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	<title>Frigidaire &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Immobilismo Molisano &#8211; Intervista a Vincenzo Sparagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 18:52:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quest&#8217;estate, in trasferta con Agnese Manni e Carlo D&#8217;Amicis al Molisecinema festival, giunto alla sua decima edizione a Casacalenda, mentre il resto d&#8217;Italia schiattava di caldo e noi si stava seduti con i plaid durante le proiezioni all&#8217;aperto, uno spettro s&#8217;aggirava per la mente mia e quello spettro si chiamava &#8220;Immobilismo Molisano&#8221;. Movimento d&#8217;avanguardia artistica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/IMMOBILISMO1-1.jpg" alt="" title="IMMOBILISMO1-1" width="1168" height="848" class="aligncenter size-full wp-image-43524" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/IMMOBILISMO1-1.jpg 1168w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/IMMOBILISMO1-1-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/IMMOBILISMO1-1-1024x743.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1168px) 100vw, 1168px" /><br />
Quest&#8217;estate, in trasferta con Agnese Manni e Carlo D&#8217;Amicis al <a href="http://www.molisecinema.it/">Molisecinema</a> festival, giunto alla sua decima edizione a Casacalenda, mentre il resto d&#8217;Italia schiattava di caldo e noi si stava seduti con i plaid durante le proiezioni all&#8217;aperto, <em>uno spettro s&#8217;aggirava per la mente mia</em> e quello spettro si chiamava &#8220;Immobilismo Molisano&#8221;. Movimento d&#8217;avanguardia artistica e politica di cui in Molise nessuno aveva più memoria. Così ho intervistato Vincenzo Sparagna, tra le firme più note del <em>Male</em> e fondatore di <a href="http://www.frigomag.it/frigo/main.html">Frigidaire</a>, per raccontarcelo a partire da una fotografia. effeffe</p>
<p><em>Immobilismo molisano e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Male">il Male </a>. lo slogan era, se ricordo bene, </em><em>“perché stare fermi quando si può essere immobili?</em>&#8220;.  A chi venne l&#8217;idea e chi si immobilitò con più vigore?</p>
<p>R: Lo slogan era proprio quello. Credo che l’idea iniziale sia stata di Piero Losardo, che faceva parte, con me e Vincino, della direzione del settimanale. Ma vi portarono il loro contributo di invenzione fondamentale anche molti altri: Angelo Pasquini, Jiga Melik, Mario Canale, Roberto Perini, io stesso e ancora Giovanna Caronia e Francoise Perrot, il grafico Marcello Borsetti ecc.<br />
L’immobilismo era infatti un gioco di rimandi e rinvii, da un lato parodia dei movimenti avanguardistici, dall’altro lancio di un’idea anticinetica, frutto selvaggio artistico, illuminazione filosofica basata sulla pratica della rivolta generale, anche linguistica e culturale, del ’77. Una esperienza ancora ben viva nell’ottobre 1978, anno, non dimentichiamolo, in cui massimo fu lo scontro sociale e decisamente sanguinosa la guerra civile strisciante in Italia.</p>
<p><em>In rete gira una foto di gruppo con signore. ce la puoi raccontare questa foto? Chi eravate, chi la scattò e soprattutto eravate davvero in Molise?<br />
</em><br />
R. Non in Molise ovviamente, che era il simbolo dell’estrema provincia, della lateralità, oserei dire, delle idee geniali. E’ una foto che facemmo nella Villa Sciarra di Monteverde, a due passi dalla nostra redazione. Il gruppo è la redazione di quel momento quasi al completo. Ciascuno è vestito con qualche ricercatezza o eccentricità. Io ho una lampadina nella tasca della giacca, Enzo Sferra sfoggia una squadra triangolare, Piero Losardo, steso accanto a me, sembra un viveur d’inizio secolo, Perini indossa l’uniforme del pittore. Le ragazze sono intonate all’idea di questo movimento antico, fatto di intelligenze acute, che appunto per ciò si limitano