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	<title>Gian Balsamo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lettera aperta alla mia editrice mancata (Une pisseuse de copie)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 07:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Balsamo Gentile Emilia, Collaboro da vent’anni con Claudio Maria Messina, che considero degno di figurare nella schiera degli illustri editori italiani del passato: Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, Garzanti, e Bompiani: settimo tra cotanto senno. Però due anni fa contattai Lei, invece di Messina, a proposito di un mio lungo saggio di contenuto analogo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gian Balsamo</strong></p>
<p>Gentile Emilia,</p>
<p>Collaboro da vent’anni con Claudio Maria Messina, che considero degno di figurare nella schiera degli illustri editori italiani del passato: Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, Garzanti, e Bompiani: <i>settimo tra cotanto senno</i>. Però due anni fa contattai Lei, invece di Messina, a proposito di un mio lungo saggio di contenuto analogo al bestseller recente d’una sua autrice, che chiamerò col nome fantasioso di Fiorenza. Intendevo pubblicare questo libro dietro il solito pseudonimo che uso in Italia, Luigi Ferdinando Dagnese. E così ho fatto nel 2012: <i>Alla ricerca del tempo sprecato</i> è apparso per i tipi di Robin Edizioni, la casa editrice di Messina, dopo che Lei ed io abbiamo preso strade diverse.</p>
<p>Le scrivo una lettera aperta nello spirito dei lettori di queste pagine. I conti con la grande industria editoriale italiana, figlia degenere dei suddetti fondatori, ibernata nella bara di ghiaccio che Dante riservava ai traditori, li fanno tutti i giorni. Ma che dire della schiatta di certi nuovi agenti letterari, nuovi editori, e nuovi, sedicenti maestri di scrittura a pagamento? Non sto parlando di tutti gli editori indipendenti, come dimostra il mio <i>incipit</i>, né di tutti gli editors o curatori d’edizione, perché io stesso appartengo saltuariamente a questa categoria. Parlo di quelli che confondono lo <i>stream</i> o flusso di coscienza con una certa loro funzione escretiva: quanto più fumante è il getto delle parole con cui ci ammaliano, tanto più salata la gabella che richiedono in cambio dei loro inutili servizi.</p>
<p>Lei ricevette il mio scritto il 23 novembre 2010 e si immerse immediatamente nella lettura, concedendosi poche ore di sonno e tempestandomi di email entusiastici; li ricevevo di giorno qui in California, ma a Roma, di dove li scriveva, era notte fonda. Avvezzo a trattare con publishers di tutte le salse, come faccio da trent’anni a questa parte in Italia e soprattutto negli States, i suoi complimenti, tanto generosi quanto repentini, mi stupirono pur senza meravigliarmi, così come mi sembrò generosa ma inevitabile, per un saggio che considero assai originale, la sua dichiarata intenzione di “farne un libro di successo.” La prima nota stonata arrivò il giorno dopo, quando Lei, evidentemente ignara della mia lunga carriera di scrittore italiano e della mia competenza di editor californiano, mi scrisse: “Purtroppo il suo stile risente della lunga permanenza all&#8217;estero, anche se le confesso che la qualità della scrittura è di molto superiore al manoscritto [di Fiorenza], a cui ho personalmente lavorato correggendo, sopprimendo e riscrivendo interi passaggi.” So bene quanto il mestiere di editor o curatore d’edizione si associ talora ad una vocazione artistica frustrata, quindi non ho rimostrato contro questa sua osservazione ingiusta nei confronti della mia scrittura. Ma mi ha ferito, diciamo in maniera vicaria, la mancanza di discrezione con cui Lei liquidava la prosa di Fiorenza, l’unica autrice che ha portato fortuna alla sua casa editrice; mi hanno ricordato Bernard Grasset, l’editore del primo volume della <i>Recherche</i> di Proust, il quale confidò imperdonabilmente ad un amico, la vigilia dell’uscita di questo capolavoro, che si trattava di un libro “illeggibile.” Imperdonabili o no, Emilia, trovo che certi sgarbi ai propri autori manchino innanzitutto di professionalità. Sebbene io abbia personalmente contribuito a modificare di sana pianta certi manoscritti eccellenti nel contenuto ma carenti sul piano espositivo, non mi permetterei mai di certe indiscrezioni. Decisi comunque di stare a vedere, anche perché era pur vero che in questo mio nuovo saggio avevo sperimentato un italiano colloquiale e un critero di riferimento bibliografico che erano del tutto nuovi per me; mi si prospettava, magari con il suo aiuto, un lavoro attento di correzione e riformulazione. (Quanto alla punteggiatura all’americana, come vede, sono recidivo.)</p>
