<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Gianluca Gigliozzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/gianluca-gigliozzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 25 Dec 2019 19:04:10 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>&#8220;Neuropa&#8221; reloaded</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/10/neuropa-reloaded/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 06:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Laurana Reloaded]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82059</guid>

					<description><![CDATA[[È da poco uscito, per la collana Reloaded di Laurana Editore, l’ebook di Gianluca Gigliozzi, Neuropa. Poema epicomico in prosa, la cui prima edizione a stampa risale al 2005 (per Luca Pensa Ed.). Rispetto alla versione originale il testo è corredato da 32 illustrazioni dell’autore. Qui la pagina Facebook dedicata all&#8217;opera. Pubblichiamo un estratto dell&#8217;introduzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-82065" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-160x214.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa.jpg 469w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />[È da poco uscito, per la collana Reloaded di Laurana Editore,<a href="https://www.laurana.it/scheda-ebook/gianluca-gigliozzi/neuropa-9788831984461-613.html"> l’ebook</a> di <strong>Gianluca Gigliozzi,</strong><em> Neuropa. Poema epicomico in prosa</em>, la cui prima edizione a stampa risale al 2005 (per Luca Pensa Ed.). Rispetto alla versione originale il testo è corredato da 32 illustrazioni dell’autore. <a href="https://www.facebook.com/Neuropa-101432214692530/?modal=admin_todo_tour">Qui la pagina Facebook dedicata all&#8217;opera</a>. Pubblichiamo un estratto dell&#8217;introduzione realizzata da <strong>Andrea Inglese</strong> per questa nuova edizione e un estratto del romanzo.]<span id="more-82059"></span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Dall&#8217;INTRODUZIONE</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Per comprendere l’intensità, la ricchezza e l’oltranzismo narrativi che caratterizzano <em>Neuropa</em> possiamo comodamente rifarci al concetto di esperimento, a patto però di precisare che si tratta di un esperimento <em>anamnestico</em>, inteso a regolare le proprie pretese affabulatorie sui due strepitosi motori, grazie ai quali il romanzo moderno, nell’arco che va da Rabelais a Sterne, si è costituito: quello catalogante e quello digressivo. L’uno ambisce a esaurire, completare, concludere l’atto narrativo; l’altro si apre continuamente una via di fuga, rompendo cornici temporali, geografiche, tematiche. Non si parla di tecniche compositive tra le altre, ma di procedimenti che <em>fondano</em> l’estetica romanzesca. Nelle parole di Lakis Proguidis, studioso di Rabelais e del romanzo moderno, questo binomio è “non fusionale, non armonico e non dialettico”, dal momento che oscilla senza tregua e soluzione “tra la necessità e il caso, tra l’imperativo della forma e l’imperativo del caos, tra il <em>logos</em> e l’irrazionale, tra la narrazione per forza mimetica e la digressione arbitraria”. Questa anamnesi è stata realizzata – è importante ricordarlo – non da uno scrittore erudito e maturo, ma da un esordiente che per nove anni ha, con una dedizione infantile, ossia intransigente e senza calcolo, perseguito il suo disegno creativo. E come quasi sempre accade, il lettore accanito ha preparato lo scrittore furioso. Gigliozzi, innanzitutto, ha affrontato l’archivio, attraverso un dispositivo inattuale. Si è servito di un dramma teatrale del 1964, il <em>Marat/Sade</em> di Peter Weiss, in cui radicalismo politico ed estetico vanno di pari passo. Lo spunto che <em>Neuropa </em>raccoglie, facendone il quadro iniziale della narrazione, è un episodio in cui fantastico e documentazione storica coincidono: internato nel manicomio di Charenton, il marchese de Sade mette in scena il 13 luglio del 1808 uno spettacolo sulla morte di Marat avvenuta quindici anni prima, utilizzando come attori gli altri pazienti. Per Weiss è l’occasione di sondare, al di là delle specifiche circostanze storiche, lo scontro tra la visione gnostica di Sade, che lo spinge a una ribellione individuale senza speranza, e la visione millenaristica, utopica, di Marat, che crede nella violenza rivoluzionaria e nel trionfo della collettività. Se Weiss utilizza gli estremisti Marat e de Sade per leggere il Novecento delle guerre mondiali e delle rivoluzioni, Gigliozzi è interessato piuttosto a un’esplorazione genealogica, in cui dell’Età Moderna si privilegia il versante tenebroso e brutale, esemplificato dalle vicende della superpotenza spagnola nel momento del suo declino.</p>
<p>*</p>
<p>Da NEUROPA</p>
<p>di <strong>Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>CARO DOTTOR BENVIAS,</em></p>
<p>nonostante siano trascorsi due anni, ancora ripenso al nostro incontro formidabile; a quel pomeriggio soave in cui mi mostraste con quella lente potentissima quali danze si svolgano in ogni minimo scampolo di materia; a quella sera deliziosa in cui voi mi narraste della passione per gli escrementi d’insetto dell’esimio Francesco Redi, di come il geniale Malpighi goda orgasmi decenti solo se accanto al letto dell’amante di turno sia collocata una tagliola che dissezioni piccoli roditori proprio al momento giusto, di come il sottile Borelli si diletti con fanciulletti di quattro anni, dei topi che Hooke usa per i suoi esperimenti all’aria aperta ad Hampton Court, e che in un’aromatica notte di giugno hanno finito per divorare sua moglie, di come molte idee decisive sulla meccanica della circolazione del sangue siano state ispirate al grande William Harvey dalla frusta a cui offre sempre volentieri schiena e fianchi, del timore dell’illustre dottor Tulp di essere trapanato nel cranio e conseguentemente fecondato attraverso questo foro minuscolo da un qualche diavolo pneumatico; timore che ammetto di condividere con quest’alto ingegno, almeno di tanto in tanto. Più che altro patisco di ignavia: recentemente, tra due fazioni in cui si è trovata divisa la mia comitiva di fatiche, non ho saputo decidermi per una delle due; la cosa non è stata ben vista, o meglio fraintesa al punto che tutti costoro, sodali o rivali, hanno supposto che volessi costituire una fazione tutta mia, onde avversarli; negare non è bastato, e così sono stato costretto a schierarmi a malincuore, perdipiù finendo nella parte che ora non è né più una parte, né più qualcosa di più di una parte, essendo rimasto della parte soltanto il Vostro, a cui per non aver parteggiato troppo, si è lasciato questa specie raffazzonata di unità che è un corpo, più o meno intero: parte più, parte meno. Sono attualmente impiegato alla fattoria di un certo Sulpician, al quale occorre uno che sappia metter mano ai libri mastri dei conti, dal momento che il curatore di codesti possenti registri è finito qualche mese fa sotto i colpi dei banditi, piaga della regione, e dal momento che qui son tutti illetterati e bravi a contare solo di falange. Nei momenti liberi penso alla vostra Utopia: una città in cui non accampa Giustizia più di quanta ne accampi adesso, ma in cui, se non altro, la merda non viene gettata per le vie, ma immessa in latrine domestiche e sospinta con un sistema idraulico attraverso condotti metallici snodantesi nelle murature, sotto gli impiantiti, fin giù sotterra, tra interstizi minerali, o a riposare presso letti di fiume, sempre al fine superiore di rigenerare le messi. Nel frattempo, ahimè, bisognerà ancora sopportare questo lezzo, e anche convincersi che dopo tutto ci s’è perfettamente abituati, al punto che la sua mancanza sgomenterebbe senz’altro</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82059</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Preparazione dell&#8217;orda</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/03/preparazione-dellorda/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/03/preparazione-dellorda/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Dec 2018 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[dramma per sole voci]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=76865</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Gigliozzi ( si tratta  della seconda scena del dramma per sole voci Terrore e miseria nella Terza repubblica.g.m.) [Rumore di fiamme, sirene, fragore di mezzi di trasporto, piccole esplosioni, voci al megafono che pronunciano parole incomprensibili, poi questi rumori si attenuano e passano in sottofondo, strepiti e riverberi in un ambiente ampio, vociare di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p>( si tratta  della seconda scena del dramma per sole voci <em>Terrore e miseria nella Terza repubblica.</em>g.m.)</p>
<p>[<em>Rumore di fiamme, sirene, fragore di mezzi di trasporto, piccole esplosioni, voci al megafono che pronunciano parole incomprensibili, poi questi rumori si attenuano e passano in sottofondo, strepiti e riverberi in un ambiente ampio, vociare di più persone, voci gracchianti dalle radioline, schioccare di passi</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Ecco, da questa parte!</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Qui accomodatevi pure per terra!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Signore e signori, fate un po&#8217; di spazio per favore!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Lei può sedersi qui!</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Voi invece potete sistemarvi laggiù!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: C&#8217;è posto là? Non vedo!</p>
<p>CITTADINO 1: Sì c&#8217;è posto per un paio di persone, venite!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Coraggio, da quella parte, su!</p>
<p>CITTADINO 2: Agenti, potreste dirci come va là fuori?</p>
<p>POLIZIOTTO 2: La situazione è sotto controllo, ma non possiamo rischiare per il momento di lasciarvi andare.</p>
<p>CITTADINO 3: Ma quanto prevedete che dovremo restare ancora qua dentro?</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Purtroppo non lo sappiamo ancora. Dovrete pazientare ancora un po&#8217;.</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Per ora non sembrano esserci più problemi, ma per la vostra sicurezza dobbiamo prima essere più che sicuri che una volta usciti non correrete più alcun pericolo.</p>
<p>POLIZIOTTO 1: L&#8217;importante è che ve ne stiate tranquilli qui, questo vi raccomando.</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Dovete fidarvi di noi e delle forze speciali. Stiamo facendo tutto il possibile per riportare la situazione alla normalità.</p>
<p>CITTADINO 4: Già, ma qui nessuno ci dice qual è questa situazione. Io non ci ho capito nulla!</p>
<p>CITTADINO 5: Molti in effetti non hanno fatto in tempo ad accorgersi di quello che è realmente successo! Tutto troppo rapido!</p>
<p>CITTADINO 6: Io e mio marito ci siamo ritrovati spinti qua dentro senza neanche capire bene come ci siamo finiti.</p>
<p>CITTADINO 7: Si tratta di un attacco terroristico?</p>
<p>CITTADINO 8: E certo che si tratta di un attacco terroristico, se no di che?</p>
<p><em>[vociare nervoso di malcontento]</em></p>
<p>POLIZIOTTO 1: No, signori, dovete mantenere la calma!</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Non si è trattato di un normale attacco terroristico&#8230; le cose sono più complicate.</p>
<p>CITTADINO 7: Perché agente ci sono attacchi terroristici normali e attacchi anormali?</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Non è questo il punto, signore. Lo stato delle cose è in via di accertamento, per ora non tutto è così chiaro.</p>
<p>CITTADINO 8: Ma io ho sentito sparare! Che me lo sono inventato?</p>
<p>CITTADINO 9: Io solo pochi colpi, ma ho visto un cassonetto bruciare!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Ascoltate/</p>
