<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giordano Tedoldi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/giordano-tedoldi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 16 Aug 2017 07:55:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Infrangere i tabù è un tabù</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/08/19/infrangere-tabu-un-tabu/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/08/19/infrangere-tabu-un-tabu/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ossessioni]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[Tabù]]></category>
		<category><![CDATA[Tunué]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69421</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta «Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione». E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><i><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69423" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione».</i></p>
<p>E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il baluardo della propria intera esistenza, e tenta in ogni modo di perseguirle, maniacalmente, fino allo strenuo delle forze, prova a spingere ogni più sistemica, forse anche in nuce già perversa situazione, fino alle estreme, decisive e drastiche  conseguenze, che risultino poi essere possibili o impossibili poco importa. <span id="more-69421"></span></p>
<p>Piero Origo è l’indomito protagonista (pazzo? ammalato? pateticamente insincero, sicuramente oltraggioso, pressoché squallido, ripugnante persino) di questo “Tabù”, il complesso e articolato romanzo di Giordano Tedoldi edito da Tunuè, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.<br />
Un uomo, dicevamo, totalmente preda dei suoi istinti più carnali, ma anche &#8211; quasi specularmente &#8211;  delle sue più cervellotiche riluttanze, prono e incline ai suoi stessi blocchi mentali che gli angosciano istericamente le giornate, e contestualmente desideroso, avvinto da un desiderio purulento, a tratti viscido, a tratti invece quasi candidamente infantile, di infrangere ogni regola imposta o autoimposta dalla società, dalla morale, dall’etica, dallo stesso circo parossistico che sono, in estrema sintesi, i balletti ridondanti e rigeneranti in cui s’articola la fitta schiera dei suoi personalissimi rapporti umani.<br />
Piero ha un migliore amico, Domenico, di cui poco o nulla sappiamo se non che è il marito di Emilia, quella che potremmo definire, anche un po’ cinicamente, la più canonica delle “donne qualunque”. Emilia non è particolarmente bella, non è particolarmente spigliata o gioviale, non è particolarmente acuta o intelligente. E forse proprio per questo, diventa ben presto l’ossessione perenne di Piero.<br />
Un’ossessione che si consolida col passare del tempo, dentro e fuor di metafora, un’ossessione che si trasforma in statua, che si trasforma in nugolo di vermi, che si trasforma in contagio panico, incontrovertibilmente universale. L’ossessione, che &#8211; come ogni grande turba che si rispetti, è qui evidentemente prima di tutto letteraria &#8211; giunge dai sensi alla parola, si propaga esattamente come un virus dalle estremità degli arti alle sugosità delle intenzioni, e arriva ad impedire totalmente il corretto fluire dei pensieri ma anche della narrazione stessa, che infatti, all’incirca a metà libro (ma in effetti anche da prima) muta forma, colore e calore, fino a mutare anche nella voce.<br />
Piero, da un certo momento in poi, diventa Eusebio, che diventa Messabianca, ma sostanzialmente sono tutti tutto, sono tutti l’unica eterna emanazione di un solo spirito guida, di un furore &#8211; tanto sessuale quanto mistico &#8211; che è il più autentico io narrante di tutto il romanzo.<br />
Ci troviamo perciò davanti ad un romanzo proteiforme, dunque, cangiante e mutevolissimo come i più biechi desideri dell’animo umano (per non parlare di quelli del corpo pulsante!). Un romanzo che, sulle prime, potrebbe apparire a giusta ragione iper-realista, e poi trascende nel più sfrenato e quasi saccente surrealismo.  Un romanzo che, sulle prime, sembrerebbe voler infrangere ogni tipo di tabù residuale (ammesso che, oggi, ce ne sia ancora rimasto qualcuno, con cui fare i doverosi conti) ma poi perde di vista la sua meta, si sfalda e si scardina proprio per negare l’esistenza stessa di quel tabù, anzi, di quei tabù (il tradimento, l’amore fra consanguinei, l’ascesi…) che forse ci riguardano ancora, ma solo a un livello nostalgico, quasi leggendario.<br />
La creazione di una comune, il cannibalismo, l’ortodossia, il timore della paternità, lo svelamento di sé, la guarigione miracolosa, tutto diventa sogno agitato, straniamento del pensiero e dell’azione, strafottente e spietata presa in giro della parola e del contenuto. La forma scelta da Tedoldi si mescola coi più basilari nessi di senso, fino a scioglierli &#8211; in modo apparentemente inconsapevole &#8211; fra mille contraddizioni, e porta il lettore a dimenticarsene totalmente, preso com’è da una sorta di trance evanescente, che trova il suo unico perno nel sentimento del desiderio, anzi di più, nell’atto stesso del desiderare.</p>
<p><i>M’importava solo di prendere per il collo il destino, prima che fosse troppo tardi. L’imponderabile mi avrebbe plasmato. </i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/08/19/infrangere-tabu-un-tabu/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">69421</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Nitimur in vetitum: Tabù di Giordano Tedoldi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/07/06/nitimur-vetitum-tabu-giordano-tedoldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2017 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alfredo Zucchi]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=68722</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Alfredo Zucchi Il romanzo nicciano è un genere a parte: una narrazione di pensiero, il cui motore ha a che vedere con la figura dell’eticità dei costumi – la morale, si usa dire semplificando, ma così facendo si riduce e si strozza la questione. Svetta tra i romanzi nicciani L’uomo senza qualità di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Alfredo Zucchi</strong></p>
<p>Il romanzo <em>nicciano</em> è un genere a parte: una narrazione di pensiero, il cui motore ha a che vedere con la figura dell’<em>eticità dei costumi </em>– la morale, si usa dire semplificando, ma così facendo si riduce e si strozza la questione. Svetta tra i romanzi nicciani <em>L’uomo senza qualità </em>di Robert Musil.</p>
<p>Negli ultimi anni in Italia sono apparsi due notevoli romanzi nicciani: <em>Contronatura</em> di Massimiliano Parente e <em>Tabù</em> di Giordano Tedoldi, presentato da Tunué in occasione del trentesimo Salone del Libro di Torino. Mentre Parente in <em>Contronatura</em> prende la via <em>cafonal</em>, <em> </em>la scelta di Tedoldi è più letteraria: affonda le radici nel genere del dramma borghese per piantarvi il seme della discordia –  per sfondare e attraversare il genere, appropriandosi, passo a passo, di forme e contenitori diversi (simbolismo, espressionismo, rappresentazione sacra). In qualche modo <em>Tabù</em> ripercorre, al suo interno, le stesse tappe che abbraccia il teatro di Strindberg (tra i nicciani della prima ora: non tedesco, non contaminato dal nazismo, non francese né esitenzialista – una rarità).</p>
<p>Le convenzioni narrative del dramma borghese (la lingua, i personaggi, il contesto, i conflitti) sposano alla perfezione il veleno che il narratore delle prime tre parti del romanzo, Piero Origo, ha nella lingua. Si adattano ai suoi fendenti, si <em>lasciano martoriare</em>. Il movimento (in discesa: è vera catabasi) che porta Piero da una casa borghese, dove scopa la moglie del suo migliore amico, alla rovina è vertiginoso. Piero è affilato come il rasoio di un Occam autolesionista<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>: il suo desiderio distrugge e ricrea; il suo pensiero non accetta mediazioni o consolazioni – davanti al dubbio supremo, non esita a colpire e colpirsi. Piero crea dubbi, fenditure, ferite in chi lo circonda – dubbi sui valori, sulle leggi che si ritengono inviolabili, sulla stessa desiderabilità del punto di vista normativo. È un personaggio <em>col martello</em>. La forma delle prime tre parti del romanzo è una grotta o uno scavo fino al cuore pulsante delle cose.</p>
<p>Ci sono tuttavia almeno due Nietzsche. Quello che Tedoldi interroga, e a cui attinge, è il Nietzsche novecentesco: apollineo e dionisiaco, anticristo, il Nietzsche di Bataille (<em>noi senza paura/ tante aurore devono ancora risplendere</em>). L’altro Nietzsche, quello del ventunesimo secolo – i cui pensieri speculativi vengono oggi ripresi e citati nel quadro della <a href="http://www.codiceedizioni.it/libri/la-struttura-della-teoria-dell-evoluzione/">teoria dell’evoluzione</a>, da <a href="http://www.crapula.it/scienza-e-letteratura-intervista-a-martin-bojowald/">fisici teorici</a> nel contesto della meccanica quantistica – nessuno l’ha ancora interrogato in letteratura. E di fatto, proprio quando Tedoldi si allontana inesorabilmente dalla cornice del dramma borghese – non nei temi ma nella forma: dalla quarta parte in poi – il libro comincia a soffrire.  La prima avvisaglia è l’emergere dello strato metatestuale, prima sopito o innocuo (i cambi di voce, il libro che si fa oggetto e soggetto narrativo, l’improvviso <em>tu</em> al lettore, le false attribuzioni, la cifratura dei toponimi).</p>
<p>La seconda riguarda gli inserti fantastici. C’è modo e modo di interrogarsi su “cosa sia il reale” – l’indagine vorticosa, spiazzante, violenta e delicatissima della prima metà del libro, poggiata sulle basi salde del realismo letterario, fa spazio a una forza diversa nella seconda metà, una forza che proprio mentre impenna nel fantastico non riesce a prescindere dalla traccia della verosimiglianza: vuole una prova – per quanto inverosimile e tirata per i capelli essa sia – una prova <em>dirimente</em>. Sembra che nei passi finali, e in due svincoli decisivi, l’autore non sia riuscito a inventarsi di meglio, che abbia voluto, a ogni costo, costringere la storia in una direzione, quando forse quest’ultima intendeva prendere altre pieghe.</p>
<p>(Un anno fa, in un <a href="http://www.cattedrale.eu/interviste/giordano-tedoldi/">intervista</a> via posta elettronica in occasione della ristampa di <em>Io odio John Updike</em>, quando ho citato una frase di Julio Cortázar in cui lo scrittore argentino indica una differenza <em>ontologica</em> tra forme narrative brevi e forme estese, Tedoldi ha risposto: «Il platonismo è una cosa seria, troppo seria per lasciarla in mano a Cortázar.» Mi pare invece che una dose del <em>tunnel </em>cortazariano avrebbe solo giovato alla chiusa di <em>Tabù – </em>in qualche modo, in narrativa, la chiusa di una testo, la sua possibilità e la sua esecuzione, è la prova ontologica).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante questi dubbi – questi strappi che costringono il lettore fuori dal flusso fino a quel momento impetuoso, irrefutabile del testo – anche nella seconda metà del libro si verificano momenti di puro rapimento. La voce del narratore principale delle parti 4-6, Padre Eusebio Kuhn – le sue esperienze, la sua moralità, la sua percezione distorta – immersa nella rovina di Piero, allarga ulteriormente lo spettro – se Piero può tutto e niente, vuole tutto e niente, il desiderio trattenuto e filtrato di Eusebio dona al libro la spinta essenziale del voyeurismo. L’intreccio tra i due personaggi rivela inoltre un altro tema nitzscheano fondamentale: l’amicizia virile. Un legame forte e debole allo stesso tempo, in cui, a differenza della relazione di Piero con Domenico, suo sedicente migliore amico, non si fugge il conflitto ma lo si cerca costantemente – in cui la serenità è una ricompensa, una rarità <em>post bellum</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La capacità di <em>Tabù </em> di soggiogare il lettore sta anche, forse soprattutto, nella precisione e profondità con cui Tedoldi descrive le dinamiche relazionali. <em>Solo</em>, <em>tête-à-tête</em>, <em>trio</em>, <em>partouze</em>: c’è tutto nel romanzo. C’è una capacità di penetrare i pensieri e le voglie di ognuno e di tutti, di giocare col binomio sacro oscenità-evidenza con maestria e naturalezza – un acume <em>psicologico</em> che ammalia, seduce e feconda come una serpe.  In questa traccia, in cui ogni gesto, ogni desiderio, è spontaneo e ipocrita insieme, spiccano le pagine sull’amore di Piero per Emilia, la moglie del suo migliore amico – l’amore a distanza, ormai ritualizzato, idolatria pura  e morte viva; allo stesso modo spicca il gesto fondatore della relazione tra Piero e Eusebio, principio primo dell’amicizia dionisiaca. E in realtà ognuno dei personaggi principali porta con sé un carattere unico e indimenticabile (Antonia l’amazzone, Dolly il furetto di dio, Marco il rosicone, Eva <a href="https://pbs.twimg.com/media/AutRmH1CMAA7KMo.jpg:large">Kate Moss</a>, Messabianca la Pura), possiede una forza che viene dalla riduzione delle variabili a un unico elemento essenziale. Questa riduzione agisce come un detonatore di conflitti atomici tra i personaggi – le esplosioni, a loro volta, lasciano strascichi perduranti, irreversibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Tabù</em><br />
Giordano Tedoldi</p>
<p>Latina, Tunué, 2017</p>
<ol>
<li>360</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Occam autolesionista fa l’amore con gli animali: rappresentazione non-naturalista, fedele, di Nietzsche all’apice dell’euforia torinese.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">68722</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Chigurh</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/05/05/chigurh/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2006/05/05/chigurh/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 May 2006 15:39:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[tom waits]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/05/chigurh/</guid>

					<description><![CDATA[di Giordano Tedoldi 1. Da giorni, quasi un mese, sono fuori di me. Sono nel personaggio di un libro. Lo so che sono lui, che ho i suoi stessi atteggiamenti, do le sue stesse risposte e, molto importante, riesco addirittura a guardarti proprio come fa lui. Il che, per te che mi vedi, che mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giordano Tedoldi </strong></p>
<p>1.<br />
Da giorni, quasi un mese, sono fuori di me. Sono nel personaggio di un libro. Lo so che sono lui, che ho i suoi stessi atteggiamenti, do le sue stesse risposte e, molto importante, riesco addirittura a guardarti proprio come fa lui. Il che, per te che mi vedi, che mi trovi davanti alla tua strada, è una mezza disgrazia.</p>
<p>Che io e te prima o poi dobbiamo morire, è ovvio, perciò il mio sguardo non può piacerti. Ci si guarda sempre come in un duello, anche se il colpo ti finirà, o mi finirà, domani, o tra molti anni a venire. Con i sensi di colpa ho chiuso. Un fratello di sangue mi dice: “Non sai quello che ho fatto per te”, e io rispondo: “Sì, mi hai guardato morire”. Dev’essere tra le pieghe di queste battute che si nasconde il perché di questo cambiamento: che da giorni, quasi un mese, io sono Anton Chigurh.<br />
