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	<title>giornata mondiale del suolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il bosco che ci contiene (per il paese di Torri)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 13:01:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Torri è un borgo della Sambuca Pistoiese a 912 metri di altezza sul livello del mare, dove termina una strada asfaltata che dal torrente, dalla Limentra Orientale, sale tra gli antichi castagneti. Quando arrivi lassù da bambino pensi che dopo non c’è davvero nulla, solo le valli che si aprono dagli scogli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Torri è un borgo della Sambuca Pistoiese a 912 metri di altezza sul livello del mare, dove termina una strada asfaltata che dal torrente, dalla Limentra Orientale, sale tra gli antichi castagneti. Quando arrivi lassù da bambino pensi che dopo non c’è davvero nulla, solo le valli che si aprono dagli scogli assolati, uscendo dagli alberi quando vai per more e lamponi d’estate. Certo non è così e di sentieri e vie non asfaltate ve ne sono altre, ma è per quella deviazione della Riola che da Pistoia, da Prato o da Firenze e perfino da Porretta e dal bolognese, entri in questo paesino dei fiori e della pietra, da quando ti ricordi. È un viaggio incantato in ogni mese dell’anno e di notte è un viaggio tra animali che fuggono all’avvicinarsi dei fari. Perché quando abbuia, è noto, i paesi dormono e i boschi si svegliano. E tu, nel passarci in mezzo, senti sempre qualcosa che non sai nominare, ma che è molto importante, immutato dalla prima infanzia.<span id="more-50034"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A contarli i residenti di Torri sono meno di trenta persone, alcuni di ascendenza torrigiana, tornati a vivere in montagna per rifuggire il caos e il costo della vita cittadina; altri che hanno scoperto il paese, magari venendoci in villeggiatura in passato; e ancora ci sono coloro che hanno fatto una scelta radicale e da varie parti d’Italia sono approdati nei boschi dell’Appennino, per abitare in comuni o in casolari diroccati, che con pazienza hanno rimesso in piedi. Poi ci siamo tutti noi che saliamo al paese d’estate o qualche domenica d’inverno, chi con più assiduità, chi meno; e i volontari che hanno riattivato il circolo e il ristorante e che si adoperano perché il paese non sia popolato solo d’agosto. Ognuno di noi ha un legame manifesto con il luogo. Siamo nipoti, figli, sorelle di chi ci è nato; abbiamo scoperto qui un rifugio; abbiamo stretto amicizie che durano oltre il vivente. E poi però c’è dell’altro – c’è l’odore della stufa; c’è il falco nel cielo; c’è la castagna nel riccio pungente e la tristezza quando la stagione è tale da mandar tutto in rovina; c’è il fungo segreto che appare sotto un pulviscolo di luce; il cervo; i ghiri tra le travi; lo sgomento meraviglioso che ti prende se siedi nell’abetaia; i quarzi incastonati nella parete di roccia. Che cosa significa tutto questo? Nei piccoli paesi c’è anche il rancore, la maldicenza, l’inimicizia che connotano ogni comunità umana ristretta, dove chiunque è esposto all’altro, suo malgrado. C’è un mondo che si chiude e non vede oltre il crinale. La durezza, l’ottusità montanina. Ma ognuna di queste realtà stringe un nodo – fa sì che la vista del declivio, del monte che si fa collina e piano, sia il sentimento della casa, perché alla fine non vi è altra casa che quella che si abbandona, che quella che resiste da prima che ci fossimo, da prima perfino che ogni casa fosse edificata: insieme ostile e accogliente.</p>
<p style="text-align: justify;">Undici mesi fa, il 5 gennaio 2014, una frana, causata dalle piogge abbondanti e dalla condizione di incuria o manutenzione insufficiente in cui la montagna versa da decenni, ha isolato Torri, spaccando in due quell’unica strada percorribile da ogni mezzo, la strada che mia sorella fa quando rientra dai turni del lavoro. Da quel giorno e per molti mesi chiunque volesse raggiungere il paese doveva lasciare l’auto all’inizio della frana e percorrere circa un chilometro a piedi, oppure attendere che qualcuno dal borgo venisse in soccorso. Non racconterò questi fatti e i provvedimenti presi, che si trovano ben documentati in rete, ma proverò a dire il senso di una comunità ritrovata. Perché da allora i paesani hanno cominciato a salire a Torri ogni fine settimana, mangiando tutti insieme al circolo, ripulendo le vie dalla neve, riscoprendo un legame che è tutt’uno con la terra. Dai paesi vicini, come Treppio, qualcuno è venuto a pulire il bosco, a portare aiuto; qualche torrigiano si è reso disponibile per fare la spesa per i più anziani; altri si