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	<title>gaffi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La «Strategia delle ombre» di Andrea Melone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea melone]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Clemente]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Clemente</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-48521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg" alt="Melone1" width="300" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-711x1024.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-900x1294.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone.jpg 1890w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Un gomitolo di vicende che si dipanano fra intimismo profondo e turbinosa peregrinazione geografica è il nocciolo ossuto del nuovo cimento narrativo di Andrea Melone, che con il suo <em>Strategia delle ombre</em> (2014) rinnova il connubio editoriale con l’editore Gaffi di Roma. Questo nuovo romanzo segue quei <em>Giardini di loto</em> del 2010, nei confronti del quale dimostra di possedere una certa affinità, intuibile nell’impianto narrativo. Tuttavia, mentre nell’opera di quattro anni fa Melone offriva al pubblico un plot in cui il protagonista si affannava nella ricerca del misterioso musicista Friedrich Thomas Ashkenazy in lungo e in largo per il nord e l’est dell’Europa, adesso, in queste nuove pagine, il protagonista non insegue nessuno, ma avviene il contrario: s’invita il lettore a braccarlo, alla ricerca dei motivi profondi che lo spingono continuamente a fuggire da una città all’altra. Melone appare come uno scrittore “poco italiano”, predilige atmosfere psicologiche scandinave, abbandona qualsiasi indulgenza verso l’immediatezza esemplificata, l’edulcorazione di maniera, lo smussamento degli angoli esistenziali per far deglutire l’indigeribile. <span id="more-50975"></span></p>
<p>A tutto ciò, egli oppone il joyciano dispiegamento dell’io, lo sgretolamento sofferto della soggettività, in una sorta di ostentazione sobria delle sue macerie, senza tuttavia mistificare questa disintegrazione; usa piuttosto l’acribia dell’archeologo impegnato nella individuazione degli strati invisibili e sepolti di un’antica città più o meno mitica, così prefigurando lo sviluppo successivo nella cornice di una trilogia. I suoi personaggi, pertanto, appaiono piuttosto atipici nel contesto odierno di un editoria che spesso invita editor e consulenti letterari a “scontornare” troppo visivamente i personaggi di una storia, per esigenze di “impatto” con il lettore medio, di efficacia in termini di appeal letterario. Melone, invece, predilige una sorta di “atemporalità laica”, un alone di a-storicità dei personaggi, proprio perché la preoccupazione è quella di restituirne la congerie dei vissuti interiori. Ne scaturisce una caratterizzazione al limite della “diafanità” letteraria di uomini e donne, alla loro smaterializzazione, sulla falsa riga di un Francis Bacon rivisitato e restituito nella dimensione narrativa.</p>
<p>E’ naturale, dunque, che la scrittura, risenta di questa poetica, donando al lettore un flusso temporale ritmicamente disomogeneo, con una punteggiatura che appare a volte perentoria, pertanto incisiva, dotata di una sua implicita valenza allusiva. Non è probabilmente un caso che le pagine di <em>Strategia delle ombre</em> si aprano con una citazione pentagrammatica, ovvero l’omaggio a <em>L’arte della fuga</em> di Bach, un rinvio sottile alla natura variegata del tempo narrativo in questione: l’andamento si connota altalenante e drastico nello stesso tempo, passando da semibrevi durevoli, fino a frenetici trentaduesimi, senza la mediazione stemperante di figure temporali intermedie. Di conseguenza la sintassi si modella in base a questi andirivieni, sortendo effetti a volte non convenzionali, involontariamente quasi metrici, con un lessico aulico, ricercato, probabilmente rispondente all’esigenza dello scavo interiore, con l’esito finale di un’impronta erudita non gratuita, bensì al servizio di questa ostinata perforazione dei vissuti (spicca la descrizione doviziosa dei territori egiziani, oltre che la traslitterazione delle espressioni in arabo). In definitiva, l’opera dal punto di vista del tempo, essendo Melone scrittore che predilige il tempo (tratto che emerge anche quando affronta questioni di “spazio”, come nel caso della descrizione dei contesti geografici nordafricani), dimostra di essere certamente riuscita, mentre appare perfettibile lì dove l’autore tenta espressioni enfatiche, credibili sul piano delle intenzioni, non tanto sul piano della definitiva resa letteraria. In altre parole il sentimento elegiaco di queste pagine, a nostro avviso, non avrebbe dovuto cercare, seppur a sprazzi, certe intonazioni ad effetto, ma si sarebbe dovuto imporre integralmente anche a costo di fa apparire tutta l’opera pervasa di serioso intimismo.</p>
<p>Ma, al di là di queste faccende di stile, il libro sembra porre anche un altro paio di dense questioni narratologiche: il punto di vista della narrazione e il “sistema” dei personaggi, ovvero la qualità dell’interazione fra gli stessi. In relazione a quest’ultimo aspetto, il romanzo appare problematizzare la questione del numero e dell’interazione dei personaggi narrati, essendo incardinato, in effetti, sul continuo “reinventarsi” esistenziale del protagonista, sollevando involontariamente la questione di un possibile, ammissibile o definitivamente ammesso canone narrativo contemporaneo. In ballo c’è il definitivo superamento della concezione “sinfonica” del sistema dei personaggi, come magari era possibile rinvenire non solo nel romanzo popolare dell’ottocento (l’archetipo), ma anche in non poche opere del novecento, seppur con una connotazione differente.</p>
<p>In relazione, poi, alla questione del punto di vista della narrazione, ci si potrebbe limitare al fatto che Melone adotti un normale punto di vista “O”, che esclude qualsiasi identificazione del narratore con uno dei personaggi della storia, se non fosse invece per quella particolare, sottile ironia che pervade le ultime pagine del libro, dove l’autore si produce in un gioco letterario interamente centrato sull’ipotesi giallistica, dove probabilmente si ravvisa la miglior resa letteraria dell’opera: la metabolizzazione del Gadda di <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> è il sottofondo del massimo distacco dell’autore dalle vicende narrate, tanto più ironico quanto più si diverte a sciorinare “se”, “qualora”, “forse” nella risoluzione del fatto di sangue che si colloca in fondo alle pagine del romanzo. Un ulteriore motivo, questo, che invita a riprendere in mano e rimeditare le folgoranti intuizioni di Roland Barthes in <em>Il grado zero della scrittura</em> e <em>La preparazione del romanzo</em>, in un’epoca in cui i libri sono spesso preoccupati di essere troppo attuali, al punto da dimenticare la vocazione alla rottura, alla discontinuità con certi climi culturali permanenti. Sotto questo profilo Melone dimostra di essere scrittore che si preoccupa della sua scrittura, che già fa intravedere cifre tipiche e personali, che attendono ancora di germogliare in maniera compiuta, confortato anche dal suo editore Gaffi, che rivela la stessa vocazione alla letteratura più o meno inattuale e che dimostra di “aspettare” il suo autore, di seguirlo nella sua naturale evoluzione, di raccogliere finalmente la sua piena espressione, esortando tacitamente i lettori a comprenderlo nel corso della sua attività.</p>
