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	<title>giovanna taviani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tra zero e due meno meno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 15:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Gilda Policastro, redattrice di «Allegoria», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che Donnarumma avvia a partire da questi articoli. dp] di Gilda Policastro Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</span></p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando con la brutalità indispensabile all&#8217;operazione di tirare le somme) dell&#8217;inchiesta pubblicata sull&#8217;ultimo numero di «Allegoria». Nel saggio che la introduce, il co-curatore (assieme alla sottoscritta) <strong>Raffaele Donnarumma</strong> cerca di incrementare questo zero, di portarlo almeno a due meno meno, salvando una parte buona degli scrittori, che consiste in ciò che concretamente scrivono, a danno di una cattiva, che è ciò che invece dichiarerebbero per gusto del paradosso o per insufficienza teorica.<span id="more-10362"></span> Così <strong>Nicola Lagioia</strong>, uno degli intervistati, in <em>Occidente per principianti</em> raccontava la storia <em>buona</em> di un giovane precario, ma poi nell&#8217;intervista <em>sbaglia</em> a dire che della realtà lui si disinteressa completamente, visto che gli piacciono solo i libri che lo fanno «inginocchiare e piangere di gioia», come quelli di Faulkner. <strong>Aldo Nove</strong>, che l&#8217;anno scorso ha pubblicato l&#8217;inchiesta sul precariato <em>Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni, guadagno 250 euro al mese</em>, scrive invece che la realtà non è altro che «cattiva letteratura». E <strong>Laura Pugno</strong>, che ritorna poi a parlare di realtà nella contro-inchiesta sullo stesso tema pubblicata dallo «Specchio +», dice che la scrittura è il miglior modo che conosce per occuparsi del mondo: di che modo si tratti lo esprime meglio delle dichiarazioni di programma <em>Sirene</em>, il suo primo romanzo, in cui si allevano e si ammazzano le bestie ibride del titolo in un mondo futuribile. Per chiudere sulle essenziali, a dir poco, risposte di <strong>Vitaliano Trevisan</strong> alle sollecitazioni sull&#8217;impegno, sul ritorno della letteratura ai temi sociali, sull&#8217;impatto dell&#8217;11 settembre nelle narrazioni occidentali, risposte tutte più o meno a calco del tipo tra il serafico e lo schizoide: &#8220;io? ma quando mai?&#8221;.</p>
<p>Ma la sorpresa vera viene dall&#8217;inchiesta sul cinema, che non reagisce compattamente all&#8217;input di <strong>Giovanna Taviani</strong> sul ritorno al documentario, e, in alcuni casi specifici, questo debito col documentario come forma privilegiata di indagine sulla realtà, rinnega o misconosce. Leggo dalla risposta di <strong>Saverio Costanzo</strong>: «Se dovessi indicare un film che quest&#8217;anno a mio parere ha raccontato meglio il nostro contemporaneo, citerei <em>Grindhouse-Death Proof-A prova di morte</em>, di <strong>Quentin Tarantino</strong>, e credo difficile trovarne uno più lontano dal documentario di denuncia alla <strong>Moore </strong>o dal pedagogico film di Al Gore». Gli fa eco <strong>Gaudioso</strong>, per il quale esistono «solo buoni e cattivi film», per tacere poi di <strong>Crialese </strong>che «fugge la realtà come la peste» (né ci si poteva aspettare altro, a pensare anche solo a <em>Nuovomondo</em>).</p>
<p>A rincarare la dose, gli editor di narrativa segnalano per gli anni a venire un incremento ancora maggiore del disinteresse ai temi sociali: il successo editoriale dei &#8220;numeri primi&#8221; di Giordano sta incoraggiando una generazione di venticinque-trentenni bellettristi tornati paciosamente a guardarsi l&#8217;ombelico.</p>
<p>Il reale, la realtà, non interessano dunque a nessuno?</p>
