<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Gaetano Bresci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/gaetano-bresci/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 20 Feb 2016 13:14:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Elogio di Franti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/20/elogio-di-franti/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/20/elogio-di-franti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2016 13:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Diario minimo]]></category>
		<category><![CDATA[Franti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano Bresci]]></category>
		<category><![CDATA[umberto eco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=60142</guid>

					<description><![CDATA[di Umberto Eco (1932-2016) (da Diario Minimo, Mondadori 1963) &#8220;E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un&#8217;altra sezione.&#8221; Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Umberto Eco</strong> (1932-2016)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/monumento-viva-Bresci.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/monumento-viva-Bresci-300x225.jpg" alt="monumento viva Bresci" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-60146" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/monumento-viva-Bresci-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/monumento-viva-Bresci.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
(da <em>Diario Minimo</em>, Mondadori 1963)<br />
&#8220;E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un&#8217;altra sezione.&#8221;<br />
Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse il padre, in che eccellessero a scuola, come portassero la giacca o si levassero i peluzzi dai panni: ma di Franti niente altro, egli non ha estrazione sociale, caratteristiche fisionomiche o passioni palesi. Tosto e tristo, tale il suo carattere, determinato al principio dell&#8217;azione, così che non si debba supporre che gli eventi e le catastrofi lo mutino o lo pongano in relazione dialettica con alcunché.<br />
Franti da Franti non esce; e Franti morirà: &#8220;ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all&#8217;ergastolo&#8221;, si scrive il lunedì 6 marzo, e da quel punto, che è a metà del volume, non se ne farà più motto.<br />
Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell&#8217;OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po&#8217; diviso tra l&#8217;ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale (&#8220;Son io!&#8221; e il maestro, babbeo: &#8220;Tu sei un&#8217;anima nobile!&#8221;; e se qualcuno dà noia al supplente, subito Garrone dalla parte del potente e dell&#8217;ordine: &#8220;guai a chi lo fa inquietare, abusate perché è buono, il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti!&#8221;, così il supplente rientra e vede tutti zitti, lui, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme &#8220;un leoncello furioso, pareva&#8221; &#8211; e gli dice &#8220;come avrebbe detto a un fratello&#8221; ti ringrazio Garrone, e via, Garrone è a posto per tutto l&#8217;anno, ditemi se non era figlio di mignotta) e d&#8217;altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è &#8220;il più bello di tutti&#8221;, scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si<br />
fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino.</p>
<p>Tra questi poli è l&#8217;Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell&#8217;ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l&#8217;ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a bolgheri alti e stretti, ma repubblica, ciccia): questo padre che parla di rispetto per i mestieri e le professioni,<br />
esalta la nobiltà degli umili, incita il figlio ad amare i muratori, ma si demistifica in<br />
quella terribile pagina del 20 aprile (giovedì) in cui esorta il figlio a gettare le braccia al collo a Garrone quando tra quarant&#8217;anni lo ritroverà col viso nero nei panni di un macchinista, &#8220;ah non m&#8217;occorre che tu lo giuri, Enrico, sono sicuro, fossi tu anche un senatore del Regno&#8221; &#8211; e non lo sfiora neppure il sospetto di quel che potrebbe (dovrebbe) accadere, che cioè Enrico possa ritrovarsi nei panni di un macchinista ad incontrar l&#8217;amico Garrone senatore del Regno (conoscendo Garrone, arrivato alla camera alta per via Acli, va bene, ma ciononostante è il principio che conta, vero? ).<br />