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		<title>Giardini di loto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 09:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea melone]]></category>
		<category><![CDATA[gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[giardini di loto]]></category>
		<category><![CDATA[luca alvino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Alvino La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39322" title="leonora-carrington" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington-300x248.jpg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington-300x248.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, le possibilità morfologiche, le volute sintattiche, la tradi-zione letteraria – e dall’altro le conoscenze individuali che della lingua si hanno. Quanto maggiori sono le possibilità della lingua – le sue capacità di astrazione, di precisione semantica, di individua-zione delle sfumature – tanto maggiore è la complessità di pensiero che essa consente. Ed è proprio la complessità del pensiero a determinare la complessità della realtà, che di per sé non è né semplice né complicata. Essa si limita a sussistere, non si ripensa, non è consapevole di sé. È l’uomo che, nel suo innato desiderio di interpretarla, ne determina i viluppi o le pervietà. Da un punto di vista emi-nentemente gnoseologico, la complessità non è una qualità del reale, quanto del pensiero e della lingua nella quale esso viene concepito ed espresso.<br />
<span id="more-39321"></span><br />
Ne è certamente consapevole Andrea Melone, la cui peculiarità scrittoria maggiormente evidente consiste proprio nel linguaggio, e principalmente nel lessico. Quello che colpisce il lettore fin dalla prima pagina del suo romanzo <strong><em>Giardini di loto</em></strong> (Gaffi, 2010) è un’appassionata ricerca linguistica, e dunque una precisa intenzione di decifrazione puntuale e attenta della realtà. Melone rifugge tena-cemente il termine generico: animato da un’ammirevole acribia semantica, va sempre alla ricerca del vocabolo esatto, adeguato all’espressione di un significato il più preciso possibile. Nel riportare il discorso diretto, al termine «disse» – che esprime il semplice concetto di pronunciare parole – ne predilige altri che evidenzino l’intenzione di colui che dice: come «asseverò», a rimarcare un’enfasi affermativa; oppure «opinò», per esprimere un intento dubitativo.</p>
<p>Laureato in filologia classica e insegnante di latino e greco in un liceo, Melone attinge doviziosamente al proprio repertorio culturale, proponendo formule omeriche, citazioni dai tragici, rimandi alla lirica arcaica; o creando neologismi su prestiti latini (come «scortillo», sulla base del catulliano «scortillum», sgualdrinella). Ripropone parole italiane in un’accezione che riconduce piuttosto al loro etimo che non all’uso contemporaneo: come il termine «eminenza», utilizzato nel suo significato di superiorità, elevatezza (dal lat. e-mineo, sovrasto, sporgo in alto). Altrove, al termine usuale, logorato dall&#8217;impiego quotidiano, preferisce il termine desueto, letterario, in netta contrapposizione con la tendenza odierna a un minimalismo anche lessicale, che predilige nella narrativa piuttosto le forme colloquiali che non quelle più legate alla letterarietà. Anche la sintassi risente di una ricerca volta allo straniamento; non tanto nelle relazioni tra le diverse proposizioni all’interno del periodo, ove prevale una paratassi di più regolare strutturazione; quanto nell’ambito della singola proposizione, nella quale l’ordine delle parole spesso non coincide con quello dettato dalla logica interna alla lingua italiana (dalla sua tradizione e uso quotidiano), ma segue criteri più vicini alla poesia, o forse alle lingue classiche, in cui il significato viene garantito più dalla nitidezza semantica dei ter-mini utilizzati che non dalla sequenza dei predicati e dei complementi.</p>
<p>La trama del libro si articola in due parti non rigidamente connesse tra loro da un punto di vista nar-rativo. Nella prima parte si raccontano le vicende della famiglia Lorenzini, composta da individui drammaticamente soli, che sperimentano una serissima difficoltà di comunicazione: Alfonso, un appassionato melomane che ha fatto dell’arte e della bellezza una gabbia che gli impedisce di com-prendere i bisogni esistenziali della propria famiglia; sua moglie Liliana, delusa dal proprio matrimonio e desiderosa di spendere le opportunità che la vita ancora le riserva, con i suoi ultimi scampoli di bellezza; i loro figli, disorientati dal dissestato contesto familiare, continuamente in bilico tra una più strutturata condiscendenza naturale verso gli affetti e una spontanea, licenziosa cedevolezza a un seducente languore istintuale. Liliana confessa a suo marito (mentendo) di avere un amante, e incarica Raffaele Mensi, un investigatore privato, di cercarlo, non avendo più sue notizie da alcuni mesi. Con tale rivelazione inventata Liliana certifica una situazione di stallo esistenziale dalla quale tenta di affrancarsi nell’unico modo che ritiene possibile: imbrigliandosi in maniera ancor più costretta nel groviglio inestricabile delle strutture antropologiche in cui si ritrova tragicamente avviluppata.</p>
<p>Nella seconda parte del romanzo, partendo dai pochi indizi completamente inventati dalla donna, Raffaele Mensi inizia un’estenuante ricerca, che da insensata indagine poliziesca si trasforma ben presto in quest esistenziale. L’investigazione lo conduce dalla Toscana a Vienna, da Salisburgo a Budapest, da Berlino a Copenaghen, da Oslo fino a Helgebosta (uno sperduto fiordo finlandese), in un percorso nel quale la materia perde a poco a poco la propria consistenza e assume progressiva-mente la simbolica impalpabilità di una lenta destrutturazione culturale. Raffaele entra in contatto con un gruppo di ragazzi norvegesi, che lo conducono in una peregrinazione senza meta apparente. Lo ricevono nel proprio gruppo con una fredda e civile accoglienza sempre pronta a tramutarsi in sconcertante ostilità. La solitudine dei membri della famiglia Lorenzini – che il lettore aveva già avuto modo di conoscere – si ritrova amplificata nei rapporti che intercorrono tra i numerosi personaggi nordici della seconda parte del romanzo. Non si comprende in cosa consista il collante che li amalgama tra di loro: i loro dialoghi sono in realtà monologhi; nessuno riesce a entrare in un rap-porto reale con l’altro; la stessa sessualità sembra più uno strumento di divisione che di unione.</p>
<p>Anche il linguaggio in questa seconda parte appare più lineare, meno costruito, sia da un punto di vista lessicale che sintattico. L’iniziale complessità linguistica corrispondeva a una maggiore com-plessità sociale e culturale. Laddove nella prima parte i legami sociali pertengono in massima parte a strutture familiari stratificate, intricate, limacciose, nella seconda parte le dinamiche di formazione e separazione dei gruppi seguono traiettorie più fluide e meno definibili secondo paradigmi e rife-rimenti noti. Anche la concezione della musica (l’altra grande passione di Melone, insieme alla letteratura), che nella prima parte era sommamente aristocratica, alla ricerca dell’«interprete che nasce ogni tre generazioni», si rivela nella seconda parte più aperta a influenze popolari.</p>