sono impegnati perché la voce del paese non si azzittisse, cercando un dialogo con le istituzioni e con la stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel disastro ambientale e nella superficialità con cui vengono trattate le questioni della montagna, è emerso un senso di famiglia che non annulla affatto le differenze e i difetti degli individui, ma ci suggerisce che è così che si recupera una dimensione normale dello stare al mondo. Riscoprendo che per quanto il sangue sia antico, l’acqua che ci forma e ci distrugge lo è di più – che i legami si creano proprio come le montagne, stratificandosi, che noi lo vogliamo o meno,  addolcendosi con il vento che porta via gli spigoli, imparando ancora che radice e foglia si parlano e che un luogo è fatto da chi lo abita e lo sogna: quando il luogo è in pericolo l’abitante lo ricerca nell’altro suo simile. L’altro suo simile è il luogo e il fratello. L’altro, suo simile, è per metà l’umano che di niente si cura, per metà quella cosa innominabile che viene dal bosco, dal terriccio nelle suole, ci fa molto male a volte, ci avvicina, ci tiene.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Il paese è ora di nuovo raggiungibile in auto, grazie all’allargamento della strada. Il provvedimento non sarà purtroppo risolutivo, poiché tutta la strada è ancora soggetta al rischio di frane e smottamenti).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Su <strong>ReportPistoia</strong> tutte le notizie riguardanti la frana e il paese, <strong><a href="http://www.reportpistoia.com/montagna/itemlist/tag/Torri.html">QUI</a></strong>.</p>
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		<title>Da &#8220;Canti di un luogo abbandonato&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 12:59:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azzurra D&#8217;Agostino Chi era qui, chi zappava e mungeva chi insomma c&#8217;era non l&#8217;avrebbe voluto il crollo del fienile e neanche, inutile dire, questo scrostarsi di pareti, la gramigna tra le fessure del selciato e tutto sommato il mondo l&#8217;intero mondo spopolato. Il mondo quello lì, che c&#8217;era e pensava alla primavera come a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a></p>
<p>Chi era qui, chi zappava e mungeva<br />
chi insomma c&#8217;era non l&#8217;avrebbe voluto<br />
il crollo del fienile e neanche, inutile dire,<br />
questo scrostarsi di pareti, la gramigna<br />
tra le fessure del selciato e tutto sommato il mondo<br />
l&#8217;intero mondo spopolato. Il mondo quello lì, che c&#8217;era<br />
e pensava alla primavera come a una promessa,<br />
la terra del campo spessa come una preghiera.<br />
<span id="more-50032"></span></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto questo verde, le foglie piccole, i gambi, i fili d&#8217;erba<br />
e poi pistilli e corolle che nell&#8217;alba sono ancora tutti bagnati<br />
di buio e tengono gli occhi chiusi, nel fermo di un silenzio<br />
come dopo una febbre. Saperli che esistono. Che si ammorbidiscono<br />
nella luce che schiara, che riconoscono il volto della primavera,<br />
dell&#8217;estate. Il verde, le piante, come una pittura, come essere ancora<br />
e sempre nella giovinezza, delicati della delicatezza di uno stelo, di una gemma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sui crinali dice nei posti segreti e laterali le dorsali dei monti prima dei ponti e dei ponteggi<br />
dei vagheggi e delle parole in quel tempo senza ancora cenno di parola o di senno o di giusto<br />
là sotto il fusto del nespolo, del nocciolo. Dice che là, tutto solo, s&#8217;è trovato un osso di balena<br />
cavo e liscio, misteriosissima polena di questa prua del mondo, qui dove quello che adesso svetta<br />
e emerge che si sparge come fecondo bosco o frutteto, qui che è una vetta da cui lontano<br />
se c&#8217;è il sole se è terso si può vedere il mare si può immaginare di saltare e salpare con lo sguardo<br />
dalle nevi al bordo dell&#8217;adriatico. Acquatico, subacqueo anzi, era quello che ora ci si para dinnanzi.<br />
Questo monte a cui salire era fondale buio, disabitato. Qualche creatura dell&#8217;abisso forse l&#8217;ha visitato<br />
in un silenzio assoluto, e freddo, in quel mare primordiale, in quel tempo a noi inospitale<br />
in quel mondo inabitabile e micidiale. Troppa, troppa vita. La storia del mondo in potenza.<br />
Tutto che succedeva e che poteva fare senza di noi. Se c&#8217;era un tuono era la voce degli dei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Il libro <em>Canti di un luogo abbandonato</em> (Sassiscritti, 2013) e notizie del progetto completo si possono trovare qui:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.azzurradagostino.wix.com">www.azzurradagostino.wix.com</a></strong></p>