Che poi chi sia questo padre, questo Alberto Bottini dalla oscura professione (non la dice neppure quando va a visitare il vecchio maestro a Condove), viene fuori abbastanza bene pagina per pagina, e si esemplifica infine in quelle linee in cui questo squallido filisteo protofascista esplode nell&#8217;elogio dell&#8217;esercito:</p>
<p>&#8220;Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all&#8217;altro<br />
essere chiamati a difendere il nostro Paese, e in poche ore essere sfracellati tutti<br />
dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva<br />
l&#8217;Esercito, viva l&#8217;Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna<br />
coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l&#8217;evviva dell&#8217;Esercito ti escirà più<br />
profondo dal cuore, e l&#8217;immagine dell&#8217;Italia ti apparirà più severa e più grande&#8221;.</p>
<p>E la domenica 11 ottobre, e il martedì 14 costui scriverà ancora una lettera guerrafondaia al figlio, parlando di Roma meravigliosa e eterna, di Patria sacra, di sangue da donare e ultimo bacio alla bandiera benedetta; e sempre senza la minima chiarezza ideologica, sì che a distanza di pochi giorni intesse con il medesimo tono l&#8217;elogio di Cavour e di Garibaldi, dimostrando di non aver capito nulla delle forze profonde che divisero il nostro Risorgimento. E ti educava così questo figlio alla<br />
violenza e alla retorica nazionale, all&#8217;interclassismo corporativista e all&#8217;umanitarismo<br />
paternalista, sì che svolgendosi la vicenda nell&#8217;ottantadue, possiamo immaginarci Enrico interventista quarantenne (e quindi a casa, da tavolino), all&#8217;inizio della guerra, e professionista fiancheggiatore delle squadre d&#8217;azione nel ventidue, lieto infine che il Paese sia andato in mano a un uomo forte garante dell&#8217;ordine e della fratellanza.</p>
<p>Il Derossi a quell&#8217;epoca era già morto sicuramente in guerra, volontario, caduto<br />
scagliando la sua medaglia di primo della classe in faccia al nemico, Votini era<br />
passato spia dell&#8217;Ovra e Nobis, che doveva avere possedimenti in campagna, e già da<br />
piccolo dava dello straccione ai figli di carbonai, agrario fiancheggiatore delle<br />
squadre, sicuramente era già federale. C&#8217;è da sperare che il muratorino e il Precossi si<br />
fossero almeno presi il loro olio di ricino e tramassero nell&#8217;ombra; e forse Stardi,<br />
sgobbone com&#8217;era, si era letto tutto il Capitale, senonaltro per puntiglio, e quindi<br />
qualcosa aveva capito; ma Garoffi di certo si era allineato e non faceva politica, e<br />
Coretti, con quel padre che gli passava calda calda la carezza del Re, chissà che non<br />
facesse la guardia d&#8217;onore all&#8217;Uomo della Provvidenza.<br />
Questo il clima: ed Enrico ne era l&#8217;esponente medio, paro paro. Da un ragazzo di<br />
quella fatta non possiamo aspettarci qualche lume su Franti: anzi doveva esistere tra i<br />
due una sorta di incomprensione radicale per cui se Franti un giorno avesse raccolto<br />
un passerotto da terra e gli avesse sminuzzato briciole di pane, Enrico non lo avrebbe<br />
mai detto.<br />
Logico che Franti, se raccoglieva passerotti, li portasse a casa per metterli in padella,<br />
perché l&#8217;unica volta che Enrico si tradisce e ci mostra la madre di Franti che si<br />
precipita in classe a implorare perdono per il figlio punito, affannata &#8220;coi capelli grigi<br />
arruffati, tutta fradicia di neve&#8221;, avvolta da uno scialle, curva e tossicchiante, ci<br />
lascia capire che Franti ha dietro di sé una condizione sociale, e una stamberga<br />
malsana, e un padre sottoccupato, che spiegano molte cose.<br />
Ma per Enrico tutto questo non esiste, egli non può capire il pudore di questo ragazzo<br />
che di fronte all&#8217;impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca,<br />
ai piedi del Direttore e di fronte all&#8217;intervento melodrammatico di quest&#8217;ultimo<br />
(&#8220;Franti, tu uccidi tua madre!&#8221;, eh via, dove siamo?), cerca un contegno nel sorriso,<br />
per non soccombere nello strame: e lo interpreta da reazionario moralista qual è:<br />
&#8220;E quell&#8217;infame sorrise&#8221;.<br />
Ma se vogliamo giocare a questo gioco allora giochiamo. Franti non ha sostrato, non<br />
si sa come nasca e come muoia, egli è l&#8217;incarnazione del male? Ebbene sia,<br />