<p>L’itinerario verso il Nord si configura come un ideale percorso di purificazione in cui la realtà esterna perde progressivamente colore e calore, fino a consistere in un algido, candido, cupio dissolvi, una fuga simbolica insieme fisica e metafisica, un cammino di liberazione dalle sovrastrutture ideologiche dell’esistenza. Raffaele cade in questo equivoco, credendo che la perdita di vitalità da parte dell’ambiente e dei personaggi sia dovuto a una semplificazione del mondo, la quale, partendo dall’espressione linguistica, investe progressivamente i referenti; e si illude così di poter beneficiare di una sorta di indulgenza plenaria dell’angoscia esistenziale: «avrò problemi inesplicabili in una lingua che non li contempla», fantastica Raffaele, immaginando una vita futura in Scandinavia irrorata dal balsamo della semplicità; una vita nella quale i suoi complessi problemi sembrano destinati ad annegare nelle gelide acque dell’inespressione.</p>
<p>Seguendo il proprio istinto, l’uomo viene condotto «in un luogo remoto, sconnesso dalla travatura del mondo», che assomiglia in maniera sorprendente a una sponda d’Acheronte, cui non è possibile accedere se non traghettati da un Caronte in forma femminina. Senza anticipare il finale sorprendente della storia, si può tuttavia rivelare una sua intenzionale inesplicabilità, che ne aumenta il potenziale di suggestione. Ma al lettore non è necessaria una coerenza onnisciente. L’ossessiva ricerca delle motivazioni è una stravaganza della modernità. In quanto archetipi, gli antichi temi della letteratura drammatica – quelli che informano anche le strutture profonde di Giardini di loto – non avevano bisogno di essere interpretati: incesto, tradimento, ingiustizia, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore e lutto.</p>
<p>Incarnazione albina di straniati angeli della morte, i personaggi nordici di questo romanzo incarnano una superiore, coscienziosa necessità. Ma è una necessità che non si misura in una incomprensibile teleologia, quanto nei solchi lessicali di una appassionata tradizione linguistica, nelle volute elevate di una sintassi magniloquente, nel sentiero esistenziale che lega il segno linguistico alla realtà, distillata in esperienza tramite gli imprescindibili snodi del pensiero.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39323" style="border: 1px solid black;" title="Melone2_primacop" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-744x1024.jpg 744w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop.jpg 1991w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Melone, <em>Giardini di Loto</em>, Gaffi (2011), pp. 283, 14,80 eu.</strong></p>
<p>[il dipinto in apice è di Leonora Carrington]</p>
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		<title>un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [4]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 11:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Un’altra vita di Johnny Tossi Un giorno Jutta piega le gambe, avvicina le ginocchia all’erba, solleva i talloni, poggia i polpastrelli sulla terra, schiaccia il bacino sulle cosce, parte, inizia a correre veloce, veloce come se corresse per la vita, agita le braccia avanti e indietro, stringe i denti, schiude le labbra, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-38226" style="margin: 8px;" title="-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Un’altra vita di Johnny Tossi</em></p>
<p><strong>Un giorno </strong><br />
Jutta piega le gambe, avvicina le ginocchia all’erba, solleva i talloni, poggia i polpastrelli sulla terra, schiaccia il bacino sulle cosce, parte, inizia a correre veloce, veloce come se corresse per la vita, agita le braccia avanti e indietro, stringe i denti, schiude le labbra, pesta l’erba coi talloni una, due, tre volte e ora salta lontano, danza sospesa, unisce le gambe in aria tra i raggi del sole e atterra, guarda dove è atterrata, sorride, si  alza, pulisce le mani, pulisce le cosce, guarda nella direzione di Johnny che spazzava la pista e a Johnny cade il rastrello.</p>
<p>Conversazione politica tra Johnny e Jutta sulla scalinata dello Stadio dei Marmi, poco prima del tramonto.<br />
−	 E se vivessi ancora a Berlino verrebbe un nuovo giorno di parata. Un altro anniversario della Repubblica. Starei in piazza con gli altri per la marcia sulla Karl Marx Allee, davanti al compagno Andropov e al compagno Honecker.<br />
−	 Compagni di squadra?<br />
−	 No, compagni comunisti. Mai sentiti nominare?<br />
−	 Mai.<br />
−	 A te non interessa molto quello che succede nel mondo, vero? Voglio dire, la politica?<br />
−	 Non so. Me l’hanno chiesto in tanti da quando sono arrivato.<br />
−	 Il mio ragazzo era così. Pensava solo ad allenarsi e quando gli dicevo: ma non vedi che schifo? Non ti senti soffocare?, lui tirava fuori la storia della medaglia. Sì, che voleva vincere una medaglia alle Olimpiadi e poi sarebbe diventato allenatore, e che non gli mancava niente nella Ddr e neanche a me mancava nulla. Che non mi rendevo conto di quanto eravamo fortunati. Per questo l’ho lasciato. Per me non si può vivere fuori dal mondo.<br />
<span id="more-38222"></span><br />
(Qui – come se una spina lo avesse punto e poi si fosse messo a riflettere sul dolore della fitta, avesse cercato di capire il dolore e il suo contesto, avesse localizzato la spina e palpandola, sfregandola con l’unghia ne avesse preso coscienza allo stesso tempo rendendosi conto di chi è lui, di quale sia il suo posto nel mondo e di cosa deve fare per ottenere quello che desidera – Johnny si sveglia.)</p>
<p>−	 Il mio ragazzo non mi ascoltava e non capiva quanto ero infelice. E se uno non è contento nel suo paese, nella sua città, e ha desiderio di essere da un’altra parte, questi per me sono sentimenti politici.<br />
−	 (Sollevando la testa come se fosse appena uscito dalla gambe di sua madre, nascendo esclama:) Lo stesso per me! Anche prima che mi prendessero non pensavo che a cambiare il mio paese, e pensavo che se non ci fossi riuscito avrei dovuto espatriare. Lo stesso per me, come per te. Sarei andato via anche se non mi avessero preso. Forse mi sono spiegato male sulla politica. Insomma, è chiaro che la politica per me è fondamentale. Mi sono fatto torturare per la politica. Sono dovuto fuggire. Mi inseguivano i cani ed ero completamente nudo. Ma non ho più voglia di parlarne.<br />
−	 Capisco se non vuoi parlarne, però è un errore. Dovresti farlo, invece. Dovresti raccontare tutto e non tenere nulla per te. Se racconti la tua storia sconfiggi i nemici. Se la tieni per te sei sconfitto un’altra volta.<br />
−	 Non lo so. Quando sono arrivato non avevo neppure vent’anni e non ho scordato da cosa fuggivo, ma gli altri argentini non facevano che chiedermi come la pensavo e da che parte stavo. Da che parte volete che stia? Sono scappato! Non era così semplice. C’erano i gruppi, c’erano le bande, e ogni banda odiava l’altra. Roba da pazzi. Così più loro chiedevano, meno io rispondevo. E a un certo punto ho smesso di vederli. Ma forse a te potrei raccontare.<br />