<p>Interessano ai critici, se ne nasce appunto la controinchiesta di «Specchio+», in cui le posizioni (schematizzate anche qui con l&#8217;accetta) sono le seguenti: <strong>Giglioli </strong>dice che il trauma è altrove, e inattingibile, come la donna sulla spiaggia del <em>Candide</em> per l&#8217;eunuco. <strong>Scurati </strong>che ha inventato (ma <strong>Cortellessa </strong>gli ricorda che prima di lui fu <strong>Benjamin</strong>, accidenti) l&#8217; «inesperienza», ci racconta il suo personale momento di <em>Erscheinung</em>, e cioè di quando guardava le bombe in televisione sorseggiando della birra fredda. Cortellessa e <strong>Pedullà </strong>vogliono leggere libri e non reportage. Pur essendo due militanti a pieno titolo, editori o consulenti editoriali, della realtà come impegno a tutti i costi non saprebbero come fare letteratura, se non quando appunto questa realtà <em>è</em>, <em>si fa</em> racconto, letteratura (Cortellessa inventò una volta la categoria critica dello «stato di grazia»: parlava dei racconti non ricordo se di <strong>Raimo </strong>o di <strong>Meacci</strong>).</p>
<p>A me pare che la verità stia nel mezzo. Che «Allegoria» abbia liquidato (mea culpa) troppo frettolosamente, con la scusa del provincialismo, una serie di autori meglio rappresentativi del nostro presente, autori che praticano sì un iper-sperimentalismo oltranzista, ma non per questo si collocano (tanto programmaticamente quanto negli esiti) fuori dal reale. Penso al <strong>Pincio </strong>di <em>Cinacittà</em> (meno sperimentale che in precedenza, certo, e forse però addirittura per questo meno convincente), che racconta una Roma travestita da città orientale che è sempre più la città in cui viviamo tutti, cinesi e soli, senza stagioni e (apparentemente) senza storia. Penso all&#8217;<strong>Ottonieri </strong>de <em>Le strade che portano al Fucino</em>, che squarcia in un videogame memoriale le ferite della terra, lasciandone emergere racconti di vicende storiche recenti e personali. O all&#8217;<strong>Aldo Nove</strong> di <em>Indeepandance</em>, progetto multimediale (con videoartisti, musicisti) che riscrive il presente per slogan (da &#8220;Pietro Maso fan club&#8221; a &#8220;Money doesn&#8217;t buy happiness&#8221; a &#8220;Roberto Saviano&#8221; a &#8220;Io non ho paura&#8221;) proiettati su quattro enormi schermi posti all&#8217;interno di una cattedrale-discoteca, ripercorrendo, insieme, attraverso immagini cosmiche e suoni da trance, la storia del pianeta e dell&#8217;uomo.</p>
<p>D&#8217;altro canto «Specchio +» secondo me, anche a voler prescindere dalle birre di Scurati, si arrocca su una posizione snobisticamente <em>fuori</em>, che poi non rende nemmeno giustizia dell&#8217;impegno attivo (e quanto) nel presente di tutti i critici coinvolti.</p>
<p>Infine, quello che manca alla generazione dei trentacinque-quarantacinquenni di oggi, non è tanto l&#8217;impegno nel presente e dunque l&#8217;interesse per la realtà, quanto la capacità di trovare delle occasioni (questa inchiesta col relativo dibattito forse lo è stata, tra le rare) di confrontarsi apertamente pur partendo o anche rimanendo su posizioni diverse e diametralmente opposte. Scannarsi, anche, come facevano ai tempi della neovanguardia, l&#8217;epoca in cui, mi viene in mente, le battaglie tra impegno e disimpegno, mimesi e deriva iper-reale erano state più accese, prima dell&#8217;ondata postmoderna che ha messo tutti dentro e tutti d&#8217;accordo (almeno così pareva).</p>
<p>A emergere dalle interviste di «Allegoria» non è tanto, io credo, una contrapposizione tra autori realisti e no, per dirla così, ma tra autori che rifiutano (perlomeno nominalmente) l&#8217;ideologia, e autori che invece ne fanno una chiave di accesso primaria (vedi <strong>Barilli </strong><em>vs</em> <strong>Sanguineti</strong>, ai tempi). E, in secondo luogo, proprio tra autori che si accomodano sotto l&#8217;egida della neoavanguardia e autori che sdegnati la rifiutano. Di nuovo Aldo Nove, da una parte, e Nicola Lagioia, dall&#8217;altra. E dunque, se si deve ripartire proprio da lì, dalla neoavanguardia, come si affrontava allora il