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	<title>Giorgio Mascitelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le femmine di Hilbig</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2020 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[le femmine]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[wolfgang Hilbig]]></category>
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<p>L’uscita dei due racconti lunghi <em>Le femmine- Vecchio scorticatoio</em> di Wolfgang Hilbig ( Keller editore, euro 16,50, resi credibili in italiano con perizia da Riccardo Cravero e Roberta Gado ) costituisce una novità imperdibile per tutti gli appassionati di grande letteratura, segmento di mercato che, come è noto, vive soprattutto di ristampe. Sebbene questo libro non sia una prima assoluta nel nostro paese per lo scrittore tedesco, visto che negli anni novanta uscì un’antologia di racconti, <em>La presenza dei gatti</em> per i tipi de Il Saggiatore, qui ci troviamo  però di fronte a due delle opere maggiori.</p>
<p>Per introdurre al lettore che non lo conosce questo eccezionale autore, nato nel 1941 in Turingia, vissuto fino al 1985 nella Repubblica Democratica Tedesca ( DDR), che anche dopo il suo passaggio a ovest ha costituito l’habitat irrinunciabile della sua narrativa, e morto a Berlino nel 2007, si potrebbe ricorrere a una fitta aneddotica alimentata da una vita caratterizzata dall’abbondanza di pugni incassati, sia metaforici sia effettivi, dato che per un certo periodo praticò anche la boxe, ma qui basterà ricordarne uno assai più sobrio ovvero che tra le prime spese effettuate con gli incassi dei suoi libri vi fu l’edizione integrale dell&#8217;opera di E.T.A. Hoffmann. Dello scrittore romantico Hilbig ha i due momenti, quello stralunato, fantastico-esistenziale e quello ferocemente ironico contro il benpensantismo, certo però con ritmi e contenuti ipermoderni.</p>
<p>Non bisogna pensare, specialmente per questo libro, a un classico scrittore del dissenso, di denuncia degli stati caserma  del blocco sovietico, anche se alla fine la natura claustrofobica della DDR balza fuori in maniera prepotente e più netta che in tante opere sul tipo de <em>Le vite degli altri</em>: essa è, per così dire, la cornice senza la quale il quadro non potrebbe esistere, è lo sfondo che fa la storia.  L’io narrante protagonista di entrambi i testi, poco importa se autobiografico o meno, si presenta sempre come deviante rispetto ai valori ufficiali di stato e a quelli tradizionali condivisi dalla gente comune, ma la loro contestazione avviene quasi implicitamente nell’ambito di una ricerca di una collocazione esistenziale o, più banalmente e radicalmente, di una domanda di sopravvivenza.</p>
<p>Ne <em>Le femmine</em> ( titolo che proprio nella sua brutalità si lascia identificare come una drammatica richiesta di aiuto) un operaio affetto da una strana malattia, che ha tra i suoi sintomi quello di impedirgli di vedere le donne, si convince di vivere in una specie di paese di Hamelin dal quale esse sarebbero proprio scomparse. Resosi conto che si tratta solo di una sua percezione dovuta alla malattia, rivela di avere una tempra simile a quella di un Orfeo nella disponibilità di andare negli Inferi della propria interiorità a recuperare la capacità di vedere le donne.  In <em>Vecchio scorticatoio</em> un ragazzotto svogliato che promette di riuscire un fior di birbone, secondo i vaticini della comunità, vagabonda nei dintorni della cittadina in cui abita, essendo attratto in particolare da un vecchio stabilimento, Germania II, oggetto di una misteriosa e generalizzata riprovazione da parte della gente forse in ragione degli strani personaggi che vi lavorano. Ma la ricchezza reale dei testi è dettata in primo luogo dalle improvvise e umanissime illuminazioni nel mezzo di uno scenario squallido. Comune ai due racconti è una volontà disperata, persino feroce nell’annientare qualsiasi nascondiglio dettato dall’autocompiacimento, di confessione di sé e della propria miseria, che talvolta si coagula in un umorismo quasi glaciale talvolta in un’oggettività da referto autoptico. Questa spinta all’autoconfessione è però vitale, l’ansia di verità diventa ansia di vita e grazie a questo Hilbig trova sempre modo di un inserire una cifra speranzosa, magari minuscola come le iniziali del proprietario ricamate sulle camicie di una volta, nella durezza delle sue ambientazioni e delle sue storie.</p>
<p>E tuttavia sarà meglio cedere la parola allo stesso Hilbig per illustrare, a titolo d’esempio, almeno una delle vie possibili a cui conduce la sua operazione letteraria. Si legga questo brano da <em>Le femmine</em>:  “Di più, mi sembrava che perfino le parole femminili non fossero più in uso, di colpo mi parve di notare  che in città la gente si era messa a chiamare le pattumiere <em>bidoni</em>. Quando le vedevo da lontano, le pattumiere che quell’estate se ne stavano sistemate in lunghe file sul bordo dei marciapiedi […], in un primo istante credevo sempre che si trattasse di una serie di femmine informi che si trattenevano là, fiocamente iridate sotto l’azzurrina illuminazione stradale, e mi avvicinavo svelto. A quel punto mi rendevo conto che erano soltanto le pattumiere che vedevo tutte le notti, […..]. Ciò nonostante mi trattenevo a lungo e sovente nelle vicinanze di quelle pattumiere; in una città del genere, mi dicevo, è possibile che una donna spunti fuori da uno di quei recipienti e assurga alla luce come un’Afrodite nata dalle schiume del mare.” (pp.22-23).  Qui l’uso dell’assurdo è condotto in un modo che sorprende e tocca duro il lettore, quasi che l’ex pugile Hilbig si fosse ricordato di un colpo come il montante che partendo dal basso va a disarmare le difese dell’avversario aggirando da sotto la sua guardia: all’iniziale delirio che preannuncia la scomparsa in città del genere femminile perfino a livello grammaticale e all’allucinazione delle donne bidone, succede una percezione realistica che viene contraddetta dall’aspettativa nuovamente delirante, ma espressa come se si trattasse di una supposizione razionale nel monologo interiore, di una Venere emergente non già dagli stracci, ma dalla spazzatura. La folle miseria del protagonista evoca però quella del sistema in cui vive, in una sorta di radicale consonanza. Del resto non potrebbe essere altrimenti giacché la prima è un prodotto della seconda.</p>
<p>Questi racconti di Hilbig sono ambientati in una paese scartellato, poliziesco e ormai scomparso con un protagonista dagli evidenti tratti autobiografici: eppure l’impressione innegabile è che la favola narri anche di noi. Credo che sia questo che s’intendeva una volta con l’espressione ‘universalità della letteratura’.</p>
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		<title>Del significato per il futuro delle risoluzioni parlamentari sul passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Oct 2019 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento europeo]]></category>
		<category><![CDATA[risoluzione sulla memoria storica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli La risoluzione votata dal parlamento europeo il 19 settembre scorso ‘sull’importanza della memoria storica per il futuro d’Europa’ ha prodotto numerose discussioni e un dibattito, anche se, come hanno notato alcuni osservatori evidentemente preoccupati del provincialismo del paese, quasi solo in Italia. Bisognerebbe ricordare ai cosmopoliti che è naturale che sia così, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>La risoluzione votata dal parlamento europeo il 19 settembre scorso ‘sull’importanza della memoria storica per il futuro d’Europa’ ha prodotto numerose discussioni e un dibattito, anche se, come hanno notato alcuni osservatori evidentemente preoccupati del provincialismo del paese, quasi solo in Italia. Bisognerebbe ricordare ai cosmopoliti che è naturale che sia così, visto che l’Italia è stato l’unico paese alleato della Germania nazista nella seconda guerra mondiale ad avere avuto un significativo movimento di resistenza ed è l’unico paese, con la Spagna, ad avere una destra che si relaziona in maniera ambigua all’esperienza fascista: va anche aggiunto che caratteristico dell’Italia, acconto a un antifascismo politicamente fondato, una certa retorica mediatica dell’antifascismo, che rischia spesso di essere perniciosa per la sua stessa causa. Resta comunque il fatto che la mozione del parlamento europeo crea un potenziale conflitto tra un’identità democratica italiana fedele ai valori della Costituzione e l’identità europeista espressa da questo tipo di memoria.</p>