−	 Perché proprio a me?<br />
−	 Perché mi fido.<br />
−	 Allora potremmo fare uno scambio. Tu racconti a me e io a te.<br />
−	 Da dove potremmo cominciare?<br />
−	 Dall’inizio. Dove sei cresciuto. Chi hai incontrato e ti ha fatto cambiare. Fin dove sei arrivato. Quando ti sei fermato. Quando ti hanno fermato.</p>
<p>Ecco i bambini che giocano a calcio per strada. Bambini che picchiano altri bambini in un quartiere che ha un nome, ed è Villa Devoto. C’è una famiglia. Un padre autista. Una madre casalinga. Tre fratelli, uno dei quali, il più piccolo, si chiama Johnny. Johnny Tossi per servirla, signorina Jutta. Vengo da Buenos Aires. Laggiù, su quello sterrato, mi hanno fatto uscire il sangue per la prima volta. Quel ragazzo che mi passa una sigaretta è mio fratello Julio. Segno che sto crescendo in fretta. Divento grande alla svelta e infatti eccomi già su Corrientes, la strada dei libri e delle contestazioni, signorina Jutta. Sto lì e manifesto. Contro o per cosa non lo ricordo. Non sia troppo esigente. Non le basta vedermi per strada? Non mi riconosce? Forse ha ragione: gli slogan che deformano il volto non mi donano.<br />
E quella ragazza laggiù invece, signor Tossi, è una berlinese al cento per cento, cioè sono io, Jutta Stiegmeier per servirla. Quello è proprio il mio giaccone di piume d’oca finte. Quelli sono esattamente i miei jeans. Dove vado così di fretta e così tardi – perché è già notte – su Warschauerstrasse? Non si può dire, signor Johnny. Diciamo a casa di amici. Diciamo ad ascoltare musica dell’Ovest. L’ultimo disco dei Dire Straits la convince, come risposta? Con gli amici ci sdraieremo sul pavimento di legno scheggiato, faremo camminare le dita sul binario tra le assi raccogliendo polvere e molliche, scioglieremo i capelli come i ragazzi di Londra, uno di noi metterà il disco e spegnerà la luce, qualcuno sognerà, qualcun altro si bacerà&#8230;</p>
<p>Signorina Jutta, lo vede quel televisore acceso? Riesce a vedere le immagini che trasmette? Non si sbaglia: è proprio una bara trascinata da un camion, e militari davanti e militari dietro. È morto il generale Perón, signorina Jutta. Il padre della nostra nazione. Ne ha mai sentito parlare? No? Allora anche lei ha qualche lacuna politica! Come posso spiegarle: il generale Perón riguarda mio nonno, mio padre e anche me. Tre generazioni. Che è come dire che non c’è argentino che il generale Perón non riguardi. Ci riguarda anche ora che è morto. Per tornare alla scena che le sto mostrando, quel giorno la città s’è fermata, ha trattenuto il respiro mentre il generale faceva la sua ultima passeggiata verso il cimitero e ha iniziato ad aspettare, dal momento che la morte del generale – la città lo sa – è il fischio d’inizio di una lunga partita a scannatoio, gioco che forse lei, signorina Jutta, non conosce.</p>
<p>Allenarsi, studiare il russo, allenarsi ancora, leggere la Berliner Zeitung, guardare al telegiornale i progressi della patria socialista, allenarsi, correre più veloce, saltare più lontano. “Devi correre veloce e saltare lontano per l’onore della patria socialista, Jutta Stiegmeier”.“Mi piace correre veloce e saltare lontano, ma non potrei farlo semplicemente per me? In fondo si tratta del mio corpo e dei miei sforzi&#8230;”. Camminare quel giorno che sembra una notte diurna, a zero gradi e una luce la cui fonte non può essere il sole, una luce morente e camminare su Chausseestrasse, notare i buchi delle granate russe sulle mura dei palazzi, qualcuno tapperà mai quei buchi?, arrivare sotto la casa del compagno Brecht, fermarsi, guardare le finestre della Brecht-casa, avvicinarsi alla libreria, sbirciare dentro la vetrina, proseguire verso il cimitero ed entrarci, passeggiare tra le tombe dei filosofi, arrivare al Menhir del compagno Brecht e lasciare una rosa per il poeta defunto. Le chiederei di accompagnarmi, Mister Tossi, ma adesso sono qua.</p>
<p>Venga più vicino, devo mostrarle una cosa. Più vicino. Ecco, apra lo spioncino di questa porta di ferro. Accosti l’occhio. Cosa vede? Riconosce quell’uomo nudo sdraiato sulla branda? No, certo che non può riconoscerlo, il viso è coperto da un cappuccio. Però mi era venuto in mente, non so, che lei potesse intuire, che lei potesse presagire l’identità di quell’uomo. Che poi è solo un ragazzo. Provi a guardarlo bene. Non le ricorda qualcuno? Non si faccia distrarre dai torturatori che lo circondano, dalle scariche elettriche, dai sobbalzi del ragazzo, dai conati di vomito, dalle domande vessatorie in una lingua straniera, dalla cella senza finestre, dalla ferocia del neon, dalla crudeltà del ferro sul quale è sdraiato, dalla sporcizia del pavimento, dal melodramma dell’eco, dall’orrore delle risonanze causate dall’assenza di mobili. Ecco, ascolti il tono della sua voce mentre risponde che non sa nulla e implora che lo lascino libero. Ha capito chi è?</p>
<p><strong>Passeggiate</strong><br />
In una pizzeria al taglio di Monteverde, di ritorno da una passeggiata a Villa Pamphili, Jutta ordina una fetta con mozzarella e patate e spiega a Johnny cosa sono la Sed, la Stasi e i Vopos. Nella Galleria Colonna, usciti dal cinema Ariston e in attesa che spiova, Johnny descrive a Jutta una Ford Falcon, i sedili rimossi per nascondere meglio le prede, la targa staccata, gli occhiali da sole che indossa quello al volante. Escono dal Balduina dove hanno appena visto Fuga per la vittoria e Jutta ha gli occhi lucidi, e ripete: Anch’io l’ho fatto. Ho fatto proprio così. Su viale Angelico, tornando verso il centro dallo stadio, Johnny racconta a Jutta la propria evasione, la notte che compose una corda coi suoi vestiti e quelli dei compagni, che si calò nudo dalla finestra della prigione, che corse nel bosco e poi si aggirò nell’alba di Buenos Aires acquattato dietro alle macchine, e poi un uomo lo raccolse e lo salvò. Un giorno in piscina Jutta nota che sul corpo di Johnny non ci sono segni delle torture, ma non gli chiede perché.<br />
<strong><br />
Pensieri di Johnny sulla bellezza di Jutta</strong><br />
Pensa che ha scoperto una ragazza all’incontrario: prima il suo corpo, poi la sua voce, il suo nome, un po’ della sua storia. Pensa che il corpo di Jutta sull’erba dello stadio gli è valso come il trailer di un film che ti fa venire voglia di andarlo a vedere al cinema. Pensa che non esistano un corpo più magro, eleganza maggiore, pelle più soffice, carnagione più soave e desiderabile di quella di Jutta. E se invece esistono non gli interessano. Pensa che una notte, molto tardi, Jutta venga a suonare alla sua porta e gli chieda di farla entrare, e poi gli chieda che la baci. Pensa che Jutta venga a gettarsi tra le sue braccia e chiudendo gli occhi gli permetta di ammirare la sua bellezza senza dover fingere di spazzare la pista dello stadio. Pensa di fare felice Jutta spogliandola e accarezzandola e baciandola. Pensa al risveglio di Jutta, a una passeggiata al mare con lei. A una vita con lei. Ma non pensa di essere all’altezza della situazione. Solo a ricordare chi è lui, anzi chi non è, si scoraggia. O forse ce la può fare?</p>