<p>CITTADINO 6: Io ho sentito un gran fracasso, tipo rumore di vetri infranti, ma non ho fatto in tempo a vedere nulla!</p>
<p>CITTADINO 5: Con tutte le sirene che si sentivano, io, questi spari e fracassi, se ci sono stati, non li ho proprio sentiti!</p>
<p>CITTADINO 8: Io invece ho sentito sia degli spari che delle piccole esplosioni!</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Ascoltate signori, non dovremmo sbilanciarci, anche perché andiamo di fretta e i nostri colleghi ci stanno aspettando all&#8217;esterno&#8230; però ecco, mi sembra giusto che siate aggiornati un minimo su quel poco che finora abbiamo avuto modo di vedere direttamente o di sapere dai nostri colleghi e dai superiori. Allora, i fatti appurati sono questi. Era in corso una manifestazione di immigrati. Procedeva pacifica e regolare. Ma a un certo punto hanno iniziato a scaldarsi un po&#8217; troppo, ad alzare la cresta diciamo. Ci urlavano contro, ci sputavano, ci tiravano immondizia. Avanzavano minacciosi per cui abbiamo dovuto caricarli, ma quelli, invece di arretrare, hanno iniziato a tirarci sassi, bidoni e pure molotov! Subito dopo si sono dispersi, ma in piccoli gruppi hanno proseguito l&#8217;attacco da punti diversi del quartiere, mettendoci in seria difficoltà.</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Una vera e propria guerriglia urbana.</p>
<p>POLIZIOTTO 2: In dieci minuti si è scatenato di tutto e di più. Gli interventi delle forze di polizia e delle forze speciali non sono stati rapidi, sono stati ultra-rapidi! Voi non avete fatto in tempo ad accorgervi di quel che accadeva perché il momento più drammatico è durato una manciata di minuti, e ovviamente non ha riguardato questo isolato, ma il corso principale.</p>
<p>CITTADINO 1: Ci sono stati feriti tra i nostri?</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Un paio di feriti lievi. Due fotografi, mi pare, che si trovavano proprio lungo il corso, per seguire la manifestazione.</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Bene, noi ora però dobbiamo lasciarvi. Speriamo entro un&#8217;oretta massimo di potervi venire a riprendere ed accompagnarvi fuori.</p>
<p>CITTADINI 1,2 3,4,5 (<em>insieme ma un po&#8217; sfalsati</em>): Grazie, agenti!</p>
<p>POLIZIOTTI: Dovere!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Solo un&#8217;ultima cosa: avete chiamato i vostri cari per rassicurarli? Avete avuto problemi con la linea telefonica?</p>
<p>CITTADINI 1,2 3,4,5 (<em>insieme ma un po&#8217; sfalsati)</em>: No, nessun problema.</p>
<p>CITTADINI 6, 7: No, qui prende bene!</p>
<p>POLIZIOTTO 1: Vi chiedo ancora una volta: qualcuno di voi deve assumere farmaci d&#8217;importanza vitale entro due ore?</p>
<p>CITTADINI 1,2 3,4,5 (<em>esitanti,</em> <em>insieme ma un po&#8217; sfalsati</em>): No, no, nessuno!</p>
<p>POLIZIOTTO 2: Ok. Bene. Allora noi usciamo. Mi raccomando eh? Niente colpi di testa! Restate assolutamente qui, fermi e tranquilli. Fatevi una bella chiacchierata. Pensate che è un pomeriggio diverso dai soliti. Presto sarete a casa e avrete qualcosa di diverso da raccontare!</p>
<p>POLIZIOTTI:  A tra poco allora!</p>
<p>CITTADINI 1,2 3,4,5 (<em>insieme ma un po&#8217; sfalsati</em>): A tra poco!!</p>
<p>[<em>passi degli agenti che si allontanano, svanisce il rumore delle radioline trasmittenti</em>]</p>
<p>CITTADINO 1: Voglio vedere quanto dura questo “tra poco”!</p>
<p>CITTADINO 2: Già, da quant&#8217;è che ci hanno spedito qui dentro?</p>
<p>CITTADINO 3: Neanche mezz&#8217;ora!</p>
<p>CITTADINO 2: Ma dài, mi sembravano già due ore!</p>
<p>CITTADINO 4: Sarà l&#8217;angoscia che fa sembrare che ne è passato di più.</p>
<p>CITTADINO 6: Non ci entravo da anni in questo posto.</p>
<p>CITTADINO 5: Beh è stato uno dei primi negozi del quartiere a fallire con la crisi.</p>
<p>CITTADINO 1: Vuoto così fa abbastanza impressione.</p>
<p>CITTADINO 2: Quanta polvere!</p>
<p>CITTADINO 3: Speriamo si sbrighino.</p>
<p>CITTADINO 4: Io non ce la faccio a starmene seduto tranquillo, devo farmi un giro.</p>
<p>CITTADINO 5: Datti una calmata!</p>
<p>CITTADINO 6: Per adesso la luce di fuori basta, ma più tardi bisognerà accendere quella elettrica.</p>
<p>CITTADINO 7: Non ci hanno detto niente della luce però.</p>
<p>CITTADINO 6: Non possiamo restare mica al buio.</p>
<p>CITTADINO 1: Magari non ce ne sarà bisogno.</p>
<p>CITTADINO 2: Certo che è una situazione assurda.</p>
<p>CITTADINO 3: Sì è pazzesco.</p>
<p>CITTADINO 4: Chissà come diavolo stanno davvero le cose?</p>
<p>CITTADINO 5: Dici che non ci hanno detto tutto?</p>
<p>CITTADINO 6: Ma sì, sembravano proprio dei bravi ragazzi.</p>
<p>CITTADINO 7: L&#8217;importante è che sistemano tutto prima possibile. Non ho nessuna intenzione di perdere il pomeriggio dentro sto negozio abbandonato.</p>
<p>CITTADINO 1: Certo che è assurdo anche che non abbiamo fatto in tempo ad accorgerci di niente.</p>
<p>CITATDINO 8: Parli per lei, signore! Io ho visto abbastanza. Un gruppo di quei figli di puttana me lo son ritrovato alle spalle. Scappavano come forsennati.</p>
<p>CITTADINO 7: Ha fatto in tempo a vedere se erano armati?</p>
<p>CITTADINO 8: Diversi avevano delle bottiglie in mano.</p>
<p>CITTADINO 6: Molotov!</p>
<p>CITTADINO 2, 3: Porca vacca!</p>
<p>CITTADINO 9: Beh, un cassonetto l&#8217;ho visto bruciare, potete giurarci!</p>
<p>CITATDINO 4: Si sono scatenati!</p>
<p>CITTADINO 5: Scusate ma voi che siete arrivati per ultimi, avete visto qualcosa di più?</p>
<p>CITTADINO 10: No, veramente noi venivamo da via [//] e abbiamo sentito un po&#8217; di fracasso, ma figuratevi che ci sembrava un concerto!</p>
<p>CITTADINO 11: Sì, allora ci siamo incuriositi e ci siamo diretti verso il corso, ma dopo pochi istanti ci è venuta incontro una pattuglia di teste di cuoio&#8230; ci hanno afferrato sottobraccio e in un attimo ci hanno trascinato fino a questo isolato..</p>
<p>CITTADINO 12: Ci hanno consegnato a quegli agenti che ci hanno portato di filato qui&#8230; insomma ne sappiamo anche meno di voi!</p>
<p>CITTADINO 7: Quindi nessuno di noi veniva dal corso. Magari poteva aver incrociato la manifestazione.</p>
<p>CITTADINO 5: Veramente io sì, ho attraversato il corso&#8230; non ero diretto da questa parte, ma quando ho visto che c&#8217;era gente che correva da tutte le parti e che gridava e che c&#8217;era un gran baccano, ho pensato di fare una deviazione.</p>
<p>CITTADINO 4: Adesso che ci penso, io avevo notato in zona una certa concentrazione di facce nere, però non ci ho fatto caso più di tanto. Insomma siamo in città, capita! E comunque non mi sembravano tanti.</p>
<p>CITTADINO 7: Magari erano tanti, però tu (scusa se ti do del tu) non te ne sei accorto perché non avevi dato tanto peso alla cosa.</p>
<p>CITTADINO 4: Sì magari erano tanti, non so. Non passo il pomeriggio a contare i neri – o quello che sono – che vedo per strada.</p>
<p>CITTADINO 9: Già non finiresti più, visto che ormai sembra che sono più loro di noi!</p>
<p>CITTADINO 8: Attentato, rivolta andata a male, guerriglia urbana&#8230; anche se gli agenti ci hanno detto tutto quello che sapevano – e io penso che sia così –  non starei così tranquillo, se vogliamo esaminare la cosa con un po&#8217; di lucidità&#8230;</p>
<p>CITTADINO 10: Vuole dire che là fuori le cose si stanno mettendo peggio di come ci hanno raccontato?</p>
<p>CITTADINO 11: Non creiamo inutili allarmismi.</p>
<p>CITTADINO 8: Non mi riferisco alla situazione che ci riguarda ora, in questo preciso momento, in questo pomeriggio! Mi riferisco alla situazione nel suo insieme, lo capite? Quello che ci è successo oggi è solo una piccola parte di una roba più grossa.</p>
<p>CITTADINO 12: Si spieghi!</p>
<p>CITTADINO 8: Voglio dire che quello che è successo a noi oggi è un episodio di un qualcosa di più grande che ci riguarda tutti e che sta per travolgerci nonostante si continui perlopiù a far finta di nulla.</p>
<p>CITTADINO 9: A far finta di cosa? Io – parlo per me – sono anni che mi sono accorto che questi immigrati, a forza di farli entrare, ci avrebbero portato sempre più casini.</p>
<p>CITTADINO 8: Sì, ma continuiamo a pensare che questi che Lei chiama casini non si sarebbero sommati tra di loro, fino a formare un Casino Enorme, quando invece alla fine si sono sommati e si sommano tra di loro, eccome se si sommano! Non so se mi spiego, caro signore&#8230;</p>
<p>CITTADINO 7: Tutti, penso che, come cittadini, siamo consapevoli della situazione pessima, per non dire schifosa, solo che non abbiamo soluzioni.</p>
<p>CITTADINO 8: No amico, io la soluzione ce l&#8217;avrei, sono i nostri politici che non ce l&#8217;hanno la soluzione!</p>
<p>CITTADINO 6: Per favore, non confondiamo i politici che per anni non hanno saputo gestire la cosa con quelli che ci sono adesso, che invece la cosa stanno provando a gestirla!</p>
<p>CITTADINO 8: Si vede con che risultati!</p>
<p>CITTADINO 6: I buchi da tappare sono troppi, tanti che lei neanche s&#8217;immagina, caro signore! Non è facile gestire una situazione così dopo che per anni è stata fatta una politica sbagliata da cima a fondo!</p>
<p>CITTADINO 9: Anche perché hanno, anche questi di ora, comunque le mani legate.</p>
<p>CITTADINO 8: A quelli che ci governano fa comodo averle legate, vi assicuro! Ce l&#8217;avranno comunque il loro tornaconto. Invece siamo noi che dobbiamo vedercela direttamente con le conseguenze della loro incapacità ad affrontare questa situazione!!</p>
<p>CITTADINO 9: Non è che non lo sanno come sarebbe meglio fare. È che non possono farlo.</p>
<p>CITTADINO 6: Secondo me fanno abbastanza, considerato tutto.</p>
<p>CITTADINO 8: Sta di fatto che fino a qualche mese fa queste cose, nelle nostre città, non sarebbero mai successe, né a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che potessero accadere. Dite la verità, ci avete mai pensato che un giorno sarebbero potute accadere cose così?</p>
<p>CITTADINO 1: … beh in effetti&#8230;</p>
<p>CITTADINO 2: … proprio in questo modo no&#8230;</p>
<p>CITTADINO 7: Uno cerca di tirare avanti, che già è difficile campare in questo paese con sta crisi nera che continua! Se ci si deve mettere anche a prevedere tutti i casini possibili e immaginabili allora stiamo freschi!</p>
<p>CITTADINO 5: Già, ha detto bene, la crisi che continua! alla faccia di quelli che dicono che c&#8217;è la ripresa! Ma quale? Ma quando? Ma un contatto con la realtà vera ce l&#8217;hanno?</p>
<p>CITTADINO 6: Certo che continua! Ma la crisi viene da lontano. Il problema è che invece di prenderla di petto, con soluzioni ad hoc, si pensa di cavarsela aprendo i mercati e spalancando le porte ai migranti!</p>
<p>CITTADINO 7: In più questi flussi non si è saputo gestirli – ci si faceva belli ad accoglierli –l&#8217;umanità, la civiltà, tutto ok, bene – ma poi? Dove li piazzavamo questi qui? E con che prospettive? Ed ecco che ci ritroviamo con questi balordi che si inferociscono&#8230;</p>
<p>CITTADINO 10: Forse era meglio sistemare le cose in modo da non arrivare al punto di farli inferocire.</p>
<p>CITTADINO 9: E come, sentiamo?</p>
<p>CITTADINO 10: Beh, ora ricevono meno soldi dallo Stato con questo governo&#8230;</p>
<p>CITTADINO 11: La situazione è diventata bollente in certi centri di accoglienza.</p>
<p>CITATDINO 12: In più, togliendo i fondi, si fanno chiudere cooperative che curavano l&#8217;accoglienza col pretesto che ci lucravano sopra.</p>
<p>CITTADINO 4: Perché non è vero?</p>
<p>CITTADINO 10: Sarà anche vero, però poi diventa comunque molto più difficile fare qualcosa per mantenere tranquilli i disperati in attesa di tempi migliori per tutti.</p>
<p>CITTADINO 5: E se ci fossimo stufati NOI di mantenerli?</p>
<p>CITTADINO 10: Ormai quelli che sono dentro son dentro; che ci fai, li bruci?</p>
<p>CITTADINO 11: Anche smantellare i campi di accoglienza gestiti da volontari per ristabilire il decoro cittadino, senza offrire delle alternative abitative, è stato un errore tattico che potremmo pagare caro&#8230; da allora, se ci fate caso, la tensione è aumentata in quei territori.</p>
