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	<title>Francois Hollande &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Macron: il grande management a capo dello Stato</title>
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		<pubDate>Tue, 23 May 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Julien Lumière</strong></p>
<p>traduzione di Davide Gallo Lassere</p>
<p>Solo le circostanze eccezionali della campagna presidenziale paiono poter spiegare l’ascensione di Emmanuel Macron. Quando fondò il movimento politico “En Marche !” poco prima di abbandonare il governo, le attenzioni erano infatti rivolte a destra, verso Alain Juppé, la cui esperienza, calma e spirito conciliante diffusi dai media promettevano il successo alle primarie e in seguito alle presidenziali. A sinistra, invece, ci si preparava alla sconfitta, dal momento che non era immaginabile che François Hollande rinunciasse alla sua rielezione né che Manuel Valls si presentasse alle primarie come candidato del rinnovamento. Ora, entrambe le cose sono avvenute, a beneficio del candidato di “En Marche !”. <span id="more-68033"></span>Quanto a Marine Le Pen, la certezza che sarebbe passata al secondo turno fu la sola a non venire mai smentita. Ma la situazione divenne ancora più disperante per il candidato Macron quando Fillon vinse a sorpresa le primarie della destra e del centro: delle riforme economiche brutali accompagnate da un conservatorismo morale e culturale che raccoglievano di fatto l’adesione non soltanto una larga maggioranza degli elettori della destra gollista e liberale, ma anche di una parte dell’elettorato del Front National scettico riguardo all’ispirazione keynesiana del programma di Marine Le Pen.</p>
<p>Che ciò sia stato frutto di calcolo o meno, è stato François Hollande a mettere in cammino Macron verso la sua successione. In primo luogo, a causa della sua rinuncia a ripresentarsi &#8211; fattore che ha meccanicamente attirato una parte dell’ala destra del PS nel campo dell’ex ministro dell’economia. E poi attraverso la candidatura di Vincent Peillon alle primarie, riesumato direttamente dall’Eliseo dalla sua pensione svizzera con lo scopo malcelato di privare Manuel Valls &#8211; un mediocre Bruto della V° Repubblica &#8211; di una parte di voti cui avrebbe potuto ambire.</p>
<p>E tuttavia, esattamente come Fillon con le primarie della destra e del centro, Benoît Hamon non si aspettava di vincere le primarie della sinistra. Queste due vittorie decretano spettacolarmente il fossato abissale che separa sempre più le logiche d’apparato dalle attese della base. Se negli Usa, le primarie sono una macchina per sgretolare i candidati dei piccoli partiti, in Francia sono servite a sgretolare i grandi partiti eleggendo i loro piccoli candidati. Il paradosso delle primarie è che hanno promosso dei candidati che i loro partiti non avrebbero mai scelto, ma che, agli occhi degli elettori, li rappresentavano meglio: François Fillon in primo luogo, il cui programma economico di choc e la cui difesa della famiglia e dei valori cristiani rispondono alle aspirazioni dell’elettorato di destra deluso dal quinquennio di Sarkozy. E Benoît Hamon, il cui progetto propone degli effettivi avanzamenti sociali (come il reddito universale) integrandoli a delle riforme realmente applicabili all’interno del quadro dei Trattati europei e della situazioni economica della Francia (come la riforma fiscale). Entrambi, però, furono abbandonati dai loro partiti: Hamon apertamente, in favore di vergognosi tradimenti che si sono ammantati del dovere repubblicano di contenere Marine Le Pen; Fillon più perfidamente, in occasione della rivelazione degli impieghi fittizi da parte del giornale satirico “Le Canard enchainé” che i partigiani di Nicolas Sarkozy e Alain Juppé hanno strumentalizzato per tentare invano di marginalizzarlo. Senza questa fughe di notizie &#8211; di cui pare essere artefice l’area di Macron &#8211; la vittoria del candidato alle primarie della destra e del centro non sarebbe mai stata indubbia. Ma questi affari hanno rivelato che se François Fillon era il candidato degli elettori delle primarie, non era di certo il candidato del partito “Les Républicains”. Inoltre, l’importanza attribuita a queste scappatelle di poco conto, perlomeno se comparate all’enormità dei fondi privati raccolti in favore di “En Marche !”, è sintomatica della crisi politica e del discredito gettato sul personale politico tradizionale, sui suoi piccoli privilegi, le sue prebende e i suoi intrallazzi tra amichetti. Si potrebbe quasi dire che nei paesi anglosassoni, ci si spaventa per la mancanza di onestà e probità; in Francia, invece, le si tollera finché non rivelano dei privilegi conquistati sulle spalle del popolo oppresso. Gli anglosassoni sembrano infatti propensi ad accettare di essere sfruttati e asserviti purché ciò sia fatto con onestà; i francesi, al contrario, accettano di essere imbrogliati purché non si sentano sfruttati né asserviti.</p>
<p>Di fronte a un Benoît Hamon abbandonato da Hollande, tradito da Valls e il cui programma ambizioso, solido e innovatore è stato rivisto malamente in corsa e reso irricevibile dai media, Mélenchon è apparso come l’ultima boa di salvataggio. Rifiutando di allearsi con Hamon e con i Verdi in vista di una candidatura unica a sinistra, per riuscire nella sua campagna Mélenchon ha dimostrato di attribuire maggiore importanza al successo dei suoi meeting che al passaggio della sinistra al secondo turno. È persino riuscito a farsi proiettare in ologramma per circondare il successo del movimento “La Francia ribelle” di un’atmosfera irreale imbevuta di nostalgia: un programma economico costruito sulla base di una Francia e di un mondo precedenti agli anni 2000, un discorso la cui desuetudine di stile e di toni confina con il grottesco e &#8211; ciliegina sulla torta &#8211; delle evocazioni della patria che persino De Gaulle non aveva osato, memore di Vichy. Tutto ciò è avvenuto come se di fronte al disastro annunciato, gli elettori di sinistra abbiano cercato di inebriarsi per un’ultima volta al suono di appelli vuoti alla ribellione, scanditi in una lingua ormai dimenticata. Dal punto di vista della sinistra, le campagne presidenziali di Mélenchon stanno infatti alla socialdemocrazia come gli ultimi rantoli stanno a un corpo agonizzante. Dal suo punto di vista, invece, si tratte di altrettante occasioni per recuperare il tempo perso sulla sua poltrona di senatore al <em>Palais du Luxembourg</em>. Nel mezzo delle due ultime campagne, Mélenchon non si è minimamente preoccupato di elaborare un serio programma di governo, né di ricostituire un partito di sinistra alternativo al PS in liquidazione. Quanto al Partito Comunista Francese che si è alleato al “Parti de Gauche” nel 2009 è entrato da allora in una fase di declino costante.</p>
