “valle di là”, a <strong>Iano</strong>, con cui da più di un anno Santomoro tiene un rapporto di amicizia e sfida, grazie al duello poetico fra due paesani, <strong>Chiara Vitali</strong> e <strong>Michele Berti</strong>, nato su internet, sviluppatosi poi in due sfide epocali nei rispettivi circoli, fomentato da <strong>Antonella</strong>, la maestra della nostra scuola dell’infanzia, di origine ianese, e confluito in un piccolo libro che ripercorre anche la tradizione del cantar di poesia, dell’ottava rima da queste parti, stampato col contributo del Centro Sociale di Santomoro e del Comitato paesano di Iano. Ci tengo a dire tutto questo per far comprendere che il festival non è piovuto dall’alto, come alcune grandi e ben finanziate manifestazioni-astronave in cui artisti, scrittori, intellettuali letteralmente invadono i luoghi senza nessun tipo di sensibilizzazione precedente. Per noi è una tappa di un percorso comune, faticoso ed entusiasmante.</p>
<p>Ci hanno ospitato la <strong>Biblioteca di Iano</strong>, sita nell’ex scuola elementare del paese e gestita, grazie a un altro patto di collaborazione, dal <strong><a href="https://www.facebook.com/ComitatoPaesanoDiIano/">Comitato paesano</a></strong>, e la stupenda <strong>Casa del Popolo</strong>, unica già nella sua struttura circolare.</p>
<p>Nella biblioteca per le comunità transitorie <strong>Ginevra Ballati</strong> ha condotto il laboratorio <strong><em>Storie di animali</em></strong>, rivolto ai bambini, che hanno realizzato i loro libri sotto la guida dell’artista. I bambini, mi preme dirlo, erano quasi tutti di Iano, grazie al lavoro fatto dai volontari per il coinvolgimento. In questo caso la corsia preferenziale è d’obbligo – non si importa la partecipazione, la si crea lentamente dove si sta.</p>
<p>È seguito presso la Casa del Popolo un incontro a cui tenevamo moltissimo sulla scuola della Barbiana, con la storica e scrittrice <strong>Vanessa Roghi</strong> e <strong>Ezio Palombo</strong>, uomo che ha avuto una lunga e singolare esperienza di sacerdote e che è stato amico sincero di Don Lorenzo Milani. A moderare per Palomar i nostri <strong>Laura Bonanno</strong> e <strong>Marco Leporatti</strong>.  Mentre i nostri ospiti raccontavano a me sembrava che l’esperienza di Don Milani si riflettesse sui volti dei miei compagni in questa Valle, Valentina, Luciana, Lido, Laura, Daniela, Isa, Mirna, Enrico, per dirne solo alcuni, e  nel patto che ci tiene.  Ezio Palombo ricordava il valore del voler bene alla gente, che non è e non può essere tutta l’umanità – come in quel verso della Szymborska, “preferisco me che vuol bene alla gente a me che ama l’umanità”.  Che significa scegliere a chi dedicarsi, se ne abbiamo gli strumenti, e da quel momento non retrocedere di un passo. Vanessa ha raccontato le ragioni personali dietro al suo libro <strong><em><a href="http://www.lavoroculturale.org/lettera-sovversiva/">La lettera sovversiva. Da Don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 2017)</a></em></strong>, e ha insistito sull’impegno per la scuola, una scuola che non può e non deve essere solo il perseguimento di un voto su una tabella. Si dovrebbe imparare a scuola la via dell’emancipazione, perfino dell’obiezione di coscienza, quel radicale “se pur tutti, io no”.  Ricorda Ezio Palombo nelle prime pagine del libro della Roghi, a proposito della scuola popolare di San Donato: “Vedevo per la prima volta seduti, intorno ai tavoli della scuola, ragazzi cattolici e ragazzi comunisti, perché la verità, diceva Don Lorenzo, non era di destra e non era di sinistra, ed era compito della scuola insegnare a cercarla”.  Ezio ha quasi novant’anni, è lucido e tagliente, testimonia una lezione dei più vecchi, male assorbita dalle generazioni seguenti, ma che è attuale e opportuno riprendere, non tanto per rispolverare la nostalgia, quanto per agire. Così il lavoro di intellettuali come Vanessa Roghi è quanto mai utile ora,  perché aiuta a districare le trame in cui il paese sembra essersi attorcigliato e intorpidito e lo fa, in questo caso, partendo dal tema dei temi: l’educazione, che precede tutto e non è riducibile a un bagaglio di nozioni. Ecco perché l’abbiamo voluta quassù. Perché i paesi della Valle, sono luoghi piccoli, sostenuti dalla possibilità di incidere davvero non su X vite pescate affidandosi alla fortuna, ma sulla vita di ragazzi che conosciamo nel volto e nel carattere.  In questi luoghi tutti siamo responsabili dei processi educativi, tutti siamo chiamati per nome. Qualcuno più forte, forse, perché chi più sa, più deve sentirsi responsabile verso gli altri.</p>
<p>Abbiamo concluso in bellezza, cenando tutti insieme e ascoltando musica e alcuni di noi tirando tardi, bambine comprese, prima di salutarci.</p>
<p>La mattina seguente siamo saliti all’ultimo e più alto dei paesi, <strong><a href="https://www.facebook.com/baggioforever.bucci.1">Baggio</a></strong>, dove si trova la proloco e il Museo del Carbonaio, ultimo dei tre patti di collaborazione. Ci aspettavano i volontari e <strong>Cecilia Lattari</strong> e <strong>Lucia Mazzoncini</strong>, custodi dell’ultima avventura nelle comunità transitorie, <em><a href="https://www.facebook.com/events/482489765583826/">Camminare il silenzio</a></em>.  Siamo entrati nel bosco. In un cerchio silenzioso Cecilia e Lucia ci hanno simbolicamente unito con un filo che è stato poi reciso, a sancire il passaggio dalla dimensione quotidiana a una immersiva nella natura che pure qui è compagna riconoscibile. Qui certe volte scendono i lupi. Qui, nei nostri borghi, i cervi vengono nelle piazze alla fine dell’estate, quando comincia il periodo dell’amore. Qui cominciano quelle castagnete che hanno sfamato tanta gente durante le guerre. Qui la memoria ha un altro passo rispetto alla parola. Cercando di mantenere il silenzio una settantina di persone fra adulti e bambini hanno camminato per il sentiero di un’antica processione paesana, raccogliendo sassolini, rami, fiori, gusci da donare poi alla Bure, il nostro torrente. Un cammino breve, rituale, verso l’acqua, come verso la verità ultima del nostro essere temporaneo e costante insieme, del nostro renderci infine al mondo che è ben più vasto dell’umano e lo si avverte quando si entra in un luogo noto mettendo da parte le nostre abitudini e acuendo i sensi alla sua presenza, alla voce dell’acqua e del vento. Al ritorno siamo risaliti dall’acqua al bosco agli olivi già carichi e pronti per la raccolta, alla strada. Alla proloco intanto si stava preparando un pranzo toscano e antico, con la polenta stesa e tagliata col filo, la pappa al pomodoro, il fungagnino appena trovato, i necci di farina di castagne con la ricotta e i canti dell’Italia popolare sul giradischi. Abbiamo pranzato tutti insieme sotto un bel sole sulla grande terrazza che si affaccia sulle due valli. Ecco, in questi momenti qui, io non credo ma so, che è possibile lavorare per una felicità diversa, io non credo ma so che questo serve, un lavoro incessante, un affetto capace di crescere, una o più persone che spendono tanto del loro tempo per la comunità e hanno il diritto di non sentirsi abbandonate. A un certo punto Michele di Iano si è alzato ed è andato ad abbracciare <strong>Rosalba Bucci</strong>, la presidente della proloco di Baggio e questa è fra le pagine di letteratura non scritta che serberò con cura.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-76380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 577px) 100vw, 577px" /></p>
<p>Provengo per una parte della mia famiglia, quella paterna, dall’Appennino montano, dalla Sambuca Pistoiese. Ne ho scritto, ne parlo, scappo come posso al mio bosco del Prataccio per ritrovare quel mio antico amico. Ma Santomoro e la Valle delle Buri, che in qualche modo dipendono  dal ramo materno della mia storia, grazie alla mia bisnonna che era nata qui, mi hanno insegnato ad apprezzare la gente, il popolo di questa microscopica geografia. Non tutta la città, non tutta la nazione, non tutto il mondo: una Valle appenninica, una sola – per una vita è sufficiente.</p>