<p>CITTADINO 9: Insomma dobbiamo farci andare bene tutto?</p>
<p>CITTADINO 10: Cerco solo di dire che se hai una bomba in casa cerchi di disinnescarla, non di aumentare le probabilità di farla esplodere.</p>
<p>CITTADINO 8: La bomba in casa resta una bomba in casa, giovanotto. Qualcuno di voi vuole una bomba in casa anche se sa che è disinnescata?</p>
<p>CITTADINI 1, 2, 3 (<em>insieme, ma sfalsati</em>): No, certo che no!</p>
<p>CITTADINO 9: Tanto più che nel caso nostro non possiamo mai essere veramente sicuri che sia disinnescata.</p>
<p>CITTADINO 6, 7: Giusto/vero!</p>
<p>CITTADINO 4: E allora che si fa?</p>
<p>CITTADINO 8: Se non si vuole girare la testa dall&#8217;altra parte, una la soluzione la si trova. Non si la aspetta da quelli che stanno in alto. Ci si arriva dal basso. E la soluzione è una sola.</p>
<p>CITTADINO 10 (<em>ridacchiando nervosamente</em>): Vuole eliminarli?</p>
<p>CITTADINO 8: Intendiamoci: io non voglio niente che non vogliano gli altri. Non sono un esaltato fanatico che si sveglia la mattina e pensa di aver trovato la soluzione buona per tutti. Io voglio la soluzione che è la soluzione ragionevole per qualunque italiano che ci tenga ancora a questa nazione.</p>
<p>CITTADINO 5: Ma dicono tutti di tenerci, solo che non tutti la pensano come Lei.</p>
<p>CITTADINO 8: E Lei come la pensa, invece, signore?</p>
<p>CITTADINO 5: Io penso che se ci fosse garantita più occupazione e fossimo più tranquilli coi salari non ci sarebbe nulla di male ad accogliere questi che provengono da paesi disgraziati. Ma il problema è che sono arrivati nel nostro, di Paese, a valanghe, e soprattutto nel momento sbagliato. Loro qui non migliorano la loro situazione, né la migliorano a noi, anzi semmai la peggiorano. Non solo perché paghiamo più tasse per sostenerli, ma anche perché forniscono manodopera a basso prezzo e quindi, in un momento di crisi nera, fanno concorrenza agli italiani.</p>
<p>CITTADINO 4: E quindi che soluzione ha?</p>
<p>CITTADINO 5: Sentite io non ho soluzioni, le soluzioni dovrebbero trovarle quelli che mandiamo a governare, o no? Io penso solo che il lavoro deve essere dato prima agli italiani, tutto qua.</p>
<p>CITTADINO 12: Ma molti italiani non sembrano disposti a fare quei lavori!</p>
<p>CITTADINO 5: Forse era così fino a un annetto fa. Ma le assicuro, giovanotto, che con la ripresa mancata o traballante, molti italiani stanno facendo un passo indietro e sono tornati disponibilissimi a fare lavori anche di basso livello pur di avere uno straccio di salario!</p>
<p>CITTADINO 1: Certo che siamo messi proprio uno schifo!</p>
<p>CITTADINO 2: Non vedo una via di uscita.</p>
<p>CITTADINO 3: Già, che ci fai con questi che abbiamo fatto entrare a iosa?</p>
<p>CITTADINO 4: Bisognerebbe trovare un modo per farli filare via.</p>
<p>CITTADINO 6: In Europa non li vuole più nessuno.</p>
<p>CITTADINO 7: L&#8217;Unione ci impone di tenerceli e di trattarli pure bene, se no passiamo per razzisti e ci coprono di sanzioni!</p>
<p>CITTADINO 9: L&#8217;Europa, bell&#8217;affare! Siamo incastrati!</p>
<p>CITTADINO 8: Non resta che rispedirli indietro.</p>
<p>CITTADINO 6: Forse con accordi coi paesi di provenienza&#8230;</p>
<p>CITTADINO 8: Ci vorrebbero secoli per risolvere la faccenda cogli accordi&#8230; E noi non abbiamo più tempo. Non avete visto? Quello di oggi è solo una parte del fenomeno, ve l&#8217;ho detto. Rivolte nei centri di accoglienza e identificazione sono all&#8217;ordine del giorno, per non dire delle fughe, di cui non si parla mai abbastanza: centinaia di migranti fuori controllo&#8230; ora pure manifestazioni che degenerano in guerriglia urbana. È venuto il momento di darsi una svegliata in questo Paese! E la cosa deve partire dal basso. Sono gli italiani che devono riprendersi in mano il loro destino. Se non capiamo questo siamo fottuti.</p>
<p>CITTADINO 9: Io non sono razzista, ma&#8230; devo dire che mi fanno paura&#8230; sono davvero troppi e sempre più incazzati. I nostri politici hanno sbagliato a gestire la faccenda? Può darsi, sta di fatto che adesso la miccia è accesa e non possiamo più fare finta di nulla.</p>
<p>CITTADINO 6: La vedo dura: prima che noi italiani riusciamo a metterci d&#8217;accordo su decisioni importanti per il futuro nostro e dei nostri figli, non so che miracolo ci vuole&#8230;</p>
<p>CITTADINO 7: Se la situazione precipita come sembra, dovremo fare di necessità virtù&#8230;</p>
<p>CITTADINO 4: E mettere da parte i nostri soliti egoismi e interessi particolari&#8230;</p>
<p>CITTADINO 5: &#8230;e finalmente unirci sul serio, come non siamo mai stati uniti!</p>
<p>CITTADINO 8: Il razzismo infatti non c&#8217;entra nulla. Non c&#8217;entra il colore della pelle. Razzisti semmai sono i governanti che lasciano milioni di italiani nella miseria, quello è razzismo vero!</p>
<p>CITTADINO 10: Anch&#8217;io penso che razzismo sia una parola usata a sproposito. La gente è sicuramente stanca di questa situazione, ma temo solo che se iniziassimo a prendere di nostra iniziativa a calci nel culo tutti questi islamici, beh potrebbero incazzarsi ancora di più – questo temo.</p>
<p>CITTADINO 11: I focolai di rivolta potrebbero aumentare&#8230;</p>
<p>CITTADINO 12: Già si dice che stiano provando ad organizzarsi tra di loro, con l&#8217;aiuto dei centri sociali e di altre associazioni sinistrorse.</p>
<p>CITTADINO 9: Ah, ci manca pure che si organizzano tra di loro! Allora siamo fritti!</p>
<p>CITTADINO 7: Bisogna vedere se è vero però.</p>
<p>CITTADINO 6: E se fosse vero?</p>
<p>CITTADINO 7: Ci sarebbe un pretesto in più per chiudere i centri sociali&#8230;</p>
<p>CITTADINO 12: Non volevo creare allarmismi, ma è che non sappiamo quanti sono davvero, e di quante risorse effettive dispongono&#8230;</p>
<p>CITTADINO 4: Suggerisci di tenerceli buoni&#8230;</p>
<p>CITTADINO 12: Non ho detto questo&#8230; però bisogna prima capire meglio la situazione&#8230;</p>
<p>CITTADINO 9: Basta che non si perde poi troppo tempo a capire&#8230; perché mentre tu stai ancora lì a cercare di capirci qualcosa magari ti ritrovi, scusate il francesismo, un forcone nel culo.</p>
<p>CITTADINO 1: Forse in effetti è un po&#8217; presto per parlare di invasione&#8230;</p>
<p>CITTADINO 2: In ogni caso sarebbe un&#8217;invasione dall&#8217;interno&#8230;</p>
<p>CITTADINO 3: Va beh, lui intendeva comunque un qualcosa di organizzato&#8230; con una testa&#8230;</p>
<p>CITTADINO 4: … un fronte&#8230;</p>
<p>CITTADINO 6: Se sono così inferociti non hanno bisogno di essere organizzati più di tanto o con chissà che mezzi o che appoggi&#8230; vanno avanti così&#8230; tipo orda&#8230;</p>
<p>CITTADINO 5: Si organizzassero pure&#8230; ma non per far danni, ma magari per rendersi utili e non fregare il posto a noialtri&#8230;</p>
<p>CITTADINO 7: Sì, rendersi utili, come no! A spacciare droga, per quello sì che sono utili!</p>
<p>CITTADINO 6: Non sono assolutamente razzista io, ed è vero come diceva il signore che non è questione di pelle. Semmai di cervello. Ora però devo dire che proprio ieri sentivo in TV uno scienziato che diceva che i negri hanno un cervello meno sviluppato delle altre razze&#8230;</p>
<p>CITTADINO 10: Sarà vero?</p>
<p>CITTADINO 11: Certo che no! Diceva proprio “razze”?</p>
<p>CITTADINO 12: Se fosse vero sarebbe meglio&#8230; un&#8217;orda di scervellati si blocca meglio&#8230;</p>
<p>[<em>risatine</em>]</p>
<p>CITTADINO 4: Infatti il problema non sono i neri, ma gli islamici, i libici, i magrebini, insomma quelli là, ci siamo capiti.</p>
<p>CITTADINO 6: Pakistani, bengalesi, pure&#8230; quasi tutti islamici&#8230;</p>
<p>CITTADINO 1: Beh non so se tutti sono islamici.</p>
<p>CITTADINO 4: Ma quelli sono più litigiosi di noi italiani! Figuriamoci poi se riescono a mettersi d&#8217;accordo quelli che sono fra l&#8217;altro di razze diverse!</p>
<p>CITTADINO 3: Allora possiamo stare tranquilli!</p>
<p><em>[risate]</em></p>
<p>CITTADINO 2: Tranquilli tranquilli magari proprio no&#8230; però forse ci vorrà ancora un po&#8217; di tempo prima che&#8230;</p>
<p>[<em>rumori forti come all&#8217;inizio; i cittadini ammutoliscono</em>]</p>
<p>CITTADINO 8: Non ne sarei poi tanto sicuro&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/03/preparazione-dellorda/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">76865</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Chi sono Danièle Huillet e Jean-Marie Straub?</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/11/14/chi-sono-daniele-huillet-e-jean-marie-straub/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2018/11/14/chi-sono-daniele-huillet-e-jean-marie-straub/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[L'enigma del visibile]]></category>
		<category><![CDATA[Straub e Huillet]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=76489</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Gigliozzi [Gianluca Gigliozzi è sopratutto conosciuto entro una cerchia forse ristretta, ma esigente, di autori e lettori, a cui ha dato in pasto Neuropa (Pensa editore, 2005, pp. 236) un romanzo per certi versi neorabelesiano, eccessivo, fantasmagorico, dalla cui lettura nessuno può uscire con la stessa idea di cosa sia (e cosa possa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-76496" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre.png" alt="" width="300" height="440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre-205x300.png 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre-250x367.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre-200x293.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/sans-titre-160x235.png 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p><em>[Gianluca Gigliozzi è sopratutto conosciuto entro una cerchia forse ristretta, ma esigente, di autori e lettori, a cui ha dato in pasto</em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/09/09/neuropa-1-estratto/">Neuropa</a> <em>(Pensa editore, 2005, pp. 236) <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/11/13/neuropa-viaggio-per-intervalla-insaniae/">un romanzo</a> per certi versi neorabelesiano, eccessivo, fantasmagorico, dalla cui lettura nessuno </em><em>può uscire con la stessa idea di cosa sia (e cosa possa fare) la letteratura italiana contemporanea che aveva prima di leggerlo. Ora Gigliozzi torna a noi, imprevedibile come sempre, con un saggio intitolato</em> Straub/Huillet. L&#8217;enigma del visibile <em>(Falsopiano edizioni, 2018, pp. 160). Ne pubblichiamo volentierissimo un estratto dall&#8217;introduzione. a. i.]</em></p>