<p>I timori di un secondo turno con Marine Le Pen alimentati da una raffica di sondaggi in stile borsistico hanno trasformato l’elezione in un concorso di bellezza, dove, come diceva Keynes, non si sceglie il proprio candidato favorito, ma colui che si presume possa risultare il più appropriato a ottenere il suffragio degli altri concorrenti per affrontare al meglio il candidato frontista al secondo turno. Così, di fronte alla minaccia di un secondo turno Le Pen-Fillon, gli elettori di sinistra si sono comportati come degli speculatori alla vigilia di un crac: non potendo più sperare in grossi profitti, ci si è limitati a evitare il peggio. L’attivo “Francia ribelle” (<em>France insoumise</em>) ha così attratto gli investitori, e sebbene la speculazione sia durata a lungo, come con il “Front de gauche” nel 2012, è finita per scoppiare in una bolla. Tra tutti i titoli in circolazione, l’attivo Macron, ancorato al Tesoro, si è rivelato il più sicuro agli occhi di una parte della borghesia, delle classi medie cosmopolite, ma anche di certe frange delle classi popolari stordite da un modello sociale che glorifica la competenza aldilà del genere, della classe e della razza. Ed è così che, dopo otto anni di marasma economico provocato da una crisi finanziaria di cui il settore bancario francese è un elemento cruciale, dopo cinque anni di presidenza Hollande detestata da tutti, un giovane banchiere, consigliere di Hollande all’Eliseo, ministro dell’economia del governo Valls, ispiratore di leggi che non solo sono passate in forza contro il parere del Parlamento, ma che hanno provocato delle contestazioni, degli scioperi e delle manifestazioni inedite nella storia sociale recente, accede alla presidenza della Repubblica.</p>
<p>Se l’americanizzazione della vita politica ha pietosamente fallito con le primarie, essa ha avuto ben altro esito grazie al ruolo determinante giocato dal finanziamento privato nell’ascensione del “Mozart della finanza”. La solo differenza con gli Stati-Uniti è che qui la grande borghesia non si è imbarazzata né con le pesantezza della logica dei partiti né con le incertezze dello scrutinio delle primarie. Si è incaricata direttamente di lanciare il proprio candidato creando la struttura e il personale politico conforme al perseguimento dei suoi interessi. Il rinnovo della vita politica francese passa così per il finanziamento non più mediato dell’amministrazione degli affari generali della borghesia grazie alla borghesia stessa. In questo rinnovo, Hollande funge da punto di transizione. Grazie al suo portamento bonario, al suo debole profilo, al suo stato d’animo indifferente agli attacchi permanenti e alla sua sempreverde impopolarità, ha installato ai vertici dello Stato un modo di governo che riconduce Sarkozy stesso a un’altra epoca. Se Hollande, prima ancora di Macron, ha fatto saltare la separazione destra-sinistra, è perché con lui e in lui, tutto il personale politico marcia al passo degli azionisti dello Stato francese e delle istituzioni tutelari dell’Unione europea: ex segretario generale del PS, non ha mai esitato, per approvare delle riforme dell’agenda neoliberale europea, non solamente a negare apertamente il programma con il quale è stato eletto, ma a ridurre al silenzio a colpi di 49.3 [decreto legge, che permette di legiferare evitando il voto parlamentare] la sua propria maggioranza e infine a compromettere il futuro stesso del suo partito. Hollande ha segnato la storia della V° Repubblica, inaugurando l’era dei manager al vertice dello Stato. È in questo senso che Macron è veramente l’erede di Hollande. O meglio, costituisce il sogno di Hollande: senza partito, senza esperienza politica, senza visione, passato dal settore privato e pronto ritornarvici in caso di insuccesso, come un alto dirigente passa da un’impresa all’altra, il cui unico progetto consiste nel far saltare gli ultimi paletti che ancora limitano il libero sfruttamento del lavoro e la libertà di movimento del capitale globalizzato.</p>
<p>Che più della metà dei candidati investiti per le legislative da parte de “La République En Marche !” (questo il nuovo nome del movimento) non abbiano alcuna esperienza politica dimostra che non si tenta nemmeno più di concedere un minimo di potere agli eletti dal popolo. Votate per chi vi pare! &#8211; gli si dice &#8211; posto che riceva l’investitura di un partito che non è guidato da nessun eletto e che non sia l’espressione politica di nessun altra volontà politica a parte quella dei suoi mecenati. Macron lo dice dal 2015, dal momento in cui cominciò ad alzarsi il vento della protesta contro le leggi sul lavoro: “Il mio auspicio, è che ci si possa spingere più in là”. Con il 43% soltanto degli elettori iscritti che hanno votato per lui, però, deve sperare che anche una più grande maggioranza di francesi sia disposta a seguirlo.</p>