<p>Concludo questo mio lungo scritto rivolgendo un pensiero a chi a quella tavola a Baggio mancava. Se tutto questo è stato possibile è perché nel 2016 con un’altra persona, l’allora presidente del circolo Arci di Lupicciano, Gianluca Menichini, dal cui spirito spero di aver imparato qualcosa, immaginammo per primi di camminare fra i nostri paesi, con le storie e la poesia. Immaginammo un lavoro coeso per tutta la Valle, sperimentammo nell’estate il percorso io lui e Valentino di Santomoro e il 2 ottobre 2016 camminammo davvero, con tanti altri, fra Santomoro e Lupicciano, leggendo e ascoltando poesie, parlando delle erbe e delle piante, rievocando le infanzie degli abitanti, fino a un altro sole, al Portico di Goro, un altro luogo affacciato sulla vallata, dove pranzare tutti insieme.  Gianluca per questioni sue più che legittime e dopo molti anni al servizio del suo paese,  ora ha lasciato ad altri ed è da una telefonata di diversi mesi fa che non ci parliamo.  Ma io non dimentico. Gianluca, grazie. Questo è per te.</p>
<p><strong>********</strong></p>
<p><strong>La locandina è stata realizzata da Benedetta Matteoni a partire da una foto di Chiara Vitali di un gruppo di bambini della scuola Lo Scoiattolo in visita alla Bure. Questa è la foto che ha accompagnato tutta la nostra lotta per la &#8220;scuolina&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Le fotografie scelte per l&#8217;articolo sono state scattate da Eleonora Chiti nella giornata conclusiva a Baggio. Altre giornate del festival sono state documentate da Giovanni Fedi per il quotidiano online Reportcult e si trovano ai link seguenti.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/fotografie/collection133209313-72157656497231769/set72157695800052090.html">22 settembre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157672042195817.html">5 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157700775013081.html">11 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157699167636332.html">13 ottobre</a></strong></p>
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		<title>Anche le storie piccole fanno rumore. La scuolina di Santomoro</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Dec 2017 06:15:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anticipo subito ai lettori di Nazione Indiana che questo è un pezzo legato a una realtà locale, minuscola, quasi microscopica &#8211; la mia, sulle colline del comune di Pistoia, nella Valle delle Buri. Certamente scopro l&#8217;acqua calda, ma sto maturando sempre più in questi anni la convinzione che se artisti e intellettuali non torneranno a conoscere bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anticipo subito ai lettori di Nazione Indiana che questo è un pezzo legato a una realtà locale, minuscola, quasi microscopica &#8211; la mia, sulle colline del comune di Pistoia, nella Valle delle Buri. Certamente scopro l&#8217;acqua calda, ma sto maturando sempre più in questi anni la convinzione che se artisti e intellettuali non torneranno a conoscere bene i loro territori,  a interagire e impegnarsi con essi,  una certa idea bellissima in cui molti di noi credono è destinata a scomparire. Quest&#8217;idea è la comunità accogliente. Favorirla, difenderla, raccontarla, immaginarla è un nostro dovere, perché ne siamo capaci, forse più di altri. Buon Anno a chi resiste, a chi lotta, a chi spera, a chi sa che &#8220;me stessa, me stesso&#8221; sono parole che si perdono in tanto altro per restare vive. Non sempre le storie piccole non fanno rumore. (F.M.)</em></p>
<p><strong>Articolo già apparso su ReportPistoia a questo link:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportpistoia.com/agora/item/54894-la-bella-fiaba-dello-scoiattolo-di-santomoro-che-rischia-di-essere-cancellata.html">http://www.reportpistoia.com/agora/item/54894-la-bella-fiaba-dello-scoiattolo-di-santomoro-che-rischia-di-essere-cancellata.html</a></strong></p>
<figure id="attachment_71768" aria-describedby="caption-attachment-71768" style="width: 470px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o.jpg" alt="" width="470" height="627" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o.jpg 1511w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/25542655_10215047577211548_1320904788763910722_o-768x1024.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 470px) 100vw, 470px" /><figcaption id="caption-attachment-71768" class="wp-caption-text">Fotografi e collage di Chiara Vitali, una della tante anime attive de Lo Scoiattolo e di Santomoro.</figcaption></figure>
<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Non tutte le scuole sono uguali, alcune sono grandi, altre piccole, alcune si trovano in pianura e altre in collina o in montagna, alcune hanno vicino un torrente, altre delle strade antiche – alcune, infine, sono il fulcro di una comunità intera, che le protegge. Conosco molto bene uno di questi casi – è la Scuola dell’Infanzia Lo Scoiattolo a <a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.it/"><strong>Santomoro</strong></a>, il paese dove sono tornata a vivere e dove è nato il mio compagno. Ho scelto da quando ero bambina di essere vicina ai piccoli e credo che sia proprio quando ho scoperto questa scuola, grazie a mia nipote Marta, che ho iniziato a comprendere e amare questo paese. Ci vuole pazienza, quanto scrivo non è un semplice appello ed è più di un articolo e io sento di dover dire a tutti la preziosità di questo luogo per far capire il rischio che stiamo correndo.  Allora era Natale proprio come ora. Dovevano consegnare i regali ai bambini e fu idea della maestra Laura di far apparire un’aiutante di Babbo Natale… fu deciso che fosse una fata (o mezza strega) con campanellini alle caviglie e quella fata ero io. Non era la prima volta che raccontavo fiabe ai ragazzi, ma era la prima volta che entravo lì dentro, di rosso vestita, mentre fuori fioccava un po’ di neve. Tornata a casa da mia suocera, mi raccontarono che quando Tiziano aveva cinque anni e sua sorella tre si prendevano per mano e andavano da soli alla scuolina, scendendo le scalette e attraversando la strada, vegliati da tutto il paese. Perché quando si arriva a quella scuola non si va semplicemente in un posto bello, da qualche parte sulle colline, ma si entra nel vivo di Santomoro e tutti hanno una parte – bambini, genitori, paesani, anziani. Come mai? Cosa succede lì? <span id="more-71767"></span>Lo Scoiattolo è una scuola comunale e in virtù di questo ospita attività speciali, dove il paese tutto, i bambini e il personale della scuola collaborano, si incontrano, condividono. Così a me capita di uscire e magari trovarmi sulla strada un gruppetto di ragazzini che tornano dalla nostra Bure d’inverno e in primavera, coi cestini pieni dei regali degli alberi e della terra: “Ciao Francesca, siamo stati in gita!” mi diceva due anni fa Giulio, che ora è in seconda elementare. Oppure vanno a trovare gli abitanti delle aie del paese guidati da Alberto, che non è un maestro e non lavora a scuola – è Alberto, abita a Santomoro, fa il volontario con la Croce Verde e molto altro. O vengono al Centro Sociale, struttura che ha un patto di territorio con il comune di Pistoia, per fare dei laboratori con artiste e amiche, per dipingere con la verdura, per scoprire i segreti dell’acquarello, per decorare con la lana una cancellata, per ascoltare una storia o fare dei sacchetti magici con le cose che hanno recuperato dal bosco. Li accompagnano le maestre e a volte ci segue perfino uno dei miei gatti, che ormai conoscono tutti. Poi ci sono le feste: la Sera dei Racconti a fine ottobre, quando sia la scuola che il Centro si animano e i bambini vanno in giro per il paese e poi arrivano da noi, a ricevere un libro misterioso nella nostra biblioteca. La pesca di beneficienza natalizia, che si svolge per tutta una giornata e vi sbagliereste pensando che riguardi