<p>Sul piano storico, purtroppo, il principio di non contraddizione non vale e il fatto che sotto Stalin l’Unione Sovietica  sia stata un paese totalitario con i suoi abitanti e imperialista con i suoi vicini è tanto vero quanto il fatto che senza l’Unione Sovietica Hitler avrebbe vinto la guerra. La storia ha una dimensione tragica e non logica della verità e dunque un’istituzione rappresentativa avrebbe dovuto adottare una saggia prudenza nell’esprimere deliberazioni che si basano su situazioni storiche complesse e contraddittorie, ma pretendere una consapevolezza del genere dal personale politico che siede al Parlamento Europeo sarebbe chiedere troppo al generoso sentimento di fiducia nel genere umano che ogni sincero cittadino europeo dovrebbe provare quando pensa ai suoi rappresentanti. Questa risoluzione, peraltro, rivela una natura composita e talvolta contraddittoria, segno di un lungo lavoro di limatura e mediazione, basti pensare che il comma 7 esprime la condanna per ogni forma di revisionismo storico e che l’impianto di questo documento sarebbe impensabile senza l’opera di Ernst Nolte e del revisionismo tedesco degli anni ottanta, oppure all’oscillazione nella terminologia tra comunismo e stalinismo; insomma la risoluzione che dovrebbe favorire una memoria condivisa europea rivela nella sua stessa struttura le profonde divergenze di memoria tra vari paesi e all’interno degli stessi.</p>
<p>Peraltro l’impostazione di fondo della mozione, che mi sembra provenire da un connubio tra conservatori tedeschi e polacchi e forse ungheresi, è interessante perché sembra essere rivelatrice dei fondamenti ideologici di quella che si potrebbe definire la costituzione materiale europea come si è formata, a dispetto dei fallimenti dei tentativi ufficiali, in questi anni. La nuova Europa ha dunque la sua radice fondante nel 1989, che illumina retrospettivamente anche il 1945, non è più socialdemocratica, ma liberista nella concezione dei rapporti sociali e trova un suo fondamento morale nella condanna del debito pubblico come forma di degenerazione della vita individuale e collettiva, pur mantenendo come elemento di continuità con la vecchia l’atlantismo in politica estera.</p>
<p>Non è un caso allora che il vero atto costituente di questa nuova Europa sia stato il trattamento del dossier sul debito greco, con il quale si è rivelato chi è il sovrano che fa la legge e sta fuori di essa, le norme, le punizioni per le infrazioni delle medesime, i veri valori fondanti aldilà delle elencazioni ufficiali, i rapporti di forza e quelli fiduciari per il riposizionamento nella gerarchia dei singoli paesi. E’ chiaro allora che la risoluzione rifletta innanzi tutto il punto di vista della Germania e dei paesi dell’Est europeo, ma non va dimenticato che essa si inserisce in un panorama generale in cui già sei anni fa un documento della banca d’affari statunitense JP Morgan definiva un rischio per la tenuta della UE le costituzioni dell’Europa del Sud nate dall’antifascismo. Allora in questo quadro che coniuga forme di revanscismo dissimulato, difesa delle istituzioni finanziarie private responsabili della crisi e nuovi assetti della governance europea diventa possibile una convergenza tra partito popolare e sovranismi di destra, specie dopo l’annunciato ritiro di Angela Merkel. Vi è anzi il rischio che la fine del cancellierato della Merkel segni il tramonto del katechon, il potere che trattiene dalla dissoluzione, per usare un’espressione biblica in voga nel dibattito politico-filosofico italiano ( senza per questo dimenticare che il cancellierato Merkel ha programmaticamente sottovalutato i rischi di questa convergenza).</p>
<p>In questa senso la vicenda ucraina prefigura già questa convergenza con la sua prevedibile propensione alle avventure: il fatto che Germania e Francia si trovino ora nella necessità di trattare con la Russia per evitare che l’Ucraina diventi una sorta di Bosnia all’ennesima potenza ossia un paese paralizzato in una sorta di tregua perenne con una scia di odi etnici mai sopiti che impedisce qualsiasi tipo di ripresa economica e stabilità politica è la prova eloquente degli esiti di questa propensione. Eppure ciò che è accaduto non produce una riflessione autocritica. Puntualmente infatti troviamo ai commi 15 e 16 della risoluzione l’indicazione della Russia putiniana come continuatrice dell’Unione Sovietica e come paese criptocomunista, quando i riferimenti storici ideali di Putin della sua politica di potenza vanno piuttosto verso un generico nazionalismo e semmai verso lo zarismo ( basterà pensare che il grande kolossal patriottico dell’era putiniana è dedicato alla nascita della dinastia Romanov e non a Stalingrado, che le critiche al liberalismo occidentale rientrano in una tradizione slavofila e non certo comunista, oltre a echeggiare temi cari a tutti i populisti di destra, e che sotto Putin è stata introdotta nelle scuole russe la lettura di Solženicyn). L’indicazione della Russia di Putin quale erede del totalitarismo di Stalin è tuttavia funzionale alla creazione di un sottofondo anticomunista, che è l’unico terreno politico sul quale può avere luogo questa convergenza senza che ne appaiano tutte le ambiguità storiche e politiche.</p>
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		<title>La morte di Sordello nel Baldus</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/08/16/la-morte-di-sordello-nel-baldus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[baldus]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Sordello]]></category>
		<category><![CDATA[Teofilo Folengo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; Che il personaggio di Sordello, il poeta già presente nel Purgatorio dantesco, si trovi anche nel Baldus potrebbe essere tranquillamente letto come un localismo: il mantovano Folengo che in un’opera ambientata in parte anche a Mantova evoca un genius loci per nobilitare la materia macheronica. Forse però le cose non stanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-80159" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello-273x300.jpg" alt="" width="273" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello-273x300.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello-250x275.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello-200x220.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello-160x176.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Sordello.jpg 515w" sizes="(max-width: 273px) 100vw, 273px" /></p>
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<p>Che il personaggio di Sordello, il poeta già presente nel <em>Purgatorio </em>dantesco, si trovi anche nel <em>Baldus</em> potrebbe essere tranquillamente letto come un localismo: il mantovano Folengo che in un’opera ambientata in parte anche a Mantova evoca un genius loci per nobilitare la materia macheronica. Forse però le cose non stanno del tutto così.</p>
<p>Sordello da Goito appare alla fine del terzo libro del Baldus. Baldus ancora ragazzino sta per essere arrestato dal bargello e dai suoi sbirri per aver ucciso a Mantova nel corso della festa delle calende di maggio un assalitore. Lo stesso Baldus chiede a Sordello di essere giudice nella contesa con la sbirraglia e ovviamente l’antico trovatore darà ragione a Baldus e anzi lo prenderà sotto la sua protezione. Folengo lo descrive come ormai vecchio, ma sostanzialmente secondo i canoni di rappresentazione della tradizione letteraria: insomma il Sordello del <em>Baldus</em> non è a prima vista troppo diverso da quello dantesco e agisce e parla con aristocratico senso dell’onore e della giustizia. Intima al bargello di lasciare il ragazzo, ma questi vuole procedere con l’arresto e portarlo in città da Cipada. Allora Sordello riprende la parola e, approfittando del fatto che si è radunata una piccola folla di contadini per assistere alla contesa, denuncia con vigore la malvagità e la corruzione degli sbirri, costringendo il bargello a rinunciare al suo proposito.</p>
<p>Sebbene egli riconosca in Baldus un suo pari travestito da contadino, per salvarlo richiama la natura di oppressi dei contadini di fronte al potere poliziesco e cittadino, inaugurando così un’inedita alleanza tra valori aristocratici e mondo contadino oppresso. Ovviamente parlare di valori aristocratici qui significa parlare di ideologia cavalleresca, ossia l’aristocrazia degli squattrinati e dei secondogeniti, e probabilmente significa parlare con più precisione di valori umanistici. La scena dello pseudocomizio è descritta da Folengo secondo i dettami dell’arte macheronica e dunque il poeta ci informa che Sordello è sì vecchio, ma si tiene bene tant’è vero che non sputa o scoreggia involontariamente come fanno gli altri vecchi. La vecchiaia e la saggezza rette da giusti valori dovrebbero consigliare e guidare il giovane Baldus, che non a caso si è messo nei guai durante la festa di primavera. Ma si sa che le cose nella vita non vanno mai così lisce e la vecchiaia è anche debolezza. Sordello nel quarto libro, chiamato a Mantova a difendere Baldus da nuove accuse, dovrà confessare i limiti della sua protezione, che è anche una paternità spirituale, perché gli manca la forza ormai di lottare contro il pretore della città. Difatti tre giorni dopo morirà o per il dispiacere o per l’avvelenamento procurato dallo stesso pretore Gaioffo.</p>