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		<title>Cosa accade ad un paesaggio quando muore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 11:30:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[giornata mondiale del suolo]]></category>
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		<category><![CDATA[paesaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot L&#8217;assenza di rilievi montuosi e le nebbie velano a volte gli occhi F. Pusterla Richard Strauss Metamorphosen [1944-45]               ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>L&#8217;assenza di rilievi montuosi e le nebbie<br />
velano a volte gli occhi</em><br />
F. Pusterla</p>
<p><span id="more-50043"></span><br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
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<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-50043-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Strauss2.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Strauss2.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Strauss2.mp3</a></audio></div>
<p><small>Richard Strauss <em>Metamorphosen</em> [1944-45]</small></center><br />
<center><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-50073" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/20141202_142059-768x1024.jpg" alt="20141202_142059" width="690" height="922" /><br />
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		<title>Parole di terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 09:01:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/parole-di-terra/rahbi_013-parole-copertina-med-copia/" rel="attachment wp-att-50002"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50002" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia-187x300.jpg" alt="Rahbi_013-PAROLE, COPERTINA med copia" width="187" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px" /></a>di <strong>Pierre Rabhi</strong></p>
<address>(dall&#8217;introduzione dell&#8217;autore a &#8220;Parole di Terra&#8221;, per gentile concessione dell&#8217;editore <a href="http://www.pentagora.it/">Pentagora</a>)</address>
<p>Il personaggio di Tyemorò è nato dalla mia immaginazione e rappresenta tutto ciò che provo, in termini di amore, compassione e ammirazione, per i contadini autentici. Sono loro, al nord come al sud, quelli che impastano la terra che li ha impastati, e che spesso ne hanno incarnato la forza e il silenzio. Ora e ovunque, ne esprimono la sofferenza e l’abbandono. Questo racconto, anche se con tonalità africana, vorrebbe essere universale. Ecco perché né l’etnia Batifon né il suo territorio possono essere individuati su una carta geografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo alcuni decenni nei quali la scienza e la tecnica hanno fatto credere di essere onnipotenti, il disincanto s’insinua e prende vigore. Tutta la frenesia chiassosa di questo secolo, tutte quelle orge in omaggio alla materia minerale a scapito di ciò che vive di sensibilità, d’intuito e di nervi, sembra concludersi con un immenso equivoco. Il mondo angosciato si frantuma. La barbarie è lì, in agguato nei cuori, così come la morte, sorniona e implacabile, è in agguato negli arsenali atomici. Ed è proprio questo uno dei grandi prodigi di cui l’umanità potrà gloriarsi: aver fatto il dono più grande e mostruoso alle forze della distruzione.</p>
<p>Forse la forma di questo racconto potrà sorprendere, ma il lettore non si faccia ingannare. Qui, sotto l’apparenza di una favola, si cerca di mettere in allerta ogni coscienza sulle violenze subdole commesse contro questa terra e, per la legge irrevocabile che ci lega a essa, contro noi stessi.</p>
<p>Questa iniziazione è tanto concreta quanto lo è la terra nutrice e, tuttavia, non può essere compresa fuori dalla dimensione spirituale che ne è la radice. Il nostro secolo di razionalità materialista, di pesantezza minerale, di sostanze tossiche sparpagliate ovunque, di scienza quasi del tutto asservita al profitto, ha colpito il mondo sensibile che costituisce l’involucro vivente e vitale del nostro pianeta. Sembra che il metro del sacro sia l’unico in grado di misurare l’ampiezza della nostra responsabilità. E con sacro, intendo quel sentimento umile nel quale la gratitudine, la conoscenza, la meraviglia, il rispetto e il mistero si alleano per ispirare le nostre azioni, illuminarle e fare di noi degli esseri ben presenti al mondo, ma liberi dalle vanità e dall’arroganza che rivelano non tanto la nostra forza quanto le nostre angosce e fragilità.</p>