solo le famiglie: dal paese arrivano i più anziani, coloro che andavano alla scuola negli anni Settanta, noi dal Centro Sociale – è, senza bisogno di dircelo, un momento importante per la nostra comunità, che esiste grazie ai bambini. Noi li guardiamo un po’ stupiti che abbiano già dei pensieri misteriosi, li guardiamo convinti che saranno migliori di noi e noi ci faremo da parte, li sosterremo. Sempre a Natale, arriva nella scuola il Postino a bordo di una vecchia lambretta e con la tuta da neve, perché scende, solo a Santomoro, direttamente dal Polo Nord. Un Postino molto strano che assomiglia tanto a Valentino di Montagnana, ma si sa che per le feste tutti diventano un po’ incantati. E ancora, la Caccia al Tesoro primaverile, un’iniziativa nata all’interno del calendario del Centro Sociale e che ha nelle maestre Antonella e Letizia un supporto fondamentale – si svolge la domenica, quando la scuola è chiusa, ma si cresce insieme ben oltre gli orari lavorativi, ed è per questo che lo Scoiattolo è una tappa della Caccia, che le maestre vestono a tema, trasformandosi, per esempio, in piratesse come è accaduto in quella bellissima giornata dello scorso aprile. Fanno molto di più, le maestre: ci consigliano, ci chiamano per darci idee, ci ispirano. Mi fermo e potrei continuare e so che se qualche paesano mi leggesse mentre scrivo di sicuro avrebbe da aggiungere la sua, magari dicendomi che io non c’ero quando è stato fatto questo o quello coi bambini. Anzi un’ultima storia la voglio raccontare: è accaduta quest’estate, quando al Centro Sociale è stata recapitata una lettera della vecchia maestra ora in pensione, quella Laura che mi aveva trasformato in fata, anni fa. Una lettera piena  di gratitudine che spero sempre saremo all’altezza di meritare. Scriveva, Laura, del suo sogno di una scuola che vive in tutto il paese e nella Valle. Ho detto l’ultima, ma non è vero: perché poi c’è la storia della maestra Antonella, anima e informatrice del duello poetico fra adulti tra Iano e Santomoro, essendo lei di Iano e insegnando qui da molti anni. C’è la nostra Liliana che non posso certo definire solo “collaboratrice scolastica” – è una custode, nel senso più alto del termine, una parte integrante dello Scoiattolo e di Santomoro. Sembra una fiaba, vero? Sì, ed è una fiaba reale, è nostra e di chi viene a trovarci. Ma è notizia di poche settimane fa la volontà del comune di statalizzare questa scuola, perché quando si palesa un bisogno vero o presunto di denaro la prima cosa che si taglia è la scuola, nonostante chiunque, di qualsiasi segno politico, voglia riempirsi la bocca col “bene dei bambini prima di tutto”. Il bene di questi bambini è avere <u>questo</u> Scoiattolo, così com’è e questa è una notizia sconvolgente, è la banalità del male che riduce tutto a numeri ed economie, considerando le comunità meno di niente, mentre noi siamo persone, capite? Siamo un paese. Statalizzando Lo Scoiattolo certo la scuola non chiuderà, ma tutto quanto vi ho raccontato andrà perduto: ci sono altre regole nella scuola statale, regole di cui non discuto la giustezza, ma che occorre sempre contestualizzare e mal si calano a Santomoro, perché ledono e addirittura distruggono qualcosa di molto bello che c’è e vogliamo preservare.  Il personale è il primo ad andarsene; poi seguono tutte le attività, che semplicemente non sono permesse. La scuola si chiude in sé e il paese resta fuori a guardare. Niente più Racconti, niente più Bure, niente più gite con Alberto, niente più laboratori al Centro Sociale, niente più Postino, niente più iniziative fuori dagli orari, niente più Natale insieme. La scuola diventa una come tante altre, senza legame con il suo territorio, già in lotta perché è una periferia, una di quelle non riportate nelle guide turistiche, una di quelle realtà ricche di storia, passione, personaggi che la poesia sa amare, ma non gli amministratori ciechi. Il paese diviene mutilato. E non una mutilazione da poco – ci levano il cuore. E questo noi non lo possiamo permettere, perché quei bambini sono i figli di tutti, qui, sono i bambini di una Valle e hanno, oltre le loro famiglie, amici, compagne d’avventura, sorelle e fratelli maggiori.  Noi combatteremo perché il bene non china la testa e non si lascia colpire in silenzio. Noi saremo, come in una fiaba da raccontare ancora ai bambini, il Giacomo di Cristallo di Gianni Rodari – ci faremo coraggio l’un l’altro perché quanto scritto fin qui è vero e forte e ci rende più uniti contro ogni potere scellerato.</p>
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		<title>Storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 06:01:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa poesia nasce da un racconto molto personale sull’eccidio di Santomoro, avvenuto il 22 giugno 1944. I fatti sono riportati in varie pubblicazioni locali, ultima in ordine di tempo: C’era una volta un torrente che scorreva lungo un piccolo paese, nato su una strada che portava alla Badia… a cura di Laura Bassareo per il Centro Sociale di Santomoro, stampato in proprio nel 2017. Serrantona è la località dove si trova il cippo dedicato alle vittime. Un altro cippo, dedicato a tutti i caduti del paese nelle due guerre, si trova sotto la chiesa di Santomoro. “Non vi è nulla di nuovo sotto il sole” (Ecclesiaste, 1:9). La mia scelta di pubblicare qui questa poesia ha un valore di testimonianza, certo, ma è anche un atto di gratitudine, per tutto quanto questo piccolo paese in cui sono tornata a vivere mi continua a insegnare, anche in tempi cupi, come quelli che viviamo (ndf).</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-71074 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/13063361_527337860801888_3903099338686593211_o-1024x575.jpg" alt="" width="720" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/13063361_527337860801888_3903099338686593211_o-1024x575.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/13063361_527337860801888_3903099338686593211_o-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/13063361_527337860801888_3903099338686593211_o-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/13063361_527337860801888_3903099338686593211_o.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Tra una donna di ottant’anni e una bambina<br />
che ancora non va a scuola<br />
passa una vita oppure un corpo<br />
che diviene e si infittisce<br />
ma anche l’altro che stranisce<br />
nella fossa privata della storia<br />
o nel cipresso chiuso<br />
della Serrantona.</p>
<p>Non vi è nulla di nuovo sotto il sole<br />
in un posto minuscolo si scuce<br />
la rete del cielo, si scompare<br />
si ripongono i resti sotto un fiore.</p>
<p>Vennero all’inizio dell’estate<br />
ne presero cinque<br />
per il soldato che si ferì da solo<br />
e non lo voleva confessare.<br />
Io non so come sia morire<br />
per il calcio del fucile<br />
la bocca sulla terra e scava<br />
respira tutto</p>
<p>com’è forte ridere, esserci, tremare<br />
non strappare più l’erba per gioco &#8211;<br />
il prato a testa in giù dove si è liberi<br />
per poco, sprofondati<br />
tra gli animali minimi del suolo.</p>
<p>Uno era anche il tuo babbo e mi hai detto<br />
che non sai più che viso avesse<br />
una voce che viene e non si vede chi parla<br />
una bambina che corre e non urla<br />
sotto il cancello del cimitero.</p>
<p><em>Ci stanno cinque scale coi pioli</em><br />
<em> Ci stanno cinque morti senza chiodi</em><br />
<em> legati dai paesani con stupore</em><br />
<em> per non farli cadere sul selciato</em><br />
<em> legati con pietà o con dolore</em><br />
<em> legati con il sangue alle colline</em><br />
<em> come si lega il male alle memorie.</em></p>
<p>Non resistono giorni abbastanza<br />
per tradire il passato<br />
io non so come sia dopo aver ascoltato<br />
perché poi bisogna crescere, andare<br />
dimenticare</p>
<p>eppure sta questa nostra amicizia<br />
tra il torrente gentile della Bure<br />
e l’umano non trascorso<br />