<p>Le sue ultime parole nel poema sono emblematiche: “At plures video de vobis torcere testam,/nasutosque mihi oranti deducere nasos./Sat bene nunc vestri pensiria nosco magonis,/ quare nolo meas ventis gittare parolas./ Quam doleo quod longa bovi paleria vecchio/ iam mihi nunc pendent, quam quod mihi bolsa  cavalla est./ Non animus, fateor, mancat, sed forza volavit.” ( IV,vv. 542-548: ma vedo che molti di voi girano la testa e allontanano da me che chiedo i loro nasi arricciati. Ora conosco abbastanza bene i pensieri del vostro magone perciò non voglio gettare al vento le mie parole. Ciò di cui mi lamento è il fatto che una lunga giogaia pende a me vecchio come ai buoi, e che la mia cavalla è bolsa. Non mi manca il coraggio, lo confesso, ma la forza se ne è andata). E’ una drammatica confessione d’impotenza che prelude alla morte ed è sorprendente che Folengo con un lingua dalle connotazioni comiche come il macheronico regga anche questa confessione così drammatica. La morte di Sordello potrebbe essere una sorta di passaggio di consegne allo stesso Baldus di quei valori, ma in realtà non è così perché al vecchio trovatore è mancato anche il tempo per istruire il suo pupillo. Allora quella morte rappresenta la morte dei valori umanistici, che non sono più patrimonio della cavalleria e non trovano nel mondo contadino chi li possa riprendere. La specificità di Folengo non sta però nella dichiarazione della fine del mondo cavalleresco, o meglio della fine dell’ideale di quel mondo, della qual cosa non mancano certo esempi illustri anteriori, contemporanei e posteriori, ma nel fatto che venga cercata come estrema salvezza di quei valori l’accordo con quella parte della società, i contadini, che è senz’altro la più lontana nella gerarchia sociale. Infatti la dichiarazione della fine della cavalleria, e più in generale della fine di un’idea aristocratica della vita, non è certo una caratteristica del solo <em>Baldus</em>, come si è detto, ma piuttosto una contraddizione interna dell’umanesimo che riprende, in realtà trasformandolo, un ideale aristocratico di vita proprio nel momento storico in cui la borghesia europea comincia la sua lunga ascesa che terminerà con il 1789 o il quarantotto. E’ invece peculiare di questo poema l’idea che tale concezione della vita possa essere ripresa solo dagli ultimi ed è comprensibile che sia isolato in ciò: chiedere alla plebe contadina, alla schiuma della società di comportarsi aristocraticamente significa essere per la rivoluzione. Il problema storico è che non c’è nessuna rivoluzione ( al massimo il sogno di questa per chi non sa che Lutero si è subito messo d’accordo con i principi), il problema letterario è che Sordello ormai vecchio muore senza poter correggere Baldus. E muore con pathos il combattente irriducibile, il poeta satirico che prende in giro i potenti ( gli storici hanno restituito un’immagine del Sordello reale, come era lecito aspettarsi, piuttosto diversa, ma qui è in questione il Sordello personaggio letterario introdotto da Dante), che anche nel <em>Purgatorio </em>non si piega a domandare favori per la propria anima, muore con il pathos, e la disperazione, di chi si deve arrendere (forza volavit, fateor ) perché non ha più energie.</p>
<p>Sordello richiama ai termini della loro oppressione i contadini, benché essi siano avidi e creduloni, come li descrive Boccaccio, il cittadino e borghese Boccaccio, e vorrebbe prestare loro un po’ della sua coscienza di sè, conferire loro la sua dignità come strumento di lotta, ma non è possibile, non ci crede nessuno, nemmeno Folengo temo. E Sordello paga questo errore con la sua incomprensibilità per i posteri. Infatti un curioso destino lo attende: Sordello viene rievocato anche in un grande romanzo del XX secolo, il <em>Molloy</em> di Beckett, quando ormai la civiltà cittadina del lavoro ha trionfato da tempo.  In un passo di questo romanzo Sordello viene confuso, ovviamente dal protagonista non dall’autore, addirittura con Belacqua, il personaggio dantesco che incarna la pigrizia; la confusione è giustificabile per un moderno, entrambi i personaggi nella <em>Divina Commedia</em> evidenziano una certa indolenza non affannandosi a venire incontro al poeta e alla sua guida, anche se una simile confusione avrebbe sorpreso non poco Folengo e Dante. Molloy, uno dei barboni beckettiani, si paragona a Belacqua o Sordello, non si ricorda neanche lui bene, perché pigrizia e nobile ritegno si confondono inevitabilmente nell’epoca dell’etica del lavoro (e a maggior ragione ancor di più nell’epoca dell’autoimprenditorialità).</p>
<p>Questa incomprensibilità di Sordello rispetto ai criteri ideologici del moderno e del postmoderno illumina anche l’incomprensibilità del macheronico. Non alludo qui alla difficoltà linguistica di questa mescolanza lessicale e sintattica di italiano, dialetto lombardo e latino, ma a un’incomprensibilità radicale di un linguaggio che nella sua alterità comica mantiene una tensione utopica, certo nel senso bachtiniano del carnevalesco. E una prova di tale tensione è offerta da quei pochi versi riportati sopra in cui un linguaggio comico, pastoso e scurrile riesce a tenere anche in un contesto di drammatica serietà. L’incomprensibilità del macheronico dunque è più radicale di quella linguistica ed è relativa al senso stesso della sua scelta come lingua e al significato della sua comicità. L’incomprensione è del resto il destino che tocca a coloro che hanno provato a percorrere vie che si contrapponevano a quelle dominanti e non sono riusciti a farcela, ai perdenti che non hanno potuto realizzare neanche un brandello della propria utopia. E’ un prezzo da pagare pesante, ma è il rischio che bisogna correre talvolta per giungere a testimoniare la propria porzione di verità.</p>
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		<title>Campo d&#8217;onore ( Bagatella delle iniezioni)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Aug 2019 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[bagatelle]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160;    Con gesto muzioscevolico Guido della Veloira protende la mano verso quella del dottore che gli consegna la prescrizione di un ciclo di iniezioni. Non c’è da preoccuparsi, non è nulla di grave. Eppure questa prescrizione gli lascia l’amaro in bocca quasi si trattasse di qualcosa d’impensabile nell’oggi, quasi fosse un’improvvisa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
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<p><strong> </strong>  Con gesto muzioscevolico Guido della Veloira protende la mano verso quella del dottore che gli consegna la prescrizione di un ciclo di iniezioni. Non c’è da preoccuparsi, non è nulla di grave. Eppure questa prescrizione gli lascia l’amaro in bocca quasi si trattasse di qualcosa d’impensabile nell’oggi, quasi fosse un’improvvisa riapparizione di un passato che non vuole passare; ineffetti c’è da dire che il suo dottore, che a questo punto sarebbe più giusto chiamare sciur dutur, è abbastanza avanti con gli anni, come fosse un fossile congiuntamente conservato al lavoro dalla legge Fornero e dall’estromissione dai vantaggi di Quota Cento in ragione magari di oscuri e infernali trascorsi contabili, e nessuno avrebbe il coraggio di apostrofarlo, come fanno i pazienti aggiornati già più autentici clienti che semplici pazienti, con il più consono appellativo di Doc. Quanto a sé, quanto a quel che s’aspetta per sé, Guido della Veloira vorrebbe non dico una cura più contemporanea, anche se è chiaro che nel futuro qualsiasi malattia ( a parte che le malattie di ognuno le prevederanno già dalla nascita anche esattamente nel giorno in cui iniziano a parte le virali che non si può prevedere) le cureranno con un microchip, due staminali e un calcio nel culo e via, ma s’accontenterebbe di una pastiglia, di un integratore, di una nebulizzazione al limite.</p>
<p>E’ ovvio che per Guido della Veloira le iniezioni sono il suo campo d’onore, tanto più che, non essendosi dichiarato abile alla mansione nessuno tra i suoi cari, ha dovuto rivolgersi all’infermiera Carlotta. Chissà perché anche le infermiere non vengono chiamate Sister dal paziente, ma la spiegazione probabilmente è che esse non vengono chiamate dal paziente, ma dal doc, allora esse vengono, eseguono prontamente e si ritirano senza indugio.</p>
<p>Quando sa della prescrizione ( o punizione?), un vicino di casa un po’ saputello gli spiega che lui mai rischierebbe una  fine del genere e gli mostra orgoglioso sul telefono la sua più recente app. E’ un’app che tiene conto di tutti i parametri della perfetta salute di ogni singolo valore importante, dal colesterolo alla glicemia fino alla pressione, e che provvede a dare consigli sui farmaci giusti per ottenere il raggiungimento e il rispetto dei predetti valori in occasione del controllo trimestrale di routine tramite gli esami del sangue. Questa app è indispensabile al giorno d’oggi, visto che la tendenza nei trials è quello dell’affinamento e del miglioramento, ovvero dell’innalzamento o abbassamento, di ogni parametro e ciò che un dì fu salutare oggi non lo è più, cosicché la farmacopea e i comportamenti virtuosi che da essa nascono devono costantemente tenere il passo di questi progressi. Con questo metodo il vicino sa già con legittimo orgoglio che non incorrerà mai nell’umiliazione della puntura.</p>