<p>Il bello doveva ancora venire. Il 26 novembre Lei reiterò che la mia prosa “soffr[iva] della lunga permanenza all&#8217;estero del suo autore, nonché delle sue (immagino numerose) letture in lingua francese.” E a mo’ di esempio dei contributi vitali che Lei avrebbe apportato al mio testo, mi rivelava che avrei potuto sostituite il verbo “apprendere” con la perifrasi “venire a sapere,” o anche con “venire a conoscenza del fatto che.” In questo devo smentirla dandole tre volte ragione. È vero che ai francesi il verbo “apprendre” piace un sacco, ed è anche vero che a qualsiasi verbo corrispondono sempre diverse perifrasi. Ma il verbo “apprendere” è canonico nella lingua italiana. Se lo preferisco alle sue perifrasi, è proprio a causa del motivo che Lei cita, la mia lunga permanenza all’estero. Negli States, il training nell’arte della scrittura non è meno spietato di quello nella danza o nella musica. Ho sofferto e patito per diventare professore di scrittura creativa. E ho imparato a mie spese la regola della parsimonia nell’uso delle parole: un singolo verbo ne vale mille delle sue perifrasi.</p>
<p>Il 15 dicembre, con mia enorme sorpresa, apprendevo—<i>ops, scusi</i>—venivo a conoscenza del fatto che la sua casa editrice aveva già formattato il mio scritto in bozze per la stampa!</p>
<p>Il 22 dicembre ricevevo via email la sua riscrittura delle prima quattro pagine del mio scritto—già inserita nelle bozze al posto del testo originale. È stato quel giorno che ci siamo parlati per la prima volta al telefono. Lei ha fatto in modo che ricevessi il file delle nuove bozze via email immediatamente prima di ricevere la sua telefonata. Mi ha chiesto subito di aprirlo e leggerle il testo della sua riscrittura ad alta voce nella cornetta. Il che ho consentito a fare, per quanto la trovassi bizzarra, come richiesta. Alla fine delle sue quattro pagine, voleva sapere cosa ne pensavo. Quel che avevo appena letto ad alta voce ripeteva in gran parte, effettivamente, i contenuti introduttivi del mio saggio; ma non mi sentivo in grado, così su due piedi, di valutarne i vantaggi e gli svantaggi rispetto all’originale. Lei ci tenne comunque a precisare che avrei <i>dovuto pagare la sua parcella</i>, che quelle sue gemme stilistiche mica potevo ottenerle gratis; e aggiunse che per il momento, per evitarmi l’imbarazzo d’un rifiuto, si era astenuta dal presentare il mio scritto alla casa editrice (la stessa che aveva appena preparato le mie bozze di stampa).</p>
<p>A questo punto della conversazione, avendo io un po’ la vocazione dell’attore, mi sono immedesimato nel suo ruolo, Emilia. Quella dello <i>scampato imbarazzo </i>dev’essere stata la mossa vincente, pregna di tolleranza comprensiva, che le ha permesso di strappare un bel gruzzolo a qualche scrittore esordiente, promettendogli di schermare la sua scrittura stentata dal meritato biasimo—magari dopo essersi cucinata detto esordiente, come aveva fatto con me nei giorni precedenti, al fuoco vivo di una lettura notturna entusiasta e instancabile, di una promessa allettante di farne un autore di successo, e di una repetina trasformazione del frutto delle sue fatiche in bozze pronte per la stampa. Mentre una parte di me faceva questa riflessione e un’altra colloquiava al telefono con Lei, mi sono, per così dire, diviso per tre (proprio come fa la zucca di Satana al fondo dell’inferno, dove sventaglia con ali di ghiaccio la cella frigorifera dei traditori editoriali). Mi sono anche messo a meditare sul fatto che la casa editrice in questione, a cui Lei non si proponeva di presentare il mio scritto che dopo averlo mondato dei difetti deplorevoli della mia scrittura, è stata fondata da Lei stessa. Quella casa editrice <i>è Lei