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	<title>G8 Genova &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il film già visto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 08:48:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek “È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la fine della fiction, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">fine della fiction</a>, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove lessico e immaginario si sono proiettati indietro di dieci anni o di oltre trenta. Il pericolo non è solo acquisire come note di cronaca che i ragazzi coinvolti nella guerriglia sono quasi tutti troppo giovani per ricordare il G8, e in molta parte sembrano essersi formati negli stadi. La trappola mentale è proprio quella di vedere un film già visto.Non è solo il ministro Sacconi a voler scorgere negli indignati futuri banchieri e finanzieri, falsificando la realtà di una crisi che si abbatte su chi protesta pacificamente e su chi brucia le auto, su chi guarda il tg, perfino su chi plaude alle leggi speciali. E’ per cercare di rispondere globalmente a un processo che colpisce in modo senza precedenti le vite di chi abita anche nel cosiddetto mondo avanzato, che i movimenti sparsi per il pianeta hanno voluto darsi un appuntamento concertato. Solo in Italia, però, sembra essere andato in onda “il film già visto.” <span id="more-40380"></span>La differenza dovrebbe essere politico-culturale visto che non è il versante socio-economico a distinguerci dalla Spagna. Solo in Italia esiste la costante di un potere così opaco e di una politica così scollata e screditata da propagare un senso diffuso di impotenza, alimentando una passività che blocca la consapevolezza critica dal tradursi in impegno condiviso. Chi inscena guerra, vorrebbe di nuovo strappare la maschera a quel palinsesto impermeabile. Non ha alcuna fiducia che altre forme di lotta possano diventare non solo forti e partecipate, ma <em>reali</em>. Sembrano esserlo inconfutabilmente le vetrine infrante, le carcasse d’auto, i volti – anche i propri – insanguinati o tumefatti. Eppure, al tempo stesso, la scena viene rubata ad altri, i corpi e i luoghi fisici trasformati in scenografie e comparse. Si ripropone una logica opposta e speculare dello spettacolo, dove nel ripetersi del “teatro di guerra” va letteralmente in fumo la percezione delle varianti. E’ anche questa la trappola che rende tutto più facile ai padroni del palinsesto.</p>
<p><em>pubblicato in versione più breve su</em> L&#8217;Unità<em>, 18 ottobre 2011.</em></p>
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		<title>Fine della fiction</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:22:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek In piazza stavano girando un film con Fabio Volo. Hanno aggiunto una pista di bocce, hanno piazzato una finta panchina davanti a quelle vere. I pensionati che di solito vi siedono, si erano appostati dall’altro lato per vedere cosa avrebbero fatto i due attori che impersonavano il loro ruolo. In abito nero, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg" alt="" title="204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th" width="200" height="200" class="alignnone size-full wp-image-40368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p>In piazza stavano girando un film con Fabio Volo. Hanno aggiunto una pista di bocce, hanno piazzato una finta panchina davanti a quelle vere. I pensionati che di solito vi siedono, si erano appostati dall’altro lato per vedere cosa avrebbero fatto i due attori che impersonavano il loro ruolo. In abito nero, capelli impomatati e baffetti, il protagonista sarebbe stato quasi irriconoscibile, se uno della troupe non lo avesse seguito con un ombrello rosso per impedire che il trucco si sciogliesse al sole anomalo. Al ciak, Volo si siede sulla panchina, apre un vassoio di paste e ne offre ai due vecchietti con la coppola. Una ragazza elegante si affaccia per un tiro di bocce. Applausi. Fine della scena. Fine della metamorfosi della piazza di Gallarate in piazza da fiction italiana. Smontato il set, restano la chiesetta, i bar con i tavoli all’aperto, i pensionati tornati a occupare le loro postazioni. Tutto sembra quasi uguale, anche se dalla Sicilia da cartolina si è rientrati nel centro di una città lombarda. Però a pochi passi cominciano i vetri imbrattati dei palazzi appena costruiti, le agenzie interinali, i “tutto a un euro”. Segni di un cedimento progressivo che imparenta ogni città italiana a Venezia con le sue fondamenta erose. <span id="more-40367"></span>Non regge più la nostra fiction quotidiana &#8211; e lo sappiamo. Eppure abbiamo cominciato tardi a reagire come in Spagna o in Israele o come stanno facendo persino a Wall Street. Non abbiamo occupato le nostre piazze grandi o piccole per strappare il nostro spazio, prima di tutto, alla menzogna. Siamo restati passivi come un pubblico, medusizzati da una sfiducia senza limiti in quelli che pensano agli affari propri e ci consegnano alla crisi. Protestare in Italia è più difficile: vuoi perché ci portiamo in spalla anni e anni di stanchezze e incazzature (anche la rabbia repressa logora), vuoi perché si è dimostrato più rischioso. Il movimento nato a Seattle è morto a Genova.  E’ trascorso un decennio in cui tutto è rimasto uguale, ma peggiorando a dismisura. I ragazzi che stanno incassando le prime manganellate davanti alle sedi della Banca d’Italia, allora erano alle elementari o all’asilo. Non dovremmo solamente stare a guardare anche loro con un residuo di speranza data in delega, non dovremmo consegnarli al rischio di essere isolati dalla radicalizzazione dello scontro alla quale questo governo morente sembra intenzionato consegnarli, forse capace, almeno in questo, di riuscirci. Ci vuole poco a essere messi meglio di un ragazzo italiano di vent’anni. Però in gioco non è solo il loro presente e futuro. Non per <em>tornare protagonisti</em>, ma cittadini, dovremmo essere in molti a cercare un modo per esprimere che il tempo della finzione è finito. </p>
