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	<title>Giorgio Puecher Passavalli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;E se il mondo non imparerà la lezione che queste immagini insegnano, la notte tornerà a cadere.&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 10:00:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[27 Gennaio Giorno della Memoria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong><br />
 Ogni anno il <b> 27 Gennaio Giorno della Memoria</b>, volenti o nolenti, si presenta una motivazione forte e contingente per scrivere, documentare e ricordare agli <i>smemorati</i> e ai <a href="http://www.youtube.com/watch?v=QcLizlH26JQ" target="_blank">negazionisti</a> di turno la <b>Memoria dei Campi</b>, titolo del documentario incompiuto sulla liberazione dei campi di concentramento nazisti, in cui ho vissuto fotogramma per fotogramma quest’ultima settimana, traducendone i sottotitoli:]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img fetchpriority="high" decoding="async" style="border: 4px solid #7F7F7F;" title="bergen belsen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/bergen-belsen.jpg" alt="" width="676" height="220" border="4" /></p>
<p align="center"><small>[ <em>Bergen Belsen &#8211; Aprile 1945 &#8211; liberazione del campo</em> ]</small></p>
<p><center></p>
<div style="width: 300px;">
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</div>
<p><small><strong>BENJAMIN BRITTEN </strong><br />
<em>Requiem Aeternam and Requiescant in Pace</em><br />
<strong>WAR REQUIEM </strong>[1962]</small></p>
<p></center>&nbsp;</p>
<p><center><div style="width: 500px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-44726-1" width="500" height="455" poster="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/camps.jpg" preload="auto" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/2cmps.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/2cmps.mp4">http://www.suave-est-nus.org/2cmps.mp4</a></video></div></p>
<p></center>&nbsp;</p>
<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>Ogni anno il ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/27-gennaio-giorno-della-memoria/" target="_blank"><strong>27 Gennaio Giorno della Memoria</strong></a>, volenti o nolenti, si presenta una motivazione forte e contingente per scrivere, documentare e ricordare agli <em>smemorati</em> e ai <a href="http://youtu.be/QcLizlH26JQ">negazionisti</a> di turno  la ⇨ <a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/camp/" target="_blank"><strong><em>Memoria dei Campi</em></strong></a>, titolo del documentario incompiuto sulla liberazione dei campi di concentramento nazisti, in cui ho <em>vissuto</em> fotogramma per fotogramma quest&#8217;ultima settimana, traducendone i sottotitoli:</p>
<blockquote><p><em>Nell&#8217;Aprile del 1945 alcune troupe televisive con gli eserciti inglese e americano entrarono nei campi di sterminio nazisti e filmarono l&#8217;orrore che vi trovarono. Per decenni questo film e&#8217; stato conservato negli archivi dell&#8217;Imperial War Museum di Londra. Il documentario e&#8217; rimasto incompiuto, con le tracce audio mancanti. Ma i registi, tra cui Alfred Hitchcock, avevano elaborato un testo per accompagnare le immagini&#8230;</em></p></blockquote>
<p>Forse non è facile da comprendere, ma per chi ha nella sua famiglia le vittime di questa memoria, ripercorrerla è sempre un&#8217;esperienza da cui è difficile uscire indenni. Il passare degli anni, con le sue lontananze, le sue nuove perdite, acuisce questa sofferenza così particolare. Essa non è mai solo un lutto individuale, che ha sempre un suo termine di elaborazione, in cui al dolore vivo si sostituisce piano la dolcezza dei ricordi, ma si estende, si espande in spazi e tempi vasti e sempre più risonanti delle singole voci, delle storie personali che diventano epica e storia. Il corpo di chi non è tornato è tutti quei corpi ammucchiati, anonimi, irriconoscibili nella comune consunzione e diventa un grande corpo comune. Il dolore per uno si moltiplica milioni di volte nel dolore per tutti.<br />
La pietà facile e l&#8217;edulcorazione dei fatti, l&#8217;approssimazione dei dati storici <em>ad usum </em>letterario, poetico o cinematografico, una certa estetica del dolore e la retorica a cui questo porta, inevitabilmente e forse involontariamente, non devono essere confuse con un&#8217;operazione di ricordo oggettivo dei fatti.<br />
<strong>Memory of the Camps</strong>, montato <em>a caldo</em> a pochissima distanza da avvenimenti di cui ancora si sapeva poco o nulla, non fu portato a termine di sicuro perché avrebbe avuto un impatto molto forte a livello emotivo per la crudezza dei filmati, che perdura ancora anche oggi, che con certe immagini abbiamo un vissuto di <em>già visto</em>, che ne potrebbe stemperare l&#8217;atrocità, ma sopratutto a livello politico avrebbe scompigliato un certo clima di ripresa a tutti i costi, di euforia del dopoguerra che indusse per molti anni non voler riprendere in mano le fila di un momento storico tanto cruciale<br />
Le lunghe sequenze silenziose della liberazione del campo di Bergen Belsen, che mostrano le SS costrette per contrappasso al pietoso lavoro di sepoltura, a mani nude, i Borgomastri dei paesi limitrofi e i loro abitanti costretti a capo chino ai bordi delle fosse comuni, le floride SS donne, ben pettinate, nelle divise impeccabili dagli stivali lustri, che ascoltano con visi impenetrabili il discorso in tedesco diffuso dall&#8217;altoparlante di un furgone, che le inchioda alle loro responsabilità, non hanno nulla a che vedere con la partecipazione generica al dolore delle vittime, con la pietà indistinta delle commemorazioni.<br />