a star ferme, a criticare immobili la vita contemporanea piena di affanni. Così Francoise Perrot, Cinzia Leone, Giovanna Caronia e Francesca Costantini sono tutte in abiti classici di inizio secolo. L’immagine vuole essere quella di una gita in campagna, da tela impressionista o meglio ancora da quadro macchiaiolo, di quel tardo ottocento italiano solare e svagato, ma anche denso di pensieri. Ovviamente ognuno ha il suo nome da immobilista. Io sono l’ufficiale di cavalleria appiedato Vincenzino Seggiolella, Piero Losardo è Aleardo Solari, gaudente e minchione, Angelo Pasquini è Giuseppe Salsicci, possidente cancellatore, Jiga Melik (alias Sandro Schwed) è Eliezer Aschw, farmacista criminale, Giovanna Caronia è Rossella O’ Cara, pittrice, Vincino è Rauco Rauchi , cantante cieco e muto, Francoise Perrot è la contessina Adelaide Zerla, mecenatessa, Carlo Zaccagnini è Lord Vinegar di passaggio e così via immaginando. In certi casi peraltro le vicende successive hanno confermato alcune di quelle strane qualifiche in modo bizzarro e gustoso (ma questa sarebbe una storia diversa, dove si potrebbe vedere come la fantasia coglie nel suo impeto più creativo elementi di realtà e frammenti di profezia anche quando si diletta in affermazioni paradossali…).  </p>
<p><em>L&#8217;immobilismo molisano è forse la filosofia estetica più situazionista mai prodotta nel nostro paese e che si riallaccia in qualche modo all&#8217; Elogio dello spirito pubblico meridionale di Piperno, per il quale occupaste addirittura il Beaubourg per protestare contro il suo arresto in Francia.</em></p>
<p>R. Sono d’accordo, purchè si intenda che è un’idea che vive sul confine sottile e difficile, zona di pericolosi smottamenti, che corre tra filosofia, parodia della filosofia, letteratura, arte, teatro e rivoluzione. Non a caso la coda operativa più interessante dell’immaginario movimento fu appunto quella che ricordi, ovvero l’azione al Beaubourg del Gruppo Anticatatonico Immobilista Franco Piperno. Lo facemmo nascere in una brasserie di Parigi nell’agosto 79 io e Piero Losardo (che si trovava in Francia, perché temeva un mandato di cattura italiano che poi non ci fu). Nell’occasione io ed Eric Alliez (un giovane compagno francese) travestiti da flic, inscenammo tra grida e schiamazzi che fecero raccogliere una gran folla al quarto piano del Beaubourg, il finto arresto di alcune statue e una violenta rissa tra poliziotti. Il museo venne bloccato per quasi un’ora. Infine fuggimmo sempre travestiti da flic mentre arrivavano i veri flic. Subito dopo il Gruppo Anticatatonico emanò un comunicato minaccioso in cui ammoniva il Presidente francese: “Giscard fais gaffe!”, che vuol dire più o meno “stai attento a te!”. L’azione venne fatta dopo l’arresto a Parigi di Franco Piperno (che avevo intervistato clandestino qualche mese prima in Italia) nell’ambito di quell’inverosimile  processo ai fantasmi che fu il processo 7 aprile contro i leader dell’Autonomia Oreste Scalzone, Piperno, Negri, Pace, Virno ecc.</p>
<p><em>Che ne è oggi dell&#8217;Immbilismo? Oggi che tutti parlano di mobilità e di Ikea per non parlare della katastrofen Aiazzone, non sarebbe il caso di far rinascere quel movimento?</em></p>
<p>R. Le idee profonde, anche se lanciate con leggerezza e ironia, hanno una vita propria che le protegge dall’usura del tempo ingannevole. D’altra parte va anche detto che almeno nella sua forma originaria e nei suoi inventori e protagonisti, il movimento, ovvero il gruppo che recitò la parte di un movimento inesistente, si è da tempo sciolto. E purtroppo tra loro, dico io, ben pochi sono rimasti “immobilisti”, se è possibile usare l’espressione in senso parodistico/descrittivo per indicare il rifiuto di questa società, la satira radicale, la ribellione e l’autonomia. Molti di quella redazione, nella realtà, si sono dati adeguati tristemente alla filosofia dominante del correre, che è anche un lasciar correre per strafottenza. A dirla in termini immobilisti si potrebbe affermare (parodiandoci) che gli imbelli catatonici, troppo chini sul proprio ombelico, hanno finito per collezionare con spirito provinciale denari e carriere, facendo i farmacisti o i possidenti, mentre noi bellicosi anticatatonici (morti compresi) resistiamo testardi, convinti che il cadavere del nemico (che poi è il cattivo gusto, l’ingiustizia, l’orrore pratico ed estetico) finirà ben per passare, trascinato da forze più grandi, sulla corrente impetuosa del fiume che guardiamo tranquilli.  </p>