accettiamolo come tale e come tale vediamolo, elemento dialettico nel gran corso<br />
della vita scolastica deamicisiana, momento negativo in tutta la sua evidenza<br />
trionfante. Ma prendiamolo come tale, e non lasciamoci confondere dai piccoli<br />
particolari di contorno: che se Franti non ha sfondo sociologico non devono averlo<br />
neppure le persone di cui egli pare prendersi beffa, la mamma di Crossi che egli<br />
scimmiotta nella sua condizione di erbivendola, e il muratore caduto sul lavoro al<br />
passaggio del quale Franti sorride: se facciamo della demagogia sul muratore e<br />
sull&#8217;erbivendola, allora facciamola anche su Franti e sulle determinazioni economiche<br />
della sua perfidia.<br />
Se no accettiamolo come un principio senza fondo e senza storia, e affrontiamolo<br />
pensando che di lui Enrico ci abbia parlato come gli storici romani dei cartaginesi:<br />
che erano popolo industre e laborioso, gran mercanti e navigatori, ma siccome non<br />
possedevano un&#8217;industria culturale non commissionavano elogi e libelli, mentre i<br />
romani, meglio organizzati quanto a uffici studi, avevano buon gioco a affidare alla<br />
storia terribili notizie sul conto dei nemici, dicendo che mettevano i bambini nel<br />
ventre di una statua infuocata; che se poi loro, i conquistatori, distruggevano<br />
Cartagine e spargevano sale sulle rovine, quello era ben fatto.<br />
Ciò che Franti fa è vario e assai complesso: sale su un banco e provoca Crossi, e fa<br />
male, ma quando Crossi gli tira un calamaio egli fa civetta, e il calamaio va a colpire<br />
il maestro che entrava. Civetta meritoria quant&#8217;altre mai, dunque, perché questo<br />
maestro è lo stesso ributtante leccapiedi che in un diverbio tra Coraci (il calabrese) e<br />
Nobis, dà ragione a Coraci e torto a Nobis, ma a Nobis dà del voi mentre a Coraci<br />
dà del tu. Dà del tu anche a Franti, naturalmente, perché costui non ha un padre<br />
distinto con una gran barba nera.<br />
Più avanti vediamo Franti che ride mentre passa un reggimento di fanteria; Enrico<br />
tiene a precisare che Franti &#8220;fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava&#8221;, ma<br />
non si vede perché in una sfilata preceduta dalla banda (come Enrico ci dice), qualche<br />
colonnello autolesionista avrebbe infilato un soldato che zoppicava. Dunque<br />
verosimilmente il soldato non zoppicava, e Franti irrideva la sfilata tout court: e<br />
vedete che la cosa cambia già aspetto.<br />
Se poi si considera che, istigati dal direttore, i ragazzi salutano militarmente la<br />
bandiera, che un ufficiale li guarda sorridendo e restituisce il saluto con la mano e un<br />
tizio che aveva all&#8217;occhiello il nastrino delle campagne di Crimea, un &#8220;ufficiale<br />
pensionato&#8221;, dice bravi ragazzi, allora ci accorgiamo che il riso di Franti non era poi<br />
così gratuitamente malvagio ma assumeva un valore correttivo: costituiva l&#8217;ultimo<br />
grido del buon senso ferito di fronte alla frenesia collettiva che stava prendendo i<br />
ragazzi che già cantavano &#8220;battendo il tempo con le righe sugli zaini e sulle cartelle &#8216;<br />
e con &#8220;cento grida allegre accompagnavano gli squilli delle trombe come un canto di<br />
guerra&#8221;. E&#8217; in circostanze del genere che Franti sorride e ride:<br />
&#8220;Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei Funerali del Re; e Franti rise&#8221;.<br />
 Franti sorride di fronte a vecchie inferme, a operai feriti, a madri piangenti, a maestri<br />
canuti, Franti lancia sassi contro i vetri della scuola serale e cerca di picchiare Stardi<br />
che, poverino, gli ha fatto solo la spia.<br />
Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo<br />
sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento,<br />
oppure ride perché ha una missione.<br />
Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma &#8211; strano a dirsi &#8211; la<br />
Negazione assume i modi del Riso.<br />
Franti ride perché è cattivo &#8211; pensa Enrico &#8211; ma di fatto pare cattivo perché ride.<br />
Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma di<br />
virtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in<br />
Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora di<br />
un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa.<br />
Per questo Enrico deve rifiutare Franti: perché se Franti appare un inadattato al<br />
