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	<title>Francesco Zucconi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il lavoro culturale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 06:22:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Zucconi]]></category>
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					<description><![CDATA[ll seminario Il lavoro culturale. Lo sguardo delle scienze umane sul presente è iniziato a Siena mercoledì 26 gennaio presso la Sala Cinema della Facoltà di Lettere e Filosofia e si protrarrà fino al 1 giugno, con una cadenza quindicinale. Ideato e organizzato da studenti, dottorandi e precari della ricerca, è inteso come spazio aperto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>ll seminario <strong>Il lavoro culturale. Lo sguardo delle scienze umane sul presente</strong> è iniziato a Siena mercoledì 26 gennaio presso la Sala Cinema della Facoltà di Lettere e Filosofia e si protrarrà fino al 1 giugno, con una cadenza quindicinale. Ideato e organizzato da studenti, dottorandi e precari della ricerca, è inteso come spazio aperto e luogo di sperimentazione di nuove forme di condivisione ed elaborazione delle opinioni all’interno e all’esterno dell’istituzione universitaria.</p>
<p>9 febbraio<br />
Antonella Moscati<br />
Paradigmi del potere<span id="more-38010"></span><br />
23 febbraio<br />
Tarcisio Lancioni<br />
Centri e periferie del potere<br />
9 marzo<br />
Andrea Segre<br />
Proiezione del film Il sangue verde<br />
Segue incontro con l’autore</p>
<p>23 marzo<br />
Paolo Jedlowski  e Davide Sparti<br />
L’emergere della sfera pubblica: luoghi, incontri, conversazioni</p>
<p>6 aprile<br />
Ulf Hannerz<br />
Anthropology’s World: Life in a Twenty-First-Century Discipline</p>
<p>20 aprile<br />
Adam Arvidsson ed Emiliana De Blasio<br />
Lavoro valore e politica nel Web 2.0</p>
<p>4 maggio<br />
Giorgio Fontana<br />
Saremo in grado di non uccidere Socrate?<br />
Maria Francesca Murru<br />
La sfera pubblica online</p>
<p>18 maggio<br />
Miguel Gotor<br />
Il Memoriale di Aldo Moro: fonti e problemi</p>
<p>1 giugno<br />
Wu Ming 1 e Wu Ming 2<br />
Il racconto della rivoluzione</p>
<p>http://www.lavoroculturale.org/</p>
<p>L’università  è da sempre un luogo di incontro di studenti e docenti. L’università è anche e soprattutto il luogo di condivisione e manutenzione dei saperi, in un dialogo ininterrotto tra generazioni diverse. L’università è più di un luogo fisico circoscritto. Ancorché minacciata in quanto istituzione, l’università si protrae e prosegue all’esterno, laddove il sapere si propaga nelle pratiche, nelle occasioni di condivisione della vita civile e politica, nel “lavoro culturale”.<br />
Questo progetto mira a costruire una piattaforma – un luogo di incontro – in cui le scienze umane possano confrontarsi tra di loro a partire da problematiche cogenti e tematiche di interesse comune. Ma ancora di più, si propone di mettere in evidenza come i saperi e le metodologie delle scienze umane siano di fatto messi in azione, quotidianamente, nelle pratiche professionali di chi – a vario titolo – lavora nel campo della comunicazione e della cultura.<br />
All’insistente ricerca di figure intellettuali capaci di esercitare una pressione critica e di stimolare l’impegno in ambito sociale, sembra possibile elaborare una risposta – passando attraverso alcune domande &#8211; che parta dall&#8217;università stessa. È realizzabile una diagnosi del mondo presente a partire dal bagaglio metodologico delle discipline presenti nelle facoltà umanistiche? Quale assunzione di responsabilità e quale presa di posizione da parte delle scienze umane nei confronti della realtà sociale e culturale nella quale viviamo?<br />
Nella convinzione che siano le metodologie stesse a “costruire” il presente &#8211; la realtà sociale, culturale, politica nella quale viviamo – si tratta dunque di aprire uno spazio di riflessione sulle responsabilità del sapere umanistico e sulla possibilità di declinarne l’efficacia in senso critico.<br />
