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	<title>Giappone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nel nostro mondo fluttuante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 13:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblichiamo un estratto da Un dialogo infinito. Note in margine a un massacro appena apparso nella collana Saggi e documenti di Effigie. &#160; di Massimo Rizzante &#160; Un amico di Tokyo mi dice: «Sai, i giapponesi sono lotofagi. Mangiano letteralmente le radici del loto». «In questo caso – aggiungo – è il popolo che più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/sans-titre.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-59048" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/sans-titre-188x300.png" alt="sans-titre" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/sans-titre-188x300.png 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/sans-titre.png 450w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a><br />
Pubblichiamo un estratto da <em>Un dialogo infinito. Note in margine a un massacro </em>appena apparso nella collana Saggi e documenti di Effigie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un amico di Tokyo mi dice: «Sai, i giapponesi sono lotofagi. Mangiano letteralmente le radici del loto». «In questo caso – aggiungo – è il popolo che più di tutti gli altri dimentica il passato. E perciò è anche il più saggio della terra». <span id="more-59043"></span>«Non saprei – mi risponde un po’ perplesso. Forse desiderano dimenticare in fretta quello che è successo, abbandonarlo alla corrente del fiume. Preferiscono vivere nel presente, catturare l’istante&#8230;». «Sì. Eppure hanno vissuto la fine del mondo da molto vicino: Hiroshima, Nagasaki, Fukushima&#8230; Sai, sono stato a Hiroshima due settimane fa. Ho voluto andar- ci a tutti i costi». «Perché?». «Non lo so. A Hiroshima tutto è finito e tutto è cominciato». «Che vuoi dire?». «Dopo Hiroshima, l’uomo ha potuto verificare il potere della sua cospirazione contro la vita. Ha potuto constatare che è fatto della stessa sostanza delle ombre, come quella che si vede ancor oggi impressa su un muro in rovina della città. L’uomo non è niente, non è che un’ombra. Eccone la prova!». «D’accordo, ma la cospirazione non è mica finita&#8230;». «No, certo. Avendo constatato in concreto che poteva fisicamente scomparire dalla faccia della terra, l’uomo ha cominciato a credere che l’unica via di fuga per non trovarsi di nuovo di fronte alla catastrofe, fosse quella di scomparire in quanto individualità, in quanto individuo inimitabile&#8230;». «Pensi che lo abbia fatto apposta?». «In un certo senso sì. Qual è per un individuo il miglior modo di far scomparire la sua anima conservandone allo stesso tempo l’involucro, il corpo? Nascondersi dietro a un’uniforme; sviluppare un sistema burocratico molto elaborato e molto efficace, a volte assurdo ma in grado di diffondere una divina fiducia nella sua longevità; adottare comportamenti simili a quelli degli altri al fine di eliminare qualsiasi azzardo, qualsiasi gesto solitario e inconsulto che lo sprofonderebbe di nuovo nell’incubo; creare un sistema tecnologico tale che le relazioni umane non comportino più alcun piacere, non provochino più alcuna azione disinteressata, ma che, al contrario, sia in grado di assoggettare le funzioni fisiche e mentali delle persone attraverso un controllo gerarchico, graduale e meticoloso&#8230; Tuttavia, ricordati che tutto questo non è che un travestimento, un gioco, un modo di evitare la catastrofe che l’umanità ha già vissuto e che non vuole più rivivere». «Sembra un po’ il Giappone. O parli in generale?». «Ma te l’ho appena detto: il Giappone è il popolo più saggio della terra! Non solo i suoi abitanti dimenticano in fretta il passato abbandonandolo, come dici tu, alla corrente del fiume, ma soprattutto, meglio di tutti gli altri popoli, riescono a camuffare la loro anima. Non è che non ce l’abbiano, è che vivono il terrore da più vicino&#8230;». Mi domando: in che cosa consiste la tragedia più grande? Nel dimenticare il passato, o nel ricordarlo? Forse davvero la saggezza è nell’oblio. Forse questa umanità, così vicina alla fine, si rende conto che la tragedia è all’ordine del giorno e perciò preferisce dimenticare. In ogni caso, tra un anno o un secolo, bisognerà ricominciare da zero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>∞</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Noi tutti che apparteniamo al <em>mondo fluttuante</em>&#8230;». Amo molto questa frase. «Sai, il termine <em>ukiyo </em>(il mondo fluttuante) viene dalla tradizione buddista, secondo la quale tutto quel che c’è su questa terra è mutevole, effimero, insignificante. In altre parole, in questo mondo tutto è relativo, nulla è bianco o nero, nulla è certo, tutto è in bilico e quindi la sola saggezza consiste nell’aderire all’eterno cambiamento delle cose». «Beh, è più o meno ciò che in Occidente, dopo venticinque secoli di pensiero filosofico, facciamo ancora fatica a capire. Il romanzo, tuttavia, lo aveva compreso fin dall’inizio, all’incirca cinque secoli fa. Qui, in Giappone, mi sembra che il buddismo abbia scoperto questa verità già nel IX secolo: il <em>mondo fluttuante </em>sfugge alle convinzioni, ai pregiudizi, alla volontà di razionalizzazione. Perciò è vero che Budda può essere in qualsiasi luogo&#8230; del tempo e dello spazio!». «Devo precisare che il termine <em>ukiyo </em>ha conservato il suo senso originario fino al X secolo, fino all’epoca Heian, quella che ha prodotto il più grande classico del Giappone, <em>Genji monogatari </em>(<em>Storia di Genji</em>), di Murasaki Shikibu. Dall’epoca Muromachi (XVI secolo), e soprattutto durante l’epoca Tokugawa o Edo (1600-1867), il senso è cambiato. Il <em>mondo fluttuante </em>è diventato il mondo moderno, alla moda, il mondo dei quartieri del piacere i cui protagonisti erano gli attori del teatro <em>kabuki</em>, i ricchi mercanti e le corti-giane. È in questo momento che nascono l’<em>ukiyo-e</em>, il celebre genere pittorico (Utamaro, Hokusai, Hiroshige, Sharaku ispirarono Van Gogh, gli impressionisti, Klimt), e l’<em>ukiyo-zōshi</em>, la prosa romanzesca che ha un grande fondatore, Saikaku Ihara (1642-1693), autore di almeno due opere affascinanti, <em>Vita di un libertino </em>e <em>Vita di una donna licenziosa</em>». «Ah sì, quest’ultimo l’ho letto&#8230; Davvero bello. È la storia di una vecchia prostituta, il cui corpo aveva conosciuto “più di diecimila uomini”. Racconta le sue avventure a una giovane coppia di fidanzati che per caso capitano nel suo ultimo rifugio. Se ricordo bene la vecchia a un certo punto confessa ai due giovani che “non c’è al mondo niente di più triste del mestiere della cortigiana”. Tuttavia, anche se dice di essersi trasformata in “un’erba d’amore appassita”, non rinuncia a offrirsi agli “insetti” che preferiscono “le foglie amare della sanguinaria” e a cui piacciono le carni avvizzite. L’ultima frase del romanzo è molto significativa. “Mi sono abbandonata alla corrente, ma il mio