<span id="more-2072"></span><br />
2.<br />
Gli scrittori italiani sono buoni. Questa frase mi è sempre rimasta in testa come l’articolo Uno della Costituzione, l’unico che conosca, l’unico che si senta citare in televisione nei dibattiti politici. È come se con la violenza avessero sempre avuto un rapporto attutito, indiretto, sociologico. Nella letteratura italiana si tiene un grande festival della sofferenza psichica, e in alcune propaggini più recenti, una carrellata porno della dipendenza da sostanze (tra esse includo anche l’amore), le quali, nella scala delle sofferenze, hanno di gran lunga surclassato il dolore nudo e crudo del corpo. Eppure a me sembra che la fatica di vivere sia una faccenda di muscoli, testa, nervi, sangue. Difficile trovare di queste cose nella letteratura italiana. Difficile trovare un mal di testa. Non voglio dire un’emicrania, un oscuro male, un principio di tumore maligno al quale seguirà un lutto e un ulteriore sviluppo narrativo, quando il figlio rimasto orfano andrà a fare il surf in Liguria e partirà la canzone di Tom Waits o una Gymnopedie di Satie. E tantomeno, sia chiaro, parlo di una decapitazione mediante katana. No, un mal di testa. Una notte insonne. Semplice. E il mio fratello di sangue: “Tu, che ti consideri uno scrittore, hai scritto quasi solo di sofferenza psichica”, e io gli rispondo: “Ma era chiaro in ogni punto del mio libro che quella sofferenza psichica non era reale, e che il mondo – Parioli, destra, sinistra, Roma nord, tutte le sciocchezze che hanno scritto – non era che uno stentato paradosso. Devi considerare che la depressione non è una vera malattia, noi ce la siamo inventata. Devi considerare che c’è qualcosa di vero nell’aprire gli occhi dopo otto ore di sonno, come c’è qualcosa di vero nel non chiuderli per ventiquattro ore filate. La stessa verità contenuta in un bacio. Il falso sta nel tenersi la testa tutto il giorno lamentando una sofferenza psichica o vomitando paranoie da sostanze. Il falso sta nel chiedere ancora qualcosa”. Dev’essere tra le pieghe di queste battute che si nasconde il perché di questo cambiamento: che da giorni, quasi un mese, io sono Anton Chigurh.</p>
<p>3.<br />
Aborto, sì o no. Droghe, sì o no. Promiscuità sessuale, sì o no. Dio, sì o no. Chigurh ha una risposta a tutti questi dilemmi. La sua risposta è una domanda. Testa o croce? Provate anche voi, per dire, con vostra figlia o vostra nipote o vostra sorella minore. Papà, zio, Giordano, sono incinta, potrei abortire, ma sono perplessa, ho un attimino un problema in materia di etica, mi dai un aiutino? Ma certo amore, allora dimmi, testa o croce? Come? Testa o croce? Facciamo che aborto è testa e non aborto croce? Scegli tu. Hai la scelta. Siamo un paese libero, perdio. O ancora. Sono il lui di un altro lui, sono insomma un omosessuale e voglio avere un bambino. Prendo una donna che non conosco le stacco un ovulo poi prendo un’altra donna che non conosco faccio impiantare l’ovulo in questa seconda donna poi la faccio inseminare col mio seme poi vado dal mio compagno, che in fondo è l’unico ad avere diritto a sentirsi rivolgere questa domanda e gli chiedo: “Sei d’accordo?”, e lui: “Decidiamo col gioco del testa o croce”. Certo la sensibilità non è il mio forte. Ma non capisco. Non capisco. Sono stupido. So pagare una bolletta, so comprare un telefonino con scheda ricaricabile. Saprei anche sparare in faccia a qualcuno, come Chigurh. Il resto, no, mi arrendo.</p>
<p>4.<br />
Anton Chigurh è lo spietato assassino inventato da Cormac McCarthy nel suo ultimo romanzo “Non è un paese per vecchi”, pubblicato da Einaudi nella spettacolare traduzione di Martina Testa. Il libro conta 251 pagine e costa 17 euro. Chigurh uccide con una pistola a aria compressa, adoperata, rivela McCarthy, per abbattere il bestiame nei mattatoi. Nasconde la pistola nella manica. Porta la bombola dell’aria a spalla. A volte, non solo per capriccio, concede una possibilità di scamparla ai malcapitati che incrociano la sua strada. Tira fuori una monetina e dice: testa o croce? Non è il male assoluto. Credo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2006/05/05/chigurh/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>21</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2072</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Tedoldi, Updike</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 18:18:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[francesco longo]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[playstation]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesco Longo Giordano Tedoldi è uno scrittore che sa cos’è la Letteratura. Il suo libro mette in luce la debolezza strutturale di molti suoi colleghi, gli scrittori che nelle interviste o nelle presentazioni affermano con vanto: “Mi sono formato su fumetti e telefilm”, “Il mio immaginario sono i videogiochi”, “Non leggo narrativa, sono cresciuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Francesco Longo </strong></p>
<p>Giordano Tedoldi è uno scrittore che sa cos’è la Letteratura. Il suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881127210/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881127210&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> mette in luce la debolezza strutturale di molti suoi colleghi, gli scrittori che nelle interviste o nelle presentazioni affermano con vanto: “Mi sono formato su fumetti e telefilm”, “Il mio immaginario sono i videogiochi”, “Non leggo narrativa, sono cresciuto con Playstation e cinema”. A questi autori (oggi sono moltissimi) bisognerebbe rispondere: “E si vede”, e non leggerli più.</p>
<p><span id="more-1966"></span><br />
Tedoldi racconta la stessa identica realtà che raccontano i suoi colleghi (le fidanzate, le auto, il sesso, la città, la vita), ma con mattoni fatti di un altro materiale. Nella bandella di presentazione Marco Lodoli lo definisce “il lato interno di Ammaniti”, definizione oscura, che però si rifà proprio ad uno di quegli scrittori che si vanta dell’abuso di videogiochi. Ma se l’albero di mele origina le mele, la Playstation origina testi bidimensionali (pur bellissimi e scorrevolissimi), la Letteratura può originare (non è detto) altra letteratura. Tedoldi, visti i risultati, deve essersene alimentato.<br />
Questo libro credo vada letto alla luce di questa distinzione fondamentale. Lodoli, per esempio, rintraccia in Tedoldi “spietatezza”, “disgusto”, “disperazione”. Vero, ci sono. Ma usare oggi queste parole vuol dire preparare il lettore a leggere l’ennesimo libro che racconta: “Ho ucciso i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure&amp;Vegetal” (Aldo Nove, Superwoobinda). L’incipit di Aldo Nove è stato un incipit geniale. Ha creato qualcosa che non esisteva. Ha portato qualcosa che stava fuori dalla letteratura dentro la letteratura. Ma in questo trapianto di organi è avvenuto quello che i trapianti rischiano sempre: il rigetto. Il contrabbando non è riuscito. La letteratura, alla lunga, rifiuta di essere costruita con le marche dei bagnoschiuma, con schizzi di sangue, o con sigle di programmi tv, perché preferisce gli scacchi, le candele, le pistole. E Tedoldi è uno che scrive di scacchi, candele e pistole. La letteratura, alla lunga, non vuole personaggi istintivi, irrazionali, anaffettivi, spinti solo dagli impulsi, illogici (i personaggi cioè che ci hanno avvilito negli ultimi anni), vuole dei disperati veri, che usino parole come “dolore” e “anima”, e Tedoldi, queste due parole le usa.<br />
Se al posto di vagabondare nei centri commerciali si ingoiano i classici russi, la probabilità di dar vita a storie letterarie aumenta. La Letteratura affiora in questi racconti così: “Presero quel treno insieme”; “Chissà se qualcuno mai ci perdonerà”; “Perché siamo tristi?”; “Abbassò lo sguardo e finì le patate”; “Spero proprio che stanotte nevichi”. Tedoldi deve aver mangiato Čechov, non i Mars.<br />
Detto questo bisogna dire che forse a Tedoldi la letteratura non interessa. Non so se la cerchi o no, forse non ne può fare a meno e basta. Anzi, uno dei temi ricorrenti di questi racconti è il disprezzo verso la società intellettuale: “questo sottobosco di intellettuali romani cui appartengo”, contro i quali spara a zero: “amo i miei amici scrittori, gli voglio bene come ai miei piccoli fratellini mongoloidi”; “le donne non sanno scrivere”; “tutti intellettuali senza scampo”.<br />
La seconda cosa che Tedoldi conosce è l’angoscia. Oggi tutti scrivono dell’angoscia. È più facile ostentare l’angoscia che la bellezza, perché risulta più immediata. Non c’è una mostra fotografica che per raccontarci l’angoscia non metta in scena corpi nudi trafitti da spilloni. Very easy. Sembra sia la cosa più facile da descrivere solo perché gli artisti pensano che sia sufficiente sbatterla addosso allo spettatore. L’eleganza, la raffinatezza, o la bellezza si annullano se sono ostentate (l’efficacia arriva proprio nel momento in cui si nasconde il progetto, l’intenzione di essere raffinati o eleganti). Per i prodotti artistici brutti, fastidiosi, si pensa che questo lavoro di nascondimento non vada operato. L’idea è: riempio le scene di sangue e torture, ti ho spaventato. Riempio le pagine di sesso, ti ho mostrato il vuoto esistenziale. Tedoldi riempie le pagine di angoscia proprio perché si preoccupa sempre di servirla coperta, protetta, occultata. Cerca di tenere angoscia e sesso sempre appena visibili. L’angoscia qui dilaga e colpisce duramente proprio perché non è sbattuta in faccia al lettore. Sintesi di quanto dico, mi pare stia in una frase esemplare lasciata tra le pagine del libro: “ho delle bellissime occhiaie”. Questo fa Tedoldi, crea sofferenza perché ne costruisce un’estetica, predica il decoro della disperazione, esige rigore al posto della volgarità, aborrisce la sciatteria, mette in scena sempre personaggi che cercano in qualche modo di “soccombere con dignità”.<br />
Nei racconti di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881127210/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881127210&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Io odio John Updike</a> al fondo di questa cupezza rimane, è disonesto non dirlo, una fortissima tensione verso la felicità (è anche questo, certo, che mostra l’infelicità). Un personaggio vorrebbe avere sulle pareti di casa un Adamo ed Eva: “quando mi alzo la mattina ed entro in salone voglio vedere una coppia unita da Dio in persona”. Un altro, piagnucoloso come tutti gli altri, si lamenta: “ho bisogno di te come non mai. È quasi peggio che amarti”.</p>
<p><em> apparso il 29 marzo su &#8220;Il riformista&#8221; </em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1966</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La prima generazione già nata disincantata</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2006 23:06:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[john updike]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/</guid>

					<description><![CDATA[di Christian raimo Spiace parlare di più libri insieme, facendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian raimo </strong></p>
<p>Spiace parlare di più libri insieme, facendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese in questo tempo emerge proprio per il loro evidente individualismo. Il loro essere isolati, un individualismo coatto, verrebbe da dire.</p>
<p><span id="more-1948"></span><br />
Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (Fazi, 13,50 e), Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori, 15 e), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… di Aldo Nove (Einaudi, 12,50 e) – ossia un libro di racconti, un romanzo e una raccolta di interviste – mettono tutti e tre in scena la piccola terra guasta d’Italia, un paesaggio umano spettrale – al limite del vivibile – raccontato con una consapevolezza che si fa di riga in riga più acuta, più dolorosa. Ecco, a lettura finita – e ognuno di questi libri è una discesa in un limbo terribile ancora più perché mai diventa infernale –, la coscienza esattissima di questo disagio sembra l’unico bene in possesso dai personaggi che abitano queste pagine, veri o fittizi. Coloro che dovrebbero immaginare, se non costruire, il futuro fanno fatica, una fatica enorme, impossibile, persino a curare il rapporto di sanità mentale con se stessi e a gestire dignitosamente una sopravvivenza privata.<br />
Nati già disincantati, senza modelli di padri da uccidere, vendicare, o imitare, a passeggio tra le macerie di tradizioni ideali, politiche, di senso, di cui neanche hanno assistito alla rovina, questi scrittori non sono – come pure vorrebbero le esigenze del mercato editoriale – degli scrittori sintomatici: degli scrittori che danno una semplice testimonianza di se stessi come osservatori/vittime del proprio tempo. Non fanno parte di quella massa sovrabbondante di cronisti che pare non sappiano raccontare altro che le difficoltà di una gioventù espansa (dai venti ai cinquanta anni) insicura, instabile, infantile. Non sono per dire i beceri cantori del nuovo personaggio feticcio, Mister Precarietto. Tedoldi. De Siati, Nove sono scrittori che credono nella possibilità di redenzione di cui è capace la letteratura, che credono nella verità. Sono scrittori che sanno che questa possibilità passa per un’elaborazione interpretativa del reale, che deve essere spietata e pietosa. E sanno anche che c’è un unica pratica etica che spetta a chi scrive ed è il lavoro penetrante sulla lingua.<br />
Eppure. Eppure c’è qualcosa che lascia più freddi dopo averli letti. C’è un grado di temperatura che si abbassa. Sembra che questi scrittori rimangano soli. Semiatrofizzati nella possibilità di scorgere una dimensione incantata, bloccati nel trasformare il disincanto in rabbia, disillusi nel trovare una forma di condivisione che non sia rispecchiamento.<br />
Ma questo non è un giudizio di valore negativo, perché ognuno è a suo modo eroico, ossia sincero. Ognuno si orienta come scrittore verso una prospettiva di sguardo che rompa l’insipida narratività che “puzza di fiction”.<br />
De Siati lo fa con un romanzo-diario, una vita agra senza pirelloni da far saltare in aria, senza sezioni di partito in cui ubriacarsi, senza toni caustici. Aderente a una realtà di formazione di un giovane italiano qualsiasi: quasi cronachistico, esplicito/denunciante fino al didascalismo, con i nomi veri, i tic, le piccolissime mode, le esperienze minori, la scempiaggine, i prezzi delle cose, la quotidianità più inutile, la lingua più impastata, desiderosa di un riscatto a cui avrebbe un diritto come dire sindacale. Anche le metafore devono essere trasparenti. Forse l’esposizione di sé, almeno l’esposizione di sé, avrà un valore politico. (“È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l’effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l’acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo”).<br />
