<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>gabriele drago &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/gabriele-drago/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 13 Sep 2017 11:03:14 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Les nouveaux réalistes: Gabriele Drago</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/18/les-nouveaux-realistes-gabriele-drago/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele drago]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69554</guid>

					<description><![CDATA[Evidences di Gabriele Drago &#160; Siamo precipitati sulla calce, rotolando tra i ciottoli, nella polvere. Andrea modellava il mio viso con carezze lancinanti. Si allontanava per guardarmi, poi mi afferrava la mandibola e mi baciava. Anche io lo stringevo forte, ma nel furore gli ho preso la testa e glie l’ho sbattuta su una pietra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69555" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/prove-300x149.jpg" alt="" width="300" height="149" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/prove-300x149.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/prove.jpg 630w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>Evidences</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Gabriele Drago</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo precipitati sulla calce, rotolando tra i ciottoli, nella polvere. Andrea modellava il mio viso con carezze lancinanti. Si allontanava per guardarmi, poi mi afferrava la mandibola e mi baciava. Anche io lo stringevo forte, ma nel furore gli ho preso la testa e glie l’ho sbattuta su una pietra per cinque o sei volte. L’ho sollevato da terra e l’ho lanciato su uno stelo di ferro che sbucava da un pilastro. È rimasto trafitto nella schiena, con i piedi che pendevano da un lato e le braccia da un altro. Mi sono inginocchiato per baciarlo ancora. Passavo le dita tra i suoi capelli, con una mano gli reggevo la nuca. La montagna di pietre faceva da sfondo al suo corpo tragico e il Bobcat scintillava sotto gli ultimi raggi di sole.</p>
<p>Siamo stati in questo posto che tagliato così sembra un paesaggio lunare, ma se allargassi l’inquadratura si mostrerebbe per quello che è: un deposito di pietre per la costruzione di un palazzo in mezzo alla campagna. Siamo stati qui perché Andrea doveva parlarmi, anche se a me nel tempo libero piace stare in silenzio.</p>
<p>Con il lavoro che faccio, il rappresentante porta a porta, mi tocca dire e spiegare, fino a che me ne devo stare zitto.<br />
Ho provato a farmi una posizione con la mia professione, il fotografo, ho guadagnato poco, pochissimo, niente. Mi è toccato vivere con i miei e a un certo punto ho dovuto scegliere se sottostare alla dittatura di mio padre o alla schiavitù di un capo. Scelsi la schiavitù. Questa è la libertà alla quale posso aspirare, passare da una gabbia più piccola una più grande, cercare di stare comodo. E adesso sono comodo, talmente comodo che non me ne frega nulla.</p>
<p>Quando io e Andrea ci incontravamo per parlare, in realtà nessuno ascoltava l’altro. Ci conoscevamo da una vita e sapevamo già cosa ci saremmo detti. I problemi erano sempre gli stessi, forse variavano gli attori, ma il copione rimaneva uguale.</p>
<p>«Non risolveremo mai i nodi delle nostre esistenze, qualcosa sempre resta e non cambia. I traumi dell’infanzia, l’orrore a fondo perduto che sono le nostre vite», lo sappiamo.</p>
<p>«Siamo stati abituati alla menzogna. Le ansie dei nostri genitori dovevano essere placate con una vita finta che stava diventando vera. Quelli che conosco fingono di essere maturi e fingendo diventano tristi, come gli adulti che sono. Su questa pietra abbiamo costruito la nostra chiesa» e via dicendo con il lamento continuo al quale non credeva neanche lui.</p>
<p>Mentre parlava, Andrea aveva strappato una spiga che faceva scorrere tra le dita. Aveva preso un masso e l’aveva spaccato per terra. Era rimasto a guardarne i frantumi. Tirava le pietruzze al muro secco. Sembrava che la sua volontà fosse quella di distruggere tutto ma operava senza rabbia, per gioco.</p>
<p>Per giustificare la mia presenza in quel luogo con Andrea, avevo portato la macchina fotografica. Almeno avrei trovato qualcosa di insolito nella ripetizione delle nostre vite. È la magia della fotografia che salva dalla noia. A un certo punto un palo o una pietra escono dalla banalità della loro presenza e diventano interessanti senza motivo.</p>
<p>Andrea aveva smesso di drogarsi, mi diceva, anche se non ci sarebbe nulla di male nell’andare ancora a un rave party o nel prendere un goccetto di acqua più all’mdma, ma no, tempi andati quelli. Adesso pensava alla carriera, anche di sabato. Si addestrava alla rinuncia come un asceta. Aveva trovato altri modi per togliersi di mezzo.</p>
<p>Nelle palestre o nei corsi di fitness, Andrea immaginava di non morire mai. Nel mangiar sano, nelle verdurine, nel tofu, la malattia non lo avrebbe sfiorato. Nel flusso infinito della Home, dove con un click discerneva il bene dal male, lui che si era autogenerato, che era padre e madre di se stesso, imprenditore di se stesso, si credeva un Dio fatto uomo.</p>
<p>Ma la mortificazione del godimento creava la sua malattia, il suo ego ipertrofico, la colpa di non riuscire mai a raggiungersi.</p>
<p>Era un demone minore Andrea, tentato dal bene e inibito nel farlo. Questa la goffaggine incerta dei suoi movimenti, il dubbio timoroso che si portava dietro dal liceo. Se avesse saputo scegliere il bene, il suo bene, sarebbe stato più sicuro, in pace o morto. Sempre meglio dell’inferno in cui si era cacciato, con la sua vita finta, a non voler deludere nessuno.</p>
<p>Siamo stati in questo cantiere aperto e fermo. Io fotografavo, Andrea parlava. Parlava della complessità della mente, se ricordo bene, di chi siamo noi e di chi sono loro e di quanto di loro c’è in noi, della riflessività del giudizio, tipo giudica e sarai giudicato, e tante altre cose, le solite cose, che non ricordo.</p>