problema della realtà, dopo che Sanguineti aveva declassato i narratori tradizionali al ruolo di &#8220;Liale&#8221;? Nel dibattito sul romanzo, al convegno del &#8217;65, <strong>Balestrini </strong>ricordava ai suoi sodali l&#8217;imperativo di «tagliare i fili con la realtà» e, nel frattempo, di quella stessa realtà a lui contemporanea, non solo non si disinteressava (vedi, poi, non per caso, i libri a venire sugli operai, sui tifosi, sui camorristi), ma, soprattutto, cominciava a fiutare precocissimo le possibilità formali, tanto che il<em> Tristano</em> del &#8217;66 così come l&#8217;aveva immaginato, in una serie di copie uniche aumentabili all&#8217;infinito, si è potuto concretamente realizzare soltanto nel 2007. E non come esercizietto sperimentale, ma come modo concreto per contrapporsi a un mercato che macina le opere in un amen, alla ricerca perenne di novità: <em>Tristano</em> sarà sempre nuovo, visto che le copie sono tutte diverse una dall&#8217;altra.</p>
<p>«Quale realtà», si chiedeva poi Sanguineti nel &#8217;64, in un saggio sul <em>Trattamento del materiale verbale nei testi della neoavanguardia</em>, rimasto emblematico di quella stagione: «in che senso parliamo di realtà, di modi del reale, di fronte a un organo dell&#8217;immaginazione?». Peraltro in straordinaria consonanza con quanto accadeva fuori d&#8217;Italia: nel <em>Romanzo come ricerca</em>, dal <em>Repertorio di Studi e conferenze</em>, <strong>Butor </strong>si era già precocemente interrogato sul problema dell&#8217;invenzione formale, che «ben lungi dall&#8217;opporsi al realismo come troppo spesso immagina una critica miope, è anzi una condizione <em>sine qua non</em> di un realismo più radicale».</p>
<p>Il problema cruciale rimane ancora quello delle forme (Gabriele Pedullà in «Specchio+» dice lo «stile»), che ci si è posti ad esempio &#8211; se si procede oltre l&#8217;inchiesta, nello stesso numero di «Allegoria», fino alla rubrica <em>Il libro in questione</em> &#8211; rispetto a <em>Gomorra</em> di <strong>Saviano</strong>. Un problema che riguarda evidentemente anche il cinema, il quale comunque, come ripeto, nell&#8217;inchiesta ha dato di sé un quadro più vario dell&#8217;atteso. Se, indubbiamente, negli ultimi anni il cinema italiano ha smesso di essere il &#8220;cinema degli stenditoi&#8221; e ha preso a interrogarsi su fenomeni sociali come la camorra o il governo democristiano, <em>come</em> però lo faccia, è tutto da dire o da ridire. Gli ultimi film di <strong>Sorrentino </strong>e di <strong>Garrone</strong>, a Cannes passati praticamente per neorealisti, guardano più a <em>Le iene</em> che a <em>Ladri di biciclette</em>: in entrambi i casi la traduzione delle storie reali nei modi iper-reali del presente non dico che ritorni al postmoderno, ma di certo non lo rinnega del tutto, come forse si era un po&#8217; troppo definitivamente ipotizzato. Il discorso sulla rappresentazione del reale, magari è proprio da qui che deve ripartire, se vuole stare nel presente e interrogarsi su di esso senza pregiudizi. Voler cambiare la realtà, intervenirvi, impegnarsi in essa implica un&#8217;operazione preliminare: ri-conoscere la realtà. Nei suoi modi di espressione, innanzitutto, e nei suoi linguaggi, che non sono orpelli accessori, se molti di noi continuano a preferire <em>Gomorra</em> ai documentari televisivi, e forse anche (adesso internatemi!), il <em>Sandokan </em> di Balestrini a <em>Gomorra</em>.</p>
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		<title>E se facessimo sul serio?</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 09:36:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Raffaele Donnarumma replica alle critiche che Cortellessa esprime sull&#8217;inchiesta svolta da «Allegoria». Il testo da cui Cortellessa toglie le citazioni può essere letto qui. DP] di Raffaele Donnarumma Su «Specchio+» di novembre, Andrea Cortellessa ricalca, parodizza e cerca di screditare Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno, l&#8217;inchiesta condotta su «Allegoria» 57 da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Raffaele Donnarumma replica alle <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">critiche </a>che Cortellessa esprime sull&#8217;inchiesta svolta da «Allegoria». Il testo da cui Cortellessa toglie le citazioni può essere letto <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/allegoria_57_donnarumma1.pdf" target="_blank">qui.</a> DP] </span></p>