Tedoldi usa invece la mossa del cavallo. Evita a piè pari ogni compito di impegno civile, ogni desiderio di autorevolezza, ogni senso di responsabilità rispetto al mondo che attraversa, e anche – ed è per questo nobile – ogni ironia. Crede nella letteralità dei sentimenti. Crede che la tristezza si chiami disperazione e non anedonia o anaffettività. È un archeologo che scopre una civiltà sull’orlo dell’estinzione. Uno scrittore moderno, che ha vissuto su di sé l’estenuazione della nostalgia per la modernità, ma che non si abbandona alle consolazioni del postmoderno: un europeo del primo Novecento che si ritrova tra i pub e i cinemini di Roma. Ed è per questo che sa che seppure le personalità diventano maschere, quelle maschere/marionette/macchiette hanno una loro dignità complessa e assoluta. I personaggi del suo libro si chiamano Il Vigliacco, La Butterata, Campanellino, Capitano Uncino&#8230; hanno crisi di pianto improvvise, decidono e rinunciano nello stesso minuto, sono riccastri e poveracci, hanno scatti di orgogli ridicoli e umiliazioni coraggiose, agiscono in maniera così sghemba e scoperta che sono atti d’accusa viventi, scudi umani contro la condizione di deserto etico, politico di un Occidente piccolo come una camera d’albergo.<br />
Da fratello maggiore, Aldo Nove rinuncia a se stesso come scrittore. Diventa reporter, intervistatore, giornalista. Dopo aver provato la compassione mimetica come tentativo di racconto del disastro, si ritira a far domande e traccia – statisticamente – una mappa fenomenologica agghiacciante dell’Italia contemporanea. Ne esce fuori un’intera generazione, generazione per modo di dire, un’intera schiera di solitudini di “tamburi di latta”, di freak sociali, abbarbicati alla propria dignità culturale (la scuola dell’obbligo, l’università, l’autoironia, la “sinistra”) per non scivolare nel buco nero di un futuro che non c’è mai stato.<br />
Sono tre libri importanti questi, e proprio per tale ragione gli si vorrebbe chiedere ancora qualcosa. Da una parte il desiderio di un affratellamento, che la coscienza così acuta del male dell’individuo, dell’isolato, porti a una coscienza non dico di classe, parole impronunciabili?, ma di umanità. E dall’altra parte la ricerca di un pensiero forte, un tentativo di interpretare il mondo, già il mondo, che non scavi solamente la superficie ma porti alla luce la struttura carsica di un malessere pandemico. La mancanza di fascino della dimensione politica. La depressione come seconda malattia invalidante in Europa. Il disagio di una lingua logorata, abbrutita. Questi sono i dati da cui partire. Da qui partiamo anche noi?</p>
<p><em> apparso il 28 marzo su &#8220;Liberazione&#8221; </em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1948</post-id>	</item>
		<item>
		<title>DB9</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/11/db9/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/11/db9/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2006 14:12:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ferrari maranello]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/03/11/db9/</guid>

					<description><![CDATA[di Giordano Tedoldi Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giordano Tedoldi</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/copertina%20tedoldi.thumbnail.jpg" id="image1855" alt="copertina tedoldi.jpg" align="left" height="96" hspace="5" vspace="5" width="61" />Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti, e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.<span id="more-1854"></span></p>
<p>Ora ho la Ferrari Maranello, una bestia difficile da domare. Mi ha riacutizzato un dolore al ginocchio. È un vero e proprio sforzo fisico. Me l’hanno consegnata due settimane fa e dopo il primo giorno già ero deluso. Ero abituato all’affidabilità, alla maneggevolezza, diciamo pure alla comodità della Porsche turbo, una macchina con cui non rischi minimamente il dolore al ginocchio e al polpaccio, perché i freni sono morbidi e sensibili come la guancia di Enrica, non devi spingerli a fondo come con la Maranello. Poi però mi sono accontentato, tanto tra sei mesi la cambio. Quella del dolore del ginocchio per via dei freni duri non è una fisima, anche se di fisime ne ho molte, essendo un vero e proprio trentenne triste. Quando guido, una fisima è che non mi piace farmi vedere dalla gente – questo no, l’ho sempre detestato – ragion per cui guido soprattutto a notte fonda, quando le strade sono più libere, posso correre, le persone non m’invidiano, è questa la vera emozione che cercavo. La Ferrari ha la carrozzeria grigia e i sedili da corsa in pelle rossa, avvolgenti, con le cinture di sicurezza a X, che ti fasciano completamente. Peccato per i freni: sono durissimi. Il ginocchio mi fa davvero male. A volte si gonfia tutta la gamba.</p>
<p>Mi feci male al ginocchio a casa di Enrica, stavamo sdraiati sul divano e eravamo mezzi spogliati. Io avevo i pantaloni sbottonati e lei era in mutandine. Prima mi aveva invitato a salire dopo il cinema – all’epoca la scarrozzavo con la Porsche – poi ci eravamo allungati sul divano, lei aveva messo la testa sulla mia spalla, le carezzavo i capelli lisci biondi e pensavo al parabrezza della Porsche sporco di guano. I capelli glieli arricciavo dietro l’orecchio, poi lei mi aveva infilato una mano sotto il boxer per scaldarsela e io le avevo sfilato le mutandine per cominciare a leccargliela. Ci eravamo sdraiati per fare l’amore, e io, calcolando male le distanze, per farle spazio, per farla stare più comoda sul divano, ero rotolato a terra battendo il ginocchio. Ora quando freno con la Ferrari, specie dopo una bella stirata, devo stringere i denti, e sembro un attore in una scena d’inseguimento.</p>
<p>Quando la notte non ho sonno, mi vesto male, e alle tre del mattino vado in garage con la Smart, passo davanti al gabbiotto dai vetri polverosi del guardiano, gli chiedo a che ora vuole che torno, lui risponde quando mi pare, e prendo la Ferrari. Una volta in strada, giro senza meta e parlo da solo, mi compatisco, prendo a pugni il volante e bestemmio. A volte incontro un tizio. Guida un’Aston Martin DB9. Quest’uomo, le poche volte che l’ho incrociato, ho avuto modo di sbirciare dentro l’abitacolo come attraverso il vetro di un acquario buio. Dai brandelli che ho visto della sua faccia, deve avere qualche problema anche lui.</p>
<p>L’uomo che guida l’Aston Martin DB9, un seimila di cilindrata con 450 cavalli che fa da zero a cento in meno di cinque secondi, ha sempre i denti di fuori. Un po’ perché li ha sporgenti, un po’ perché mi sembra che digrigni. Anche lui è senz’altro un appassionato di auto sportive come me, perché anche lui circola di notte, quando le strade sono sgombre e i burini che dicono <em>anvedi che macchina</em> stanno dormendo. L’ho incontrato, o incrociato, piuttosto spesso. A volte corre come un dannato, sembra quasi che voglia fare una gara. Altre mi si affianca lento come un’imbarcazione in porto. Mi giro dalla sua parte, e vedo un testone con le zanne. Gli occhi sono sempre nascosti dal buio. Ogni tanto scuote la testa, contrariato. Forse gli dà fastidio il rombo del motore, che in effetti nella DB9 è troppo simile a una Formula Uno, suona eccessivo anche per un appassionato.</p>
<p>La notte dopo l’Immacolata ci ho parlato. Di mattina presto ero andato a scocciare mia sorella, e lei mi aveva portato a fare una passeggiata con il suo cane. Eravamo andati a mangiare una torta di pasta di mandorle al forno del ghetto, un forno gestito da tre donne grassocce che invariabilmente bruciano le torte e i dolci che sfornano, probabilmente perché hanno un forno antico, comunque mangiammo questi dolci bruciacchiati e Gloria, mia sorella, mi chiese se quella sera, come spesso capitava quando mi vedeva nervoso, avevo voglia di dormire da lei, ma dal momento che l’ultima volta, da lei, non avevo dormito per niente, rifiutai. Forse ci rimase male, ma mi sentivo in colpa all’idea di tenerla sveglia.</p>
<p>Ero nudo e avevo la pelle di un colore più scuro del normale. Non so bene dove mi trovassi, sembrava un appartamento disabitato, in alto, come un sedicesimo piano o così, con molte finestre dai vetri rotti, e le schegge di vetro sparse sul pavimento. Ricordo che avevo paura di ferirmi ai piedi, ero anche scalzo. Le finestre davano su una città che cambiava continuamente, i palazzi circostanti sembravano fate morgane, ricordavano i palazzi dei fumetti di fantascienza tipo Buck Rogers, fumetti che non ho mai letto, ma di cui forse qualcuno mi deve aver parlato fino alla noia. Ero seduto su un divano e abbassavo lo sguardo sul mio ginocchio malandato e gonfio. Ma non gonfio per il trauma della caduta a casa di Enrica. Il gonfiore era dovuto a una cosa che se ne stava appollaiata sul mio ginocchio. C’era un specie di insetto, un insetto che non credo possa essere classificato da alcun entomologo. Era del colore dell’ambra, grande quanto… non saprei dire, un palloncino di medie dimensioni. Le zampe, numerose come quelle di un centopiedi, erano corte, seghettate e dorate. Il torace, se così si può chiamare, dell’insetto, era liscio e lucido, e in realtà sembrava che il tipico colore ambrato derivasse dal suo sangue, un sangue che però non circolava lungo vene e arterie, ma come imbottiva l’insetto all’interno di quel sottile rivestimento lucido. Se alzavo un poco lo sguardo, nel mio campo visivo, in basso, vedevo l’ombra dell’insetto appoggiato sul mio ginocchio, con le sue zampette che mi punzecchiavano la pelle. Stava in equilibrio sul ginocchio e non mi faceva male.</p>
<p>Nel sogno non facevo niente per sbarazzarmi di quella specie di palloncino ambrato e con due lunghe antenne dalla parte della testa, le zampette dorate, che aveva deciso di sostare sul mio ginocchio. L’unica cosa di cui ero preoccupato, era che il ginocchio cominciasse a farmi male, ragion per cui guardavo nervosamente fuori dalle finestre senza vetri per capire la situazione del tempo, perché se avesse cominciato a scurirsi, a tirare quel vento freddo che poi porta pioggia, sarebbe stato un guaio, con l’insetto sul ginocchio, tentare di scacciarlo per spalmarmi il Voltaren e massaggiarmi. Non ricordo come finisce il sogno, che comunque ho già fatto diverse volte. Forse, alla fine, l’insetto si muove o sono io che lo mando via.</p>
<p>Il giorno dell’Immacolata il clima era molto rigido. E le farmacie di turno erano piene di gente. Avevo atteso che la processione sgomberasse, quindi ero entrato in una farmacia affollata quanto una sala corse a comprare aspirine e una nuova crema antidolorifica che veniva consigliata addirittura per lievi interventi chirurgici. Chissà chi mi aveva detto che il mio ginocchio ne avrebbe tratto benefici insperati. Io non ci credevo ma, passata la mia fase naturalistica, in cui non prendevo nemmeno un anti-infiammatorio quando mi scoppiava la testa, ora ero nella fase in cui provavo di tutto, meno le cose con le erbe, perché mi facevano regolarmente rimettere. Uscii e fui salutato da alcune gocce di pioggia sugli occhiali. Il mio campo visivo divenne come il parabrezza di un’auto in Polonia, a novembre. Pensai che guidare, quella notte, sarebbe stato ancora più piacevole. Le strade ancora più libere, quella luminosità ferrosa sull’asfalto, i cordoli come acciaio lucido, perfino le macchine della polizia e dei carabinieri di pattuglia hanno un che di più denso, di meno petulante, con la pioggia.</p>
<p>Così, quella notte, dopo aver chiamato mia sorella per confermarle che non avrei dormito da lei, poteva stare tranquilla, non l’avrei certo tirata giù dal letto ripensandoci a notte fonda, e dopo aver provato a dormire ma senza riuscire a chiudere occhio, mi sono vestito a casaccio e qualche minuto dopo ero chiuso in Ferrari con il riscaldamento acceso, lo spannamento sul lunotto anteriore e posteriore, e mi ero fermato a un semaforo su piazza Euclide, dopo aver guidato al massimo a venti all’ora per scaldare il motore, prima di stirarlo a fondo. Quando mi sono voltato dalla parte del passeggero per controllare una ditata sul finestrino ho visto sfrecciarmi accanto qualcuno che digrignava i denti, come un personaggio di Francis Bacon: gli ho visto solo i denti a quel matto. Sono avanzato piano, non di più di una quarantina di metri, finché non mi sono fermato a un altro semaforo con lui. Il semaforo era verde, ma non avevamo nessuno dietro, e stavamo fermi, in surplace. Ho guardato dalla sua parte per capire se per caso si poteva parlare. L’uomo mi ha fatto segno di abbassare il finestrino: il suo era già abbassato.</p>
<p><em>“Mi brucia il culo”, ha detto l’uomo che guida con la smorfia di rabbia e che digrigna i denti.<br />
“Perché?”<br />
“Perché questa troia non ha l’albero della trasmissione isolato”.<br />
“È una macchina magnifica, magnifica, non ci sono altre parole. Nemmeno una donna. Non ho mai visto una donna bella quanto la tua macchina”.<br />
“Vuoi fare una gara?”<br />
“No”.<br />
“Andiamo, non cacarti sotto subito, hai una Maranello mica una Punto”.<br />
“Sono le sei, è quasi giorno. Vado a casa”.<br />
“La prossima volta, allora. Lo sai che non è la prima volta che ti vedo?”<br />
“Stessa cosa per me”.<br />
“Ciao bello, un’altra volta si fa gara”, mi ha detto l’uomo.<br />
</em><br />
Il semaforo nel frattempo era diventato rosso, e poi è scattato il verde. Ricordo che ho resistito alla tentazione di guardare l’uomo un’altra volta mentre affondava il piede sull’acceleratore, perché sarebbe stato come guardare il moncherino di un handicappato. Siamo partiti insieme, di scatto, ma non ci siamo cimentati in una gara. Io ho svoltato quasi subito per andare a casa, lui l’ho visto sparire in pochi secondi in direzione dell’Olimpica.</p>
<p>*</p>
<p>La cosa bella di guidare macchine sportive, è che sono arnesi sensibili. Una macchina sportiva è così sensibile che se sbagli di poco puoi morire. Se sbagli di poco puoi mettere a rischio la vita altrui. Un episodio in particolare mi ha colpito. Cito un ritaglio di giornale, riguarda un fatto accaduto nel 1999:</p>
<p><em>Olbia. Antonio Leandro, 32 anni di Bologna, collaudatore della casa automobilistica (la Lamborghini n.d.r.), in Sardegna insieme ad alcuni colleghi per presentare la nuova versione della fuoriserie Diablo, è morto carbonizzato dopo il violento urto contro una Fiat Uno a bordo della quale viaggiava Sebastiana Pinna, 57 anni di Lula (Nuoro), deceduta nell&#8217;urto.</em></p>
<p>Leandro, che stava collaudando l&#8217;auto, ha effettuato una serie di sorpassi a velocità elevata. L&#8217;ultimo è stato fatale. Ha infatti urtato un camion carico di mangime e, dopo aver sbandato, è finito contro la Fiat Uno a bordo della quale viaggiava la famiglia di Lula. L&#8217;utilitaria è stata trascinata dalla Lamborghini per alcune centinaia di metri. Le due auto dopo aver strisciato contro il guard-rail hanno preso fuoco. Per Leandro e la donna non c&#8217;è stato niente da fare.</p>
<p>Quando guido immagino sempre di portare Enrica, seduta nel posto del passeggero. Non ha importanza che lo stia solo immaginando, già questo mi aiuta a guidare meglio. Quando faccio una cazzata avverto la stretta di Enrica sulla coscia, e quelle specie di ululati diabolici che faceva quando, scarrozzandola in Porsche per andare a bere prima di un cinema, imboccavo per sbadataggine un senso vietato a alta velocità, un errore che ancora oggi, con la Ferrari, mi capita di fare. Non riesco a capire come mai non riesco a correggere questo errore. Continuo a infilare sensi vietati sparato come un missile e solo quando è tardi mi accorgo del segnale rosso con la banda bianca. È come se visualizzassi il segnale solo <em>dopo averlo visto effettivamente</em>, come se fosse un ricordo, o un sogno. Per fortuna finora mi è andata bene: sento un urlo feroce nel cervello, subito inchiodo, ingrano di corsa la retromarcia tentando di soffocare il panico, e guardando nello specchietto retrovisore mi faccio quei dieci quindici a volte quaranta metri per uscire dall’imbuto. Devo proprio starci attento a questa cosa, è una specie di coazione a ripetere che mi perseguita e oltretutto è stupida. Posso fare davvero male a qualcuno, un giorno, e farmi male anch’io.</p>