<p>C’è da aggiungere che quello di Guido della Veloira è un condominio molto animato e variamente popolato. Così appena due piani sopra a quel vicino abita una giovane madre che invece, sulla via della guarigione, segue i consigli del Maestro Zam Bon. Il Maestro Zam Bon suole spiegare che la presenza di microbi, bacilli e quelle altre robe così nel corpo sono solo il segno di un insufficiente grado di meditazione del soggetto; pertanto le malattie infettive non sono altro che la somatizzazione di questa insufficienza. La giovane madre volle esporre questa teoria con riscontri difficili da decifrare alla vicina ottantenne, allorché costei non riusciva a riprendersi dall’influenza invernale. E’ positivo invece che chi sta percorrendo il proprio cammino di salvezza, solo se si è inoltrato oltre un certo segno però, è perfettamente immune. Questo spiega tra l’altro perché la varicella è molto più fastidiosa e pesante negli adulti che nei bambini, giacché in fondo è fisiologico che un bambino non mediti molto. Sulle vaccinazioni poi il Maestro Zam Bon, che è uomo in cui la fede nella saggezza è contemperata dalla prudenza nelle cose secolari, ha una posizione articolata: egli afferma che chi è avanti nel cammino non ne ha più bisogno, mentre chi non si sente pronto è meglio che le faccia. Quando la vicina, che doveva decidere se vaccinare il figlio, gli ha chiesto se lui la vedeva pronta, ha risposto che questo doveva percepirlo lei stessa sentendo dentro di sé una voce interiore che ne attestava la prontitudine. Siccome a lei sembrava di sentirla ha deciso di non vaccinare il bimbo. Di una cosa è certa la giovane madre ed è che a lei, seguendo la via della meditazione, mai capiterà l’umiliazione della puntura.</p>
<p>Quando attende l’infermiera Carlotta, che giunge per fargli l’iniezione, Guido della Veloira ambirebbe a mostrare a sé e agli altri quell’ammirevole serenità d’animo che il Duca d’Enghien mostrò dormendo profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, ma sa già che la sua discesa sul campo d’onore sarà forzatamente più travagliata. Su tutto il resto Guido della Veloira sente di avere espresso la propria non definitiva opinione, anche se per la verità nessuno l’ha udita, e quando sente l’infermiera Carlotta suonare al citofono si ridice facendosi coraggio ‘ stretta è la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia’; ma ciò è profondamente impreciso, anzi sbagliato, giacchè non sfuggirebbe neanche all’osservatore più svagato che la via va facendosi sempre più stretta.</p>
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		<title>Considerazioni soggettive sulle prove oggettive</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2019 05:00:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[esami di stato di terza media]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[prove INVALSI]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>La pubblicazione dei risultati delle prove INVALSI per gli esami di stato di terza media e in particolare quelli di italiano, che evidenziano un 35% di candidati sotto il livello di accettabilità della prova ( quelli che sul <em>Giornale  </em>sono stati chiamati gli ‘analfabeti’) ha prodotto una prevedibile salva di opinioni autorevoli. Di solito la maggior parte dei commenti a dati del genere è riconducibile a due tipologie: la prima, che si può battezzare nostalgica, considera l’attuale scuola come il prodotto di una decadenza continua, perlopiù cominciata con il ’68 e delle quali le riforme recenti non sono che un tardivo e irrilevante epifenomeno e i cattivi risultati un’inequivocabile conferma dello stato di cose. Abbastanza indifferente a quisquilie come il fatto che la scuola vagheggiata si reggeva sull’esclusione dall’istruzione media e superiore di circa tre quarti degli alunni, esclusi pertanto dalla possibilità di conoscere con sicurezza l’italiano, questo tipo di argomentazione risulta di piacevole lettura perché si avvale di un apparato retorico dimostrativo risalente, con i dovuti aggiornamenti, perlomeno al dibattito sulla crisi dell’eloquenza nella cultura romana del I secolo d.c..</p>
<p>L’altra tipologia, che per comodità definirò tecnocratica, abitualmente considera in forma implicita o esplicita responsabili dei cattivi risultati, perché va da sé che i risultati possono solo essere cattivi,  gli insegnanti e i loro metodi didattici proponendo come correttivo tipici obiettivi di politica scolastica main stream ( eliminazione o ridimensionamento delle materie umanistiche, massiccia introduzione nella didattica delle tecnologie informatiche, stretta subordinazione dell’attività scolastica a spesso imprecisate esigenze produttiviste, competitività eletta a principio guida della scuola) che nulla c’entrano o addirittura sono in palese contraddizione con i dati presi in esame. Si tratta anche in questo caso di un’argomentazione retorica, anche se di formazione più recente, che mira alla persuasione grazie a un effetto di scientificità conseguito sovente tramite un non avaro ricorso a tecnicismi anglosassoni e un continuo richiamo ai compiti inderogabili che il Futuro nella sua trasparenza impone alla scuola che ne voglia essere degna.</p>
<p>A mio avviso invece la prima cosa che andrebbe ricordata, quando si commentano i risultati delle prove INVALSI,  è che esse sono presentate come un modello oggettivo di misurazione delle abilità, quando nella comunità scientifica esiste una forte discussione sull’oggettività della misurazione in quanto  ‘Il sistema di valutazione dell’INVALSI è realizzato seguendo il modello di Rasch , un modello di psicometria per il quale, necessariamente, 1/3 delle prove è sotto un valore “soglia”’ ( cfr. <a href="https://www.roars.it/online/la-valutazione-della-scuola-e-luso-distorto-del-test-invalsi/">https://www.roars.it/online/la-valutazione-della-scuola-e-luso-distorto-del-test-invalsi/</a>). Per chi avesse voglia di una discussione di questo metodo probabilistico più puntuale può leggere <a href="https://www.roars.it/online/il-modello-di-rasch/">https://www.roars.it/online/il-modello-di-rasch/</a>. A queste considerazioni si potrebbe aggiungere che il metodo del test standardizzato non è forse il metodo migliore di verificare il grado di padronanza di una lingua rispetto ad altre forme usate nelle scuole, i cui esiti si prestano meno facilmente a una riduzione numerica adatta a una misurazione.</p>
<p>Lo scarto tra oggettività percepita e oggettività effettiva dei test è in realtà uno dei problemi principali da tenere in considerazione perché le prove INVALSI non si presentano semplicemente come uno strumento d’indagine, cosa che in sé potrebbe essere utile, ma come un sistema scientifico e oggettivo di valutazione dell’efficienza della scuola tramite la misurazione dei risultati degli studenti. In altri termini le prove INVALSI si pongono come un sistema alternativo rispetto al sistema degli esami di stato di fine ciclo che viene contestato come non abbastanza oggettivo, anche se le abilità testate in un esame di stato sono molto più numerose e più significative. Prova ne sia che nell’attestato dell’esame di stato delle scuole superiori di quest’anno accanto al punteggio conseguito nello stesso verrà riportata la valutazione ottenuta nelle prove INVALSI.</p>
<p>A sua volta questo passaggio non è neutrale, ma funzionale a un preciso modello di istruzione in cui i singoli istituti sono in concorrenza tra di loro per attrarre i migliori studenti esaltando le differenze tra scuola e scuola invece di provare a ridurle. In questo sistema l’idea stessa di scuola pubblica sarebbe sorpassata perché anche gli istituti pubblici sarebbero incentivati a comportarsi come soggetti privati. E di una cosa sono sicuro e cioè che in un sistema del genere la padronanza della lingua italiana per la maggioranza degli studenti peggiorerebbe.</p>
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		<title>Popcorn e imbarbarimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jul 2019 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[imbarbarimento]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Vedendo le immagini della comandante della Sea Watch che scendeva dalla nave arrestata dagli uomini della guardia di finanza, mi è venuta in mente la battuta di Renzi dell’anno scorso sul fatto che con il nuovo governo si sarebbe seduto comodamente coi popcorn in mano a vedere cosa avrebbero combinato. Questa battuta è più profonda ed emblematica di quanto pensi il suo autore perché rappresenta non solo il suo pensiero, ancorché un certo tipo di tronfieria che la caratterizza sia tipicamente renziana, ma il coronamento o, per parlar da professorone, l’entelechia di un’intera classe dirigente. L’immagine dei popcorn suggerisce infatti sia l’idea di una politica da spettatori, senza partecipazione delle persone,  sia quella che le cose che accadranno in Italia a causa di questo governo infondo non tocchino lo spettatore, come se non ne pagasse lui le conseguenze, cosa che probabilmente per le nostre classi dirigenti  è vera.</p>