La convinzione forte che i Tedeschi non potessero non sapere quello che accadeva a pochi chilometri dai frutteti in fiore nella primavera e dalle linde fattorie, e che ne fossero complici, insieme alla definizione del sistema economico di sfruttamento legato ai campi di concentramento, erano sicuramente ai tempi un taglio molte forte, che sconsigliò, anche per motivi di opportunismo diplomatico, la diffusione e l&#8217;ultimazione del documentario.<br />
Un dato sorprendente è la scelta, forse consapevole o forse dettata dalla mancanza in quel momento di informazioni precise sulle cifre delle vittime, di non focalizzare lo sterminio sulla Shoah ebraica, ma su tutti i deportati, quasi che universalizzando il male e non attribuendogli precise motivazioni razziali o ideologiche, esso fosse ancora più evidente e riprovevole. Oggi si tende facilmente a dimenticare il sacrificio di oppositori politici, omosessuali, zingari, persone con handicap fisici o mentali.<br />
Questa sensazione di tragedia corale di <em>uomini di tutte la nazionalità</em>, idee politiche e religioni <em>guancia a guancia in una tomba comune</em>, dalla fredda elencazione di numeri ci riporta a una folla di visi, di sguardi, di maschere congelate nel momento del trapasso, di corpi morti per cui finalmente avere pietà e cura nei <em>sette terribili giorni di funerali</em>, ma anche vivi, esausti, barcollanti, nei sorrisi, nella rabbia, nella dignità ritrovata nell&#8217;indossare di nuovo vestiti umani. Di corpi che si sciolgono in gioia sotto il miracolo dell&#8217;acqua calda.<br />
L&#8217;occhio della cinepresa sceglie di non nascondere nulla dei vivi e dei morti, dei sommersi e dei salvati.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-44743" title="micheli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli.png" alt="" width="232" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli.png 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli-174x300.png 174w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli-55x96.png 55w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli-22x38.png 22w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli-124x215.png 124w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/micheli-74x128.png 74w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a> Mio nonno <strong>Giorgio Puecher</strong> era uno di questi &#8220;politici&#8221;. Fu ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/03/19/da-cenere-oro/#footnote_0_14749" target="_blank" rel="nofollow">deportato a Mauthausen</a> dopo la fucilazione del figlio ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/21/l-amavo-troppo-la-mia-patria-non-la-tradite/" target="_blank">Giancarlo</a>, per estensione di colpa, per pura ritorsione e fu tra quelli che non riuscirono a tornare, annientato del tifo, pochi giorni prima della liberazione del campo.<br />
La sua morte è descritta nelle pagine di un piccolo libro, uscito nel 1967, scritto da un suo compagno di prigionia, il militante socialista <strong>Mino Micheli</strong>, uno dei pochi sopravvissuti. Mi era sempre stato risparmiato di leggerlo. Ma ho vivo il ricordo delle lacrime di mio padre, del suo mutismo per giorni dopo averlo avuto fra le mani. Le lacrime di un adulto per un bambino sono sempre qualcosa di inaspettato e di indelebile. Riordinando le biblioteca l&#8217;ho trovato per caso, qualche tempo fa, nascosto dietro ad altri libri. Si è aperto da solo al punto esatto. Le pagine del breve capitolo XIII, da 122 a 128, sono staccate e spiegazzate, sfrangiate ai bordi e segnano una frattura nella rilegatura fragile del libro. Cosi ingiallite da sembrare quelle di un incunabolo. L&#8217;odore di fumo delle mille sigarette, misto a smog, cera del parquet di legno dello studio di mio padre, ancora lo impregnano così intensamente che, se chiudo gli occhi, rivedo la stanza nei minimi particolari, con lui seduto alla scrivania, concentrato e inavvicinabile, e ricordo persino la disposizione dei libri sugli scaffali a gruppi tematici.<br />
<strong>Micheli</strong> scrive per ricordare i compagni, mantenendo una promessa fatta a loro, con una prosa viva e semplice, in certi punti anche molto profonda e apre sui campi una prospettiva inedita di umanità e di solidarietà.</p>
<blockquote><p><em>L&#8217;educazione politica ha un grande peso nel comportamento dei singoli. Il politico vero, puro, qualunque sia la sua fede, anche nel fango di questa grande miseria, ti stende la sua mano pulita.</em> [pag.28]</p></blockquote>
<p>Per cercare di sopravvivere e di aiutare i compagni non ha nessuna difficoltà ad affermare di</p>
<blockquote><p><em>passare le sue giornate rubando.</em></p></blockquote>
<p>Arraffa con rischi enormi tutto quello che può, quando può, approfitta della miopia di chi distribuisce le zuppe per ripassare molte volte con la scodella per i più deboli, come una specie di folletto buono del campo, reagisce e lotta in tutti i modi, con le luminose figure dei medici deportati, che cercano di alleviare come possono, con pochissimi mezzi, le sofferenze dei compagni.</p>