Il lavoro culturale torna così a legarsi alla ricerca scientifica: una ricerca che non sia più al servizio di un modello di riferimento che la trascende (il mercato del lavoro, l’impresa). È il mondo presente, piuttosto, a dover essere costruito e ricostruito criticamente, in nome del debito che ogni disciplina, ogni pratica intellettuale contrae costitutivamente con lo stesso.<br />
Testo di Francesco Zucconi</p>
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		<title>Il discorso letterario alla prova del reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 07:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Dimitri Chimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Zucconi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Coviello]]></category>
		<category><![CDATA[New Italian Epic]]></category>
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					<description><![CDATA[note per una critica a venire . . . . . di . Dimitri Chimenti . Massimiliano Coviello . Francesco Zucconi L&#8217;aspetto più farisaico della menzogna implicita nel concetto di decadenza è la pedanteria con cui, nel momento stesso in cui si lamentano scarsità e declino e si registrano i presagi della fine, a ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/cava-di-giallo-reale.JPG"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/cava-di-giallo-reale.JPG" alt="cava di giallo reale" title="cava di giallo reale" width="300" height="245" class="alignleft size-full wp-image-27560" /></a></p>
<p><strong>note per una critica a venire</strong><br />
.<br />
.<br />
.<br />
.<br />
.<br />
di<br />
.<br />
<strong>Dimitri Chimenti</strong><br />
.<br />
<strong>Massimiliano Coviello</strong><br />
.<br />
<strong>Francesco Zucconi</strong></p>
<p align="right"><span /><em>L&#8217;aspetto più farisaico della menzogna implicita nel concetto di decadenza<br />
è la pedanteria con cui, nel momento stesso in cui si lamentano<br />
scarsità e declino e si registrano i presagi della fine, a ogni generazione<br />
si fa la conta dei nuovi talenti e si catalogano le nuove forme<br />
e le tendenze epocali nelle arti e nel pensiero.</em><span /></p>
<p align="right">G. Agamben, <em>Idea della prosa</em><span /></p>
<p><strong>1. Il contesto attuale.</strong><br />
Il nostro orizzonte comunicativo si fonda sempre più su parole-marionetta che ci rendono ad un tempo vittime e propugnatori di un continuo impoverimento del senso comune che passa soprattutto attraverso il linguaggio. Il lavoro estetico contemporaneo, nella misura in cui abborda il “reale”, non può fare a meno di inciampare nelle sclerosi del senso comune e nelle strategie retoriche adottate per veicolare il consenso. Non stupisce dunque che sia proprio a partire da un montaggio e da uno smontaggio delle figurine e dei cliché che appannano la nostra vista sul mondo, che la scrittura letteraria sembra aver ritrovato un&#8217;autentica possibilità operativa.<br />
Sono i libri di Roberto Saviano, Marco Rovelli, Wu Ming, Eraldo Affinati, Giuseppe Genna, Marco Philopat, Alessandro Bertante, Babsi Jones, Helena Janeczeck, Walter Siti, Giorgio Vasta (ma l&#8217;elenco non può che essere provvisorio e incompleto) a evidenziare innanzitutto l&#8217;avvenuto recupero di una credenza nel mondo e nelle sue possibilità di cambiamento. <span id="more-27355"></span><br />
È dunque arrivato  il momento di scrollarci definitivamente di dosso il prefisso <em>post</em>? Prefisso che nella sua diffusione capillare sembra aver dato luogo ad una svalutazione del procedimento della denominazione e comprensione dei fenomeni artistici: se da un lato il <em>post </em>ha costituito la cifra di un’impasse e, in ultima istanza, di una effettiva rinuncia alla comprensione dei fenomeni artistici, dall&#8217;altro la moltiplicazione di formule composte e ossimoriche come <em>non-fictional novel</em> o <em>docu-fiction</em> sembra costituire l&#8217;ennesimo rifiuto di comprendere come effettivamente tali innesti tra generi discorsivi si concretizzino all’interno delle singole opere che li attuano.<br />