<p>I discorsi erano più difficili rispetto a dieci anni fa, servivano più concetti per comprendere cosa ci stava succedendo. Quelli di Andrea apparivano però come formule di cortesia per compiacere il suo pubblico che in quel momento ero io. Si sentiva che la sua voce non era autentica, che le parole non aderivano alla carne. Ma che bisogno aveva di fare così anche con me? Conoscevo la sua nullità e gli volevo bene lo stesso quando perdeva quella solennità ebete e il sorriso gli si allargava mentre ci insultavamo le madri o quando saltava sulle panchine del lungomare in inverno o mentre tirava un calcio alla lattina schiacciata che portavamo ai passaggi fino in macchina.<br />
Le sue menzogne erano diventate mediocri, non aveva le abilità per creare il personaggio glorioso che voleva essere. L’esistenza misera che spesso raccontava era più misera di quella che viveva. «Se la gente sapesse quanto è poco interessante non sarebbe più mia follower», si preoccupava.</p>
<p>Il controllo esasperato del feedback, il resoconto al minuto dei like ai suoi post, i selfie sorridenti nei luoghi dei suoi viaggi, lo consumavano.<br />
Una volta a Cracovia era rimasto in ostello per tre giorni. Visitava un monumento, si faceva un selfie, lo condivideva e tornava in camera a contare i mi piace. La seconda sera voleva tornarsene a casa. Non avrebbe voluto fare quel viaggio, niente di tutto quello che faceva avrebbe voluto farlo. È sempre stato così. Questo il motivo della sua lentezza, lo sforzo di vivere che lo stancava come una febbre.</p>
<p>Mi ero interessato alla montagna spianata che faceva da pista all’aggressiva azione del Bobcat. La fotografavo ammaliato, ma non ne usciva nulla di buono. Mi ero accorto in quel momento che non volevo fotografare e non volevo neanche ascoltare Andrea. Glie lo avrei detto presto, perché io, il coraggio di deludere gli altri, c’è l’ho.</p>
<p>Non lo sopportavo. Dovevo dirgli di starsene zitto. A ogni sua parola mi spostavo, muovevo le pietre, creavo composizioni senza ragione pur di non sentirlo. Salivo su un masso, mi allontanavo, controllavo il diaframma, l’otturatore, non capivo nulla. Andrea mi dava la nausea con la sua luce artificiale che cercava di diffondere ovunque e allora ha dovuto dirglielo. Ho dovuto dirglielo che non lo stavo ascoltando, che non non me ne fregava un cazzo. Ho dovuto dirglielo perché gli volevo bene e non volevo mentirgli.</p>
<p>«Non me ne frega un cazzo, sai? Non me ne frega proprio un cazzo di quello che stai dicendo», gli ho detto.</p>
<p>Mi aspettavo una reazione violenta come quelle che sgorgavano della sua paranoia quando un gesto fortuito confermava la logica persecutoria con la quale interpretava il mondo. Pensavo di suscitare la sua collera e dopo avergli detto che non me ne fregava nulla della sua disperazione, per un momento, avevo perso il coraggio di guardarlo in faccia. Ripensavo al braccio rotto di Leda, la sua ex compagna, e agli occhi gonfi dell’uomo sul traghetto. A entrambi bastò scambiarsi uno sguardo per meritarsi una scarica di legnate. Andrea poi andò a rifugiarsi nel bagno in preda ai sensi di colpa.<br />
Era una superficie colorata Andrea, sotto la quale si agitavano ingovernabili turbini.</p>
<p>Armeggiavo con il display della macchina fotografica, sentivo i suoi occhi di stucco su di me. Nonostante ciò continuavo a dirgli di stare zitto.</p>
<p>«Zitto devi stare con le tue cazzate», mormoravo con gli occhi bassi.</p>
<p>Sentivo che una catastrofe imminente sarebbe arrivata. Il cantiere fermo era diventato immobile. Il Bobcat teneva in alto la ruspa colma d’acqua che da un momento all’altro sembrava riversarsi sulla testa di Andrea e su tutto. Un’alluvione, un fiume in piena, la campagna allagata e il suo corpo galleggiare in una pozza di fango immaginavo. A un certo punto volevo vederlo annegato e me ne vergognavo.</p>
<p>«Devi stare zitto», ho detto un’ultima volta.</p>
<p>Andrea era fermo su una dunetta di terriccio poco più in là. Se si incazza, se mi umilia, lo ammazzo. Deve stare zitto, pensavo.<br />
Non volevo ferirlo, ma a lato c’era un tondino di metallo sottile come i capelli di una frusta. Prenderlo e schioccarglielo in faccia, uno squarcio lungo gli farei, dalla fronte alla bocca.</p>
<p>Andrea non parlava più. Sentivo i suoi passi strisciare e la sua presenza avvicinarsi.</p>
<p>«Potevi dirmelo prima che non volevi ascoltarmi», ha detto con calma quando era a circa un metro da me.</p>
<p>Mi ero abbassato lentamente per prendere il tondino di ferro che stava per terra. Calcolavo che con una sola mossa sarei riuscito a girarmi e ficcarglielo nell’occhio.</p>
<p>«Perché non me lo hai detto prima?» continuava.</p>
<p>Aspettavo il momento giusto per fiondargli il pezzo di ferro in faccia, ma lui ha steso il braccio per prendere la mia mano e mi sorrideva. Quel gesto mi ha disorientato e ho lasciato cadere il ferro.</p>
<p>«Che vuoi con quella mano?» gli ho detto mentre gli porgevo spontaneamente la mia.</p>
<p>Lui ha azzerato velocemente la distanza, mi ha agganciato il collo e mi ha abbracciato. Mi sono ritrovato appeso al suo corpo, con l’orecchio vicino al suo orecchio. Non ci siamo detti nulla, poi mi ha dato una stretta forte e ho perso l’aria. Gli occhi mi si sono spalancati sulle colline bianche che circondavano il cantiere, sulle impronte lasciate nella terra dai cingoli del Bobcat. Mi ha stretto di nuovo talmente forte che il mento mi si è alzato verso il sole e il cantiere attorno è scomparso diventando solo cielo. La sua mano ha cominciato a scorrermi sul collo, ad avvolgermi la nuca, mi spingeva dolcemente la testa sul suo petto. Mi sentivo rigido, fragile e incollato come un vaso rotto. Andrea ha sollevato lentamente il viso dalla mia spalla. Le nostre guance si sono sfiorate forte. L’attrito delle barbe descriveva una linea che è finita sulle nostre labbra e le ha unite. Gli occhi mi si spalancarono ancora, ricevevo sul busto il suo peso morbido, un flusso caldo che mi scioglieva le braccia. Per alcuni larghi secondi, qualcosa di denso, di oscuro, voleva trapassarmi. Non sapevo nulla di ciò che provavo né quanto sia durato quel bacio. Eravamo sconvolti al crepuscolo. L’ultima foto l’avevo fatta alle quattro, dopo avevo abbandonato la macchina per terra e inclinato la testa per ricevere ancora le labbra di Andrea.<br />