<p>Nota.<br />
Su questi argomenti, a parte gli innumerevoli scritti sparsi, sono apparsi tre libri di Vincenzo Sparagna.</p>
<p>La Commedia dell’Informazione, Boringhieri, 1999<br />
Falsi da ridere, Malatempora 2001<br />
Frigidaire. L’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo, Rizzoli B.U.R, 2008</p>
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		<title>New Wave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Essential Logic]]></category>
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		<category><![CDATA[Pierfrancesco Pacoda]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati In redazione a Frigidaire, a Roma, arrivavano molte visite. Una quantità di collaboratori veniva nella palazzina di Monteverde Vecchio, una villetta col cortile interno, un giardino abbastanza trascurato e un piccolo pergolato, per consegnare articoli, disegni, proposte. Talvolta per litigare, durante misteriose riunioni nell’ufficio del direttore. Con Tanino Liberatore, per esempio, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-36060" title="new-wave-edizione-originale-280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-edizione-originale-280.jpg" alt="copertina originale New Wave di Pierfrancesco Pacoda" width="280" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-edizione-originale-280.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-edizione-originale-280-185x300.jpg 185w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>In redazione a <em>Frigidaire</em>, a Roma, arrivavano molte visite. Una quantità di collaboratori veniva nella palazzina di Monteverde Vecchio, una villetta col cortile interno, un giardino abbastanza trascurato e un piccolo pergolato, per consegnare articoli, disegni, proposte. Talvolta per litigare, durante misteriose riunioni nell’ufficio del direttore. Con Tanino Liberatore, per esempio, che arrivava da Parigi, non mancavano mai urla, o rumori non meglio identificati. Quando era il turno dei bolognesi si accendeva una luce nella redazione, dove dominava il look cupo autonomia/via dei Volsci, la luce dell’eleganza: Marcello Jori, giovane pittore che utilizzava una interessante commistione tra immagini fotografiche in polaroid e tecnica pittorica, entrava con la sua bellezza aristocratica, i vestiti alla moda (il nero era sempre in voga), i modi affabili, da giovane vincente; Andrea Pazienza, seguito spesso da tipi equivoci, ambigui, spuntati da chissà dove, con giubbotti di pelle extralusso che riempivano di meraviglia il direttore; Massimo Iosa Ghini, che curava servizi/performance d’avanguardia, architetto anche nello stile che usava per aprire e chiudere le porte; Daniele Brolli, il letterato avant-garde anni ’80 multimediale, disegnatore, illustratore, sceneggiatore; Giorgio Carpinteri, che disegnava personaggi duri, cuneiformi, il primo, credo, a utilizzare guanti da lavoro come accessorio d’abbigliamento.<span id="more-36050"></span></p>