<p>Le sue parole su <strong>Giorgio Puecher</strong> restituiscono una piccola ma importantissima parte di ciò che è stato tolto per sempre.</p>
<blockquote><p><em>Pensai che Puecher fosse più ammalato di quanto sembrava e ne parlai con il professor Vallardi che lo visitò. Fisicamente era come la maggior parte dei deportati, sui quali oscillava la spada di Damocle; ma vi era in lui una sconcertante passività. Nella maggior parte di noi era evidente il desiderio di aggrapparsi tenacemente ad una speranza fatta, magari, di nuvole. Tanto per poter vivere ancora, o almeno per poter sopravvivere il più a lungo possibile. In Puecher invece colpiva soprattutto la sua natura impenetrabile. Vi era qualcosa in quest&#8217;uomo che non traspariva, ma che si sentiva, direi quasi si vedeva, tanto era palese il suo sforzo di non volersi esprimere. Tutto ormai gli appariva falso ora, i rapporti umani, le leggi, la morale. Si sentiva spogliato dai valori umani più elementari e più sacri.<br />
Una volta sola si sfogò, d’improvviso, con poche frasi violente. Credo di aver tenuto a mente con una certa fedeltà le parole:<br />
“Il genere umano non vive più la sua vita, qualcosa è scoppiato nel mondo, qualcosa che ne ha infranto lo spirito. La storia dirà che questo nostro tempo fu uno dei più tristi e tribolati che l’umanità abbia vissuto: perché essa è stata investita da un’ondata di pazzia frenetica. Quando la guerra sarà finita, nessuno l’avrà voluta, e pochi avranno interesse a ricordarla. In questo momento i &#8220;saggi di dopo&#8221; dove sono? Cosa fanno? Sentono oggi l’eco della scarica di piombo che ha fulminato il mio ragazzo? Capiranno cosa v’è qui, qui…”<br />
E battendosi il petto con foga, ci voltò le spalle curve e andò a sfogare, da solo , la sua disperazione.<br />
Questo era il male di Puecher, un’angoscia che non gli dava pace.</em><br />
[…]<br />
<em>Eccolo là. Lo guardo, ha il viso nascosto nelle mani, la schiena sussulta per il singhiozzo. Ma come si potrà dimenticare?<br />
Puecher non vuole che ci si curi di lui, ha il pudore dei suoi sentimenti: non vuole essere confortato; anche il dolore ha diritto alla libertà e lui il suo lo vuole per sé.<br />
E fu passivo in tutto, indifferente a tutto. Senza un lamento. Senza una imprecazione. Più i giorni passavano, più si affievoliva, assieme al suo spirito, anche la resistenza fisica.<br />
Un giorno mi disse: &#8220;Qui hanno inventato la morte in serie, non c’e scampo, se qualcuno tornerà e avrà voce per farsi intendere provi a dire, provi a raccontare queste pazzie, queste infamie, queste negazioni, provi. Dubito che possa essere compreso. Io sono certo di non tornare, trovo più ragionevole cedere che resistere.&#8221;</em></p></blockquote>
<p>Avere letto queste ultime parole, raccolte con fedeltà e affetto, chiude per me un cerchio ideale, aggiunge un&#8217;ultima tessera ai lunghi racconti dell&#8217;infanzia sulla storia di queste figure della mia famiglia, che non ho mai potuto conoscere. Ascoltati per lunghe ore in braccio a mio padre, che solo in quei momenti ci apriva completmente la sua anima sensibile e tormentata. Il nonno Giorgio ritorna a me nella sua moralità estrema di uomo di legge e di giustizia che non accettò di fuggire dopo la morte del figlio, così dignitoso in quel suo abbandonarsi, nel cedere al rovesciarsi di tutte le sue convinzioni più profonde, allo svanire di quel mondo pulito è morale in cui educò i suoi figli al rigore, di quel mondo tenero della villa di campagna in cui allevava conigli d&#8217;angora per farne maglioni ai suoi tre bambini, e del curatissimo frutteto i cui frutti si seccavano al sole per l&#8217;inverno, mele, pere albicocche prugne&#8230; di quel mondo che tengo nel mio cuore per sempre.</p>
<p>Quando <strong>Micheli</strong> parla della passività e dell&#8217;apatia come cause dell&#8217;accelerazione verso il decadimento:</p>
<blockquote><p><em>Quando il fisico cede, la coscienza ha un certo oscuramento.</em></p></blockquote>
<p>riassume in poche parole il succo di un piccolo ma importante libro di ⇨ <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Frankl" target="_blank"><strong>Viktor E. Frankl</strong></a> <em>Uno psicologo nei lager</em> ARES [2012], la cui rilettura può ancora dare delle indicazioni preziose sulla capacità dell&#8217;uomo di resistere a qualsiasi privazione, sulla forza spirituale e sulla dignità per affrontare qualsiasi dolore, per trovare il senso della vita proprio dove viene negato. Da psicologo, da uomo di scienza, <strong>Frankl </strong>analizza dall&#8217;interno i delicati meccanismi spezzati dalla detenzione. C&#8217;è un punto in cui paragona la sensazione di annientamento provocata dalla mancanza di una scadenza precisa alla prigionia, a quella provocata dalla disoccupazione:</p>
<blockquote><p><em>Quando i nuovi prigionieri arrivavano in un Lager, di regola non sapevano esattamente quali fossero le condizioni vigenti nel campo di concentramneto. I reduci dovevano tacere e da certi Lager non era ancora tornato nessuno&#8230; Tuttavia non appena i neofiti entravano nel Lager, lo scenario interiore mutava: con la fine dell&#8217;incertezza giungeva presto anche l&#8217;incertezza della fine. Non era possibile prevedere se questa forma di vita sarebbe mai finita e quando ciò sarebbe avvenuto.<br />