mondo in cui vive e lo coinvolge in un sogghigno epocale (Franti mette tra parentesi<br />
qualsiasi fatto che invece coinvolga emotivamente gli altri) l&#8217;unico modo di<br />
esorcizzare la scepsi negativa di Franti è quello di denunciare Franti come strega. E di<br />
non accettarlo a priori.</p>
<p>E infatti nel gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico, in<br />
quell&#8217;orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di<br />
galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra<br />
la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori<br />
che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla<br />
spalla di ricchi possidenti, là dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si<br />
accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi,<br />
cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d&#8217;oro patrioti padovani, una sola volta<br />
appare una parola di odio, di odio senza riserve, senza pentimenti e senza rimorsi: ed<br />
è quando Enrico ci traccia il ritratto morale di Franti:<br />
&#8220;Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una<br />
partaccia al figlio, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a<br />
Garrone e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il<br />
braccio morto; schernisce Precossi che tutti rispettano; burla persino Robetti, quello<br />
della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca<br />
tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s&#8217;inferocisce e tira a far male. Ci ha<br />
qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien<br />
quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata, è sempre<br />
in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si<br />
strappa i bottoni della giacchetta e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella,<br />
quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, ha la riga dentellata, la penna<br />
mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse.<br />
Dicono che sua madre è malata dagli affanni che egli le dà, e che suo padre lo<br />
cacciò di casa tre volte: sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne<br />
va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. II<br />
maestro finge ogni tanto di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a<br />
pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli<br />
si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per<br />
tre giorni ed egli tornò più tristo e insolente di prima. Derossi gli disse un giorno:<br />
&#8211; Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, &#8211; ed egli lo minacciò di piantargli<br />
un chiodo nel ventre&#8221;.<br />
È naturale che in questo crescendo di accuse e di infamie la nostra simpatia vada<br />
tutta a Franti (pensate, &#8220;si copri il viso con le mani, come se piangesse, e rideva!&#8221;.<br />
Anche De Amicis non rimane indifferente di fronte a tanta grandezza, e mai la sua<br />
scrittura è stata più tacitiana, nobilitata dalla materia): ma è vero del pari che tanto<br />
accumularsi di nefandezza è troppo wagneriano per essere normale, sfiora il titanico,<br />
deve avere un valore emblematico e riecheggiare un momento di civiltà; una figura<br />
della coscienza universale, lo voglia o no l&#8217;autore; e se la nostra dotta memoria cerca<br />
solo per un poco ecco che questo ritratto finisce per evocarne un altro, quasi<br />
parallelo: ed è il ritratto di Panurge.<br />
&#8220;Altre volte poi disponeva, in qualche bella piazza per dove la detta ronda doveva<br />
passare, una striscia di polvere da sparo, e al momento giusto ci dava fuoco,<br />
divertendosi poi a vedere i gesti eleganti di quei poveretti che scappavano, credendo<br />
di avere ai polpacci il fuoco di Sant&#8217;Antonio. In quanto poi ai rettori dell&#8217;università e<br />
teologi, li perseguitava in altri modi; quando ne incontrava qualcuno per la via, non<br />
mancava mai di far loro qualche brutto scherzo: ora mettendogli uno stronzo nelle<br />
pieghe del berretto, o attaccandogli delle code di carta e strisce di cenci dietro la<br />
schiena, o qualche altro fastidio&#8230; E soleva portare un frustino sotto il vestito, col<br />
quale frustava senza remissione i paggi che erano in giro per qualche commissione,<br />
per farli andare più svelti. E nel mantello aveva più di ventisei taschette e ripostigli<br />