<p class="Textbody" style="margin-right: 4.8pt; text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Nell&#8217;estate del 1992, al festival cinematografico di Bellaria, fermai, al termine di un dibattito, Paolo Benvenuti, che aveva presentato qualche ora prima uno dei suoi film più belli, <i>Confortorio</i>, e gli domandai quale fosse a parer suo il regista più importante dei nostri tempi. Mi rispose senza esitazioni facendo due nomi per me nuovi: “Jean-Marie Straub e Danièle Huillet sono il futuro del cinema!”. Rimasi talmente impressionato da questa risposta (oltre che imbarazzato dalla mia ignoranza) che decisi di informarmi al più presto sui due coniugi alsaziani, che peraltro, come seppi in seguito, già dal 1969 vivevano a Roma. Da quel giorno non ho mai smesso di occuparmi di loro. Diversi anni dopo, al termine di un incontro pubblico presso l&#8217;Accademia dell&#8217;Immagine de L&#8217;Aquila, chiesi a Gianni Amelio cosa ne pensasse di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Lui, che non mi aveva mai visto prima, mi abbracciò energicamente e mi disse con gli occhi che gli brillavano di un entusiasmo giovanile che non dimenticherò più: “Ma loro sono la Grammatica!”. <span id="more-76489"></span>A me venne spontaneo controbattere: “Già, ma allora perché non se ne parla mai?”. Chi sono o chi sono stati per il cinema e per la cultura degli ultimi cinquant&#8217;anni Jean-Marie Straub e Danièle Huillet? Tento di rispondere illustrando una situazione che trovo paradossale. Chi non li conosce può ritrovare Huillet e Straub citati e discussi in tutte le storie del cinema serie, e perfino in testi di teoria ed estetica cinematografica, eppure potrebbe meravigliarsi nel constatare al tempo stesso come la maggior parte dei cosiddetti appassionati di cinema ne ignori l&#8217;opera e persino l&#8217;esistenza, il che è in parte anche dovuto al fatto che i loro film non sono effettivamente distribuiti nei normali circuiti delle sale cinematografiche nazionali, ma possono essere al limite “scovati” solo in alcuni festival, o tutt&#8217;al più a tarda notte in televisione (ove per televisione qui in Italia si intenda: il terzo canale della RAI). Chi non li conosce, d&#8217;altronde, potrebbe per di più sorprendersi non poco venendo a sapere che nel vasto insieme dei cinefili si distingue un piccolo sottoinsieme formato da persone che invece conosce parzialmente (e di solito superficialmente) il loro lavoro, e che proprio per questo lo rifiuta, etichettandolo sdegnosamente come non-cinema. Eppure chi non conosce i film della signora e del signor Straub potrebbe forse sorprendersi perfino di più nel venire a sapere che esiste un sottoinsieme ancor più ristretto di cinefili che invece conoscono i loro film da cima a fondo, e li adorano ad oltranza tanto da considerare i due coniugi dei <i>maestri assoluti</i>, e al punto da sostenere che nel desolato panorama del cinema contemporaneo si salvano solo loro e pochissimi altri.</p>
<p class="Textbody" style="margin-right: 4.8pt; text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Questa degli Straub potrebbe sembrare, a chi ne ha solo sentito parlare, un&#8217;opera destinata a delle élite di super-colti, di raffinati intellettuali, di palati difficili. Purtroppo bisogna ammettere che finora sono stati visti ed apprezzati soprattutto da una cerchia di individui a cui si potrebbero attribuire queste caratteristiche, ma non ritengo che essa sia stata concepita e realizzata per loro, né credo che questa cerchia, eleggendoli appunto <i>maestri assoluti</i> e celebrando la loro sovrana purezza e magnifica indipendenza, abbia reso buon servizio alla loro opera, anzi sono quasi certo che abbia contribuito se non altro a renderli ancora più marginali. Chi sono io per affermare una cosa del genere? Nessuno, ma un nessuno che da quasi vent&#8217;anni non cessa di interrogare e di farsi interrogare dai loro film – film che hanno in verità moltissimo da dare e da insegnare non solo ai super-colti, ma soprattutto, spero, ai super-curiosi, agli autentici irrequieti, a qualsiasi gruppo sociale essi appartengano e di qualsiasi bagaglio culturale essi dispongano. Questo libro è rivolto a quelle persone che sarebbero curiose di conoscere l&#8217;opera di Huillet e Straub, non perché desiderose di far parte di una cerchia esclusiva (formata, ahimè, tra gli altri, da marxisti assai finti, da risentiti rivoluzionari da salotto e da apocalittici fin troppo integrati), ma semplicemente perché insoddisfatte del modo in cui il cinema è riuscito nel corso degli ultimi anni a mostrarci qualcosa, del nostro presente, <i>che non sapessimo già</i>.</p>
<p class="Textbody" style="margin-right: 4.8pt; text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Questo libro è rivolto però anche a quelle persone che hanno avuto occasione di imbattersi per puro caso in un film degli Straub, e che sono riuscite a incuriosirsi al loro lavoro con un atteggiamento libero da preconcetti, concedendosi perfino il lusso fondamentale della perplessità. Non vorrei mettermi in mezzo, ma ritengo possa essere utile, al fine di intrigare ulteriormente i miei lettori, poter affermare con franchezza che i loro film mi hanno insegnato tre cose che considero essenziali per la mia formazione: primo, a non considerare il passato come passato, cioè come qualcosa di separato dal presente (nel corso di questo lavoro si vedrà meglio cosa intendo, ma anticipo fin da ora che mi sto riferendo soprattutto alla dimensione della Storia con la s maiuscola&#8230;); secondo, mi hanno insegnato che tentare di capire (anche senza riuscirci) qualcosa di ciò che ci circonda vuol dire partire dalla propria situazione concreta di individui intesi non come delle singolarità assolute, ripiegate in sé e incuneate nel proprio sacro recinto privato, ma semmai come individui le cui singolarità sono sempre in una relazione assai sfaccettata con il proprio tempo e con la propria comunità (in senso ampio); <i>last but not least</i>, mi hanno insegnato ad amare Cézanne: difatti prima di conoscere i loro film e le loro idee sul cinema e sull&#8217;arte, i quadri dell&#8217;immenso Paul mi lasciavano abbastanza freddo, come lasciano abbastanza freddi la maggior parte dei miei contemporanei (anche se non lo ammetteranno mai per non passare da incolti); dopo che gli Straub (insieme a Merleau-Ponty!) mi hanno insegnato a vedere, gradualmente, cosa c&#8217;è davvero dentro un suo quadro, mi è sufficiente scorgerne uno anche solo per pochi istanti per sperimentare un&#8217;intensità quasi intollerabile: un vero orgasmo dello sguardo! A ben pensarci mi hanno insegnato anche una quarta cosa: l&#8217;importanza dell&#8217;asciuttezza del discorso, e una corrispondente aderenza rigorosa al testo.</p>
<p class="Textbody" style="margin-right: 4.8pt; text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Ecco perché in questo libro troverete poche acrobazie speculative, se non quando strettamente necessario, e, al contrario, molta analisi: anzi questo libro dovrebbe essere un tentativo di mettere a frutto degli strumenti di analisi che, almeno nel caso dell&#8217;opera di Huillet e Straub, sembra funzionare ancora abbastanza bene. Queste analisi spero non abbiano nulla di quell&#8217;aridità respingente che già solo il termine evoca; avrebbero per la verità lo scopo di incuriosire fin da adesso e ancor di più il lettore che non abbia ancora conosciuto gli Straub, magari per spronarlo a verificare se i loro film siano davvero costruiti nei modi in cui li descrivo, e magari, perché no, per far venir voglia ai cineasti del futuro a cui capiterà di imbattersi in queste pagine, di mettersi alla prova con quella che qui si delinea appunto come una Grammatica, prima ancora che come una Stilistica&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2018/11/14/chi-sono-daniele-huillet-e-jean-marie-straub/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">76489</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Vincenzo Latronico</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 May 2010 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[vincenzo latronico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=34625</guid>

					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa-255x300.jpg" alt="" title="marialuisa" width="255" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-34630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa-255x300.jpg 255w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa.jpg 511w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a> ecco le risposte di Vincenzo Latronico.]</p>
<p><strong>1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di  massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o  poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di  vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Non ho presente, nello specifico, le accuse mosse alla narrativa  italiana contemporanea (solo di quella mi sento di parlare); tendo,  programmaticamente, a diffidare un po’ di questa sorta di catastrofismo  dell’età dell’oro. Se anche la qualità media (ma ha senso, in questo  contesto, ragionare per “media”?) si è abbassata, ciò potrebbe essere  dovuto all’aumento esponenziale di romanzi sul mercato, o al fatto che  ad alcuni, indubbiamente non i migliori, vengono concesse vetrine e  attenzioni che rischiano di offuscare tutto il resto. Ma se penso agli  ultimi cinque o sei anni in rapporto con i precedenti (o anche andando  per decadi) non mi sembra, no, che manchino i libri profondi, potenti,  ambiziosi, o, più semplicemente, “buoni”. <span id="more-34625"></span><br />
<img decoding="async" title="Continua..." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><br />
<strong>2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente  dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Non credo che la struttura delle case editrici come aziende, la loro  “industrializzazione”, si traduca necessariamente in una inferiore  qualità di ciò che pubblicano. Diffido molto di chi considera la qualità  letteraria un marchio di invendibilità, e anzi mi sembra che non ci  siano ragioni per cui un editore “industriale” debba privilegiare la  fiction scadente a scapito dell’opera di autori come Roth, Saviano,  Houellebecq o Bolaño: immagino, anzi, che ognuno sogni di trovare uno di  questi piuttosto che l’ennesimo astro della bancarella. Mi sembra però  che se, da una parte, molti editor tuttora inseguono, spesso con impegno  e attenzione, libri di questo genere, al loro operato si affianca  un’azione in senso contrario dell’apparato più propriamente “aziendale”  delle case editrici: una sezione commerciale che ha sempre più voce in  capitolo su cicli di vita e traiettorie promozionali, un’impostazione  manageriale che non differenzia strategicamente l’investimento su  romanzetti e su libri ritenuti di qualità, perché a breve termine si  rivela più lucrativo gettare indifferenziatamente nel mercato tutto ciò  che si ha sotto mano – a tutti i livelli – e stare a vedere chi, alla  fine, porterà i soldi a casa. Non credo, insomma, che  l’industrializzazione si traduca in minore qualità; ma che, questo sì,  generi un’atmosfera in cui è molto difficile che la qualità letteraria –  che pure appare – trovi respiro, visibilità, vita. È la stessa cosa?  Forse è pure peggio.</p>
<p><strong>3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei  settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra  letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Sono d’accordo con le osservazioni di Christian Raimo: a volte ciò  che le pagine culturali rispecchiano meglio è lo stato dei nostri uffici  stampa. Ma – forse un po’ cinicamente – non mi sento di vedere in  questo una responsabilità specifica di chi si occupa di cultura nei  giornali, quanto un effetto di un problema più generalizzato della  stampa italiana (e non solo). Le pagine di politica rispecchiano in modo  soddisfacente lo stato della politica italiana? Discutono di idee e di  proposte, evitano i condizionamenti e le piaggerie, danno voce ai cani  da guardia del potere? Le pagine di economia analizzano e bacchettano le  politiche aziendali di una classe imprenditoriale largamente  responsabile di molti dei problemi del nostro paese? Certo, si sente  parecchio la mancanza di un equivalente del Times Literary Supplement;  ma questa, tristemente, mi pare solo un corollario della mancanza di un  equivalente del Times.</p>
<p><strong>4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane  facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon  livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità  (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Mi sembra, in parte, di aver già risposto a questa domanda. Ho avuto  la fortuna di conoscere molti editor appassionati e convinti del valore,  intellettuale e civile, della ricerca di testi e scrittori, e questo è  in larga misura rispecchiato da svariate uscite di alta qualità che si  possono trovare (anche se, va detto, cercando bene); ma cosa succede  dopo il lavoro di questi editor? I libri, di ogni livello, escono sul  mercato armati di un paio di recensioni, con un’anticipazione in  saccoccia e, quando va bene, due sottopancia su quotidiani nazionali; e  che se la cavino da soli, di lì in poi. E se non se la cavano? Pazienza;  i cercatori continueranno a cercare, i direttori a dirigere, i librai a  vendere, certe cose più, e altre meno. E nel giro di pochi mesi queste  ultime saranno maciullate da lame sottili e spappolate da mole finissime  e consegnate all’agire di composti chimici, e trasformate in qualcosa  che nessuno, in anticipo, potrà immaginare.</p>