Com&#8217;è noto la parola latina &#8220;finis&#8221; ha due significati: fine e scopo. Quando un uomo non è in grado di prevedere la fine di un&#8217;esistenza (provvisoria), non può neppure vivere per uno scopo. Non può neppure, come l&#8217;uomo nella vita normale, esistere guardando al futuro. Di conseguenza cambia anche tutta la struttura della sua vita interiore. Si arriva a fenomeni di decadimento interiore, sul genere di quelli già noti in altri settori della vita. In una situazione psicologica assai simile, ad esempio, si trova il disoccupato. Anche la sua esistenza è diventata provvisoria; in un certo senso neppure lui può vivere volgendosi al futuro, verso uno scopo situato nel futuro.</em><br />
[pag. 121]</p></blockquote>
<p>Un monito agli attuali metodi di annientamento sempre in agguato nelle nostre civili democrazie, che stanno evolvendo verso una dittatura economica tanto più strisciante, tanto più pericolosa.</p>
<p>Nelle parole di dolore e di speranza di questa ⇨ <a href="http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=971&amp;lang=it" target="_blank"><strong>canzone della Resistenza tedesca</strong></a> nata nel Campo di concentramento statale prussiano di Börgermoor-Papenburg nel 1934, che si diffuse poi con misterioso passaparola negli altri campi, un ultimo pensiero agli uomini e donne, ai bambini e al loro sacrificio.<br />
<center></p>
<div style="width: 300px;">
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-44726-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Die-Moorsoldaten.1150444151.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Die-Moorsoldaten.1150444151.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Die-Moorsoldaten.1150444151.mp3</a></audio>
</div>
<p><strong>DIE MOORSOLDATEN</strong></p>
<p></center></p>
<table style="border: 1px solid #ffffff;" width="100%" cellspacing="40" cellpadding="40">
<tbody>
<tr>
<td style="border: 1px solid #ffffff;" align="justify" valign="top" width="">
<p align="justify"><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';">DIE MOORSOLDATEN<br />
Wohin auch das Auge blicket,<br />
Moor und Heide nur ringsum.<br />
Vogelsang uns nicht erquicket,<br />
Eichen stehen kahl und krumm.<br />
Wir sind die Moorsoldaten<br />
und ziehen mit dem Spaten<br />
ins Moor!<br />
Hier in dieser öden Heide<br />
ist das Lager aufgebaut,<br />
wo wir fern von jeder Freude<br />
hinter Stacheldraht verstaut.<br />
Refrain<br />
Morgens ziehen die Kolonnen<br />
in das Moor zur Arbeit hin.<br />
Graben bei dem Brand der Sonne,<br />
doch zur Heimat steht der Sinn.<br />
Refrain<br />
Heimwärts, heimwärts jeder sehnet,<br />
zu den Eltern, Weib und Kind.<br />
Manche Brust ein Seufzer dehnet,<br />
weil wir hier gefangen sind.<br />
Refrain<br />
Auf und nieder gehn die Posten,<br />
keiner, keiner kann hindurch.<br />
Flucht wird nur das Leben kosten,<br />
vierfach ist umzäunt die Burg.<br />
Refrain<br />
Doch für uns gibt es kein Klagen,<br />
ewig kann’s nicht Winter sein.<br />
Einmal werden froh wir sagen:<br />
Heimat, du bist wieder mein.<br />
Dann ziehn die Moorsoldaten<br />
nicht mehr</span></p>
</td>
<td style="border: 1px solid #ffffff;" align="justify" valign="top" width="50%">
<p align="justify"><span style="font-size: 13pt; font-family: 'Times New Roman';"><em>I SOLDATI DELLA PALUDE<br />
Dovunque si volga lo sguardo<br />
tutt’intorno vi sono solo lande e paludi.<br />
Il canto dell’uccello non ci rallegra,<br />
le querce sono spoglie e storte.<br />
Siamo i soldati della palude<br />
e partiamo con la vanga<br />
verso la palude!<br />
Qui in questa landa desolata<br />
è costruito il Lager,<br />
qui dove, lontani da ogni gioia,<br />
siamo stipati dietro il filo spinato<br />
Rit.<br />
Ogni mattina in colonna<br />
andiamo nella palude a lavorare.<br />
Scaviamo sotto il sole cocente<br />
ma è alla patria che il pensiero è diretto.<br />
Rit.<br />
A casa, a casa ognuno anela<br />
dai genitori, dalla moglie e dai figli.<br />
Qualche petto è rigonfio di un sospiro<br />
perché siamo qui prigionieri.<br />
Rit.<br />
Su e giù vanno le sentinelle,<br />
nessuno, nessuno può passare.<br />
Fuggire costerà solo la vita,<br />
la fortezza è quattro volte cintata.<br />
Rit.<br />
Ma da noi non viene nessun lamento,<br />
l’inverno non può durare in eterno.<br />
Un giorno diremo felici:<br />
patria, sei di nuovo mia.<br />
Allora i soldati della palude<br />
non partiranno più con la vanga<br />
verso la palude!</em></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ascoltando &#8220;Un sopravvissuto di Varsavia&#8221; di Arnold Schoenberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 07:00:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
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		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Archivio dell'Olocausto di Bad Arolsen]]></category>
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		<category><![CDATA[Saskia Boddeke]]></category>
		<category><![CDATA[Un sopravvissuto di Varsavia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un sopravvissuto di Varsavia &#160; oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra Testo e Musica di Arnold Schoenberg op. 46 [ 11 &#8211; 23 agosto 1947 ] Spartito in PDF Video di Saskia Boddeke &#038; Peter Greenaway &#160; I cannot remember everything. I must have been unconscious most of the time. I remember [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><center></p>