<p><em>Parole di terra </em>vorrebbe perciò essere un piccolo contributo alla fondamentale causa della sopravvivenza alimentare degli esseri umani, dovunque sia minacciata. Queste parole vorrebbero anche essere un pretesto per tornare a meditare sulla fertilità della terra e sul patto nuovo e vitale che dobbiamo stabilire con lei.</p>
<p>Si tratta di una realtà oggettiva, concreta e vivente, legata a un’esperienza reale dove i problemi riguardano ciascun essere umano, perché si tratta della terra nutrice, della terra madre, alla quale dobbiamo la nostra vita e la nostra sopravvivenza.</p>
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		<title>Pierre Rabhi, la terra, l&#8217;agroecologia, i Colibrì</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 09:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<address><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a> di <strong>Massimo Angelini</strong></address>
<address>(sempre per gentilissima disponibilità di <a href="http://www.pentagora.it/">Pentagora</a>, pubblichiamo la biografia di Rabhi, che chiude il volume &#8220;Parole di terra&#8221;)</address>
<p>Agricoltore, scrittore e pensatore, Pierre Rabhi nasce nel 1938 nel Sud dell’Algeria. Dopo la morte della madre, è affidato a una coppia francese; in seguito alla Guerra d’Algeria, lascia gli studi e, a vent’anni, si trasferisce a Parigi, dove lavora come operaio specializzato. Qui inizia a mettere in discussione i valori e i ritmi competitivi della modernità. Trasferitosi con la moglie Michelle &#8211; con la quale avrà cinque figli &#8211; in Ardèche, si dedica all’agricoltura, diventando uno tra i pionieri del metodo biologico. Si batte per una società più rispettosa dell’uomo e della terra e sostiene lo sviluppo di pratiche agricole che siano alla portata di tutti, soprattutto dei più poveri, e che, nello stesso tempo, assicurino il mantenimento della fertilità naturale. Negli anni Settanta inizia a prendere una sempre più netta posizione contro la logica produttivistica applicata all’agricoltura, le cui conseguenze devastanti si mostrano oggi in tutta la loro ampiezza, e, nella sua fattoria, affina i metodi e le tecniche che negli anni successivi insegnerà e divulgherà sotto il nome di ‘agroecologia’.</p>
<p>Nel 1978 è formatore presso il <em>Centre d’étude et de formation rurales appliquées </em>(Cefra).</p>
<p>Dal 1981 inizia a diffondere la sua esperienza e mette a punto diversi percorsi di formazione in Francia e nei paesi aridi dell’Africa.</p>
<p>Su invito del Burkina Faso, organizza il primo programma di agroecologia offrendo un’alternativa ai contadini alle prese con la siccità e il dissesto ecologico ed economico provocato dall’uso sempre più massiccio dei fertilizzanti industriali e dei pesticidi. Nel 1984 a Gorom Gorom fonda il primo centro africano di formazione agroecologica, con lo scopo di ridare alle popolazioni locali l’autonomia alimentare erosa dalla cosiddetta ‘Rivoluzione verde’ e in seguito al disastroso impatto con l’agricoltura industriale.</p>
<p>In questi anni, per rispondere alla desertificazione umana, economica e morale, lancia il movimento <em>Oasis en tous lieux</em>, fondato sulla riappropriazione di pratiche di vita semplici, sulla riacquisizione di competenze per l’autosussistenza e per la ricostruzione di legami sociali fondati sulla condivisione dei beni comuni. Il movimento entra a fare parte della rete europea degli ecovillaggi e oggi unisce un rilevante di numero di associazioni e piccole comunità votate a uno stile di vita semplice ed ecologicamente sostenibile.</p>
<p>L’applicazione dei metodi dell’agroecologia ha interessato nel tempo anche alcune comunità religiose, come, già dal 1992, il monastero di clausura di Solan nel dipartimento del Gard, suscitando un modello di convivenza religiosa attento anche ai valori dalla sostenibilità ambientale e della biodiversità, in seguito ripreso nei monasteri ortodossi della Romania.</p>
<p>Nel 1994, Pierre fonda l’associazione <em>Terre &amp; humanisme </em>per coniugare ecologia e solidarietà e rinforzare i legami tra gli uomini e tra questi e la terra nutrice, la madre terra, anche attraverso la diffusione dell’agroecologia, intesa come alternativa globale che unisce la pratica agricola all’etica. ‘Davanti ai crudeli bilanci di una terra isterilita, l’agroecologia propone soluzioni naturali per rigenerarla nel rispetto della vita, uomini inclusi, integrando tutti gli aspetti sociali, sanitari, economici e ambientali’. Dal centro propulsore nella cascina di Beaulieu, nell’Ardèche, le attività dell’associazione nel corso degli anni diramano su scala internazionale, anche attraverso programmi sviluppati in Burkina Faso, Camerun, Mali, Niger, Senegal, Tunisia, volti a migliorare l’autonomia delle popolazioni, a salvaguardare i patrimoni alimentari locali, a lottare la sterilità e la desertificazione delle terre. Nel tempo, dall’associazione gemmeranno organizzazioni locali impegnate nella diffusione dell’agroecologia, tra le quali <em>Terre &amp; humanisme Maroc </em>(2005), dalla quale a Marrakech nascerà il <em>Carrefour International de pratiques agroécologiques</em>, e <em>Terre &amp; humanisme Roumanie </em>(2009) nella Moldavia romena.</p>