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		<title>Diario parigino 5. La democrazia bloccata, la crisi del Partito Socialista e i movimenti di contestazione in Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 13:33:38 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>Proviamo a guardare la sequenza più ampia. In Francia, paese del presidenzialismo, per 17 anni abbiamo un presidente della Repubblica che viene dai ranghi della destra. Chirac è rieletto per due mandati consecutivi dal 1995 al 2007, e Sarkozy, che gli succede, lascia la carica, nel maggio del 2012, a Hollande, nuovo presidente socialista. Prima di lui, bisogna risalire alla lunga parentesi rappresentata dal doppio mandato di Mitterand (1981-1995), per trovare un altro presidente socialista. Non azzardo un bilancio politico dell’ultima presidenza di destra, quella di Sarkozy, ma alcune cose risultano evidenti.<span id="more-62631"></span> Sarkozy ha fatto quanto poteva per aiutare i grandi patrimoni e le grandi imprese, e nello stesso tempo si è impegnato a fondo per criminalizzare i poveri, cominciando dagli immigrati. I margini di manovra per realizzare delle massicce riforme che spingessero la Francia verso scenari di radicale liberalizzazione sul modello Thatcher o Regan, in Francia non c’erano. Sarkozy si è trovato, quindi, in una situazione simile a quella di Berlusconi in Italia. Non potendo demolire le garanzie universali dello Stato sociale, senza provocare violente reazioni nella popolazione, entrambi hanno agito soprattutto sul versante fiscale e su quello repressivo. In qualche modo, hanno dovuto compensare sul piano della retorica neo-liberista l’impossibilità di realizzare, nei fatti, il progetto di uno smantellamento radicale dello Stato sociale. Da qui la continua e virulenta stigmatizzazione degli immigrati, dei disoccupati delle periferie, degli assistiti, dei funzionari statali, per non parlare dei “comunisti” (Berlusconi) e dei “sessantottini” (Sarkozy). Tutta questa violenza verbale ha funzionato come una sorta di esorcismo nei confronti della loro incapacità di servire il grande capitale fino in fondo. Gli effetti di questa retorica, almeno in Francia, sono stati estremamente nocivi, e hanno aperto uno spazio di manovra all’immaginario e al discorso ancora più aggressivo dell’estrema destra razzista del Fronte Nazionale.</p>
<p>Hollande vince le elezioni contro Sarkozy, tenendo un discorso esplicitamente di sinistra che suscita grandi speranze negli elettori più ingenui e qualche speranza negli elettori più scettici. Due chiari obiettivi della campagna di Hollande sono: limitare il potere delle banche e delle grandi fortune, e limitare la politica europea di austerità. Vale la pena, però, di fare un passo indietro e chiedersi chi sono, nel 2012, i socialisti. Per capirlo, basta pensare a colui che, al posto di Hollande, doveva essere il candidato vincente delle primarie socialiste, Dominique Strauss-Kahn. L’uomo di punta per le elezioni presidenziali del partito socialista doveva essere l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, ossia una delle istituzioni economiche internazionali più permeata dall’ideologia liberista. Ma al giorno d’oggi non solo esiste una destra, come dicono in Francia, <em>décomplexée </em>(senza complessi), ma anche la sinistra (socialista) è molto <em>décomplexée</em>. Quindi presidenza del Fondo Monetario e (eventuale) presidenza della Repubblica con governo socialista, non erano per nulla considerate come esperienze disparate o contraddittorie. Strauss-Kahn, però, si è dimostrato “senza complessi” anche sul versante “morale”. Lo scandalo suscitato dalla (presunta) aggressione sessuale nei confronti di una cameriera del Sofitel di New York farà emergere pubblicamente la sua predilezione per rapporti sessuali violenti e umilianti con prostitute, che in genere venivano pagate dai suoi amici o clienti. Ricordo questi fatti, perché è doveroso comprendere che la crisi del Partito socialista francese non è solo una crisi d’orientamento politico, di un partito che “non fa più una politica di sinistra”. È anche una crisi d’orientamento morale. A riprova di questo, si pensi al caso di Jérôme Cahuzac, ministro del Bilancio nel primo governo a maggioranza socialista costituito sotto la presidenza Hollande. Due informazioni soltanto sul personaggio: dirige una clinica di chirurgia estetica di sua proprietà e si è fatto montagne di soldi come consulente delle industrie farmaceutiche. Non rimarrà nel governo neppure un anno, perché – grazie a informazioni diffuse dal sito indipendente <em>Mediapart </em>– è accusato di frode fiscale, e dovrà dare le dimissioni.</p>
<p>Volendo ora fare un bilancio rapido della presidenza Hollande, essa si caratterizza per “un tradimento” del mandato elettorale. Quello che il presidente ha promesso, non ha fatto. E tanto il suo discorso elettorale era spostato a sinistra, tanto il suo attuale governo è spostato a destra. Il primo ministro attuale, Valls, alle primarie socialiste aveva ottenuto solo il 5% dei voti. (Secondo un giornalista, Hollande avrebbe fatto questa battuta durante le primarie: “Fortunatamente vi partecipa anche Valls, così c’è almeno qualcuno che si colloca più a destra di me”.) La situazione che si è venuta a creare intorno all’azione di governo è quindi doppiamente tesa. All’interno del partito socialista, dove Valls rappresenta una corrente minoritaria di orientamento “socio-liberale” – se una tale formula ha un qualche significato –, una fetta importante di deputati socialisti (i cosiddetti “frondisti”) non si riconoscono nella sua azione di governo. La medesima tensione si è fatto ancora più esplicita tra l’esecutivo e una grossa parte dell’elettorato di sinistra, come la massiccia mobilizzazione contro la “legge sul lavoro” rende evidente.</p>
<p>Ci troviamo, qui, di fronte a un doppio impedimento al normale funzionamento della democrazia rappresentativa. L’impedimento derivante dalle politiche economiche europee, che limitano in maniera illegittima la sovranità politica degli Stati, e l’impedimento derivante da un diretto tradimento di mandato, da parte di chi è stato eletto in virtù di certi valori riconosciuti, e di certi orientamenti politici.</p>
<p>In questo contesto di forte disillusione dell’elettorato di sinistra, si sono verificati in Francia, nell’arco di soli dieci mesi, degli attentati terroristici estremamente violenti per il numero di vittime e feriti realizzati, e per le modalità attraverso cui sono stati condotti. L’intero paese ha vissuto per alcuni mesi sotto una cappa di piombo, soprattutto a partire dal 13 novembre con l’adozione del governo dello “stato d’emergenza” e l’osceno dibattito, promosso dallo stesso Hollande, sulla “revoca della cittadinanza” per i terroristi francesi condannati, che abbiano la doppia cittadinanza (francese e algerina, ad esempio).</p>