<p><strong>5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di  fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea?  E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>Ho un piccolo aneddoto, a questo proposito. Anni fa, un amico mi ha  inoltrato per e-mail il capitolo iniziale di un libro, che mi ha colpito  come una delle narrazioni più forti e originali che avessi letto negli  ultimi anni: Neuropa, di Gianluca Gigliozzi. Seguendo i link, sono stato  portato a una presentazione del romanzo, proprio su Nazione Indiana, e  di lì ho rintracciato il blog dell’autore – e nel giro di quattro e-mail  e una decina di giorni ho avuto il romanzo fra le mani. Nulla di tutto  questo, penso, sarebbe stato possibile solo cinque anni prima.</p>
<p>Detto questo, il libro l’ho letto su carta. Non credo che il web  abbia influito in modo rilevante sulle modalità di fruizione della  nostra letteratura (ma parlo solo della narrativa), almeno per ora. La  questione della diffusione mi sembra, appunto, diversa; alcuni siti (di  cui Nazione Indiana è uno degli esempi più importanti) hanno sostituito a  tutti gli effetti i canali di informazione culturale prima  rappresentati dai quotidiani &#8211; almeno per me, e a quanto ne so per molti  lettori “forti”. Questo mi sembra un passo importante verso una  maggiore ricchezza e pluralità della diffusione letteraria; ma, certo,  resta comunque un canale rivolto a una nicchia, ampia quanto si vuole,  di specialisti, o perlomeno di appassionati. Probabilmente questa è  destinata ad ampliarsi parecchio nei prossimi anni. Devo ammettere che,  per quanto in apparenza meno rilevante dal punto di vista culturale,  sono molto fiducioso nelle possibilità offerte dalla vendita di libri  on-line, che a tutti gli effetti allunga la vita commerciale di molti  libri ed amplia di molto la loro capacità di trovare dei lettori. Certo,  è sempre necessario che prima siano i lettori a trovare questi libri;  ma, insomma, mi pare che ci si stia lavorando.</p>
<p><strong>6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero  sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Penso di no. Il sostegno della letteratura deve venire dai lettori;  in mancanza di quelli, ogni sovvenzione rischia di intrappolarla in un  meccanismo di vegetazione artificiale in cui la garanzia di  sopravvivenza estirpa ogni esigenza di rinnovamento, di sconfinamento,  di apertura. Potranno mai finire i lettori? Credo, spero, sono convinto  di no; se dovesse accadere, tuttavia, vorrà dire che finiranno anche i  libri.</p>
<p><strong>7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia  (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica  di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una  risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori  italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche  peso?</strong></p>
<p><strong>8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti  sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che  avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p><strong>9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e  mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi  effetti?</strong></p>
<p>Rispondo alle tre domande che mi vengono poste con un&#8217;unica articolata risposta, perchè le sento collegate tra loro. Mi sembra che gli scrittori abbiano, sì, modo di dire la loro, nella  misura in cui ciò che fanno – scrivere – è più contiguo all’intervento  civile o politico rispetto a molte altre attività, intellettuali o meno.  Immaginare che questo tipo di intervento debba prendere la forma del  manifesto, della dichiarazione politica o dell’appello mi sembra molto  riduttivo nei confronti di ciò che può fare la letteratura; mi sembra,  anche, abbastanza inefficace: se anche hanno modo di parlare, certo ciò  che gli scrittori dicono ha spesso un effetto molto ridotto (come,  d’altro canto, ha un effetto ridotto ciò che dicono gli organi di  garanzia istituiti dalla nostra costituzione, i politologi di tutto il  mondo, gli osservatori della democrazia…). Ma questo fa parte del  compito degli scrittori? Non credo: fa parte del compito dei cittadini;  gli scrittori si limitano ad avere, per dir così, un canale naturale in  cui prendere questa posizione. Uno scrittore la cui opera è funzionale a  questa situazione non è per ciò stesso un pessimo scrittore,  esattamente come un soldato che firma volontariamente per partecipare  all’invasione dell’Iraq non diventa con ciò un pessimo soldato: più che  il valore “professionale”, o letterario, mi pare che in gioco ci sia  quello umano.<br />
Detto questo, non so esattamente come si distribuiscano le colpe, o le  responsabilità, o cosa costituisca l’una o l’altra; ma sono piuttosto  certo che tale distribuzione sia possibile unicamente a posteriori – e  mai come ora questo “ posteriori” appare lontano e fantasmatico. Sono  abbastanza convinto, però, che vi siano parecchie sfumature fra il  pamphlet politico – che forse spetta ai politici, e non agli scrittori –  e la narrazione ornata, orlata e aproblematica, serena e distaccata,  “di svago”, raffinata o superficiale e “popolare” che sia. E credo che  scegliere spensieratamente, in tempi come questi, quest’ultima via – la  via, oggi piuttosto battuta, dell’iconcina sobria, organica, profonda e  retroflessa, del narratore che si trincera dietro un “io sono solo uno  che racconta storie”, senza prendere atto che chi racconta le storie  sceglie quali storie raccontare, e che questa scelta è una scelta  morale  – credo che questo sarà visto, a posteriori, come un atto di  viltà. Ma, forse, mi limito a sperarlo ardentemente.</p>
<p><strong>10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti  democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero”  e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un  paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei  confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe,  razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che  portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>Da un certo punto di vista, la domanda mi sembra malposta. Il punto,  credo, non è tanto dove si scrive, ma cosa: quando si cita l’esempio di  Pasolini che scriveva per il Corriere, ci si dimentica che non scriveva  certo recensioni delle ultime uscite o cronache letterarie, ma articoli  di denuncia e critica civile. Nessuno si sognava di considerarlo un  compromesso – semmai, era evidente che a scendere a compromessi era la  linea editoriale del Corriere. Quando si parla di “libertà  dell’intellettuale”, o “dell’artista”, ci si riferisce implicitamente  alla libertà di denunciare, o far riflettere, alla visionarietà, alla  capacità di critica. Se questo fosse ciò che viene fatto da quelle  pagine, ben venga! Potrebbe essere, addirittura, un canale di diffusione  ben più efficace (perché in territorio “ostile”) rispetto a molti  altri, in cui a volte si ha l’impressione di predicare ai convertiti.  Non mi pare, però, che sia tale il caso che si ha in mente; in questo  caso, mi sembra che le evocazioni della libertà dell’intellettuale e  dell’estro creativo siano più che altro mistificazioni, per coprire un  compromesso.</p>
<p>Questo, però, dovrebbe indurre a un altro ragionamento. Assumendo che  uno scrittore di convincimenti democratici faccia questo compromesso, è  ragionevole presumere che esso arrivi solo dopo alcuni tentativi di  esplorare altre strade. Mi sembra naturale, ad esempio, che in un caso  del genere lo scrittore in questione avrebbe preferito pubblicare su  Repubblica (cosa che pure, a mio avviso, richiede certo pelo sullo  stomaco, anche se non certo una foresta come in altri casi), o su  testate meno lontane dalla sua prospettiva civile. Perché questo non è  successo? Perché certo sistema culturale antidemocratico ha tanta  facilità ad offrire opportunità a scrittori insoddisfatti (anche solo  dal punto di vista economico) delle alternative? So – per esperienza di  offerte ricevute, e rifiutate – che la porta, in certi posti, è sempre  aperta. Come mai è aperta solo lì? Certo, fa parte di una strategia di  appropriazione culturale. Certo, è una strategia finanziata da enormi  capitali investiti a perdere nel conflitto intellettuale. Ma ho la  sensazione che la controparte, la stampa “democratica”, faccia molto  poco per rispondere a questa strategia, contando appunto sulla “alienità  da compromessi” degli scrittori ad essa vicini, contando sullo “spirito  di sacrificio” dell’intellettuale, e poi condannando chiunque scavalchi  con riluttanza la barricata attratto da tutto ciò che essi stessi si  sono rifiutati di offrire.</p>
<p>Indubbiamente questo, perlomeno ai miei occhi, non giustifica il  compromesso, che resta inaccettabile. Accettarlo significa, per me,  accettare una sconfitta di se stessi e ciò in cui si crede. Varrebbe la  pena considerare, però, che non è una sconfitta solo per chi lo accetta,  ma anche per tutti quelli che, in modo più o meno diretto, potevano  fare sì che ci fossero delle alternative meno compromettenti, e non  l’hanno fatto.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">34625</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Enumerazioni</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/19/enumerazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 08:40:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[FESTIVAL 5 GIORNATE]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Renzo]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Meo]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pizzaleo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=32024</guid>

					<description><![CDATA[CENTRO MUSICA CONTEMPORANEA FESTIVAL 5 GIORNATE &#8211; MILANO Domenica 21 marzo 2010 Atelier Vivienda, via Murat 84 Ore 19:30 Concerto 1)      Recital pianistico di Lorenzo Meo su un programma di musica contemporanea 2) Enumerazioni Visione per pianoforte, elettronica live e registrata, immagini proiettate e voce narrante. Musiche, testi e video di Luigi Pizzaleo Pianoforte e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">CENTRO MUSICA CONTEMPORANEA</p>
<p style="text-align: center;">FESTIVAL 5 GIORNATE &#8211; MILANO</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Domenica 21 marzo 2010</p>
<p style="text-align: center;">Atelier Vivienda, via Murat 84</p>
<p style="text-align: center;">Ore 19:30</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Concerto</p>
<p style="text-align: center;">1)      Recital pianistico di Lorenzo Meo su un programma di musica contemporanea</p>
<p style="text-align: center;"><em>2) </em><em>Enumerazioni</em></p>
<p style="text-align: center;">Visione per pianoforte, elettronica live e registrata, immagini proiettate e voce narrante.</p>
<p style="text-align: center;">Musiche, testi e video di Luigi Pizzaleo</p>
<p style="text-align: center;">Pianoforte e live elctronics: Luigi Pizzaleo</p>
<p style="text-align: center;">Voce recitante: Gianluca Gigliozzi</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>3) Performance multimediale </em><strong>“Atlas Coelestis, la musica e le stelle” </strong>Raccolta di composizioni di <a href="http://www.festival5giornate.it/giovannirenzo.htm">Giovanni Renzo</a> &#8211; concerto per pianoforte, computer e video con animazioni ed immagini legate agli eventi astronomici descritti in ciascuna composizione.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.festival5giornate.it/giovannirenzo.htm">Giovanni Renzo</a>, pianoforte ed elettronica</p>