<p>Enrica per dei lunghi periodi parte. Non so chi vada a cercare, per quello che ne so, potrebbe essere un agente segreto. Sui suoi viaggi cala il velo di un impenetrabile mistero e tutte le volte che torna è sfinita, come avesse ammazzato un ministro degli esteri con un calice di vino avvelenato. Anche se non mi dirà mai dove va, finge di essere offesa per la mia presunta indifferenza. “Non te ne importa niente di me, ad esempio, non mi chiedi mai dove vado quando parto”, mi ha rimproverato una sera che ero salito a bere un gin tonic da lei. “Guarda, bella, che sono stato educato a non romperti i coglioni. È la mia formazione. Non voglio sapere dove vai”. Enrica ha sorriso e ha messo sul compatto un disco di Nick Cave &amp; the Bad Seeds. Ogni tanto la sfinisco con le mie speculazioni finanziarie, e lei mi sfinisce con la sua insana passione per il teatro, che io trovo… non ho nemmeno le parole, è un mondo che non capisco. Oltretutto, trovo ridicolo che lei sia abbonata a queste stagioni teatrali piene di pensionati in dentiera. A volte le tocca perfino andare a vedere gli spettacoli dei comici, tipo Teo Teocoli, oppure vecchie carampane o peggio ancora musical con attori canterini romani. I musical con attori canterini romani, mi ha confessato una volta, non ce la fa nemmeno lei. Una sera c’era uno spettacolo con Massimo Ghini, o che ne so io, e mi ha chiamato al telefono. “Mio Dio”, mi ha detto, “stasera ho l’abbonamento e c’è questo spettacolo musicale – qui ha detto il titolo e gli attori principali – e mi sono impegnata con – qui ha detto il nome della sua amica colla quale si è abbonata alle stagioni teatrali in dentiera – per favore, salvami, fa’ una delle tue cazzate!” e io, pronto come una serpe: “Porca puttana, fatti trovare pronta tra cinque minuti, passo a prenderti in Ferrari”.</p>
<p>Quattro di notte e rotti del ventuno dicembre. Sono fermo davanti alla vetrina di un negozio che vende tutto e niente, ma con pretese. Prima o poi dovrò fare questi cazzo di regali. Sbuffo e mi metto a guardare in strada, appoggiandomi alla portiera affusolata della mia Maranello. Guardo le altre macchine parcheggiate, quasi tutte targhe nuove, piccole scatole di latta in confronto alla mia. Le loro, hanno i copertoni sporchi e usurati, gli pneumatici sottili, hanno delle ammaccature e dei graffi, non vengono lavate da quanto? E sì che un lavaggio non costa nemmeno dieci euro. Passo un dito sopra il cofano di una Mercedes e accarezzo acqua e fango, più fango che acqua. Sono sporche, impolverate, allineate come cadaveri lungo i marciapiedi. Queste piccole non sono benvolute, no. Sono disprezzate. E perciò sono così brutte. Se passa una di queste macchine, non le notiamo nemmeno. Se invece passa la mia, e contemporaneamente Nicole Kidman, non so, ecco, me la giocherei. Riporto la Ferrari in garage, il guardiano nel gabbiotto non mi saluta, vado alla mia Smart, sprofondato fino al naso nella sciarpa, per tornarmene a casa che fa un freddo assassino. Come metto i piedi fuori del garage sento, a basso regime, come in sordina, il rumore di una Formula Uno. Lì sulla strada, un missile color canna di fucile mi si para davanti. L’Aston Martin DB9, il finestrino abbassato, il motore che rumina e manda un vapore caldo dal cofano. Lui, quel faccione gonfio un po’ comico, mi si rivolge con un’aria serena, se non fosse per i grandi occhi azzurri con le venuzze rotte, e quel modo di stringere la bocca per coprire le zanne, col risultato che più che una bocca sembra una cicatrice coi punti. Si è tagliato i capelli molto corti, che mi ricordo aveva biondi.</p>
<p><em>“Così è a questo sfascio che lasci la Ferrari”, mi dice.<br />
“Sarà uno sfascio, ma costa un fottio”.<br />
“Perché non provi quel garage a circonvallazione Clodia”.<br />
“Chiude all’una e mezza. Io ho bisogno di prendere la macchina di notte”.<br />
“Ma non hai un box?”<br />
“Me la rubano, in un box”.<br />
“Stai messo bene, stai”.<br />
“Sto di merda, ma non digrigno i denti come te”.<br />
“Fanculo”.<br />
“Si nota un casino”.<br />
“Non prendermi per il culo. Non mi fa mica piacere”.<br />
“Okay, non ti prendo per il culo. Ci presentiamo o continuiamo a fare i misteriosi del cazzo?”<br />
“Mi chiamo Martino. E, non ci crederai, ma questa macchina mi porta una sfiga maledetta”.<br />
“Ah sì?”<br />
“Sì, mi sento un po’ come l’Olandese Volante, conosci la storia?”<br />
“No”.<br />
“Dannato a doppiare in eterno il capo di Buona Speranza perseguitato dalle tempeste finché l’amore di una donna pura… stronzate del genere. Ma l’Olanda non c’entra niente. È la maledizione delle macchine inglesi. Prima avevo una Jaguar XKR. L’elettronica si rompeva ogni tre mesi. Una volta sono rimasto fermo a Palmanova. No dico, hai presente la provincia friulana?”<br />
“Ho presente la provincia”.<br />
“Appunto, cazzo. Si nota proprio questa cosa che faccio coi denti, eh?”<br />
“Non fissarti, sennò è peggio. Cos’è che non ti va, Martino?”<br />
“Dimmi il tuo nome”.<br />
Gli dico il mio nome, e lui riprende a spiegarsi.<br />
“Quello che non mi va è che ci siano tutte queste orribili macchine scassate in giro. La gente non ha alcun rispetto per le macchine. Non ne capiscono niente. Sciatti”.<br />
“Guarda, se vuoi saperlo, sono assolutamente d’accordo”.<br />
“Non c’è nulla di più demonizzato ai giorni nostri della macchina, non sei d’accordo?”<br />
“Sono assolutamente d’accordo”.<br />
“E le guerre sono per il petrolio, e il petrolio a chi serve?”<br />
“Alle nostre macchine”.<br />
“Esatto. Alle macchine si imputano le guerre, capisci la follia, la deresponsabilizzazione?”<br />
“E’ un porco alibi”, gli dico.<br />
“Uno ormai entra in guerra quando vuole. Tanto, alla peggio, gli dicono che lo fa per il petrolio e per le macchine. E allora lui risponde: e sticazzi?”<br />
“Già”.<br />
“Eppure le macchine, voglio dire macchine come le nostre, le Lamborghini, le Porsche, le Ferrari, sono perfette. Sono meglio loro del vaccino dell’Aids”.<br />
“Sono senz’altro d’accordo”.<br />
“Io voglio una macchina eccezionale, non voglio guarire dall’Aids. Di Aids voglio morire”.<br />
“Già”.<br />
“E invece guarda i marciapiedi, cosa vedi?”<br />
“Una tristezza”.<br />
“Tutti scaldabagni di merda”, dice Martino. “Ogni famiglia ha una macchina a testa, e ognuno la odia. Guarda come cazzo le tengono, guarda!”<br />
“È questo che ti fa tenere sempre i denti stretti?”<br />
“E’ questa indifferenza, sì, ma a parte questo…”<br />
“Sì?”<br />
“Lascia perdere. Ti dico solo che se mi capita una donna nuda nel letto, la sbudello”.<br />
</em><br />
Il guardiano del garage si avvicina e sforzandosi di parlare, cosa difficile per un subumano come lui, ci informa che è meglio se il signore spegne il motore, perché a volte quelli che abitano sopra il garage si lamentano, “e questa c’ha il motore che sembra una formula uno”. Poi rientra nel suo gabbiotto munito di calendario di padre Pio a guardare la televisione. Invece di spegnere il motore, Martino mi fa un cenno col testone e se ne va. Chissà dove abita. L’ennesimo sbudellatore frustrato del cazzo.</p>
<p>*</p>
<p>Fare i regali di Natale è come vomitare, poi annusare la pozza e cominciare a rimangiarsela. Ma oggi mi tocca. Non so se comincerò a comprare qualcosa, ma non ci capito tanto spesso in centro perché arrivarci è un’impresa, ma una cosa a Enrica e a mia sorella vorrei prenderla. Prima però mi sono concesso un whiskey alle tre di pomeriggio, a stomaco semivuoto avendo mangiato solo un pacchetto di crackers, poi ho chiamato il taxi. Nell’attesa ho defecato il secondo turno, il primo turno alle sette di mattina, ne farò un terzo presumo intorno alle sei. Ho messo su gli occhiali da sole che mi lasciano il segno sul naso, così li riporto dall’ottico e faccio regolare il ponte. Dovrei anche tagliarmi i capelli. Sul taxi, un orrendo cassone monovolume, penso a che vita patetica sia quella di questa gente che si sbrana per limitare le licenze. Il tassista, che mi fa un cenno tipicamente romano con la testa fuori dal finestrino quando esco dal portone, ha un brillantino all’orecchio destro. Sta parlando al cellulare, salgo nei sedili dietro e visualizzo con nitidezza nel mio occhio interno un’immagine del 20 aprile ‘41 che ritrae il professor Ferdinand Porsche in compagnia di un uomo magro e dalla fiacca personalità, Adolf Hitler, di cui quel giorno ricorreva il compleanno, mentre collaudano un VK4501 Tiger P, un panzer di 45 tonnellate, che non andrà mai in produzione, nelle industrie di lavoro forzato Nibelungenwerke ne verranno costruiti solo cinque. Il tassista si compiace di terminare la telefonata e gli dico piazza di Spagna, la monovolume si muove nel traffico romano e andiamo ovviamente a passo d’uomo, figurarsi, è primo pomeriggio sotto Natale, il delirio, i motorini rischiano la morte, me ne schizzano ai lati in continuazione, sciamano, ho un conato e tiro su il whiskey, chino la testa in avanti e rapidamente lo inghiotto, qualcosa mi finisce sulla nocca della mano, qualcosa che è risalito su, ha un colore ambrato. “Ci muoviamo?” dico e il tassista non risponde, non guarda nemmeno nello specchietto come in Taxi Driver quando Robert De Niro carica tutta quella serie di psicopatici, tanto sembra ovvio che no, non ci muoviamo.</p>
<p>Venti minuti dopo, fermi disperati a via Mercadante, davanti allo zoo, il tassista mi dice se so niente della tigre che è scappata. E io: “No, non leggo i giornali”, e lui: “E io manco, l’ho sentito alla radio. Je stanno a da’ la caccia. Ma se rende conto? Una tigre pe’ Roma. Pare pure che sia vecchia. Mo’ non lo so quanto campa una tigre, ma dice che è come ’na donna de sessantacinque anni, poraccia”. E io penso: poraccia de che? Una vecchia tigre può anche farsi venire voglia di un’ultima avventura. Un ultimo morso serio, a strappare tendini e muscoli (mica per esibizionismo, per istinto) a un bambino vestito da eroe di Dragonball, a una zingarella coi denti bianchi, a me che vado a comprare regali di Natale. È triste, ma non saprò mai cosa stia pensando ora quella tigre. Spero non stia pensando quello che sto pensando io: cioè che il tassista, nonostante faccia lo sciolto, è frocio. Spero stia pensando qualcosa di meno ossessivo, di più lieve, di più moderno. Chissà la sua giovinezza di cucciolo di tigre. Spero non l’abbiano fotografata appena nata, o filmata per un qualche documentario stile Discovery Channel. Spero l’abbiano lasciata in pace, a bestemmiare il giorno in cui la potenzialità della sua nascita felina si tramutò in atto. Non fraintendete, non sono spiaciuto che sia nata. Dico solo che essere incazzati di venire al mondo, è molto in accordo col suo carattere di tigre. Di pericolo pubblico, di belva cui dare la caccia. Non sarà mica nata in cattività? Non sarà mica come la scimmia di cui racconta Vladimir Nabokov, che finalmente in grado di disegnare, disegnò le sbarre della propria gabbia? Certo è un bel paradosso, ficcare in gabbia gli animali selvatici. Facciamo loro la stessa cosa che accade a noi, in virtù del nostro sofisticato sistema sociale: <em>contenimento</em>. Nel loro caso il contenimento consiste nell’amarli, studiarli, fotografarli, pubblicarli, mandarli in onda, e infine sbatterli in gabbia sotto un’insegna ambientalista e infantile come<em> Bioparco</em>.</p>
<p>E io al tassista: “Ma dove l’hanno avvistata, la poveraccia?”, e lui: “Stammatina all’alba delle parti sue, ai Parioli. Je piacciono i quartieri bene”, e io: “Ma che quartieri bene, è solo che è vicino”, e lui: “Ma me scusi, me scusi, se io so’ ’na tigre, pure vecchia, ma che ce vado a fa’ ai Parioli? Io sta tigre nun la capisco… ma vattene a fa’ ’na passeggiata… che ne so… a rione Monti!”, e io: “Sì, dall’altra parte de Roma, che se non la investono prima, lì la affettano e la servono in qualche cinese, o peggio la invita qualche editore a prendere un aperitivo nella sua mansarda di vicolo degli Zingari, non so cosa sia peggio”, e lui: “Ma lei che lavoro fa?”, e io: “Non lavoro, faccio il mantenuto”, e lui: “Ah, me pareva, come parlava, è tipo ’a tigre lei! Nun fa niente da’a matina a’a sera”, e io: “Io soffro”, e lui: “Che?”, e io: “Sono un po’ una palla al piede”, e lui: “’O sa che è strano lei?”, e io: “Strano lo dice a Woody Allen, se casomai je sale sul taxi, non a me”, e lui: “’mazza o, come semo strani tutti. ’A tigre!, mejo che ’nce incontri a noi, te sbranamo de probblemi!”.</p>
<p>Dopo il simpatico siparietto, una cosa che a Manhattan, a Kuala Lumpur, a Bombay o a Sidney giudicherebbero come merita, una discesa ai gradini inferi dell’interrelazione sociale, ma questo, Roma, nemmeno è il Terzo Mondo, questo è Enne Mondo, Enne come numero infinito, delirante, mi riprendo con un sospirone e emergo dal taxi in una piazza di Spagna fredda pungente e vorticosa di miei sedicenti simili con buste di differenti dimensioni ma invariabilmente rettangolari e color grigio, crema, crema, grigio, bianco, grigio, crema, verdolino, crema, grigio, bianco, nero, rosa, crema, impreziosite da un logo espressivo di buona volontà e sofferenza di vivere. Sì perché c’è la crisi e i bambini non hanno il latte, questo è, tutte queste mani attaccate ai manici delle buste rettangolari. Pago il tassista e mi dico: “Roma, sei mia!” e una fitta tremenda di ansia mi trafigge alla bocca dello stomaco. Il Congo, il fiume nero, è ovunque e soprattutto dentro la mia pancia, tutt’intero. Mi appello a Cuor di Tenebra, a Kurtz: l’Orrore, l’Orrore, l’Orrore!, cantileno mentre cammino nel mio cappotto Emporio Armani verso Chanel in via del Babuino, per regalare una trousse a Enrica e niente di più caro di uno scialle a mia sorella.</p>
<p>Da Chanel, mi accoglie una commessa grassoccia con la parlantina sciolta che sembra guardarmi dall’alto in basso solo perché è alta quanto una modella californiana e questo la aiuta a superare i complessi di fare la commessa nonostante abbia superato la quarantina, ha la parlantina di un attore americano metodo Strasberg, quando si gira per condurmi da qualche parte noto l’etichetta di un codice a barre appiccicata sull’incavo del ginocchio della gamba sinistra dei pantaloni. Mi mostra le varie trousse, che poi sono due perché nel catalogo che mi hanno mandato a casa ce ne sono una buona mezza dozzina che hanno pensato bene di non ordinare datoché i giapponesi e le troie russe non le vogliono, mi domando cosa me li mandino a fare i cataloghi a casa, quando da un anfratto esce la direttrice, una signora per la quale provo un enorme rispetto considerato il lavoro di merda che fa, e la direttrice con quel suo sorriso ormai divenuto una seconda natura mi saluta perché mi conosce fin da quando sono venuto qui la prima volta con Enrica, della quale è in qualche modo amica, e io le spiego il mio problema, una trousse per Enrica e niente di più caro di uno scialle per mia sorella, e lei mi sottrae al diluvio verbale della commessa col codice a barre appiccicato alla gamba, si fa dare un badge, non so perché se le serva davvero o solo per il gusto di dire: “Scusa Laura dammi un badge”, e entriamo nel sancta sanctorum della boutique di Chanel di via del Babuino, un tempio dove quasi sono tentato di restare in calzini, una spianata di sabbia nera dove si accede solo con il badge e si può uscire anche all’esterno nello smog romano in una specie di cortiletto all’orientale con una magnolia magnifica, i giapponesi adorano prenderci il tè, e ci sediamo su una panchetta imbottita color crema vicino agli spogliatoi e con le pareti decorate da fotografie incorniciate di Greta Garbo e Coco Chanel, e la direttrice, chiamandomi per nome, lasciandosi come andare, allentando le falde del suo tailleur, smettendo di sorridere, mi fa: “Lo sai che mio marito ha una storia con quella puttana di Enrica? Lo sapevi?”</p>