Nell’idea di rivitalizzare il senso e l’importanza del discorso artistico in relazione ai fenomeni della vita sociale che attraversa il <em>Memorandum </em>, la proposta di Wu Ming e il successivo dibattito sembrano aver sollecitato un decisivo spostamento dell’approccio critico: dall’identificazione di <em>cosa</em> un’opera letteraria <em>è</em> (quale il suo genere o filone di appartenenza) verso la comprensione di <em>come </em>questa stessa <em>funziona</em>. Così, la proposta di trattare le opere letterarie &#8211; e perché no, i film - in quanto “oggetti narrativi non identificati” non costituisce soltanto una definizione di quei lavori caratterizzati da forte contaminazione intermediale che rientrano nel labile canone del <em>New Italian Epic</em>, ma è anche un invito a considerare la testualità della singola opera prima di tutto. Un “oggetto narrativo non identificato” è anche e soprattutto da intendersi come un <em>oggetto narrativo non pre-identificato</em>, ovvero non analizzabile attraverso setacci interpretativi precostituiti o teorie della letteratura permeate di ideologia. È per questo che il NIE andrebbe considerato come una nebulosa in espansione, la mappa in divenire di una geografia centrifuga composta da opere che di volta in volta e secondo modalità singolari prendono in carico il “reale” per metterlo in forma. Piuttosto che inquadrare un canone, il NIE suggerisce un mutamento di atteggiamento critico in relazione agli oggetti e suggerisce un ritorno alla testualità.<br />
Se una parola non basta &#8211; non è mai bastata o non basta più – per descrivere un fenomeno letterario, se due parole danno vita ad una formula composta che ci rivela poco più di quanto già sappiamo, allora è forse il caso di abbandonare provvisoriamente l’<em>etichettatura</em> – come pratica interpretativa sintetica – e costruire un periodo, due frasi, una pagina, due.</p>
<p><strong>2. La critica, oggi.</strong><br />
Gli spunti critici e polemici nei confronti dell’atteggiamento disimpegnato che sembra aver caratterizzato gli ultimi decenni hanno avuto, almeno inizialmente, il compito di rivendicare l’importanza politica e civile del discorso letterario dinanzi agli scacchi della storia che andavano a demolire gli impianti ideologici e valoriali del Novecento.  Ma se la tensione etica, l’ideologia e la militanza non sono un limite in sé, possono divenirlo nel momento in cui si irrigidiscono in apparati teorici e metodologici precostituiti che vanno a sostituire, in parte o del tutto, il lavoro di verifica testuale.<br />
Il critico, privato o quantomeno delegittimato nell’uso degli strumenti ideologici che gli erano naturali, si è trovato spiazzato ed è riuscito a mantenere la propria posizione soltanto a costo di effettuare ampie generalizzazioni che gli rendessero possibile la canonizzazione di un contemporaneo perlopiù degenerato rispetto al proprio ideale estetico. Il canone è stato in questo modo salvato per effetto del negativo: si è riusciti a comprendere e a tenere insieme il contemporaneo massificandolo in una serie di pratiche definite “sterilmente autoreferenziali”, incapaci cioè di trattenere qualcosa se non il sentimento stesso di crisi (rigorosamente senza speranza) di una corrispondente realtà sociale.<br />
Ma la generalizzazione è contagiosa e pericolosa: ai ragazzi degli istituti superiori, nella cavalcata delle ultimissime pagine dei manuali – quelle che suscitano la smania dei curiosi &#8211; la letteratura contemporanea è accennata come caso clinico, parte in causa di una malattia inarrestabile della ragione che non prevede esclusi. Le parole del saggio suonano sempre così: “Caro ragazzo, sono tempi bui…”.</p>
<p><strong>3. Dal realismo alla testualizzazione.</strong><br />
Il rassicurante confine che si dice abbia tenuto separate per millenni la realtà e la finzione, così come la “pura fiction” e il “nudo documentario”, si è fatto, ormai da diversi anni, più labile e incerto. Così, ogni studio mirato a riflettere sullo spazio del reale nel discorso artistico ha incontrato non poche difficoltà, suscitando l’entusiasmo di alcuni – diciamo i nostalgici – per improbabili quanto fulminei “ritorni di realtà”, e stimolando lo scherno di quelli – di certo cinici – che del reale dichiarano di non aver mai avvertito la perdita, così come non si è mai sofferta la scomparsa degli ippogrifi.<br />