<p>Apro una breve parentesi. All’epoca delle grandi mobilitazioni in risposta agli attentati contro la redazione di <em>Charlie Hebdo</em> e dei clienti dell’Hyper Cacher, diversi interventi nati nell’ambito della sinistra radicale denunciarono, con riferimento soprattutto alla grande manifestazione parigina dell’11 gennaio, una reazione islamofobica, una mobilitazione acefala e manipolata dai media, una discesa in piazza massiccia dei “bobo”, ossia del ceto medio-alto della capitale. Io diedi una lettura diversa di quella imponente mobilitazione, che non mi sembrava per nulla confermare lo “spostamento” sempre più a destra della società francese. (Questo spostamento c’era e c’è, ma non riguardava <em>quel</em> popolo in piazza.) La mia valutazione di quell’evento era globalmente positiva, e mi sembrava dimostrasse la capacità di una fetta importante della società francese di reagire in modo solidale e democratico, senza farsi trascinare in una deriva razzista e paranoica. Toni Negri, che non è mai stato un mio autore culto, si spinse persino a vedere in quella mobilitazione i germi di una nuova generazione in grado di uscire dal fatalismo e capace di sviluppare atteggiamenti critici nei confronti della società attuale. In questo caso, mi pare che l’ottimismo di allora sia confermato dai fatti di oggi. In particolar modo, la ripresa della mobilitazione studentesca e la nascita di forme di cittadinanza critica e autogestita come “Nuit debout”, mostrano che delle premesse già esistevano, e in qualche modo gli attentati terroristici invece di sancire un definitivo ripiegamento della società sui temi della sicurezza e del controllo, hanno funzionato sul medio periodo come elementi scatenanti, in grado di far emergere una forte reazione sociale.</p>
<p>La mobilitazione ampia e trasversale nei confronti della “legge sul lavoro” mostra che l’elettorato di sinistra non si accontenta di subire astenico e rassegnato lo spettacolo di una democrazia bloccata, in cui i rappresentanti della visione del mondo democratica ed egualitaria possano tradire il loro mandato senza conseguenze.</p>
<p>Uno dei temi che ha caratterizzato un movimento come “Nuit débout” è stato quello del passaggio dalla contestazione di una legge specifica alla contestazione di un intero sistema (sociale, economico e politico). In un contesto caratterizzato da un&#8217;azione estremamente orizzontale e apartitica come quello rivendicato dai militanti di “Nuit débout”, una tale radicalizzazione produce, in realtà, vantaggi e svantaggi. Il primo svantaggio è che quando si passa dalla lotta per il ritiro di una legge specifica all’assemblea permanente cittadina per riscrivere la costituzione, il rischio di ritrovarsi con la vecchia costituzione, aggravata dalla nuova legge, è molto alto. Questo è un problema tipico della militanza anticapitalista, che oscilla tra lotte locali circoscritte, efficaci e con chiari obiettivi, e lotte permanenti che guardano a obiettivi astratti, come la fuoriuscita dall’economia capitalistica e la dissoluzione dello Stato. Ma questo tipo di radicalizzazione ha anche un enorme vantaggio. Costituisce una palestra di pensiero e formazione per nuove generazione di militanti che non si trovano semplicemente instradati nelle azioni e nei discorsi dei partiti dell’estrema sinistra o delle organizzazioni sindacali più attive. Più che una convergenza di lotte, c’è stata una convergenza di soggetti diversi, tutti accomunati da un’insofferenza nei confronti di una democrazia bloccata, in cui l’iniziativa è presa costantemente dal grande capitale e dalle grandi imprese. Il fatto che la radicalità libertaria e orizzontale di “Nuit débout” si sia trovata alleata all’irruenza dei movimenti studenteschi e soprattutto all’azione potentemente organizzata dei sindacati francesi, che combattono sempre con un obiettivo chiaro e quindi con la possibilità concreta di verificare il grado di efficacia di un lunga lotta, tutto ciò ha grandemente contribuito a rendere questo movimento di contestazione forte e anche originale.</p>
<p>Vi sono due altre questioni che m’interessa affrontare. Ma lo farò in un pezzo ulteriore. Alludo al rapporto tra la violenza dei “casseurs” e la brutalità poliziesca, da un lato, e la difficoltà di integrare nei movimenti di contestazione di sinistra le fasce popolari spesso proveniente dai quartieri più poveri e degradati.</p>
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		<title>La difficile manutenzione social-liberale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 15:01:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese In Italia, c’è l’ingovernabilità, l’antipolitica e tutto quanto. Ma, si sa, noi abbiamo il baco antropologico, il guasto nazionale ereditario. La Francia, però, difetta di questo alibi. I francesi mica hanno patito vent’anni di fascismo, quaranta di democrazia cristiana, venti di berlusconismo e due mesi di Grillo. Essi si godono un presidente [&#8230;]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In Italia, c’è l’ingovernabilità, l’antipolitica e tutto quanto. Ma, si sa, noi abbiamo il baco antropologico, il guasto nazionale ereditario. La Francia, però, difetta di questo alibi. I francesi mica hanno patito vent’anni di fascismo, quaranta di democrazia cristiana, venti di berlusconismo e due mesi di Grillo. Essi si godono un presidente della Repubblica socialista e un governo a guida socialista nelle due camere dal maggio 2012. Inoltre Hollande, come ha ribadito fin dall’inizio del suo mandato, è un presidente <i style="mso-bidi-font-style: normal;">normale</i>, che non dice parolacce né urla ai microfoni. <span id="more-45421"></span>Tutto sembrerebbe quieto sul fronte della governabilità. Il progetto di legge sul matrimonio e l’adozione per tutti/e continua il suo iter parlamentare, nonostante le convulsioni della destra cattolica e l’occupazione delle piazze da parte di