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	<title>gheddafi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Genocidio in Libia &#8211; Eric Salerno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2019 06:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Genocidio in Libia Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (Manifesto Libri) &#160; INTRODUZIONE ALLA TERZA EDIZIONE &#160; Nel 1979 Genocidio in Libia fece conoscere al grande pubblico e, per una parte importante, anche al circolo ristretto degli studiosi le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana nel paese nord-africano. Stragi, l’uso dei gas contro le popolazioni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Genocidio in Libia</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (Manifesto Libri)</strong></p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-81202 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/genocidio-in-libia-grande-228x300.jpg" alt="" width="329" height="425" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>INTRODUZIONE ALLA TERZA EDIZIONE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1979 Genocidio in Libia fece conoscere al grande pubblico e, per una parte importante, anche al circolo ristretto degli studiosi le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana nel paese nord-africano. Stragi, l’uso dei gas contro le popolazioni che lottavano per difendere case e accampamenti nel deserto, processi-farsa e impiccagioni, l’estesa rete di campi di concentramento saltarono fuori da documenti ufficiali italiani, molti dei quali inediti. Alle parole fredde della burocrazia aggiunsi, dopo un lungo viaggio attraverso la Libia – dalla zona costiera che lega Tripoli e Bengasi al profondo sud desertico – la voce delle vittime sopravvissute a ciò che per la sistematicità dei comportamenti ordinati dalla Roma fascista, appariva come un vero e proprio genocidio. Particolarmente drammatiche sono le testimonianze, i ricordi di vita e morte nei numerosi campi di concentramento allestiti in Cirenaica e dove morirono decine di migliaia di libici. Oggi, quaranta anni dopo, l’Italia repubblicana finanzia i nuovi campi che in Libia raccolgono migliaia di migranti africani e non solo, scappati dai loro paesi e alla ricerca di una vita migliore in Europa.</p>
<p>Nel 2005 Genocidio in Libia fu ristampato da Manifesto Libri perché, come raccontai nell’introduzione a quella nuova edizione, nel silenzio della maggioranza si stavano facendo avanti voci a difesa della politica coloniale che la storia aveva condannato. Tre anni dopo uscì «Uccideteli tutti-Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana» (il Saggiatore, Milano), la mia ricerca sui campi di concentramento fascisti allestiti in Libia per gli ebrei di quel paese. Lo stesso anno, il 30 agosto 2008 a Bengasi, Berlusconi e Gheddafi firmarono un trattato di «Amicizia e Cooperazione», a riconoscimento dei danni provocati dal colonialismo italiano in Libia: non furono meno gravi rispetto a quelli di cui furono responsabili le altre potenze europee che spezzettarono e fecero scempio del grande continente africano. Del significato storico e pratico di quel trattato e degli eventi degli ultimi quindici anni in cui i rapporti tra i nostri due paesi sono profondamente cambiati racconto in un capitolo a chiusura di questa nuova edizione. Lascio ad altri la tragica cronaca della guerra civile e del grande gioco, o meglio massacro, geo-politico voluto da chi oggi compete per le ricchezze di ciò che più di cento anni fa Gaetano Salvemini aveva definito lo «scatolone di sabbia».</p>
<p>Purtroppo il presente richiama il passato. Oggi, quaranta anni dopo la prima pubblicazione di questo libro, con i suoi documenti e le sue testimonianze registrate in Libia, la Storia, in qualche modo, si va ripetendo. Per questo ho aggiunto un capitolo dedicato al nuovo vecchio razzismo, ai nuovi vecchi campi, alle nuove vecchie vittime e alla nuova vecchia indifferenza che continuiamo a vedere nei curriculum scolastici dove la Storia, quella più vicina a noi, non viene raccontata se non in modo superficiale lasciando i nostri ragazzi senza quelle basi fondamentali indispensabili per combattere le fake-news, il revisionismo, il negazionismo sia dell’Olocausto degli ebrei sia dei massacri coloniali. La Storia è composta di fatti, percezioni e interpretazioni. I