come un tempo presente, tutto intero.<br />
Dove nasce un paese, dove finisce<br />
dove vanno le cose che sappiamo<br />
dove t’incontro, dove si accampa il vero?<br />
Dove sono coloro che amiamo?<br />
E io dov’ero?</p>
<p>Perché mente chi dice che non c’ero.<br />
Si ricompone in sogno la bambina<br />
quello che è fratturato si fa saldo<br />
sentire che ogni giorno ricomincia<br />
l’impresa disumana di tenere<br />
le briglie troppo corte dell’amore<br />
e più le tiro più ci fanno stretti<br />
ci allacciano dispersi in un racconto<br />
dove ora abbasso gli occhi per capire<br />
costringo questo soffio di futuro –<br />
dove eravamo tutti, ma tu eri una soltanto</p>
<p>anch’io provavo a vivere lì accanto.</p>
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		<title>L&#8217;anima perduta dei Circoli Arci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 06:10:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[santomoro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Questo articolo è apparso lunedì 11 ottobre sul quotidiano online ReportPistoia, a cui si deve il titolo, che mi sembra appropriato. Lo rilancio su Nazione Indiana perché penso che possa essere utile a chiunque sia interessato al volontariato culturale, specialmente negli spazi Arci, sempre più in abbandono. Ho aggiunto link a eventi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Questo articolo è apparso lunedì 11 ottobre sul <a href="http://www.reportpistoia.com/agora/item/52613-l-anima-perduta-dei-circoli-arci-il-caso-delle-fornaci.html"><strong>quotidiano online ReportPistoia</strong></a>, a cui si deve il titolo, che mi sembra appropriato. Lo rilancio su Nazione Indiana perché penso che possa essere utile a chiunque sia interessato al volontariato culturale, specialmente negli spazi Arci, sempre più in abbandono. Ho aggiunto link a eventi e blog locali per ulteriori informazioni &#8211; il link cui rimando per la Casa in Piazzetta è in realtà un archivio blog di un laboratorio tenutosi lì nel 2014 (fm).</em></p>
<p>Dopo <a href="http://www.reportpistoia.com/pistoia/item/52565-raccolta-alimentare-di-casapound-alle-fornaci-bar-costretto-a-chiudere-dopo-le-polemiche.html">i recenti fatti che hanno messo il Circolo delle Fornaci sotto riflettori </a>di cui si farebbe volentieri a meno, ho pensato che era il momento di raccontare un’esperienza diversa in quel luogo di cui sono stata parte attiva. Ho pensato, soprattutto, che in un lungo periodo di crisi dell’Arci, che difetta riguardo l’offerta culturale e il dibattito politico, serve più che mai il racconto, perché i fatti non parlano da soli: anzi, se lasciate soli, cadono nell’oblio. No, non è ammissibile che Casa Pound provocatoriamente pretenda di fare raccolte di beneficenza in un luogo fondante della sinistra sociale. Non è nemmeno corretto etichettare tutta la beneficenza come buona: buono è ciò che aiuta l’emancipazione dalla povertà di ogni tipo &#8211; economica, spirituale, intellettuale; buona è la ricerca del benessere di tutti, aldilà di etnia, credo, classe, non ciò che crea dipendenza verso un gruppo ideologico che avversa concetti di uguaglianza, rimarca assurdi confini identitari e preferisce la paura alla conoscenza. Ma quando i luoghi restano vuoti e le formule non corrispondono alle pratiche reali, il minimo che può succedere è che altri subentrino, sostituendo i loro scopi ai valori che dovrebbero resistere oltre personalismi e lotte di potere. Sono cresciuta a un campo di distanza da dove sorge l’attuale circolo delle Fornaci. Allora c’era una pista irregolare di pattinaggio e una struttura messa su alla meglio per le iniziative estive del circolo, che si trovava in Via di Sant’Alessio. Una catapecchia in confronto all’edificio moderno che vediamo oggi, eppure quella catapecchia era piena di vita e si animava ancora di più durante la Festa dell’Unità, mentre le sale dell’attuale circolo fanno un po’ tristezza al confronto. Ho passato le estati dall’infanzia all’adolescenza in quella pista, a litigare, fare comunella, a rifugiarmi sotto la fornace per starmene in pace fra le sterpaglie e il casottino dei pattini di Tiberio, Artemio Balli, il  presidente della società di pattinaggio. Sono diventata più o meno adulta, ho lavorato e studiato all’estero, sono tornata. E al mio ritorno c’era il circolo fresco di inaugurazione.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70594" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/trav-check.jpg" alt="" width="617" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/trav-check.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/trav-check-300x152.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/trav-check-768x390.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 617px) 100vw, 617px" /></p>
<p>Nell’autunno del 2013 ho iniziato a proporre iniziative, per poi entrare nel consiglio qualche mese dopo: era novembre ed eravamo reduci da una delle tragedie in mare che aveva colpito i profughi a Lampedusa. L’assessore alla sanità dell’isola aveva lanciato un appello per una raccolta fondi e pensai che potevamo raccoglierlo, con <a href="https://www.facebook.com/events/539435366151393/?acontext=%7B%22ref%22%3A%223%22%2C%22ref_newsfeed_story_type%22%3A%22regular%22%2C%22action_history%22%3A%22null%22%7D"><strong>un concerto di solidarietà</strong></a>. C’era da una parte da rispondere a un’emergenza vera; dall’altra da fare musica – e se nei circoli non si fanno suonare i ragazzi, si contribuisce a togliere loro spazi, a rendere l’aria cattiva, a fermare quel meraviglioso senso di libertà e sovversione che vive nelle migliori esperienze musicali. Il punk rock è libertà, citando Kurt Cobain. I ragazzi devono poter suonare, anche stonando, andando fuori tempo, trovando il loro tempo. All’evento parteciparono vari gruppi &#8211; rap, punk, dream pop, rock. Tantissima gente. Iniziò la collaborazione con <strong>Lorenzo Fedi</strong>, il giovane fonico dell’Arci, che al circolo Garibaldi organizzava concerti, intercettando gruppi italiani ed europei e dando voce ai giovanissimi della provincia, molti dei quali frequentavano la sala prove della <a href="http://noiseandpoetry.blogspot.it/"><strong>Casa in Piazzetta</strong></a>. Grazie all’aiuto di Lorenzo abbiamo dato vita a concerti, ospitando emergenti, gruppi di varia provenienza, <a href="https://www.facebook.com/events/216829045194598/?acontext=%7B%22action_history%22%3A[%7B%22surface%22%3A%22dashboard%22%2C%22mechanism%22%3A%22calendar_tab_event%22%2C%22extra_data%22%3A%22[]%22%7D]%2C%22source%22%3A2%7D"><strong>perfino parigini</strong></a>, esperimenti giovanili, animando serate, pomeriggi e nel gennaio 2015 la <a href="https://www.facebook.com/events/692497360866134/?acontext=%7B%22action_history%22%3A[%7B%22surface%22%3A%22dashboard%22%2C%22mechanism%22%3A%22calendar_tab_event%22%2C%22extra_data%22%3A%22%7B%5C%22dashboard_filter%5C%22%3A%5C%22past%5C%22%7D%22%7D]%2C%22ref%22%3A2%2C%22source%22%3A2%7D"><strong>Notte Rossa dell’Arci alle Fornaci</strong></a>.</p>