<p>Quella dei popcorn è anche un’opzione strategica che significa nessun ripensamento sul passato, ma attesa semplicemente degli errori dell’attuale governo perché la politica non è altro che amministrazione più o meno abile dell’esistente che non può essere messo in discussione. Eppure in Europa se l’imbarbarimento avanza, è anche  grazie a questa idea narcisista e autolesionista delle classi dirigenti, con l’aggiunta tutta italiana dell’illusione che questo governo, o altri ancora peggiori che si profilano, finirà  esattamente come finisce un film magari quando sono terminati anche i popcorn.</p>
<p>Si dà il caso invece che nel governo ci sia un comunicatore veramente bravo nel suo ramo che ha già spiegato che vuole governare per trent’anni, e tra l’altro i seguaci della strategia del popcorn sono anche convinti che si tratti del male minore rispetto ai cinquestelle.  I risultati di questo modo di approcciarsi si vedono con  il caso della Sea Watch: il ministro degli interni, in disprezzo delle norme internazionali che regolano la navigazione, costruisce un caso mediatico su una nave che ha salvato dei naufraghi per distrarre l’opinione pubblica dai tagli alla spesa che il governo deve fare per non incorrere nelle procedure d’infrazione dell’Unione dopo aver solennemente assicurato che lui dell’Europa se ne frega. I rappresentanti della strategia del popcorn,  invece di smascherare il gioco illusionistico e di fare delle controproposte sulla finanziaria, mandano alcuni loro esponenti sulla nave finendo con il favorire la diffusione dell&#8217;interpretazione tendenziosa che tale nave non ha salvato delle persone, ma è inviata apposta per mettere in difficoltà il governo.  Risultato, nonostante Salvini abbia sostenuto tesi prive di riscontro e sia sceso a più miti consigli nei suoi rapporti con l’Unione, guadagna consensi come l’uomo tutto d’un pezzo che non si piega ai diktat europei.</p>
<p>Benché l’Italia sia un paese senza prospettive economiche in cui la crisi demografica sta incidendo come durante una guerra,  una parte cospicua della popolazione, potenzialmente maggioritaria, non è poi così disponibile a lasciarsi incantare da giochi illusionistici, ma non per questo è disposta ad appoggiare un’opposizione che tramite la strategia dei popcorn mostra di volere solo il ritorno al passato sentito con ragione come altrettanto minaccioso. Occorre, se si vuole contrastare quell’imbarbarimento di cui gli insulti a Carola Rackete sono un sintomo, indagare con umiltà le problematiche che affliggono le fasce medio basse della popolazione italiana e fornire proposte concrete alternative ai risarcimenti simbolici per l’impoverimento collettivo offerti con gran dovizia dal comunicatore</p>
<p>Almeno è che così che la vedo io, ma a me il popcorn non è mai piaciuto.</p>
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		<title>Osservazioni marginali sulla cultura europea contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2019 05:01:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi dell'umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura europea]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; &#160; &#160; &#160; Con la morte di Jean Starobinski il marzo scorso arriva probabilmente a estinzione o quasi quella tradizione plurigenerazionale di studiosi novecenteschi, di formazione storicofilologica, in grado sia di muoversi con rigore specialistico su singoli aspetti sia di padroneggiare  una visione d’insieme dei fenomeni culturali e letterari, di cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-79603 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-300x100.png" alt="" width="300" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-300x100.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-768x256.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-1024x341.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-250x83.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-200x67.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-160x53.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_.png 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>Con la morte di Jean Starobinski il marzo scorso arriva probabilmente a estinzione o quasi quella tradizione plurigenerazionale di studiosi novecenteschi, di formazione storicofilologica, in grado sia di muoversi con rigore specialistico su singoli aspetti sia di padroneggiare  una visione d’insieme dei fenomeni culturali e letterari, di cui il più autorevole esponente è stato, a parere di molti, Erich Auerbach.  Si potrebbe affermare che furono studiosi che non avevano bisogno di alcuna comparatistica non soltanto perché il loro standard era quella di conoscere a menadito quattro o cinque lingue e culture, oltre la propria, ma perché essi stessi incarnavano quella sostanziale unità della cultura europea: le opere che analizzavano dentro una specifica letteratura nazionale avevano per loro significato solo in un ambito europeo.  Non credo che la loro scomparsa dipenda dal fatto che oggi non ci sono più ingegni e possibilità di formazione di quel livello, ma dal fatto che nel sistema della cultura contemporanea non esista più uno spazio per percorsi di tal genere.</p>
<p>In un certo senso è sorprendente che in un’epoca globalizzata come quella attuale, in cui grazie alla rete i contatti tra culture sono sempre più immediati e diretti, a scomparire siano proprio quegli aspetti della cultura tradizionale che sono più moderni e per l’appunto più globali. D’altra parte Starobinski, Auerbach e tutti gli altri furono esponenti d’èlite della cultura di un mondo pluricentrico e plurilinguista ( fino al conflitto), in cui fatalmente i rapporti centro/periferia erano più sfumati e per così dire concentrici, mentre la globalizzazione esprime un disegno imperiale di pacificazione del mondo, monolinguistico e imperniato su una rigida divisione di ruoli tra le numerose periferie e un solo centro.</p>
<p>La principale ragione, tuttavia, di questa scomparsa sta nella crisi dell’umanesimo, che secondo una suggestiva formulazione di Peter Sloterdijk è da individuare nell’incapacità della cultura umanistica di svolgere una funzione, simbolica ed effettiva, di unificazione comunicativa degli abitanti di una moderna società mediatica. Le tappe della crisi dell’umanesimo coincidono con lo sviluppo tecnologico della cultura di massa, dalla fine della prima guerra mondiale con la diffusione della radio alla fine della seconda con quella della televisione per arrivare alla rete a partire dalla fine della guerra fredda. In questo modo il processo di formazione che ha al centro il libro, tipico della cultura umanistica, entra profondamente in crisi. La crisi della cultura umanistica si sviluppa lungo tutto il novecento, anche se essa diviene di dominio pubblico solo con la fine del secolo breve e l’inizio della globalizzazione.</p>
<p>Questa scomparsa è purtroppo una cattiva notizia per l’Europa perché l’idea non solo di un federalismo europeo, ma in generale l’idea di un’unità europea a qualsiasi titolo ha senso solo nell’umanesimo: per capirlo non serve sviluppare raffinate analisi comparative fra <em>Il manifesto di Ventotene</em> e il discorso tecnocratico oggi dominante nelle istituzioni dell’Unione, basta considerare lo stato di fatto che oggi in Europa, se si rispettano certi parametri economici, è poi possibile assumere qualsiasi posizione politica o intraprendere qualsiasi tipo di avventura contro qualsiasi degli altri stati membri. Esaurita l’idea umanistica che la cultura europea fosse figlia, al di là delle specificità nazionali, di una comune radice legata all’idea della civilizzazione rappresentata dalla parola scritta, è restata solo un comunanza geografica e di qualche interesse economico, a cui peraltro si contrappongono una storia irta di odi reciproci e altri interessi economici divergenti,  che si è cercato di tenere insieme tramite l’ideologia liberista ossia un’ideologia che propone come cardine della società la competizione a tutti i livelli, tra individui, tra aziende, tra stati.  Indicativa a questo proposito la vicenda della costituzione europea: essa è stata bocciata in quei paesi dove, democraticamente, aveva bisogno dell’approvazione di un referendum popolare perché era talmente intrisa di neoliberismo da risultare agli occhi delle popolazioni un deciso passo indietro rispetto alle rispettive costituzioni nazionali. Non è però il  trattato di Lisbona che ha preso il posto della costituzione europea nella pratica effettiva: l’atto costituente della nuova Unione europea è stato il caso greco e il modo in cui la Grecia è stata sanzionata dalle autorità comunitarie. La vera costituzione europea è rappresentata dalla legge dei mercati e dal sovrano che la custodisce, la Germania.  Questo atto ha segnato anche la fine dell’idea umanistica dell’Europa come comunità legata da radici comuni. Non è un caso che la scelta di questi giorni del governo greco di chiedere alla Germania il pagamento dei debiti di guerra, una scelta in realtà obbligata da quanto il paese ha subito, abbia il significato di reintrodurre nei rapporti europei ciò che era stato lasciato alle spalle alla fine della guerra in nome dell’utopia umanistica europea. La forza e il fascino della comunità europea erano stati proprio la volontà di costruire oltre i disastri della storia in un’atmosfera di speranza, cooperazione e di rottura con il passato che prevaleva comune sugli aspetti di competitività economica: gli atti di ostilità subiti dalla Grecia in questi anni ( ma lo stesso si potrebbe dire dell’azione francese in Libia nei confronti dell’Italia) riportano a un clima e a un sistema di rapporti tra paesi che ricorda oggettivamente quello tradizionale.</p>