cuore non ne è stato intorbidato”. C’è stato un tempo in cui le prostitute godevano di un certo prestigio in Giappone (ma anche in Occidente), in cui lo studio di una donna che vendeva il suo corpo ci rivelava, come dice lo stesso Saikaku Ihara, “quante diverse sfumature vi siano in una stessa condizione alla deriva”. Da sempre ho nostalgia di quell’epoca. Non so perché&#8230;». «Forse perché dentro di te – dice il mio amico ridendo –, dietro quel tuo viso gentile e raffaellesco, si nasconde un libertino incallito, un uomo da bordello&#8230;». «Sì, forse. Ma soprattutto perché ogni volta che ho incontrato una puttana mi sono visto nei suoi occhi come in uno specchio». «E che cosa hai visto nello specchio?». «Un uomo disponibile, vulnerabile, disperato: tre delle innumerevoli sfumature di “una stessa condizione alla deriva”». «Pura fantasia, tu non sei un uomo alla deriva&#8230;», esclama il mio amico. «Forse, ma è così. All’inizio della <em>Vita di una donna licenziosa</em>, la vecchia cortigiana cita un breve dialogo tra due uomini: “L’unica cosa che vorrei è che il liquido dell’amplesso non si estinguesse mai, come la corrente di questo fiume”. L’amico, meravigliato, risponde: “Io invece vorrei che ci fosse un paese assolutamente privo di donne. Andrei subito ad abitarvi, se esistesse, così la mia vita, che tanto mi è preziosa, durerebbe più a lungo e potrei contemplare a mio agio le cose di questo mondo che incessantemente mutano e si trasformano”. Capisci la mia disperazione? C’è un paradosso insuperabile in questo nostro <em>mondo fluttuante</em>: se niente è stabile, se tutto è transitorio, dovremmo vivere mostrandoci sempre vulnerabili, disponibili a ogni avventura, a ogni piacere, a ogni cambiamento, come se fossimo in un’eterna condizione alla deriva. Ma proprio questo comportamento ci impedisce di contemplare e perciò di comprendere qualcosa di questo mondo che non cessa di trasformarsi». «Mio caro, a questo proposito mi viene in mente un detto di Bashō, contemporaneo di Saikaku e inventore dello <em>haiku</em>. Nel suo <em>Elogio della quiete </em>scriveva: “Più un uomo è stupido, più possiede dei pensieri”. «Ma non è Gombrowicz che lo ha detto?», ribatto in modo quasi meccanico. «Chi?», domanda, un po’ sorpreso, il mio amico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>∞</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Allan Watts, un filosofo inglese, amico di C. G. Jung, ha scritto nel suo <em>Way of Zen</em>: “Se provi a camminare sull’acqua, cerchi di afferrarla, e così anneghi. Per nuotare, devi rilassarti, offrire il tuo corpo all’elemento liquido. Se ti lasci andare, l’acqua ti sostiene; infatti, in un certo senso, il tuo corpo e l’acqua sono una cosa sola”», mi dice il mio amico mentre stiamo passeggiando nella folla di Shinjuku, il quartiere degli affari di Tokyo. «Che vuoi dire? È arcinoto il fascino che l’Occidente, nel corso degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ha sentito nei confronti di questo “elemento liquido” e inafferrabile del pensiero orientale. La maggior parte di quella gente è passata dal <em>satori </em>agli allucinogeni. Come il tuo Allan Watts che ha finito i suoi giorni seguendo i seminari di Oscar Janiger, il guru della ricerca sulle proprietà creative del LSD. Forse ti sembrerà una follia, ma non è un caso se ancora ai nostri giorni dei sociologi tanto <em>à la page </em>quanto imbecilli scrivono libri sulla “società liquida” per spiegare che la ragione moderna occidentale, dal momento che il cittadino si è trasformato in consumatore, è fottuta. Guarda, anche qui il consumatore si abbandona alla corrente del fiume, o meglio del mercato&#8230; Il <em>satori </em>lo illumina nella scelta di un nuovo gadget? Pensi che la sola spiegazione sia che non c’è più niente di solido, nessun valore morale né in Oriente né in Occidente? <em>Noi tutti viviamo da sempre in un mondo fluttuante! </em>E questo genere di teorie non è altro che LSD per il grande pubblico». «D’accordo, ma non è per questa ragione che ti ho citato Watts. Volevo sottolineare ancora una volta il fatto che l’identità giapponese è malleabile, perfino schizofrenica&#8230;». «Forse dipende dalla storia del paese&#8230;». «Soprattutto a partire dalla Restaurazione Meiji (1868-1912), quando nello spazio di qualche anno il Giappone da società medievale si è trasformato, appropriandosi del modello tecnico e industriale occidentale, in una potenza economica moderna. Fu un’e- poca esotica, come quella che l’Occidente ha vissuto almeno due volte a distanza di un secolo, nel XIX e nel XX secolo. La transizione è stata drammatica, certo, a volte grottesca nel suo desiderio di imitare i <em>gaijin </em>(stranieri), ma penso che in Giappone la nozione di crisi sia diversa. Gli occidentali pensano che è nel momento della crisi che bisogna decidere (la parola greca <em>κρίσις </em>significa per l’appunto decisione) qualcosa, cambiare atteggiamento nei confronti del mondo. Vivono la crisi in modo patologico&#8230;». «Come adolescenti che un mattino, scoperti i primi peli nel pube, corrono a sverginarsi&#8230;». «Se vuoi. Ma come non sbagliarsi se l’errore esiste fin dall’inizio? In altre parole, che cambiamento è possibile in un mondo concepito come eterno cambiamento? La crisi, qui in Giappone, è una delle innumerevoli sfumature di una stessa identità in costante mutamento. Tale mutamento è ancor più privo di ancoraggi e punti di riferimento per il fatto che qui nessun pittore, nessun Dio ha mai disegnato l’uomo a sua immagine e somiglianza&#8230; Si possono perciò imitare gli altri, ciò che i giapponesi hanno fatto lungo tutto il corso della loro storia, senza perdere la propria identità che, del resto, non è costruita con il cemento ma affonda nelle sabbie mobili». Erano le sei del pomeriggio. La pioggia fine di metà giugno ci alleviava un po’ dal calore. Andammo in un caffè. Pensavo che c’era un altro modo di vedere la paura di sbagliare che appartiene al codice esistenziale dei giapponesi, questo popolo privo del mito del Labirinto&#8230; Sembravano timidi, distanti, perfino snob a volte, ma in realtà non facevano che interrogarsi su se stessi, su quello che dovevano fare o non fare in ogni situazione della vita. Tutta la loro cura, tutta la loro lentezza, tutto il loro perfezionismo venivano dalla paura, dalla paura di perdersi in un mondo che non aveva mai conosciuto il Labirinto e dove non c’era nessuna Arianna, nessun filo, nessuna logica, nessun <em>logos</em>, e questa paura perciò non potevano superarla attraverso l’analisi, attraverso il lavoro della coscienza che implica la <em>crisi</em>, ma per mezzo della grazia dell’istante che sa abbracciare allo stesso tempo l’armonia e l’azzardo. Ho compreso allora che per loro parole come <em>tragedia </em>o <em>apocalisse </em>non significavano niente. La tragedia implica sempre una ricompensa, non importa se fisica, psicologica o morale. Anche l’apocalisse implica una ricompensa: il paradiso, la resurrezione, un’altra vita. Ma in Giappone non esiste ricompensa: nel <em>mondo fluttuante </em>il disastro avviene a ogni istante. E tutti i disastri possono allo stesso modo trasformarsi in successi grazie a un istante privilegiato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>&#8220;Nature morte&#8221;. Cinque poesie di Yoshioka Minoru</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Dec 2015 06:09:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[modernismo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[yoshioka minoru]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; traduzione di Andrea Raos Natura morta Dietro la dura superficie del vaso da notte crescono in splendore frutti autunnali mele castagne uva e tutti alla rinfusa accatastati verso il sonno verso una sola armonia verso una musica che cresce si raccolgono tendono al recesso più buio i loro noccioli scivolano piano di lato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/静物.