Le sue mani e le mie arrivarono ovunque, mosse da una forza che aveva più a che fare con la materia che con la nostra volontà. La stessa forza sovraumana che mi spinse a sfondare il suo cranio in preda all’orgia.</p>
<p>Quando l’alito di Andrea si è spento e ho visto la sua agonia pendere appesa al pilastro ho avuto una visione. Forse la più intensa della mia carriera di fotografo. Tutto intorno splendeva di una gloria nera. I ferri, le fondamenta, l’acqua torbida dei barili, quella specie di montagna biblica sotto la quale giaceva Andrea come un Cristo morto, erano rivoltanti nel loro ordine meraviglioso. Allora mi sono alzato dal suo volto che tenevo tra le mani, sono corso verso la macchina fotografica e ho scattato, scattato e scattato, fino a esaurire la batteria. Mi sono arrampicato sulla gru, ho scalato le rocce a quattro zampe, tornavo al corpo di Andrea, lo fotografavo e lo baciavo in uno stato di grazia incontenibile. Il mirino della macchina apriva un canale diretto con questo buco nero impronunciabile e mi univa a un grande mistero del quale ne facevo parte insieme al Bobcat e alle pietre. Diventavo immenso come la natura oscura del cosmo che attraversava ogni cosa. Mi ero frantumato altre volte nell’assurdo. Sempre deciso a scolarmi tutto il veleno, era impazzito ma non ero mai morto. Stavolta sentivo che sarei scomparso davvero, ma ero felice, pazzo di gioia per questa libertà oscena e che stavo diventando.</p>
<p>Vede signor giudice, ci sono luoghi dentro noi che è meglio non frequentare. Lì risiede la verità, ma ad altre leggi deve rispondere la vita, altrimenti si rischia l’estasi o il martirio. Questa è l’ultima foto che ho fatto. Andrea era morto da pochissimo. Il sangue gli cola sulla fronte e il tondino è in sezione aurea con il suo cranio, le piace? Non dà serenità allo sguardo? Non la calma?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">69554</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Destino volle</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/03/11/destino-volle/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/03/11/destino-volle/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2017 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele drago]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67412</guid>

					<description><![CDATA[di Gabriele Drago Sono incastrato tra i corpi del mattino. Tengo il mento in alto per non alitare su questo sconosciuto che sto abbracciando come fosse mio padre, ma cedo fino ad appoggiare la mia guancia sulle sue spalle. Non si accorge del peso della mia testa. Io invece sento una signora anziana che spreme [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Gabriele Drago</strong></p>
<p style="text-align: right;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-67467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/destinovolle_web-300x173.jpg" alt="destinovolle_web" width="582" height="335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/destinovolle_web-300x173.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/destinovolle_web-768x443.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/destinovolle_web-1024x591.jpg 1024w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Sono incastrato tra i corpi del mattino. Tengo il mento in alto per non alitare su questo sconosciuto che sto abbracciando come fosse mio padre, ma cedo fino ad appoggiare la mia guancia sulle sue spalle. Non si accorge del peso della mia testa. Io invece sento una signora anziana che spreme i suoi grossi seni sulla mia schiena. La punta di una borsa mi sta scavando le costole. Due grandi narici nere pendono sul mio orecchio insufflandomi aria calda a intermittenza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Cerco in tutti i modi di sottrarmi all’incastro ma ogni azione è annichilita da questo blocco umano che mi nega e mi ingloba. Resistere, spingere, trovare anfratti liberi non serve a nulla. Perciò mi rassegno. Rimango sdraiato sulle spalle dell’uomo e guardo fuori dai finestrini, nella città. Vedo scorrere le macchine, i monumenti, le persone libere di muoversi nell&#8217;aria fresca del giorno che a grandi falcate attraversano le strade ampie, che girano per le piazze, che cambiano direzione, che allargano le braccia, mentre io, con il torace costretto, inalo l&#8217;aria già respirata che ristagna nel tram. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Penso che l’unica cosa da fare è aspettare che qualcuno scenda, riporre negli altri, come ho sempre fatto, la possibilità di essere libero. E intanto continuare a lamentarmi per far capire a tutti che comunque anch’io sto soffrendo, che siamo sulla stessa barca, sullo stesso tram, che possiamo considerarci vittime e morire asfissiati ma senza colpa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Alle fermate non scende nessuno. Sembra che il tram giri a vuoto e quando si blocca guasto sulle rotaie, l’immagine di un mondo ossigenato al quale mi sto avidamente aggrappando scompare definitivamente sotto i colpi degli eventi. Le porte a soffietto, agitate da una ossessione compulsiva, si aprono e chiudono per pochi millimetri fino a serrarsi definitivamente. Là fuori, la città libera si dissolve dietro i vetri appannati e una luce filtrata cala su noi come un gas mortifero. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Stiamo tutti in silenzio ad attendere che il tram riprenda la corsa. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Uno scossone ci sorprende e ci fa sguazzare compatti come un piede in una scarpa larga. Si riaccendono i motori. Pochi metri, nulla. Anche i rumori di una possibile ripresa delle attività si spengono. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Tutto intorno diventa unto. Dal giubbotto di pelle sul quale la mia faccia è spalmata vedo trasudare una patina vischiosa. Alzo la guancia. Piccole placche nere come grafite, sedimentate tra le rughe del cuoio, mi si incollano sul viso. Nessuno si lamenta o cerca di ribellarsi alla tenaglia dei corpi. Tranne me che ho la nausea, e più cerco di ostacolare le cose più queste si fanno grandi e insormontabili. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">La situazione si impone come un tiranno. Bisogna sperare nell’arrivo di un tecnico e penso che sia benedetto il giorno in cui non avremo più speranze perché le nostre vite saranno perfette. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Quando al secondo scossone una punta di ombrello si incastrata dentro la mia scarpa, asportandomi dal piede un lembo quadrato di pelle, capisco che qualcosa ancora può esser fatto e che l’unico modo per imprimere la mia volontà al destino è volere ciò che lui vuole. E allora dico si. Si, al piede che brucia insanguinato. Si alle tette enormi che porto sulla schiena, voglio che mi schiaccino per terra queste sacche di grasso. Si alla borsa che mi scava le costole, voglio che mi perfori come la lancia di Longino. Si al fiato che mi scalda l’orecchio come fa il bue col bambinello, arrostiscimi la staffa e il timpano. Voglio sprofondare la mia faccia nelle spalle di questo uomo e premere la fronte tra le sue scapole, scavargli sotto la cervicale, strisciargli il naso sulla pelle e dargli delle testate per aprirmi varchi nella sua gabbia toracica. Che’ se alla macchina lanciata in corsa si rompono i freni io accelero, e non si dica che destino volle ma sia io ad aver voluto schiantarmi. Perché sono il padrone degli eventi e la mia ragione farà ragionevole questa massa informe che mi sovrasta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Quando riapro gli occhi sto penzolando nell’aria dentro al tram vuoto. È un relitto arrugginito dai finestrini sfondati, una scatola di latta nuda e senza porte. C’è puzza di piscio. Il mio materasso sottile e sporco giace sotto i due sedili rimasti. Scendo in un deserto con altre carcasse di tram sparse per chilometri. Mi guardo in uno specchietto retrovisore opaco di terra e scopro di essere vecchio. Un dolore mi sfonda lo stomaco. Ho fame e mi chiedo se è questo ciò che ho voluto. </span></p>
<ul>
<li>disegno di Serena Schianaia</li>
</ul>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/03/11/destino-volle/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">67412</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Ilio (o il bar dell’incrocio)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/09/ilio-o-il-bar-dellincrocio/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/09/ilio-o-il-bar-dellincrocio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2016 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele drago]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59787</guid>

					<description><![CDATA[di Gabriele Drago Quel pomeriggio mi ritrovai a camminare scalzo sulla vecchia mulattiera abbandonata. La strada percorre tangente il paese e arriva precisa all’incrocio dove avrei dovuto incontrare Ilio per il caffè della domenica. È ormai chiusa al traffico e tra le pietre incastonate a terra è germogliata l’erba. Se prendi questa strada, cinque minuti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriele Drago</strong></p>
<p>Quel pomeriggio mi ritrovai a camminare scalzo sulla vecchia mulattiera abbandonata.</p>
<p>La strada percorre tangente il paese e arriva precisa all’incrocio dove avrei dovuto incontrare Ilio per il caffè della domenica. È ormai chiusa al traffico e tra le pietre incastonate a terra è germogliata l’erba.</p>
<p>Se prendi questa strada, cinque minuti ci vogliono per arrivare al bar dell’incrocio. Passa proprio accanto alla piazza del Giudice, non c’è traffico e puoi anche camminare scalzo perché le pietre di basalto sono pulite e lucide e nessuno ti talìa, come diceva Ilio.</p>
<p>Il bar dell&#8217;incrocio è modesto e da quelle parti non passa molta gente. I clienti sono pochi, vanno e vengono in fretta, con gli occhi sfuggenti, senza salutare.</p>
<p>La prima volta che mi fermai al bar dell’incrocio fu per caso. Tornavo esausto da un lungo viaggio di lavoro. La stanchezza mi aveva messo addosso anche una certa tristezza ed entrando al bar riuscii solo ad accennare un sorriso per la cortesia del salutare.<br />
Mi accasciai sul bancone, chiesi un caffè a Ilio e lui, svelto e sorridente, completamente a suo agio nelle piroette che compiva passando dalla macchina al bancone, mi piantò il caffè sbattendolo sul lastrone di marmo che quasi la tazzina non si spaccava. Poi si girò di spalle e io bevvi il caffè in silenzio.</p>
<p>Feci in fretta. Quel modo così grossolano di servire i clienti mi aveva irritato. Lasciai gli spicci sul tavolo, salutai senza essere ricambiato e uscii dal bar per mettermi di nuovo in macchina.</p>
<p>Poco dopo aver lasciato il bar dell’incrocio, durante il tragitto fino a casa, mi successe qualcosa che non riesco bene a descrivere. Sentii crescere in me una specie di potenza, di energia. Mi si rilassarono i muscoli del viso, la pelle divenne più chiara, più liscia, mi sentivo forte e pulito, presente, attento. Quando arrivai a casa avevo ancora il sapore del caffè in bocca e un vigore del tutto nuovo tanto che a mia moglie venne il sospetto che forse in quei due giorni fossi stato in vacanza invece che a lavoro.</p>
<p>Le strinsi i fianchi, la portai in camera da letto e facemmo l&#8217;amore per tutto il pomeriggio, come venticinque anni fa.</p>
<p>«Può mai essere che un caffè mi abbia rimesso al mondo in questo modo?», pensai quando mia moglie mi lasciò solo sul letto.</p>
<p>Non conoscevo ancora Ilio. Dietro i suoi modi semplici nascondeva una complessità nera e potente come le miscele che preparava.</p>