<p>Viene fuori che Enrica sarebbe non una donna, ma una tigre. Non sto a raccontare tutto lo sfogo lacrimoso della direttrice di Chanel. La cosa che interessa è il ritratto che la direttrice mi fa di Enrica. Un’altra persona da quella che credo di conoscere. Tanto che più volte nel mezzo del suo sfogo le dico: “Ma stai parlando di Enrica? La mia ex?”, e lei: “E di chi? Va bene che faccio Roma-Parigi-Roma in un giorno e magari mi sono fusa il cervello con tutti questi russi che entrano e mi fanno venire i brividi, coi loro pacchi di contanti che ormai solo vederli mi viene il vomito, ma ancora la testa sulle spalle guarda che la mattina me la ritrovo, eh?”, e io: “Enrica che ti insidia il marito, da non crederci”, e lei: “Insidiato il marito, che bell’espressione gentile. Come sei gentile – bum, la direttrice di Chanel mi appoggia la testa sulla spalla, cazzo, sono nei guai – e com’è gentile anche Enrica, non ce l’ho con lei, quello che mi distrugge è che è stata più brava, più abile, più forte di me. Io che credevo di essere imbattibile, di avere tutto sotto controllo, di essere perfetta”, e io: “Va bene, ma ora che succede, tuo marito se ne va con lei, che succede?”, e lei: “Ma no, si sono divertiti, ora è già finita, o comunque è agli sgoccioli. La tigre ha fatto la sua sortita, mi ha portato via il marito per un po’, un uomo che in quarant’anni tra fidanzamento e matrimonio non m’aveva mai nemmeno detto una bugia, e ora sono qui, a giudicarmi una stronza, ferita, umiliata, e ogni mattina prima di alzarmi devo fare esercizi di autostima, devo sentirmi all’altezza del mio uomo, cosa che non mi era mai capitata, mi ha proprio trombata come una principiante, la tua Enrica”. E insomma, ve l’avevo detto: proprio patetico. Il tutto con la sua testa dai capelli innaturalmente rossicci sulla mia spalla. Che è pure stretta. Ma io ho sempre una freccia al mio arco. Una cosa per uscire dal patetico e buttarla sul ridicolo. Così dico alla direttrice di Chanel: “Cosa fai stasera? O meglio stanotte, dopo cena? Ho da poco preso una macchina nuova, mi piacerebbe mostrartela…”, e lei subito, come non attendesse altro, ma senza alzare la testa dalla mia spalla: “No guarda della tua macchina non me ne frega niente, ma domenica prossima c’è un concerto di musica minimalista all’Auditorium, un olandese, Martens, Mertens, non mi ricordo, mi piacerebbe tanto andarci e figurati se Stefano mi ci porta, a lui piacciono solo quelle lagne di ballate jazz, ecco, al concerto ci andrei molto volentieri, però da sola no…” e io capisco che siamo passati dal sentimentale al ridicolo al tremendamente… inadeguato. Lei è inadeguata. Io sono inadeguato. Soprattutto la musica minimalista all’Auditorium è inadeguata. Le carezzo un poco i capelli, lentamente, molto lentamente mi alzo in piedi, mi stringo nel cappotto, e vado via a fare altrove questi cazzo di regali.</p>
<p>*</p>
<p>Ti piace la notte, lettore? La notte delle feste, la notte quando hai casa piena di regali impacchettati che ti hanno riportato agli stadi più primitivi, indifesi, verminosamente sentimentali della tua personalità? Me ne sto in salone, solo e triste come un pupazzo di neve, e guardo questo dvd sadomaso, dove una domina inguainata in guepiere di pelle viola lo infila nel culo di un tale che somiglia tanto a uno che conosco, glielo infila dentro con un fallo di plastica pure lui viola, e il tale è costretto a dire, in inglese, frasi piuttosto facili anche per uno schiavo principiante come: “Mi piace prenderlo in culo!”, e la domina strilla: “Non ti sento!”, e lui: “Mi piace prenderlo in culo!” ma a volume raddoppiato, e a questo punto credo che il concetto sia chiaro, lascio tintinnare il mio scotch con due cubetti semisciolti di acqua Evian dentro, e mi domando perché mi sono portato a casa questo schifoso dvd, ora mi toccherà andare fino al videonoleggio e restituirlo, ho sempre odiato noleggiare i porno per questa cosa che poi tocca tornare e restituire. Restituire un porno, un controsenso immondo. È la notte del ventitré e già una mezza dozzina di dementi mi ha chiesto cosa farò la notte del ventiquattro. E già ho risposto che andrò a fare un giro in macchina. Andrò a soffrire in Ferrari. Mi piace piangerci dentro, quella macchina. Ho cominciato presto a piangere nelle macchine. Io non piango, non perché non sia una maledetta lagna d’uomo, questo lo vedete bene, non piango perché lo trovo uno sfogo da due soldi. Non mi libera. Però in macchina mi è capitato di farlo. Ricordo quand’ero ragazzino, mi portavo le prime fanciulle a scopare nei parcheggi, certi posti assurdi sulla via dei Laghi in direzione dei Castelli Romani, tutti posti con alberi e macchine e preservativi a terra, alberi e macchine e preservativi a terra, e finestrini abbassati da cui usciva lo sbuffo di fumo della sigaretta di fine chiavata. Quella è stata la mia educazione sentimentale, ne vedo ancora gli effetti.</p>
<p>La verità, la porca marcia verità, è che ci ha messo del tempo ad arrivare, ma alla fine mi è arrivato un pugno in faccia, questa storia che Enrica va in giro a predare uomini. Accidenti a me e quando sono entrato da Chanel. Se non ci fossi entrato, non l’avrei mai saputo. Perché non me l’ha detto? Conoscendo quella puttana di una tigre, non me l’ha detto perché si vergogna dei suoi sentimenti. Già. È una tigre. Perché cazzo mi viene in mente continuamente questa storia della tigre? Non sono così ubriaco, due bicchieri di scotch… Ah!, quella storia del tassista. Togliamo questo schifo di dvd e vestiamoci e andiamo a trovarla. Andiamo a conferire con lei. Non è nemmeno l’una, citofonerò e mi aprirà. Sono ancora il suo prediletto. Sono ancora il suo addestratore numero uno. Sono stato io a insegnarle a salire a quattro zampe sulla sedia da giardino. A saltare nel cerchio di fuoco. Sono stato io a insegnarle a leggere certi libri norvegesi, svedesi, che puzzano di paraffina spirituale da qui al Polo Nord. E sono stato io che una volta le ho detto: “Tu sei come una tigre, perché noi uomini vogliamo domare la tigre, ma tu sei assolutamente indomabile”, e lei per tutta risposta: “Tu non puoi domarmi, tutto quello che sei riuscito a domare è la Porsche, la Ferrari, la vera cosa che ami, le sole cose cui pensi. Probabilmente pensi che per fare l’amore siano indispensabili dei buoni pistoni”. E io: “Sì, lo penso. Un buon motore turbo”. E lei: “Guardati dentro, cosa vedi?”, e io: “Un cruscotto illuminato pieno di indicatori, un misto tra tecnologia luminescente moderna con laser azzurrini e vecchi contatori a lancetta, praticamente un’Aston Martin”, e lei: “Cos’è un’Aston Martin? Non so nemmeno di cosa parli”, e io: “Una macchina inglese, James Bond ti dice niente? Ora è uscito il nuovo modello, si chiama DB9, non è una bella sigla? Non è un bel suono, DiBBìNNove?  Perché, perché non ti interessa niente di tutto ciò?”, e lei: “E chi ce l’ha questa DB9?”, e io: “Che io sappia, ancora nessuno, forse qualche angelo invisibile, qualche creatura di un film di quelli che piacevano a te, quel regista tedesco con gli occhialini da intellettuale”, e lei: “Vedi? Tu non ti interessi alle mie cose come puoi pretendere che io mi interessi alle tue”, e io: “Vieni, vieni, vieni a fare un giro in macchina con me, fai la strafica accanto a me, vieni a fare la strafica sul sedile del passeggero”. Sogni, amici belli. Sogni. Quando scarrozzavo Enrica in Porsche, una cosa che avrebbe mandato in estasi un milione di ragazzine svuotate d’anima. E a lei non gliene fregava un cazzo. Andavamo al Nuovo Sacher, in Porsche. Andavamo all’Azzurro Scipioni, in Porsche. Andavamo ai teatrini coi topi e le pulci, in Porsche. E lei sempre con quell’aria: “Che uomo cafone”. E io, signorsì, cafone. Non sapevo cosa guardare di più, cosa fosse più bello, il profilo di Enrica seduta accanto a me, con le cinture di sicurezza a X a fasciarle il fortunatissimo corpo di cui è dotata, oppure il tachimetro, il navigatore satellitare, il pomello del cambio, tutta la magnifica tecnologia della mia macchina sportiva da privilegiato. L’amore è veramente una magnifica lotta. Ma devi essere ambizioso. Altrimenti, se non sei ambizioso, rischi di essere felice, e allora tutto finisce. Il motore e le luci del cruscotto si spengono, e la tua creatura del cielo, la più bella donna che tu abbia mai visto, sparisce in un teatro off e non si farà mai più riaccompagnare.</p>
<p>Esco, ma non vado da lei. Se le voglio un’oncia di bene, devo lasciarla in pace, Enrica. Vado solo a fare un giro per calmarmi un po’. Non passo nemmeno in garage a prendere la Ferrari. Ho solo bisogno di guidare un po’. La Smart andrà benissimo egualmente. Una delle vetture più umilianti, ridicole, perfetto specchio della nostra identità rattrappita e miserevole. Vestiamoci male e usciamo con la scatoletta di plastica, dunque.</p>
<p>Quando arrivo alla Smart, parcheggiata in strada sotto casa alla mercé di chiunque, tanto chi se ne fotte, lì per lì il mio cervello registra qualcosa di anomalo, ma non capisce cosa. Poi come un cieco che riacquisti la vista di colpo, cammino intorno alla macchina che, messa in doppia fila, in doppia fila di proposito, vista l’ora, me la blocca. In realtà ne blocca due, la mia e un’altra davanti. L’ostacolo è un’Aston Martin DB9 canna di fucile. Mi chino per guardare nell’abitacolo, ma non vedo nessuno. Non c’è bisogno della chiaroveggenza per capire che è quella di Martino. Bene, prendiamolo come un segnale: mi vuole parlare. Se però apparisse, spuntasse fuori, e anche alla svelta, sarebbe meglio. Voglio dire, fa un freddo del cazzo e io parlare posso farlo solo finché la temperatura corporea non scende sotto i trenta gradi, forse dovrei farmi venire in mente qualcosa per farlo apparire, per evocarlo, un esorcismo, qualcosa, senonché non mi viene niente di meglio che:</p>
<p><em> “Ma va’ all’Inferno”, impreco.<br />
“Quando andrò all’Inferno”, dice Martino, sbucando dall’angolo con viale Parioli, come se fosse stato in attesa sotto gli alberi intossicati dallo smog, “non sarà un problema. Iddio mi dirà: Martino, tu non meriti nient’altro che l’Inferno. E io gli dirò: Padre, una sola cosa, come cazzo devo comportarmi laggiù?”<br />
“Ne fai una questione d’etichetta?”<br />
Lui ride con quel testone di bambino lasciandosi sfuggire le zanne fuori dalla bocca. Con questo freddo, indossa solo una giacca di pelle nera sopra un maglione pesante a righe da marinaio. Per la prima volta mi rendo conto di quanto sia grosso, mi rendo conto che se si trascende, finisce male.<br />
“Dài, guarda qua, ti ho chiuso. Ti ho bloccato. Questo è l’Inferno. L’Inferno non è a molte miglia sottoterra. L’Inferno è sentire i vicini che scopano, le porte dell’ascensore che sbattono nella tromba delle scale, uno che ti si piazza in doppia fila e tu ti disperi e gridi come un cornuto ‘ma dove cazzo sono i vigili’?”<br />
“L’ho già sentita questa, la vita fa schifo, questa valle di lacrime, eccetera. L’ho già sentita troppe volte”.<br />
“Bisogna sapersi comportare all’Inferno. Perché che sia l’Inferno, non c’è dubbio. Ma se ti sai comportare, certo, puoi anche rischiare di diventare un frocetto, ma forse ti salvi”.<br />
“A proposito di frocetti, non è che sei strano?”. Per chiarire, mi do’ anche una schicchera all’orecchio.<br />
Martino scoppia a ridere, totalmente incapace di controllare le zanne, tanto che a un certo punto si mette la mano davanti alla bocca e poi, come vergognandosene, finge di strofinarsi il naso per il freddo.<br />
“Questo è quello che pensi di me, e io che mi illudevo fossimo amici”.<br />
“Non siamo amici, non ci conosciamo”.<br />
“Lo sai cosa?”<br />
“No”.<br />
“Il fatto è che…”<br />
“Parla pure”.<br />
“Be’, senti io sono normale, mi piacciono i transessuali e le donne, tutto regolare dunque. Ma credo proprio di averti sognato”.<br />
“Ah sì?”<br />
“Sì. Eri con la tua Ferrari. E io stavo con la mia. Ma non qui. Non in Italia. Sai cosa facevamo?”<br />
“No”.<br />
“Una gara in mezzo a… non lo so… come dirtelo… cumuli, cumuli enormi di immondizia. Pattume ovunque. Gareggiavamo in una cazzo di favela brasiliana, ecco”.<br />
“Sei tutto scemo!”<br />
“Lo so, ma è stato un gran bel sogno. E tu hai pilotato da Dio. Credimi. Hai anche vinto”.<br />
“Martino, che t’eri bevuto?”<br />
“Non ha nessuna importanza. Bevo regolarmente e non ho mai sognato di sfidare una Ferrari Maranello in mezzo a una favela di Rio. L’ho sognato solo con te. E per giunta, mi battevi. Era mattina cazzo, c’era un sole carico, splendido. La favela si era appena risvegliata. Non è vero che si svegliano presto quelli là, almeno nel mio sogno no, quei rottinculo di miserabili si svegliavano come tutti noi mortali. E abbiamo fatto una gara sotto i loro sguardi affamati di tutto. Io con la mia Aston Martin e tu con la tua Ferrari. E tu hai vinto! Non perché la tua macchina fosse più veloce, semplicemente eri riuscito a elaborare un percorso più rapido in mezzo a quelle torri di merda. Io mi perdevo come un cazzo di topolino nel labirinto. Infilavo sensi vietati e dovevo tornare indietro. Ridicolo no? Sensi vietati nelle favelas. Che razza di sogno!”<br />
“Hai detto che infilavi sensi vietati?”<br />
“Sì, perché?”<br />
“È buffo. Una coincidenza. A me succede davvero. Voglio dire, rischio davvero di morire un giorno”.<br />
“Io solo in questo sogno assurdo. Sensi vietati… in continuazione!, è per quello che ho perso sai. Pestavo fino in fondo sull’acceleratore solo per accorgermi che ero appena entrato in un vicolo contromano. Con tutti questi bambini pezzenti, questi spaventapasseri non so se più scuri di pelle o di sporcizia, che mi venivano contro, con il loro carrettino di stracci… E io mi prendevo paura di accopparne qualcuno, capisci? Mi dicevo, merda, questi già sono rovinati dalla sfiga, dalla sperequazione mondiale, e io ora li investo con la mia Aston Martin. Ingranavo la retromarcia e via, tutto indietro, sperando di non accopparne qualcuno dietro. Era come un assurdo videogame. E intanto tu giravi a meraviglia, e alla fine hai vinto. Hai vinto quando a me mancavano ancora due giri e forse avevo pure arrotato qualche piccolo talento del calcio”.<br />
“E poi quando ti sei svegliato? Ti è venuto in mente di beccarmi, bloccarmi la macchina e farmi la posta sotto casa?”<br />
“Scusami. No davvero, è che sono… te lo dovevo raccontare. Non ho molta gente con cui parlare”.<br />
Lo so che sei uno sfigato, lo so. Lo so che sei solo, che non scopi, che sei talmente puro che se ti fanno un test di purezza la macchina secerne puro grasso di purezza. Ma io? Vuoi tirarmi giù con te? Va bene, solo stanotte.<br />