famiglie omofobe e per bene. Naturalmente, qualche incidente di percorso ha turbato l’attuale governo. C’è stato il caso dell’ex Ministro del Bilancio, Jérome Cahuzac, rivelatosi un evasore fiscale di tutto rispetto e un convinto spara palle di fronte al parlamento. Il solito fulmine a ciel sereno per i socialisti francesi, che sembravano usciti dalla lunga convalescenza del caso Strauss-Kahn. E un vero peccato, per una personalità così idonea ad un governo socialista in tempo di austerità e crisi. (Cahuzac non è stato solo un chirurgo estetico di successo, che ha creato con la moglie una clinica per impianti capillari, ma anche un brillante consulente di industrie farmaceutiche. Ed è forse in un contesto professionale così disinvolto, che è nata l’esigenza di mettere al riparo dalle tasse i propri copiosi guadagni.) D’altra parte, l’ombra del crimine finanziario e dell’evasione fiscale si prolunga sull’intero arco parlamentare, inclusa l’estrema destra lepenista, come risulta da alcune inchieste recenti. Hollande da presidente non solo normale, ma anche onesto – come gli si riconosce unanimemente – ha reagito con misure atte ad aumentare la trasparenza e il controllo sul patrimonio della classe politica, cominciando dai ministri del governo. Misure che se non potranno ristabilire una generale e definitiva onestà, si spera ritardino almeno l’insorgenza dell’antipolitica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quanto alla politica vera, quella che vola ben più alto di queste faccende d’ordine puramente morale, non sembra fornire al governo socialista particolari opportunità di successo. I sondaggi dicono che il Presidente è sempre meno amato dai francesi e, soprattutto, le statistiche indicano un tasso di disoccupazione prossimo al record storico del paese, toccato nel gennaio del 1997. A fronte di queste torve notizie, il 28 marzo Hollande ha deciso di giustificare in televisione gli esiti e gli obiettivi della sua politica. In tale occasione, la sua volontaristica fede nel sistema si è tradotta nella ripetizione frequente di formule apotropaiche quali “il nostro obiettivo è la crescita” o di metafore tecnocratiche quali “tutti gli attrezzi sono sul tavolo”. Si tratta, insomma, di preghiere laiche, che presuppongono il rito della buona manutenzione al fine di realizzare la salvezza produttiva ed economica del paese. Per consolidare la fede degli elettori, però, Hollande e il suo governo dovrebbero potersi appoggiare sugli officianti del rito, gli economisti in cattedra, scientifici e inappellabili. Ed è proprio questa alleanza che, in Francia, sembra essere oggi particolarmente fragile. I carismatici esperti di economia, di varie scuole e tendenze, stanno disertando in massa il fronte della produzione del consenso. In alcuni casi si tratta di una diserzione attiva e militante, come quella dei 630 firmatari del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Manifesto degli economisti sgomenti</i>, pubblicato nel 2010 e venduto a 80.000 copie. Questi ultimi non cessano di ricordare che nessun autentico governo della crisi sarà possibile senza aumento della spesa pubblica e dei salari, ovvero senza una ridiscussione radicale dei vincoli del trattato europeo di stabilità. (Sul sito <a href="http://www.sbilanciamoci.info/"><i style="mso-bidi-font-style: normal;">Sbilanciamoci</i></a> è disponibile una versione e-book del loro ultimo lavoro, <i style="mso-bidi-font-style: normal;">L’Europa maltrattata</i><!--[if gte mso 9]><xml>
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< ![endif]-->, che analizza gli effetti economici, sociali e politici dell’introduzione del “Fiscal compact”.) Ma in Francia sono davvero molteplici le figure che portano avanti anche in ordine sparso e non da una prospettiva esclusivamente marxista una critica delle istituzioni economiche europee e dei suoi presupposti ideologici: dai seguaci della decrescita a personaggi anomali come Paul Jorion, antropologo di formazione, o Emmanuel Todd, sociologo e demografo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In conclusione, la manutenzione politica social-liberale della crisi – quella condotta da Hollande in Francia e quella che sogna il PD in Italia – pare sempre più difficile, per via degli elettori reticenti o protestatari, o per la dissidenza degli esperti in economia, che contribuiscono all’indebolimento del dogma liberista, o semplicemente per l’andamento della realtà sociale stessa, che scivola verso miseria e disoccupazione, e non verso il rilancio produttivo ed economico. Intanto, però, in Italia si può ancora sperare. Si può sperare che tutto dipenda solo da Grillo, come ieri dipendeva tutto da Berlusconi. Questo vale soprattutto per la sinistra istituzionale, che si appella al senso di responsabilità e di normalità, mirando a svolgere una buona manutenzione del disastro, e in forme ben educate, se l’atavico carattere italiano glielo permettesse. Forse, guardando al di là dalle nostre frontiere, appare più chiaro che non c’è buona manutenzione della follia e del sopruso che tengano. Dall’inizio di questa crisi cinque anni or sono, la civiltà capitalistica sembra non essere stata in grado di perseguire altro obiettivo che il prolungamento della propria agonia. Questo fatto non determina, d’altra parte, né la scomparsa della fede nei miracoli né la sicurezza che un qualche destino migliore ci attende a fine corsa.</p>
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		<title>Tra i due contendenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2013 15:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[riflessioni, contraddizioni e timori postelettorali di Helena Janeczek Ho l’ossessione degli ultimi anni di Weimar, gli anni precedenti alla vittoria di Hitler. Ce l’ ho da quando l’Europa mediterranea, un paese dopo l’altro, è piombata in una crisi economica che si avvicina nella sua gravità a quella che, dopo il crollo di Wall Street del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>riflessioni, contraddizioni e timori postelettorali </p>
<p>di H<strong>elena Janeczek</strong></p>