stessa</i>, direi, se mi concede un momento ontologico alla Tommaso d’Aquino. Comunque, non ho condiviso con Lei nessuna delle considerazioni sgorgate in quel momento dalla mia mente tripartita; non perché io sia più satanico di Satana, ma semplicemente in quanto ritengo sempre valido un principio che ho appreso tramite—<i>oh, ecco che ci ricasco</i>! Qui finisce che la irrito! Dicevo: per me resta valido il principio, di cui sono venuto a conoscenza tramite lo studio della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che nessuno è malvagio o stupido prima di venire dimostrato tale. Ho preferito pazientare; come prima cosa, volevo eseguire con calma un confronto minuzioso della sua riscrittura con le mie prime quattro pagine. Il che ho fatto quel giorno stesso e l’indomani.</p>
<p>Le elenco qualche risultato.</p>
<p>Ho trovato interessante la sua scelta di non menzionare nessuno dei nomi degli amici di Proust, come faccio invece io fin dalla prima pagina. Cercava di snellire l’esordio? Siccome più tardi Proust passa dalla infatuazione per i compagni di liceo a quella per le loro mamme, le sarebbe poi toccato menzionare questi ex-compagni di scuola al momento opportuno e senza dare l’impressione di una intromissione indebita nel flusso della narrazione. Se l’era presa un appuntino su questa omissione? Aveva individuato la parte più opportuna del testo per rimediarvi? Qualcosa mi dice che non l’ha fatto. Ho pure trovato originale la sua soppressione dei due dettagli che Proust era imparentato per parte di madre con la borghesia finanziaria ebrea, e che i banchieri ebrei esercitavano una specie di monopolio sulla finanza francese. Se cercava di semplificare l’argomento, direi che c’è riuscita appieno. Anzi, s’è superata: ha espulso dal mio testo parecchie delle informazioni da cui ero partito per scriverlo, estraendone invece alcuni puri frammenti di copy, tanto semplici nel significato quanto sconnessi da tutto il resto. Ma siccome il mio libro tratta principalmente dei rapporti di Proust con l’alta finanza, e della maniera in cui questo rapporto determina i contenuti del suo capolavoro letterario, al momento opportuno le sarebbe toccato reinserire proprio le informazioni appena sacrificate, in modo da riconnettere i frammenti l’uno all’altro. Se l’era presa l’appuntino, stavolta?</p>
<p>Potrei continuare la lista, gentile editrice ratée, ma a qual uopo. Avendo risolto il dilemma costituzionale dello stupido e del malvagio (nessuna con-artist è interamente stupida), le ho inviato una lettera che diceva pressapoco così: “La Sua maniera di scrivere scorre liscia e aderisce bene al tema centrale, meglio di un rullo compressore sull’asfalto; soprattutto, non flirta mai con l’intelligenza del lettore. Non ho dubbio che Lei sia una splendida écrivaine de copie, in quanto vedo bene, dal Suo editing come dal rapporto che ha instaurato con me, che si vieta rigorosamente il lusso di presumere una qualche vivacità mentale in chi La legge o La ascolta.”</p>
<p>Come avrà capito, Emilia, in quella lettera, datata Venerdì 24 Dicembre 2010, non la chiamavo “écrivaine de copie” per farle un complimento. Ma temo le sia sfuggito che alludevo alla designazione lapidaria che intitola la versione francese di un romanzo di Muriel Spark, la stessa designazione che compare nel titolo di questa lettera aperta; ho fatto implicito riferimento a quella designazione poco fa, nel misurare il costo della sua parcella sul metro della termoidraulica delle minzioni. Dunque non sto a ripeterla. Fa pensare a un titolo di rango, non trova?</p>
<p>Mi creda, Sinceramente,</p>
<p>Gian Balsamo</p>
<p>Palo Alto, 17 febbraio 2013</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La stanza del disordine (lettera aperta a un Curato carrucese)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 09:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Balsamo Gentile Signor Curato: ci ricordiamo di tanti Curati a Carrù. Di nome, però, ricordo solo un suo successore: Don Luigino, che creò il Carnevale dei Cuori in festa, e s’è lasciato dietro tanto affetto in paese, meritato a parer mio. Ma, di fatto, ricordo molto meglio Lei, Signor Curato, sebbene, mi perdoni, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gian Balsamo</strong></p>