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-58967 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/静物-150x150.jpg" alt="Yoshioka Minoru, Nature morte" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/静物-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/静物-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/静物-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>traduzione di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<pre><span style="font-family: Georgia; font-size: 15px;"><em>


Natura morta</em>

Dietro la dura superficie del vaso da notte
crescono in splendore
frutti autunnali
mele castagne uva
e tutti alla rinfusa
accatastati
verso il sonno
verso una sola armonia
verso una musica che cresce si raccolgono
tendono al recesso più buio
i loro noccioli scivolano piano di lato
e intorno
aleggia l'ora della prospera decomposizione
adesso davanti ai denti dei morti
stanno immobili come pietre
tutti quei tipi di frutta
che dentro al vaso da notte
sempre più greve
sul rovescio di questa notte apparente
talvolta
paurosamente oscillano

*
 
<em>Natura morta</em>

Dalla rapida notte avviluppati
i pesci dentro cui
posate per un attimo
le ossa
scivolano via dal mare pieno di stelle,
sopra il piatto
in segreto si dissolve
la luce della lampada
che poi si sposta a un altro piatto
dove ereditata la fame di vita
nel fondo di quello
prima l'ombra
poi l'uovo chiama

*
 
<em>Natura morta</em>

In fondo a una bottiglia vuota
legate al turacciolo
le nostre gole
le nostre esili carni
splendide serpi che oscillano con la bilancia
le nostre pupille non reggono il peso dell'oro
da ricordare è il sole
data sempre nuova distanza
i nostri muscoli cardiaci
percorrono l'intero corridoio dell'estate
avvoltolato nei lunghi intestini di un cavallo
e verso il mare di notte tutto meduse
per metà immerse
le nostre teste
generano cose senza luce

*
 
<em>Natura morta</em>

Il sale sporco della cucina
il sesso pendulo di un cane
un chiodo sporgente dal soffitto

mentre un angolo della loro morbida metà inferiore
si riflette in uno specchio scuro
infine
gli arti non ancora formati di un feto
un cavallo sulla spiaggia fantasticato da un pittore
calcoli che non tornano
e altre simili astrazioni
verso un'altra stanza		un'altra dimensione
vengono trasportati

A portare queste cose disparate
a uguali altezza e angolazione
è la meravigliosa astuzia del lavorio della notte
che tuttavia
poiché altrimenti peserebbe troppo
è un uovo soltanto
poggiato sul davanzale

e lì, via dall'oscena confusione della notte
luccicante un uovo si volge a una luna</span></pre>
<p>*</p>
<p><em>Un mondo</em></p>
<p>Nel crepuscolo       destati da un richiamo       riscossi       infine alzati       fanno per chiamare       groppi di gialle forme astratte       ovvero un caos di cose a mucchi simili a lumache       da sotto a quelle pieghe ingrandite appaiono       le nostre sembianze       da cui colano liquidi copiosi       i nostri nasi       che rigurgitano vomito per sopravvivere       le nostre gole       poi esposti senza riguardi alla luce invernale       screpolati ogni giorno di più       i nostri denti       sempre spinte in cerca di quel punto buio e remoto       arrotolate le nostre lingue       adesso sprofondano nel mare del disco del tramonto       un mondo di ossa recise dai muscoli       ma, giunte prima       le nostre bocche di colpo enormi eruttano saliva gelata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><small>Da <em>Seibutsu</em> 静物 [Nature morte], 1949-1955, in Iijima Kōichi 飯島耕一 <em>et al</em>. (a cura di), <em>Yoshioka Minoru zenshishū</em> 吉岡実全詩集 [Poesie complete di Y. M.], Tokyo, Chikuma Shobō 筑摩書房, 1996, p. 57 &#8211; 62.</small></p>
<p><small>*</small></p>
<p><a href="https://ericselland.wordpress.com/2010/07/17/japanese-modernist-poets-yoshioka-minoru/" target="_blank">Qui</a> alcune informazioni su Yoshioka (in inglese).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/YM2.png"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-58975 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/YM2.png" alt="Yoshioka Minoru" width="685" height="911" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/YM2.png 685w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/YM2-226x300.png 226w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /></a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La storia di Genji</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 May 2012 04:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[genji monogatari]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[maria teresa orsi]]></category>
		<category><![CDATA[murasaki shikibu]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Poco prima di partire per il cammino a piedi della Stella d’Italia ho avuto la gioia di ricevere un regalo meraviglioso e ben augurale, una grossa busta dell’Einaudi con dentro uno dei romanzi che amo di più, scritto dalla più grande scrittrice di tutti i tempi: La storia di Genji di Murasaki [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/16/la-storia-di-genji/genji/" rel="attachment wp-att-42474"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/genji-100x100.jpg" alt="" title="genji" width="100" height="100" class="alignleft size-thumbnail wp-image-42474" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/genji-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/genji-250x248.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/genji-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a> di <strong><a href="http://www.ilprimoamore.com/blog/?p=1863">Antonio Moresco</a></strong></p>
<p>Poco prima di partire per il cammino a piedi della <a href="http://camminacammina.wordpress.com/">Stella d’Italia</a> ho avuto la gioia di ricevere un regalo meraviglioso e ben augurale, una grossa busta dell’Einaudi con dentro uno dei romanzi che amo di più, scritto dalla più grande scrittrice di tutti i tempi: <em>La storia di Genji</em> di Murasaki Shikibu, appena uscito nella <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/murasaki-shikibu/la-storia-di-genji/978880614690">traduzione italiana di Maria Teresa Orsi</a>, per la prima volta direttamente dal giapponese antico.<br />