<p>Dal pensiero e dalle posizioni etiche di Rabhi, alla fine degli anni Novanta nasce la <em>Ferme</em><em> des enfants</em>, dove il metodo di Maria Montessori è applicato alle scuole materna, primaria e secondaria, e orientato su quattro indirizzi pedagogici: l’educazione alla vita e alla conoscenza di sé; l’educazione alla pace e alla convivialità; l’educazione all’ecologia e agli stili di vita semplici e improntati al rispetto dell’ambiente; l’educazione sociale all’incontro e alla interculturalità. A partire dal 2004, in una tradizionale cascina di La Blachère (Hameau des buis), la scuola dà vita a un laboratorio dov’è possibile sperimentare un modo alternativo di coabitazione, consumo, alimentazione e spostamento.</p>
<p>Dal 1988, è riconosciuto quale esperto internazionale per la sicurezza alimentare e la lotta alla desertificazione, definita come tutto ciò che minaccia l’integrità e la vitalità della biosfera, e le sue conseguenze per gli esseri umani: in questa veste, è protagonista di programmi attuati su scala mondiale e sotto l’egida delle Nazioni Unite.</p>
<p>In particolare, nel 1997-98, su invito dell’Onu partecipa all’elaborazione della <em>Convention de lutte contre la désertification </em>(Ccd) ed è chiamato a formulare proposte concrete per la sua applicazione.</p>
<p>Incoraggiato dagli amici, nel 2002 Pierre si lancia in una campagna elettorale ‘non convenzionale’ con la proposta di rimettere l’Uomo e la natura al centro. La sua campagna suscita in poco tempo una mobilitazione eccezionale, raccogliendo il sostegno di molti parlamentari e costituendo più di 80 comitati regionali di sostegno: i colibrì.</p>
<p>Da questo impegno, nel 2003 nasce il movimento <em>Appel pour une insurections des consciences </em>(Mapic), presente in numerosi distretti francesi, per una trasformazione profonda della società, a partire dai cambiamenti individuali e con il sostegno dell’azione collettiva.</p>
<p>Fa parte del comitato editoriale del mensile ‘Décroissance’ ed è vice-presidente dell’associazione <em>Kokopelli</em>, impegnata a favore della biodiversità.</p>
<p>Dal <em>Mouvement pour la terre et l’humanisme</em>, nel 2007 nasce il movimento <em>Colibris </em>per incoraggiare la nascita e l’attuazione di nuovi modelli di società fondati sull’autonomia, l’ecologia e l’umanesimo nel segno della decrescita e di una ‘sobrietà felice’. Il movimento trae il nome da una leggenda amerindiana.</p>
<p><em>Un giorno ci fu un immenso incendio nella foresta. Tutti gli animali, terrorizzati, ossevavavo impotenti il disastro. Solo il piccolo colibrì si diede da fare andando a raccogliere qualche goccia d’acqua col suo becco per gettarla sulle fiamme.</em></p>
<p><em>Dopo un po’, l’armadillo, infastidito da tanta agitazione, gli disse: ‘Colibrì, ma sei matto?! Non è con quelle gocced’acqua che spegnerai il fuoco!’</em></p>
<p><em>E il colibrì gli rispose: ‘Lo so, ma faccio la mia parte’.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/pierre-rabhi-lagroecologia-i-colibri/pierre-rabhi-monde-nouveau-5/" rel="attachment wp-att-50009"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5.jpg" alt="pierre-rabhi-monde-nouveau-5" width="510" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5.jpg 510w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5-300x150.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
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<p>Tra le sue opere: <em>Du Sahara aux Cévennes: itinéraire d’un homme au service de la Terre-Mère</em>, 1985, 2002; <em>Le Gardien du feu : message de sagesse des peuples traditionnels</em>, 1986, 2003; <em>L’Offrande au crépuscule</em>, 1989,2001; <em>Paroles de terre</em>, 1996 (<em>Parole di terra</em>, Pentàgora, 2014); <em>Conscience et environnement</em>, 2006; <em>La Part</em><em> du</em> <em>colibri : l’espèce humaine face à son devenir, </em>2006 (<em>La</em> <em>parte del colibrì</em>, Lindau 2013); <em>Manifeste pour la terre et l’Humanisme</em>, 2008 (<em>Manifesto per la terra e per l’uomo</em>, Add, 2011); <em>Vers la sobriété heureuse</em>, 2010 (<em>La sobrietà felice</em>, Add, 2013).</p>