<p>Gentile Signor Curato:</p>
<p>ci ricordiamo di tanti Curati a Carrù. Di nome, però, ricordo solo un suo successore: Don Luigino, che creò il Carnevale dei Cuori in festa, e s’è lasciato dietro tanto affetto in paese, meritato a parer mio. Ma, di fatto, ricordo molto meglio Lei, Signor Curato, sebbene, mi perdoni, abbia scordato il suo nome. Penso che molti dei miei coetanei di Carrù la identificheranno facilmente. Lei era alto e smunto e, strano manierismo, nei locali dell’Azione Cattolica ci diceva sempre: “spengi la luce,” invece di <em>spegni</em>. E uno alla volta, non l’avrà dimenticato, ci portava a turno nella Stanza del Disordine della Casa Canonica, la stanza immediatamente a destra della porta d’entrata. Oggi le scrivo per spiegarle la maniera in cui Lei mi indusse a lasciare Carrù. Mentirei se sostenessi che mi accingo a raccontarle l’unica ragione per cui me ne sono andato dal paese natale. Ma dopo aver letto questa lettera, dovrà riconoscere che Lei mi privò di alternative: rimanendo a Carrù, ero destinato a morire di fame.</p>
<p>Oggi comprendo che, per ragioni di censo, e anche in quanto ero il perenne primo della classe, ero un intoccabile, e infatti Lei mi toccò proprio poco nella Stanza del Disordine. Non ricordo altro che carezze sulle mie gambe nude; a quei tempi portavamo tutti pantaloncini esageratamente corti. È vero che potrei avere scordato altri dettagli, ma non lo credo; la moda di disseppellire memorie rimosse ha fatto scalpore qualche anno fa, devastando le vite di tanti suoi confratelli, però non mi pare che questo tipo di ricordo vada cercato col lumicino. Non so nemmeno fin dove Lei si spingesse con gli altri bambini.</p>
<p>Sono diventato scrittore anche grazie a Lei, perché mi ha aiutato a scoprire, intorno agli otto anni o giù di lì, la trama del triangolo amoroso. Questa stessa trama l’avevo vista rappresentata nei film proiettati al Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ma ero troppo giovane per capirla. Poi un giorno, nella Casa Canonica, l’ho vissuta in prima persona, pur continuando a non comprenderla. Era d’estate? Lo penso, perché noi bambini trascorrevamo interi pomeriggi nella Casa Canonica. Non saprei dire perché, in quei giorni, venissimo nella Casa Canonica invece che nei locali dell’Azione Cattolica, nostra destinazione naturale, dove avevamo il ping-pong per giocare, il calciobalilla, etc. Forse i locali dell’Azione Cattolica erano in fase di costruzione o di ristrutturazione? È probabile. Fatto sta che, giorno dopo giorno, Lei ed io ci appartavamo nella Stanza del Disordine, dove mi prendeva in braccio e, canticchiando, mi accarezzava le gambe nude. Il senso di amore paterno e il conforto che mi comunicavano quelle sue carezze erano uno stimolante irresistibile. Tanto che ogni nuovo giorno anelavo a quei nostri abbracci; illuminavano le mie giornate.</p>
<p>Poi venne il giorno in cui la vidi avviarsi verso la stanza del disordine in compagnia di un altro bambino. In uno sprazzo, la mia mente infantile fu in grado di eseguire la semplice equazione: Stanza del Disordine uguale abbraccio. Ma non fui in grado di eseguire l’altra equazione, altrettanto evidente: 1 + 1 = 2. Così, terzo incomodo, vi seguii entrambi. La porta della Stanza del Disordine era già chiusa quando la raggiunsi. La spalancai. Al mio apparire sulla soglia, non solo lessi il cruccio colpevole sul suo viso, Signor Curato, ma anche la sorpresa indispettita sul viso del bambino al suo fianco. E vidi anche, in un lampo (come se fossi nella posizione privilegiata di un dio o d’un narratore onnisciente), i muscoli del mio viso contrarsi nell’espressione di un sentimento che non mi era per niente familiare, e di cui non conoscevo nemmeno il nome, credo: la gelosia. Avevo forse otto anni, e scoprivo in quel momento, in anticipo su ogni esperienza di delusione amorosa, il potere evocativo di una delle trame letterarie più comuni: il tradimento amoroso. È la trama che conosco meglio fin dall’infanzia, ma al tempo di questo incidente non potevo raccontarla ad altri che a me stesso. Mi bastava chiudere gli occhi per veder scorrere, come in un film, la sequenza delle scene: lei che cammina con un intruso al fianco; io che vi seguo, trovo la porta chiusa, la spalanco e compaio sulla soglia&#8230;</p>
