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	<title>George Perec &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Atlantide, Il Grande Dittatore e un dubbio capitale sulla scrittura collettiva – Una lettera a Vanni Santoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura collettiva]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Caro Vanni, domenica scorsa incontro un tuo lungo articolo su La Lettura del Corriere della sera, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45138" aria-describedby="caption-attachment-45138" style="width: 839px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-45138" alt="Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif" width="839" height="581" /></a><figcaption id="caption-attachment-45138" class="wp-caption-text">Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso.</figcaption></figure>
<p>Caro Vanni,</p>
<p>domenica scorsa incontro <a title="articolo e paratesti" href="http://www.scribd.com/doc/129587307/Storia-e-Prospettive-Della-Scrittura-Collettiva-in-Italia-La-Lettura-10-03-2013" target="_blank">un tuo lungo articolo</a> su <i>La Lettura</i> del <i>Corriere della sera</i>, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le sue cupole dorate che balenano negli occhi di qualche avventuriero per pochi istanti prima di inabissarsi ancora tra i flutti, mi ci sono calato dentro, cercando di avvistare la stessa isola dalla prua del mio divano.</p>
<p>Del resto, è un luogo comune, ormai, anche se il più difficile da conseguire: fare letteratura, perdere giorni sonno forze dietro le continue evoluzioni dei personaggi e della lingua – dei personaggi dentro la lingua, della lingua dentro i personaggi – riesce davvero solo se chi scrive, forzando la propria natura, bucando il guscio di granito in cui prospera incontrastato Il Grande Dittatore del proprio Io, riesca a connettersi a tutto e ogni cosa, dalla materia inerte alla più insignificante creatura alla più lontana esplosione stellare. E scrivere a più mani, da subito, nel furioso e diacronico battere sui tasti di un numero elevato di dita, rende evidente una tra le possibili soluzioni al problema, non fosse altro che Il Grande Dittatore da solista si trova a cantare in coro, guardandosi per forza di cose intorno e tentando di accordare la propria voce a quella degli altri partecipanti alla scrittura. Non è un caso, infatti, che nell’articolo si parli di <i>concertazione nella produzione di un testo</i>: più voci, fondendosi, corrompendosi, modulando ognuna in funzione delle altre, avverano una nuova trama, una nuova tessitura, una nuova composizione in cui un mondo &#8211; reale o presunto, minuto o espanso, nella sua ineguagliabile stilizzazione e complessità &#8211; trova un senso o lo disperde, lasciando ai propri lettori la sensazione che la vita sia questa festa mobile, per dirla con Hemingway, o la migliore catastrofe in cui avventurarsi o battere i denti.</p>
<p>Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come <i>un’officina di letteratura potenziale</i>, la formula con cui i componenti dell’OuLiPo, nel 1960, definivano la letteratura che veniva fuori da una scrittura vincolata, dove i vincoli, le restrizioni, i <i>contraintes</i>, le regole categoriche adottate convenzionalmente prima di mettersi a scrivere – George Perec, per esempio, venne a capo di un intero romanzo senza mai usare la lettera e – costringevano gli scrittori a battere nuove piste, altri modi per affrontare la realtà, il verosimile o il suo contrario. E scrivere in 115, come è capitato a te, mettendo a punto un metodo, convogliando in un unico e coerente risultato le spinte centrifughe a cui porta il furioso e diacronico battere sui tasti di molteplici dita, non è altro che consegnarsi a questa enorme costrizione, tentando di tramutarla da vincolo in risorsa, rendendola più che altro produttiva di idee e soluzioni. Per essere parecchio vintage, questa costrizione non sarebbe altro che una musa, in fondo.</p>