Su questo libro giapponese dell’anno Mille ho già scritto molte volte e chi conosce i miei libri conosce anche l’intensità del mio trasporto per questo impareggiabile romanzo e il mio amore fisico per la sua misteriosa autrice.<br />
Diversi anni fa, quando io e gli altri amici del Primo amore eravamo ancora in Nazione Indiana, abbiamo organizzato al Teatro I una <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/05/19/aspettando-genji/">serata</a> su questo libro ancora in cantiere, con la presenza tra gli altri della sua traduttrice, di Andrea Raos e di altri.<br />
Ringrazio e abbraccio Maria Teresa Orsi e – attraverso di lei – anche il corpo o il corpicino di Murasaki avvolto negli strati sovrapposti delle sue vesti.</p>
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		<title>Per Wada Tadahiko</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 12:00:33 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/02/per-wada-tadahiko/resizecrop-asp/" rel="attachment wp-att-41824"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-41824 alignleft" title="resizeCrop.asp" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/resizeCrop.asp_.jpeg" width="120" height="140" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Il 7 novembre scorso è stato assegnato dal Ministero dei Beni Culturali il Premio Nazionale per la Traduzione a Tadahiko Wada (premio condiviso con Anna Maria Carpi e che sarà consegnato il 26 marzo a Roma) per la sua attività complessiva di traduttore delle nostre lettere, soprattutto di quelle contemporanee. E’ un riconoscimento giusto a uno dei maggiori conoscitori giapponesi della nostra poesia e del nostro romanzo del XX secolo. Fin da ragazzo, Wada, nato a Nagano e laureatosi all’università di Kyoto, ha coltivato la sua passione per il nostro paese con talento e determinazione. Il suo destino fu probabilmente segnato quando nel 1976 fu chiamato a far da guida e interprete a Italo Calvino che si trovava in Giappone per un giro di conferenze. All’epoca gli studi nipponici di italianistica erano agli albori e il giovane Wada era già uno dei più brillanti allievi della “scuola di Kyoto”, con alle spalle diverse traduzioni. Calvino fu evidentemente colpito dal giovane Wada, tanto che alcuni anni dopo, nel 1984, quando pubblicò <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CC3XZAU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CC3XZAU&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Collezioni di sabbia</em></a>, gli dedicò un cammeo in una delle sue prose. Wada, diventato nel frattempo professore a Tokyo, ricambiò il suo illustre ospite, traducendone nel corso degli anni molte opere importanti, da <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CD3ACK0/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CD3ACK0&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La speculazione edilizia</em></a> a <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00C2H3Y3Y/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00C2H3Y3Y&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Palomar</em></a>, da <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ7R8A/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ7R8A&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La strada di San Giovanni</em></a> a <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008FHSKD4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008FHSKD4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lezioni americane</em></a>. Negli anni ottanta Wada, durante i suoi continui viaggi in Italia, ha frequentato e conosciuto i più importanti poeti e scrittori italiani. Ed è credo questo dialogo personale con gli autori, nutrito di sottigliezze e suggerimenti, che rende la sua opera di traduzione così sicura e profonda. Sia che traduca Sereni, Giudici, Roversi o Zanzotto, Wada riesce nell’impresa più ardua per un traduttore di poesia: dare un volto al poeta, disegnare una fisionomia del suo stile. In questo senso la sua traduzione di <em>Variazioni belliche</em> di Amelia Rosselli è esemplare, viste anche le implicazioni culturali e le difficoltà linguistiche che i versi della poetessa impongono non soltanto a un lettore straniero. Wada ha tradotto anche Montale, a cui è particolarmente legato e di cui sta preparando una vasta antologia, la prima in giapponese. Infatti, per quanto il suo lavoro pionieristico sia stato intenso, il lettore colto giapponese non dispone ancora di un’ampia traduzione della poesia italiana del Novecento. Gli unici poeti di cui può farsi un’idea non frammentaria sono Ungaretti e Saba. Per gli altri deve affidarsi alle riviste letterarie che, nella terra del Sol Levante, non sono così obsolete come in Occidente. Negli anni novanta e nell’ultimo decennio Wada si è dedicato soprattutto alla traduzione delle opere di Umberto Eco, di cui già nel 1985 pubblicò <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067E1SJK/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067E1SJK&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Opera aperta</em></a>, libro che anche in Giappone suscitò un vasto dibattito critico, e in particolare di Antonio Tabucchi, di cui è appena uscita la versione giapponese di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807420988/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807420988&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Autobiografie altrui</em></a> ed è in corso di stampa <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008FELG7E/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008FELG7E&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il tempo invecchia in fretta</em></a>. Infine mi piace ricordare che si deve a Wada anche la traduzione di uno dei capisaldi della nostra infanzia (parlo di quando l’infanzia era un’età dell’uomo e non un target librario), <em>Cuore</em> di Edmondo de Amicis che, con <em>Pinocchio</em> di Collodi, è senz’altro il libro più amato dai giovani giapponesi che vogliono apprendere la lingua italiana.</p>
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		<title>Come un sisma senza precedenti ha svelato un “sistema irresponsabile rispetto all&#8217;energia atomica” senza precedenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 17:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di SHIOYA Yoshio giornalista scientifico traduzione di Laura Napolitano e Andrea Raos [Testo tratto da qui, apparso il 15 marzo scorso.] “Sommando i dispositivi a prova d&#8217;errore che mettono in conto sia l&#8217;errore umano sia il guasto meccanico, e le multiple protezioni, nonché il rispetto di piani anti-sisma quasi eccessivi, è improbabile che in una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>SHIOYA Yoshio</strong><br />
giornalista scientifico</p>
<p>traduzione di<strong> Laura Napolitano</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>[Testo tratto da <a href="http://www.fsight.jp/article/10319">qui</a>, apparso il 15 marzo scorso.]</p>