coloni italiani cacciata da Gheddafi sono convinti di aver dato un contributo di crescita e civiltà alla Libia. Sicuramente sono stati strumenti di un disegno che non fu loro e per il quale molti hanno sofferto. Per il leader libico, che li cacciò, rappresentavano soltanto l’eredità del male che il suo paese aveva subito. In Italia il dibattito su quel passato ha avuto e ha ancora molte sfaccettature. C’è chi prova a giustificare l’azione nostra e delle altre potenze coloniali europee. Chi rifiuta ogni responsabilità per ciò che è accaduto in Africa – continente immenso con tutte le sue diversità – dalla cosiddetta decolonizzazione a oggi. Chi non si rende conto che una più oculata politica europea (d’insieme o da parte delle singole nazioni) avrebbe potuto far crescere i paesi africani evitando lo tsunami – ricorda le grandi emigrazioni dall’Europa verso mondi nuovi – di genti alla ricerca di una vita migliore.</p>
<p>In Libia l’impatto della storia in comune con noi è meno dibattuto. Per questo trovo particolarmente interessante il recente intervento di un regista libico, Khalifa Abo Khraisse (sull’Internazionale, 9 marzo 2018). Contesta una parte della storiografia libica e degli storici «al servizio» del regime e del pensiero di Gheddafi. «Oggi – scrive – il dibattito su quell’epoca è complicato, e nessuno è interessato a comprendere le complessità…Per esempio, agli studenti a scuola non s’insegna che molti libici collaborarono con i fascisti, che intere brigate e molti capi tribù lavorarono e combatterono per loro e si divisero al proprio interno per questo. Non leggiamo delle reclute che marciarono al fianco dei soldati italiani per conquistare l’Etiopia. Per non parlare del dibattito sui crimini commessi contro gli ebrei libici: era ed è ancora un tabù. In realtà alcune delle famiglie più ricche nella Libia di oggi devono la loro prosperità a quel periodo, ai soldi e alle proprietà che rubarono agli ebrei costretti a lasciare il loro paese. Alle generazioni postbelliche sono stati insegnati solo alcuni fatti, che non potevano in nessun modo essere contestati. Per più di quarant’anni il governo libico ha scelto di ignorarne alcuni e amplificarne altri».</p>
<p>Abo Khraisse accusa sia Berlusconi che Gheddafi di non aver compensato le vittime dei campi ma di aver in qualche modo premiato i loro carcerieri. E conclude: «È paradossale che, oltre a ignorare i campi di concentramento e premiare i collaboratori che ci lavoravano, l’accordo abbia gettato le basi per una nuova epoca di campi di concentramento finanziati dall’Italia con l’aiuto di collaborazionisti libici che vengono pagati generosamente».</p>
<hr />
<div><strong>Eric Salerno</strong> è giornalista, scrittore, inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, scrive per l’Huffington Post. Tra i suoi libri più recenti: Uccideteli tutti! (2008), Mossad base Italia (2010), Rossi a Manhattan (2013), Intrigo (2016); Dante</div>
<div>in Cina (2018).</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.43</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 08:55:31 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-40118" title="Franco-Frattini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della <em>Stampa</em> di domenica scorsa, diffondendo le tesi care a tutti i veri democratici: “Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti”, il concetto di <em>global war on terror</em> è una cazzata, occorre “coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse”, dobbiamo “migliorare i meccanismi di integrazione all’interno delle nostre società multiculturali” (già echeggiano le urla di Borghezio e i grugniti di Bossi mentre il dentista Calderoli impugna minacciosamente il trapano).</p>
<p>L’illuminato opinionista criticava, inoltre, i “regimi dittatoriali e sanguinari” del Medio Oriente, che l’Occidente aveva “cinicamente accettato” di sostenere. Per fortuna, “questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle rivoluzioni arabe”. Insomma: un editoriale che avrebbe potuto ben figurare sul <em>Manifesto. </em>L’anonimo collaboratore della <em>Stampa </em>ha però voluto esagerare e, invece di ricorrere a uno pseudonimo, si è firmato “Franco Frattini, ministro degli Esteri”.</p>
<p><span id="more-40117"></span></p>