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		<title>La terra, il paesaggio, la letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:01:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Angelo Ferracuti Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.</p>
<p>Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.</p>
<p>Quando vado in un&#8217;altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.</p>
<p>Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.</p>
<p>Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.</p>
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		<title>I colori della terra</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano crollati come guerrieri sconfitti. Anche la terra che traspariva tra i sassi del percorso era diversa; da rossiccia e compatta, era divenuta scura, e non ospitava più l’andirivieni delle grosse formiche nere.</p>
<p>Bambino, Aristide aveva sempre osservato la terra, specie quando suo padre la rivoltava con la vanga, e le zolle erano d’un marrone umido, analogo a quello del cioccolato, e sapeva di radici. D’estate, verso sera, osservava i grilli nell’erba. Gli pareva emanassero odore di pulviscolo bruciato dal sole. La stesso che sollevavano le vacche al rientro dai pascoli; i muli, invece, parevano calpestarlo, tanto comprimevano il terreno con gli zoccoli. Scomparse le atmosfere di infanzia e adolescenza, la terra aveva assunto un’altra fisionomia. Una sera, all’inizio del tramonto, si spinse fino all’orlo dei precipizi, sotto i quali si estendeva la pianura. Erano anni che non vi era andato e ne rimase stupefatto e smarrito. La pianura non aveva più i colori della terra, ma quelli grigi, uniformi e artificiali dei capannoni dell’industria, dai quali fuoriuscivano volute di fumo bianco e compatto che, lento e inesorabile, si sollevava verso la montagna. Arrabbiato e deluso, Aristide si sentì vecchio, molto vecchio. La terra era ormai prigioniera e ammalata; malattia che si stava trasferendo a all’intero Creato.</p>
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		<title>Maledetta la terra</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:05:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Erri De Luca &#8220;Maledetta la terra&#8221;, dice la divinità a Adàm, ultima creatura uscita dai sei giorni dell&#8217;opera. Maledetta la terra: non è una condanna, ma una dolente constatazione. Dopo il frutto della conoscenza di bene e di male, che ha accresciuto le facoltà umane, Adàm non si contenterà più del prodotto spontaneo del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> &#8220;Maledetta la terra&#8221;, dice la divinità a Adàm, ultima creatura uscita dai sei giorni dell&#8217;opera.</p>
<p>Maledetta la terra: non è una condanna, ma una dolente constatazione. Dopo il frutto della conoscenza di bene e di male, che ha accresciuto le facoltà umane, Adàm non si contenterà più del prodotto spontaneo del suolo. Moltiplicherà gli sforzi su di esso per estrarne maggiore prodotto, ricavarne profitto. Asservirà la terra che così sarà maledetta dallo sfruttamento delle risorse, dal sudore della fronte. La divinità avvisa Adàm: stai attento al suolo, prendine cura o te lo ritroverai intossicato.</p>
<p>In altra parte del racconto iniziale si pronuncia la consegna della terra a Adàm: &#8220;Per servirla e custodirla&#8221;. I due verbi dell&#8217;ebraico antico sono gli stessi del culto dovuto alla divinità, anch&#8217;essa da servire e custodire. I traduttori aggirano l&#8217;uguaglianza dei due verbi, ma così stanno le cose nella scrittura sacra: Adàm e la sua specie stanno tra terra e cielo e a loro spetta opera di congiunzione. Servire e custodire la terra, servire e custodire il cielo.</p>
<p>Sulla scorta di questa responsabilità&#8217; s&#8217;intende meglio la consegna del sabato. In ebraico vuol dire cessazione. È visto dalla parte della terra che smette di essere lavorata e non dalla parte dell&#8217;uomo che ci fa festa sopra. Perché il sabato è diritto che sale dal basso e garantisce prima di tutto il riposo della terra. Le spetta un giorno su sette, un anno su sette. Il sabato non appartiene all&#8217; uomo ne&#8217; alla divinità, il sabato spetta alla terra.</p>
<p>È il riconoscimento che siamo ospiti, non padroni di casa. È il rispetto dovuto al luogo comune e non licenza di schiamazzo. Dimenticare il sabato, profanarlo è arroganza di conquistatori che asserviscono lo spazio e il tempo.</p>
<p>Nel sabato neanche si poteva accendere un fuoco, perché pur&#8217;esso è vita della terra. Perciò il sabato e&#8217; santo, tempo staccato e separato dal resto dei giorni.  Sta a punto di contatto tra la terra e il cielo.</p>