<p>“Sommando i dispositivi a prova d&#8217;errore che mettono in conto sia l&#8217;errore umano sia il guasto meccanico, e le multiple protezioni, nonché il rispetto di piani anti-sisma quasi eccessivi, è improbabile che in una centrale nucleare giapponese si verifichino casi come Three Mile Island o Chernobyl.” Il mito della sicurezza dell&#8217;energia atomica, di cui si vantavano la TEPCO [Tokyo Electric Power Company] e il Ministero dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria e acriticamente accettato dai mass-media, è miseramente crollato. Alla centrale di proprietà della TEPCO Fukushima I, dopo il terremoto (magnitudo 9.0) e lo tsunami che hanno colpito il Tôhoku, sta avendo luogo la graduale fusione dei nuclei e, benché si sia presa la decisione radicale di riversare acqua marina nei reattori, non si è ancora arrivati al loro raffreddamento, arresto e stabilizzazione. Quel che è peggio, gli abitanti dei dintorni, già duramente provati dal violentissimo terremoto, sono tutt&#8217;ora costretti a vivere da sfollati, con gravi disagi.<br />
<span id="more-38478"></span><br />
<strong>1. La fusione del nucleo è un “problema strutturale”.</strong><br />
Nella centrale Fukushima I ci sono sei reattori. Al momento del terremoto, i reattori 4, 5 e 6 erano soggetti alla periodica revisione, per cui erano inattivi. I reattori 1, 2 e 3, che erano invece in funzione, hanno tutti subito la fusione del nucleo, e non si riesce a fermarne nemmeno uno. Nel caso del reattore 2, è stato danneggiato anche l&#8217;edificio di contenimento, ultima difesa a contenere il materiale radioattivo, rendendo quindi non inverosimile che si verifichi il peggio. Sia la TEPCO che gli addetti alla sicurezza sul posto, nonché gli studiosi che hanno analizzato l&#8217;incidente sia dalla televisione che di persona, parlano “come se” di questa tremenda situazione la causa sia un terremoto di entità al di là delle previsioni. Implicitamente, instillano nell&#8217;opinione pubblica l&#8217;idea che, dato che si è trattato di un terremoto di violenza eccezionale, l&#8217;esplosione dell&#8217;idrogeno, la fusione dei nuclei e la fuga in massa della popolazione fossero inevitabili e che non sia possibile tenere sotto controllo Madre Natura. È stato affermato che una misura estrema quale l&#8217;emissione controllata (<em>venting</em>) di idrogeno contenente radioattività, per quanto poca, abbia avuto successo, e i media riportano questa affermazione senza alcuna verifica. Dal punto di vista di un&#8217;impresa che si assume l&#8217;obbligo della sicurezza, è una “vergogna assoluta” il fatto che gas continuino a fuoriuscire senza che si riescano a tenere sotto controllo né il livello dell&#8217;acqua di raffreddamento né la pressione interna. E lascia senza parole la morbidezza dell&#8217;atteggiamento dei media. In questo stesso terremoto, alla centrale di Onagawa gestita dalla Tôhoku Electric Power Company, colpita in misura ancora maggiore di quella di Fukushima, i tre reattori sono stati fermati, raffreddati e messi in sicurezza. Di conseguenza, non si può non pensare che la fusione dei nuclei dei tre reattori della centrale Fukushima I gestita dalla TEPCO sia dovuta a un problema strutturale.</p>
<p><strong>2. Uno tsunami non imprevedibile.</strong><br />
In realtà, già cinque anni fa era stato detto che la centrale Fukushima I di TEPCO non era resistente agli tsunami e che vi era il rischio di fusione dei nuclei. Non c&#8217;era niente di imprevedibile. Qualcuno aveva già detto che gli tsunami per cui era stata pensata Fukushima I, che rientrano nella classe del Grande Terremoto Cileno [22 maggio 1960, N.d.T.], a causa dell&#8217;onda d&#8217;urto avrebbero reso impossibile il pompaggio dell&#8217;acqua di mare necessaria al raffreddamento: in merito alla possibilità che l&#8217;arresto del pompaggio dell&#8217;acqua dovuto all&#8217;impatto dello tsunami potesse provocare la fusione del nucleo vi era stata, nel 2006, un&#8217;interrogazione parlamentare da parte del deputato del Partito Comunista YOSHII Hidekatsu. NIKAI Toshihiro, all&#8217;epoca Ministro dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria, aveva promesso che sarebbero state prese le misure necessarie, ma di fatto la TEPCO non ha apportato alcuna miglioria all&#8217;impianto. Dalla regione era anche giunta alla TEPCO una richiesta scritta di intervento, per cui è impossibile che non fossero al corrente di una “notifica di rischio” di fusione nucleare legata a uno tsunami. Destano ammirazione le loro doti attoriali se si pensa che hanno affermato con aria innocente che tutta la colpa del disastro è di un terremoto di entità non prevedibile, malgrado l&#8217;assoluta evidenza del contrario.<br />
Non è ancora chiaro se il guasto ai sistemi di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3 sia dovuto all&#8217;interruzione nel pompaggio dell&#8217;acqua di mare, come era stato detto dall&#8217;On. Yoshii, oppure a un guasto all&#8217;alimentazione elettrica esterna su cui si sta concentrando la TEPCO, o alle due cose insieme. La TEPCO non fornisce alcuna spiegazione – né alcun giornalista gliela chiede – in merito al fatto che sono fuori uso i motori diesel d&#8217;emergenza e che si rivelano inadatte anche tutte e tre le pompe d&#8217;acqua ad alta pressione. Ma che si tratti di inadeguatezza o non funzionamento, queste sono comunque conseguenze, non cause. In merito invece alle cause di questo incidente nucleare che sta seminando l&#8217;inquietudine in tutto il Paese, i soggetti coinvolti non dicono nulla, i media non glielo chiedono, gli enti preposti al controllo non compiono verifiche. Questa connivenza non è forse la principale causa dei timori che il nucleare giapponese reca con sé?</p>
<p><strong>3. Le negligenze della TEPCO nel “controllo retroattivo”.</strong><br />
Nel 2007, a causa del terremoto di Chûetsu, nella prefettura di Niigata, fu decisa la chiusura temporanea dei reattori della centrale di Kashiwazaki-Kariwa di proprietà della TEPCO. Anche in quella occasione, la TEPCO espresse il proprio malcontento perchè la notizia dell’incendio al trasformatore di tensione esterno era stata data con troppa enfasi e perchè era stata recepita in maniera esagerata, fino a parlare di danni al nucleo del reattore. Una parte dei mezzi di informazione, recepito il messaggio, lanciarono un salvagente alla TEPCO che spingeva per una rapida riapertura della centrale, stimando bassi i danni subiti. In realtà, la centrale di Kashiwazaki-Kariwa aveva subito con il terremoto una sollecitazione 3,6 volte più alta rispetto al carico previsto nel progetto. Benchè fosse stata registrata un’accelerazione gravimetrica di oltre 1000 gal (il gal è l’unità di misura dell’accelerazione: a Kashiwazaki-Kariwa il progetto prevedeva un’accelerazione massima di 300 gal), le registrazioni più dettagliate dell’evento sono svanite nel nulla. Perchè? L’anno prima del terremoto di Chûetsu, si era provveduto, dopo 25 anni, ad una revisione delle direttive antisismiche per le centrali nucleari. Uno dei punti di forza era il cosiddetto “controllo retroattivo” (<em>back check</em>), ovvero una verifica, sulla base delle nuove regole antisismiche, non solo delle centrali di nuova costruzione ma anche di quelle già esistenti. Le nuove regole stabiliscono che si debba procedere a un controllo completo delle faglie in prossimità dei siti delle centrali, ipotizzando le oscillazioni dovute al terremoto e così fissando la necessaria antisismicità. La TEPCO tuttavia non ha compiuto questa minuziosa indagine della faglia che si trova proprio davanti al sito dove poi è occorso il terremoto di Chûetsu, trascurando di fatto di compiere il controllo retroattivo richiesto.<br />