<p style="text-align: center;">Ingresso ad invito</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">32024</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Autoritratto con sisma</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/05/16/autoritratto-con-sisma/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/05/16/autoritratto-con-sisma/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2009 10:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[immota manet]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=17752</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Gigliozzi Lunedì 6 aprile ore 7:04 &#8211; Pronto, Gianluca? &#8211; Oh Luigi, che sorpresa! Come mai a quest&#8217;ora chiami? &#8211; Ma non sei a L&#8217;Aquila? &#8211; No, veramente sono al nord, per una supplenza. Te l&#8217;avrei detto, è che non ho avuto il t&#8230; ma perché, che è successo? &#8211; C&#8217;è stato il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p><em>Lunedì 6 aprile ore 7:04</em></p>
<p>&#8211; Pronto, Gianluca? &#8211; Oh Luigi, che sorpresa! Come mai a quest&#8217;ora chiami? &#8211; Ma non sei a L&#8217;Aquila? &#8211; No, veramente sono al nord, per una supplenza. Te l&#8217;avrei detto, è che non ho avuto il t&#8230; ma perché, che è successo? &#8211; C&#8217;è stato il terremoto a l&#8217;Aquila. È crollata mezza città. Cerca di contattare i tuoi&#8230;</p>
<p>È una bella fortuna che i miei rispondano subito al cellulare. Di lì a poco sarà impossibile ricontattarli, le linee saranno sovraccariche. Mia madre fa fatica a parlare, le trema la voce. Mi passa mio fratello, che li ha raggiunti nel frattempo (abita in un paese che è stato solo sfiorato dal sisma della notte). Mi dice che stanno bene, la casa ha retto benissimo alla scossa potente delle 3:32; neanche una crepa all&#8217;intonaco; neanche i mobili sono caduti (solo cristalli in frantumi e libri proiettati fuori dalle mensole). è riuscito, non sa nemmeno lui come, a ritrovare nonna tra la folla atterrita che si è riversata fuori; pare che, in un primo momento, l&#8217;abbia messa in salvo la badante, mentre due studenti universitari l&#8217;hanno presa e portata in strada (mia nonna abitava proprio in via XX settembre, che a quell&#8217;ora ancora non so che risulterà una delle più danneggiate).<span id="more-17752"></span> I miei nel caos notturno si son messi a cercare mia zia, al cui appartamento sono crollate le murature. I parenti se la sono cavata, alcuni hanno però la casa lesionata. Accendo la televisione ed ecco subito le immagini delle macerie. Forse non ci voglio credere che quella è la città in cui sono nato e cresciuto. Mi vesto e scappo a scuola. I colleghi sanno già tutto. Mi prendo la mattina per telefonare ai pochi amici che sono rimasti a vivere a L&#8217;Aquila, ma riesco a contattare solo quelli che abitano in alcuni paesi nei dintorni, a Roma o all&#8217;estero; mi dicono che hanno avuto quasi tutti le case danneggiate, chi più chi meno, ma per fortuna genitori e parenti pare siano sani e salvi. Una delle persone che riesco a rintracciare m&#8217;informa che la mia madrina di battesimo è morta per il crollo del soffitto della cucina della sua bella casa in centro. Continuo a chiamare ma le linee restano sovraccariche: secondo la voce automatica i numeri da me digitati non esistono nemmeno; questa pretesa non-esistenza di numeri che so per certo esistenti mi fa raggelare. Provo a telefonare anche a persone che non risento da anni, ma niente da fare. Mi tengo lontano dalla televisione e insisto con le chiamate. Qualcuno dalla città riesce a contattarmi o mi manda un <em>sms</em> per rassicurarmi. Di molti non saprò nulla per ore, di alcuni non saprò nulla per giorni. Alla fine mi decido e riaccendo la televisione. In genere la guardo pochissimo, solo un po&#8217; il telegiornale. Ma lunedì 6 aprile divento un telespettatore accanito; mi faccio almeno quindici ore davanti allo schermo. La mattina la passo letteralmente tremando davanti alle immagini di una città che dicono mia, ma che in realtà stento a riconoscere; alterno brevi scoppi violenti di un pianto non liberatorio a una frastornata incredulità.</p>
<p>Di solito dentro lo schermo la sciagura si delinea sempre come la sciagura degli altri. Si può essere compassionevoli e partecipi quanto si vuole davanti alle sciagure altrui, ma si resta sempre ancorati ad un altro livello di realtà, intangibili. In questo caso la sciagura mi tocca in prima persona. È la mia città che è colpita (e ancora non ho idea, quel mattino, delle proporzioni che assumerà il disastro); sono i miei concittadini a essere seppelliti dalle macerie, sfigurati dai crolli o rimasti senza nulla o quasi. La sciagura è stavolta la sciagura della città in cui sono nato e cresciuto, e che ho sempre amato per la sua struttura tortuosa e stratificata, e per il suo essere città di montagna. Ma in quelle ore di lunedì 6 aprile io ne vedo le rovine e le macerie da spettatore, e a tratti non la riconosco nemmeno come la mia città: la città delle mie lunghe passeggiate, dei dislivelli e dell&#8217;eterogeneità spaziale che mi hanno segnato e formato nel profondo. Molti dei servizi si concentrano sul quartiere dove si è sbriciolata la Casa dello Studente, e io quel quartiere sventrato lo percepisco come il più irriconoscibile tra tutti quelli che mi vengono offerti da inquadrature febbrili; se non fosse per la voce del cronista che collega il nome &#8220;L&#8217;Aquila&#8221; a quel determinato spazio inquadrato dalla galoppante telecamera di turno, io non sarei certo di poter identificare i luoghi visualizzati. Questo disorientamento mi sconvolge, ma al tempo stesso scatta nella mia mente una concatenazione reattiva di pensieri poco organizzati, che forse è tipica dello spettatore televisivo di sciagure, e che ha una funzione di autodifesa dall&#8217;orrore intravisto, di auto-rassicurazione, come se mi dicessi: &#8220;Forse non è così grave come sembra&#8230; magari la stanno facendo più tragica di quel che è davvero. Forse è solo la zona della Casa dello Studente a essere colpita&#8230;&#8221;; in realtà quello che presento qui tra virgolette è già un distillato fin troppo coerente di quello che ho pensato come telespettatore di una sciagura che stavolta per me non restava confinata oltre uno schermo.</p>
<p>Passano le ore e sempre di più dalle immagini si capisce che la devastazione ha assunto una dimensione inaspettata. Cresce il numero dei morti e dei dispersi. Dietro i cronisti si intravedono chiese e monumenti che conosco bene, sfondati, disseminati di squarci; cupole e absidi trafitti, campanili vacillanti; illustri pietre centenarie strappate da una magnifica forma e restituite all&#8217;informe da cui furono prelevate secoli fa per essere lavorate da artigiani sapientissimi. Passo le ore più angosciose davanti alle immagini della mia città che riconosco solo a momenti, e sto sempre peggio nel ruolo di spettatore a cui sono costretto. Vorrei partire subito, ma le autorità e i cronisti ribadiscono che la città è inaccessibile; perfino i viadotti della Roma-L&#8217;Aquila si dice siano a rischio e, come tali, sottoposti ad accertamenti tecnici. Dalla città è facile uscire, ma impossibile entrare se non per gli automezzi del soccorso. Le immagini continuano a scorrere. Altri morti, altri estratti vivi, gruppetti che vagano tra le rovine. Facce cupe di cronisti che nominano solenni cifre che cambiano a seconda dei TG, dei servizi, dei quartieri. E, ovviamente, le scosse che continuano. Le chiamano di assestamento, ma di fatto molte di queste scosse, spesso intense, finiscono di dissestare il già crepato e piagato.</p>
<p>Mi fa un effetto straniante sentire i nomi dei paesini intorno alla città, anch&#8217;essi colpiti dal sisma, alcuni addirittura rasi al suolo: nomi che non mi sarei mai sognato di sentire pronunciare in un telegiornale nazionale, e che a volte i giornalisti storpiano in modo comico, non conoscendo la posizione giusta dell&#8217;accento. Così come mi fa uno stranissimo effetto intercettare la cadenza cantilenante e famigliare nelle risposte degli intervistati. Io sto sempre peggio, perché sento di essere del tutto fuori luogo là dove sono, e l&#8217;unico in cui desidero stare ora è quello in cui sono nato e cresciuto e da cui ho sempre desiderato fuggire: perché L&#8217;Aquila, come tutte le città di provincia, è pur sempre una città da cui si sogna di fuggire: una città in cui è difficile combinare qualcosa. In declino economico da anni, là si respira, almeno per chi ci è nato, un senso di inerzia strisciante e diffusa, che contrasta con le sue potenzialità turistiche e con la sua vocazione universitaria (e la dinamica vita universitaria indubbiamente ha valorizzato questa città fino a ieri: in effetti gli studenti ci si trovavano bene, in genere, perché offriva molto a livello di locali come di eventi). Quella mattina del 6 però non avrei voluto trovarmi in nessuna parte al mondo se non in quella città, di cui non sono mai stato particolarmente orgoglioso come nei momenti in cui la vedo cadere a pezzi nelle immagini più crudeli che mi sia mai toccato vedere. Avrei voluto essere già là e invece ero a centinaia di chilometri di distanza, bloccato: costretto a vivere a distanza perfino un evento che mi riguardava e mi riguarda da così vicino.</p>
<p><em>I giorni seguenti&#8230;</em></p>
<p>Il mattino dopo l&#8217;alba parto per Roma, deciso a raggiungere la città con un amico o in qualunque altro modo, non riuscendo più a resistere nella veste di telespettatore. Nel frattempo vengo a sapere che l&#8217;A24 è stata riaperta al traffico nella direzione verso L&#8217;Aquila. Nel viaggio in treno vengo raggiunto dalle foto dei giornali dei vicini passeggeri: ripiegati sempre in modo da far affiorare cumuli di rovine, resti di vita non più vivente, le vergogne dell&#8217;Ospedale sfasciato e della Questura accartocciata&#8230; Una telefonata a una vecchia amica che mi parla di alcuni morti di mia conoscenza. Più tardi scrivo un <em>sms</em> a un amico che vive all&#8217;estero riguardo la nostra città che non sarà mai più la stessa. A Roma aspetto quasi tre ore il pullman per L&#8217;Aquila; l&#8217;autostazione della Tiburtina brulica come al solito di viaggiatori, ma basta guardarsi in giro con un po&#8217; d&#8217;attenzione per rendersi conto che sulle panchine vicine allo stallo n.1 transitano o siedono donne e uomini con gli occhi sbarrati, appena sfuggiti dalla scena del disastro. Finalmente si parte; siamo meno di una decina. Parlo un po&#8217; con un signore che lavora in Andalusia e che alla notizia del sisma ha preso il primo aereo per Fiumicino; alla sua casa in città si sono sfondati i tramezzi e le tamponature; la moglie e le figlie stanno bene, al sicuro in una delle molte tendopoli, mentre, a causa dei crolli, sono morti diversi suoi parenti in non so più quale paese dei dintorni. Intanto un amico che vive a Roma mi chiama al cellulare e mi dice di contattare i miei perché c&#8217;è stata un&#8217;altra scossa potente che si è percepita perfino nella capitale. Impossibile però telefonare, le linee sono sempre intasate, almeno per chi chiama da fuori; solo gli <em>sms</em> funzionano. Dopo un po&#8217; mi chiama mio padre che mi chiede a che ora è previsto l&#8217;arrivo del pullman.</p>