<p>Dal sabato ignorato, calpestato come un giorno qualunque, proviene la licenza di aggressione all&#8217;ambiente, la sua maledizione sotto lo sfruttamento.</p>
<p><em>(se qualcuno fosse interessato a qualche informazione di carattere più tecnico sul grosso problema della terra/ suoli, può vedere quanto ho scritto su NI in occasione della giornata del suolo del 2012: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/">https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/</a>, che purtroppo resta attualissimo; GS) </em></p>
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		<title>La mia terra</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:04:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Con la terra ho sempre avuto un legame di viscere e di mente. Non potrei vivere in città; mi sentirei peggio di un orfano o di un recluso. Debbo guardare la terra ogni giorno, alla stregua di un volto e di un corpo che si ama. Quando la lavoro (taglio di erba [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> Con la terra ho sempre avuto un legame di viscere e di mente. Non potrei vivere in città; mi sentirei peggio di un orfano o di un recluso. Debbo guardare la terra ogni giorno, alla stregua di un volto e di un corpo che si ama. Quando la lavoro (taglio di erba e seminagione) avverto che mi trasmette un’insolita energia: un contraccambio di sentimenti e di sensazioni. Non ricordo quando, ho veduto un documentario: c’erano dei negri, forti e alti che, poggiati a terra sulle braccia, mimavano un rapporto sessuale con lei. La visione di quei corpi trasmettevano una forza primitiva insuperabile: quella che anche noi siamo fatti di  terra, impastati da Dio nella sua polvere e poi modellati a immagine e somiglianza di Lui. Non posso sopportare chi getta rifiuti nei boschi e nei prati. Sento che la terra se ne offende, alla stregua di una madre insultata e percossa dal figlio. Stanco durante il lavoro, mi siedo su un poggio, il cane accanto. I suoi sguardi e il contatto con il suolo mi infondono prima serenità di  spirito, poi energia. La terra non mi ha mai tradito. Ogni volta che torno in quella natale, mi accoglie e mi fa rivivere quanto di bello ho avuto. Non solo i ricordi. Ma i suoi odori, specie vicino ai torrenti o al fiume: dove acqua, sassi, alberi e rena sono un mondo di quiete e di armonia. Quando la raccolgo, tenendola in pugno, non la stringo mai. Mi sembra di avere tra le dita un cucciolo di cane, di gatto o di lupo, a cui potrei far male. Perché la terra, pur essendo immensa, è anche delicata e sensibile. Vuole sentirsi amata, vuole sentirsi dire che le si vuole bene. Deturparla e inquinarla è un’autentica bestemmia. Un peccato che, mi pare di capire, grida vendetta davanti al cospetto di Dio, perché è Lui che l’ha creata, dandoci, oltre la madre naturale, lei. Io sono innamorato della mia terra.</p>
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		<title>La fabbrica della terra</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:03:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Questa è la storia di un contadino ligure al quale se chiedete brav&#8217;uomo, cosa fate nella vita, non vi potrà neanche dire che fa il contadino, perché qui si sono rubati persino le parole. Vi dirà semplicemente che va in campagna. Cosa fate brav&#8217;uomo, su e giù per queste frane polverose e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> Questa è la storia di un contadino ligure al quale se chiedete brav&#8217;uomo, cosa fate nella vita, non vi potrà neanche dire che fa il contadino, perché qui si sono rubati persino le parole. Vi dirà semplicemente che va in campagna. Cosa fate brav&#8217;uomo, su e giù per queste frane polverose e appese? Vado in campagna. Qui le frane erano una cattedrale, immaginate lunghi muri a curvare come una cassa toracica, una mulattiera che fa da dorsale e tiene tutto collegato. Ma poi è arrivato il neorealismo, e prima ancora è arrivata la mosca a deporre le uova nelle olive e a divorare le foglie e gli ulivi hanno patito, e poi è arrivata la sete e gli ulivi hanno patito, poi hanno deciso che l&#8217;ulivo spagnolo e quello pugliese, nato su pianori larghi e dolci, doveva fare concorrenza alle ceppaie di qui che occupano mezza terrazza e tra muro e ceppaia non ci passa un trattore. Poi è uscito uno a dire che si poteva fare il dop e il doc ma per poco i grandi dell&#8217;olio ligure non lo fanno frustare perché col dop non potrebbero comprare le olive in Spagna e sostenere che è olio di olive liguri, e allora sono arrivati i rovi. E ora in campagna ci si passa di sbieco. Ma i rovi non rovinano mica, pare che  conservino il territorio come fa una banca, mantengono intatto