sempre pieni: l&#8217;una di un piccolo dado di piombo e di un coltellino affilato come il<br />
trincetto di un calzolaio, che gli serviva per tagliar le borse; l&#8217;altra, di aceto, che<br />
gettava negli occhi a quanti incontrava; l&#8217;altra di lappole, con attaccato piumetti d&#8217;oca<br />
o di cappone, che gettava sulle vesti e sui berretti dei pacifici cittadini; e spesso<br />
attaccava anche lor dietro due belle corna, che quelli si portavan per tutta la città, e<br />
qualche volta per tutta la vita. E ne metteva anche alle donne, sui loro cappucci, di<br />
dietro, ma fatti a forma di membro virile; e in un&#8217;altra, teneva una quantità di cornetti,<br />
tutti pieni di pulci e pidocchi, che trovava dai poveri di Sant&#8217;Innocenzo, e con delle<br />
cannucce, e piume per scrivere, li gettava sui colletti delle più azzimate giovinette che<br />
trovava per la via, e così in chiesa&#8230;&#8221; (e via di questo passo, nella bella traduzione di<br />
Bonfantini; e poi basti pensare alla beffa dei montoni per vedere in Panurge un Franti<br />
ante litteram, o in Franti un Panurge post, che è poi lo stesso).<br />
Ora Panurge non nasce e non arriva a caso: non è gigante né Dipsodo, e non entra<br />
nella regale società pantagruelica con l&#8217;aria di chi voglia sovvertire un ordine dalle<br />
radici; la società in cui vive l&#8217;accetta e vi si integra &#8211; ci beve e ci si ciba, chiedendo<br />
anzi ristoro in molte lingue &#8211; vive la vita di corte e segue il sovrano nei suoi viaggi,<br />
accetta dispute con dottori d&#8217;oltremanica e frequenta la borghesia dei dintorni. Ma si<br />
integra à rebours, ogni suo gesto appare sfasato rispetto alla norma, accetta le<br />
convenzioni (la messa) per sovvertirle dall&#8217;interno (occasione per distribuir pidocchi),<br />
intraprende discorsi ma per turlupinare l&#8217;interlocutore, veste come gli altri ma fa delle<br />
sue vesti nascondiglio per i suoi trucchi, nessuno dei quali mira specificatamente a un<br />
utile particolare, ma tutti nell&#8217;insieme a una deformazione degli umani rapporti.<br />
Proprio per questo, se Gargantua et Pantagruel è il libro che chiude un&#8217;epoca e ne<br />
apre una nuova, esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge, poiché il<br />
Gargantua è, rispetto alla cultura tardomedievale che si sfa, proprio quel che Panurge<br />
è per la corte di Pantagruel, qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina<br />
dall&#8217;interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia. Compagno<br />
di Panurge in questa impresa, è il Riso. Anche Panurge, l&#8217;infame, rideva.<br />
Ecco dunque profilarsi l&#8217;idea di un Franti come motivo metafisico nella sociologia<br />
fasulla del Cuore.<br />
Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché<br />
Enrico identifica il Bene all&#8217;ordine esistente e in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo<br />
ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si<br />
oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il<br />
novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà<br />
col volto del Male, mentre in realtà il ridente &#8211; o il sogghignante &#8211; altro non è che il<br />
maieuta di una diversa società possibile.<br />
Per cui bene aveva fatto Baudelaire a identificare il Riso con il Diabolico ed a vedervi<br />
il principio del Male. Agli occhi di Colui che tutto sa, il riso non esiste, e scompare<br />
dal punto di vista della scienza e delle potenze assolute: è chiaro: dal momento che di<br />
un ordine esistente si ha certezza e corresponsabilità, dal momento che vi si assente<br />
dogmaticamente o vi si aderisce consustanzialmente, quest&#8217;ordine non può essere<br />
messo in dubbio, e il primo modo per credervi è di non riderne.<br />
Il riso, dice Baudelaire, è proprio dei pazzi: di coloro che non si integrano all&#8217;ordine,<br />
dunque. Per colpa loro, nel caso dei pazzi; ma nel caso sia colpa dell&#8217;Ordine? Chi sarà<br />
allora il Ridente? Colui che ha avuto coscienza della caduta, e quindi della<br />
provvisorietà dell&#8217;ordine dato. Il cattivo dunque, colui che ha colpevolmente<br />
mangiato all&#8217;albero del bene e del male? Ma questa è l&#8217;interpretazione del Ridente<br />
data da chi non ride, e accetta l&#8217;Ordine. Per lo scolastico messo alla berlina da<br />