<p>Arrivo finalmente a casa; sono più tranquillo, quasi contento. Ironizzo un po&#8217; su come i miei si organizzano al momento di fuggire fuori in giardino, tenendo presente che con noi c&#8217;è anche la nonna novantatreenne scampata non si sa come (è autosufficiente e lucidissima, ma ha i piedi doloranti e cammina con difficoltà): ha il terrore impresso negli occhi, per quanto abbia vissuto l&#8217;esperienza della guerra e abbia visto dunque sciagure anche peggiori di questa. Il gas non c&#8217;è, si può cucinare solo col forno. Mangiamo carne e patate arrosto, e intanto chiacchieriamo e sbirciamo le immagine mute del piccolo televisore, immagini della città umiliata, sequenze allucinate di squarci e salvataggi. Io sto molto meglio, solo in leggera ansia per come reagirò alla prima scossa che sicuramente arriverà entro qualche ora. Bevo vino rosso e scherzo come al solito. La prima scossa che avverto è di piccola entità; percepisco più che altro un boato e un leggero tremore della struttura. La scossa mi mette di ottimo umore: finalmente non mi sento più fuori luogo, finalmente non più confinato a una insostenibile distanza in un luogo estraneo come quello in cui vivo da qualche mese; finalmente a casa, vicino ai miei e vicino alla mia amata e odiata città, città dell&#8217;immobilismo dolente ed esaltato già a partire dal motto inscritto nello stemma (<em>immota manet</em>): città immobile che si è messa in moto in un senso che non avremmo mai voluto conoscere, in un senso letterale e tragico, visto che, come affermeranno i geologi qualche giorno dopo, pare si sia spostata di ben quindici centimetri. Finalmente sono al posto giusto, e a ricordarmelo viene una scossa più energica; la scossa in sé non mi spaventa più di tanto, se non fosse per mia nonna che inizia ad urlare, ciabattando verso l&#8217;uscita. Dormiamo al primo piano, su materassi messi giù sul pavimento; dormiamo (si fa per dire) vestiti, pronti a scappare in giardino non appena la casa inizierà ad ondeggiare dopo il boato di esordio. Perché, a quanto, pare, le case ben fatte ondeggiano quando la terra trema&#8230;</p>
<p>Il giorno dopo, con mio padre, cerco di raggiungere in auto via XX settembre, ma la zona è presidiata: impossibile accedervi. Del centro riesco a scorgere solo la salita di via Roma da viale Duca degli Abruzzi. Via Roma è una via stretta, lunga e antica; vedendola m&#8217;impressiono per la prima volta in un modo che non è mediato da immagini televisive o fotografiche: e in quel momento capisco che i giornalisti (del cui lessico di solito diffido) che hanno parlato di <em>bombardamento</em>, stavolta si sono espressi nella maniera più esatta: la via è ridotta a una grottesca serie di dune irregolari di materiale frantumato; il manto stradale sembra sprofondato, si scorgono crateri ricolmi di tonnellate di pietre e rottami. Scendiamo per un vecchio quartiere posto lungo un crinale ripido, su una strada che parte dal viale Duca degli Abruzzi e giunge nella parte bassa della città, verso il Tribunale con le vetrate scoppiate; gli edifici di questo quartiere mostrano delle ferite strazianti, ferite da cui sorgono cucine intatte, camere da letto penzolanti, librerie sospese.</p>
<p>Le descrizioni di queste rovine le conservo bene in mente, soprattutto perché sono tra le poche immagini vive che ho avuto occasione di poter vedere con i miei occhi. Il giorno successivo il centro storico è stato chiuso del tutto; l&#8217;accesso possibile, limitato e regolamentato, solo a chi, scortato dai vigili del fuoco, vuol tentare di recuperare i propri vestiti o denari dagli appartamenti lesionati o pericolanti. Per noi che non abitiamo in centro questo ha voluto dire impossibilità di circolare liberamente, a meno che non volessimo rischiare di essere confusi con gli sciacalli. Sapere che il centro storico era barricato e piantonato mi ha gettato di nuovo nello sconforto. Sono tornato ben volentieri nella mia città semicollassata, ma a ben vedere si è trattato di un ritorno parziale. Non ho potuto avvicinarmi come avrei voluto. Ancora una volta solo le immagini televisive e le foto dei quotidiani potevano farmi vedere qualcosa del luogo a cui sono legato da sempre. Ancora una volta distanza dall&#8217;evento. Distanza nonostante la presenza. Solo le scosse che hanno continuato per tutto il tempo, neutralizzavano in parte quella distanza; quindi paradossalmente io dovrei essere grato a quello sciame logorante&#8230; Le scosse, le sirene delle autoambulanze e dei pompieri, e il frastuono discontinuo degli elicotteri: la verità del sonoro/tattile&#8230;.</p>
<p>Questa distanza ha messo allo scoperto un&#8217;altra distanza, della cui esistenza dovrei in verità ringraziare qualche entità superiore, se avessi la forza o l&#8217;ingenuità di credervi. Ho continuato, per sei giorni, a mangiare e dormire, e perfino a leggere, in una casa perfettamente integra, mentre molti aquilani, dalle case pur intatte si sono tenuti comunque alla larga; e che dire invece della differenza rispetto a tutti quelli che invece hanno perso tutto quello che avevano! Allo stesso modo, conoscevo alcuni dei morti, ma si tratta di persone che non frequentavo da tempo, e la cui perdita quindi mi ha rattristato ma non addolorato nel profondo; invece molti dei sopravvissuti, e non solo loro, hanno ritrovato i loro cari uccisi dai crolli, e in alcuni casi sono stati costretti a riconoscerne i cadaveri. Non riesco ad immaginare niente di peggio. Io ringrazio un qualcosa di indefinito (ti viene da ringraziare in certi momenti, anche se non sai perché, né cosa&#8230;), che per i miei e che per molti di quelli che conosco le cose non siano giunte fino a quel punto, ma la distanza che mi separa dai più sfortunati mi fa male, e mi fa desiderare, vigliaccamente, di tornarmene là dove mi trovo a vivere da qualche mese.</p>
<p>Ho visitato la tendopoli a Collemaggio con un amico; gli sfollati erano quasi tutti a riposare dentro le tende blu, per cui in giro ce n&#8217;era pochi, circostanza questa che rendeva lo scenario ancor più desolante. Se non altro, però, ero sollevato per la basilica, famosa per la Porta Santa (perfettamente integra) e le spoglie di Celestino: dall&#8217;esterno non mi è parsa semidistrutta come continuavano a ripetere i cronisti, anche se si dice che sia seriamente compromessa nel transetto e nell&#8217;abside: cosa che, ovviamente non sono riuscito a riscontrare direttamente. Prima di andar via, ho sentito una chitarra suonare e delle voci di un coro provenire dall&#8217;interno di una tenda militare. Dietro lo schermo di plastica trasparente di una grande tenda bianca ho visto sedute a un tavolo diverse persone che chiacchieravano tranquillamente, come se si fosse trattato del tendone di una sonnolenta sagra di fine estate. Tornando verso casa, siamo passati in auto per via Strinella, lungo la quale i palazzi sembravano aver retto bene. Ma il vuoto di quella via sempre trafficatissima mi è parso quasi insostenibile.</p>
<p>Il centro della città si trova più in basso rispetto a casa mia e a una distanza tale per cui è visibile quasi interamente dalla finestra della mia camera al secondo piano. Mi sono affacciato a quella finestra per diverse ore in quei giorni. Non si nota la minima traccia di sconquasso da quel punto di osservazione. Come se le cose laggiù fossero rimaste le stesse di sempre. Sarà per la luce strana di quei giorni di tempo mutevole, ma quel che ho visto da lì è qualcosa come un&#8217;immagine senza profondità: placida e sbiadita. Al ronzare intermittente degli elicotteri spettava riportarmi alla realtà inesorabile di quel che è stato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/05/16/autoritratto-con-sisma/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>19</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">17752</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Vertigine, n°6</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/19/vertigine-n%c2%b06/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2005 17:41:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano De Majo]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Bregola]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Morozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Meacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Pugno]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Pagano]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rotino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2005/10/19/vertigine-n%c2%b06/</guid>

					<description><![CDATA[È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da Rossano Astremo. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, Giordano Meacci, Luciano Pagano, Flavio Santi, Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Cristiano de Majo, Elisabetta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/chapman.JPG"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_chapman.JPG" align="left" height="150" hspace="5" vspace="5" width="115" /></a><br />
È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di <strong><em>Vertigine</em></strong>, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da <strong>Rossano Astremo</strong>. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, <strong>Giordano Meacci</strong>, <strong>Luciano Pagano</strong>, <strong>Flavio Santi</strong>, <strong>Gianluca Morozzi</strong>, <strong>Laura Pugno</strong>, <strong>Cristiano de Majo</strong>, <strong>Elisabetta Liguori</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Sergio Rotino</strong>, <strong>Davide Bregola</strong>, <strong>Elio Paoloni</strong>, <strong>Gianluca Gigliozzi</strong>. <span id="more-1399"></span></p>
<p>Ad esclusione delle schegge in versi di Laura Pugno e Sergio Rotino, gli altri scrittori raccontano in prosa il nostro tempo alternando storie grottesche, feroci, disilluse e ciniche, offrendo un veritiero spaccato del nostro tempo. Testi in grado di proiettare il naso al di fuori del proprio condominio di riferimento, testi in grado di “aggredire” il reale, di smascherarlo attraverso procedure formali differenti. Personaggi reali che dominano il nostro immaginario collettivo, come il Presidente del Consiglio, Benedetto XVI, Bob Dylan, Saddam Hussein, si mescolano a trame fittizie dando vita a reality show impensabili, omicidi utopistici, crisi familiari irreversibili. Si consente la riproduzione parziale o totale dei testi presenti nella rivista e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. Le illustrazioni, come ogni numero, sono della pittrice salentina Annalisa Macagnino. Per tutte le informazioni visitare il blog http://<a href="http://vertigine.clarence.com">vertigine.clarence.com</a> o scrivere a rossanoastremo@libero.it.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1399</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il poema del disoccupato</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/01/06/il-poema-del-disoccupato/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/01/06/il-poema-del-disoccupato/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2004 00:53:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=243</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Gigliozzi Gli ultimi studi, sociologici o in forma d’inchiesta giornalistica, circa la vita quotidiana del disoccupato italiano in questo scorcio di millennio, nonostante la scrupolosità delle osservazioni e l’attendibilità delle statistiche, forniscono un quadro o troppo grigio o troppo nero della situazione, indugiando eccessivamente, a nostro modesto avviso, su una sequenza significativa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/gc94.jpg" alt="gc94.jpg" border="0" height="160" width="274" /></p>
<p>Gli ultimi studi, sociologici o in forma d’inchiesta giornalistica, circa la vita quotidiana del disoccupato italiano in questo scorcio di millennio, nonostante la scrupolosità delle osservazioni e l’attendibilità delle statistiche, forniscono un quadro o troppo grigio o troppo nero della situazione, indugiando eccessivamente, a nostro modesto avviso, su una sequenza significativa di dati reali, quali potrebbero elencarsi come: aumento dell’apatia, innalzamento del coefficiente di irritabilità individuale, ora tarda del risveglio, aumento del numero medio giornaliero di sbadigli, in taluni casi aumento dell’attività sportiva e delle letture manualistiche (specie le guide alla Pesca e al Giardinaggio), ma anche indebolimento progressivo del sistema immunitario; ancora, in taluni casi diminuzione sensibile della volontà di vivere relazioni sociali mature, in talaltri casi, in sensibile incremento, diminuzione della volontà di vivere;<br />