Non risulta che la Commissione Nazionale di Sicurezza sul Nucleare e l&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale l&#8217;abbiano biasimata con particolare vigore per questo. Ancor più alla radice, l&#8217;esistenza stessa di nuove direttive antisismiche è di per sè sospetta. Sei su dieci dei terremoti di magnitudo superiore a 4 che si verificano nel mondo hanno per epicentro i dintorni del nostro piccolo arcipelago. Il Giappone è il Paese sismico per eccellenza, ma le sue direttive antisismiche non riflettono le valutazioni di rischio che provengono dalla comunità scientifica, dando invece la priorità assoluta alle esigenze del settore industriale. L&#8217;esempio più clamoroso di questo è il fatto che l&#8217;oscillazione sismica prevedibile qualora non sia determinato l&#8217;ipocentro è equiparata a quella di un terremoto con epicentro sottostante di magnitudo 6.8. Come terremoto in cui una faglia non determinata ha provocato forti oscillazioni c&#8217;è quello che colpì nel 2000 la parte occidentale di Tottori; come esempio di terremoto che ha provocato enormi danni in seguito allo spostamento della faglia sulla fascia costiera c&#8217;è invece il Grande Terremoto di Kôbe. Nei due casi, la magnitudo fu di 7.3. Sarebbe dunque del tutto ragionevole pensare che la normativa antisismica per le centrali nucleari di un Paese a rischio sismico sia calibrata su sismi con epicentro sottostante di magnitudo 7.3. E invece, fu improvvisamente portata a 6.8. Le pressanti richieste del settore portarono nè più nè meno che a contraddire i risultati del dibattito scientifico. ISHIBASHI Katsuhiko, professore all&#8217;Università di Kôbe, si dimise da membro del Comitato scientifico in segno di protesta. Come stiano le cose per il resto della normativa, è fin troppo facile immaginarlo.</p>
<p><strong>4. Una sicurezza fittizia nata dal sostegno reciproco di governo, industria e università.</strong><br />
Controlli poco severi e regole non rigorose. Una sicurezza e una tranquillità edificate dal triangolo governo, industria e università, ovvero Ministero dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria, TEPCO e Università di Tokyo. Nella Commissione Nazionale di Sicurezza sul Nucleare, che si suppone debba svolgere un ruolo di controllo, siedono studiosi dell&#8217;Università di Tokyo, assai comprensivi di fronte alle giustificazioni delle imprese; l&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale è una sezione subordinata, un organo esterno del Ministero dell&#8217;Economia, che a sua volta è alla guida del settore dell&#8217;energia elettrica. Tra i Paesi avanzati che utilizzano l&#8217;energia atomica, non ve ne è nessun altro che abbia un sistema di controllo e di sorveglianza così contiguo al settore da controllare. Per una modifica delle regole sul controllo delle centrali nucleari, oltre ad un chiarimento sulle responsabilità delle imprese, è aperta anche la strada a uno sviluppo di imprese popolari autonome.<br />
Anche per dare impulso a tutto questo, è indispensabile l&#8217;esistenza di un rapporto dialettico tra governo e cittadini, tra spinta allo sviluppo e regole precise. Se non riesce nemmeno a esigere trasparenza nelle informazioni da parte della TEPCO, il problema più urgente allora è l&#8217;indipendenza di un&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale che in questo momento sa soltanto agitarsi. La tragedia della centrale Fukushima I potrebbe essere il risultato di questa alleanza. Anche in questa occasione, la TEPCO da un lato continua a comunicare nel modo più dettagliato cifre che si riferiscono a fattori di nessuna importanza, dall&#8217;altro tiene la bocca quasi completamente chiusa riguardo a qualsiasi anomalia, questa sì di grande importanza, del reattore, nascondendo il peggioramento della situazione. Ad esempio, le anomalie della vasca di soppressione all&#8217;interno del reattore n. 2 sono state presentate nei documenti informativi non come &#8220;danni all&#8217;edificio di contenimento&#8221;, ma come &#8220;trasferimento del personale&#8221;. Da cui si deduce però che se il personale che lavora al reattore n. 2 è stato evacuato è perchè c&#8217;è la possibilità di un danneggiamento dell&#8217;edificio di contenimento. Insomma non trasparenza, ma un nascondere coprendo, avvolgendo, raggirando.</p>
<p><strong>5. Ha ottenuto diverse agevolazioni sbandierando lo slogan &#8220;rifornimento stabile&#8221;. Eppure&#8230;</strong><br />
Un esempio è &#8220;l&#8217;interruzione di corrente programmata&#8221; prevista per il giorno 14. A leggere questo &#8220;programma&#8221; si rimane stupefatti. Nessuno ha criticato la TEPCO? Il programma stabiliva che, in un Giappone suddiviso in 5 aree geografiche, le regioni 1 e 2, due volte nell&#8217;arco di una giornata, ovvero mattina e sera, subissero una interruzione di corrente, fino ad un massimo di 6 ore. Le restanti regioni, invece, avrebbero subito un&#8217;unica interruzione di corrente, per un massimo di 3 ore. Questo blocco nell&#8217;erogazione della corrente non riguardava i centri città. Insomma o 6 ore, o 3 ore oppure nessuna ora di interruzione di corrente. Chi ha deciso questi numeri e sulla base di cosa? Vorrei che mi fosse fornita una spiegazione razionale di questa scelta. Nei momenti di difficoltà di una nazione, tutta la popolazione condivide i rischi: se la ratio che sta dietro a questa scelta è quella di sopportare a turno le difficoltà, allora sembrerebbe che la TEPCO ha deciso in maniera del tutto arbitraria, sulla base delle proprie necessità. Che non sia riuscita a mettere in pratica questa decisione sembra abbastanza naturale. Si può facilmente immaginare che gli Enti locali e i loro governatori, assegnati al gruppo che avrebbe dovuto sopportare le 6 ore di black out, abbiano violentemente contestato la decisione. Se la mancanza di energia elettrica è stata provocata da una negligenza della TEPCO, quali sono le loro reali intenzioni? Inoltre la TEPCO non ha nemmeno fatto realmente ammenda per l&#8217;essersi svincolata dall&#8217;obbligo di un rifornimento di energia stabile, prescritto dal regolamento delle imprese elettriche. E poi, chi ha detto che, se in cima a tutto c&#8217;è il rifornimento stabile, questo debba mettere in secondo piano altri aspetti come la liberalizzazione energetica, il contenimento delle emissioni di CO2 nell&#8217;aria, l&#8217;acquisto a prezzo fisso di energia pulita? Viceversa, chi ha ricevuto svariate agevolazioni in nome del rifornimento stabile? Chi ha