<p>di <strong>Raffaele Donnarumma</strong></p>
<p>Su «Specchio+» di novembre, Andrea Cortellessa ricalca, parodizza e cerca di screditare <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno, </em>l&#8217;inchiesta condotta su «Allegoria» 57 da Gilda Policastro, Giovanna Taviani e me. Simulando di avere a che fare con individui che riescono a essere al tempo stesso polverosi zdanovisti, fustigatori dell&#8217;arte degenerata e complici opportunisti o sprovveduti dell&#8217;industria culturale, Cortellessa stravolge il senso del discorso: neppure si accorge del punto interrogativo che accompagna la formula.<span id="more-10301"></span> Cerchiamo in primo luogo di fare un po&#8217; di chiarezza, e di abbandonare passioni settarie o provinciali. Non si può ignorare che, anzitutto al cinema, qualcosa come un ritorno alla realtà ci sia (e per favore, risparmiamoci l&#8217;etichetta miserella e sciapa di neo-neorealismo): «Allegoria» ricostruisce questo panorama con una cura e un&#8217;estraneità al semplicismo che meritano attenzione. E non si può ragionare come se i libri che hanno contato a partire dagli anni Novanta fossero quelli di Franco Arminio e Leonardo Pica Ciamarra (mi perdonino!), anziché quelli di Saramago, della Munro, di Richler, di Philip Roth, di Yehoshua, di Oz, di Coetzee, di Edmund White, di Cunningham, di Franzen, di Schulze, di Houellebecq, di Littell. Il postmoderno letterario internazionale si è esaurito negli stessi postmodernisti (pensate a DeLillo); mentre in Italia gli scrittori trenta-quarantenni o radicalizzano il postmoderno, di fatto rompendo con le cautele dei Calvino, dei Tabucchi, degli Eco, o esibiscono la loro estraneità ad esso. È  per questi ultimi che possiamo parlare di un ritorno alla realtà (bisogna precisare che è una formula d&#8217;effetto?), dopo le ironie, gli scetticismi, i ripiegamenti dei decenni scorsi; e in due forme: recupero di modi realistici, impegno civile. Tracciare questa mappa non serve a dare pagelline di merito: ci sono scrittori postmoderni di grande intelligenza e forza, come Walter Siti; ci sono sedicenti realisti che inseguono a fatica il successo di <em>reality</em> derealizzanti. Chi oggi si misura con il realismo, lo fa sempre sull&#8217;orlo dell&#8217;irrealtà mediatica. Chi pratica l&#8217;impegno, è a un passo dal diventare una star televisiva da programma di denuncia. Ma quanto più si sforza di resistere, quanto più svela il guasto, o quanto più vi si butta dentro per farne esplodere le contraddizioni, tanto più ha qualcosa da dirci. Non si può far finta che, negli ultimi anni, nulla sia cambiato, e continuare a intonare la vecchia litania secondo cui la realtà non esiste, la storia è finita, dell&#8217;esperienza non si vede neppure più l&#8217;ombra. Parlare di sciopero degli eventi oggi non vuol dire pronunciare una denuncia critica, ma riciclare un&#8217;ideologia di comodo, un alibi, una menzogna (e basta guardare qualche telegiornale&#8230;).</p>