<p>Tornai al bar dell’incrocio il giorno seguente ma era chiuso come se fosse chiuso da chissà quanti anni. La porta era impolverata e le tendine ingiallite. Dietro i vetri opachi si poteva leggere un breve messaggio su un cartellino storto appeso lì quasi per caso: “ogni domenica, dalle cinque alle”.</p>
<p>Mi capitò infatti di tornarci la domenica successiva che erano le cinque e dieci e l’avevo trovato chiuso. La domenica successiva ancora alle cinque in punto ed era aperto. Ci tornai ancora, sempre di domenica, alle cinque e venti ed era aperto, la domenica successiva alle cinque e un quarto ed era chiuso.</p>
<p>Insomma “dalle cinque alle” significava che era meglio arrivarci alle cinque precise se volevi trovare il bar dell’incrocio aperto e Ilio disponibile a sottoporti la miscela giusta.</p>
<p>Di questa somministrazione ragionata io ne sono quasi dipendente ormai. Ilio mi aveva iniziato ai misteri del caffè e avviato a mia insaputa ad un percorso spirituale lungo e difficile ma necessario a detta sua.</p>
<p>Infatti, se fino a prima di conoscere Ilio mi reputavo una persona forte e coraggiosa, adesso non ho più certezze e anche le cose più innocue possono mettermi in crisi. Basta una parolina detta male da qualcuno che mi partono lunghi concatenamenti di immagini e riflessioni disordinate su me stesso, sul perché dell’esistenza e sul significato delle cose. Mi si fa il respiro corto, frullo talmente tanto di cervello che sembro fatto di solo pensiero, un ramo che si spezza a un chilometro posso sentirlo e sto sempre all’erta per il timore che ho di abbandonare definitivamente il mio corpo.</p>
<p>Queste sensazioni scomparivano quando prendevo il caffè di Ilio però. Dopo pochi sorsi la mia mente si fermava, tornavo a essere tutto in uno e potevo vedere chiaramente me stesso e il mondo con una comprensione pressoché infinita.</p>
<p>Ilio sosteneva che le mie crisi sono necessarie se voglio capire a fondo la realtà delle cose. La pratica del caffè è come un’operazione chirurgica, serve a sradicare anni di false credenze ed è normale che sia doloroso.</p>
<p>Il caffè aiuta ad avere la concentrazione giusta e a trovare un punto saldo da cui osservare il flusso delle sensazioni senza farsi coinvolgere. Accedere alla realtà delle cose senza l’aiuto del caffè sarebbe come lanciarsi in battaglia con una spada non affilata.</p>
<p>Ilio diceva anche che un giorno, molto presto, avrei trovato un punto di una fermezza assoluta dentro me stesso, un punto saldo, immobile, dove avrei coinciso perfettamente con i miei desideri reali e i miei bisogni più profondi. Avrei trovato la pace vera, il nirvana, diceva Ilio, e non avrei avuto nemmeno più bisogno del caffè. Ma fino a quel giorno non avrei dovuto saltare mai una domenica al bar dell’incrocio perché interrompere la pratica sarebbe stato molto pericoloso.</p>
<p>Quella domenica perciò dovevo andare al bar come ogni domenica da qualche mese ormai, ma un non so cosa si introdusse in me come una possessione diabolica, scuotendomi e rimescolandomi tutto che non ci capii più nulla di me stesso, del mondo e di ciò che mi stava succedendo. Quella domenica al bar dell’incrocio ci arrivai per fortuna, senza sapere come.</p>
<p>Ricordo che camminavo scalzo su quella strada vecchia perché, poco dopo pranzo, fui costretto ad allontanarmi dalla veranda per digerire sia l&#8217;abbondante pasto e sia certi discorsi che avevano compromesso la mia delicata peristalsi.</p>
<p>Da quando ho cominciato la pratica ho anche problemi di digestione. Ilio diceva che sono dovuti ad anni di abitudini scorrette nel modo di pensare e che alla fine del percorso non avrei dovuto più soffrirne. «Ogni nostro pensiero», diceva Ilio, «coincide con un punto del corpo e questi disturbi digestivi non sono altro che una reazione psicosomatica. Quando per mezzo del caffè avrò sciolto tutti i nodi che irrigidiscono la mia mente anche il corpo troverà sollievo», sosteneva Ilio.</p>
<p>Intanto come palliativo camminavo scalzo sulle pietre lisce della mulattiera perché, sin da piccolo, avevo scoperto che procurano un massaggio sotto i piedi e, ammorbidendo l’intero corpo, per un po’ la collera che stringe lo stomaco fluisce verso gli argini della strada, tra le fessure dei muri a secco.</p>
<p>Perciò mi tolsi le scarpe. Trattenevano i miei piedi gonfi come io durante il pranzo trattenni certe parole soffocandole in gola con grossi bocconi di pastasciutta. Bocconi avvelenati questi, che contribuirono senz&#8217;altro a impegnare oltremodo il mio intestino.</p>
<p>Ilio me lo diceva sempre, «la prima digestione avviene nella bocca», «e mangia lentamente, gustandoti il cibo in un posto silenzioso e rilassato prima di bere il caffè».</p>
<p>Quella domenica però, durante il pranzo, un continuum di rumore sollecitava il mio sistema nervoso.</p>
<p>Fu una difficile domenica in famiglia. La morte della nonna aveva scavato crepe profonde e ogni parola pronunciata in quel pranzo sgretolava in nostri rapporti in frantumi asimmetrici e taglienti. I miei parenti avevano aperto una faida tirando fuori le armi della memoria e tutti, figlie, zii e nipoti, si tolsero talmente tanti sassolini dalla scarpa da costruire solidi palazzi di colpa dentro i quali rinchiudere chi non aveva assolto agli obblighi indiscutibili dell’istituzione famigliare. Quella domenica, tra un boccone e l’altro, ognuno si difendeva nel tribunale messo su in veranda. Tutti erano allo stesso tempo giudici e imputati, si creavano fazioni e scissioni interne, si votavano mozioni, mentre il cibo masticato sfuggiva dalle fauci inferocite impastato a parole avvelenate.</p>
<p>Da come mi aveva istruito mia moglie sapevo che il pranzo avrebbe assunto delle pieghe pericolose per il mio intestino. Ilio diceva che non dovevo farmi coinvolgere troppo dalle cose, che sono un tipo emotivo e lo stomaco ne risente. Certamente mi ero fatto prendere dal circolo di quelle male lingue ma poi ci aggiunsi il bis del primo e il bis del secondo e a prescindere dalle emozioni il mio stomaco ne avrebbe risentito comunque, forse.</p>