<p>Era bello ed era vero – esisteva un filo connettore con il Circolo Garibaldi e Casa in Piazzetta, memori che le Fornaci erano già la scena di un importante evento sociale legato alla musica: lo S’concerto di Quartiere, esperienza decennale di radicamento sul territorio e spazio per le espressioni giovanili. Poi, convinta che volere è potere, ho ideato alle Fornaci un festival di poesie, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/10/perche-tale-e-la-mia-natura-festival-di-poesie/"><strong>“Perché tale è la mia natura”</strong></a>, fratello minore del festival <strong><em>L’importanza di essere piccoli</em></strong>, promosso dall’<strong><a href="http://www.sassiscritti.org/">Associazione Arci Sassiscritti di Porretta Terme</a></strong>, che da anni porta poeti e cantautori nei borghi dell’Appennino emiliano e che tra il 2014 e il 2017, durante la scorsa amministrazione, ha coinvolto anche il comune di Pistoia. Poeti di caratura nazionale, autofinanziamento, interazione con operatori e artisti locali. Quando dissi che volevo fare un festival di poesia alle Fornaci, qualcuno sgranò gli occhi, come se fossi pazza. Ma questo accade perché da una parte spesso la gente ignora che l’anima della poesia non è roba da salotto: sta nei margini, si nutre del contatto con il molteplice e il diverso; dall’altra ha un pregiudizio sciocco verso questo quartiere e dimentica che l’unico modo per cambiare le cose è osare avere una visione. Tantissimo lavoro e bellezza e, in negativo, molta solitudine nel fare. L’anno dopo il festival ha avuto la sua seconda edizione in due diversi momenti: <a href="https://www.facebook.com/events/1378973755759917/?acontext=%7B%22action_history%22%3A[%7B%22surface%22%3A%22dashboard%22%2C%22mechanism%22%3A%22calendar_tab_event%22%2C%22extra_data%22%3A%22[]%22%7D]%2C%22source%22%3A2%7D"><strong>uno primaverile gestito dai ragazzi di Piazzetta</strong></a> e aperto agli adolescenti con le loro poesie e la loro musica; e quello estivo, per cui grazie all’interessamento di Arci provinciale e la mediazione di alcuni del consiglio, arrivò anche un finanziamento per coprire le spese.</p>
<figure id="attachment_70595" aria-describedby="caption-attachment-70595" style="width: 489px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-70595" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/LOCANDINA-NINFA-TESTO-CORRETTO-piccola.jpg" alt="" width="489" height="692" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/LOCANDINA-NINFA-TESTO-CORRETTO-piccola.jpg 661w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/LOCANDINA-NINFA-TESTO-CORRETTO-piccola-212x300.jpg 212w" sizes="auto, (max-width: 489px) 100vw, 489px" /><figcaption id="caption-attachment-70595" class="wp-caption-text">Illustrazione e grafica di Ginevra Ballati</figcaption></figure>
<p>Ad aggiungere impegno a maggio il circolo aveva ospitato<a href="https://www.facebook.com/events/355906801283418/?acontext=%7B%22action_history%22%3A[%7B%22surface%22%3A%22dashboard%22%2C%22mechanism%22%3A%22calendar_tab_event%22%2C%22extra_data%22%3A%22[]%22%7D]%2C%22source%22%3A2%7D"><strong> la festa annuale di Nazione Indiana</strong></a>, realtà intellettuale della rete, il più antico dei blog letterari della cui redazione faccio parte, insieme a scrittori e poeti del nostro panorama. Incontri sull’educazione di genere, sull’Islam, sui libri di recente pubblicazione dal fumetto al reportage, al cinema e al video, coinvolgendo educatori e operatori del territorio come l’insegnante Pina Caporaso e Michele Galardini, direttore del festival Presente Italiano e attivo al circolo con un programma di cineforum. Ero tuttavia stanca e abbandonata a me stessa – non riuscivo più a reggere tutto da sola. Così dopo il festival me ne sono venuta via, salutando un’ultima buona iniziativa del Circolo &#8211; una festa Arcobaleno realizzata insieme ad Arcigay di Pistoia. Era il 2015 e io già mi stavo impegnando per il paese dove risiedo, Santomoro, collaborando con il <a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.it/"><strong>Centro Sociale</strong></a> di cui ora sono la presidente. Venendo via ho portato con me alcune cose, adattandole e migliorandole: <a href="https://www.facebook.com/events/286613261844345/"><strong><em>Zucche Vuote!</em></strong></a> i laboratori per bambini di Halloween, diventati qui una piccola tradizione; e la poesia, che si è trasformata in esperienza laboratoriale e itinerante nella Valle delle Buri, con il progetto <a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.it/p/il-viaggio-delleroe-autunno-2017.html"><strong>Il Viaggio dell’Eroe</strong></a>. La musica è rimasta indietro, con mio grande rammarico: si agisce a seconda dello spazio in cui siamo, delle esigenze del territorio in cui ci muoviamo – cose che imparo quotidianamente in questo paese alle pendici dell’Appennino. Cosa mi resta? Amici, esperienza, il valore dell’impegno. E cosa vuol dire tutto questo? Prima di tutto che spesso c’è un modo errato di intendere il volontariato sociale. Questo significa seguire e attuare un immaginario vivo e sociale, non donare semplicemente un po’ del proprio tempo, ma far sì che ci sia posto per le idee, mettendosi in discussione perché sappiamo che il risultato sarà gratificante, che la gioia sta nel condividere. Secondo, che nei circoli non basta mettere vagamente a disposizione delle stanze. Bisogna accompagnare chi viene, servono figure di bravi mediatori, che creino legami con il mondo urbano, riconoscendo “chi ci è” da “chi ci fa”. Queste sono responsabilità precise che chiunque voglia attivarsi nell’Arci dovrebbe considerare: volontariato non significa fare alla meno, significa che c’è qualcosa che conta più dello stipendio nella nostra scala di valori e per cui, magari, lo stipendio è funzionale. Significa offrire luoghi per la diversità di espressione e comportarsi da buon ospite quando qualcuno arriva: farlo sentire a casa. Perché questo erano, talvolta ancora sono, i circoli: le case di tutti, la Casa del Popolo. Una casa dove la sinistra dovrebbe mostrare la sua faccia migliore e comunitaria. Le case se non si curano crollano. Le porte non vanno soltanto aperte – bisogna uscire a cercare l’altro, sempre, come scriveva il poeta Hölderlin, e infine invitarlo, lasciarlo entrare.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70596" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/perchetalenaturaprimavera.jpg" alt="" width="513" height="666" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/perchetalenaturaprimavera.jpg 1232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/perchetalenaturaprimavera-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/perchetalenaturaprimavera-768x997.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/perchetalenaturaprimavera-788x1024.jpg 788w" sizes="auto, (max-width: 513px) 100vw, 513px" /></p>
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		<title>Belve, mostri e scatole di cartone. L’incontro con l’altro nei libri illustrati per l’infanzia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 11:16:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni L’altro, si sa, è sempre il grande enigma che ci definisce. Lo si fugge, lo si cerca, lo si teme, lo si incontra per caso, lo si guarda come in uno specchio ribaltato. Tornando a perdermi nella mia collezione di albi illustrati per la prima infanzia, mi sono accorta che gran parte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>L’altro, si sa, è sempre il grande enigma che ci definisce. Lo si fugge, lo si cerca, lo si teme, lo si incontra per caso, lo si guarda come in uno specchio ribaltato. Tornando a perdermi nella mia collezione di albi illustrati per la prima infanzia, mi sono accorta che gran parte di quella folla di bambini buffi e normalissimi, di animali feroci che compaiono in luoghi improbabili, di famiglie bizzarre, mostri, attraversatori di boschi di professione ha in comune proprio l’esperienza dell’altro nel suo molteplice manifestarsi. Con la potenza evocativa dell’illustrazione, poche parole essenziali, che a ogni pagina si rida a crepapelle o ci si commuova una volta chiuso il libro, questo suggeriscono al bambino e all’adulto che vi entrano: l’altro c’è, ineluttabile, sorprendente, necessario. Di più: sotto tutti i sentimenti che ne derivano resiste un impulso primigenio dell’umano e dell’infanzia: il desiderio di esplorazione, di scovare chi vive dall’altra parte, sta dietro una porta, fa capolino dalle grotte, viene a sedersi sulla nostra collina preferita.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70464" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/going-on-a-bear-hunt-collectors-edition-print.jpg" alt="" width="679" height="328" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/going-on-a-bear-hunt-collectors-edition-print.jpg 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/going-on-a-bear-hunt-collectors-edition-print-300x145.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 679px) 100vw, 679px" /></p>