<p>Ho l’ossessione degli ultimi anni di Weimar, gli anni precedenti alla vittoria di Hitler. Ce l’ ho da quando l’Europa mediterranea, un paese dopo l’altro, è piombata in una crisi economica che si avvicina nella sua gravità a quella che, dopo il crollo di Wall Street del ’29, raggiunse il Vecchio Continente. La Grande Depressione si abbatté con la massima durezza sulla Germania, complice le politiche di austerità imposte dal cancelliere Brüning. <span id="more-45021"></span><br />
Trovo sinistro che questa storia sia diventata quasi matrice di quanto sta succedendo oggi e che questo avvenga in parte cospicua a causa delle miopie della politica tedesca; con l’aggravante perversa che la distruzione sociale e economica di buona parte del continente avvenga sotto il tetto, anzi proprio a causa delle gestiona di un progetto-istituzione come l’Unione Europea, il cui fine doveva essere l’esatto opposto dei conflitti tra le singole nazioni.<br />
Quel che è accaduto sinora è che un partito di squadristi neonazisti ha preso quasi il 14% in Grecia e che l’Ungheria è governata dalla più classica destra razzista e liberticida. Il resto delle reazioni, per fortuna, ha aggregato i cittadini a sinistra. O perlomeno, molto chiaramente, non a destra.<br />
In Italia temo che, per una volta, dobbiamo anche ringraziare il tempismo giudiziario nel mostrarci le lauree del Trota comprate all’università Crystal di Tirana, gli investimenti della stirpe celtica in Tanzania e ogni altro svelamento dell’ incredibile grottesca corruzione dei “duri” e “puri” di Padania. Che una parte del voto leghista sia confluito sul M5S è un esito cruciale, visto che anche stavolta abbiamo scampato per un soffio una nuova vittoria Berlusconi-Lega.<br />
Grillo, senza dubbio, ha cercato di rivolgersi anche alla base elettorale della Lega. Spesso ha avuto uscite in odor di razzismo, di cui la più grave, poiché più strutturata, è il rifiuto della legge per la cittadinanza dei figli di immigrati unita alla clausola che il movimento accetta tra i suoi candidati solo cittadini italiani.<br />
E’ una mossa con cui si parla a un “comun sentire” xenofobo, in realtà assai trasversalmente diffuso e che la crisi non ha fatto altro che accentuare. Ma questo dato, che a me basta e avanza per ritenere l’M5S invotabile, non può essere preso in buonafede come tratto determinante del movimento. Se un ex elettore della Lega vota l’M5S, compie una scelta per la quale formule come “padroni in casa nostra” ecc. non sono più priorità della sua agenda.<br />
La priorità e il denominatore comune più largo del voto al Movimento è la volontà di porre fine allo stato di fatto che un neologismo italiano definisce partitocrazia. L’esperienza del governo “tecnico” non ha portato a nessun ridimensionamento significativo dei costi della politica di fronte ai cittadini massacrati da tasse insostenibili, riduzione drastica dei diritti dei lavoratori come pensioni, welfare, condizioni contrattuali di impiego. La trasformazione della classe politica in una casta blindata in sistematica autodifesa non è mai stata così palese e insopportabile.<br />
È sempre grave quando i rappresentanti democraticamente eletti si rivelano impegnati a inseguire i propri interessi privati non solo con l’emergere di reati gravi come corruzione, concussione, appropriazione di denaro pubblico ecc. ma anche attraverso le leve di potere di cui dispongono per mandato. Lo è ancora di più quando riguarda partiti che, per tradizione, dovrebbero stare dalla parte dei ceti più deboli. Gli elettori hanno tradito i partiti di sinistra, in primis il Pd, perché è stato il Pd a tradirli per troppo tempo. Il fatto che, almeno a livello degli esponenti che contano, non si fossero nemmeno resi conto di aver passato il limite di tolleranza, non fa che dare credito al significato della parola “casta”.<br />
A questo si somma un altro aspetto. Il sostengo al governo Monti, ossia l’avvallo alle sue politiche d’austerità imposte dall’agenda europea. Qui la questione diventa più complicata. In tutti i paesi sotto il mirino della crisi c’è stata l’imposizione perentoria dello stesso programma, del quale si sono fatti esecutori indistintamente governi di centro destra e centro sinistra, premier o governi tecnici. Tentando, magari, qualche insufficiente manovra di contrattazione a livello europeo come più volte ha fatto Monti, ma comportandosi da bravi sheriffi di Nottingham a casa propria. In Grecia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Irlanda. François Hollande, eletto con un tifo davvero pan-europeo, aveva promesso di ricontrattare sul fiscal compact, ma l’economia francese e quindi la subordinata politica francese è troppo debole perché abbia sinora potuto mantenere la promessa.<br />
La politica e la democrazia sono svuotate e asfissiate dal loro evidente essere state poste sotto strozzinaggio. E se è vero che pressoché tutti i partiti tradizionali della sinistra europea hanno vissuto, dopo la caduta del Muro, una lunga stagione di infatuazione per il neoliberismo, in questa fase sta accadendo una cosa preoccupante. Ripensamenti e correzioni di rotta se li può permettere solo chi agisce negli stati UE che hanno il coltello dalla parte del manico. Per esempio la Spd che si trova a confrontarsi con i frutti delle riforme avviate dal cancelliere Schröder, quelle che hanno trasformato la Germania nel grande predatore da export, grazie alla riduzione del costo del lavoro; vale a dire, per esempio, a contratti sottopagati che equivalgono, secondo un recente articolo del Financial Times, al 22% della forza lavoro tedesca. Ora che stanno avvertendo sempre più forti segnali di impauperimento possono permettersi di votare contro il fiscal compact. La sinistra tradizionale greca, spagnola, italiana invece diverrebbe antieuropeista,populista e irresponsabile.<br />