<p>Arrivava anche un tipo svelto, un ragazzo leccese bolognese d’adozione che si occupava di musica, soprattutto la new wave inglese, l’ultima generazione del dopo tsunami punk, un network di gruppi politicizzati, eversivi nei contenuti e nello stile, che lui ci portava direttamente da Londra (per la scena newyorkese ci pensava Stefano Tamburini). Il suo nome era Pierfrancesco Pacoda, io lo chiamavo “il ragazzo della Mandarina” perché si presentava con una elegante valigetta Mandarina Duck, dove teneva gli articoli e le foto. Era uno che ti metteva subito a tuo agio, uno disponibile, adattabile, predisposto all’ascolto. Insomma, un tipo <em>cool</em>, il perfetto imprinting del giornalista che ti spinge a parlare, a raccontare, a spiegare. Diventammo subito amici, a pranzo scendevamo a Trastevere nelle vecchie osterie popolari dove i gestori ci trattavano rudemente, come tutti, e ci servivano fettuccine con frascati a buon mercato. Spesso lo ospitavo nell’immenso appartamento che avevo in comodato gratuito a Fontana di Trevi, e la notte facevamo il giro dei locali.</p>
<p>Un giorno notai, nel banco secondario di una libreria, un libro che attirò la mia attenzione: aveva una copertina semplice e stilizzata, un ragazzo con la bocca piegata all’ingiù con un triangolo grafico che partiva dai cateti del bavero della giacca: <a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html">Pierfrancesco Pacoda, <em>New Wave</em></a>, interviste, testi e foto di una serie di gruppi inglesi. Nessun riferimento all’editore, solo che era stato stampato a Londra (oggi sappiamo che fu Marcello Baraghini di Stampa Alternativa a produrlo). Ma guarda un po’, pensai, il ragazzo della Mandarina. Lo comprai, e lo lessi un pomeriggio in redazione. Erano schede-interviste dei gruppi di tendenza, realizzate nel 1979 a Londra nelle loro case, o per strada. Un documento in tempo reale: alcuni di quei gruppi erano in piena attività, e rappresentavano dei punti di riferimento importanti per le avanguardie di mezzo mondo: i Killing Joke, Passions, Ruts, Pop Group, Essential Logic, e Robert Wyatt, il mitico fondatore dei Soft Machine, maestro di stile (e di impegno politico) con le sue fusion di free jazz, afro, funk.</p>
<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-36061" title="new-wave-nuova-edizione-2010-280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-nuova-edizione-2010-280.jpg" alt="copertina nuova edizione new Wave di Pierfrancesco Pacoda" width="280" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-nuova-edizione-2010-280.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-nuova-edizione-2010-280-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></a>28 anni dopo, oggi che Pacoda è un giornalista professionista, ha co-fondato un’etichetta, la Century Vox, che ha prodotto gruppi di hip hop italiano e ha scritto vari libri per Feltrinelli, Einaudi, Alet, <a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html">quel testo è stato ripubblicato dall’editore NDA</a>, con l’aggiunta di una interessante riproduzione di copertine originali dell’epoca, una prefazione dello stesso Pacoda e una traduzione di alcuni testi. Non è uno studio fatto a posteriori, con implicazioni sociologiche, economiche e politiche del periodo post punk, compreso tra il 1978 e i primi anni Ottanta, come il fondamentale <a href="http://www.ibs.it/code/9788876380457/reynolds-simon/post-punk-1978.html"><em>Post Punk</em></a> di Simon Reynolds. E’ un vero e proprio salto temporale, un documento che arriva direttamente dalla prima linea londinese, quando i gruppi si organizzavano con mezzi propri, sulla scia del <em>do it</em> <em>yourself</em> del movimento punk (a sua volta derivato – benché in apparente contrapposizione &#8211; dal <em>do it!