<p>Si comincia con un rito, complice un babbo tentatore, che guida tutta la famiglia, cane domestico incluso, a caccia di un orso, seguendo il ritmo incoraggiante della filastrocca: “A caccia dell’orso andiamo. Di un orso grande e grosso. Ma che bella giornata! Paura non abbiamo.” <a href="http://www.mondadoristore.it/caccia-dell-Orso-Ediz-Helen-Oxenbury-Michael-Rosen/eai978880465543/"><strong><em>A caccia dell’orso</em></strong></a> scritto nel 1989 da <strong>Michael Rosen</strong> e illustrato da una delle più note illustratrici britanniche, <strong>Helen Oxenbury</strong>, è un classico per l’infanzia, con una struttura semplice e un testo memorabile, dove l’altro viene affrontato con spirito d’avventura, alternando tavole in bianco e nero in cui si ponderano gli ostacoli del percorso ad altre colorate ad acquarello, immersive, in cui insieme ai protagonisti si scivola nei suoni dell’erba e dell’acqua verso la caverna dell’animale… che non ha alcun desiderio di essere disturbato da una famiglia impicciona e spavalda e infatti fa scappare tutti a gambe levate, a ritroso nella natura che unisce e separa, fino alla porta di casa.  I suoni onomatopeici,  il fiorire del paesaggio dal tratto della Oxenbury, in negativo prima, a colori poi, segnano un percorso di avvicinamento, eccitazione, fuga, come un bellissimo gioco in cui la paura si trasforma in curiosità. E anche l’orso che alla fine torna verso la sua dimora per riprendere sonno, sembra più malinconico che minaccioso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70465" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70.jpg" alt="" width="589" height="589" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70.jpg 882w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/GruffaloNewCover_882_882_70-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 589px) 100vw, 589px" /></p>
<p>L’altro spaventoso, che sarebbe meglio non disturbare e non andare a molestare nella sua tana, lo si ritrova nelle amatissime storie del <a href="http://www.edizioniel.com/prodotto/il-gruffal-15-anni-9788867141159/"><strong><em>Gruffalò</em></strong></a> (senza accento nell’originale inglese), inventate da <strong>Julia Donaldson</strong> e illustrate da <strong>Axel Scheffler</strong>. Chi è il Gruffalò? Un bestione peloso, aggressivo con artigli e zanne affilate, occhi giallastri, che, soprattutto, non esiste se non nella fantasia di un topolino deciso a scampare agli inviti a cena di volpi, gufi, serpenti… perché, casomai accettasse, sarebbe lui stesso il piatto principale! Il Gruffalò è l’altro immaginario, confezionato appositamente per difendersi, perché nulla funziona meglio che vantare conoscenze altolocate e zannute nella piramide alimentare, meglio ancora se perfino ignote alla massa, quando si è destinati a una vita da preda. Ma cosa succede se poi l’energumeno si manifesta davvero? Andrà “cucinato” anche lui con l’inventiva che viene dalla lotta per la sopravvivenza.  E nel caso il Gruffalò, ormai pieno di timore verso il Topo Tremendo, avesse <a href="http://www.edizioniel.com/prodotto/gruffal-e-la-sua-piccolina-9788867144013/"><strong>una figlioletta temeraria</strong></a>, il topo aguzzerà l’ingegno, giocando sull’illusione, la luce della luna che ammalia e inganna chi la guarda, proiettando ombre tremule e gigantesche. Alla fine il topolino si salva sempre, raggira i predatori, muta la sua fragilità in potenza. Nei libri del Gruffalò l’altro viene creato più che riconosciuto o incontrato, si nutre di dettagli presunti che passano di bocca in bocca, viene manipolato dalla consapevolezza del narratore e dall’ingenuità di chi ascolta, diventando una mera questione di prospettiva, in cui la fantasia è più vera del vero, le menti dei vari animali, vittime dell’eloquente topolino, vedono la bestia terribile (Gruffalò o Topo Tremendo che sia) ben prima che questo abbia corpo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/creaturabanner.jpg" alt="" width="613" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/creaturabanner.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/creaturabanner-300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/creaturabanner-768x392.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 613px) 100vw, 613px" /></p>
<p>Addentrandosi in una sfera più intima dell’esperienza infantile fantasia e paura animano <a href="http://www.kalandraka.com/it/collezioni/raccolta-nome/particolare-del-libro/ver/una-strana-creatura-nel-mio-armadio/"><strong><em>Una strana creatura nel mio armadio</em></strong> </a>scritto e illustrato da <strong>Mercer Mayer</strong> nel 1968, con una tecnica e un immaginario molto vicini a quella di <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/23/dove-sono-le-cose-selvagge/">Maurice Sendak</a></strong> nel suo capolavoro <em>Nel paese dei mostri selvaggi</em>, pubblicato cinque anni prima. La vicenda è la più ordinaria: un bambino nel suo letto che non riesce a prender sonno perché teme il buio e coloro che lo abitano. L’armadio per esempio, socchiuso e sospetto, non potrebbe essere la dimora di un mostro famelico? Il bambino si arma con un fucile giocattolo, ma il mostro che esce allo scoperto non ha nulla di raccapricciante: è a pallini, ha l’espressione di un povero malcapitato che non sa dove cercare riparo, piange e urla quando il bambino gli “spara”. A questo punto il bambino diventa il consolatore – il povero mostro è innocuo, un po’ ridicolo, sciaguratello… e se ne va dritto sotto le coperte con il protagonista, dove entrambi aguzzano nuovamente i sensi, perché altre porticine scricchiolano, altri intrusi, magari stavolta davvero minacciosi, si avvicinano. Grazie al disegno incantato e buffo insieme il libro ci porta nella conoscenza reciproca, il metodo più efficace contro la paura dell’altro. Paura, scoperta, ribaltamento di ruoli, amicizia, infine. Non si è più stranieri quando si diventa amici, quando vengono messe in condivisione le proprie vicende. Di amicizia trattano i prossimi libri sfogliati e ammirati, ognuno declinandola secondo un particolare sguardo e ambiente. <a href="http://www.illibraio.it/libri/michelle-knudsen-un-leone-in-biblioteca-9788882038366/"><strong><em>Un leone in biblioteca</em></strong> </a>scritto da <strong>Michelle Knudsen</strong> e illustrato da <strong>Kevin Hawkes</strong>, ha ancora une belva come protagonista, che però si distingue per un comportamento inusuale: va in biblioteca per ascoltare le storie che vengono lette nell’angolo dei ragazzi, impara a non infrangere le regole, si mette al servizio della direttrice, la signorina Brontolini. Poi un giorno la signorina Brontolini cade dallo sgabello, fratturandosi un braccio, e per soccorrerla il leone rompe tutte le regole: corre, ruggisce, fa rumore nel luogo del silenzio e per questo, brontolato malamente dal bibliotecario, se ne va. Solo più tardi il bibliotecario comprende l’errore, trovando la signorina a terra nel suo ufficio e da lì inizia la ricerca del leone in città, perché la biblioteca senza di lui non è più un luogo speciale. Il libro è prima di tutto un inno alla lettura, al mondo delle storie e ai posti dove questo è custodito, ma l’inno si dispiega proprio attraverso la presenza straordinaria di un altro inaspettato, indomabile all’apparenza e poi mite e fedele quando viene vicino. Un amico speciale dalle pagine, fatto di stupore, selvaticità, riconoscenza. Nessuno è mai solo ciò che sembra, gli altri, come i libri, vanno aperti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-70467 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Un-leone-in-biblioteca-3.jpg" alt="" width="523" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Un-leone-in-biblioteca-3.jpg 523w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Un-leone-in-biblioteca-3-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 523px) 100vw, 523px" /></p>