<p>Mai come ora ci vorrebbe un terreno comune che può nascere solo dalla cultura, ma se pensiamo alla cultura attuale delle élite, una cultura tecnocratica intrisa di pensiero economico main stream, dobbiamo riconoscere che essa è stata efficacissima nell’alimentare il conflitto, ma quanto a sviluppare un senso di comunità nascente dalla conoscenza reciproca delle rispettive culture e storia non ha, per usare un eufemismo, raggiunto gli obiettivi auspicati. A questo proposito mi ricordo che nei giorni della crisi del 2012 il commissario europeo agli affari economici e monetari Olli Rehn, finlandese, per far capire alla stampa italiana che era un conoscitore della nostra cultura dichiarò che da ragazzo aveva letto <em>Don Camillo</em>. A livello di cultura popolare le cose non vanno meglio: in ogni paese esiste la propria cultura nazionale e quella statunitense egemone a livello internazionale, anzi il livello dei rapporti tra culture popolari europee è in discesa. Fino a trenta quarant’anni  fa per esempio molti cantanti che avevano successo nel proprio paese cantando nella propria lingua riuscivano a diventare noti anche in altri paesi europei, oggi non più.</p>
<p>In questo contesto solo l’habitus umanistico di pensare a una comunanza di civiltà sotto le differenze potrebbe consentire di gettare qualche ponte e pensare a qualche politica che non sia solo rispetto dei parametri, ma che parli alla popolazione europea. D’altronde ci è stato spiegato in tutte le salse che la cultura umanistica non serve a nulla nel mondo contemporaneo e gli unici ponti che interessano sono quelli in cemento armato.</p>
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		<title>Un nome in meno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2019 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[apocalisse culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Monte di Procida]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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		<category><![CDATA[Vincenzo Frungillo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Un nome in meno ( Ensemble, Roma, 2019, euro 15) è l’esordio nella narrativa del poeta Vincenzo Frungillo,  autore anche di testi drammaturgici.  Il romanzo è imperniato sul ritrovamento di una vertebra umana nel mare nei pressi di Monte di Procida nel napoletano da parte di una ragazzina quindicenne, Sofia: dapprincipio appare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><em>Un nome in meno</em> ( Ensemble, Roma, 2019, euro 15) è l’esordio nella narrativa del poeta Vincenzo Frungillo,  autore anche di testi drammaturgici.  Il romanzo è imperniato sul ritrovamento di una vertebra umana nel mare nei pressi di Monte di Procida nel napoletano da parte di una ragazzina quindicenne, Sofia: dapprincipio appare però incerto se ascrivere il senso del ritrovamento a un ordine criminale o archeologico dei fatti. Siamo nell’estate del 1993 e intorno all’evento si dipanano le vicende, perlopiù private ma dotate di un significato collettivo, di vari personaggi tra i quali il padre di Sofia, Pietro, in piena crisi matrimoniale da mezza età, Julia la prostituta ucraina di cui il detto Pietro s’invaghisce e Renata giornalista precaria incaricata dal giornale locale di seguire le notizie relative al ritrovamento, free lancer, verrebbe da dire, tanto nella vita professionale quanto in quella sentimentale.  Così la narrazione, come in molte opere contemporanee, non vede un protagonista singolo ma un gruppo di personaggi, tuttavia i loro percorsi esistenziali ruotano o per meglio dire conducono all’evento iniziale e centrale e finale del libro. Questa economia della trama rende convincente il romanzo, a dispetto di qualche didascalismo, rivelandosi un’istanza di sobrietà essenziale per non cadere nei rischi di modelli narrativi  in cui la pluralità dei personaggi diventa occasione di una proliferazione del tutto arbitraria di storie ed eventi, che è poi una tipica forma del romanzesco nella fase postmoderna.  E’ sempre in virtù di questa economia narrativa che si può parlare per <em>Un nome in meno</em> di plurivocità anziché di somma di monologhi.</p>
<p>E’ un romanzo in cui i personaggi tendono al loro fine con slancio, ma anche con quei limiti ed errori che caratterizzano le persone in carne e ossa: esempio più evidente ne è il tardivo ( in tutti i sensi) amore di Pietro per la bella Julia, che fatalmente per realizzarsi deve percorrere l’itinerario della salvazione della ragazza perduta ( la conquista della fiducia, i progetti, le  esitazioni, i rischi) dall’organizzazione criminale, che peraltro esprime una logica sociale di tipo generale. Proprio a questo livello si situa il primo nucleo tematico del romanzo che rimanda alla questione del rapporto sesso/potere, non solo nel senso di strumento di dominazione e di esibizione di quest&#8217;ultima, ma anche di sesso come succedaneo del denaro in quanto merce che esprime il valore di tutte le altre merci. E’ chiaro che qui Frungillo si muove in un ambito che richiama <em>Doppio sogno</em>, ma se in Schnitzler , in fondo,  questo tema è machiavellicamente un attributo della configurazione del potere che non può essere esplicitata a livello sociale,  esattamente come il desiderio sessuale sregolato è un elemento non dicibile nella vita cosciente e diurna di entrambi i protagonisti, qui nella periferia dell’impero esso è se non esibito, contenuto entro i limiti di una normale riservatezza e al contempo tangibilissimo orpello di chi detiene il potere.</p>
<p>Un punto cruciale del testo si ha nel secondo capitolo della seconda parte interamente occupato da una conversazione tra Renata e Cosimo, un collega di redazione esperto di questioni archeologiche, al quale la donna si rivolge sia per consigli nel suo lavoro sia per un’inclinazione sentimentale.  Cosimo, nel riferire gli esiti di scavi lungo il Tevere che hanno scoperto una necropoli occupata esclusivamente da bambini appena nati e da feti risalente al terzo o quarto secolo dopo Cristo,  presenta la sua interpretazione ritenendo un fatto altamente simbolico che “una società cristianizzata, che ha fatto dell’avvento di un fanciullo il segno della sua predestinazione alla grandezza, ricordi Virgilio?, i versi della quarta ecloga delle Bucoliche che studiavamo al liceo?, […] ebbene questa stessa società inizi la sua decadenza con la morte di giovani vite o addirittura di aborti” ( p.84). E la scoperta che la vertebra proviene da una buca presso l’antica spiaggia romana in cui si trovano resti ben più recenti resti di neonati <span style="letter-spacing: 0.05em;"> illumina retrospettivamente le parole di Cosimo.  Sembra insomma che ci si trovi di fronte a qualcosa che con buona approssimazione si potrebbe chiamare con De Martino apocalisse culturale; ma se una delle caratteristiche essenziali dell’esperienza apocalittica per il soggetto è la perdita di significato,  con una conseguente insicurezza anche negli atti più ovvi del quotidiano, del rapporto con la realtà, tratti di questo sentimento si ritrovano nella spesso debole ontologia dei personaggi del romanzo. La fine del mondo, o meglio di un mondo a cui è  sempre connessa l’apocalisse culturale, non è però quella del mondo contadino, ma del progetto emancipativo della modernità. Siamo nel 1993, scandito dalle notizie delle guerre di Jugoslavia e di Somalia, le guerre di allora cioè dell’epoca dell’annunciata fine della storia, e si delinea agli occhi del lettore un paesaggio di rovine architettoniche, umani e sociali fatte degli scheletri di una fallita industrializzazione, della ripresa dell’antica strada della migrazione e dei rivoli secondari del crollo dell’impero sovietico. Insomma quel tempo che appariva alle schiere degli entusiasti del presente come l’alba di un nuovo mondo perfetto viene restituito in poche mosse da Frungillo alla sua più verosimile natura storica  di crollo di una civiltà.</span></p>