</em> degli anni Sessanta), ragazzini arrabbiati in rivolta contro il thatcherismo, che vivevano e suonavano nei quartieri degradati, con forti tensioni razziali (<em>Armi su Brixton </em>cantavano i Clash, Piccadilly, Notting Hill). E’ l’incontro tra un apprendista giornalista ventenne e suoi coetanei che stavano rivoluzionando la musica giovanile di mezzo mondo, sganciandola dalle logiche di mercato, producendola con mezzi artigianali e distribuendola in proprio, nei canali alternativi (il piccolo negozio di Rough Trade, a Portobello, era il loro centro di distribuzione). Pacoda narra l’incontro con uno dei gruppi più radicali, fautori del cosiddetto <em>industrial sound</em> che con le sue sonorità estreme stava per “sporcare” il ritmo martellante della dance music in arrivo da Chicago e da Detroit: “I Throbbing Gristle abitavano tutti insieme, come la maggior parte dei gruppi di quell’epoca, in una casetta sotto a un ponte in Martello Street, in uno dei quartieri più oscuri e degradati di Londra, vecchi palazzi abbandonati coi muri scrostati. Nella casa mangiavano, dormivano, suonavano, e incidevano. Infatti era anche la sede della loro etichetta, la Industrial Records. Mi ricevettero con l’ospitalità e l’educazione di veri gentlemen inglesi, davanti a una tazza di tè. Io però non la smettevo di guardarmi intorno: i muri della casa, tutti i muri, erano rivestiti di carta da parati, secondo la tradizione inglese, ma una carta tutta speciale: era infatti un unico, enorme collage di immagini pornografiche ultra gore, violente, macabre.”</p>
<p>Incubi sonori, apocalittici, “cattiva coscienza dell’Inghilterra”, autoproduzione: “Nella new wave” scrive Pacoda, “ci sono spezzoni di arte, il dark, il new romantic, il new funk, la moderna culture club della house e della techno, c’è un intero, infinito universo sonoro e sociale che si muove per i territori, invade, travolge le frontiere, contagia ogni nazione.”</p>
<p>Benvenuti quindi negli anni frenetici e furiosi, quando la creatività bruciava i tempi e le vite, e la musica, l’amicizia, la rivolta , la ricerca di una nuovo stile e della libertà espressiva viaggiavano veloci in una Londra incupita dalla reazione thatcheriana, e si diffondevano nel resto del mondo. Leggere questo libro non significa solo studiare, capire, ma esserci. E’ come viaggiare in una macchina letteraria, per uscire da questo tempo, dove il mercato domina con la sua protervia e la sua disperazione, per tornare là dove regnavano “il desiderio di far irrompere sulle scena delle culture e del consumo, l’assoluta libertà, e la consapevolezza tornava, finalmente, nelle mani dei ragazzi.”</p>
<h3 lang="en-GB">We are all prostitutes</h3>
<p>del <strong>Pop Group</strong></p>
<p>Siamo tutti delle prostitute</p>
<p>Ognuno ha il suo prezzo</p>
<p>E anche tu ti abituerai alla menzogna</p>
<p>Aggressione</p>
<p>Competizione</p>
<p>Ambizione. Fascismo consumatore</p>
<p>Il capitalismo è la più disumana tra tutte le religioni</p>
<p>I grandi magazzini sono le nostre nuove cattedrali</p>
<p>Le nostre macchine sono i martiri per la causa</p>
<p>Siamo tutti delle prostitute</p>
<p>I NOSTRI FIGLI SI ERGERANNO CONTRO DI NOI</p>
<p>Perché noi siamo i responsabili</p>
<p>Noi siamo quelli che essi accuseranno</p>
<p>Ci attribuiranno un nome</p>
<p>Noi saremo</p>
<p>IPOCRITI IPOCRITI IPOCRITI</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="Y8klW9trVTQ"><iframe loading="lazy" title="throbbing gristle - discipline" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/Y8klW9trVTQ?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>(Throbbing Gristle)</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="5VnwL4-Ghn0"><iframe loading="lazy" title="We are all prostitutes - The pop group" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/5VnwL4-Ghn0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>(Pop Group We are all prostitutes)</p>
<p>http://www.youtube.com/watch?v=s1oyfG6t2ew</p>
<p>(Killing Joke)</p>
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		<title>Scòzzari e la scozzarizzazione del Mondo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/14/scozzari-e-la-scozzarizzazione-del-mondo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2008 04:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cannibale]]></category>
		<category><![CDATA[Coniglio Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Scòzzari]]></category>