Il rischio dei fallimento dell’Italia che ha portato all’istaurarsi del governo Monti era assai reale. Per questo la responsabilità degli esiti economici e politici dei salassi d’austerità con cui il paziente è passato dalla cattiva salute al semicoma va riportata forse ancor più su chi l’ha imposta che ascritta al suo esecutore-modello, che perlomeno ha cercato in vano di mercanteggiare qualche piccolo osso, premio o sconto. È tipico della cultura autoritaria esigere che il buon figlio “agisca responsabilmente” e poi prendersela con il popolo immaturo che non vuole riconoscersi in quella “grave responsabilità”. I giornali tedeschi liberali come “Die Zeit” e “Süddeutsche Zeitung” all’indomani del voto in Italia erano pieni di commenti che illustravano con colta e paternalistica competenza la tradizione del paese di Pulcinella, ma l’uscita più preoccupante è stata la frase sprezzante del candidato Spd Steinbrück sui due clown che hanno vinto le elezioni. Avrebbe dovuto chiedersi come mai 25% di italiani hanno dato il loro voto contro la cura Ludovico che il suo stesso partito stava bocciando in parlamento. Una sinistra costretta a agire contro i bisogni (nemmeno più soltanto interessi) della sua base elettorale è portata semplicemente verso il suicidio. Come si fa a votare convinti per un partito di centro-sinistra (vale ancora più per Sel), quando il problema non è più solo o soprattutto che questo non <strong>vuole</strong> dire o fare qualcosa di sinistra, ma che non <strong>può</strong>, potrebbe, dovrebbe farlo?<br />
Il Movimento Cinque Stelle ora si trova in mano una responsabilità enorme. Se la spinta verso un governissimo gli riesce, porta a casa il cadavere del Pd e non certo quello di Berlusconi. Se si torna a votare, sarà tutto da vedere.<br />
Qui c’è di nuovo qualche analogia con la storia degli ultimi anni di Weimar. Lo scontro più micidiale era quello tra Kpd e Spd, con i socialdemocratici spesso “responsabilmente” in appoggio delle politiche d’austerità dei governi di centro-destra. I comunisti li chiamavano “social fascisti” e credevano, al contrario, di poter sfruttare il movimento nazista per promuovere le spinte autenticamente rivoluzionarie. Dietro a quella politica c’era Stalin e quindi il parallelismo va preso con le pinze e riportato a un nodo centrale. Gli odi fratricidi a sinistra possono fare la fortuna della destra.<br />
Il problema che vedo in questi giorni è che Beppe Grillo, sinora unico udibile portavoce del Movimento, colui che detta la linea, sta ricambiando i commenti sprezzanti e le strategie per delegittimare lui e l’M5S con gli interessi. I mandarini del Pd hanno pensato di cavarsela con formule come “populismo”, “antipolitica”, “demagogia” e peggio, dimostrando un’altra volta l’incapacità di capire quel che stava succedendo nel paese.<br />
Ma quando Grillo spara che Bersani è un morto che cammina, una puttana che adesca e altre frasi del genere, alza consapevolmente dei muri d’ostilità pericolosi. La base elettorale di Pd e Sel vorrebbe in buona parte le stesse cose di quella del M5S, a partire dal rinnovamento e ridimensionamento della classe politica e delle regole di ingaggio che l&#8217;ha fatta diventare il mostro che è adesso. Quasi sempre, inoltre, si tratta ormai di voti dati senza adesione e entusiasmo, stanche crocette per il “meno peggio”, ossia scelte pochissimo identitarie. Invece l’umiliazione pubblica del nemico sconfitto innesca riflessi di difesa e chiusura intorno alla propria rappresentanza anche in chi è critico di quelli stessi “capi”. Parlo per me che avrei votato obtortissimo collo per Sel o il Pd (se avessi avuto la benedetta cittadinanza); mi sono sentita offesa da quelle uscite sino a arrivare a chiedermi se, nel caso si presentasse un aut-aut tra Berlusconi e Grillo, ce l’avrei fatta a votare per il secondo. Non è la scelta di non formare un governo assieme al Pd che mi ha destato scandalo, ma il <strong>come</strong>: perché coincide con quegli atti linguistici sommamente autoritari, che vogliono costringere chi li ascolta a una scelta di campo senza mediazioni.<br />
Non c’è niente di fascista in questo; ma di rivoluzionario, in senso descrittivo, sì. O tutto o niente. Chi non sta con noi, è contro di noi. Chi sta con noi è massa rivoluzionaria che preme in avanti dietro la guida dell&#8217;avanguardia che decide.<br />
Abbiamo già avuto per vent’anni l’esperienza di una politica che riduceva i cittadini a plebi da stadio, contrapposte tifoserie dotate di un potere di scelta molto simile a un televoto contrario o favorevole al solo personaggio dominante della scena, Berlusconi. Era la sua forma di “rivoluzione”, di eversione democratica televisiva. Che questa modalità venga ora attivata come schema per una divisione in tre blocchi nemici lo trovo potenzialmente foriero di pessimi esiti.<br />
Certo sta a noi in primo luogo non abboccare, ricordarci che il peso e le legittimità dei partiti e movimenti si compone della nostra fiducia accordata con il voto. E che gli elettori del Pd non sono esponenti della “casta” esattamente come gli elettori del M5S non sono compagni di merenda di Beppe Grillo o Casaleggio. Dovremmo quindi esigere un minimo di rispetto perché quei rappresentati non sono altro che l’espressione della nostra delega, anche se nello specifico abbiamo mille riserve nei loro confronti. Vale per Grillo, per Bersani, per Peter Steinbrück e per tutti. E ha un peso diverso ora che non siamo più in campagna elettorale, ma dopo. O forse siamo già alla vigilia di una nuova campagna elettorale, ma con un esito che si sta delineando a altissimo rischio.<br />
Per ora il Movimento parla pressoché con una sola voce. E se Grillo mira a usare i suoi voti e i suoi militanti allo scopo primario di delegittimare integralmente il Pd (non solo i suoi mandarini e la sua casta ma qualsiasi militante o persona che lo vota), temo che alle prossime elezioni cercherò di convincere ogni amico che ha scelto l’M5S a cambiare orientamento. Non per volontà di &#8220;annientamento&#8221;, ma ridimensionarlo q.b. per fargli svolgere un ruolo di reale opposizione, di pungolo nella carne stanca e spesso marcia soprattutto del Pd. E sperare che, stando in parlamento, possa farsi le ossa nel esercizio della politica nazionale e, strada facendo, capire come è fatto, di quale pluralità di persone e voci e posizioni, e dove vuole andare.<br />