<p>Il 15 dicembre ottantadue, giornata mite e intiepidita dal sole, prima di iniziare il turno di lavoro Johnny Tossi entra nella palestra di via Stresa e chiede di Jutta, che lavora lì. Non aspetta molto ed eccola che arriva, sudata per la lezione di ginnastica, nella sua tuta grigia e arancione. Johnny la invita a cena. Jutta sorride e accetta.<br />
Dove si va?<br />
Da me.</p>
<p>La sera del 16 dicembre Jutta varca il cancello al fianco di Tossi. Il cane nero non ringhia, neanche si alza dal giaciglio. Johnny lo guarda stupito. Entrano. Jutta si guarda intorno. Johnny che ha acceso le luci è imbarazzato. La casa è tutta qua. Lo so, è una casa povera. Del resto io sono povero. Però ci sto bene. È accogliente. Fuori è pieno di verde. La domenica mattina, quando non vado di fretta, ascolto gli uccelli che cantano sugli alberi che circondano il palazzo. Bevi qualcosa? Ho della birra&#8230; Solo un bicchiere d’acqua? Sei sicura? Se non sei a tuo agio possiamo andare a mangiare una pizza in un posto vicino. Non dobbiamo restare per forza qui.<br />
Ma Jutta si butta sul materasso e ride.<br />
Più tardi arriva l’alba.</p>
<p><span style="color: #888888;">[Questa  è la prima parte (in quattro parti) di <em>Un’altra vita di Johnny Tossi  (1977-2006)</em>, una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore  inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio uscirà per Gaffi  nel 2011. La prima puntata di <em>Un&#8217;altra vita di Johnny Tossi </em>è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">qui</a>, la terza <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/un%E2%80%99altra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-3/">qui </a>]</span></p>
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		<title>Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 08:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anatomia della battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Cielo nero]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia costernazione me ne ha mostrate i recessi meno presentabili, ha preteso che prendessi nota di quello che vedevo. Non c’era niente da fare, non mollava la mia mano: dovevo stare lì, dovevo liberarmi dei filtri abituali con i quali interpretavo il mio mondo. Per capire qualcosa del paesaggio inospitale dove mi trovavo, costellato di canzoni patriottiche e motti ideologici e camice nere, mi sono dovuto documentare sul fascismo, del quale sapevo molto poco. Un vero lavorone, che mi ha permesso però di penetrare nel tempio segreto del mio genitore: molte di quelle che pensavo essere particolarità del suo carattere, scoprivo, erano in realtà riverberi più o meno diretti e più o meno vividi della sua epoca. Del resto quel suo universo nero, constatavo, mi aveva in realtà irrimediabilmente contagiato, beninteso senza che me ne rendessi conto: le reazioni erano germinate in me come malattie non ancora diagnosticate, vere e proprie bombe a effetto ritardato. <span id="more-38080"></span>Nel romanzo s’è insomma incistato quel passato ormai desueto che gettava una luce implacabile, come un sole ostinato che tardi a tramontare, non solo su mio padre morente, ma anche su me stesso. Ho dovuto parlare &#8211; cosa ancora più remota dai piani iniziali – di me.</p>
<p>Documentandomi sul fascismo mi sono imbattuto in quella tragedia nazionale che è l’esecuzione di Galeazzo Ciano. Mussolini, il dittatore senescente e ormai schiavo dei frutti mortiferi delle sue malefatte, lascia condannare a morte, con l’accusa di averlo tradito, il marito della figlia preferita, con la quale ha avuto fin dall’inizio un legame selvaggio e pavido. Come in una tragedia raciniana il genero non può fare niente per evitare la morte che sente avvicinarsi, nessuno può fare nulla per scongiurarla. Nemmeno Edda Mussolini, che si batte con unghiate di pantera ferita, scoprendo in lei quel ruolo di moglie devota mai abitato in precedenza, e nemmeno la giovane spia che i tedeschi gli hanno affiancato, e tosto caduta nella rete del suo charme (avviando un doppio gioco che le fa rischiare ogni giorno la pelle). Lui non è uno stinco di santo, ha anzi colpe tetragone e raccapriccianti, e fino all’ultimo sfoggia con baldanza la sua alterigia e la sua irresponsabilità, però sul finire in lui germina anche una timida e scontrosa grandezza, e muore degnamente. Hanno previsto di fucilarlo alle spalle, come si deve a un traditore, ma lui all’ultimo momento si volta, guarda in faccia chi gli spara. L’esecuzione si svolge all’italiana, e quindi nessuno dei condannati è ucciso dalle approssimate raffiche del plotone, e dopo concitate confabulazioni vengono sparati altri colpi, e poi si passa a un trattamento individuale alla tempia, e per finire ci vuole qualche ulteriore pistolettata per pacare gli ultimi sussulti. Una scena da macelleria, ha commentato un testimone pur ben svezzato alle carneficine naziste.</p>
<p>Questo dramma incastonato nel più vasto dramma nazionale mi ha soggiogato fin dal primo momento. Per convincermi a raccontarlo le ha usate tutte, ma proprio tutte, sussurrandomi fra le altre cose che nessun altro aveva osato farlo, che era pane per i miei denti, che era un’occasione d’oro. Certo, queste sue lusinghe erano allettanti, ma a niente sarebbero valse se non mi avesse irretito con le sue qualità intrinseche. Insomma, l’ho scritto. Con i miei mezzi e i miei vezzi, vale a dire condensando, sposando angoli visuali bislacchi, e giocando di ellissi, al punto da rendere forse incomprensibile la vicenda. E la mia scrittura ha voluto dire la sua, recidendo ulteriormente e raggrumando, con storpiature somatiche e cinetiche degne del miglior Bacon: invece del televisivo tomo di settecento pagine che avrebbe scatenato frotte di lussuriosi editori, è venuto fuori un serrato groviglio di parole. Invece di starsene in panciolle il lettore è chiamato a collaborare e a interrogarsi. Della tarantiniana macelleria finale, tanto per fare un esempio, nel mio libro non c’è traccia. Cosa ci posso fare, così è.</p>
<p>Finito un libro, uno scrittore ha la tendenza a domandarsi cosa vuol dire e perché lo ha scritto. Spesso la risposta è piuttosto facile, o per lo meno le tracce a terra sono evidenti. A posteriori, per esempio, lo capisco bene perché ho scritto il romanzo su mio padre: per imparare le verità a cui accennavo qui sopra (si ha sempre tendenza a dimenticare che gli scrittori parlano in primo luogo a loro stessi). Altre volte è più arduo. Confesso che questa volta mi è quasi impossibile. Certo Galeazzo Ciano è il prototipo dell’italiano, e la sua vicenda ci dice moltissimo sul potere in Italia, a cominciare da quello attuale. E la sua tragedia è il tipico macabro colpo di testa di un paese dedito alla commedia. Ma queste sono in fondo giustificazioni esteriori, che non mi sembrano poter risvegliare, da sole, la macchina narrativa che sonnecchia in me. Un altro argomento più sottile potrebbe allora essere che io tante bassezze di Ciano le conosco nell’intimo, o comunque posso capirle. Per descrivere un personaggio occorre invischiarsi nei lacci appiccicosi dell’empatia: e io sento sulla pelle il suo barcamenarsi tra vanità e abiezione, il suo compulsivo bisogno di conferme profane e virili, la sua intelligenza fulminea ma schiava dei sentimenti più infantili, il suo avvilupparsi con ghigni di baldracca nella sua stessa bassezza, le roboanti strategie per non specchiarsi nella melanconia, le inascoltate fragilità di fanciulla della sua salute precaria, compagne delle più inscusabili crudeltà.</p>