<p>Ero ancora all’inizio della pratica e dubitavo di tutto come non avevo mai dubitato. Anche della pratica stessa dubitavo ma non potevo farne a meno. Tutto mi sembrava così assurdo che non sapevo più quali fossero le cause effettive del mio malessere e maledicevo il giorno in cui mi ero fermato al bar dell’incrocio. Tuttavia, quando prendevo il caffè di Ilio, trovavo sul serio per un momento la pace e questo rafforzava in me la volontà di proseguire il percorso con lui.</p>
<p>Quella domenica a pranzo non capivo se i dialoghi ai quali assistetti furono solo giochi sofistici oppure se l’urgenza di provare la propria innocenza prudeva sulla lingua e veloce univa il pensiero con la parola.</p>
<p>In anni di convivenza non avevo mai visto applicare tanta logica a mia moglie nel dedurre le cause dagli effetti. Mia cognata creò trame così perfette da descrivere l&#8217;animo umano come romanzieri dell&#8217;ottocento.</p>
<p>Mai avevo assistito a tanta onestà. Dalla bocca di mia suocera, donna all&#8217;antica e severa, uscì addirittura un “minchia fricuniata” talmente appassionato che sembrava fosse l&#8217;etichetta definitiva per descrivere quell&#8217;uomo “scunchiurutu” che aveva sposato sua figlia: io.</p>
<p>Non reagii a nessuna provocazione, mangiavo convulsamente le mie portate con gli occhi bassi anche se la fame mi era passata. Nel frattempo i bambini urlavano rincorrendosi tra le sedie, la zia urlava rincorrendoli tra le sedie, tutti gli altri urlavano scivolando e riaggrappandosi alle sedie. Le parole si mescolavano al frinire delle cicale e le sedie erano l&#8217;unica cosa stabile, silenziosa e rilassata in quel pranzo insano.</p>
<p>Le voci di suocere e mogli e cognati e figlie si intrecciavano in retoriche complesse corredate di prove, documenti e tabelle d’ospedale. L’eredità della nonna defunta passava di mano in mano e i notai erano pronti a firmare ovunque si poggiasse il merito.</p>
<p>L’istruttoria proseguiva incalzante. Quanto e come? Chi era stato vicino alla nonna durante la malattia? Quanto era costata la casa di riposo? Quanti minuti al giorno e quanti giorni a settimana togliendo le domeniche, gli impegni di lavoro, la noia, la partita, la febbre, avevi trascorso con la nonna, con la mamma, con la figlia? E poi dov&#8217;eri nel momento del bisogno? Pensi di meritare la rendita, il lascito, l’eredità e addirittura l’amore dei figli?</p>
<p>A queste domande i corpi dei parenti reagivano con brevi sospiri che si bloccavano nell’addome e spalancando gli occhi interrogavano la corte e loro stessi con un maiuscolo e stupefatto «io?». Non era possibile infatti che esempi di tanta abnegazione potessero mai apparire fallibili. Ognuno aveva di sé un’immagine perfetta e integerrima che riassumeva tutte le qualità morali necessarie per essere non uomini ma dei.</p>
<p>La veranda era diventata un Pantheon ma la realtà era che a nessuno andava di occuparsi della nonna senza allo stesso tempo volgere un pensierino alla casa al mare, agli appartamenti dati in affitto in città, al conto in banca, ai vitigni di contrada Nissoni che la nonna visitava mensilmente e appena qualcuno toccava questo punto debole ma reale, insinuando negli altri l’infamia di un calcolo utile sulla pelle della nonna, succedeva il putiferio.</p>
<p>Dal canto mio, quel giorno, pensavo solo di dover andare al bar dell’incrocio entro le cinque e a dir la verità non me ne fregava nulla di tutte quelle storie. Io amavo veramente la nonna e per quanto mi riguarda si potevano prendere tutto.</p>
<p>Il mio stomaco era ormai rigido e gonfio. Sapevo che quel pranzo mi avrebbe fatto male, mia moglie me lo aveva detto.</p>
<p>Infatti, prima che arrivassero i parenti, avevo chiuso le persiane della camera da letto per non disperdere il fresco. Avevo preparato un rifugio d&#8217;ombra per tenere a bada il mostro che si sarebbe accovacciato presto nella pancia.</p>
<p>Misi il condizionatore a quindici, poi lo abbassai fino a dieci e cominciai a pregustare quel dolce assopimento che cala zavorrato da un ventre pieno e soddisfatto. Una sorta di ricompensa per essere riusciti a strafogarsi di cibo nel caldo mezzogiorno d&#8217;estate. Inoltre Ilio diceva che il pisolino prima del caffè prepara alla purificazione e io seguivo precisamente le indicazioni di Ilio.</p>
<p>Questo progettino semplice ma concreto, mi aiutava a sostenere qualunque offesa durante il pranzo. Dopo mi sarei alzato e sarei andato a incontrare Ilio al bar dell’incrocio. Purtroppo, però, un vile sabotaggio del programma mi costrinse a dileguarmi dalla veranda prima del previsto come un ninja obeso che agisce nell’oscurità.</p>
<p>Successe che le mie due cognate, senza avermi consultato, decisero che i bimbi dovessero rimanere a giocare rinchiusi in camera mia. Io provai a ribellarmi facendo appello al mio sacrosanto diritto al riposo ma le mie proteste sembrarono lallazioni infantili senza senso e vennero ignorate immediatamente. Dovetti rassegnarmi alla loro decisione e capii solo dopo che l’occupazione della mia camera faceva parte di un disegno strategico per tenermi sveglio fino al momento della sentenza che mi toccava.</p>
<p>Appoggiato quindi impotente al muro della veranda osservavo senza intervenire il teatro tragico della mia famiglia.</p>
<p>Cominciai a sudare, il battito cardiaco mi era aumentato, il baccano intorno mi faceva girare la testa e dovevo sforzarmi per capire chi dicesse cosa a chi.</p>
<p>Solo quando il medio tra i tre fratellini che ronzavano intorno al tavolo si fermò con il triciclo di fronte a suo papà, nella veranda calò per un attimo il silenzio.</p>
<p>Dalla sua piccola boccuccia apprendemmo che zio Antonio piscia seduto come le femminucce e che il portiere e la mamma si erano abbracciati nell’ascensore per tutto il tempo del black out.</p>
<p>Dopo questa sparata una specie di terrore paralizzò i nervi dei parenti perché, sebbene tutti eravamo interessati ai fatti privati di ognuno, nessuno era in grado di sostenere anche quell’arbitrio così genuino in una battaglia che già di suo andava per colpi bassi.</p>