		<category><![CDATA[Frigidaire]]></category>
		<category><![CDATA[Il Male]]></category>
		<category><![CDATA[linnio accorroni]]></category>
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		<category><![CDATA[Memorie dell’Arte Bimba]]></category>
		<category><![CDATA[Meneghello]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[poi Ricordare]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagare]]></category>
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					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni  Se lo scrittore è colui che possiede l’immaginazione della realtà (Goethe), FS è sicuramente scrittore di razza purissima. Immaginate la malvagità acida di Franti, l’inquietudine avventurosa di Huck Finn, la stupefazione lirica e tenera del Meneghello-bimbo di Libera Nos a Malo fuse in una dolorosa ed esilarante sarabanda, canzone di un’infanzia spudoratamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni </strong></p>
<p ALIGN="center"><img SRC="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/scozzari02.jpg" BORDER="1" HSPACE="10" VSPACE="10" WIDTH="410" HEIGHT="305" /></p>
<p>Se lo scrittore è colui che possiede l’immaginazione della realtà (Goethe), FS è sicuramente scrittore di razza purissima. Immaginate la malvagità acida di Franti, l’inquietudine avventurosa di Huck Finn, la stupefazione lirica e tenera del Meneghello-bimbo di<em> Libera Nos a Malo</em> fuse in una dolorosa ed esilarante sarabanda, canzone di un’infanzia spudoratamente realistica in una famiglia della media borghesia bolognese tra gli anni ’50 e ’60, rievocata dalla potenza visionaria di <strong>Filippo Scòzzari</strong>.</p>
<p><span id="more-5664"></span></p>
<p><img ALIGN="left" HEIGHT="347" WIDTH="228" VSPACE="10" HSPACE="15" BORDER="1" SRC="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/artebibba.gif" /><em>Memorie dell’Arte Bimba</em> in un qualche modo è il prequel di quel <em>Prima pagare, poi ricordare</em> (1996) in cui il vulcanico artista bolognese (<em>Linus</em>, <em>Il Male</em>, <em>Cannibale</em>, <em>Frigidaire</em> e mille altre avventure ancora), ringhiando e ridendo ricostruiva l’epos tragico e dolente degli anni 70-80.<br />
Tutti quelli (<em>quorum ego</em>) che avevano adorato quel libro, rimarranno di nuovo incantati di fronte al secondo/primo capitolo della personalissima ed originale Recherche scozzariana (o scozzarica?). Una Recherche che è qui tattile e visionaria, esilarante e feroce, piena di lividi, piaghe e cicatrici, sia fisiche che morali, e che si nutre d’inchiostro, carta, china, cacca, pastelli Giotto da Sei, figurine, giornalini, odori, maestri, carta assorbente, banchi di scuola e denti frantumati. Sul povero, ignaro Filippuccio dominano, e fanno i loro giochini, un misterioso U., demiurgo ossessivamente, sottilmente presente, un Padre Antagonista temuto fino all’ultimo, Madre e Fratelli di volta in volta vittime e carnefici. Un’autobiografia-romanzo di (s)formazione, una rivisitazione della vita ribelle e dell’infanzia violata e violatrice, dove la lettura – e la scrittura – dei Fumetti è considerata, a seconda dei personaggi che s’accampano su questa scena delirante e grottesca, come la Pratica per eccellenza, salvifica o abominevole, da estirpare a furia di botte e roghi alla Fahrenheit 451, o da accudire ostinati, in attesa della Gloria Certa.<br />
<img SRC="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/scoazzari01.JPG" BORDER="1" HSPACE="15" VSPACE="10" WIDTH="225" HEIGHT="384" ALIGN="right" />A condimento, per evitare tentazioni sentimentali o abbandoni elegiaci, ci sono gli sghignazzi dell’autore, che fanno strame di tutto quanto ha appena apparecchiato. Lo strumento che <strong>Scòzzari</strong> utilizza in questa opera di ripescaggio, esente da ogni melensaggine nostalgica, è una ‘draga-secchio’ che recupera materiali dispersi e vari, accumulati caoticamente in una cantina interiore, abitata,<em> affollata</em> di storie e personaggi stupidi, eroici, luminosi, prepotenti ma tutti innocenti, nel loro inconsapevole esser strumenti di un Disegno Superiore.<br />