<p><em>pubblicato in una versione precedente su</em>L&#8217;Unità<em>, 12 ottobre 2011.</em></p>
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		<title>Genova, per loro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 08:07:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Zamperi]]></category>
		<category><![CDATA[G8 Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Liguorini]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho chiesto a Maria Liguori di mandarmi per Nazione Indiana un piccolo estratto del libro da loro appena pubblicato Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto. E qui la ringrazio. effeffe Ecco un breve testo a testimonianza del lavoro di ricerca che un gruppo di psicologi ha realizzato sui fatti del G8. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho chiesto a Maria Liguori di mandarmi per Nazione Indiana un piccolo estratto del libro da loro  appena pubblicato <a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=5490">Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico</a> di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto. E qui la ringrazio. effeffe<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/revisited.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/revisited-300x200.jpg" alt="" title="revisited" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39650" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/revisited-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/revisited.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <em>Ecco un breve testo a testimonianza del lavoro di ricerca che un gruppo di psicologi  ha realizzato sui fatti del G8. Tanto si è detto, del terribile che vi è stato in questa vicenda, e in questi giorni riviviamo emozioni,riformuliamo ipotesi e ci guardiamo le spalle.</em> <strong>Maria Liguori</strong></p>
<p><em>Introduzione</em><br />
<strong>Di tutto si può dire del passato, tranne che sia passato</strong><br />
 di<br />
<strong>Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese caratterizzato da innumerevoli conflitti tra memorie divise. Per citare solo uno dei più recenti volumi di storia contemporanea, quello di John Foot, sin dal titolo si parla di Fratture d’Italia (2009). Tante sono le fratture che incrinano l’unità del nostro Paese, generando memorie belligeranti e afflizioni individuali. E una di queste è sicuramente il G8 di Genova.<br />
Dieci anni sono ormai trascorsi da quelle giornate. Nonostante ciò, è un evento che continua a rimanere impresso nell’immaginario collettivo. Difficile dimenticare quei drammatici accadimenti, grazie a fotografie e video visibili per tutti, anche per chi non era a Genova in quei giorni. Immagini che ci hanno permesso di assistere agli scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e osservare il trasferimento in barella di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla vicenda di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le polemiche sulle sentenze.<br />
<span id="more-39649"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/5490.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/5490-199x300.jpg" alt="" title="5490" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39651" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/5490-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/5490.jpg 465w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a></p>
<p> Che cosa resta di Genova, oggi? Un senso diffuso di ingiustizia, una grande sofferenza umana, una forte sfiducia tra cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. Sicuramente un’eredità pesante. E un pensiero assai diffuso nel nostro Paese sembra voler indossare il “salvagente del tempo”. Nella speranza che il tempo sia il grande guaritore che lenisce e sana le ferite. Quasi che a far decantare la sofferenza, essa svanisca. E che il risentimento covato dall’ingiustizia patita possa essere eroso dal lavorio della dimenticanza. Grazie agli storici e agli studiosi di memoria sappiamo però che il tempo non è di per sé una medicina. Con una frase ricorrente, essi ci avvertono che “tutto si può dire del passato, tranne che sia passato”. Sottolineando la necessità di abbandonare un simile pensiero della passività, per abbracciare invece strategie attive in grado di far fronte a questo passato che non passa. </p>
<p>Noi siamo psicologi sociali. Non siamo né giudici e né politici. Molto si è detto e tantissimo scritto sul G8. Tranne qualche analisi sociologica sul movimento no-global, le scienze psicosociali hanno però sostanzialmente taciuto. Noi, fin dall’inizio, siamo restati colpiti dagli avvenimenti di Genova. E soprattutto si è fatto strada nelle nostre menti una convinzione: il G8 andrà a conficcarsi nel futuro. Continuerà a parlare a noi di noi anche dopo il suo iter giudiziario. Un’impressione che, strada facendo, ha trovato sostegno in parole scientificamente istruite. Cercando di dare un nome alla natura della sofferenza prodottasi con il G8 di Genova – un diffuso trauma psicopolitico –, interrogando le pratiche sociali della memoria, affrontando il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte dei cittadini –, con le reciproche “barriere emotive” che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Il sapere delle scienze psicosociali è stata la nostra guida per muoverci lungo le vie di Genova. E siamo ben consapevoli di aver percorso solo una parte del tragitto. Così come di aver indossato particolari occhiali per vedere ciò che abbiamo visto. Arrivando persino a temere di rimanere accecati, sentendo l’esigenza di rispecchiarci in altri sguardi. (&#8230;)<br />
Il libro è dedicato a tutti coloro che ci hanno aiutato e a tutte le vittime di qualsiasi forma di autoritarismo.  </p>
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