<p>Frattini? <em>Quel</em> Frattini? Il sorridente personaggio comparso decine di volte a fianco di Gheddafi con la sua aria da parrucchiere, anzi da <em>Hair Stylis</em>t, come direbbero a Washington? Il Frattini che, nel 2004 criticava Prodi perché “fa finta di dimenticare che la vera apertura a Gheddafi è venuta da Berlusconi. Quando Berlusconi voleva rimuovere l&#8217; embargo europeo sulla Libia, non ho sentito mezza parola di Prodi su questa posizione della presidenza italiana” (<em>Repubblica</em>, 3 gennaio 2004).</p>
<p>Come si sa, l’embargo fu poi effettivamente cancellato, dando l’avvio a una serie di incontri, abbracci e baciamano culminati nella visita del dittatore libico a Roma, l’anno scorso. Fu in quella occasione che, parlando del simpatico colonnello accompagnato dalle sue amazzoni, l’autentico Frattini disse: “Gheddafi ci apre le porte in tutta l’Africa” (<em>la Stampa</em>, 2 settembre 2010) aggiungendo poi che chi criticava il leader libico per la sua frase su “islamizzare l’Europa” era semplicemente “gente che non capisce la politica internazionale”.</p>
<p>Il Frattini-Frattini (quello che rischia sempre di restare fuori dalle riunioni internazionali perché gli uscieri lo scambiano per il <em>coiffeur</em> di Angela Merkel) ha una lunga storia di ammirazione per il <em>capataz</em> di Tripoli, di cui vantava fino a 7 mesi fa le capacità di innovare sul piano della teoria e della pratica politica: “Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi” (<em>Corriere della sera</em>, 22 febbraio 2011).</p>
<p>Altro che Montesquieu! Chi ha bisogno di Rousseau? Tocqueville, chi era costui? Il filosofo politico da studiare è Gheddafi, che cerca  “una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi” e uno in cui funzioni “lo sfogatoio della base popolare”. Ecco, come mai Thomas Jefferson, James Madison e John Stuart Mill nel gettare le basi del costituzionalismo moderno non avevano pensato allo “sfogatoio”?</p>
<p>Meno di un mese dopo, l’autentico Frattini, posando per un attimo l’asciugacapelli, dichiarava al <em>Sole-24 ore</em>: “Gheddafi non si può mandare via”. E, interpretando con la consueta abilità la situazione sul terreno, aggiungeva: “La Cirenaica è ormai di nuovo quasi completamente nelle mani di Tripoli” (16 marzo 2011). Su <em>Repubblica</em> (23 giugno), l’attivissimo ministro degli Esteri, faceva poi sapere che era necessario uno stop «umanitario immediato delle ostilità» in Libia, per creare corridoi che aiutino la popolazione sottoposta ai bombardamenti di Gheddafi soprattutto nelle zone di Misurata e delle “montagne occidentali” (la geografia non è mai stata il suo forte).</p>
<p>Come si vede, il Frattini-Frattini ha cercato di salvare l’amicone del Caimano anche quando la Nato stava bombardando le sue milizie da settimane e settimane: vi sembra possibile che proprio lui, neanche tre mesi dopo, abbia definito quello di Gheddafi un regime “dittatoriale e sanguinario”, con cui l’Occidente aveva “cinicamente accettato”  patti di ogni genere? Certo che no: suvvia, compagno editorialista, la burla è durata abbastanza. Se sei Luciano Canfora o Nicola Tranfaglia, firmati con nome e cognome.</p>
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		<title>Libia: parlare chiaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 08:52:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Questo articolo è uscito il 09/03/2011 su &#8220;il Manifesto&#8221;. L&#8217;ho letto solo ora, ma ci tengo a segnalarlo assieme a due altri pezzi, di Vermondo Brugnatelli e di Gabriele Del Grande] di Rossana Rossanda Al manifesto non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo è uscito il 09/03/2011 su &#8220;il Manifesto&#8221;. L&#8217;ho letto solo ora, ma ci tengo a segnalarlo assieme a due altri pezzi, di <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/03/31/la-libia-come-volonta-e-rappresentazione/">Vermondo Brugnatelli</a> e di <a href="http://fortresseurope.blogspot.com/search/label/Libia 17 febbraio">Gabriele Del Grande</a>]</p>
<p>di <strong>Rossana Rossanda</strong></p>
<p>Al <em>manifesto</em> non riesce di dire che la Libia di   Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il   tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si   augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona   perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha   potuto andare &#8211; e lo ha scritto &#8211; soltanto nelle zone che il governo   consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di   combattimento fra Tripoli e Bengasi. <span id="more-38769"></span><br />