sostenuto con forza i meriti di un sistema di monopolio regionalistico, senza alcuna modifica delle differenze nel numero dei cicli di diffusione della corrente nel Kansai, che è uno dei motivi per cui è oggi difficile la flessibilità nel campo dell&#8217;energia elettrica? La verità che è venuta a galla con questo grande terremoto non è forse, più che i limiti dell&#8217;energia nucleare, che non è più attuale un sistema di monopolio regionale nell&#8217;erogazione dell&#8217;energia, con la suddivisione del paese in 9 compagnie elettriche? Per la strategia giapponese in campo energetico, la posizione occupata dall&#8217;energia atomica ha certamente un suo peso. Il problema sta nelle manchevolezze delle imprese che la gestiscono. La filosofia della TEPCO e una gestione lungimirante, che erano proseguite negli anni sotto la gestione di Kigawada, Hiraiwa e Nasu, sono andate perdute così come le fonti di energia da usare solo in caso di emergenza della centrale nucleare di Fukushima? Ai lavoratori della TEPCO che lottano a rischio della vita per riprendere il controllo della centrale nucleare, ai volontari, al corpo di autodifesa va tutta la nostra gratitudine, insieme con la preghiera che la devastazione non si diffonda ancora di più.</p>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 11:03:54 +0000</pubDate>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860440955/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860440955&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em></a> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Campo del sangue</em></a> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ53A4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ53A4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un teologo contro Hitler</em></a>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00D6F9UBQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00D6F9UBQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Gli emigrati</em></a>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804573562/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804573562&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Città dei ragazzi</a>» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
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		<title>Un&#8217;intervista sul tè Pu&#8217;er</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 May 2008 04:55:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[livio zanini]]></category>
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					<description><![CDATA[Francesca Topi intervista Livio Zanini, presidente dell&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè , ospite alla trasmissione &#8220;Cara Alice&#8221;sul tema: origini del tè cinese e caratteristiche del Pu&#8217;er. Durata complessiva: 13 minuti. Una interessante chiacchierata introduttiva sulle varietà di tè cinesi, la loro lavorazione e i rapporti con le differenti culture del tè in Giappone. Prima parte: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Francesca Topi intervista Livio Zanini, presidente dell&#8217;<a href="http://www.aictea.it">Associazione Italiana Cultura del Tè</a> , ospite alla trasmissione &#8220;Cara Alice&#8221;sul tema: origini del tè cinese e caratteristiche del Pu&#8217;er.  Durata complessiva: 13 minuti.</p>
<p>Una  interessante chiacchierata introduttiva sulle varietà di tè cinesi, la loro lavorazione e i rapporti con le differenti culture del tè in Giappone. <span id="more-5748"></span></p>
<p><strong>Prima parte:</strong></p>
<p>[youtube:https://youtube.com/watch?v=ulfpLzYlJ6U]</p>
<p><strong>Seconda parte:</strong></p>
<p>[youtube:https://youtube.com/watch?v=cKSd_gsyzAI]</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.alice.tv/content.asp?id=41094">Alice.tv</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Tè e tempo: il tè Pu’er</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 05:44:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[corea]]></category>
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		<category><![CDATA[wulong]]></category>
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					<description><![CDATA[di Livio Zanini Il fatto che il tè debba essere consumato fresco è cosa risaputa e pretesa dai cultori della bevanda. Ciononostante, spesso nei negozi e nelle case da tè vediamo disposti in bella mostra sulle scansie enormi caddy ricolmi di tè, i cui pedigree non danno alcuna indicazione sul periodo o addirittura sull’anno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Livio Zanini<br />
</strong></p>
<p>Il fatto che il tè debba essere consumato fresco è cosa risaputa e pretesa dai cultori della bevanda. Ciononostante, spesso nei negozi e nelle case da tè vediamo disposti in bella mostra sulle scansie enormi caddy ricolmi di tè, i cui pedigree non danno alcuna indicazione sul periodo o addirittura sull’anno di raccolta.<br />
Se possiamo in una certa misura permettere una deroga a tale principio per quanto concerne il tè nero, in quanto essendo stato fatto completamente ossidare in fase di lavorazione teme meno le ingiurie del tempo, non possiamo fare altrettanto con il tè verde. Quale vero e proprio “novello” tra i tè, va di norma consumato entro l’anno di produzione, adottando tutti gli accorgimenti che possano in qualche misura rallentare il suo inevitabile processo di invecchiamento e perdita di freschezza.<span id="more-5484"></span><br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/puer.jpg" alt="negozio di te" hspace="5" align="left" /> In Giappone, in Corea e nella maggior parte della Cina, dove i tè verdi rappresentano la tipologia più consumata, in passato come oggi la differenziazione tra “tè nuovo” e “tè vecchio” ha una notevole rilevanza. Persino a livello commerciale, l’arrivo del tè nuovo sul mercato segna il definitivo deprezzamento del tè dell’anno precedente.<br />
Tuttavia, ogni buona regola trova le sue eccezioni. Nel caso di un alimento che si presenta in così tante e differenziate forme come il tè, a fronte di un principio riconosciuto e accettato, cioè che la freschezza sia sinonimo di qualità, c’è chi afferma esattamente il contrario. Per parlare di ciò ci spostiamo ad Hong Kong, il “porto profumato” che si affaccia sul mar della Cina meridionale e centro nevralgico degli scambi commerciali dell’Asia orientale.<br />
Sebbene Hong Kong non sia certamente rinomata per la produzione del tè, esiste tuttavia un considerevole consumo di tale bevanda. Tra le varietà di tè più bevute nella ex colonia britannica, oltre al comune tè al gelsomino, troviamo degli ottimi tè wulong e bianchi prodotti nella contigua provincia del Guangdong e in quella del Fujian. Tuttavia, gli abitanti di Hong Kong hanno sviluppato una predilezione per una tipologia di tè particolare che cresce nella lontana provincia dello Yunnan e che lascia di norma assai perplessi e stupiti tutti coloro (cinesi compresi) che hanno l’occasione di assaggiarlo per la prima volta: il tè Pu’er. Questo tè ha un colore, un profumo e un sapore che sanno indiscutibilmente “di vecchio”.<br />