“Andiamoci a fare un giro con la tua. Ti va?” gli dico.<br />
“Perché no?”</em></p>
<p>Non lo so chi sono, dice Martino, mentre andiamo da nessuna parte in particolare. Non lo so da dove vengo, forse non sono nemmeno nato in Italia, non so chi siano i miei genitori. Sono stato adottato. Ma dai miei genitori adottivi me ne sono andato. Perché è accaduto come nei film, ho ereditato da qualcuno che ha voluto rimanere anonimo. Potrebbe essere stato mio padre, non me ne frega un cazzo. Solo mi piace pensare così. Un trust alle Isole Vergini, non so se ne capisci di queste cose, ti risparmio. Ho incontrato un tizio, che si faceva chiamare l’uomo con la valigia. Lui si è messo direttamente in contatto con me. All’epoca io vivevo ancora insieme ai miei genitori adottivi. Io e l’uomo con la valigia ci siamo visti in una banca del centro. Lui aveva nemmeno quarant’anni, e non sembrava Babbo Natale. Non sembrava il tipo che ti cambia la vita, e invece la mia vita me l’ha cambiata. Ora ho un sacco di soldi, posso comprarmi le macchine, pagarmi le puttane. Non so perché ti sto facendo tutte queste confidenze, sei sul sedile accanto a me, nella mia macchina, ma non ci conosciamo effettivamente. Comunque qualcuno si è pentito di avermi messo al mondo e poi abbandonato, e questa macchina è il risarcimento. Capito?</p>
<p>*</p>
<p>Martino mi racconta tutta questa storia guidando piano, sempre intorno agli ottanta. Come se parlare con me di questioni personali lo inibisse nella sua ansia di velocità. Si tiene a bada le zanne, ogni tanto fa salire il labbro inferiore quasi fino al naso, si passa la mano davanti alla bocca, finché dopo un’ora interminabile di vagabondaggi per i Parioli bui mi sembra che la strada sia sempre più scura, nera come un abisso, e appoggio la testa di lato, sulla portiera dura come un pugno e mi addormento lì, nella sua macchina, una cosa che in tutta la mia carriera di insonne non mi è mai capitata. Mi addormento nella macchina di un estraneo col quale condivido solo la passione per le auto sportive. E non sogno, non mi agito, forse non cambio mai nemmeno posizione. Quando mi sveglio è spuntato il sole, sono ancora dentro la Aston Martin, ma ho la cintura slacciata. Siamo parcheggiati davanti al bar del Cigno, e Martino sta mangiando un cornetto reggendo una busta di carta bianca, appoggiato col culo enorme al cofano davanti a me. Non si è accorto che mi sono svegliato, mangia il suo cornetto senza curarsi delle zanne, mangia come un animale, si infila in bocca mezzo cornetto intero e subito ne pesca dalla busta un secondo, guardandoselo come un pesciolino azzurro ancora vivo. Batto sul finestrino, e lui non mi sente. Batto più forte e finalmente si volta verso di me, sorride masticando.</p>
<p><em>“Ti sei addormentato come una pigna”, dice.<br />
Annuisco.<br />
“Ti ho preso due cornetti con la crema”.<br />
Faccio un gesto con la mano: dammeli.<br />
Lui si avvicina, abbasso il finestrino, li pesca dalla busta e me li passa con il tovagliolo di carta.<br />
“Attento a non sbriciolare. Non è meglio se li mangi fuori?”<br />
“Va bene, ora scendo. Ma dimmi una cosa, che hai fatto mentre dormivo?”<br />
“Niente, ho continuato a guidare”.<br />
“Hai continuato a guidare fino ad ora, da ieri notte?”<br />
“Sì. Dormivi così bene. Non potevo mica scaricarti. Mi hanno anche fermato i Carabinieri. Gli ho detto che dormivi. Loro hanno detto che lo vedevano, che dormivi. Ci siamo trovati d’accordo, una volta tanto”.<br />
Martino sorride scoprendo le zanne macchiate dei pezzi marroncini del cornetto.<br />
“La sai una cosa?” mi domanda.<br />
“No”.<br />
“Russi da far schifo”.<br />
“Questo lo so, me lo dice sempre Enrica”.<br />
“Ah sì? Tu ce l’hai una donna, allora”.<br />
“È una storia finita. Lei lo sa che russo peggio che mai perché ogni tanto mi ospita. Anche mia sorella mi ospita, ma ultimamente con mia sorella ho qualche problema. Così vado più spesso a dormire da Enrica. Letti separati, ovviamente. Porte chiuse. Però mi sente lo stesso”.<br />
“Poveraccia. A un certo punto facevi più rumore te dei 450 cavalli”.<br />
Martino scoppia a ridere in modo così demente, selvaggio, che io mi dico: ma sì, ma sì, non è l’amore quello che conta. Quello che conta è dormire bene. Dormire veramente bene. E io stanotte me ne sono fatta una che nemmeno da bambino quando ancora mi ciucciavo il pollice. Mi appoggio sul cofano anch’io. È caldo, ma si resiste.<br />
“Che idiota”, dico tra me e me, e addento il mio cornetto.<br />
“Che ti prende?”<br />
“In questo preciso momento, ho smesso di soffrire per una cosa”.<br />
“Quella donna?”<br />
“Per un attimo ho avuto nostalgia di quando la stringevo forte tra le braccia. Poi è passata”.<br />
“Sei un debole”.<br />
“Niente affatto. Quanti possono dire di aver portato in macchina, e di essere stati ospitati, di aver dormito insieme, di aver scambiato affettuosità e carezze e lunghi abbracci, con un esemplare di tigre adulta, matura?”<br />
“Ma di che parli, scemo?”<br />
“Ascolta. Stanotte, ti va una gara?”<br />
“Non ce l’hai una casa, una famiglia? È Natale, perdio”.</em></p>
<p>*</p>
<p>Io e Martino stiamo guidando. Siamo appaiati, io con la mia Ferrari Maranello, lui con la sua Aston Martin DB9. Sono le tre e diciotto di mattina, piove, stiamo scendendo di corsa, furiosi, incazzati, per via Antonelli. Alziamo scie d’acqua alte un paio di metri. Due motoscafi. Se ci beccano i carabinieri ci arrestano per mancanza della patente nautica. Arrivati giù a piazza Euclide, prevedo di stringerlo un po’ contro la farmacia sulla destra, magari fargli strusciare i cassonetti, e passarlo quando poi curviamo a sinistra per sfilare davanti all’Auditorium, in modo da precederlo quando infileremo la strettoia tra i due alberi che poi porta fino a via Flaminia. Dentro la macchina ho messo del bel rock duro, loro si chiamano Dead Combo, e non me ne frega un cazzo che Martino digrigni i denti, non me ne frega un cazzo che ci siamo scambiati confidenze, lui colla sua storia strappalacrime di adozioni e eredità, io con le mie patetiche ridicole storie di cuore e notti insonni, ora tutto quello che sento è il dolore intollerabile al ginocchio, per tutti i colpi di freno che devo dare prima della curva, agli incroci, anche se i semafori non li rispettiamo bisogna fare attenzione, e ecco, ora sono al Teatro Olimpico e secondo il percorso stabilito sto infilandomi in viale Pinturicchio, e lui mi sta dietro, sto solo pensando di vincere, di arrivare per primo davanti a quel verme al quale ho pure parlato di Enrica, come se potesse capire quando nemmeno io mi capisco, e cazzo adesso dove sono? Non è possibile, stai attento, concentrati, cazzo, abbassa questa merda di rock fasullo e certo! Sono di nuovo su via Guido Reni e ora devo risalire ai Parioli, furiosamente, mortalmente, devo davvero vincerla questa gara, se non vinco non dormo, se non vinco mi rimarranno quelle zanne davanti agli occhi per chissà quanti giorni e dovrò chiedere a mia sorella di dormire da lei, ma invece stavolta andrà come desidero, ecco, ora sono di nuovo su, a piazza Euclide, Martino nemmeno si vede, chissà quanto gli sto dando, e ora senza neanche un colpo di freno, il dolore al ginocchio non lo sento fingo che sia un impulso illusorio del cervello che posso dominare benissimo, salgo su per una via buia, buia come la morte, salgo su, e… e cazzo, via Archimede!, Sono contromano! Contromano!!!</p>
<p>Bene. Niente panico. Inchioda. Blocca le ruote con questi cazzo di freni in ceramica da competizione. Chi vuoi che venga a quest’ora. Non rischi niente. Sei a via Archimede, attorno al civico 17, buia come la morte, alle quattro di mattina. E non scende giù nessuno. Perciò ingrana la retromarcia. Ne hai di vantaggio, hai fatto la tua solita cazzata, ma la vittoria non può sfuggirti. Vai, tutto indietro, tutto indietro… BUM! Oh cazzo. Oh cazzo. Stavolta ho fatto fuori qualcuno. Stavolta l’ho fatto veramente fuori. L’ho sentito urlare! Oh merda, non ho voglia nemmeno di scendere e andare a guardare. Non ho voglia! Cristo, che stai facendo? Piangi? Ma tu non piangi mai, non ti libera, non ti sfoga. Cosa cazzo stai facendo? Stai davvero lacrimando e pulendoti le lacrime con le mani e imprecando e pensando a un mucchio di cose confuse e incomprensibili che ti fanno impazzire? Scendi e datti una calmata, e controlla chi hai messo sotto. Controlla chi ha fatto quell’urlo disumano. Bene, okay, a quanto pare ce l’hai ancora sotto. Dài, avanti, e poi parcheggia. Lo senti come geme? Ce l’avevi ancora sotto. Gli sei passato sopra un’altra volta. Prima una botta, poi una passata. Stavolta l’hai proprio spiaccicato. Ecco, parcheggia, spegni, slacciati le cinture, scendi. E vai a vedere. Vai a vedere che cazzo hai combinato, stavolta, che ha fatto un urlo che non sembrava nemmeno un essere umano.</p>
<p><em>“Povera bestia”, dice Martino, la sua mole antiestetica nel buio di via Archimede. L’ho chiamato al cellulare, è arrivato in un secondo, è sceso, ha lasciato la portiera dell’Aston Martin aperta, e si è messo a guardarla.<br />
“Non avevo mai sentito il cuore a una tigre”, dico.<br />
“Cosa volevi fare?”<br />
“Capire se era ancora viva. L’ho stecchita. Meglio così”.<br />
“Cazzo, ecco che si rimette a piovere. Che facciamo?”<br />
“Proviamo a tirarla su?”<br />
“Che vuoi fare?”<br />
“La portiamo da Enrica”.<br />
“Ma sei scemo?”<br />
“Ascolta, quella donna mi ha ospitato tante di quelle volte, nelle mie notti di disperazione, quella donna ha una pazienza infinita. Devo farle vedere cosa ho combinato. Glielo devo. Le ho sempre raccontato tutti i miei fatti più triviali, e lei se n’è sempre stata con quegli occhioni indulgenti a ascoltarmi, con sacra pazienza, neanche fossero state cose interessanti. E ti posso giurare su mia madre che non lo erano, interessanti. Ora vuoi che non la metta al corrente di questo?”<br />
“È solo una scusa per andare da lei, avanti! Ma che speri, di risultare affascinante e riscattare tutte le notti in cui le hai rotto il cazzo con questa storia che hai investito un gattone con la Ferrari?”<br />
“Senti, non devi venire con me da lei. Però sei grosso come un bisonte, e io certo non ce la faccio a tirarla su da sola”.<br />
“Ma dove cazzo la vuoi mettere? Non entra né nella mia né nella tua”.<br />
“Nella tua, nel bagagliaio, senza chiuderlo, c’entra”.<br />
“Tu sei malato di mente”.<br />
“No, sono solo uno che abita in una città e non è pratico nel gestire il post-investimento tigri. Dammi una mano”.<br />
“Porca eva, ma peserà una tonnellata”.<br />
“Pensa a qualcosa che ti fa incazzare. Ti moltiplicherà le forze”.<br />
“Non c’è niente che mi faccia incazzare, da quando l’uomo con la valigia è entrato nella mia vita”.<br />
“Una volta, me lo ricordo benissimo, mi hai detto che se ti fossi trovato una donna nuda nel letto, l’avresti sbudellata”.<br />
“Oh sì, l’ho detto?”<br />
“L’hai detto. Allora pensa a quella donna nuda nel tuo letto, e solleva ’sta cazzo di tigre”.<br />
“In effetti…”<br />
Martino sbatte le mani e si avvicina alla carcassa. Gli piove addosso e le gocce rimbalzano via dalla sua giacca di pelle nera come terrorizzate. La prende per la testa, la trascina, non chiedetemi come fa, dove la prende tutta questa rabbia, questa assurda, segreta forza. Forse è davvero la visione della donna nuda nel suo letto. Con le zanne che gli scappano da tutti gli angoli della bocca, ficca la tigre nel bagagliaio dell’Aston Martin. Le zampe della tigre sbucano di fuori come quelle di un enorme pupazzo regalo di Natale. Martino l’ha rovesciata dentro, lasciandola andare sulla schiena. Ora andiamo a via Bertoloni da Enrica, sperando che i Carabinieri, la Polizia, e nessun altro voglia dirci quello che dobbiamo o non dobbiamo regalare per il santo Natale. Né come dobbiamo impressionare le nostre donne, in modo da riprendercele, o quantomeno catturare la loro attenzione per una notte.</em></p>
<p>*</p>
<p>Chi è Enrica Jacchi Pisello? La cosa va chiarita, mentre un duo di dementi, sotto la pioggia battente di questo Venticinque dicembre mattina, allacciati ai sedili di un’Aston Martin DB9 con tigre accoppata nel bagagliaio aperto, si dirigono verso il suo appartamento di via Bertoloni nel soporifero quartiere romano dei Parioli. Enrica Jacchi Pisello è innanzitutto una donna generosa. Esistono donne che quando non amano un uomo lo lasciano marcire sotto il sole del deserto della Morte. Diventano come l’amministratore delegato che deve tagliare il personale. Non così Enrica. Enrica non mi ha mai dato la sensazione di amministrare nulla. Dopo avermi piantato, e Dio sa se fece bene, divenne, se possibile, ancora meno amministratore delegato di prima. Anzi, state bene attenti: credo che mi trovò interessante, mi trovò divertente, e insomma cominciò a amarmi solo dopo avermi piantato. Anche questa è una rarità. Faccio un esempio scemo, ma che, come tutti i paradossi, può aiutare a capire. Ho i denti storti. Prima di lasciarmi, ogni tanto sottolineava questa faccenda dei denti storti, quando ci baciavamo. Sembrava una bambina capricciosa. “Hai i denti storti, cazzo, ma da bambino non portavi l’apparecchio?” Ci baciavamo, io come un coglione sorridevo, lei notava i denti storti, e vai con la critica al mio sorriso. Complessato come sono, capirete che mi dava molto fastidio che notasse i miei denti storti. Poi mi piantò, io passai i miei due anni con un muso lungo così, ma quando ci riavvicinammo, quando cominciai a dormirle a casa nella stanza degli ospiti e a intrattenerla con ogni sorta di aneddoti, avventure, bugie, finte e vere malattie, episodi sparsi, finché la mattina dopo non facevamo colazione con i suoi prediletti cereali Kellogg’s insieme avendo dormito come sassi benché non moltissimo, ma a volte anche moltissimo perché né io né lei lavorando in ufficio ci alzavamo anche alle dieci, quando ci riavvicinammo, lei in uno dei primi re-incontri mi disse: “Perdonami per averti fatto venire il complesso dei denti storti”, e io: “Non me l’hai fatto venire tu, ce l’avevo già”, e lei: “Allora perdonami per non averti aiutato a superarlo, a uscirne gloriosamente”. Capite? Una simile protezione, una simile assicurazione contro la furia bestiale della vita, prima, quando eravamo a tutti gli effetti una coppia ufficiale, mai. E adesso, adesso questa notte di Natale, le sto portando a casa una tigre morta e un nuovo amico che altro che denti storti, ha zanne tali che se non sto concentrato a pensare che è solo Martino, un disadattato grunge come tanti, solo sfondato di soldi, se non sto concentrato, mi sembra di stare in un incubo che dura una vita. In un incubo che è peggio della vita, è ancora più senza luce e senza speranza.</p>