<p>Per finire vorrei confessare che a quel processo mio padre c’era. Non ho potuto chiedergli dei dettagli, perché l’ho saputo solo a stesura ultimata, quando lui aveva tolto il disturbo ormai da anni, ma ora so per certo che scalpitava tra gli spettatori, pure lui ebbro di vendetta. Le attrazioni inconsce non sono mai abbastanza considerate, quando si parla di scrittura. Si scrive con le trippe e con il sangue, il sangue ereditato da chi ci ha preceduto.</p>
<p>Del resto non sta scritto da nessuna parte che un autore debba per forza sapere perché scrive i libri che scrive. Quando ci alziamo la mattina mica sappiamo cosa ci riserverà la giornata, e i piani che facciamo si rivelano il più delle volte fallaci, sordi alle nostre istanze più intime. Per uno scrittore un romanzo non è in fondo che una giornata che dura qualche anno, una giornata che può essere brutta o bella, che può insegnare tanto o dare invece l’impressione – peraltro sempre mendace – di avere sprecato il tempo. Quindi mi arrendo, e dichiaro formalmente che non so perché ho scritto questo romanzo che riconosco pur sempre come sangue del mio sangue.</p>
<p><em>[questa riflessione, certo molto parziale, è apparsa sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 08.02.11]<br />
</em></p>
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		<title>un&#8217;altra vita di Johnny Tossi (1977-2006) [1]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 09:36:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Roma, 1977 Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg" alt="" title="-1" width="300" height="300" class="alignnone size-full wp-image-37854" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1977</em></p>
<p>Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, e di ogni pensiero, fantasia o storia che caverà dal suo sacco attribuirà il leading role a un Io da titoli in grassetto e rulli di tamburo, protagonista, eroe, immortale. Meglio abituarsi in fretta a uno stile acerbo come un limone a gennaio, immaturo nell’opporsi al tempo per restare quello che è, ostile ai processi, nemico dei flussi, arrabbiato col divenire. Ama i fumetti di Quino, le storie di Oesterheld, il rugby, i film western e la birra Quilmes. Ecco un assaggio di Johnny: “Mi piacciono anche i camperos e i jeans attillati che esaltano le dimensioni del mio pisello, ogni giorno più grosso”. Chi direbbe che è il giornale intimo di un profugo?</p>
<p>Porta i capelli ricci e lunghi come Mario Kempes senz’averne spalle e magrezza. Anzi è già sovrappeso. Ama i jeans di un amore non ricambiato che i calzoni ripagano col conio del ridicolo, traducendogli le cosce in prosciutti e il sedere, beh, il sedere… Cammina molto per la città dov’è naufragato in sopralluoghi che non hanno inizio né fine, perché quando si ferma già progetta i prossimi o ricorda i passati.<br />
<span id="more-37838"></span><br />
Non ha lavoro ma ha tempo e lo usa per consumare spazio. Però non dimagrisce. Quelli del sindacato lo sfamano. Gli hanno trovato un letto. Dicono che ora deve darsi da fare. Gli hanno fatto conoscere altri come lui. Quando va in visita al Centro, per il pranzo e la cena, li incontra tutti. Arturo Coloccini, che è arrivato a Roma da un anno, gli chiede in quale prigione stava e la risposta è: Una qualsiasi. E a quale gruppo politico appartiene? A nessuno.<br />
E perché sei espatriato?<br />
Per non finire al camposanto.</p>
<p>Coloccini gli presenta Castrillo, poeta portegno che ha perso due figli e vive a Roma dal settantatré. Castrillo dice che Johnny assomiglia al suo primogenito e nel dirlo gli s’inumidiscono gli occhi. Johnny lascia parlare ma non gli crede, poi sul diario (tornato a casa dall’appartamento di Castrillo a Monteverde) annota di aver conosciuto “un altro predicatore. Uno che gioca con le parole. Uno che si riempie la bocca di saggezze”. Coloccini, che si è accorto della diffidenza di Johnny, qualche giorno dopo lo prende da parte, gli offre un caffè al bar di via Giolitti (dov’è il Centro) e gli chiede come mai ha fatto il difficile con Castrillo. Forse perché è un montonero? Non ti fidi dei montoneros? Se Johnny lo degnasse di una risposta, sarebbe una domanda: Che me ne frega dei montoneros? E riguardo a Coloccini non ha dubbi (lo sa il diario): “Non mi piace. Fa troppe domande. Io non faccio domande e non voglio sentirne. Sono venuto fin qui per farmi interrogare? Già la vita è una merda. Compito per i prossimi giorni: stare alla larga da Coloccini”.</p>
<p>Piazza Vittorio è il suo quartiere preferito per gli odori del mercato e le facce da gangster e una prostituta tra via Manzoni e Conte Verde cui dedica una poesia che non riporto ma ne riassumo il senso nella mancanza di denaro, “altrimenti…”. Gli piace la pizza al taglio con pomodoro, mozzarella e alici. La domenica si concede un panino con senape e salsiccia acquistato dagli ambulanti di Porta Portese. Ogni lunedì chiama la madre a Buenos Aires. Lui racconta per primo, poi tocca a lei in uno scambio non di informazioni ma di parole per scaldarsi. Divide un appartamento in viale Giulio Cesare con una famiglia di boliviani. Dorme nella stanzetta in fondo al corridoio. La porta della camera è di legno e vetro colorato; Johnny vede le ombre arancioni dei boliviani e loro vedono la sua. Si chiede se quelle placche piene di bitorzoli sappiano setacciare stati d’animo come fanno con i corpi. Pensa che il vetro non lo protegga abbastanza. Pensa che se uno vuole vedere, vede. E se vuole sapere, saprà.</p>
<p>Ogni tanto passa dal Centro una psicologa di Mar del Plata con un occhio sporgente come una vite stretta male e le dita senza unghie e uncinature annerite sull’avambraccio. Johnny esclama alla congrega: Che schifo! Qualcuno lo gela: sono segni della tortura. Qualcun altro mormora: questo non si regola. La psicologa però non s’accorge di nauseare Johnny e gli si affeziona. Gli chiede se fa brutti sogni o ha brutti ricordi. Tutti e due, tutti brutti, risponde Johnny che non si trattiene come uno scolaro al quale cade la cartella sulla scale ed escono matite, quaderni, temperino e compasso, la gomma da cancellare rimbalza lontano e le monete per la merenda rotolano via. Ecco come si sente Johnny, stupito perché parla. Ricordo la prigione, la cella e le brande. Ricordo i detenuti, cinque insieme a me. Ricordo il Negro, lo Zoppo, Pennello, il Chino. Ma a questo punto Johnny controlla l’out of control, solidifica il flusso, si disciplina. Ricordo poco. Non voglio ricordare. Ricordo noi cinque nudi, i vestiti allacciati in una corda, che ci caliamo dalla finestra. Ricordo il bosco e il freddo. Ricordo i cani. Poi s’accende una sigaretta come ha visto fare nei film agli eroi che disprezzano le parole. María, che è il nome della psicologa e s’è accosciata per terra nel cortile del Centro, gli chiede se ricorda la tortura. Lui continua a fumare, scosta la domanda con un gesto della mano, guarda da un’altra parte anche per non guardare María.<br />
Non sono pronto per questo.<br />
Ma certo, ti capisco.</p>