<p>Per cui, tra risatine sotto i baffi e sguardi taglienti che si incrociavano come sciabole, i bambini vennero deportati tutti in camera mia affinché potessero giocare, menarsi e urlare senza disturbare il gioco dei grandi.</p>
<p>È vero però che i grandi non stavano giocando perché non rispettavano nessuna regola e un gioco senza regole, oltre a non essere un gioco, è altrettanto vicino alla natura dei capricci infantili.</p>
<p>I grandi si ritrovarono a esser seri, seri e angosciati come quando si perde la fede, come quando le credenze traballano e i legami certi dell’amore in famiglia mostrano il meccanismo dell’incaprettamento.</p>
<p>Sembrava infatti che le nostre cure reciproche mascherassero da sempre una logica dell’interesse secondo la quale al tempo e all’affetto donato bisognava ricambiare con maggiore affetto, maggiore tempo o maggiore quota d’eredità.</p>
<p>Non ci si poteva più fidare. Chi ti aveva accarezzato, abbracciato, baciato, sorriso, adesso ti stringeva la corda al collo in una specie di bondage morale.</p>
<p>La situazione degenerava irrimediabilmente. I discorsi erano come dei maiali che cercano di pulirsi rotolandosi nel fango.</p>
<p>Solo l’arrivo del caffè, per un lungo momento, diede loro l’idea di un fronte comune. La miscela era un regalo straordinario di Ilio. Di solito lui non voleva che il suo caffè uscisse dal bar dell’incrocio ma questa miscela me l’aveva regalata per il mio compleanno. «È una miscela leggera questa, da bere in famiglia», disse quella volta Ilio.</p>
<p>Quando mia moglie arrivò con il vassoio l’attenzione di tutti passò dal dettaglio del delitto alle tazzine colme e traballanti. Zia Franca e Giada, la nipote, dal disordine cieco della furia si ritrovarono a collaborare per far spazio sul tavolo e Domenico smise di calare pugni. Come sosteneva Ilio, «il caffè invita alla meditazione e al discernimento, all’armonia e all’equilibrio».</p>
<p>Anche se era una miscela leggera io non presi il caffè, aspettavo di andare al bar. La pratica prevedeva dei momenti ben precisi e situazioni supervisionate. Loro invece si avvicinarono tutti al vassoio e con gli occhi bassi si passarono di mano in mano lo stesso cucchiaino per mescolare lo zucchero al caffè. Il caffè gli concesse una tregua che disciplinò l&#8217;isterico sbracciare nei movimenti attenti, delicati e silenziosi del portare la tazzina alle labbra e da villani quali erano divennero dei lord. La loro mente, fino a un momento prima in preda all’angoscia di dover difendersi o attaccare, fu risucchiata nell’attenzione esclusiva di quella sensazione bollente e pastosa che si inoltrava per tutta la bocca. Il caffè aprì una dimensione condivisa di piacere riportando la calma nell’assemblea e quando ripoggiarono le tazzine sul tavolo erano visibilmente cambiati.</p>
<p>Ci furono addirittura delle scuse, qualcuno riconosceva di aver esagerato, qualcuno comprendeva la noia di dover trascorrere l’unico giorno libero della settimana nella sala d’attesa del dottore per accompagnare la nonna.</p>
<p>Due cugini si spostarono dalle sedie alle sdraio, lo zio accasciato sul dondolo si alzò la camicia dandosi delle piccole pacche compiaciute sulla pancia. Nessuno si curava più degli altri e per un attimo sembrò il post-pranzo di sempre: sonnolento, sazio e spaparanzato.</p>
<p>Senonché, tornando dal bagno ancora agguerrita e carica dei pensieri formulati nella solitudine della toilette, zia Antonietta, l’unica a non aver preso il caffè, percorse veloce il corridoio.</p>
<p>Vestita come una madonna a lutto volava a pochi centimetri dal pavimento con il suo indice innervato verso il cielo che scaricò dritto sul mio muso.</p>
<p>«Tu», urlava zia Antonietta. «Tu che ti sei allisciato la nonna fino alla fine, dov’eri la notte del venticinque quando ti chiamava rantolando sul letto della casa di riposo? Dov’eri?»</p>
<p>Sembrava che la sua figura fosse diventata enorme e che un velo nero come un burqa le coprisse il viso. La sua voce tuonava dal profondo con il timbro di un demonio.</p>
<p>Io mi spaventai. Lo sforzo per escogitare una via di fuga fu disumano. Sapevo che zia Antonietta non me l’avrebbe fatta passare liscia e il suo furore fu tale che innescò un ritorno di fiamma in quella bolgia di spiriti in veranda.</p>
<p>Al che, una finta chiamata di lavoro al cellulare di gomma con trombetta che strappai dalle manine di Rosa mi salvò dalla condanna definitiva e dall’onerosa formulazione della mia discolpa, consapevole che un’alzata di spalle a zia Antonietta non sarebbe bastata.</p>
<p>Riuscii a non farmi trascinare in quel caos di cattive parole e mi defilai dalla veranda, veloce ma discreto, come un geco.</p>
<p>Scesi le scale fino in fondo e mi intromisi sulla strada vecchia il cui imbocco era lì vicino. Pensai ai massaggi e mi tolsi le scarpe.</p>
<p>Era pomeriggio presto. In quel periodo della giornata la gente, come per mettersi a riparo da una premonizione catastrofica non uscirebbe mai di casa, si serra dietro le persiane e hai l’impressione che ti osservino dalle fessure. La strada era talmente deserta e silenziosa a quell’ora che riconobbi le voci di ognuno anche a decine di metri di distanza.</p>
<p>Io me ne andavo verso il bar sicuro di aver lasciato la mia difesa nelle mani di ottimi avvocati ma quelli che pensavo fossero miei alleati mi tradirono trapassandomi le spalle con la lingua.</p>
<p>Mia figlia, il mio alleato più fedele di sempre, non perse l&#8217;occasione per elencare le mie mancanze di genitore assente, di persona che aveva senz&#8217;altro contribuito al fiorire delle sue nevrosi, la causa prima dei suoi fallimenti.</p>
<p>Mi sentii come Cesare nella congiura. La strafottenza che mi imputava, la quale altro non era se non vigliaccheria o scudo bardato di “che me ne fotte” per proteggermi dalle ingiurie del mondo, mi abbandonò paralizzandomi nelle parole d’amore mai pronunciate, negli abbracci rimandati, nella credenza che per essere padre bastasse il pensiero, un sms con gli auguri di Natale. Mia figlia sostenne che io non le avessi mai detto quanto mi mancasse, quanto mi piacesse stare con lei, quanto le volessi bene. Diceva che la nonna più che affetto provava compassione per me, come del resto tutta la famiglia.</p>