<p>Via Bertoloni, ovviamente, è una pace. Ormai è quasi l’alba, piove sempre forte, Martino non ha fatto altro che rompere le palle per tutto il tempo e avvertirmi di macchine della polizia qui e lì che poi erano solo cittadini privati scoglionati come noi. A un certo punto Martino coprendosi le zanne con una mano mi ha detto: “Sei un incosciente”, e io ho pensato, con una punta di tristezza nel cuore, che aver aspettato trentaquattro anni per farsi dire da qualcuno “Sei un incosciente” devo aver vissuto veramente male, ma finalmente, stanotte, ce l’ho fatta. Ho detto a Martino di parcheggiare davanti al ventotto, il civico di Enrica, visto che c’era un posto preciso quanto l’Aston Martin, lui ha parcheggiato senza commentare giacché sa bene che qui, in questo preciso punto dell’universo, le Aston Martin, andiamo, non le rubano, questa è la parte bella dei Parioli, mica quello schifo di palazzoni popolari attorno a viale Parioli vero e proprio, per non dire di quel cesso di via Archimede, dove ho accoppato la tigre, povera tigre, se ne stava nella via che dei Parioli è in assoluto la più scacazzata da cani di ogni genere, specie bulldog asmatici. Povera tigre, povera gattona. Spero che, a differenza di me, qualcuno l’abbia amata finché è vissuta. Ci liberiamo dalle cinture di sicurezza e io e Martino scendiamo dalla DB9 e io gli dico: “Prendi la tigre”, e lui: “Sì, prendi la tigre, non so se ti rendi conto delle frasi che escono dalla tua bocca”, e io, come convinto che ripetendo una frase la porzione di realtà in essa contenuta possa materializzarsi, o qualcosa del genere: “Prendi la tigre e caricala nell’ascensore di Enrica”, e Martino risponde con un fischio e poi dice: “Ehi, ragazzo, ora torna sulla Terra, il tuo Pianeta non va più bene. Io ti ho accompagnato fin qui, ora butto questa signora sul marciapiede e me ne vado a dormire, perché poi a mezzogiorno voglio andare a piazza Navona a mangiare lo zucchero filato”, e io: “Ci andremo a piazza Navona a mangiare lo zucchero filato, te lo giuro sul mio cuore, ma ci andremo con Enrica, a mezzogiorno, solo dopo essere saliti da lei, averla salutata, averle fatto gli auguri di Natale, avere conversato amabilmente e mi raccomando cerca di comportarti bene cazzo, e soprattutto dopo averle mostrato la tigre, perché so per certo che la tigre le interessa”, e Martino: “E cosa te lo fa pensare?”, e io: “Io lo so, io lo so che è così, la tigre le interessa. Dài, pensa a quella donna nuda nel letto, tira su la tigre, io ora citofono”.</p>
<p><em>(Da &#8220;Io odio John Updike&#8221;, uscito per Fazi Editore il 10 marzo)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/11/db9/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>30</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1854</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Lucciole</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/07/lucciole/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/07/lucciole/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Nov 2005 07:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[microracconto]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=1462</guid>

					<description><![CDATA[un microracconto di Giordano Tedoldi &#8220;Qui un tempo era tutto Pasolini&#8221; Mi ha detto il viado col cazzo siliconato.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un microracconto di <strong>Giordano Tedoldi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/lucciole.gif"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_lucciole.gif" height="70" width="90" /></a></p>
<p>&#8220;Qui un tempo era tutto Pasolini&#8221;<br />
Mi ha detto il viado col cazzo siliconato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/07/lucciole/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>24</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">1462</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Inanimati</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/11/16/inanimati/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2004/11/16/inanimati/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2004 21:54:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=724</guid>

					<description><![CDATA[di Giordano Tedoldi Aveva la mamma con l’Alzheimer, ma viveva egualmente, la chiudeva in camera, lasciava le chiavi dal portiere e via nella notte uscivamo, prima mangiare al ristorante, poi vedere le case più diroccate nella zona del ghetto, entrare nei cortili fatiscenti e ammirare trombe di scale che come budella livide e malaticce si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giordano Tedoldi</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/to-roma-fi0051.JPG" alt="to-roma-fi0051.JPG" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="320" />Aveva la mamma con l’Alzheimer, ma viveva egualmente, la chiudeva in camera, lasciava le chiavi dal portiere e via nella notte uscivamo, prima mangiare al ristorante, poi vedere le case più diroccate nella zona del ghetto, entrare nei cortili fatiscenti e ammirare trombe di scale che come budella livide e malaticce si attorcigliavano su fino a una finestra di cielo, poi fuori a cercare a pagamento le donne, ogni tipo di donne non ci fermavamo davanti a nulla, lui aveva avuto esperienze più estreme di me alcune gli avevano pisciato sul petto e era stato con altre due che a via Nazionale lo avevano stretto in un abbraccio mentre lui praticava il cunnilingus. Io con lui mi sentivo bene all’epoca perché non mi ritenevo all’altezza di rapporti normali, di una vita normale, e tentavo di respirare direttamente dalla sua bocca in modo che nessun altro interferisse con la mia salute psichica che era in stato di prolungata convalescenza.<br />
<span id="more-724"></span><br />
Passeggiando per Roma non era infrequente che vedessi degli spettri, donne con cui avevo avuto brevi relazioni non più lunghe di un anno o un anno e mezzo tutte spezzate e interrotte, un po’ simili ai ruderi, i calcinacci dei palazzi nascosti che io e lui andavamo a osservare, studiare, questi spettri erano quasi tutti invariabilmente senza faccia, ossia la faccia era nascosta dai capelli che scendevano a piombo sul lato del viso che mi trovavo a guardare, ogni volta che li avvistavo cominciavo a tremare, parlavo confusamente e non mi sembrava più di essere capace di respirare. Anche una volta da un transessuale che abitava vicino al mio appartamento da scapolo rimasi senza fiato, perché mi baciò ripetutamente, sono sempre stato un romantico senza speranza e al mio amico raccontai della grande emozione provata. Lui non aveva un’opinione definita a proposito ma sembrava felice che io finalmente fossi di nuovo baciato. Quella sera stetti bene, credo ascoltai musica classica, andai a dormire leggendo Strindberg. Di giorno lavoravo svolgendo un’attività di cui non m’importava niente ma che mi dava sufficienti soldi e ogni tanto scrivevo recensioni di libri e sciocchezze varie per un giornale telematico, intanto ero terrorizzato di uscire per timore di incontrare gli spettri, così quando gli amici chiamavano e proponevano di unirmi a loro in situazioni di grande folla rifiutavo perché dovevo restare solo finché la paura non fosse passata. L’unico di cui non potevo assolutamente avere paura era il mio amico con la madre con l’Alzheimer, e finii per benedire l’Alzheimer, perché consentiva a questo mio amico di essere insolitamente vivace e al tempo stesso non superficiale quando uscivamo, e la superficialità è la mia bestia nera, pretendo si pensi sempre alla morte in mia presenza. Mi piace la morte. Tutte le volte che ho visto la morte ne ho provato una grande attrazione e probabilmente un’eccitazione sessuale, credo di essere necrofilo in una certa misura. Ho voglia di leccare i morti e ho voglia di dormire su di loro passeggiando con la mia mano viva sul loro petto vuoto. Mi piace l’idea di avere la testa vicina alla loro, mi piace l’idea di toccarli e in generale credo non si possa sopportare l’idea della morte senza sapere che, prima o poi, si andrà a morire anche noi. In una delle sere col mio amico andammo a mangiare al ghetto e lui ordinò cervello d’abbacchio fritto e non potei fare a meno, in relazione alla mia ossessione circa la morte, di infilare la forchetta nel suo piatto e mangiarmi parte del suo cervello. Lui comprese perché alla fine lasciò un altro po’ di cervello d’abbacchio e mi pregò di finire, perché non ce la faceva più. Io preso il piatto me lo misi sotto il naso, tirai su con la forchetta una polpettina di cervello, l’annusai con espressione deliziata e la mangiai lasciando squagliare il cervello proprio come un pensiero in bocca. Sono sempre stato brutale e primitivo nel rapporto con le cose concrete. La concretezza è qualcosa che mi è sempre sfuggita nella sua essenza, e perciò la violento, la tratto con un’aggressività esasperante, che mi porta a desiderare infine la morte mia e altrui. Il cimitero universale di cui parla Kant.</p>
<p>A ventinove anni ho cominciato a desiderare fortemente che mia madre morisse. Scrivendo, nei miei racconti o prove di romanzi, c’era sempre mia madre o un personaggio che la evocava e che moriva, o era molto malato. Ma presto trasferii questo impulso dalla letteratura alla realtà, e ad esempio una delle cose che più mi facevano desiderare di uccidere mia madre era quando, per necessità, avendo una sola macchina, mi accompagnava. Era come avere il cordone ombelicale ancora stretto attorno al collo, e se l’ammazzavo la presa si sarebbe allentata. Quando lei commetteva, alla guida, un’irreparabile cazzata, allora davo un pugno isterico al tetto della macchina, avrei voluto che si sfondasse ma non avevo la forza. Mia madre restava algida e impassibile, proseguiva a guidare come se quel pugno non l’avessi mai dato, a me cominciava a dolere la mano e questo mi calmava. Ma bastava un nuovo errore alla guida, un clacson di qualcuno dietro di noi, perché io volessi di nuovo strangolarla.</p>
<p>Stupido dire che ovviamente mia madre l’ho anche amata disperatamente. Una notte, stremato per una storia d’amore andata male, sono andato a casa da lei e dopo averla accusata di questo mondo e quell’altro ho afferrato a casaccio una bottiglia di cherry, sono entrato nella mia angusta ex camera da letto, che nel frattempo mamma aveva trasformato in una sorta di magazzino per gli abiti che lei stessa disegna, ho spostato le tirelle con gli abiti appesi e mi sono buttato a terra bevendo più possibile. Prima mamma non ha fatto nulla, e mi domando cosa avrebbe dovuto fare con un figlio così, poi è entrata e ha tentato di avere un dialogo, ma io stavo bevendo lo cherry che è disgustosamente dolce e più lo bevi più si fa colloso, insopportabile al palato, perciò se vuoi stare male ti dà un brivido in più e si lascia ingoiare continuamente, miravo a scoppiare come una bolla infetta, ero discretamente ubriaco, e proseguii a accusarla di tutto. Non volevo farle male, solo demoralizzarla, ma nella stanza accovacciata accanto a me, proprio vicino a un mio ginocchio c’era lo spettro della donna in questione, i capelli dal lato mio scendevano a piombo a coprire il profilo così vedevo soltanto la punta del naso, e mentre insultavo mamma e cercavo di respingerla in qualche modo lo spettro si avvicinava sempre più, impalpabile e presente, intollerabilmente nostalgico, sentivo perfino il suo profumo.</p>
<p>A un certo punto, dico qualcosa che fa ridere tutti, me, mamma, lo spettro, per qualcosa che avevo detto abbiamo cominciato a ridere. Mi stavo lamentando che non avrei mai trovato una donna decente ma solo e soltanto un mostro che con me avrebbe messo al mondo figli mostri e improvvisamente, contemporaneamente, abbiamo cominciato a ridere, ho sentito la gioia di essere ubriaco e ho proseguito a bere lo cherry che a questo punto si appiccicava alla mia lingua come una sanguisuga zuccherata. Mutismo, la sordità, il buio, pensavo alla morte.</p>
<p>Il mio amico con la madre con l’Alzheimer, che in passato ha pagato delle donne per farsi pisciare sul petto, che tra l’altro ha anche discretamente peloso, ho riso anche di questo perché è comico, è stato comico anche come me l’ha detto, quasi confessando l’eccitazione più proibita della sua vita. Lo frequento perché parla continuamente di cose proibite, e ha un viso impresentabile, da volontario per farmaci sperimentali contro virus incurabili. In quella condizione di ubriachezza ho blaterato contro tutti. Violentemente contro di me e dolorosamente contro mia madre. Mamma s’è alzata, lei piccola con la canottiera rosa in quella piccola stanza, ha detto ora basta e se n’è andata finalmente in camera sua a dormire, lo spettro era svanito, forse s’era trasferito direttamente nei miei sogni; nei sogni potevo sopportarlo, non nella realtà. Il mio amico che chiude a chiave la madre in casa poi lascia la chiave dal portiere, informandolo che se qualcuno cerca sua madre, deve accompagnarlo su, e non lasciare mai la madre sola con questo tizio. Non so commuovermi per la storia del mio amico, cui tra l’altro è già morto il padre di cancro, e quand’era già molto malato ebbe un incidente di macchina procurandosi una frattura al polso, ma io e lui finché non crolliamo di stanchezza giriamo di notte al ghetto o a trastevere o a campo de’ fiori a vedere palazzi fatiscenti, cortiletti in restauro e trombe di scale livide. E non c’è proprio niente da vedere, ve l’assicuro.</p>
<p>Mi sveglio nel letto del mio monolocale ai parioli e sono così depresso che per mezz’ora buona non posso mettere un piede giù. Ricordo quando quella notte, dopo aver bevuto quasi tutta la bottiglia di cherry, aver litigato con mia madre, mi sono svegliato nel letto della mia ex camera da letto, tra le tirelle con i vestiti per la stagione estiva, camiciole scollate di colori come arancione, viola e verde, pantaloni trasparenti e larghi sopra le caviglie, e sparpagliati in giro sandali, alcuni che avrei messo volentieri anch’io, pur essendo esplicitamente da donna, e mi sentivo niente male, solo una blanda nausea, il disgusto per lo cherry colloso e dolce, ma né depresso né con sensi di colpa. Mi sentivo rigenerato, e la filippina mi porta il caffè nel vassoio con tovaglietta verdolina ricamata e il latte a parte e lo zucchero, le salviette, l’uovo alla coque…</p>
<p>Ricordo la lampada di legno dipinto colore dell’oro e il modo in cui la accarezzavo, molti anni dopo la lampada morì e venne ritinta di bianco, e ancora la accarezzavo, aveva una forma curiosa, arcuata con anelli e restringimenti, aveva qualcosa di barocco che mi sarebbe piaciuto, se fossi stato un collezionista e non un ragazzino.</p>
<p>Questa lampada fu la protagonista di una festa di compleanno che feci a casa di mia madre, quando ancora abitavo con lei, il fatto è che quella sera d’estate verso le dieci e venti trasmettevano su qualche canale <em>Gilda </em>con Rita Hayworth, e non mi capacito ancora ma c’erano molti invitati che piuttosto che sedersi attorno al tavolo e conversare oppure mangiare in silenzio preferirono sedersi sul divano a guardare e a commentare tutte le scene più trite e famose del film, io persi la pazienza proprio quando <em>Gilda</em> sta cantando la sua canzone e finisce per sfilarsi il guanto e cominciai a urlacchiare che Rita Hayworth era non-più, era morta, ma le ragazze risposero che era terribilmente affascinante e ancora un modello femminile valido per loro, senza scollare gli occhi dal video, e io a ribadire che era morta, s’era putrefatta e non restava che cenere, allora intervenne un mio vago conoscente, che in effetti non so come fosse finito a casa mia, un omosessuale che vive nel mondo dei sogni, e pure lui a inneggiare alla bellezza statica, puramente nostalgica ormai di Rita Hayworth in <em>Gilda</em>, è come un’opera d’arte, sostenne, immortale nel tempo, e all’inizio mi sforzai e ebbi l’educazione di discutere ragionevolmente con lui ma poi mi chiesi perché mai dovevo abbassarmi a tal punto, afferrai la lampada sul piano della libreria e gliela spaccai in testa. Purtroppo la sua testa non si spaccò, avrei voluto vedere cosa c’era dentro, forse fotografie di panorami, a giudicare da come parlava sempre e comunque di stronzate.</p>