<p>Scopre le lasagne e la trippa e del cibo parla volentieri. Confessa a Coloccini che mangerebbe ogni giorno timballi e la carbonara solo a mettersi in bocca due rigatoni gli fa amare la vita. “I pezzetti di guanciale mi rendono felice. Se ho il pecorino e l’uovo non ho bisogno d’altro.” Ridendo Coloccini nota che s’accontenta di poco. Frequenta una trattoria a via Marsala dove ordina sempre un primo e mezzo litro di bianco. Vicino a dove abita s’accomoda invece per cene sbrigative in una rosticceria dove il suo piatto fisso sono i pomodori al riso e in alternativa cosce di pollo allo spiedo. Impara alla svelta l’italiano ma non legge i giornali. Non legge neanche quelli argentini che si rimediano al Centro, se non per sfogliare le pagine sportive coi risultati del River. Tra gli altri esuli c’è chi lo guarda con sospetto per la sua indifferenza politica, per le opinioni che non esprime e le parti che non prende. Qualcun altro invece lo difende: secondo Coloccini, ad esempio, Johnny è solo un coglioncello senza idee in testa (non sfugga che il disprezzo è in realtà una protezione). Naturalmente Johnny non conosce questi pareri, pur intuendo che esistono.</p>
<p>Si masturba almeno due volte al giorno, anzi la notte. Manda a memoria ragazze per strada, sull’autobus e nei bar come farfalle da collezione. Ogni corpo di donna è il seme che Johnny è pronto a ricevere per crearne il ricordo. Una donna che sale sull’autobus, il segno delle sue natiche che si sporgono. Il seno di una ragazza plasmato dal vento o in parte scoperto. La bocca di una, le gambe di un’altra. Quando è fortunato, uno sguardo che lo infuoca. Ciò che accade è il padre, mentre Johnny (che vede tutto) è la madre sempre fertile. Ricordi che hanno la vita breve di un insetto, inscatolati da Johnny che poi a casa li può liberare, e li usa. Una volta usati, spariscono. Forse dopo qualche giorno ritorneranno, ma solo i più belli. Oppure diventano materia di sogno o di avventura dell’animo, non più sensuale, immaginata per una vita migliore. Fantastica incontri, congettura amplessi. Ragazze salvate da Johnny, ammirate dalla superiorità di Johnny, attratte senza rimedio da Johnny gli si danno o gli dichiarano amore. Città che capitolano, ponti che s’abbassano, porte che si schiudono. Si fida del suo diario, dove mancano tracce dell’Argentina nel senso dello stupro politico. Non sembra che Johnny l’abbiano stuprato e per lui il passato non consiste in nulla, è vapore. Mentre una pagina su due la riempie di sconcezze. Scriverle vale ancora più che farle, è la promessa di un gesto. Eppure Johnny si definisce “un tipo romantico. Potenziale e poderoso schiantatore di passere ma galantuomo, enigmatico”. A suo modo “capace di fedeltà”, sebbene “inventivo succhiatore di pesche”.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio esce per Gaffi nel 2011]</span></p>
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		<title>Giardini di loto, Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 06:17:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[andrea melone]]></category>
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		<category><![CDATA[giardini di loro]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Cucchi]]></category>
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					<description><![CDATA[. Mercoledì 20 ottobre 2010 – Ore 18.00 Libreria Rizzoli, Sala Biagi Corso Vittorio Emanuele II, 79 – Milano Maurizio Cucchi e Stefano Gallerani Presentano Giardini di loto di Andrea Melone (Gaffi editore in Roma)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff;">.<br />
</span></p>
<pre style="text-align: center;"><strong>Mercoledì 20 ottobre 2010 – Ore 18.00</strong></pre>
<pre style="text-align: center;">Libreria Rizzoli, Sala Biagi</pre>
<pre style="text-align: center;">Corso Vittorio Emanuele II, 79 – <strong>Milano</strong></pre>
<pre style="text-align: center;"><strong>Maurizio Cucchi</strong> e<strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/22/una-quest-claustrale/" target="_blank">Stefano Gallerani</a></strong></pre>
<pre style="text-align: center;">Presentano</pre>
<pre style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/25/andrea-melone-giardini-di-loto/" target="_blank"><strong>Giardini di loto</strong></a></pre>
<pre style="text-align: center;">di <strong>Andrea Melone</strong></pre>
<pre style="text-align: center;">(<strong>Gaffi editore in Roma</strong>)</pre>
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		<title>Andrea Melone: Giardini di loto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 10:48:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[[Si pubblicano due estratti dal romanzo Giardini di loto, Gaffi, 2010.] di Andrea Melone Eravamo seduti a tavola. Mi pareva di sentire nel mio ventre le cellule schiantarsi e moltiplicarsi. Era come ali che battono appena, e non so bene se stavo piangendo o godendo. Entrò in sala Piergiulio, mi salutò tastandomi le spalle, baciò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si pubblicano due estratti dal romanzo </em><strong>Giardini di loto</strong><em><strong>, Gaffi, 2010</strong>.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Melone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-32189 alignleft" title="500px-Vulva_symbols.svg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_-250x300.png" alt="" width="150" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_-250x300.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_.png 500w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Eravamo seduti a tavola. Mi pareva di sentire nel mio ventre le cellule schiantarsi e moltiplicarsi. Era come ali che battono appena, e non so bene se stavo piangendo o godendo.<br />
Entrò in sala Piergiulio, mi salutò tastandomi le spalle, baciò mia madre. La sua bocca era piena di insoddisfazione. Si sedette con precisione di collegiale: scansò la sedia con le mani, se l’avvicinò. Dopo un tempo considerevole sollevò il capo. Mia madre gli accarezzò il dorso di una mano e gli domandò: «Tutto a posto all’università?», voleva ascoltare un effetto nuovo del genio di suo figlio. «Ma sì, in fondo», informò con un tono alterato e un rossore che aveva portato da fuori.<br />
Papà li ascoltò parlare come l’arbitro di un agone bucolico. Agnese annunciò che avrebbe servito a tavola. Cercai di condurre altrove il mio pensiero, ma non avevo un luogo dove andare, nessuno da visitare se non il mio ventre che non era più io, era sedizione.<span id="more-32159"></span> La voglia di piangere mi salì fino in gola come mare orribile che viene e risucchia al largo, ma non avrei avuto nessuna giustificazione da addurre. Per questo decisi di trattenermi con tutte le mie forze. Io sapevo qual era la volta nella quale Gilberto mi aveva fecondata. Provai un piacere acuto, mi fece lacrimare. Mi aprii a lui che mi amava con lena, accoglievo il seme turbinante in me. Lo covai tutta la notte, sapevo che lievitava.<br />
«Ho da dirvi due cose» rivelò mia madre ed era un astro zuppo di luce maligna.<br />
«La prima è che Marialuisa è uscita di senno. La seconda è che ha deciso di sposarsi!».<br />
Lasciò intercorrere una pausa di scherno, poi riprese:<br />
«Si sposa Marialuisa, Marialuisa! Oh, Dio, non ci posso credere, Marialuisa si sposa davvero!».<br />
Marco posò le mani sulla tavola, si domandava che cosa era potuto accadere. «È uno scherzo», ripeteva Piergiulio come l’eco di mia madre, ma lo diceva con disprezzo: intendeva compiangere la dissennatezza di quell’uomo, chiunque fosse.<br />