<div style="width:640px;"><iframe width="640" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/EWsQtw78f9c?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:15pt; font-family: Times New Roman"><strong>Un sopravvissuto di Varsavia</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra</em><br />
Testo e Musica di <strong>Arnold Schoenberg</strong><br />
op. 46  [ 11 &#8211; 23 agosto 1947 ]</span></p>
<p align="center"><a href="http://www.piano.ru/scores/schen/schen-wars.pdf" target="_blank"><strong>Spartito</strong> in PDF</a></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"> Video di <strong><a href="http://video.google.it/videosearch?q=Saskia%20Boddeke&#038;oe=utf-8&#038;rls=org.mozilla:en-US:official&#038;client=firefox-a&#038;um=1&#038;ie=UTF-8&#038;sa=N&#038;hl=it&#038;tab=wv#client=firefox-a&#038;emb=0&#038;hl=it&#038;q=Saskia+Boddeke+Peter+Greenaway&#038;view=3" target="_blank">Saskia Boddeke &#038; Peter Greenaway</a></strong></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:500px"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">I cannot remember everything.<br />
I must have been unconscious most of the time.<br />
I remember only the grandiose moment<br />
when they all started to sing, as if prearranged,<br />
the old prayer they had neglected for so many years<br />
the forgotten creed!<br />
But I have no recollection how I got underground<br />
to live in the sewers of Warsaw for so long a time.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Non posso ricordare ogni cosa<br />
Devo essere rimasto privo di conoscenza il più del tempo.<br />
Ricordo soltanto il grandioso momento<br />
quando tutti cominciarono a cantare,<br />
come si fossero messi d&#8217;accordo prima,<br />
l’antica preghiera trascurata per così tanti anni<br />
il credo dimenticato!<br />
Ma non ho memoria di come riuscii sotto terra<br />
a vivere nelle fogne di Varsavia, per un tempo così lungo.</em></span></p>
<p><span id="more-29082"></span><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">The day began as usual:<br />
reveille when it still was dark.<br />
Get out! &#8211; Whether you slept<br />
or whether worries kept you awake<br />
the whole night.<br />
You had benn separated from your children,<br />
from your wife, from your parents;<br />
you don&#8217;t know what happened to them &#8211;<br />
how could you sleep?<br />
The trumpets again &#8211; Get out!<br />
The sergeant will be furious!<br />
They came out; some very slow;<br />
the old ones, the sick ones;<br />
some with nervous agility.<br />
They fear the sergeant.<br />
They hurry as much as they can.<br />
In vain! Much too much noise,<br />
much too much commotion &#8211; and not<br />
fast enough! The Feldwebel shouts<br />
&#8220;Achtung! Stillstanden!<br />
Na wird&#8217;s mal? Oder soll ich mit dem<br />
Gewehrkolben nachhelfen?<br />
Na jutt; wenn ihr&#8217;s durchaus haben wollt!&#8221;<br />
The sergeant and his subordinates<br />
hit everybody: young or old, strong or sick,<br />
quiet or nervous, guilty or innocent.<br />
It was painful to hear them groaning<br />
and moaning. I heard it though<br />
I had been hit very hard,<br />
so hard that I could not help<br />
falling down. We all on the ground,<br />
who could not stand up were then<br />
beaten over the head.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 120px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Il giorno cominciò come al solito:<br />
sveglia quando era ancora buio.<br />
Venite fuori – Sia che dormiste<br />
o che le preoccupazioni vi tenessero svegli<br />
per tutta la notte.<br />
Eravate stati separati dai vostri bambini,<br />
da vostra moglie, dai vostri genitori;<br />
non sapevate che cosa era accaduto a loro<br />
– come potevate dormire?<br />
Le trombe ancora  – Venite fuori!<br />
Il sergente sarà furioso!<br />
Vennero fuori; alcuni molto lenti;<br />
quelli vecchi, quelli ammalati;<br />
alcuni con agilità nervosa.<br />
Temono il sergente.<br />
Si affrettano più che possono.<br />
Invano! Molto troppo rumore,<br />
molta, troppa confusione – e non<br />
svelti abbastanza! Il sergente urla:<br />
Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo?<br />
O devo aiutarvi io con il calcio del fucile?<br />
E va bene; se è proprio questo che volete!”<br />
Il sergente e i suoi sottoposti<br />
colpivano tutti; giovani o vecchi, sani o malati<br />
calmi o nervosii, colpevoli o innocenti.<br />
Era doloroso sentirli gemere<br />
e lamentarsi. Sentivo tutto sebbene<br />
fossi stato colpito molto forte,<br />
così forte che non potei evitare.<br />
di cadere. Noi tutti al suolo,<br />
chi non poteva reggersi in piedi<br />
era allora colpito sulla testa.</em></span></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">I must have been unconscious.<br />
The next thing I knew was a soldier<br />
saying: &#8220;They are all dead&#8221;,<br />
whereupon the sergeant ordered<br />
to do away with us.<br />
There I lay aside half-conscious.<br />
It had become very still &#8211; fear and pain.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Devo essere rimasto privo di conoscenza.<br />
La prima cosa che percepii fu un soldato<br />
che diceva: “Sono tutti morti”,<br />
al che il sergente ordinò<br />
di sbarazzarsi di noi.<br />
Io giacevo da una parte – mezzo svenuto.<br />
Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore.</em></span></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">Then I heard the sergeant shouting: &#8220;Abzählen!&#8221;<br />
They started slowly and irregularly:<br />
one, two, three, four &#8211; &#8220;Achtung!&#8221;<br />
the sergeant shouted again, &#8220;Rascher!&#8221;<br />
&#8220;Nochmal von vorn anfangen!<br />
In einer Minute will ich wissen,<br />
wieviele ich zur Gaskammer abliefere!<br />
Abzählen!&#8221;.<br />
Then began again, first slowly: one,<br />
two, three, four, became faster<br />
and faster, so fast that it<br />
finally sounded like a stampede<br />
of wild horses and all of a sudden,<br />
in the middle of it<br />
they began singing the Shema Ysroël.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Poi udii il sergente che gridava: “Contateli!”.<br />
Cominciarono lentamente e in modo irregolare:<br />
uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”<br />
il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”<br />
“Cominciate di nuovo da capo!<br />
Fra un minuto voglio sapere<br />
quanti devo mandare alla camera a gas!<br />
Contateli!”.<br />
Ricominciarono, prima lentamente: uno,<br />
due, tre, quattro, poi sempre in fretta,<br />
sempre più in fretta, così in fretta che<br />
alla fine risuonò come un fuggi fuggi<br />
di cavalli selvaggi e all’improvviso<br />
nel mezzo di questo<br />
essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Shema Ysroël<br />
Adonoi, Elohenu,<br />
Adonoi echod;<br />
Vehavto et Adonoi elohecho<br />
bechol levovcho,<br />
uvchol nafshecho<br />
Uvchol meaudecho.<br />
Vehoyù had e vorim hoéleh<br />
asher onochi metsavacho<br />
hajom al levovechò<br />
veshinantòm levonechò<br />
vedibarto bom<br />
beschitechò, bevetecho<br />
uv&#8217;lechetecho vadérech<br />
uvshochbecho<br />
evkumechò.</span></p>
<p><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman" align="center"><em>Ascolta Israele,<br />
il Signore è il Dio nostro,<br />
il Signore è uno.<br />
Amerai il Signore tuo Dio<br />
con tutto il tuo cuore<br />
con tutta la tua anima<br />
e con tutte le tue forze.<br />
e saranno queste parole<br />
che io ti comando oggi,<br />
sul tuo cuore<br />
le ripeterai ai tuoi figli<br />
e ne parlerai con loro,<br />
stando nella tua casa<br />
camminando per la via,<br />
quando ti coricherai<br />
e quando ti alzerai.</em></span></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="center">[ <em>all&#8217;arte che sa essere nervo scoperto, </em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank" rel="nofollow"><strong>monito&#038;memoria</strong></a><br />
<em>alle vittime di tutte le dittature</em><br />
<em>a mio nonno</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=600,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2009/03/19/da-cenere-oro/#footnote_0_14749" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Giorgio</strong></a> <em>(Mauthausen)</em><br />
<em>e alla prozia</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/cercando-primavere-di-viole/" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Alice</strong></a> <em>(Ravensbrück)</em><br />
con il <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=450,height=450,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/triangolo-rosso.png" target="_blank" rel="nofollow"><strong>triangolo rosso</strong></a><em> dei politici</em> <em>cucito sul petto</em><br />
<em>radici strappate del mio albero</em> ]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>A survivor from Warsaw</em>, composto da Schoenberg dall’esilio americano, captando con un oceano di mezzo lo spirito terribile della prima metà del novecento europeo, immaginandolo nelle minime pieghe di sofferenza, come e più che se le avesse vissute in prima persona nei suoi minuti istanti, traccia un brivido che sale quasi senza volerlo. La prima rappresentazione ad Albuquerque nel ‘48 fu accolta, dopo l’ultima nota, da un lunghissimo silenzio, lo si dovette eseguire una seconda volta per scuotere il pubblico dall’attonita sensazione di gelo e di meditazione.<br />
Il racconto della giornata nel ghetto, le semplici parole del testo, le domande urlate, il tedesco ostile, aspro, degli aguzzini sono vivi davanti a chi ascolta. Così lo stato di non coscienza per le percosse, quasi rifugio all’incomprensibilità di tanta paura e dolore. Il procedere ritmico della musica sottolinea il clima emotivo e narrativo con una forza che nessuna parola sarebbe in grado di esprimere. Gli scoppi &#8211; le piccole pause di lirismo turbato &#8211; squilli e dissonanze &#8211; l&#8217;incalzare convulso della conta fino al sollevarsi finale nel canto unisono in ebraico di speranza e fede, andando verso la morte &#8211; la ritrovata identità dimenticata da anni sull’orlo del baratro &#8211; tutto nel breve spazio di sei minuti o poco più.<br />
Un ascolto che non lascia indenni. Cosi le immagini di Saskia Boddeke e Peter Greenaway, che sono state materia per diverse rappresentazioni in giro per i teatri del mondo, immagini che sono esse stesse trama e tessuto narrativo parallelo.<br />