<p>Ma continuando la lettura dell’articolo, oltre a incrociare un illuminante excursus di come la scrittura collettiva abbia trovato in Italia un terreno particolarmente fertile, abbondano tutta una serie di riferimenti ai software open source e all’intelligenza collettiva della rete, certo, alle similitudini con le botteghe rinascimentali come officine di creazione e luoghi di confronto e pianificazione, va bene, alla palestra in cui possono consapevolmente accedere perfetti sconosciuti per diventare poi gli artisti di un prossimo futuro, giustissimo, alla messa in ombra degli aspetti più deleteri e velenosi dell’autore al tempo della società dello spettacolo, senz’altro, alla constatazione che ogni testo è una produzione collettiva a cui concorrono le più diverse e troppe volte anonime professionalità, ok.</p>
<p>E la letteratura? E la fuoriuscita dal proprio Io e la connessione a tutto e ogni cosa? E il mondo e l’assegnazione o la dispersione di senso?</p>
<p>In un attimo scorgo Atlantide, poi volutamente la perdo di vista, non inseguendo più le cupole dorate, ma un dubbio capitale. Che la scrittura collettiva, molto più della scrittura sostenuta in completa solitudine, sia una sfida artistica così impegnativa da un punto di vista psicologico, così sfiancante in campo relazionale, così snervante per la ricerca continua di equilibrio e compromesso tra le parti in causa, che alla fine chi la pratica sostituisce il fine, la letteratura, al mezzo per arrivarci, il metodo di scrittura collettiva – diventato a questo punto un valore, un valore assoluto.</p>
<p>Tra l’altro, lo dici molto chiaramente nell’articolo. <i>Due erano i nostri obiettivi: codificare un metodo di scrittura collettiva che potesse essere usato da chiunque, per qualunque tipo di testo narrativo, e utilizzarlo per realizzare un romanzo a molte mani che fosse sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione con un editore di primo piano.</i></p>
<p>Ed è proprio a questo punto che il dubbio iniziale ne produce molti altri: possibile che a una simile profusione di forze e immaginazione collettiva debba seguire un risultato piccolo piccolo, cioè un romanzo sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione? E la scommessa, l’ambizione dei risultati? Dove differirebbe questo romanzo rispetto a quello scritto da un unico scrittore, nel numero dei suoi autori? E non è questo un modo per prestare il fianco al mercato piuttosto che alla letteratura? Non è che messa così, i 115 autori, evidenziati in grassetto, manipolati pubblicitariamente come un fenomeno da guinness dei primati, diventano un’arma del marketing e della promozione editoriale invece che un setaccio raffinatissimo delle ossessioni umane?</p>
<p>Io non so se riuscirei mai a partecipare a un progetto di scrittura collettiva. Mi sembra già così complicato, alle volte, allineare le parole in completa solitudine cercando il giusto modo di dire le cose. Mi sembra, alle volte, che il Grande Dittatore mi reclami a sé e che io non riesca fino a fondo a uscire dal suo guscio o, a mali estremi, rendere l’interno di quel guscio un mondo angusto però abitabile – di Ferdinand Céline, in fondo, ce n’è stato uno, e pochi come lui. Ma la scrittura collettiva, secondo me, se spinta al vertice delle sue possibilità, anche se tra mille complicazioni, ha modo di ovviare con molta più forza e decisione questo problema. C’è in gioco la possibilità di connettersi ancora più profondamente a tutto e ogni cosa. Anche se Atlantide, nell’orizzonte di questo articolo, è balenata davvero troppo poco in bella vista.</p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 13:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[George Perec]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[da Chiunque cerca chiunque di Francesco Forlani Terzo capitolo La bonne Il diciassettesimo porta sfiga. Se ci fosse un comandamento numero diciassette sarebbe:  gràttati ogni volta che incontri qualcuno. E&#8217; un quartiere middle class e neutro come una saponetta Mantovani. Neutro che ti lascia addosso un profumo di inconsistenza. Perfino il mercato della Rue de [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/21951_230042717070_705382070_3104740_360047_n.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/21951_230042717070_705382070_3104740_360047_n-300x196.jpg" alt="" title="21951_230042717070_705382070_3104740_360047_n" width="300" height="196" class="aligncenter size-medium wp-image-39277" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/21951_230042717070_705382070_3104740_360047_n-300x196.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/21951_230042717070_705382070_3104740_360047_n.jpg 416w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Terzo capitolo</em></p>