Con il termine Pu’er (in cantonese P’ou-lei) si designa una famiglia molto ampia di tè che comprende diverse varietà in foglie sfuse o, più tipicamente, compresse in mattonelle o in pani. La materia prima è rappresentata dalle foglie raccolte dagli alberi di tè della varietà a foglia larga che crescono sugli altipiani delle regioni di Simao e Xishuang Banna, nella parte più meridionale della provincia dello Yunnan, al confine con Laos e Birmania. Questa viene considerata il centro dell’area da cui ha origine la stessa pianta del tè e attualmente vi vivono ancora numerosi alberi di tè ad alto fusto pluricentenari, il più vecchio dei quali si stima abbia la veneranda età di 1700 anni.<br />
La prima parte del procedimento di lavorazione dei Pu’er ricalca quella dei tè verdi e comprende le fasi di stabilizzazione (trattamento ad alta temperatura), stropicciatura ed essiccazione al sole. Il prodotto semilavorato viene poi sottoposto a cottura a vapore seguita da una foggiatura con compressione in stampi e seguente asciugatura all’aria. La pezzatura dei pani varia moltissimo per dimensione a forma, va dalle mattonelle di foggia quadrata o rettangolare alle focacce di forma discoidale, dai piccolissimi pezzi di Tuocha (a forma di ciotola) di pochi grammi, per arrivare fino a masse di tè compresso di alcune decine di chilogrammi in forma di zucca o di tronco d’albero.<br />
Anche se oggi lo si può considerare una rarità, anticamente il tè compresso rappresentava la forma più comune in cui veniva confezionato il tè in Cina. In seguito, con l’affermarsi del consumo di quello in foglie sfuse, il tè in pani continuò ad essere prodotto nella parte sud occidentale del paese, quasi esclusivamente come merce di scambio per il commercio di frontiera con i mongoli, i tibetani e le altre popolazioni che vivevano ai margini dell’impero. Il tè Pu’er, tuttavia, veniva apprezzato anche all’interno del paese per le sue riconosciute virtù medicinali. Le farmacopee tradizionali attribuiscono a questo tè proprietà eupeptiche – quali aiutare la digestione e dare sollievo allo stomaco – di sciogliere il catarro e favorire la circolazione dei fluidi all’interno del corpo, nonché di essere il miglior rimedio per smaltire i fumi dell’alcool dopo una sbornia. A queste proprietà, le moderne ricerche mediche sembrano aggiungere anche quella di eliminare i grassi e ridurre il tasso di colesterolo.<br />
Nel lungo viaggio che portava le carovane dalla prefettura di Pu’er verso le diverse destinazioni, le mattonelle di tè subivano una naturale trasformazione favorita dal clima particolarmente caldo e umido di quell’area. Forse è da questo che ha origine il particolare “gusto invecchiato” dato come acquisito dagli estimatori del Pu’er e divenuto uno dei suoi tratti caratteristici, così come il processo di stagionatura funzionale all’ottenimento di tale sapore.<br />
Durante l’invecchiamento – chiamato post-fermentazione, per distinguerla dalla fermentazione a cui sono sottoposte le foglie fresche nella produzione dei tè wulong e neri – per effetto di processi di ossidazione e fermentazione, le mattonelle di tè passano dal loro originario colore tendente al verde ad uno marrone-nero tendente al grigio, dalle quali si ricava un infuso di colore marrone scuro estremamente carico e velato. Le note erbacee del tè verde lasciano lentamente il posto ad aromi terziari molto complessi con sentori di muschio e terra, mentre il sapore eccessivamente spigoloso, astringente e amaro che caratterizza le foglie del Pu’er fresco si ammorbidisce sempre più, acquisendo dolcezza e corpo. Oltretutto, il tè – che nella medicina cinese viene classificato come cibo che toglie calore al corpo – con la stagionatura perde la sua carica raffreddante, risultando particolarmente adatto alle persone anziane e deboli di stomaco. Quindi sembrerebbe valere la regola che: più vecchio diventa e meglio è!<br />
Tradizionalmente la stagionatura dei Pu’er viene eseguita lasciando riposare il tè in luoghi asciutti e ventilati per diversi anni. La regola vorrebbe che fossero almeno venti, riservando il titolo di prodotto d’eccezione solo a quelli che superano i quaranta. Tuttavia, tempi così lunghi mal si sposano con le esigenze del mercato e per questo motivo si è data vita ad una tecnica di “maturazione” artificiale per cercare di ottenere in tempi brevi un tè con le caratteristiche di aroma e gusto sopra descritte. Questa consiste nell’inumidire e sistemare i pani di tè freschi in un ambiente chiuso con temperature elevate per accelerare i processi fermatativi. Il risultato finale non è necessariamente inferiore a quello dei tè invecchiati naturalmente: alla fine del trattamento il tè perde il suo gusto astringente e diviene dolce e morbido, mentre il profumo assume il tanto apprezzato carattere vetusto – anche se a volte con eccessive note di stantio o ammuffito.<br />
Secondo i puristi del Pu’er, la differenza principale tra i pani di tè “crudi” (ovvero non trattati) stagionati naturalmente e quelli “maturati” artificialmente sta nella diversa attitudine all’evoluzione del gusto nel corso del tempo. Il sapore di tè non trattato diventerà sempre più dolce e pieno con il passare degli anni, continuando lentamente a trasformarsi grazie ad un processo di invecchiamento naturale. I tè “maturati”, invece, sono subito pronti da bere ma si evolvono solo fino ad un certo punto e poi non godono di alcun beneficio da una ulteriore stagionatura.<br />
Mentre ad Hong Kong il consumo di massa dei tè Pu’er gravita attorno ai ristoranti specializzati nella preparazione degli squisiti dimsum e altre specialità della cucina cantonese, ed è rappresentato principalmente da tè “maturati” di bassa qualità, sovente serviti mescolati con fiori di crisantemo bianco dolce di Hangzhou, i tè di qualità superiore e invecchiati naturalmente sono disponibili nei numerosi negozi specializzati o nelle case dell’Arte del Tè. In questi locali è spesso possibile vedere – vicino al frigorifero per i tè verdi! – grossi quantitativi di pani di Pu’er avvolti nei loro originali imballi di foglie di bambù, lasciati per anni a prendere polvere sulle scansie e a impreziosirsi sempre più.<br />
Questa particolare passione per il Pu’er degli hongkonghesi ha già contagiato gli appassionati del tè di Taiwan e degli altri paesi dell’area. Inoltre, è curioso notare come la mania per l’invecchiamento tipica del Pu’er si stia diffondendo anche ad altre varietà. Nelle case da tè e tra gli appassionati cresce infatti l’interesse per il Dahongpao, lo Shuixian e gli altri tè di rupe (yancha) dei monti Wuyi fatti invecchiare. Si tratta in questo caso di tè wulong a tostatura forte prodotti nella provincia del Fujian, il cui originario carattere aspro e forte sembra smussarsi e migliorare dopo una stagionatura di alcuni anni.</p>
<p>Foto: un negozio di tè a Canton (Livio Zanini)<br />
Pubblicato originariamente in <a href="http://sloweb.slowfood.it/sloweb/ita/dettaglio.lasso?cod=ed00222">Sloweek</a> 10/12/2001</p>
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