<p>Questa esperienza mi ha facilitato, più tardi, nella scoperta del potere evocativo di tante altre trame: l’invidia, l’ambizione, la brama, la paura, la nostalgia, il desiderio. Le ho sfruttate tutte, una ad una, nei romanzi che ho firmato col nome di Luigi Ferdinando Dagnese. Ma la trama della mia gelosia di quel giorno lontano non l’avevo mai raccontata, finora.</p>
<p>Oh, Signor Curato, perché mi ha tradito?</p>
<p>È a causa sua, Signor Curato, che non sarei potuto sopravvivere a Carrù. Sulla porta della Chiesa Parrocchiale venivano affissi settimanalmente i titoli dei film mostrati nel Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ed ogni titolo era seguito dal grado di peccato, veniale o mortale, di cui si sarebbe macchiato lo spettatore. I grandi film che hanno lasciato una traccia indelebile sulla cultura nazionale e internazionale, da <em>Otto e mezzo</em> di Fellini all<em>’Avventura </em>di Antonioni, provocavano immancabilmente peccati mortali. Ma Lei mi insegnava che non faceva molta differenza, che io li vedessi o no, quei film. C’era ben altro, a lordare la mia anima: nel proiettare quei film a pagamento, la mia famiglia <em>vendeva il peccato</em>. Un giorno, lo ricordo come se fosse ieri, alcuni bambini scrissero il proprio nome e cognome su una parete posticcia, in compensato, nei locali dell’Azione Cattolica. Quando io manifestai il desiderio di imitarli, Lei si limitò a chiedermi: “Il tuo nome, Balsamo, qui?” Ricordo specialmente il sorriso, un po’ crudele, un po’ ottuso, con cui mi disse queste parole.</p>
<p>Bambino cattolico irreprensibile, sentivo che era compito mio espiare la vendita del peccato per conto di tutti quanti i miei famigliari. E ce n’erano davvero tanti, di colpevoli da redimere, oltre a Nonno Francesco: la famiglia di mio padre Agostino, il droghiere, e quelle dei suoi due fratelli Domenico e Franco. Il cibo che i miei genitori, mia sorella ed io mangiavamo a tavola, nel retro della drogheria, era acquistato con i frutti di proventi immondi; ogni boccone, dunque, mi spingeva nello stomaco un’oncia di peccato. E il peccato  ̶  immagino che Lei lo sappia bene, Signor Curato  ̶  è indigesto. A fasi alterne, smisi di mangiare oppure ridussi i miei pasti, per così dire, all’osso. Espiavo. I miei coetanei dovettero rinunciare a chiamarmi “ciccione,” perché pienotto, sì, lo ero stato, ma non lo ero davvero più. Digiunavo e mortificavo la carne alla maniera, senza rendermene conto, dei primi eremiti cristiani d’Egitto e di Palestina. Sono diventato un mistico perché, grazie a Lei, non potevo più considerarmi cattolico.</p>
<p>Ma, Signor Curato, se ero degno di sederle in grembo, non sarei stato anche degno di sedere in grembo a San Pietro?</p>
<p>È certo che sarei finito male, se avessi speso il resto della mia vita  a Carrù. Già a vent’anni sapevo che, per salvarmi dall’anoressia, sarei dovuto scappare dalle case e dalle strade che avevano visto crescere e radicarsi in me quel complesso assurdo. Anche Lei è scappato da Carrù, mi risulta, o meglio, venne rimosso precipitosamente dalle proprie mansioni di Curato. La fuga da Carrù m’è costata sacrificio ma m’è anche valsa avventure impagabili. Lo racconto, se le interessa, nella “Lettera a mio figlio” che ho appena pubblicato, a mo’ di introduzione alle mie memorie carrucesi, in <em>Amori, americhe e amarezze</em>. E Lei come se l’è cavata, dopo Carrù? Dov’è finito?</p>
<p>Mi creda, Sinceramente,</p>
<p>Gian Balsamo</p>
<p><em>ricevo questo testo da Balsamo, e lo posto volentieri; lui stesso, nella lettera di presentazione, lo definisce &#8220;un artefatto letterario che sostituisce l’ironia al legalismo e al rancore&#8221;; GS</em></p>
<div>
<p>(Gian Balsamo ha pubblicato di recente un memoir, “Carrù,” in <em>Amori, americhe e amarezze</em> a cura di Danilo Manera (Araba Fenice, 2012). È autore di <em>Lettera alla venere in pelliccia</em> (BdV, 1993) e <em>Joyce’s Messianism</em> (University of South Carolina Press, 2004). Vive a Palo Alto in California.)</p>
<div></div>
<p><em><br />
</em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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