<p><strong>La bonne</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il diciassettesimo porta sfiga. Se ci fosse un comandamento numero diciassette sarebbe:  <em>gràttati ogni volta che incontri qualcuno</em>. E&#8217; un quartiere middle class e neutro come una saponetta Mantovani. Neutro che ti lascia addosso un profumo di inconsistenza. Perfino il mercato della Rue de Lèvis  sembra  abitato  da cose così. Courgettes da classe moyenne, ananas in finto pelle, pomodori Aiazzone, e un odore di burro che non ti molla le narici manco se anneghi in una bacina d&#8217;olio extravergine del Salento. Il diciassettesimo è così. Tra il sedicesimo  figa e il diciottesimo sfigato. Ora volete mettere il fascino di uno sfigato con uno così. Perfino nel Monopoli francese non c&#8217;è una cazzo d strada del diciassettesimo. Ieri leggevo Perec che infatti si ricorda, eccome se non si ricorda, l&#8217;Avenue de Breteuil, verde, settimo Arrondissement,  Avenue Henri-Martin rossa, sedicesimo, Avenue Mozart  ancora sedicesimo, arancio. Georges Perec aveva vissuto la maggior parte della sua vita a Belleville, ventesimo arrondissement, colore viola. Ecco perché dovevo assolutamente cambiare quartiere.</p>
<p><span id="more-39276"></span>Non appena si presentò l&#8217;occasione, un&#8217;amica di un amico mi telefonò per dirmi che un ragazzo inglese Simon Baker cercava un coinquilino nel Marais, mi precipitai da lui. Rue Vieille du Temple, sul Museo Picasso, a uno sputo da Les ètages di Guy e dal Toro Loco di Jacob, nella rue des rosières. Ecco, se avessi potuto scegliere io un colore per il diciassettesimo, per lo square du Parc avrei detto il rosa. Ma non perché il rosa porti sfiga, no, semplicemente perché fu lì che amai petite Mari, nel diciassettesimo arrondissement, nella chambre de bonne al sesto piano senza ascensore, cesso sul pianerottolo e Regis, ex paracadutista bretone come vicino, in un otto metri con la più alta concentrazione di blatte per centimetro quadro, senza frigorifero però con una finestra, che da sdraiato faceva vedere un cielo azzurro e crudele. Una sistemazione temporanea che apparteneva a Dominique, originario di Rennes e che era partito per la Germania, Berlino lasciandomi generosamente il posto. Nel diciassettesimo, con Petite Mari ero diviso tra due chambres, la mia e la sua in Boulevard Pereire. Quando c&#8217;era una disputa tra me  e lei, che i colori delle nostre bandiere si mettevano di traverso, io italiano lei ungherese, quando mi confidavo con Enzo Gatta, il mio amico napoletano a Parigi (tredicesimo arrondissement) vuotavo il sacco e lui aggiungeva sempre, sostiene Pereire. Mari aveva una chambre de bonne meno invasa e così dormivamo spesso da lei soprattutto d&#8217;inverno, che faceva freddo e le blatte si mettevano sotto coperta. Un giorno che dovevo andare ad un appuntamento con Maria Brandon Albini, diciottesimo arrondissement, una sorta di istituzione a Parigi dagli anni trenta, antifascista e aristocratica di Milano, Mari, uscendo s&#8217;era raccomandata di non lasciare la stufa accesa quando sarei andato via.</p>
<p>In mutande e scalzo, poco dopo la sua partenza, sono andato al bagno lasciando la porta socchiusa e quando torno quella stronza  non s&#8217;era chiusa come per farmi un dispetto! Le porte del diciassettesimo arrondissement ce l&#8217;hanno con gli italiani, sono razziste, ce l&#8217;hanno scritto in fronte <em>interdir aux chiens at aux italiens</em>, fanculo il diciassettesimo! Si ma come cazzo fare!! Un freddo boia, a Parigi aveva nevicato, mi guardo intorno e quasi chiedo soccorso a Regis che intonando uno dei suoi canti dell&#8217; OAS avrebbe sfondato la porta con gli anfibi ma su quel pianerottolo l&#8217;unica forma di vita proveniva dalla stufa della Chambre de Mari e tra me e lei c&#8217;era quella fottutissima porta razzista. Su quella porta vedevo il profilo di Sacco e Vanzetti, la morte nera dei nostri a Marcinelle, i mondiali del &#8217;78 ma subito dopo quelli dell&#8217;82. E così pensai, in mutande, agli stravaganti studenti americani incontrati all&#8217;Alliance Française, esattamente come petite Mari, che vestiva di blu ed aveva un foulard di