<p>Verso una certa ora, col suo solito abbondantissimo ritardo, dovuto ai problemi con la madre con l’Alzheimer ma anche alla sua innata incapacità d’essere maturo, responsabile, dunque puntuale, arrivò anche il mio amico, quasi non ci speravo più, sorrise col suo apparecchio fisso tra i denti, fu tra i pochi a presentarmi un regalo decente e cioè un CD con Petrouchka di Stravinskij, e quasi lo mettevo su un piedistallo. Gli spiegammo con calma e voglia di riconciliazione generale dell’incidente di <em>Gilda </em>e lui, senza un cenno d’imbarazzo, mentre io mi scusavo ancora una volta con l’omosessuale per avergli rotto la lampada in testa, disse che era assolutamente dalla mia parte, che lui avrebbe fatto lo stesso. Nessuno replicò perché capirono che quello che diceva era come qualcosa che veniva dal deserto, da un uomo isolato da tutti.</p>
<p>Il mio amico comincia a sedici anni a andare dallo psicanalista. Prima da un freudiano argentino di fama, che lo fa distendere su un lettino e ancora ancora qualche parola la dice, e lui si trova bene, anzi adesso ritiene che quello era il terapeuta più utile per lui. Fu un’esperienza dolorosa e presto il mio amico crede di non averne più bisogno, in realtà, probabilmente, spaventato e sofferente per tutto quello che viene fuori, l’Edipo non superato, il bisogno di punirsi per mostrarsi inoffensivo e essere accettato dagli altri, le verità scomode su suo padre che non ha mai speso una parola d’incoraggiamento o d’affetto per lui, ma ecco che abbandona lo psicanalista argentino per andare, un anno dopo, da uno psicologo comportamentale, socio al circolo degli scacchi e sempre vestito come un dandy, con un calice di tè freddo nella destra e un avana nella sinistra, e il papillon anche se più che anarchico crede in un socialismo illuminato, nel primato della cultura, detesta la Chiesa e l’esercito, ritiene la famiglia d’origine un orrore da cui liberarsi al più presto, e, accordandosi col padre, manda il mio amico a sverginarsi da una professionista.</p>
<p>Il mio amico ci mette un sacco di tempo a venire, ma rimane soddisfatto. Su sollecitazione dello psicologo comportamentale, ci torna varie volte. La prima volta lo accompagna il padre, che gli ingiunge di comprare una scatola di cioccolatini. E gli spiega dove lasciare i soldi. Il ridicolo di questa storia è stato quasi intollerabile quando me l’ha raccontata.</p>
<p>Ridevo come un matto e al tempo stesso dovevo vomitare.</p>
<p>Ma a un certo punto lo psicologo comportamentale dice al padre del mio amico che, finché lui resterà in casa, non crescerà mai, e il padre a questo punto pur non dandolo a vedere impazzisce di rabbia, il mio amico smette di andare dallo psicologo comportamentale ancora una volta con l’alibi che <em>tanto non ne ha più bisogno</em>.</p>
<p>La depressione, il desiderio di morte, si ripresentano un anno dopo o poco più, e stavolta il mio amico va da uno psicanalista freudiano molto freddo e distante, che abbandonatolo sul divanetto si rifiuta di dire una sola parola, tanto che il mio amico delle volte nel mezzo delle associazioni si mette a fargli domande, e quello risponde senza rispondere, il mio amico è molto irritato e trova questo dottore estremamente antipatico. Finché, dopo essere venuti alla luce fatti importanti e penosi come che tutte le paure del mio amico dipendono dal fatto che lui <em>non è mai stato obbligato a volere le cose di cui ha paura</em>, perché ha sempre vissuto dispensato dalle necessità, con un padre che lo tiene al riparo da ogni responsabilità, da ogni rischio, in una bolla d’aria troppo pura, accade che il mio amico non so bene in che circostanza fa una domanda allo psicanalista, quello risponde senza rispondere, allora il mio amico gli si avvicina a fa il gesto di dargli un pugno in faccia, tanto che il dottore istintivamente si protegge con le braccia incrociate. Il mio amico si rende subito conto della gravità dell’episodio, il dottore gli dice:<em> no basta, così non si può più andare avanti</em> e lo accompagna alla porta. La settimana seguente il mio amico torna, si scusa, paga le ultime sedute e non torna mai più.</p>
<p>Attualmente è da poco finita l’estate, che è stata durissima per me e per lui, e il mio amico vuole andare in terapia junghiana.</p>
<p>Io ci ho pensato, ma tanto, sono convinto di non averne bisogno.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Pubblicato su <strong>Maltese Narrazioni </strong>&#8220;<em>Fantasmi</em>&#8220;.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2004/11/16/inanimati/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">724</post-id>	</item>
		<item>
		<title>L’era del maiale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/09/l%e2%80%99era-del-maiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[sergio baratto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 May 2004 08:32:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[benedetta centovalli]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[minimum fax]]></category>
		<category><![CDATA[nicola lagioia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=442</guid>

					<description><![CDATA[di Benedetta Centovalli Ancora sullo Stivale al lavoro. E qui vorrei cominciare dal maiale, immagine-fulcro della ricerca intorno al «nostro tempo sulla nostra pelle» del denso volume La qualità dell’aria (Storie di questo tempo), appena pubblicato da minimum fax (2004), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo. La qualità dell’aria ci sembra ben rappresentare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benedetta Centovalli</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="Pig3.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Pig3.jpg" width="216" height="203" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />Ancora sullo Stivale al lavoro. E qui vorrei cominciare dal maiale, immagine-fulcro della ricerca intorno al «nostro tempo sulla nostra pelle» del denso volume <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875210128/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875210128&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>La qualità dell’aria (Storie di questo tempo)</strong></a>, appena pubblicato da minimum fax (2004), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo.<br />
<strong>La qualità dell’aria</strong> ci sembra ben rappresentare quest’onda lunga di giovani narratori che si sono impegnati a raccontare i nostri giorni. Siamo arrivati a quota nove antologie edite in questi primi mesi dell’anno, e davvero non solo non ci sembran poche, ma il ragguardevole fenomeno chiede di essere registrato e messo in chiaro. Una tale ricchezza è una novità assoluta. <strong>Ossigeno</strong> per la nostra narrativa o perlomeno momento augurale.<br />
<span id="more-442"></span><br />
Intanto si rafforza sempre più l’impressione che questa molteplicità di proposta non sia come è spesso accaduto una semplice manifestazione di tendenza ma un vero schieramento di nuovi autori che esigono con urgenza di avere voce. Come denominatore comune la scommessa di dire il Paese, la necessità di partire di lì, da un’ipotesi di identità culturale, da un patrimonio di esperienze. Spunti, note su cui soffermarsi più a fondo.</p>
<p>Un’antologia di venti scrittori under 40 sullo <strong>spirito sfranto </strong>di oggi che si legge con profitto e che riesce davvero a tracciare un ritratto generazionale compatto. Mi pare questa la forza del libro, un variegato gruppo di voci che si affacciano sulla <strong>situazione</strong> italiana (dal titolo di Ernesto Aloia), che si cimentano a raccontarla. Dicevamo la forza, ma poi un poco anche la debolezza, poiché il gruppo registra qualcosa di inquietante, si fa a tratti coro, denuncia un’appartenenza che sorprende e ci interroga per eccesso di somiglianza, una qualità dell’aria che tende all’uniforme. Insomma ne risulta la radiografia del Paese fatta da una generazione fra i trenta e i quaranta dal sentire forse troppo condiviso.</p>
<p>Ma volevo prima di tutto parlare del maiale, specchio geniale di qualcosa che ha invaso la nostra vita e le nostre coscienze, cavallo di troia di una mutazione che si è compiuta fino in fondo. La graphic novel di Riccardo Falcinelli &amp; Marta Poggi apre sulla copertina e taglia in due la raccolta. L’enorme «maiale» è il punto di arrivo della nostra trasformazione in utenti televisivi a tempo pieno, è un’icona potente e prepotente della nostra epoca, è la paradossale questione di stile con cui i due curatori vorrebbero risolvere il proprio luogo e il proprio tempo. E francamente tutto questo funziona molto bene.</p>
<p>Il racconto che raddoppia questa intuizione e funge da manifesto del progetto è <strong>Millenovecentonovantadue</strong> di Nicola Lagioia. Carrellata sull’anno in questione, il fatidico 1992, con i fatti essenziali: tangentopoli e l’uccisione di Falcone e Borsellino, la riabilitazione della Chiesa di Galileo Galilei e il dramma della Bosnia, l’elezione di Bill Clinton, l’uscita di <strong>Petrolio</strong> di Pasolini; e insieme gli esperimenti naufragati del protagonista per diventare un fumatore incallito, il colpo di fulmine per una compagna. Fino a che «Tutto dava l’impressione di un’enorme palla di oro e di diamanti aggredita dolcemente da un male incurabile». «Immaginavo allora un’Italia completamente deserta, fatta di porticati, di giardini, di basiliche, fatta di statue al centro delle piazze ma anche di lampioni, di ospedali, di cabine telefoniche, di tralicci dell’alta tensione», un Paese sognato e vuoto. Come nella <strong>Città ideale</strong>, punta pittorica del nostro Rinascimento, o nelle periferie disanimate di Mario Sironi, o nella <strong>Visita della sera</strong> di Renato Guttuso, dove domina l’enigmatica presenza di una tigre. Nelle ultime pagine del suo racconto Lagioia cerca di catturare questa modificazione e la minaccia incombente su città, paesi, paesaggio: «una forza ancora più terribile della speculazione edilizia, un rumore di fondo più oscuro e insensato dei discorsi che i tribuni di ogni peso e colore avevano sparso nelle piazze, sui giornali e dentro i tubi catodici del nostro Paese durante gli ultimi cinquant’anni, un orrore del tutto impersonale questa volta, una mostruosità tanto più miserabile e pericolosa proprio perché del tutto svincolata da qualunque apparato razionalizzatore o anche semplicemente pensante». Bisognava disinfestare le città dalla presenza umana in quel 1992. Proteggere la tigre per scongiurare oggi l’avvento dei maiali.</p>
<p>La pattuglia degli autori dei diciannove racconti (Aloia, Cognetti, Covacich, Falcinelli &amp; Poggi, Lagioia, Meacci, Murri, Pacifico, Parrella, Pascale, Pedullà, Pica Ciamarra, Pincio, Piva, Pugno, Raimo, Stancanelli, Tedoldi, Trevi) offre un fronte compatto di riferimenti storico-culturali, in presentia e in absentia. Zero condivisioni di momenti significativi della storia d’Italia – «nessun 25 aprile o 8 settembre», scrivono con ironia i curatori – compaiono bensì gli oscurati anni Settanta, con il delitto Moro, nei quali gran parte di loro sono nati. Come a dire che si riesce finalmente a parlare di quel decennio feroce solo attraverso chi ne ha respirato inconsapevole l’aria (e Martone che lo cancella ancora nel suo film tratto da uno dei libri più duri su quel periodo, <strong>L’odore del sangue</strong> di Goffredo Parise?). Cancro della storia del nostro Paese anestetizzato dalla distanza di chi in quegli anni è cresciuto. Condividono invece i nostri autori la tragedia dell’11 settembre (ricordata nei testi di Piva e Pedullà), un dramma umano e mediatico che ci obbliga a un continuo doppio confronto, a una specie di doppia verità.<br />
Poi ci sono i maestri: Bianciardi, Arbasino, Fenoglio e Pasolini; DeLillo, Sebald, Houellebecq, Marìas, Foster Wallace, Capote. Voilà, avranno mai letto qualcos’altro che non sia così terribilmente aggiornato?<br />
La scrittura si muove consapevole nel reticolo di coordinate riconoscibili, esibisce un mestiere calcolato, sono bravi questi scrittori, anche troppo. Con il rischio di non oltrepassare la soglia protetta, di non lasciarci mai con un groppo in gola, con uno spaesamento imprevisto. Questo mi appare come il consonante effetto d’insieme, che singole voci fanno però esplodere con vigore e originalità.</p>
<p>Ernesto Aloia ha scritto uno dei racconti più intensi, <strong>La situazione</strong>, storia di Eugenio Gemona, famiglia di insegnanti, sposato con la figlia del proprietario di una media azienda dell’indotto Fiat, a cui presta una professionalità inutile, addetto com’è alla «pratica della concimazione»: corruzione con mazzette e delazioni, controllo sul personale, evasione fiscale. Fino a che la <strong>situazione</strong> economica precipita in crisi aperta, offrendo ad Eugenio l’occasione di un tardivo riscatto, anche agli occhi dell’amante Delfina, prima della lista degli operai sovversivi da licenziare. Un racconto amaro sugli anni del terrorismo politico coraggiosamente sbilanciato sul nostro presente. Anche Giordano Meacci in <strong>Più bella del reame </strong>narra la vicenda di un’azienda, la Rotor, prima votata all’imbottitura dei sedili anteriori delle auto Fiat, poi dopo la crisi nella metà degli anni Settanta («Alla tv, quando ci fu il rapimento Moro… Mi era bastata un’occhiata sola; ho visto il sedile davanti, quello del guidatore: i proiettili avevano scalzato il tessuto e io avevo riconosciuto la gommapiuma. Di quel tipo lì… la tagliavamo solo noi») riconvertita a Roma nella Rotor 2, questa volta con pochi operai e tutti rigorosamente precari. Un testo interessante che intreccia su cinquant’anni di microstoria industriale italiana un universo di invenzioni parallele che ruotano intorno al protagonista.</p>
<p>Elena Stancanelli cuce insieme – nel suo <strong>Hanno arrestato i’Tuti con la tuta della Teti…</strong> – alcuni significativi spezzoni anni Settanta: la vicenda del terrorista nero Mario Tuti, l’omicidio a Viareggio nel 1969 di Ermanno Lavorini, il mobiliere di Quarrata Luigi Lenzi, «imprenditore matto e imbottito di soldi», e il suo amico gran burattinaio Licio Gelli, liste e trame della P2 intorno alle stragi e al fallito colpo di stato. Segnalerei ancora i racconti di Gabriele Pedullà, di Leonardo Pica Ciamarra, di Tommaso Pincio, di Christian Raimo e di Valeria Parrella, che in <strong>Verissimo</strong> narra la storia di un’insegnante fuori sede supplente a intermittenza che escogita a Bergamo Alta una vendetta notturna al letame ai danni della conduttrice del noto varietà televisivo.<br />
Emerge un tema nuovo in questi testi: il precariato che affligge questi giovani autori, con il pericolo che «gli ideali» per cui combattono «le migliori menti» di questa generazione si limitino a un contratto a tempo indeterminato.</p>
<p>***</p>
<p><em>Pubblicato in due puntate su</em> Stilos <em>il 20 e 27 aprile 2004</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">442</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-09-15 03:59:27 by W3 Total Cache
-->