Nella seconda parte il libro si trasforma in un vero e proprio manuale dell’Arte Bimba per antonomasia (il Fumetto). Un prontuario di tecniche e consigli che si fa leggere e godere anche dal Profano (<em>quorum ego)</em>, che s’arrende estasiato davanti al vaniloquio affabulatorio e stordente di Scozzari–Scazieri–Scorazzi–Scorzoni, un quadruplice assatanato Sterminatore di Brocchi, che, anche quando s’impegola in derive tecniche e specialistiche, inchioda il lettore alla pagina come nessuno sa fare, perché sono paludi nelle quali  non s’azzarda nessuno… solo lui (o Egli?).<br />
State ancora leggendo questa specie di recensione e non siete usciti a comprare questo “<em>Memorie dell’arte bimba</em>”? Fuori di casa, presto. Per la lettura consigliamo il lettone dei vostri genitori, aranciate e biscotti tutt’attorno, radio spenta, la mamma di là, un’estate come solo voi ricordate…</p>
<p ALIGN="right"><em>[pubblicato su ‘Liberazione’ del 9 aprile 2008]</em></p>
<p><strong>Che cos’ha capito, in esergo, alla mezzanotte del 4 febbraio 2006?</strong><br />
No, farei scoprire in anticipo il reale Colpevole di <em>tutto</em> quel che ho combinato. Sarò pure un emerito rompi, ma non voglio fare anche il dispettoso. Lo rivelo alla fine della prima parte, un’agnizione non programmata verificatasi nel momento stesso in cui ne scrivevo; vorrei restituire a chi leggerà una frazione di quella sorpresa. Impossibile mettere in scaletta benedizioni del genere. In termini briosi: ho capito che il libero arbitrio è una panzana. Questo posso dirlo.</p>
<p><strong>Prima Pagare, poi Ricordare</strong><strong> e <em>Memorie dell&#8217;Arte Bimba</em>: stili differentissimi. Là un&#8217;ossessione stilistica nutrita a ipotassi e frasi nette: concisione, laconicità. Qui la ricerca, profonda e densa di lacerti psicanalitici, presenta una struttura ampia, articolata, un&#8217;affabulazione più raffinata ed ardua.</strong><br />
I lacerti, eh? Non sono i mariti delle lucertole? Comunque, non nutro ossessioni stilistiche. Il portentoso dell’amatissimo PPPR è che mi sbocciò fra le mani in un’estate; ero attento solo a non infangare con memorie fallate l’empito dei ricordi che fiottavano da un cuore imbestialito. La rabbia dell’inculato, presente? Ammaestrato dall’aver creato fumetti per vent’anni, educato a quella concisione, non volli infiorettare di bigiotteria ciò che sentivo di dover <em>vomitare</em>. Acqua di colonia sul rigetto? Naa, sarebbe stato un altro libro italiano. Ai delinquenti che poco o molto avevano accompagnato le mie delinquentate chiedevo conferme e riscontri; non li consultavo certo sulle ipotassi, volevo tenere al minimo il tasso d’errori; tiravo all’ipotasso, ecco. Non avendo mestiere, posso sostenere che <em>Prima Pagare</em> s’è conquistato lo stile da solo, trepestando al computer. Lo stile dell’inculato, presente?<br />
<em>Memorie dell’Arte Bimba</em> é senza dubbio un’altra cosa. Intanto ho sfruttato l’esperienza guadagnata in cantiere con <em>Prima Pagare</em>. Non affresco generazionale, ma puntiforme, ribalda delazione sulle mie ossessioni bimbesche, <em>lucertole</em> da cui non voglio emendarmi; nel suo lentissimo torturarmi, il libro non ha avuto per niente facilità di nascita. Ma, anche qui, ho rifiutato la ricerca di uno stile: accadesse quel che accadesse, mi sono abbandonato alle idiosincrasie, alla scozzarizzazione del mondo come lo interpreto e lo esigo, per la prima volta attento alla chiarezza delle follie che inanellavo, per la seconda volta attento all’esattezza clinica dei ricordi.</p>
<p><strong>Il compiaciuto scialo di malefici aneddoti non è il modo per esorcizzare un horror vacui?</strong><br />