Il lento inabissare di corpi: gli abiti che fluttuano fra le bollicine in un lunghissimo tuffo di annegati, che ancora continua, non ritrovati non restituiti, inceneriti, dispersi che ancora vorticano in quell’abisso affondando, continuando ad affondare. La carne rosa dei corpi che si immaginano invece solo nel lungo bianco e nero del tempo storico. I bambini macilenti, i gesti quotidiani del ghetto, una donna che fa l’uncinetto, stivali e file di soldati. La marionetta di Hitler e il gesto di un vagone chiuso, quasi lubrico di un mezzo sorriso. Visi e visi, capelli, cappelli, occhiali, pose sorridenti di foto ritratto. Acqua per lavare via, che spazza e purifica. La ripetizione di un corpo scheletro che scivola lungo un toboga, un altro di rimbalzo lanciato su di un camion a simulare l&#8217;iterazione, il meccanismo quasi industriale della fabbrica dell’eliminazione nazista. E anche immagini degli olocausti odierni, sempre volti, occhi, implorazioni, Africa, Iraq, Afghanistan e Palestina &#8211; Palestina, sì, anche &#8211; e bambini e bambini, ché la storia non insegna e si perpetua, forse in forme meno vaste per numero, ma con lo stesso identico spirito.<br />
&nbsp;<br />
Per chi ha il fardello di avere fra i suoi cari qualcuno scomparso in un campo di concentramento, per chi è sopravvissuto, non c’è ricorrenza, non serve un giorno della memoria, il ricordo non lascia mai, ed è dolore ma anche desiderio di non dimenticare e di non essere dimenticati, per non tradire il senso del sacrificio, per esserne eredi attraverso le generazioni e trovare parole per dire le cose, per scavare di più le ferite e contemporaneamente medicarle.<br />
La retorica ha sempre buone intenzioni, o forse le buone intenzioni  trovano sempre retorica disponibile: ogni ricorrenza sciorina la serie degli aggettivi per definire quel male, ma la definizione fatica a trovare attributi &#8211; male assoluto &#8211; la sua banalità &#8211; parole che non esauriscono l’incommensurabilità sistematica, capillare, l&#8217;officina del suo attuarsi, la sua geometrica modalità, pari alla disposizione rigorosamente a cardo e decumano delle baracche dei campi.  Gli aggettivi di tipo etico sono inapplicabili, insufficienti, qualsiasi altra cosa a cui lo si paragoni non raggiunge la misura reale. Perché  quel male fu un male minuzioso. Nella sua minuzia, nell’organizzazione logica, esatta, dei particolari sta uno speciale tipo di orrore che non trova requie, più la minuzia è precisa, più aumenta lo sgomento.<br />
Che alle ragazze di Ravensbrück i medici strappassero l’utero da vive per osservarlo è terribile, ma che poi l&#8217;operazione e questi reperti fossero filmati, fotografati  e catalogati, cinque minuti prima di avviarle alla camera a gas, non ha definizione.<br />
Che dire poi della altrettanto maniacale classificazione di insegne sulle divise a righe, che prevedeva e catalogava quel che quell’uomo-numero era, così da definirlo a prima vista, come i gradi di un esercito  analogo e disperato?<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png" alt="cc" width="402" height="558" class="aligncenter size-full wp-image-48314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png 402w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc-216x300.png 216w" sizes="auto, (max-width: 402px) 100vw, 402px" /></a><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Di questa minuzia esiste in Germania un preciso riscontro nell’anonima palazzina che ospita l’archivio dell’olocausto, a Bad Arolsen, dove, con altrettanta precisione, dopo la guerra furono raccolti e catalogati tutti i reperti provenienti da tutti i campi nazisti: camion e camion di carte.<br />
Gli aguzzini facevano annotare tutto delle loro vittime, in bella calligrafia su appositi moduli, conservavano anche oggetti, qualora non fossero di valore, occhiali, portafogli vuoti, cose scritte dai deportati. Chi spariva ha lasciato l&#8217;unica traccia in questa vecchie carte pedanti degli archivisti del male. Chilometri e chilometri di scaffali e corridoi di fascicoli, sulle costole le scritte della geografia dei luoghi di sterminio. Ora tutto in via di scannerizzazione e digitalizzazione, aperto al pubblico e consultabile da chiunque lo voglia, i parenti innanzitutto, gli storici e i ricercatori.<br />
L’Italia, per inciso, è stata l’ultima delle nazioni europee a dare il permesso affinché gli archivi fossero consultati non solo dai parenti delle vittime, accampando questioni di privacy, forse per la paura che fra le carte dei singoli casi ci scappassero, magari, i nomi di qualcuno che gli ebrei o i dissidenti aveva denunciato per soldi, per vendetta, e che per anni  ha vissuto con quel segreto indegno. Chissà. Abbiamo la specialità a mantenere i segreti delle stragi, noi. Forse sarà per questo che nell’homepage del sito  </p>
<p align="center"><a href="http://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html" target="_blank"><strong><big>www.its-arolsen.org</big></strong> </a></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">non c’è da cliccare un BENVENUTI! scritto anche in Italiano, fra le altre lingue europee &#8211; fra Welcome! &#8211; Bienvenue! &#8211; Willkommen! &#8211; Witajcie &#8211; добро пожаловать! &#8211; ברוכים הבאים<br />
&nbsp;<br />
Così la Germania ha trovato il coraggio di uscire dalla sua vergogna storica: con la Verità. Una cosa meritoria, sovvenzionata ampiamente e per la maggior parte ad opera di volontari, che pare incredibile se si pensa che qui da noi l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Bologna fatica a trovare 30000 euro per scannerizzare i faldoni, in via di deterioramento cartaceo di quel processo. Perché “restino”.<br />
