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	<title>Gang &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Italian Tram Way &#8211; Stormy Six</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2009 19:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Gang]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Dov&#8217;è andata a giocare Rossella? Breve storia degli Stormy Six di Gian Paolo Ragnoli Con l&#8217;esercizio non è niente: solo ci vuole la passione. Stormy Six, Panorama. Stormy Six? Anche se il nome del gruppo forse non dirà molto ai più giovani crediamo siano sufficienti i versi Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-13696" title="tram-bari-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/tram-bari-1.jpg" alt="tram-bari-1" width="502" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/tram-bari-1.jpg 502w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/tram-bari-1-300x152.jpg 300w" sizes="(max-width: 502px) 100vw, 502px" /></p>
<p><strong>Dov&#8217;è andata a giocare Rossella?</strong><br />
<em>Breve storia degli Stormy Six</em><br />
di<br />
<strong>Gian Paolo Ragnoli</strong></p>
<p>C<em>on l&#8217;esercizio non è niente: solo ci vuole la passione.</em><br />
Stormy Six, Panorama.</p>
<p>Stormy Six?<br />
Anche se il nome del gruppo forse non dirà molto ai più giovani crediamo siano sufficienti i versi Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa: d&#8217;ora in poi troverà Stalingrado in ogni città a far capire a tutti, anche a chi credeva di non conoscerli, di chi stiamo parlando.<br />
Gli Stormy Six, come diceva qualcuno, vengono da lontano.<br />
<span id="more-13667"></span><br />
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<p>Si sono formati a metà degli anni &#8217;60, al tempo dei complessi beat, come venivano chiamati allora, in una Milano in cui le prime tensioni presessantotto convivevano con la scoperta di nuove musiche, il beat, il soul, il rhythm&#8217; n &#8216;blues  , il folk revival, che sembravano alludere a un orizzonte diverso, ad un confuso desiderio di cambiare le cose.<br />
Con la loro rigorosa dieta di beat-n-blues, fatta di cover degli Stones, Animals, Them, Small Faces, gli Stormy Six si fecero rapidamente un nome tra i gruppi milanesi e si trovarono anche a far da spalla agli Stones nel loro primo tour italiano, ma correva l&#8217;anno &#8217;67, già stava arrivando il Sessantotto, alla sensazione che i tempi stavano cambiando si aggiungeva la determinazione di essere, di questo cambiamento, parte attiva.<br />
E&#8217; la storia di una generazione, ma è anche la somma di tante uniche, irripetibili storie.</p>
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<p>Quella degli Stormy Six è esemplare proprio perché sono cambiati così tanto nel corso degli anni per rimanere, o meglio per diventare se stessi. Anziché costruirsi una tranquilla carriera come gruppo rock, replicando all&#8217;infinito semplici ma efficaci canzoni come <em>Alice nel vento</em> o Rossella, che gli avrebbero garantito uno spazio sicuro nel settore Pop di qualità, hanno scelto di crescere e di cambiare assieme al loro pubblico, imparando sia dalla militanza politica sia dalla pratica musicale, rifiutando sempre di svendere la loro coerenza di militanti ma, altrettanto importante, negandosi a qualsiasi tentativo di ridurli a megafono propagandistico di questa o quella organizzazione della sinistra.</p>
<p>Così sono cresciuti, musicalmente e politicamente, dall&#8217;ingenuo beat psichedelico de <em>Le idee di oggi per la musica di domani</em> (con ancora nei ranghi Claudio Rocchi) al country rock de L&#8217;Unità, dove iniziavano a fare i conti con la storia, raccontando &#8220;dal basso&#8221; l&#8217;unità d&#8217;Italia, dal confronto con le tradizioni popolari di <em>Guarda giù dalla pianura</em> all&#8221;invenzione del progressive folk ne <em>Il biglietto del tram</em>, fino alle complesse tessiture de <em>l&#8217;Apprendista</em> e de <em>La macchina maccheronica</em>, un viaggio intorno all&#8217;identità politica della canzone, da un approccio immediato fino alla sperimentazione di una complessità formale, fino al ritorno, poi, con <em>Al volo</em>, a un approccio più diretto, essenziale, in una parola rock.</p>
