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	<title>Giorgio Ficara &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una distanza (quasi) incolmabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 04:43:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Ficara Ho appena riletto il bellissimo La stanza separata di Garboli, che Alfonso Berardinelli pubblica nella sua collana &#8220;Prosa e Poesia&#8221; di Scheiwiller. Composto di capitoli divaganti, peregrini (per esempio l&#8217;empatico Soldati e Maigret accanto a una stizzita stroncatura di Pasolini dantista), questo saggio del 1969 ci restituisce il puro piacere della lettura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Ficara</strong></p>
<p>Ho appena riletto il bellissimo <strong><em>La stanza separata</em></strong> di <strong>Garboli</strong>, che Alfonso Berardinelli pubblica nella sua collana &#8220;Prosa e Poesia&#8221; di Scheiwiller. Composto di capitoli divaganti, peregrini (per esempio l&#8217;empatico <em>Soldati e Maigret</em> accanto a una stizzita stroncatura di Pasolini dantista), questo saggio del 1969 ci restituisce il puro piacere della lettura d&#8217;eccezione insieme a un atteggiamento critico addirittura normativo che Garboli, nonostante il suo fluttuante dandismo, non ha mai tradito.</p>
<p>[È vero:] quando Garboli scriveva quelle pagine, i punti di riferimento, per un giovane critico, erano del tutto chiari e inevitabili. La critica, soprattutto nella forma più duttile del saggismo, non avrebbe mai potuto essere &#8220;facile&#8221; e popolare, o meglio popolare in quanto facile. Saggisti come Pietro Citati e Roberto Calasso, oggi autenticamente e felicemente popolari, allora non esistevano. Esistevano i preziosissimi Trompeo, Pancrazi, Cecchi. Esistevano il saggio sulla Riforma Tridentina di Dionisotti, quello sull&#8217;arte dannunziana di Raimondi, o sulla &#8220;lingua dell&#8217;improvviso&#8221; di Folena o sui neoclassici di Praz: stupendi e &#8220;difficili&#8221;.<span id="more-13686"></span> Un giovane non avrebbe potuto sbagliare: dietro di lui, nel passato remoto, da Foscolo a De Sanctis, la critica era sempre stata un esercizio alto dell&#8217;intelligenza (anche De Sanctis, che scriveva la <em>Storia</em> su commissione, per tutti, non era poi squisitamente complesso quando, ad esempio, parlava di romanzo e tradimento del romanzo a proposito del<em> Canzoniere</em> di Petrarca?). Per vecchi e giovani, il genio della critica è stato sempre quello di sondare il mistero della semplicità sublime di un testo (la &#8220;luna il ciel&#8221; di Leopardi) o altrimenti di vagliarne l&#8217;oscurità profonda (l&#8217; &#8220;arduo nulla&#8221; di Montale).</p>
<p>In nessun caso, la critica ha avuto mai per fine di rendere facile il difficile, né di tradurre l&#8217;intraducibile. Ora, proprio questo statuto, questo &#8220;patto&#8221; tra critici e lettori, cui Garboli nei suoi eccentrici saggi teneva fede assoluta, sopravvive innanzitutto come problema, oggi, nei critici più giovani. La distanza tra Roland Barthes e Proust era minima, dice <strong>Antoine Compagnon</strong> nel recentissimo <strong><em>La littérature, pour quoi faire?</em></strong>, ma la distanza tra noi e Barthes è immensa. Compagnon, come peraltro già <strong>Berardinelli</strong>, [<em>il y a longtemps</em>,] in <strong><em>La</em> <em>forma saggio</em></strong>, ribadisce il senso della saggistica nella sua stessa esitazione, nei suoi stessi vuoti, nei suoi stessi <em>achoppements</em> di fronte all&#8217;attuale e incessante sottrazione di realtà. Nonostante un suo momentaneo e non pertinente benessere mediatico (i critici &#8220;si incoronano&#8221; tra loro, insiste spesso Franco Cordelli), oggi la vera critica, in assenza d&#8217;un orizzonte letterario condiviso, deve fare i salti mortali.</p>