L’<strong>ITS di Bad Arolsen</strong>, gestito dalla Croce Rossa Internazionale è luogo di tutte le nazioni europee, zona franca del dolore e della memoria condivisa. Esiste un ufficio anagrafico che stila i certificati di morte dei deportati di cui sia richiesto il riscontro. Al posto del certificato di morte presunta che, non vedendone il ritorno, molti furono costretti a far stilare dai Comuni.<br />
Perché di quel male minuzioso, per chi resta, la caratteristica davvero dolorosa è quella di avere cenotafi, tombe vuote, su cui piangere: non sono tornati e nulla è tornato dei loro resti. Non la civiltà che da Antigone in poi restituisce i corpi del nemico perchè abbiano degna sepoltura e compianto.<br />
&nbsp;<br />
Mio padre era uomo di lunghi silenzi, nei quali pensava a suo padre. Non c’era giorno che non ci pensasse. Una volta credette di riconoscerlo in una foto dietro un filo spinato. Gli nascondemmo a lungo il libro di un sopravvissuto che descriveva la morte di suo padre. Lo trovò e pianse come un bambino. Di stenti morì il nonno: a un certo punto si lasciò andare, non si alzò più e via. E mancavano pochissimi giorni alla liberazione del campo. Come successe per Alice, la zia di mia madre. Sempre di aprile.<br />
A volte lui diceva che ci sarebbe andato a Mauthausen. Non lo fece mai. Andò ad Auschwitz per delle riprese per <em>L&#8217;istruttoria</em> di Peter Weiss. Quel dolore non trovò mai pace, nei suoi ultimi giorni ne parlava sempre.<br />
Così dopo aver letto di Bad Arolsen &#8211; aperto al pubblico dal 2006 &#8211; ho deciso di scrivere e di avviare la ricerca.<br />
Si fa online, senza formalismi, con un modulo.<br />
Bastano pochissimi dati, nome, cognome, date, campo, nome della moglie, ultimo indirizzo.<br />
E la prima sensazione nel compilarlo è quante cose già non si sanno, non si ricordano, ad una sola generazione di distanza, così vicina, eppure quanti spazi vuoti.<br />
In quel momento nemmeno la data di nascita sapevo, dove trovarla? Metto quel poco che ricordo, pochissimo, e clicco invio.<br />
Dicono che risponderanno in tre mesi nella sollecita, immediata, mail di risposta.<br />
Non ci credo quasi.<br />
Non ci penso più.<br />
Allo scoccare della scadenza arriva un plico del Ministero della Difesa Italiano.<br />
Ci sono poche cose, le fotocopie anastatiche dei moduli che schedarono il nonno nella sua permanenza al campo, uno verdino, molto ordinato, calligrafia da vecchia maestra elementare puntigliosa, con altezza, peso, segni particolari, spostamenti, numero di matricola, un modulo generale dei suoi compagni di blocco di baracche. Una riga nera sopra gli eliminati e uno sgorbietto che pare una croce. Anche sopra il suo. Accanto, nell’apposito spazio, la data e ora di morte.<br />
Il nonno alle 11 di sera, in quegli ultimi momenti della soluzione finale le camere a gas e i forni funzionavano 24 ore su 24.<br />
Faccio una enorme fatica a leggerli, a riprenderli in mano.  Penso agli originali, fra le file di raccoglitori, fra milioni di altri, alle mani per cui sarà passato, alle impronte digitali impresse a qualche scaglia, gocciolina di DNA, polvere &#8211; pollini.<br />
Tutto si fa ancora più concreto e doloroso.<br />
C’è un modulo per avere il certificato di morte.<br />
Ancora non l’ho compilato.<br />
Ancora non riesco a mandarlo.<br />
Credevo fosse importante.<br />
Lo sarà.<br />
Lo farò di certo.<br />
Senza consolazione.<br />
Che cosa sono quelle poche parole, i nomi, le date?<br />
Lo scarno <em>Giorgio Puecher Passavalli arrivato il…</em> contiene tutto quel viaggio sul vagone &#8211; la data e ora della morte momenti che non c&#8217;e nessuno a poter descrivere.<br />
&nbsp;<br />
Ma lo farò anche per la prozia Alice, ora. Di certo.<br />
&nbsp;<br />
Per farli tornare ad essere, anche se solo in un certificato, esistenti, per ridare loro la dignità annientata di persone e non il nulla di numeri su di un avambraccio.<br />
&nbsp;<br />
La cosa più ridicola &#8211; ma è un ridere per non piangere &#8211; la cosa al limite del disdicevole è la lettera di accompagnamento a quel poco che resta del  nonno Giorgio, vergata da un tale ufficiale italiano che, con prestampata cortesia da la notizia che <em>il nostro congiunto è deceduto</em>, e aggiunge un improbabile <em>sentite condoglianze alla vedova</em>, che se solo nel suo ottuso, indelicato, burocratico procedere avesse letto le date, avesse cercato di capire che cosa era la pietosa pratica che stava svolgendo, si sarebbe reso conto che ella avrebbe oggi quasi 120 anni. Ma è volere troppo. Cose così: cose di un paese di distratti e smemorati.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ <em>iniziato a scrivere &#8211; di getto &#8211; per rabbia &#8211; verso le 23 circa del 26 gennaio &#8211; ieri sera &#8211; avrei messo solo Schoenberg &#8211; ma c&#8217;era la tv accesa in sottofondo &#8211; come a volte capita &#8211; e una puntata di Porta a Porta che scorreva un titolone bianco gigantesco &#8211; full screen &#8211; PERDERE 28 CHILI IN 20 SEDUTE &#8211; era ormai il 27 e ancora discettavano di adipi massaggiate e spremute da appositi macchinari &#8211; di diete dopo l&#8217;abbuffata natalizia &#8211; ed era il giorno di ricordare altri corpi che altri chili avevano persi &#8211; così ho scritto e sto correggendo i refusi d&#8217;emozione</em> ]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</span></span></div>
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