«Un insopportabile politicante», confermò mia madre.<br />
Un flusso di sangue mi ricolmò il cranio. Gilberto ha portato mia madre sul mare incolore, in un luogo nel quale si raccolgono le case in mezzo alle nebbie, un paese straniero di malinconiche pianure imbevute d’acqua e rosse costruzioni svettanti alle quali gli elementi erodono pietrisco. Mi ha giurato che avrebbe sbrogliato questa briga. Mi ha giurato che gli sono necessaria. E se l’avessi io trovato un modo? Proclamare a mia madre, a Bruno, a Deborah, a Marco, a Lorena, a Piergiulio, a Marialuisa a mio padre con le braccia incrociate, un muso da fiera che abbiamo fatto un figlio e che vogliamo andarcene al Nord nel mare incolore in una rada battuta da un vento mortale dove si stringono le case attorno al porto come animali assiderati? Che direbbero? Ora, a questo tavolo.<br />
Mia madre parlava e rispondeva:<br />
«Me l’ha detto lei. Mi ha chiamato stamattina al telefono».<br />
Ora ne parlava come se si trattasse del matrimonio di una figlia. Con Marialuisa mia madre aveva vissuto, era diventata una donna, una madre.<br />
«Quando si sposa?», chiese Marco.<br />
«L’ultimo sabato del mese prossimo, il ventinove».<br />
«Così presto?».<br />
«Mi sembra un’occasione meravigliosa per dimostrare a Marialuisa quanto le vogliamo bene», intervenni trattenendo a stento un altro penoso arpeggio di commozione.<br />
«Si sposa a mezzogiorno nell’abbazia di San Nilo a Grottaferrata, vicino Roma. È amica dei frati e le fanno un favore».<br />
Conoscevo quel tono e quell’eloquio di mia madre: era infelice, e mi raccontò una volta che sua nonna, quando la vedeva piangere, la caricava sul mulo e andavano insieme alla gora per dare la potassa alle lenzuola: quella bimba dai fiduciosi occhi azzurri è mia madre, e non ricordo niente di così puro.<br />
Squillò il telefono.<br />
Marco s’era quasi alzato dalla sedia mentre il telefono aveva già fatto il quarto squillo, ma Agnese gli fece un cenno, e asciugandosi le mani tagliuzzate nel grembiule andò a rispondere. Prese la cornetta, scansò i capelli dall’orecchio.<br />
«È Bruno», annunciò inespressiva. Mi alzai con ritardo, passai le mani nei capelli come se fossero infiniti. Piergiulio aspettò che fossi di spalle per esprimere un ghigno.<br />
Rimasi poco al telefono. I miei giudicarono il caso inconsueto, ma non commentarono. Bruno avvertì che sarebbe venuto poco dopo le quattro. Un capello precocemente bianco spicca sulla superficie della sua chioma. Mi adopero ogni volta per nasconderlo fingendo di accarezzargli il capo, ma ritorna a galla. Posso trovare un uomo più intelligente, pensai, un musicista, uno scrittore, un potente, oppure un amatore impareggiabile, o un uomo più raffinato, che abbia una posizione migliore, una macchina più comoda, una casa in montagna dove sdraia le amanti. Ma non troverò un altro uomo che mi sia più familiare di Bruno, vivessi mille anni.<br />
Dopo pranzo mio padre e mia madre ci salutarono e uscirono insieme. Mia madre scese abbigliata con un’elegantissima giacca grigio scuro e un delizioso motivo carminio, scarpe con tacco non alto, i capelli raccolti. Anche mio padre era impeccabile, ma una donna non l’avrebbe guardato. La bellezza di mia madre, invece!: il suo volto era di pietra dilavata. L’amava Gilberto?<br />
Io, Marco e Piergiulio uscimmo in giardino. Mi sedetti sul dondolo, Marco e Piergiulio su due sedie. Mio padre e mia madre s’incamminarono, lei gli si mise sottobraccio. Camminarono per il viale con passo diseguale, lo percorsero insieme fino alla macchina davanti al cancello. Solo allora si separarono<br />
ed entrarono ognuno dal proprio sportello. Concepirono la medesima amorevole speranza: che li guardassimo camminare sottobraccio lungo il viale, uniti in mistici sorrisi come sui sarcofagi etruschi, salire sulla stessa macchina e non ce ne dimenticassimo. Poi, come a un crocevia, i loro pensieri si divisero, così, insensatamente e liberamente.</p>
<p>[pp. 77.80.]</p>
<p>Cominciava a piovere piano e poi sempre più forte da un cielo che s’era fatto nero con deboli capillamenti azzurrini. Uno scroscio inconsueto. Esso amplificò, invece che lenire, il rumore di un’automobile che si avvicinava coi fari accesi: una luce untuosa, lutea. Come un dolore antico che torna, dalla massa del tempo, acutissimo: così la pioggia lo amplificò. I due sportelli si aprirono, uno in anticipo dalla parte alta del poggio, e recise lo spazio unanime. Si affrettavano due figure, una, quella di una donna. Raggiunsero il portone. L’uomo l’aspettò impalato senza ombrello, che inutile galanteria. Scomparvero alla vista.<br />
La porta fu aperta. Espressione espiatoria dell’uomo. Accanto a lui la donna riponeva il mento nelle scapole prendendosi i gomiti coi palmi. L’acqua scendeva in falde ampie. Il monaco guardiano li fece entrare senza proferire parola. Era alto: un profeta. Li condusse in una sala d’aspetto. La donna era una giovane donna raffinata: ognuna appena segnata le linee delle sopracciglia, naso acuto. Bocca ben tracciata nel giogo superiore. Il tratto dell’ovale leggero. L’uomo lasciò che il monaco si congedasse, e questi lo fece: disse pace con umiltà e dedizione simili a demenza. Pace, risposero.<br />
La donna si lagnava dell’acconciatura. Malediceva il mondo che si preoccupa dei bruchi e dei ragni e di lei non aveva memoria, del suo dolore non aveva rammarico.<br />
Cercava uno specchietto nella borsa, affaticava il suo tagliente occhio cilestrino. L’uomo, espressione neutra, si mostrava osservatore astratto, esterno anche a se stesso, ma esatto, puntiglioso. Osservava il profilo della donna come avrebbe fatto con una carta geografica.<br />
È una figura d’uomo delineata attorno alla preminenza degli occhi, scuri, dubbiosi; sguardo materiale pieno di enzimi. Le mani tenevano unito il cappotto sull’epigastrio, poi con esse lisciava anche lui i capelli neri, lustrati dalla pioggia.<br />
La donna non si curò dell’impudica posizione, prona, con le mani nella borsa. L’uomo se n’avvide e s’accigliò invece che goderne. Distolse gli occhi da lei con un’afflitta eccitazione che gli risalì il torace. La donna abbassò le ciglia, serrò la bocca, poi, mentre si umettava le labbra. «Sono inguardabile», intonò. Acconciò i capelli a bulbo sopra la testa: «Come sto?» moina; testa inclinata verso la spalla, mano al fianco. L’uomo la guardava. «Stai molto bene», rispose.<br />
La donna allargò le braccia. Imbronciò, s’abbandonò a una risata dal tono materno, simile a un abbraccio, e poi mostrò distrazione oppure insofferenza.<br />
L’uomo fissava la porta con apparente impazienza. Il priore entrò. Senza porgere la mano salutò. I due risposero. L’uomo era fascinoso, il viso ben rasato o glabro, polito come avorio o lucidi scogli. Un segno di inutile incertezza poi l’uomo si presentò: «Raffaele Mensi. La signora è Serena Bentivoglio». La donna si accostò al Mensi, gli cinse la vita con un braccio, sorrise e subito ritornò seria, poi sorrise ancora quando colse l’involontaria benevolenza del religioso. Così tra le nuvole appare una stella e scompare di nuovo.</p>
<p>[pp. 108-110.]</p>
<p><strong> </strong></p>
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