<p>Lo sa bene <strong>Massimo Onofri</strong>, che nel suo ultimo, fulminante libello <strong><em>Recensire</em></strong> scrive: &#8220;la letteratura occupa uno spazio sempre più marginale e meno prestigioso: così i critici, che preoccupano e interessano sempre meno i potenti di turno, sono forse più liberi, non hanno più niente da perdere&#8221;. Altro che &#8220;incoronazioni&#8221;. La critica è giunta oggi a <em>non avere più niente da perdere</em>: a un grado zero, anzi a un grado sotto zero, cui Onofri per puro spirito d&#8217;iniziativa concede l&#8217;attributo della leggerezza e della libertà. All&#8217;esercizio della critica, che per lui è innanzitutto razionalizzazione del gusto e del temperamento individuale, manca sempre più una casa comune. Il critico che dice la sua su un autore, oggi più che mai deve rispondere di se stesso, deve ribadire e ristabilire i confini della sua stessa disciplina.</p>
<p>Questo atteggiamento, spontaneo e &#8220;naturale&#8221; in Garboli, è divenuto oggi formalmente necessario. &#8220;Qualcosa che continua a esserci anche se è già accaduto&#8221;: sulla scia di Garboli, <strong>Raffaele Manica</strong> si interroga febbrilmente sui fondamenti (della critica) in un libro molto acuto che sembrerebbe invero [dissimularli] nelle pieghe dell&#8217;erudizione e della grazia: <strong><em>Qualcosa del passato</em></strong>. I suoi saggi su Zanzotto petrarchista, su Garboli longhiano o sul Montale &#8220;innamorato&#8221; sono del tutto degni dei maestri (sono &#8220;tradizionali&#8221;), ma scricchiolano nel vuoto, si sbilanciano e volano a un congruente non-luogo, come tutto ciò che oggi è autenticamente critica.</p>
<p>Che dire, dunque, di saggisti come <strong>Citati </strong>(<strong><em>La malattia dell&#8217;infinito</em></strong>) e <strong>Calasso </strong>(<strong><em>La folie Baudelaire</em></strong>) che, nel momento stesso della crisi o infermità o addirittura morte presunta della letteratura, riabilitano il paziente più debilitato, delicato e iperletterario? La loro &#8220;felicità&#8221; di saggisti coincide dopotutto con quella dei loro lettori e potrebbe zittire gli innumerevoli stroncatori, dallo stesso Garboli, qui in un capitolo, su Citati, dal maligno titolo <em>Tutta una trascendenza</em>, ai ricorrenti e <em>en verve</em> Berardinelli, Onofri e a tutti gli altri: Citati sarebbe un critico vero che, a un certo momento, spinto da uno o più demoni o dèi, ha lasciato l&#8217;agone o il circolo o il corpo a corpo ermeneutico per una specie di grande e fortunata traduzione dei classici. Calasso, più calcolante, da <em>La rovina di Kasch</em> a quest&#8217;ultimo saggio-narrazione, avrebbe inventato e promosso una &#8220;difficoltà&#8221; accessibile al grande pubblico, nonché una saggistica popolare vestita di panni aristocratici.</p>
<p>Né l&#8217;uno né l&#8217;altro, certo, con la loro piena pronuncia, con il loro passo tranquillo e il loro occhio &#8220;mitico&#8221;, non temporale, ricordano che la critica è da un&#8217;altra parte, indietro, eternamente alla retroguardia, &#8220;zoppicante&#8221; &#8211; diceva l&#8217;abate Bremond &#8211; nel mondo storico delle ipotesi che si susseguono e si contraddicono, fondata sulla distanza (quasi) incolmabile di un testo dalle sue interpretazioni.</p>
<p><em>L&#8217;articolo è apparso su <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=9013809" target="_blank">Tuttolibri </a>il 10.01.2009</em></p>
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