<p><object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/KToXLToZeOA&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/KToXLToZeOA&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>In mezzo ci sono stati i concerti per tutta Europa, nelle piazze dei paesini siciliani o negli austeri teatri tedeschi, nelle fabbriche o nei circoli culturali, a Casarsa come a Reims, a Macomer come a Tubingen, c&#8217;è stata la fondazione, assieme ad altri gruppi e musicisti milanesi, tra cui Moni Ovadia, Guido Mazzon, Tony Rusconi, della cooperativa <strong>L&#8217;Orchestra</strong>, che, per qualche anno, costituirà un importante punto di riferimento per l&#8217;autoproduzione discografica (Un biglietto del tram fu il primo Lp pubblicato), per l&#8217;organizzazione di concerti, le scuole di musica popolare, l&#8217;attività didattica (ricordiamo il manuale di chitarra, curato da Claudia Gallone, su cui si formarono migliaia di chitarristi).<br />
C&#8217;è stato l&#8217;incontro con gli Henry Cow e il successivo coinvolgimento in <em>Rock in Opposition</em>, sorta di internazionale di gruppi (svedesi, belgi, francesi, italiani e inglesi) autogestiti e indipendenti sotto ogni punto di vista, economico, politico, culturale, che cercavano di proporre, per dirla in breve, una nuova musica per un nuovo pubblico.<br />
C&#8217;è stato poi, nel 1983, anche lo scioglimento del gruppo, che alle soglie degli anni &#8217;80 aveva verificato che il cielo è nero, gli spazi di autonomia e di gestione antagonista dell&#8217;operare musicale ridotti quasi a zero nell&#8217;atmosfera mefitica della Milano da bere.<br />
Ma erano stati loro a scrivere che nulla resta uguale a se stesso, la contraddizione muove tutto, e così ci siamo ritrovati nel &#8217;93 al teatro Orfeo di Milano e poi più volte negli anni, il 25 aprile per gli Appunti Partigiani, poi allo Zelig, al Leoncavallo, a Fivizzano, a Cividale e più recentemente a Sesto San Giovanni, il 30 maggio, per il quarantennale del &#8217;68, e il 12 luglio a Fosdinovo, per gli Archivi della Resistenza, a chiederci ancora una volta dove è andata a giocare Rossella, a camminare sulla strada gelata e a riflettere che ancora oggi non si sa dove stare.<br />
In questi ultimi due concerti gli Stormy Six hanno presentato un set che attraversa, con un&#8217;autoironia e una consapevolezza che crediamo unica, tutta la loro lunga storia.<br />
Alcuni di loro in questi anni hanno continuato, seppur saltuariamente, a suonare, altri, come Antonio Zanuso, il batterista originale, avevano smesso da trent&#8217;anni, ma sono bastate poche telefonate e di nuovo professori, architetti, pittori, cantanti di successo, operatori radiofonici e musicisti erano di nuovo insieme, a riannodare i fili di un&#8217;esperienza che non cessa, al di là delle mode culturali del momento, di essere importante.<br />
Cover dei Rolling Stones, The Last Time, di Bob Dylan, Chimes of Freedom, di uno dei loro maestri, Woody Guthrie, The Union Maid, Eugenio Finardi, Ricky Belloni e Claudio Rocchi di nuovo per una sera ai loro posti, un toccante brano di Mikis Theodorakis e poi le loro canzoni, da Pontelandolfo, che racconta un eccidio dei &#8220;Piemontesi&#8221; nel sud dell&#8217;Italia appena unita, a <em>La manifestazione</em>, dove una giacca ed un fazzoletto rosso rimasti sul marciapiede sono l&#8217;ultimo ricordo di uno studente assassinato durante una manifestazione. E ancora l&#8217;esecuzione intera di <em>Un biglietto del tram</em>, il loro lavoro più conosciuto, un album completamente dedicato alla Resistenza, con canzoni ormai storiche come <em>Stalingrado,</em> <em>La fabbrica </em>e <em>Dante Di Nanni</em>, per concludere con L&#8217;orchestra dei fischietti, ispirata alle manifestazioni operaie nella Milano degli anni &#8217;70, un fiume di parole e di suoni che non vediamo l&#8217;ora torni di nuovo ad attraversare le nostre strade, da troppo tempo mute.<br />
Se ci pensate bene non è poco, per un gruppo di vecchi ragazzi che entrò nel mito più di quarant&#8217;anni fa, lanciando fiori al pubblico del Palalido alla fine dell&#8217;esecuzione di Lady Jane</p>
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