<p>E anche i bambini, con il loro universo, la loro alterità, vanno saputi vedere, senza sentimentalismi di sorta, quasi mettendosi al pari, permettendo al bambino che siamo stati e non all’adulto che ci invade di sentire e sapere cosa vive l’infanzia. <a href="http://www.edt.it/libri/la-balena-della-tempesta/"><strong><em>La balena della tempesta</em></strong></a> di <strong>Benji Davies</strong> si svolge sulla costa e il paesaggio marino è il microcosmo abitato da Nico e da suo padre, un pescatore. Le giornate del bambino sono lunghe e  malinconiche, del grido dei gabbiani, dell’odore della sabbia e del pesce, come ampiamente suggeriscono i disegni di Davies, dove nessuno parla, sebbene l’emotività dei personaggi riempia la pagina. Dopo una tempesta Nico trova una balenottera spiaggiata. Riesce a trascinarla in casa e la sistema nella vasca, nascondendola, almeno fino a sera, dal padre. Il bambino teme che il padre si arrabbi, ma quando infine l’uomo scopre l’esistenza dell’ingombrante e silenzioso ospite, sarà per lui la rivelazione dei sentimenti di solitudine del figlio, profondi, struggenti, azzurri come un cetaceo disperso. Insieme riporteranno l’amica nell’oceano e il distacco è reso più leggero dalla presenza del genitore. Chi è la balena apparsa all’improvviso? L’infanzia nel suo costante evolversi fatto di arrivederci, abbandoni e scoperte, la bellezza e il timore di essere soli, la necessità di una conferma in chi è più grande: non tanto perché sia maestro e guida, ma perché sappia stare accanto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/balena-tempesta.jpg" alt="" width="622" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/balena-tempesta.jpg 925w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/balena-tempesta-300x267.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/balena-tempesta-768x682.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 622px) 100vw, 622px" /></p>
<p>Privo di adulti e tutto concentrato sulle relazioni fra bambini, anche <a href="http://www.edt.it/libri/sulla-collina/"><strong><em>Sulla collina</em></strong></a>, sempre illustrato da <strong>Benji Davies</strong>, ma scritto da <strong>Linda Sarah</strong>. Devo dire che ho un particolare attaccamento a questo libro – e spesso, sfogliandolo, mi sono proiettata su quella collina del primo autunno, quando il cielo cambia e quasi si rannicchia sulla terra, le foglie ondeggiano e c’è ancora abbastanza luce e calore per giocare all’aperto. Uto e Leo salgono sulla collina, trascinando scatole di cartone più grandi di loro. “Certe volte sono re, soldati di ventura, astronauti. Certe volte sono pirati che solcano cieli e mari in tempesta. Ma sempre, sempre sono Grandi Amici”. Hanno un ritmo a due che li contraddistingue. Poi un giorno Samu, un altro bambino, prende coraggio e con la sua scatola di cartone raggiunge i due amici: Leo subito accoglie il nuovo arrivato, ma qualcosa si interrompe per Uto, che si incupisce, si isola, fino a non voler più salire sulla collina e distruggere la sua scatola. Il nuovo arrivato è un destabilizzatore per lui, stravolge un equilibrio segreto. Seduto in casa disegna per ore due scatole l’una vicina all’altra. Deve accettare il mutamento e non ne sembra capace. Poi un pomeriggio Leo e Samu lo chiamano da fuori, lo invitano ad affacciarsi: hanno preparato per lui la scatola di tutte le scatole &#8211; gigantesca, piena di aquiloni, bandierine, colori e con le ruote!</p>
<p>Il gioco può riparare le ferite che nessuno ha inferto eppure Uto avverte benissimo. I tre bambini spingono l’incredibile “Mostro Creatura Scatola Cosa”, che chiamano MegaRobo, di nuovo su per la collina: fanno merenda, viaggiano attraverso incredibili avventure, semplicemente posizionando MegaRobo in modi diversi, sono felici, in una Samu-Leo-Utitudine, un ritmo a tre che finalmente piace a Uto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70473" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/onasuddenhill.jpg" alt="" width="645" height="575" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/onasuddenhill.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/onasuddenhill-300x268.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 645px) 100vw, 645px" /></p>
<p>“È nuovo. Ed è bello”. Dove si sta bene in due, andrà meglio in tre.E quanto sperimentano i bambini risuonerà in molti dei lettori come una nostalgia, uno di quei momenti in cui ci siamo approcciati a una nuova conoscenza con riluttanza e nessuno spirito collaborativo, convinti che sarebbe andato tutto storto… e invece l’altro ci ha sorpreso. Anzi, ci siamo sorpresi noi uscendo dalle nostre sicurezze, entrando in un nome nuovo, multiplo, un’attitudine alla spensieratezza che ha bisogno di scosse e novità per farsi forte.</p>
<p>Cosa succede però se l’altro non arriva dall’esterno, ma da dentro? Un sembiante infantile, per esempio, che si allunga nell’ombra di una belva boschiva e tutto si sforma, si fa scuro e contrario. <a href="http://www.rizzoli.eu/libri/virginia-wolf-la-bambina-con-il-lupo-dentro/"><strong><em>Virginia Wolf, la bambina con il lupo dentro</em></strong></a>, scritto da <strong>Kyo Maclear</strong> e illustrato da <strong>Isabelle Arsenault</strong> affronta il tema complesso della depressione quando si è bambini, la tristezza inguaribile che toglie colore al mondo. Il libro gioca con la vicenda e i nomi di due sorelle famose, la scrittrice Virginia Woolf, affetta da una forma nevrotica che la condusse al suicidio, e Vanessa Bell, la maggiore, nota pittrice. Così nella prima tavola possiamo riconoscere la stanza iconica della scrittrice nella sua abitazione a Rodmell, nel Sussex, ma qui sono due protagoniste bambine ad animarsi: una di giallo vestita, dall’abito al fiocco in testa, l’altra in ombra, che urla invece di parlare e le parole riempiono la pagina a lettere capitali, che ha un muso lupesco e due orecchie appuntite invece di un viso da bambina. Niente va come dovrebbe: “Un giorno mia sorella Virginia si è svegliata che aveva un lupo dentro. Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano”, dice Vanessa, che, decisa ad aiutarla, prende coraggio, e, trovando un pertugio ancora libero dal buio, entra nella dimensione in bianco e nero della sorella. Va, insomma, a casa dell’altro, ribaltandosi e rischiando pure lei di perdere il senno. Una volta arrivata qui chiede a Virginia dove vorrebbe essere, se c’è un posto bello e libero dalla malattia dell’anima, e quel posto è “Bloomsberry”, che fiorisce dal pennello di Vanessa in bocci, rampicanti, rami, uccelli canori, caramelle. Anche Virginia prende i colori e arricchisce questo paesaggio dove la tristezza si ribalta a sua volta in allegria e sorellanza e… mentre il mondo torna al suo posto scopriamo che quelle orecchie da lupo non erano che un fiocco azzurro sulla testa della bambina! Andare verso l’altro, quando l’altro fa male, è prigioniero nel suo infinito spavento, richiede amore e inventiva. Richiede di non avere pregiudizi, essere curiosi perfino quando ciò che atterrisce non ha unghioni ritorti e fauci spalancate, ma è invisibile e quindi può essere ovunque.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Virginia-Wolf-16_modificato.jpg" alt="" width="632" height="349" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Virginia-Wolf-16_modificato.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Virginia-Wolf-16_modificato-300x166.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Virginia-Wolf-16_modificato-768x424.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Virginia-Wolf-16_modificato-1024x566.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 632px) 100vw, 632px" /></p>