<p>In preda alle assurdità che avevo ascoltato mi venne di stringere il telefonino di gomma che avevo ancora in mano e dal nulla, ma da un nulla evidentemente pieno, mi si riempirono gli occhi di lacrime.</p>
<p>Mia figlia aveva spalancato le finestre e la tempesta mi entrò dentro. Demoni provenienti da molto lontano mi assalirono come un vento forte.</p>
<p>Cominciai a vagare in preda all’angoscia per la mulattiera desolata. Le cicale impazzite non cantavano più, le cose si fermarono, faceva una caldo assurdo.</p>
<p>Se il diavolo dovesse manifestarsi sceglierebbe quest&#8217;ora del pomeriggio mentre vapori caldi esalano dell’asfalto come fumi di zolfo, altro che la mezzanotte.</p>
<p>A un certo punto la mente cominciò a interrogarmi chiedendo soluzioni immediate e non sapevo più dove stavo andando. Il caffè, Ilio, mia figlia, la nonna? Cosa dovevo fare?</p>
<p>Tenevo ancora il cellulare di gomma in mano e non capivo perché. Le voci dei miei rimbombavano come echi in una cattedrale vuota, domande antiche mozzarono le radici del senso dell’essere padre, marito, figlio, uomo, vivente.</p>
<p>Stordito come una mosca che sbatte sui vetri mi inoltrai in vicoli ombrosi e sconosciuti dentro ai quali l&#8217;umidità dava la vita a mucillagine, muffe e vegetazione rampicante. Poi esausto mi sdraiai sotto un fico nato dalle fessure di un muro e mi addormentai.</p>
<p>Dopo non so quanto tempo, forse ore o forse minuti,  mi pervase un calmo dormiveglia e una luce, una luce morbida come un balsamo, mi si appoggiò sulle palpebre.</p>
<p>Mi ritrovai seduto al tavolino di un bar. Riconobbi Ilio che mi parlava piegato su di me a un palmo dalla faccia ma non capivo cosa mi stesse dicendo. Aveva una mano poggiata sulla mia spalla e una sul suo ginocchio.</p>
<p>«Robbè, tutt’apposto?», credo mi avesse detto.</p>
<p>Ero ancora diviso, confuso, con pensieri sparpagliati e immagini sovrapposte di pranzi, parenti, tavolini e vicoli sconosciuti. Me ne stavo seduto sulla sedia con le braccia lungo i fianchi, intorpidito.</p>
<p>«Robbè, ma che minchia ti è successo? Perché sei scalzo?». Ilio non era preoccupato, sapeva che ogni tanto me ne andavo con la mente in luoghi lontani e sconosciuti.</p>
<p>«Tieni, prendi questo, prendi il caffè Robbè, prima che si fredda». Girai lentamente il collo e notai sul tavolino la tazza fumante. Era vero che stava lì ma prima di prenderla dovetti descrivere a me stesso quella visione come per assicurarmi che fosse reale. Le cose mi sembravano mute ed enigmatiche. Sussurrai inebetito le parole tazza, caffè, tavolino, senza muovere un dito. Tornai con gli occhi al viso di Ilio che mi fissava sorridente.</p>
<p>Ritornavano le parole di mia figlia, di mia suocera, di mia zia, la vecchia mulattiera che ormai però non esiste più. Il piano dell’immaginazione e quello del reale si sovrapponevano mescolandosi. Ricordai la morte della nonna ma ero quasi sicuro che non fosse mai successa. Tuttavia quella idea, come una specie di enorme lastra nera, calava su di me dal cielo spremendomi sulla sedia e io me ne lasciavo schiacciare senza reagire, come a voler volontariamente annegare.</p>
<p>«Robbè! Svegliati!», urlò Ilio, e con i suoi modi semplici e diretti mi mollò un ceffone che mi fece girare gli occhi all’indietro.</p>
<p>Stavo cadendo dolcemente nel buio. Se quel planare dentro l’oscurità era la morte non si capisce perché la si tema. Tuttavia, quando me ne accorsi, i miei polmoni si svuotarono immediatamente e gli occhi mi fuggirono dalle orbite per cercare di aggrapparsi di nuovo alla luce della vita.</p>
<p>Dovetti afferrarmi ai braccioli della sedia per resistere al desiderio, così vivo, di scomparire per sempre.</p>
<p>Per tornare al bar, per riagganciarmi al presente, feci uno sforzo enorme.</p>
<p>Mi riaccorsi della tazza sul tavolino, stavo ricadendo in quella specie di torpore ma improvvisamente, innervosito da quella idiozia ebete, afferrai la tazza, la portai alle labbra e bevvi il caffè in un sorso.</p>
<p>Me lo sentii scorrere per tutto il corpo, dalla trachea agli alluci. Al suo passaggio si schiudevano i vasi sanguigni e i pori della pelle. Emersi da un’apnea della coscienza la quale si rianimò come un pupo dell’Opera.</p>
<p>«Bene Robbè, ce l’hai fatta a tornare», disse Ilio. «Adesso ce ne prendiamo un altro che ancora siamo all’ingresso della selva».</p>
<p>«Queste furono le ultime parole che gli sentii dire, da quel giorno non l’ho più visto. Lunedì sono passato davanti all’incrocio e al posto del bar c’era una scuola.</p>
<p>«Non lo so dottore, non so più nulla io. Le disfunzioni nel pensiero mi sono aumentate e non riesco a darmi pace».</p>
<p>«Non si preoccupi, ha fatto bene a venire in clinica, vedrà che adesso la aiuteremo a trovare la sua serenità. Intanto beva questo, senza zucchero però».</p>
<p>Bevvi senza fare storie un brodino nero e amaro che solo a pensarci mi si stringono le labbra. Tutto intorno cominciò a farsi liquido, le forme si mescolavano come su una tavolozza di pittore. Mentre il mondo che mi stava davanti si storceva in spirali colorate riuscii a notare il cartellino del dottore che ciondolava appeso al camice ma quando lessi il suo nome lo stordimento fu più forte delle stupore che mi prese e credo che svenni o mi addormentai.</p>
<p>«Perché, come si chiamava il dottore?»</p>
<p>«Scombussolato come ero voglio credere di essermi confuso e qualora il dottore si fosse chiamato veramente Ilio non mi interessa e non lo voglio sapere».</p>
<p>«Ma non sei più tornato alla clinica?»</p>
<p>Una tazzina di caffè precipitò dall’alto sbattendo sul bancone, non se ne versò nemmeno una goccia ma il rumore interruppe il discorso e l’attenzione si disperse nel bar.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/09/ilio-o-il-bar-dellincrocio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">59787</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 20:53:37 by W3 Total Cache
-->