il paesaggio sotto la cortina minerale e chi ci entra si dissangua, ma poi il premio è la Liguria com&#8217;era una volta: i muretti, le falci arrugginite, le bottiglie piene di terra e di lumache morte che sono state le bottiglie dei falciatori assetati. Tutto, là dentro, è rimasto com&#8217;era. Ecco, per ultimo sono arrivati quelli come me a guardare le cose che sono dentro i rovi. Ma non funziona, non se lo crede mica nessuno che i rovi conservano, sono le cose dei libri. I rovi nascondono la verità che sotto i rovi crollano i muri, e sotto i rovi i condotti si riempiono di terra e l&#8217;acqua sfonda, gonfia la terra, e nelle notti di pioggia si sentono le piccole frane della cattedrale. I muri costruiti con pietre d&#8217;arenaria davanti, e le scaglie e il buon <i>grotto </i>dietro a fare da drenaggio. L&#8217;arenaria non soffre il sole, il <i>grotto </i>sì, si sfarina subito, e ben lo sapevano gli antenati. E i muri che crollano non si rifanno più, neanche quelli su quel 10% di terra coltivata, non c&#8217;è tempo, pare, non ci sono i soldi, figuriamoci che non c&#8217;è neanche il tempo per pulire le terrazze col decespugliatore, che significherebbe tempi lunghi, ma bisogna trovare il modo di far concorrenza agli uliveti spagnoli, a quelli pugliesi, e allora si usano gli erbicidi e il veleno entra nelle radici dell&#8217;erba che la natura ha inventato per trattenere il sugo della terra, e le piogge slavano, la notte gli scrittori escono ad ascoltare le pietre che rotolano. Non c&#8217;è neanche più poesia, una volta sì, il turista e lo scrittore, ai tempi del neorealismo, cercavano legittime difese affezionandosi a quel senso di decadenza, l&#8217;accarezzavano, si facevano impietosire, la ruralità era una malattia con la quale si conviveva degnamente, poi, l&#8217;ho detto, hanno vinto i rovi, e con loro i cinghiali, e le gazze si mangiano i nidi. E la notte l&#8217;usignolo tace. E il contadino è l&#8217;uomo che va in campagna. Si va andando, diceva uno. Io me ne sono andato. Dicono che la saliva della Liguria sia uno sputo di cemento, e questa è la storia di un contadino ligure al quale il padre ha lasciato un terreno di circa tremila metri quadri su una collina che è diventata lo sputo di cemento. E allora tutti a consigliare all&#8217;uomo di non andare più in campagna ma di costruirci due villette, ora che il Comune ha reso edificabile il terreno. Ma l&#8217;uomo ha incrociato le braccia e detto no, è terra che è sempre stata coltivata e tale resterà. Niente ville. Altri, sul resto della collina &#8211; ognuno sul suo pezzo di cattedrale che gli appartiene &#8211; hanno provveduto. Hanno tagliato i rovi e fabbricato. È la fabbrica della terra. Qui non si dice costruire, qui si fabbrica. Uno fabbrica, dall&#8217;oggi al domani. Come dire uno inventa. Circa 120 villette, le cui concessioni sono state rilasciate diligentemente dal Comune. Progetti approvati, cartelloni, foto dall&#8217;alto e impatto ambientale, calcoli del cemento armato, calcolo degli oneri naturalmente e infine, all&#8217;interno di un comune che non supera i 1000 abitanti, sono spuntate le 120 opere. Solo che poi è arrivata la Provincia (alcuni vivevano già nelle villette) e con lei la Procura. Tutto bloccato, tutti fuori, macché, scherziamo! Il Comune non poteva rilasciare concessioni, sono zone agricole. Rischio abbattimento e multe agli inquilini per colpa di un Comune distratto. Ma forse c&#8217;è ancora una soluzione, dicono, trasformare la collina in zona residenziale, dotarla di più articolati impianti idrici, luce, fogne, grandi parcheggi e giardini. Giochi per bambini. Solo che per &lt;&lt; residenziare la collina &gt;&gt; occorre terra nuda, libera, senza villette. terra non fabbricata insomma. E non è facile trovarla. Così il Comune ha proposto all&#8217;uomo che andava in campagna di concedere i suoi numeri catastali &lt;&lt; liberi da vincoli&gt;&gt; per il nobile scopo di salvare dall&#8217;abbattimento la parte di villette ignobilmente inquisiste e sequestrate dalla procura. Offrire dunque, a un prezzo generoso, i suoi miserabili tremila metri quadri di terra che vorrebbe destinare &#8211; per ubbidire a un volere del padre &#8211; alla triste coltivazione di verdure liguri, tondo liscio, borlotti, fagiolini pigri, cuor di bue blu di verderame, patate bintje, e un filare di nostralina acida. Offrire dunque la terra al Comune, che l&#8217;accetta, perché le ruspe non spianino i sogni di una generazione. E questa è la storia di uno che a breve deve decidere se andarsene davvero, e comunque vedersi  espropriare il terreno, o diventare parcheggiatore.</p>
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