Perché tanta cautela da parte   di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le   cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti   contro un potere che da quarant&#8217;anni, per avere nel 1969 abbattuto una   monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di   controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi,   io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è   evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che   la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese   possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede   neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una   famiglia?<br />
Ho proposto queste domande sul manifesto del 24 febbraio,   senza ottenere risposta. Non è una risposta la nostalgia di alcuni di   noi per un&#8217;epoca che ha sperato una terzietà nelle strettoie della   guerra fredda. Né la nostalgia è sorte inesorabile degli anziani; chi ha   più anni è anche chi ha più veduto come cambiano i rapporti di forza   politici e sociali ed è tenuto a farsi meno illusioni. E se in più si   dice comunista, a orientarsi secondo i suoi principi proprio quando   precipitano equilibri e interessi.<br />
Non che siamo solo noi,   manifesto, a non sapere che pesci prendere davanti ai movimenti della   sponda meridionale del Mediterraneo. Il governo francese ha fatto di   peggio. Quello italiano ha consegnato al governo libico gli immigranti   che cercavano di sbarcare a Lampedusa e dei quali non si ha più traccia.   L&#8217;Europa, convinta fino a ieri che dire arabo significava dire   islamista dunque terrorista, prima ha appoggiato alcuni despoti presunti   laici &#8211; Gheddafi gioca ancora questa carta &#8211; poi si è rassicurata nel   vedere le piazze di Tunisi e del Cairo zeppe di folle non violente, ha   accolto con piacere l&#8217;appoggio alle medesime da parte dell&#8217;esercito   tunisino e egiziano, e teme soltanto una invasione di profughi.<br />
Ma   la Libia non è né l&#8217;Egitto né la Tunisia. L&#8217;esercito è rimasto dalla   parte del potere e la situazione s&#8217;è di colpo fatta drammatica. Ma chi,   se non l&#8217;ottusità di Gheddafi, è responsabile se l&#8217;opposizione è   diventata aspra, scinde la Cirenaica, cerca armi e il conflitto diventa   guerra civile? Tra forze e ad armi affatto sproporzionate? E chi se non   noi lo deve denunciare? Chi, se non noi, deve divincolarsi dal dilemma  o  ti lasci bombardare o di fatto chiami a una terza «guerra  umanitaria»,  giacché gli Usa non desidererebbero altro? Sembra che la  capacità di  ragionare ci sia venuta meno.<br />
La sinistra non può molto.  <em>Il  manifesto</em>, ridotti come siamo al lumicino, non può nulla se non  alzare  la voce con chiarezza e senza equivoci. C&#8217;è un&#8217;area enorme che  si  dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione, che ha bisogno  di  darsi un progetto &#8211; non dico che dovremmo organizzare delle Brigate   Internazionali, ma mi impressiona che nessuno abbia voglia di offrire a   questo popolo un aiuto. Ricordate le corse giovanili degli anni   sessantotto e settanta a Parigi, a Lisbona, a Madrid e a Barcellona?   Dall&#8217;altra parte del Mediterraneo non ha fretta di andar nessuno, salvo i   tour operator impazienti che finisca presto. Almeno su a chi dare   simpatie e incoraggiamento non dovremmo esitare. Non noi.</p>
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		<title>Non si disturbi il massacratore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 10:02:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  Bacheca libica Questo è un &#8220;post-in-progress&#8221;. Siete tutti invitati a lasciare commenti, segnalare materiali d&#8217;approfondimento, riportare testimonianze, elencare dati, ricordare la storia criminale del colonialismo italiano in Libia, prima e durante il fascismo.  &#8220;Eni, Unicredit, il Gas, il Petrolio, la Juventus: metà della nostra economia è in mano a un dittatore che spara sulla folla. Menomale che l&#8217;altra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-38272" title="baciamano_berlusconi1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg" alt="" width="435" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11.jpg 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/baciamano_berlusconi11-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></a></strong></p>