<p>Al personaggio di Renata tocca in sorte il ruolo apparentemente più positivo, in realtà il più ingrato: è lei che arriva a scoprire la buca, o meglio è a lei che viene segnalata da Sofia e pertanto ha mediaticamente la maternità della scoperta, e a intuire gli oscuri legami tra il filone sessuale e quello archeologico sacrificale della vicenda;  con questo ritrovamento giunge per lei anche la lungamente attesa occasione professionale con il passaggio dalle pagine locali all’edizione nazionale del giornale.  Eppure nel momento stesso in cui raggiunge i suoi obiettivi professionali si accorge di dover rinunciare alla scrittura di una verità complessa in nome dell’adeguamento alle regole della comunicazione giornalistica che le impongono di “costruire una semplice mappa dell’orrore, di annotare la superficie” (p.191). Renata appare un personaggio dai forti tratti allegorici volta a rappresentare la condizione storica di un vasto ceto intellettuale irreggimentato dietro le trasparenti ma spesse sbarre di una gabbia, quello del mercato dell’informazione e della cultura,  costruita da una società in cui l’appello alla libertà è diventato il principale strumento retorico della dominazione. E così sul Miseno cantato dai poeti augustei finisce con il regnare una verità monca, parziale perché tutto ciò che non rientra nell’ideologia dominante, allora come oggi, non è dicibile.</p>
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		<title>Tempi bui per la storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Liliana Segre]]></category>
		<category><![CDATA[storia a scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Tra i frutti che la sua luminosa vita ci offre il deciso impegno di Liliana Segre per evitare il ridimensionamento dello studio della storia nella scuola non mi sembra certo il meno importante. Non deve ingannare l’apparente minuzia dell’oggetto del suo intervento, ossia l’eliminazione del tema storico dalle prove per l’esame di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Tra i frutti che la sua luminosa vita ci offre il deciso impegno di Liliana Segre per evitare il ridimensionamento dello studio della storia nella scuola non mi sembra certo il meno importante. Non deve ingannare l’apparente minuzia dell’oggetto del suo intervento, ossia l’eliminazione del tema storico dalle prove per l’esame di maturità, perché Segre ha colto perfettamente che esso non è che la spia di un progressivo ridimensionamento dell’insegnamento della storia nell’ambito di una riduzione di tutte le materie ‘inutili’ alla formazione del perfetto lavoratore e del perfetto consumatore.</p>
<p>Sarebbe bello poter affermare che questo provvedimento è opera esclusiva del ministro dell’istruzione Bussetti e dell’attuale governo, ma la verità è che questo disegno viene da lontano ed è connesso all’idea di una scuola retta dalla pseudo razionalità economica promossa dall’Unione europea, dall’OCSE e dalle politiche bipartisan di tutti i governi precedenti, in particolare dalla riforma della Buona scuola. In questa prospettiva la scuola deve fornire solo competenze utili al mercato del lavoro e, in questo contesto, lo studio della storia è fatica sprecata. Coloro che ora denunciano da Bruxelles la diffusione dell’antisemitismo e di altre forme di odio razziale sono spesso quelli che hanno lavorato per creare una scuola totalmente incapace di difendere la memoria storica, magari pensando e perfino affermando esplicitamente che oggi per informarsi su questo genere di cose basta andare su internet.</p>
<p>In una società democratica lo studio della storia è fondamentale innanzi tutto perché la conoscenza di alcuni eventi, specie del passato recente, è essenziale per esercitare consapevolmente i propri diritti di cittadinanza; inoltre è altrettanto significativo mantenere la memoria dei conflitti che hanno attraversato una determinata società non perché essa offra risposte ai problemi odierni, ma perché ricorda che la democrazia non è un dono del Cielo o un dato di natura, ma è storicamente nata per rispondere in una maniera più avanzata ai conflitti del passato. E’ lecito avere il sospetto che in una società in cui la scuola è pensata unicamente come una variabile della competizione economica questo genere di preoccupazioni non esista nemmeno nei governanti.</p>
<p>Lo statuto della storia nella nostra società è quanto mai pericolante, in quanto il suo studio non è riducibile a metodologie quantitative, alle quali si sono riconvertite numerose scienze sociali nel tentativo di assomigliare il più possibile alle scienze naturali assecondando i criteri epistemologici di origine neopositivista oggi dominanti,  e non è nemmeno utile come disciplina da smerciare sul mercato. La scuola postmoderna, la scuola che è considerata di qualità secondo gli indicatori creati dagli economisti, la buona scuola in una parola, si adegua a questa visione dominante della statuto della storia e ne riduce il peso o addirittura la elimina. Dunque l’unica possibilità per la storia è quella di una scuola che dia importanza all’educazione ai valori di cittadinanza, ma una delle questioni del nostro tempo è se le classi dirigenti italiane ed europee siano poi molto interessate a formare dei cittadini.</p>
<p>Naturalmente una caratteristica saliente del nostro tempo quale il ritorno del razzismo, non in senso antropologico, perché questo vi è sempre stato, bensì come dato politico, non è certo connessa con i destini della storia come materia scolastica, ma il quadro ideologico entro cui questo ritorno del razzismo politico è stato possibile è sicuramente legato a questa marginalizzazione della storia. Liliana Segre, nella sua intervista a <em>Repubblica</em> del 26 febbraio scorso, ricordava che è concreto il rischio che, tra un po’ di anni, molte persone scambino il Colosseo per un’opera pubblica di quarant’anni fa non completata: oserei dire che quello che per la senatrice è un rischio da evitare, per molti è un obiettivo da raggiungere. Infatti chi non è in grado guardare nella sua giusta prospettiva storica il Colosseo, probabilmente non è in grado di guardarvi molte altre cose e questo potrebbe rivelarsi un buon affare per chi guarda il mondo dalla prospettiva di una business school di prestigio.</p>
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		<title>La cultura delle élite vista da un disadattato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[élite]]></category>
		<category><![CDATA[capitale culturale]]></category>
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		<category><![CDATA[populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Il successo elettorale delle forze populiste ha prodotto  numerose riflessioni sulle ragioni della loro vittoria, tra le quali spicca quella compiuta da Alessandro Baricco su Repubblica, che ha dato inizio a un corposo dibattito sullo stesso giornale.  La tesi dello scrittore torinese che si sarebbe rotto un rapporto di fiducia tra èlite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Il successo elettorale delle forze populiste ha prodotto  numerose riflessioni sulle ragioni della loro vittoria, tra le quali spicca quella compiuta da Alessandro Baricco su <em>Repubblica</em>, che ha dato inizio a un corposo dibattito sullo stesso giornale.  La tesi dello scrittore torinese che si sarebbe rotto un rapporto di fiducia tra èlite e gente comune, benché comprensibilissima e perfettamente giustificata dal suo punto di vista, mi ha sorpreso: dal mio punto di vista, certo quello forzatamente limitato di un disadattato al proprio tempo,  di un intruso che si è imbucato a un vernissage nella speranza di incamerare un paio di tartine al tavolo dei rinfreschi ma consapevole di non c’entrare nulla con le ragioni dell’inaugurazione,  che però ha vissuto gran parte della propria vita adulta sotto l’egemonia delle suddette élite, l’aspetto sorprendente di questa tesi è dovuto al fatto che mai come in quest’epoca la cultura delle élite è stata meno lontana da quella del popolo. Basti pensare semplicemente all’evidenza che in Italia fino a cinquant’anni fa èlite e gente comune parlavano letteralmente due lingue diverse; ma questo è solo un banale esempio, se si allarga lo sguardo non si può che notare come  dappertutto la cultura di massa abbia uniformato gusti, consumi culturali, mode e stili di vita. D’altra parte è vero che dal dopoguerra in poi non si è mai registrato uno scarto così grande nella ricchezza e nelle disponibilità economiche e, come cercherò di suggerire poi, forse c’è una correlazione tra i due fenomeni apparentemente di segno opposto.</p>