<p>Concludo questo viaggio con un classico inglese amatissimo, finalmente tradotto in italiano nel 2016 – <a href="http://www.mondadoristore.it/Una-tigre-all-ora-del-te-Judith-Kerr/eai978880466037/"><strong><em>Una tigre all’ora del tè</em></strong></a>, scritto e illustrato da <strong>Judith Kerr</strong> e pubblicato nell’originale nel 1968. Il libro vive di un fascino segreto e della semplicità della storia, che è difficile e perfino inopportuno piegare a una qualsiasi morale, come è in genere malsano fare con le opere dell’immaginazione quando essa va selvaggia, simile agli strani animali incontrati fin qui. Sophie e la mamma si preparano a prendere tè con biscotti e pasticcini, quando il campanello suona. Sarà il lattaio? Il ragazzo delle consegne? Il babbo? Nessuno di questi normali soggetti: è una tigre “grande, grossa, pelosa e a strisce”, che educatamente chiede di unirsi al tè. Nessuno sbigottimento da parte di Sophie e della mamma, che accolgono la tigre come se fosse un ospite normale, solo che è l’appetito tigresco a essere straordinario: in breve la tigre dà fondo a tutto quanto trova di commestibile o di bevibile, dalle cibarie della dispensa all’acqua dei rubinetti, cosicché Sophie, quando la tigre saluta e si congeda, deve mettersi la camicia da notte saltando il bagno in vasca – speranza, in realtà, di molti bambini nell’ora serale. Per di più all’arrivo del padre non c’è niente da servire in tavola e l’uomo ha un’idea: andare a cena al ristorante! Un bel modo per terminare una giornata di quotidiana straordinarietà. Sarà davvero accaduto? O la tigre è una metafora, un’illusione condivisa? Judith Kerr fuga ogni dubbio prontamente: il giorno dopo, al supermercato, mamma e bambina acquistano un bel barattolo di Cibo per Tigri, perché.. non si sa mai, dovesse farsi di nuovo viva a scampanellare. “Ma da quel giorno nessuno l’ha più vista”, si conclude la storia. Una fiaba d’accoglienza &#8211; fare posto per chiunque viene -, un addio speciale all’infanzia, come una tigre che ha fame di tutto e che poi non c’è più e <em>sarà stato vero? ci saremo stati davvero, mamma?</em> certo, lo conferma questa Scatola della Sopravvivenza o di Cibo per Animali Ingombranti; un elogio della libertà e del caos; un inno all’inglesissima ora del tè &#8211;  la tigre è l’altro indecifrabile, ma è e resta soprattutto se stessa e suona una trombetta dispettosa, mentre noi chiudiamo il libro. L’altro è infine qualcosa o qualcuno che non si può imbrigliare. Ogni volta si trasforma, devasta, risana, ci assomiglia, ci fa scappare sotto le coperte, ci fa volare in una scatola con le ruote. Ogni volta che salta fuori dalle pagine dobbiamo ricominciare tutto daccapo, anche se il libro è vecchio, usurato, le illustrazioni sapute quasi a mente, il cuore già pieno della sua meraviglia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70474 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/tigrete4.jpg" alt="" width="624" height="351" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/tigrete4.jpg 624w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/tigrete4-300x169.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 624px) 100vw, 624px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Abitare il mondo con stupore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 05:18:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine. &#160; Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-69701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg 1500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>IO SONO QUI</strong></a>, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.</p>
<p>Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’<em>io sono qui</em> è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non <em>chi sei?</em>, ma <em>dove sei?</em> Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.</p>
<p>Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=308092476315846"><strong>S-GUARDO</strong></a>, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non <em>cosa vedi</em>, ma <em>che sensazione provi?</em> Muta il senso della parola <em>armonia</em>, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la <em>disarmonia</em> &#8211; quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="ct8lVT02wzg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | S- GUARDO | Prima Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/ct8lVT02wzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=312110529247374"><strong>+ SPAZIO</strong></a>, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due &#8211; chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – <em>ci vuole più coraggio a camminare nudi</em> – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel <em>qui</em> vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="gDpLv8jJarg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | + SPAZIO | Seconda Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/gDpLv8jJarg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=315616115563482"><strong>ALICE IN 4 TEMPI</strong></a> i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale &#8211; quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che <em>il mondo esiste</em> come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera <em>sentire la mancanza delle stelle</em>, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima &#8211; la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.</p>
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<p>Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio <strong><a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=319022511889509">IMMAGINE CORPOREA</a></strong>.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge &#8211; una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.</p>
<p>Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oVyET5v6ht4"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | IMMAGINE CORPOREA | Quarta Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oVyET5v6ht4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. <em>Io sono qui</em> perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.</p>
<p>Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto &#8211; recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.</p>
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<p><strong>IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé</strong></p>
<p><strong>Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.</strong><br />
<strong> Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo &#8211; Orto Botanico Carmela Cortini.</strong><br />
P<b>rogetto selezionato dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</b></p>
<p><strong>Fotografie di Guido Mencari.</strong></p>
<p><strong>Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali</strong></p>
<p><strong>Grafica di Marino Neri.</strong></p>
<p>INFO SUL PROGETTO:<br />
<strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">pagina web/sito zappa<br />
</a><a href="https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/">pagina FB IO SONO QUI</a></strong><br />
<strong> <a href="https://www.youtube.com/channel/UCRN8w0nDXVaHRoRyMZQsX_w">canale YOUTUBE IO SONO QUI </a></strong><br />
<strong><a href="https://www.instagram.com/iosonoqui.lab/">Instagram</a></strong></p>
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		<title>IO SONO QUI &#8211; Evento pubblico conclusivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2017 10:17:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si conclude il 22 luglio l&#8217;esperienza di &#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221; progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere QUI la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/ &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si conclude il <strong>22 luglio</strong> l&#8217;esperienza di <strong>&#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221;</strong> progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>QUI</strong></a> la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: <strong>https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/</strong><br />
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