Ma quale compiaciuto. Intanto, come si dice sempre in uno stupro, è tutta roba vera. Mi sono stuprato per Voi. Da vero Stupratore Terminale, ogni tanto mi minacciavo: “<em>Ne vuoi ancora? Ne ho</em>”. Ma lo spazio, il tempo… sa com’è coi limiti. Poi non s’è trattato tanto d’esorcizzare, quanto di replicare <em>bene</em> la struttura a vignette d’un fumetto: era quello il telaio immaginato, che ha dato vita ad una scrittura a flash, a volte brevi e violenti. La sua impressione d’<em>horror vacui</em> deriva dal fatto che le ho tolto il fiato: finita una vignetta c’è subito quella dopo. Fumetti, ricorda? Per facilitarmi la stesura d’un tessuto non tessuto, non ho allestito scalette, schede, soggetti. Accadesse quel ch’ecc.</p>
<p><strong>A dieci anni confezionò il fumetto “<em>I ribelli dell&#8217;Idea</em>”. Vanagloria o profeticità Bimba?</strong><br />
No, vanagloria no. Non ricorda com’era da bambino? Un mostrino totipotente, al quale tutto era dovuto e per il quale ogni cosa era possibile. L’Universo era creato<em> per te</em>, regalato <em>solo a te</em>: un egoismo mostruoso, e magico. Nel mio caso anche cronico e <em>salutare</em>: da allora le so pensare tutte, so fare tutto quello che penso. Peccato che gli altri me lo impediscano. Arf.</p>
<p><strong>Fumettista, fumettaro, Autore di Fumetti. C’è differenza?</strong><br />
Il <em>fumettista</em>, o letterista, mesta figura tecnica, è il morto di fame che ficca le parole di un altro semplicino, lo <em>sceneggiatore</em>, nei <em>baloon</em>, o<em> fumetti</em> propriamente detti, lasciati bianchi apposta dal disegnatore, ulteriore mestissima figura tecnica che nei fumettifici al metro passa la vita a disegnar puttanate pensate da qualcuno che non vede mai.<br />
Il <em>fumettaro</em>, altrimenti detto brocco, è una semplice figura merdosa: agisce all’insegna del “<em>Proviamoci, chi se ne sbatte</em>”, presume di poter calcare le redazioni con le sue povere cose. Paria della mano e dell’intelletto, lo riconosci al volo: si firma con uno pseudonimo ricavato dal nome e stravede per i giappi, o scimmie gialle. Partecipa ai forum. Ha un blog. Se gli spieghi ciò che pensi di lui, s’offende.<br />
L’<em>Autore di Fumetti</em> se la pensa e se la disegna, è un Autore nel senso maturo del termine; non uscirà allo scoperto se prima non sarà assolutamente convinto di essere tecnicamente, moralmente ed intellettualmente un Mostro. Non serve descriverlo, ne senti il profumo appena lo leggi. Lo sente?</p>
<p><strong>Perchè il Fumetto è Maschile?</strong><br />
Ricevemmo severi imprinting durante l’infanzia: matite colorate, soldatini, macchinine e a scapaccioni l’Ordine di conquistare l’Universo, di Portare a Casa. Le donne, bamboline, passeggini e a scapaccioni l’Ordine di essere Appetibili, Entrare Presto in un’Altra Casa.</p>
<p><strong>La genesi del libro. Puro Scòzzari. La racconta?</strong><br />
No, la prego. Anche questo fa parte di una sorta di rivelazioncina finale, italiana. Perché odia tanto le sorprese? A Pasqua la spegnevano a Serenase, scommetto.</p>
<p><strong>No. A proposito, quali sorprese prepara? Leggendola, si ha la sensazione d’un vulcano sempre lì lì per…</strong><br />
Vulcano. Mi <em>piace</em>, quest’immagine. Assai <em>consona</em>. Pure lì lì non è male. Ho appena rinfrescato <em>XXXX! Racconti porni</em>, che la <strong>Coniglio Editore</strong> reimmetterà in libreria entro l’anno, e sto curarizzando “<em>Filippo Scòzzari e l’Insonnia Occidentale</em>”, un’antologia di ciò che mi tien desto la notte. Quante cose da fare, da smontare, smerdare. Non si finisce più, mi creda, e nessuno a darmi una mano.</p>
<p>[<em>Immagini tratta da</em> <a TARGET="_blank" HREF="http://manualedellartebimba.blogspot.com/">Manuale dell&#8217;Arte bimba</a> <em>e da</em> <a TARGET="_blank" HREF="http://www.webalice.it/3cinni/index.html">I DIVERTIMENTI SEGRETI DI BABBOBLU</a>.]</p>
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