<p>Sia che si intenda  il termine èlite nel suo senso più specifico di gruppi dirigenti, cioè per l’Italia quelle poche centinaia di persone  referenti nazionali del sistema globale che occupano ruoli guida nell’apparato politico, militare, industriale, finanziario, mediatico, universitario e della ricerca, sia che si indichino in senso più ampio le classi elevate, quella che un tempo si sarebbe chiamata alta borghesia, è possibile affermare che il capitale culturale necessario per farne parte si è molto modificato negli ultimi trent’anni ( Bourdieu chiama capitale culturale quell’insieme di saperi non solo professionali, di solito ereditato dalla famiglia, necessari per il successo scolastico e per occupare posizioni di vertice nella società). In particolare nella formazione di questo capitale vi è stata una diminuzione del peso di una cultura generale a vantaggio di una specialistica, di quegli aspetti simbolici di appartenenza quali certe forme di etichetta e, in definitiva, un minor peso dello stesso capitale culturale nel determinare l’accesso alle sfere alte. E’ possibile vedere una traccia di questa trasformazione nel fatto che professioni come l’avvocato o il docente universitario che un tempo portavano quasi automaticamente a far parte delle élite in senso lato, oggi non sono più condizione necessaria né tanto meno sufficiente per accedervi, mentre emergono figure professionali per esempio nello spettacolo e nello sport, alle quali nel passato non sarebbe stato possibile compiere un’ascesa del genere.</p>
<p>Si potrebbe descrivere questo cambiamento come una tendenziale democratizzazione o la fine di forme di notabilato a favore di un sistema di libere opportunità e questo è  stato parzialmente vero almeno nella prima fase della globalizzazione specialmente nei paesi anglosassoni, ma questo fenomeno diventa più leggibile in un altro senso oggi: il complessivo ridimensionamento del peso del capitale culturale per le èlite rientra nel processo di eliminazione progressiva di ogni fattore  che non sia direttamente funzionale alla mera accumulazione di denaro. E’ insomma tutto ciò un esito del dispiegamento del disegno neoliberista in cui tutti gli ostacoli, ivi compressi quelli culturali, all’imporsi del gioco del mercato devono essere rimossi. Questa tendenza può essere sintetizzata dalla celebre battuta thatcheriana sul fatto che non esista una cosa chiamata società, ma solo individui che si comportano più o meno rettamente; nello stesso tempo man mano che un’idea di società diventa incomprensibile agli occhi dell’individualismo imperante la stessa idea di capitale culturale diventa sempre meno spendibile e sempre meno importante. In fondo per definire che cos’è un èlite, se al posto della società c’è solo il mercato, basta un misuratore astratto ma rigoroso come la quantità di denaro posseduto.</p>
<p>Che tale processo ovviamente induca anche nel contempo una minore capacità delle èlite di governare le tendenze sociali  appare essere un effetto collaterale di quel fallimento del neoliberismo di gestire il disagio della civiltà di cui ha parlato Massimo De Carolis ne <em>Il rovescio della libertà</em>. Se ogni misura e ogni scelta ha senso ed efficacia solo per aumentare e rafforzare la competizione, essa diventa inclusiva solo per i pochi soggetti che risultano vincitori, mentre per gli altri si traduce in un fattore di esclusione, di frustrazione e di marginalità. In una società così fatta prendono sempre più piede forme di dominio non troppo diverse da quelle tradizionali e diminuiscono invece le libertà individuali effettive e la partecipazione democratica. Ciò appare evidente se si prendono in esame tre aspetti cruciali della cultura attuale delle èlite. Alludo  in primo luogo alla cosiddetta condizione postmoderna del sapere, quella per cui ogni sapere importante  ha una validazione solo pragmatica  ossia un sapere vale solo se è spendibile sul mercato, che poi si traduce nella fiducia esclusiva oggi dominante  per la tecnocrazia; in secondo luogo al rifiuto dei limiti della condizione umana, alla non accettazione del fatto  che esistono “dei limiti intrinseci alle possibilità umane di controllo dello sviluppo sociale, della natura, del proprio corpo e degli elementi di tragicità inerenti alla vita e alla storia dell’uomo” ( Christopher Lasch <em>La ribellione delle èlite</em>, trad.it., Feltrinelli 1995); infine la convinzione che internet e il mondo virtuale siano potenzialmente lo strumento adatto per la risoluzione di ogni problema dell’individuo e della società, insomma quello che Evgeny Morozov ha chiamato soluzionismo.</p>
<p>Ciò che accomuna queste idee, prima ancora che la loro funzionalità al mercato,  è la loro natura pragmatica e, per così dire, la loro pura operatività. Questa assenza di contenuti valoriali è l’elemento che contraddistingue le élite del presente da quelle del passato ( affermo ciò in forma meramente descrittiva senza  nessun giudizio di merito implicito: le èlite del 1914 avevano una cultura con contenuti e ciò non impedì loro di accompagnare le rispettive nazioni al massacro della Grande Guerra). Da ciò deriva però un aspetto importante e cioè la maggiore contendibilità del loro ruolo da parte di qualsiasi gruppo che rispetti questo tipo di pragmatica: è il tipo di scenario su cui lavora Houellebecq in <em>Sottomissione</em> quando immagina l’ascesa al potere in Francia degli islamisti, ma è anche lo scenario in cui le forze sovraniste operano concretamente in tutti i paesi. In un certo senso le èlite, se non hanno una cultura contrassegnata da contenuti valoriali, finiscono con il diventare permeabili a gruppi che hanno successo secondo i loro stessi criteri pragmatici. Ciò accade soprattutto se anche la gente comune, il popolo, sperimenta un’analoga assenza di valori,  poiché le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti in un contesto di generale depoliticizzazione come quello vigente oggi. Tale assenza di valori viene vissuta con maggiore inquietudine tra chi ha insuccesso nella competizione del mercato perché il perdente ha bisogno di appigliarsi a un fondamento che non è lambito, o quanto meno non sembra esserlo, dalla propria sconfitta.</p>
<p>I populisti reazionari che stanno spopolando un po’ dappertutto utilizzano proprio questo meccanismo: da un lato si adeguano a loro modo alle idee delle élite, non mettendo in discussione l’orientamento al mercato e all’accumulazione individuale di denaro, dall’altro offrono una prospettiva di senso simbolica allo stuolo dei vinti richiamandosi ai contenuti della tradizione reazionaria di tipo identitario e razzista. Del resto in una situazione in cui l’egemonia culturale è completamente  nella mani delle èlite il popolo o la moltitudine ( fa lo stesso) non contesta il sistema, ma si limita a chiedere dei risarcimenti simbolici per la sua adesione a esso.</p>
<p>In questo senso, i populisti reazionari a livello superficiale contestano il sistema, ma nel contempo,a livello subliminale, ne accettano la cultura e le idee di fondo, risultando rassicuranti a dispetto della loro evidente improvvisazione in molti campi.  Così, non è un caso che numerosi commentatori abbiano rilevato come le strategie mediatiche, culto della personalità e approccio semplicistico ai problemi, di leader di sistema, quali Renzi, Macron o Trudeau , non siano poi troppo diverse da quelle dei vari leader reazionari, ammesso e non concesso che gente come Trump od Orban non faccia parte del sistema.  Queste convergenze non vanno considerate come semplici somiglianze tattiche in un solo settore per quanto strategico come quello della comunicazione, ma sono appunto una conseguenza della medesima idea di cultura, che è poi quella delle élite: allo stesso modo le battute di Salvini contro gli intellettualoni e i discorsi delle élite sulla  scuola del futuro in cui le materie di studio saranno state abolite a favore di internet e didattica delle competenze sono due elementi della stessa serie logica e dello stesso campo culturale. La stessa polemica sulle fake news diffuse tramite i social dai populisti contrapposte a una fantomatica era della verità rappresentata dai media tradizionali appare, più che una difesa della correttezza dell’informazione,  un allarme  sulla proliferazione o meglio sull’uberizzazione di determinate tecniche comunicative che nella società dello spettacolo classica erano in mano a pochi operatori professionali del settore, se si analizzano gli standard comunicativi dell’era televisiva e di quella attuale.</p>
<p>Se le cose stanno così, uno degli esiti possibili di questo scontro tra élite e sovranisti, lungi dal diventare una battaglia frontale,  potrebbe essere la cooptazione dei leader più reazionari nelle èlite tramite la riformulazione del linguaggio delle stesse élite, che è poi il codice del politicamente corretto, in senso più sovranista e dall’altra parte tramite l’abbandono degli accenti più antiistituzionali  a vantaggio di un tono politico  in doppio petto. Del resto qualcuno l’aveva già scritto tanto tempo fa che il destino d’un volgo disperso che nome non ha è quello di trovarsi sul collo con il nuovo signore anche quello antico.</p>
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