Le nuove forme assunte dal “reale” nella letteratura – le forme dell’intertestualità e dell’intermedialità – chiamano una ripresa e un ripensamento del concetto di “realismo”, ormai deteriorato dall’uso comune, così come rendono necessaria un’interrogazione sul potenziale testimoniale del discorso artistico.<br />
Con questo intento, e in situazioni diverse, proponiamo di riprendere il concetto di “testualizzazione del reale” &#8211; proposto da Maurizio Grande in uno studio fondamentale di teoria del cinema &#8211; per arrivare a considerare le opere letterarie stesse in quanto oggetti testimoniali : indipendentemente dallo stile o dal tema più o meno realistico che adottano, un romanzo, un pamphlet, un film, sembrano conservare infatti la capacità di rendere manifeste le modalità e le strategie retoriche adottate per “condensare, delineare, esporre e costruire il reale nelle dimensioni che una cultura consente e stabilisce” .<br />
Nessuna teoria del realismo è stata mai tanto ingenua da prospettare una mera funzione di rispecchiamento o di aderenza alla “superficie delle cose” e, tuttavia, occorre precisare che il concetto di “testualizzazione del reale” ha il merito di portare la singola opera letteraria, il singolo film sotto i riflettori. È l&#8217;opera stessa che si pone come possibile luogo di rielaborazione delle forme culturali e linguistiche che strutturano la nostra esperienza delle cose. Una differenza non da poco perché ci permette di raggiungere il “reale” non come una datità definita in partenza, ma come un percorso infinito: ogni volta, ad ogni opera, rinnovabile processo di messa in forma del mondo.</p>
<p><strong>4. Ritorno all’analisi e al testo, porca miseria!</strong><br />
A un interprete, contrariamente che ad un opinionista, si richiede come requisito minimo di partire da una descrizione coerente ed argomentata dei fenomeni di cui parla e, soprattutto, di esplicitare i modi stessi del proprio descrivere.<br />
Ciò di cui oggi la critica sembra avere bisogno non è dunque un concetto cardine, un ismo, a partire dal quale disporre la letteratura presente e passata, ma un vocabolario delle forme, descrittivo e non prescrittivo. Solo così la critica sembra poter recuperare la funzione che più di ogni altra le compete: rendere esplicita la costruzione dell’opera attraverso lo sviluppo di strumenti analitici e terminologici che sappiano portarne in superficie le strategie significanti. Non è detto poi che i contenuti dell&#8217;opera non rivelino una portata etico-politica assai più profonda e problematica di quella che gli viene imposta da una massa di criteri estrinseci o meramente deduttivi.<br />
È solo grazie ad un lavoro interno alle opere, sui loro contenuti e sulle forme che sono chiamate a realizzarli, che si possono individuare una serie di connessioni tra le stesse. Il passo successivo riguarda la possibilità di evidenziare i modi che la letteratura adotta per produrre i propri significati sociali. Dalla letteratura al presente e non viceversa.<br />
Un ritorno all’analisi delle forme assunte dal discorso letterario sembra del resto quanto mai necessaria in relazione al panorama estetico contemporaneo: l’intertestualità cacciata dalla porta allorché si voleva trattare del “reale” nelle sue manifestazioni materiali è rientrata dalla finestra; procedure allora inquadrate come assolutamente autoreferenziali si manifestano oggi in tutto il loro potere testimoniale, mentre opere definite “realiste” o “neo-neorealiste” manifestano in filigrana la solida impalcatura transtestuale che le sostiene.<br />
Sullo sfondo di ciò, al binomio letteratura/realtà sembra avvicendarsi con una certa insistenza quello letteratura/testimonianza. Un concetto, quest’ultimo, che non ha la pretesa di scomodare la filosofia occidentale dai presocratici a Derrida, e che può benissimo essere articolato nei termini dell’analisi del testo.</p>