In ogni caso, se ora non si riesce a trovare un modo magari anche atipico per sperimentare una politica che si avvii a mettere in pratica ciò che chiede oltre la metà degli italiani (nuova legge elettorale, tagli alla politica, politiche per il lavoro, tanto per cominciare), mi pare molto probabile che tra i due contendenti in un paese ancora più avvelenato, ci sarebbe il terzo che gode: Silvio Berlusconi e il suo carrozzone di corrotti, razzisti, mafiosi e Scilipoti di nuovo al governo. Stavolta l’abbiamo scampata per un pelo (non in Lombardia dove su due candidati alternativi ha vinto Maroni). Sarebbe la cosa  peggiore che potrebbe succedere all’Italia.</p>
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		<title>Risparmia ora!!! (è conveniente)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 13:29:27 +0000</pubDate>
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Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.<br />
Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero spendere (<strong>ausgeben</strong>) anziché risparmiare (<strong>sparen</strong>), ma la cancelliera difenderà inflessibilmente la linea del risparmio.<span id="more-42545"></span><br />
L&#8217;inviato da Bruxelles ribadisce che dalla crisi del debito (Schuldenkrise), intesa come crisi del debito statale, non si verrebbe fuori altrimenti, e aggiunge pure che nei paesi dell&#8217;Eurozona, salvo in Germania, sarebbero aumentati i salari.<br />
L&#8217;opinione dell&#8217;esperto è orientata e orientante, però dell&#8217;informazione complessiva non si può nemmeno dire che sia scorretta. Mostra servizi dalla Spagna e dalla Francia, intervista qualche manifestante &#8220;caxerolero&#8221;, uno studente parigino che chiede maggiori investimenti.<br />
Il verme forse sta principalmente nelle parole, in ciò che implica il loro uso corrente in tedesco.<br />
Non solo (come si è osservato molto spesso) <strong>Schulden</strong> &#8211; debiti- ha la stessa radice etimologica di <strong>Schuld</strong> &#8211; colpa -, ma soprattutto <strong>sparen</strong> è un termine connotato solo e esclusivamente in senso positivo.<br />
I nostri corrispettivi come &#8220;austerity&#8221;, &#8220;rigore&#8221; o &#8220;sacrifici&#8221;, al confronto, risultano sostanzialmente più trasparenti. Alludono a un &#8220;male necessario&#8221;, ma non nascondono che sia dolorosa la sua messa in pratica.<br />
<strong>Sparen</strong>, invece, suggerisce che ci si priva di qualcosa che possa ancora passare per superfluo, per tenere da parte i soldi e impiegarli meglio: non la &#8220;rinuncia&#8221; a lavoro, pensioni, istruzione, cure mediche &#8211; quindi futuro.<br />
Anzi è proprio la parola dei volantini che reclamizzano le offerte, quelli intenti a convincerti che risparmiare, se cogli l&#8217;attimo, è conveniente.<br />
Tutto questo passa per un uso della lingua che accomuna tutti i suoi parlanti &#8211; anche i pochi che in Germania criticano duramente la linea Merkel, devono farlo ricorrendo esattamente alle stesse parole, con il compito difficile di cambiarvi i connotati.</p>
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		<title>Oui, nous, nuje, nosotros sommes (un petit poch&#8217;) la France!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 12:45:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Com’è il bicchiere della riscossa a sinistra dopo il primo turno delle presidenziali in Francia? Mezzo pieno o mezzo vuoto? Il 1,5% di vantaggio di Hollande, insieme alle nette indicazioni di Mélenchon, giustificano festeggiamenti e speranze? E cosa rappresenta il “solo” 17,9% di Marine Le Pen, composto al 30% del voto operaio? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/27/oui-nous-nuje-nosotros-sommes-un-petit-poch-la-france/catherine-deneuve89370/" rel="attachment wp-att-42344"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370-300x245.jpg" alt="" title="catherine-deneuve89370" width="300" height="245" class="alignnone size-medium wp-image-42344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/catherine-deneuve89370.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Com’è il bicchiere della riscossa a sinistra dopo il primo turno delle presidenziali in Francia? Mezzo pieno o mezzo vuoto? Il 1,5% di vantaggio di Hollande, insieme alle nette indicazioni di Mélenchon, giustificano festeggiamenti e speranze?<span id="more-42343"></span><br />
E cosa rappresenta il “solo” 17,9% di Marine Le Pen, composto al 30% del voto operaio? Si tratta di qualcosa che già si conosceva e che si appaia, grosso modo, al nostro bacino leghista, prima che vicende di lingotti e diamanti bombardassero, come sa fare solo la-realtà-che-supera-la-fantasia, il mito della pura e dura identità padana?<br />
La figlia di Le Pen purtroppo è meglio del figlio di Bossi come erede dinastica &#8211; ci vuole poco. Ma è difficile non pensare che quando la globalizzazione si fa sentire come fonte di conflitto e prospettiva sempre più vasta d’immiserimento, quando l’Europa da tutto questo non protegge, ma anzi accresce l’acuirsi dei problemi, una risposta nazionalista e reazionaria sia la prima capace di fare breccia.<br />
E come porsi dinnanzi ai mercati che registrano subito ciò che da tempo sanno bene, ossia che per la via pianificata a Bruxelles non c’è nessuna uscita dalla crisi dell’Eurozona? Hanno paura di Hollande, quel spendaccione incorreggibile, o di chiunque, a destra o a sinistra, faccia saltare la pia menzogna del fiscal-compact, promessa data e non mantenibile? Il bicchiere è parecchio avvelenato, comunque vada.<br />
Eppure c’è qualcosa di buono in questo eccesso di proiezioni, quasi che François Hollande, come Obi Wan Kenobi in <em>Star Wars</em>, fosse “la nostra ultima speranza”. Non era mai capitato che si manifestasse tanta partecipazione appassionata a un appuntamento elettorale fuori dalla stessa nazione coinvolta. Non è a Bruxelles, ma grazie al voto sovrano nel paese della Bastiglia, che ci scopriamo cittadini dell’Europa.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>24 aprile 2012.</em> </p>
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