<p><strong>Bacheca libica</strong></p>
<p><em>Questo è un &#8220;post-in-progress&#8221;. Siete tutti invitati a lasciare commenti, segnalare materiali d&#8217;approfondimento, riportare testimonianze, elencare dati, ricordare la storia criminale del colonialismo italiano in Libia, prima e durante il fascismo. </em></p>
<div>&#8220;Eni, Unicredit, il Gas, il Petrolio, la Juventus: metà della nostra economia è in mano a un dittatore che spara sulla folla. Menomale che l&#8217;altra metà è in mano alla mafia che almeno spara uno alla volta&#8230;&#8221; Maurizio Crozza, &#8220;Ballarò&#8221;,22.2.2011.</div>
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<p>«<em>La processione degli italiani che venerano e rispettano Gheddafi, formata dagli uomini che con lui hanno lavorato al &#8220;grande accordo&#8221; che ha chiuso una lunga fase di tensioni, entra nella tenda del leader.<span id="more-38270"></span>  E&#8217; già notte nel grande spiazzo nel deserto, a pochi chilometri da Tripoli: tra i cammelli sfilano gli ex capi di governo Giulio Andreotti e Lamberto Dini, l&#8217; ex ministro dell&#8217; Interno Giuseppe Pisanu e il senatore pd Nicola Latorre (in rappresentanza di Massimo D&#8217; Alema). In diretta tv hanno appena ricevuto il premio dalla Giamahiria, una targa e una fascia verde, il colore della rivoluzione. E&#8217; il riconoscimento che Gheddafi fa consegnare agli &#8220;amici italiani&#8221; che hanno creduto in quell&#8217; accordo firmato il 30 agosto da Silvio Berlusconi. Il primo ad essere premiato è proprio lui, il Cavaliere, assente giustificato assieme all&#8217; ex premier Romano Prodi, al ministro degli Esteri Franco Frattini e tanti altri. Uno speaker riserva a tutti l&#8217; appellativo di &#8220;eccellenza&#8221;. Con un&#8217; eccezione: Gianni Letta, sottosegretario della Presidenza del Consiglio e gran tessitore per conto di Berlusconi, è onorato del termine &#8220;sua altezza&#8221;. Anche Vittorio Sgarbi ha la sua fascia verde. In aereo, dieci anni fa, volando dalla Sardegna violò l&#8217; embargo, e la Libia non dimentica quel gesto dannunziano che voleva testimoniare un&#8217; amicizia contro la realpolitik. Sgarbi, attuale sindaco della siciliana Salemi, guarda Andreotti e Gheddafi che s&#8217; incontrano per l&#8217; ennesima volta, parlano, s&#8217; intendono ancora, trent&#8217; anni dopo: «Gheddafi è l&#8217; ultimo capo arabo democristiano &#8211; osserva Sgarbi &#8211; per questo con Andreotti e Dini si capiscono ancora così bene». Il leader libico ringrazia l&#8217; Italia per l&#8217; accordo in base al quale Roma pagherà, nell&#8217; arco di vent&#8217; anni, 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento dei danni dell&#8217; occupazione coloniale. «Dobbiamo complimentarci con noi stessi e noi libici vi ringraziamo per gli sforzi che avete compiuto per arrivare a questo accordo che onora i nostri due popoli» dice il Colonnello. Andreotti e Dini ripetono l&#8217; invito al leader libico a visitare l&#8217; Italia, Sgarbi lo vorrebbe al più presto ospite nella &#8220;sua&#8221; Sicilia, magari proprio a Salemi. «Adesso è possibile, non ci sono più ostacoli alla mia visita in Italia &#8211; dice il Colonnello &#8211; . Ripeto: dobbiamo complimentarci con noi stessi per il buon lavoro che abbiamo fatto per i nostri popoli</em>». Vincenzo Nigro, La Repubblica, 8.10.2008.</p>
<p>&#8220;Usare il mitra per fermare i profughi africani che arrivano in Italia. Lo ha detto l’assessore regionale ai flussi migratori Daniele Stival, leghista, in diretta su Rete Veneta. Una frase choc che ha fatto scalpore, sollevato dure polemiche molte delle quali erano volte a chiedere le dimissioni dello stesso assessore. La puntata di Focus, talk show dell’emittente locale, era incentrata sulla rivolta in Libia, si parlava delle migliaia di morti fra i civili, aprendo un ragionamento sulla richiesta del governatore della Sicilia al Veneto di ospitare i profughi nordafricani. Alla domanda su come limitarne l’arrivo, Stival è intervenuto usando queste parole: «Ci riescono pure in Grecia, Spagna e Croazia, dovremmo riuscire anche noi usando il mitra»&#8221;, Corriere della Sera, 23.2.2011.</p>
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