<p>Non c&#8217;è da stupirsi che questo mutamento sconcerti, infastidisca o irriti alcuni critici e scrittori italiani. Il precariato o la camorra sono in fondo così di moda, così banali, così volgari! Fatuità da gazzettieri. Merce da furbacchioni che vogliono spillar soldi agli ingenui con qualche instant book, per beneficio loro e del solito grande editore. Formati negli anni del postmoderno, questi intellettuali sono, se va bene, fermi a un&#8217;oltranzistica difesa della letteratura in quanto letteratura: della quale, però, non si sa cos&#8217;altro dovremmo fare, se non lasciarla all&#8217;irrilevanza cui la destinano lo specialismo accademico, le chiacchiere da bar del dipartimento, l&#8217;industria culturale. Hanno reazioni allergiche a sentir parlare di realtà, di realismo, di impegno: tutte categorie che suppongo evochino alla loro mente cafoni con la roncola in mano e i piedi sudici, tetri e sanguinari funzionari di partito, ammorbanti predicatori di un dopoguerra stento e pulcioso. E Roth o Littell, Yehoshua o Houellebecq? Come non avessero pubblicato mai una riga; come non fossero, per un lettore italiano, gli scrittori che davvero pesano. L&#8217;ipotesi che ci sia una letteratura perfettamente consapevole della propria artificialità, e che insieme sappia parlare del nostro stare nel mondo qui e ora, non pare sfiorarli. Di fronte a questi romanzi, le stracche tiritere di una letteratura chiusa su di sé, occupata a farci capire quanto è letteratura, imprigionata nella fatica dei suoi procedimenti, come qualunque sperimentalismo da dottorandi, hanno ben poco senso. Tutta questa mostra di complessità è soprattutto ora, nel 2008, insufficiente, unilaterale, povera, falsa. Ci culla in una marginalità dalla quale dobbiamo uscire. Per capire, abbiamo bisogno non certo di un realismo di facciata, patinato, mid-cult o bacchettone: ma di una tensione realistica vera, di una volontà di strappare la materialità dell&#8217;esperienza alla falsificazione, del coraggio di guardare sino in fondo i conflitti che ci attraversano. È vero: in Italia, oggi, ogni reportage e ogni non fiction rischia di travestire la più pettinata delle fiction, per un ritardo e una sudditanza all&#8217;immaginario televisivo che difficilmente si registra in altri paesi. Guardiamoci da questo equivoco, dalle ambiguità di tanta letteratura di genere, dal carattere fuorviante dell&#8217;opposizione fiction / non fiction. Ma sono solo questi i problemi? Non sarà più grave, invece, che nel nostro paese si fatichi ad avere una narrativa all&#8217;altezza del tumulto in cui siamo? Possiamo liquidare un bisogno sociale così urgente e giusto di agire sul presente con la solita nenia della televisione che detta legge su tutto e si è mangiata il mondo? Dobbiamo fermarci qui, a snobbare il giornalismo e protestare i privilegi di uno specifico letterario ormai logoro e indifendibile? Bisogna storcere il naso davanti a <em>Gomorra </em>di Saviano perché non è né un vero romanzo né un esatto reportage, senza capire che la sua forza sta proprio nel sottrarsi a queste caselle pacificanti? E perché mai una letteratura murata in se stessa per arroganza, spavento o malinconia dovrebbe dire qualcosa alle migliaia di persone che in queste settimane scendono in piazza per affermare i loro diritti e la volontà di partecipare alla cosa pubblica? Non è una scelta culturalmente e politicamente colpevole rifiutare le possibilità che si potrebbero dare anche alla narrativa italiana, in nome di mitologie che non reggono all&#8217;urto con i fatti? La generazione che riconosco come mia non è quella che ha patito il trauma mancato della guerra del Golfo, stupita davanti ai fuochi verdi della diretta da Bagdad: è quella che vive tutti i giorni le fatiche, le ansie, le umiliazioni del precariato. Ha ragione Cortellessa: la pressione sugli scrittori è alta. Era ora. Hai visto mai che siano tirati per i capelli a farci riflettere su qualcosa che è nel nostro interesse collettivo, a liberarci di luoghi comuni e moralismi, ad abbattere le semplificazioni ideologiche, a scrollarci di dosso l&#8217;inedia e la sensazione consolante che non c&#8217;è più niente da fare? Chissà che non ne approfitti un certo ceto intellettuale e accademico italiano, così screditato di fronte all&#8217;opinione pubblica anche per il suo narcisismo, il suo corporativismo, la sua angustia, la sua renitenza a guardare in faccia un mondo, che, tutt&#8217;al più, diventa il babau del Reale lacaniano, davanti al quale è meglio scappare per tornare al computer o al televisore.</p>
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