<span id="more-243"></span><br />
la tendenza principale è la trasformazione, lineare o travagliata, in vagabondi, più di rado in omicida o suicida; altra tendenza documentata è a essere assorbiti nelle sfere ineffabili del mercato nero, impiegandosi come accuditori di cani, accuditori di gatti, accuditori di tori e galli da battaglia, assistenti di vegliardi, custodi di padiglioni industriali, portieri, insegnanti di cristalloterapia, medici ayurvedici, massaggiatori di piedi, rinettatori di cantine ammuffite, rivenditori di aspirapolveri difettose, attori o suonatori di strada, scrutatori di alberi genealogici, buttafuori (ma sempre meno, per via che adesso occorre il diploma), disinfestatori e disinfesta acari, raccoglitori di bottiglie o poster, animatori di caffè, torrefatori di caffè, pappa. Tutto questo per noi rappresenta un quadro alquanto incompleto, e anche piuttosto ingrato. In verità, riviste e università hanno elaborato questa immagine deprimente della situazione solo perché esse, pedantemente conformi ai dettami di un’epoca che suppone reale solo ciò che è economico, ed economico solo ciò che è reale, rifiuta lo straordinario e multiforme apporto, più che altro inconscio, che ogni soggetto non impiegato e coinvolto nella produzione fornisce alla società civile, contribuendo a renderla più varia, più complessa, e perché no, più drammatica; dunque meno noiosa.</p>
<p>Il vero nemico delle civiltà attuali è infatti la Noia (N maiuscola), signori miei, altro che la disoccupazione, che è uno stato temporaneo e incerto; perché vedete, dal caos o dal disagio della disoccupazione può venire fuori qualcosa che può portare ad una trasformazione, ad una presa di coscienza, persino a qualche atto decisivo (perché no, anche un crimine; meglio di niente…), ovvero tutto ciò che può innescare una serie di micro o macro-eventi che possono portare alla svolta vantaggiosa per l’individuo. Dalla Noia (sempre N) invece che può derivare? Il NULLA, miei amici, proprio il NULLA dei nichilisti e di certi scrittori e cosmologi. Inoltre, tenendo conto della totalità in fieri delle cause-effetto che governano i mondi, in ispecie i capitali, le nazioni, le aziende e gli individui, come si può dire che Disoccupazione è uguale Disgrazia? Quanti giovani, subito dopo occupati, sono diventati egoisti, presuntuosi, guidatori spericolati, amanti dell’energia atomica, turisti nevrotici, incendiaboschi? E poi quand’è che governi e istituzioni la finiranno di usare in modo tanto spregevole la parola Disoccupato? Come se sulla Terra fosse possibile imbattersi in qualche essere privo di occupazioni, quando tutti gli esseri ivi presenti, dall’ameba alle acque del Mar Morto, passando per il ghiro e il corallo, sono tutti impegnati a mantenersi o a trasformarsi? Il contributo del non impiegato temporaneamente (chiamiamolo così, temporaneamente, NIT) alla società civile può essere enorme, in quanto, oggigiorno, tutto quanto non passa per il profitto e la sua aberrante e ramificata tirannia, può offrire a questa stessa società, corrotta e offuscata, una ventata d’aria salubre, un pizzico di attività disinteressata, anche solo un gesto compiuto per azzardo, e dunque senza destino, ma ammirevole per la virtuale libertà che lo supporrebbe.</p>
<p>Il NIT se si sveglia tardi la mattina è perché la notte ha inseguito aromi tra un palazzo e l’altro, bagliori estivi tra Aldebaran e Alpha Centauri, e se ha tracannato tre bottiglie di cognac per arrivare a comporre questa visione, perché deve sentirsi in colpa se ha sfruttato il denaro di IT (impiegati temporaneamente)? Venerare il boom economico di trentacinque anni prima, solo perché chi lo mantiene ha avuto il culo (scusate, ma ci scaldiamo a questi argomenti) di passare per le maglie dorate di detto boom, il quale ha lasciato eredità variabili che giungono, per tortuose vie private e pubbliche, fino all’era della non occupazione attuale, e a ciò che le sta intorno, un poco come la luce solare o stellare, che ci illumina adesso, ma che è invero stata generata milioni di anni-luce fa? E se si sveglia con un’emicranea opprimente, perché deve approfittare di quel deficit temporaneo per caricarsi di tutte le colpe di questo cinico mondo di produttori e consumatori? Se il nostro è comunque per natura un tipetto morale, per quanto appannato o traballante, la moralità lo porterà per forza di cose al risparmio o alla gestione oculata del modesto capitale che eventualmente qualcuno degli IT potrebbe offrirgli (modalità del prestito o del più diffuso e pericoloso “me li ridarai in forma d’affetto”); il risparmio lo affrancherà dal ciclo frenetico della produzione e consumo quel tanto che basta perché egli possa godere delle virtù impagabili di chi se ne sta fuori del detto ciclo, ovvero: attitudine filosofica, apprezzamento dell’aria relativamente pulita dei parchi o della campagna, gusto nella ricerca di percorsi urbani alternativi, capacità di rilassamento per ogni occasione, sviluppo delle facoltà dell’immaginazione, sensibilità politica, afflato mistico col cosmo, capacità di osservazione, pazienza nel sopportare il prossimo, le file o l’attesa che il pesce abbocchi (o che il gelsomino o la rosa finalmente spunti in bellezza), tempo per visitare musei e leggere tomi giganteschi (inconsultabili una volta impiegati).</p>
<p>Il NIT immorale, scialaquone e perdigiorno ha pure le sue risorse poetiche, e i suoi poemi e le sue magnifiche libertà li scrive con i piccoli delitti che compie con discontinuo impegno e variabile rigorosità, distribuendoli all’interno di settimane sempre vitali e intense; e quando incappa nella giusta sferzata della legge, state sicuri che verrà corretto, e diventerà un NIT morale, e affermerà la propria libertà e poeticità senza far più alcun danno al prossimo; e qualora la sua tendenza vitalistica e temporanemente non riciclabile lo avesse portato all’autoannullamento fisico, state certi che qualcuno dei temporaneamente balordi che lo circonda e lo imita o anche lo indottrina, ne trarrà spunto per una svolta decisiva e luminosa (questione di statistiche). Si tratta di avere tempo e pazienza. Nel caso il nostro faccia uso di sostanze stupefacenti, si tratta di tollerare questa passione per l’essere vellicati dal vuoto non-filosofico, almeno temporanemente, e questo perché, in una certa ragionevole misura, la lisergia significa regressione del Sé nell’Ego incomunicabile; e si sa che stare soli per qualche tempo può aiutare a chiarire le idee. Il NIT non dannoso per costituzione, per calcolo o perché già riciclato, sviluppa dunque quelle qualità che da cittadino IT gli occorreranno per migliorare la qualità della vita sua e del prossimo, con particolare attenzione ai familiari, ai parenti, alla fidanzata o sposa, agli amici, ai futuri figli e colleghi, alla nazione intera e persino a interi continenti, magari sfortunati, perché nel periodo cruciale del NI, il NIT avrà sviluppato anche una vena umanitaria.</p>
<p>Il NIT inoltre, sarà privo di invidia, avendo anche possibilità di meditare sulla multiformità necessaria all’esperienza umana, e dunque approverà i soldi dei fortunati e le inaccessibili bellezze dei vip e dirigenti, indovinando quanta necessità abiti anche in quelle esistenze remote; si aiuterà in questo ripetendosi, saggiamente, quanto dolore deve essere nascosto anche nella vita apparentemente più dorata. Il NIT avrà tempo di maturare un equilibrato antirazzismo, e nel caso-limite in cui l’ambiente in cui vive lo portasse ad avversare individui di razze apparentemente inferiori, il suo NITtismo gli consentirebbe di inquadrare il problema pacificamente, in modo che il suo laborioso talento diplomatico possa offrire, presto o tardi, una risposta soddisfacente all’ambiente senza per questo partecipare in maniera eccessivamente definita alla schiera degli espulsori della momentanea vittima espiatoria. Riguardo i casi più scottanti e ardui della vita sociale e morale della nazione (eutanasia, masturbazione sì, masturbazione no, linciaggio dei pedofili, frutta gigante) egli, potendo permetterselo, potrà affrontare il problema da tutte le prospettive e le angolazioni possibili, consultando fonti, interpellando esperti, promuovendo dibattiti, moltiplicando veleni dialettici, nella speranza che possa cavarsene qualcosa di univoco; nel frattempo il problema potrebbe risolversi da sé. Talvolta potrà offrirsi per raccogliere firme, perché è un passatempo istruttivo che permette l’osservazione dei propri simili alle prese con una vità più rapida e densa; ma in nessun caso dovrà gloriarsi di come quegli stessi simili esibiscano delle facce in cui non v’è segno di pensiero in fieri o di una qualsiasi sollecitazione interna che non sia allegria o sconforto, perché l’alterigia è una brutta bestia (e se, per ricordarsi che non si è superiori a quella folla febbrile di soggetti tutta azione, può esser di qualche supporto lo spillare da quei frettolosi qualche quattrino, al NIT si consiglia di procedere immediatamente a codesto modesto spillaggio).</p>
<p>Il NIT, altresì, avrà avuto tempo di imparare a non credere alle menzogne e alle contraffazioni degli attuali mezzi di comunicazioni di massa; in ogni caso, può riservarsi di seguire la massa nell’errore, perché ha compreso come nulla, come già accennavamo, sia più pernicioso nelle relazioni sociali della presunzione o della superbia di chi sa di aver ragione a dispetto di tutti gli altri miseri fratelli umani; ebbene sì, il NIT è, per umiltà, reale o potenziale, un santo, o una figura che al santo s’avvicina molto, e ogni giorno di più. La sua partecipazione alla realtà democratica e civile è sempre vigile e accorta, sulle prime, quando si tratterà di discernere la validità dei concorrenti alla poltrona; in seguito si innescherà un produttivo entusiasmo; non voterà per un partito in particolare, ma sarà felice di poter recarsi alle urne; la sua preferenza andrà a chi avrà dimostrato con la dialettica meno vischiosa, e con parole meno roboanti, magari piene di amore, contrizione, e verbale rispetto per l’avversario, che proprio lui, il NIT, è destinato presto a cessare di essere NIT. Lui è tutto felice che la società lo chiami a sé, perché, dopo aver dato il meglio di sé in quanto NIT, ora potrà tranquillamente riposarsi soddisfatto nell’amabile e vitalistico ciclo della produzione e del consumo. Prima che questa transizione possa avere effettivamente luogo, e dunque giungere ad acquisire quel ruolo che vorrà dire anche perdita di libertà e autonomia e adesione completa ai meccanismi generalizzati di guadagno e dispendio (un mondo fatto di eccessi tutti adultamente programmati, pacificamente organizzati, possibilmente da respingere nelle forme ma non nei principi), il NIT avrà conosciuto cittadini e città diverse, avrà inglobato principi nuovi, specie dopo aver sperimentato temporaneamente qualche istruttiva ristrettezza, e avrà decostruito le forze dell’odio, accordato ozio ad amore, ma soprattutto avrà pubblicato qualche notevole volume di versi, o avrà esposto con altri duecento NIT le proprie fulgenti tele nella sala della cultura del suo quartiere, o composto qualche canzone sulla disoccupazione, perché, dovete sapere, miei cari, che in ogni NIT si nasconde un artista; e quando l’arte del NIT viene fuori, alla società tocca soltanto il tacere, sbigottita…</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/01/06/il-poema-del-disoccupato/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">243</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-04-17 09:26:42 by W3 Total Cache
-->