seta e i capelli a caschetto. Allora con le mutande di seta &#8211; poverissimo mi rimaneva il corredo che mamma mi aveva messo da parte per la partenza, con pigiama e mutande di seta, che sarei stato ricco dentro, e così, dicevo, pensavo, chi cazzo vuoi che si chiederà chi è quel pirla che corre per le scale, in tenuta da maratona, all&#8217;americaine e senza scarpe, come uno studente Etiope, e con la canottiera bianca da studente portoghese, che a Parigi gli studenti sono l&#8217;anima della città, sono l&#8217;eterno maggio francese che porta in braccio la Marianne come nei paesini del sud le Madonne alle sagre, e allora correndo e respirando forte con le nuvole di aria densa che ti uscivano come boccate di sigari o di Lucky Strike arrivi all&#8217;ingresso del portone e bussi al citofono della famiglia dove <em>petite Mari</em> presta il suo servizio di baby-sitter in cambio della chambre e da mangiare, e lo speri davvero che lei scendendo si sia intrattenuta un po&#8217; lì  per sbrigare pratiche sospese e a quel cazzo di citofono con due cognomi per 5 minuti nessuno risponde e allora bestemmi forte invocando il dio dei senza tetto, dei rimasti fuori dal gioco e un passante ti scruta da capo a piedi nudi e tu sorridi perché gli studenti americani stravaganti sorridono sempre, che non capisci se è perché non capiscono una mazza o se per altro e ti rifai i piani sperando di non incontrare la concierge per le scale, che quella ti denuncia alla polizia, che quella è la figlia della figlia di un bastardo collabò che ha sempre denunciato, i clandestini, i comunisti, gli ebrei, gli anarchici e gli italiani, e per fortuna non incontri nessuno e di nuovo sul pianerottolo al sesto piano che almeno fa meno freddo giri e rigiri lungo il corridoio e rifai il percorso sperando di ricordare che le chiavi le avevi prese per andare a pisciare ma che t&#8217;erano cadute.</p>
<p>Pensi allora fortissimamente a padre Pio.  Ti succede ogni volta che sei perduto. Perduto e solo. Lo invochi con tutte le tue forze, con tutti i tuoi rifiuti alla fede inculcata da bambino, ti fai mettere la parola buona da tua madre, non era forse lei che ti mostrava  il telegramma nei momenti di sconforto cristiano e su cui un padre cappuccino da San Giovanni Rotondo rassicurava tutti dicendo che il Santo padre sapeva che il piccolo Francesco, nato a sette mesi praticamente morto, sarebbe stato un ragazzo vivace? Vivace sta minchia, si puzza di freddo il ragazzo!</p>
<p>Cazzo, allora, padre Pio non chiedermi nulla però in cambio che ormai non credo a tutte quelle storie lì ma a te sì, dammi la chiave.Lo sguardo a quel punto si concentra su un pezzo di fil di ferro che stava per terra.</p>
<p><em>Filo de ferro abbrunate, métallique, stuorte, raddressat, petite  bête argentée qui monte qui monte, qui monte, fil que t&#8217;enfili, te squatti, t&#8217;adapti te démenti, fil do fllio do padre, do spiritu santu, fileferru, du padre stigmato, poerello, frato &#8216;ncappuciate, oh filo meo, filo de sto putain de paillasson, de zerbino scurtecate que me dici bienvenu, que io te dico a ssorete, porta maledicta, porta que nun se apre mai manco si l&#8217;est pompiere de Stura, de corazza e d&#8217;elmo de Scipio, cola lanza, collo specchietto che se rompe e dice datemi il martello per sfrunnà ogne cosa, porta que defende la raza propria, et tena fora o fridde, à raza altrui degenerata, Ritaliane, ca nun se lave, qui se bagarre et disidera le fimine d&#8217;artri, la robba d&#8217;artri, qui accira, qui dishonora, na raza &#8216;ntussecosa et humilitata, filo fa stu miraculo que me sto accerenne do gelo, da neve, de mutanda et piede scavze, viola, inzegrinate, accuorpate, scivola in de viscere da serratura, sbloca, scuntorna, divelta et inganna sta futtuta porta!</em></p>
<p>Quando il filo assai inspiegabilmente fece uno scatto nella serratura e la porta aprì le sue gambe, una vampata di caldo intenso si gettò su di me come una coperta militare e  rimasi sull&#8217;uscio con una felicità che solo pochi avrebbero potuto capire, ma a me non me ne sbatteva un cazzo degli altri in quel momento, eravamo da soli io e padre Pio ma proprio perché c&#8217;eravamo entrambi, soli, non eravamo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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