<p><strong>5. Documenti e narrazione.</strong><br />
Il potere testimoniale del discorso letterario sembra ridefinirsi, dunque, indagando di volta in volta le forme attraverso le quali si opera una “testualizzazione del reale”. Operazione che si definisce sempre di più – pensiamo alla letteratura (<em>Gomorra</em> di Roberto Saviano), ma anche al cinema (<em>Buongiorno, notte</em> e <em>Vincere </em>di Marco Bellocchio) – nei termini di una catalizzazione da parte del testo artistico stesso di documenti extralocali (articoli di giornale, documenti storici, filmati d’archivio…) . Nel caso del cinema di Bellocchio la citazione di materiali provenienti dagli archivi evidenzia tutto il peso della distanza storica oppure palesa la permanenza spettrale del passato in un presente incapace di fare sintesi; nel libro di Saviano la ripresa di puntuali articoli di giornale o la simulazione del loro stile costituisce quantomeno una strategia di “opacizzazione” dei discorsi attraverso i quali i media mettono in condivisione i fenomeni criminali.<br />
Passando attraverso l’esibizione dei materiali documentali in quanto tali, le nuove forme dell’intertestualità non sembrano tanto interessate ad operare una diegetizzazione degli stessi &#8211; con l’intento di referenzializzare il racconto finzionale -, quanto a suscitare una consapevolezza nei confronti delle forme del discorso (verbale o visivo) e del suo potere. Consapevolezza propedeutica a qualsiasi presa di posizione civile e politica da parte del lettore, dello spettatore. La messa in forma della rappresentazione si definisce così come occasione di continua “diagnosi della civilizzazione”, mentre il racconto manifesta le proprie potenzialità critiche e analitiche nei confronti del “campo del reale” corrispondente, operando una “testualizzazione” e un montaggio dei discorsi sociali e delle “forme di vita” che inquadrano o hanno inquadrato una società in un determinato momento storico.<br />
Sono i testi che si pongono come possibile luogo di rielaborazione delle forme culturali e che strutturano l’esperienza del mondo. Quello che cerchiamo per questa strada non è dunque l’attestazione dello statuto ontologico della testimonianza, quanto piuttosto la capacità di comprendere i modelli teorici e le forme di rappresentazione soggiacenti ad essa, nonché il funzionamento comunicativo di questa macro-categoria di discorsi.</p>
<p><strong>6. Chiusa</strong><br />
Un occhio al “reale”, o meglio all’incalzante emergere del presente, e un occhio all’“archivio”, alle forme della convenzione sullo stampo delle quali tendiamo a rappresentare e comprendere la contemporaneità degli eventi che ci accadono. Questo lo strabismo caratterizzante le nuove forme di scrittura del “reale”, capaci di capitalizzare l’intertestualità e l’intermedialità in chiave etica.<br />
Una risposta pratica che sembra dunque suggerire le condizioni di un percorso di approfondimento che si gioca all’incrocio tra metodi e discipline diverse, nel tentativo di elaborare una riflessione sostenibile sui rapporti tra realtà e rappresentazione: occorre affrancarsi da un’idea ingenua di realismo che presupporrebbe di poter testimoniare la storia, il suo farsi, semplicemente restituendo i fatti “così come essi sono” senza tuttavia ricadere in un atteggiamento di sfiducia radicale seguendo l’idea che ogni costruzione discorsiva costituisce una forma di manipolazione.<br />
Ci muoviamo da tempo in un orizzonte comunicativo verbo-visivo che basa la sua efficacia sulla devalorizzazione e sulla desemantizzazione dell’esperienza, come sull’anestetizzazione del comune sentire: per ridare un corpo semantico all’immaginario si tratta piuttosto di rivendicare e saper riconoscere in ogni momento l’extraterritorialità della scrittura o della “scrittura di scena”, la sua capacità di attraversare le terre ed incrociare gli sguardi.</p>
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