Panurge, nel dialogo con Thaumaste fatto a gesti e a sberleffi, il gioco di Panurge è<br />
un attentato diabolico. Per noi, nati da Rabelais, il gioco di Panurge è allegra profezia<br />
di una nuova dialogica, e comunque messa a punto della vecchia, resa dei conti.<br />
Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. Ma chi ride, per ridere,<br />
e per dare al suo riso tutta la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi,<br />
ciò di cui ride, e ridere dal di dentro, se così si vuol dire, se no il riso non ha valore.<br />
Ridere del piegabaffi, oggi, è un gioco da ragazzi; ridete dell&#8217;usanza di radersi, e poi<br />
discuteremo.<br />
Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e<br />
quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo. (Franti a parte, solo di fronte al riso la<br />
situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che<br />
crolla doveva morire. E quindi il riso, l&#8217;ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il<br />
prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello<br />
che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.)<br />
Tale è Franti. Dall&#8217;interno idilliaco della terza classe in cui alligna Enrico Bottini, egli<br />
irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama<br />
infame. Fatto nascere dall&#8217;immaginazione di De Amicis e dalla visione astiosa di<br />
Enrico come principio dialettico, Franti viene troppo presto eliminato di scena perché<br />
si possa intravvedere quale reale funzione avrebbe egli svolto in questo quadro: se il<br />
comico è l&#8217;Ordine che, accettato ed esasperato a bella posta, esplode e si fa Altro,<br />
Franti non ha neppure abbozzato il suo compito.<br />
Tenuto a freno dalla visione sospettosa di Enrico, non ha saputo espandersi come<br />
dialettica voleva: e solo noi possiamo ora intravvederne e svilupparne i germi<br />
liberatori e correttivi. Troncato sul nascere, il &#8220;Principio Franti&#8221; non si è risolto, come<br />
avrebbe dovuto, nella forma compiuta del Comico: e &#8220;comica&#8221; rimane solo la<br />
dialettica Franti-Enrico vista da noi, ora, e come tale messa in rilievo. Bloccato nella<br />
situazione Cuore nella misura in cui Enrico lo aveva immobilizzato &#8211; escludendo<br />
dogmaticamente che Franti potesse avere coscienza del significato dei suoi gesti &#8211;<br />
l&#8217;Infame, anziché sacerdote dell&#8217;epoché ironica, rimane soltanto un non-integrato e<br />
uno schizoide.<br />
Ma di lui &#8211; e da lui &#8211; ci rimane un monito, acché la sua infamia sia la nostra virtù.<br />
Saremo capaci di ridere, a ciglio asciutto, di nostra madre? Eliminato dal contesto<br />
fantastico in cui viveva, Franti è accantonato dal cronista dell&#8217;Ordine e della Bontà:<br />
ed è supposto finire all&#8217;ergastolo, dove appunto si raccolgono i non-integrati.<br />
Franti è così rimasto come un abbozzo di Comico possibile: per riuscire egli avrebbe<br />
dovuto assumere &#8211; ostentando buona fede &#8211; i panni di Enrico e scrivere lui stesso il<br />
Cuore. Col sogghigno &#8211; invece che col singhiozzo &#8211; facile. Siccome non ha<br />
raccontato, ma è stato raccontato, non ha assunto la funzione di giustiziere comico,<br />
ma è rimasto come un&#8217;ombra, una tabe, una falla nel cosmo di Enrico, una presenza<br />
inspiegabile e non risolta.<br />
Noi sappiamo però che, al di fuori del libro, gli è stata lasciata un&#8217;altra possibilità (di<br />
cui Enrico non aveva avuto mai sentore): perché l&#8217;Ordine o lo si ride dal di dentro o lo<br />
si bestemmia dal di fuori; o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di<br />
rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme; o si è Rabelais o si è Cartesio; o si è, come<br />
Franti ha tentato, uno scolaro che ride in scuola, o un analfabeta di avanguardia. E<br />
forse Franti, con la memoria accesa del gesto di papà Coretti che dava al figlio, con la<br />
mano ancor calda, la carezza del Re (impeditogli da Enrico di sorridere ancora una<br />
volta, cancellato con un tratto di penna), si apprestava in una lunga ascesi a esercitare,<br />
all&#8217;alba del nuovo secolo, sotto il nome d&#8217;arte di Gaetano Bresci.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/20/elogio-di-franti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">60142</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 19:20:45 by W3 Total Cache
-->