<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giovanni Catelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/giovanni-catelli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 08 Mar 2014 08:48:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Ucraina, Crimea, Russia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/07/ucraina-crimea-russia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/07/ucraina-crimea-russia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 13:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Crimea]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[Nikita S. Chruščëv]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastopoli]]></category>
		<category><![CDATA[Sergey Valeryevich Aksyonov]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Viktor F. Janukovyč]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir V. Putin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47726</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Dopo il cambio di potere avvenuto a Kiev, in seguito alla fuga del Presidente Viktor F. Janukovyč e al collasso del regime, la Russia ha immediatamente avviato le proprie contromisure per tenere stretta l&#8217;Ucraina nella propria sfera d&#8217;influenza. Il sostegno dato da Europa e Stati Uniti alla rivolta ucraina, e la connotazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/porto-di-Sebastopoli.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/porto-di-Sebastopoli.jpg" alt="porto di Sebastopoli" width="250" height="180" class="alignleft size-full wp-image-47727 "style="float: left; margin: 0 15px 0 0;"/></a></p>
<p>Dopo il cambio di potere avvenuto a Kiev, in seguito alla fuga del Presidente Viktor F. Janukovyč e al collasso del regime, la Russia ha immediatamente avviato le proprie contromisure per tenere stretta l&#8217;Ucraina nella propria sfera d&#8217;influenza. Il sostegno dato da Europa e Stati Uniti alla rivolta ucraina, e la connotazione nazionalista-ucrainofona dei rivoltosi, è stato particolarmente indigesto a Mosca, ed anche ai russofoni delle regioni orientali e meridionali dell&#8217;Ucraina stessa. A tutto ciò si è unita una propaganda spinta ai massimi livelli, in cui le tv russe e le tv ucraine di proprietà degli oligarchi fedeli al Presidente, mostravano come predominanti nella rivolta le fazioni di estrema destra, come Pravi Sektor, Svoboda e Spilna Sprava, quasi che la rivolta contro un regime di leggendaria corruzione, che soffocava ormai l&#8217;intera economia ucraina, fosse prerogativa di pochi facinorosi nazi-fascisti, odiatori dei russi e di chiunque parlasse la lingua russa.<span id="more-47726"></span> E&#8217; chiaro che la ribellione contro uno stato di cose difficilmente tollerabile in un Paese moderno, con l&#8217;economia all&#8217;orlo del default, e le attività economiche private sempre più taglieggiate o direttamente espropriate dagli emissari del potere, per non parlare delle ricche percentuali sottratte sul valore dei beni importati o esportati, coinvolgeva fasce trasversali della popolazione ucraina, e politicamente in prima posizione il partito dell&#8217;ex premier Julija V. Tymošenko, prudentemente incarcerata del regime come esponente più in vista dell&#8217;opposizione. Da sempre il partito della Tymošenko riscuote i suoi consensi nella parte occidentale del Paese, quella ucrainofona, mentre Janukovyč raccoglie  voti e consensi ad est e nel sud, fra i russofoni e tra coloro che si sentono più vicini alla Russia. Il Paese è effettivamente diviso in due parti, per tradizioni, lingua e mentalità, e, pur se le differenze non sono cospicue, vengono spesso esacerbate a fini di propaganda o convenienza politiche. Nel periodo della rivolta, la differenza di lingua è stata motivo di spaccatura, poiché si identificavano le forze favorevoli alla rivolta come antirusse e contrarie all&#8217;uso del russo. Errore madornale del nuovo potere appena insediato è stato quello di annunciare la soppressione del russo come seconda lingua ufficiale : la decisione ha davvero irritato coloro che abitualmente fanno uso del russo nella vita quotidiana, e automaticamente confermato anche nei dubbiosi quello che la propaganda filogovernativa e filorussa sosteneva da sempre, ovvero che gli ucrainofoni e i loro alleati fascistoidi stessero davvero prendendo il potere per favorire le regioni dell&#8217;ovest e quanti parlavano ucraino.  Mosca ha colto questo segnale come la goccia che faceva traboccare il vaso : Vladimir V. Putin aveva dovuto attendere per intervenire, mordendo il freno, la conclusione dei Giochi Olimpici di Sochi, dopo i quali tutti gli osservatori avveduti attendevano il risveglio dell&#8217;Orso russo; puntualmente, e come da un copione a lungo preparato, i russi hanno mosso verso l&#8217;obiettivo più prezioso ed imprescindibile dell&#8217;Ucraina : la loro base di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sebastopoli">Sebastopoli</a>, e l&#8217;intera Crimea che la ospita, territorio geopoliticamente fondamentale. Dopo la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica, la Russia doveva faticosamente trattare con l&#8217;Ucraina per rinnovare, ogni volta per qualche anno, la permanenza della base navale di Sebastopoli : ora appariva l&#8217;occasione di risolvere il problema una volta per tutte. Le condizioni per un intervento erano del tutto favorevoli : la maggioranza della popolazione, etnicamente russa e storicamente indifferente all&#8217;Ucraina, alla quale apparteneva per una superficiale decisione amministrativa di Nikita S. Chruščëv, si è sempre sentita vicina alla Russia; lo status di Repubblica autonoma della Crimea consentiva uno scarso dislocamento di truppe ucraine, mentre i russi disponevano di ingenti forze nella base di Sebastopoli e potevano rapidamente farne affluire altre senza rischi; il vuoto di potere effettivo a Kiev dopo la caduta di Janukovyč permetteva di operare con rapidità prendendo sul tempo le nuove autorità ucraine. In pochi giorni, mentre noti cronisti, abbagliati dal sole della Crimea, non si accorgevano del pericolo, e delle prime mosse di preparazione, la Russia, senza colpo ferire, ha trasportato più di seimila uomini in armi e si è impadronita della penisola. Con sublime ipocrisia sovietica, ha vestito i suoi soldati con uniformi anonime, e ancora ieri il ministro degli Esteri Lavrov osava sostenere di non riconoscere quei soldati, che certo sarebbero  membri di milizie filorusse autoformatesi in loco. Un esercito fantasma ha dunque invaso la Crimea, per difendere la maggioranza russa dalle minacce di nessuno, poiché nessuno si era sognato di muovere dalla terraferma ucraina verso la penisola. La propaganda televisiva contro i &#8220;fascisti&#8221; che avevano preso il potere a Kiev era stata così forte e martellante che la popolazione si mostrava felice dell&#8217;arrivo dei soldati, giunti a salvarli dalla marmaglia fascista dell&#8217;ovest. Ora, le regioni russofone dell&#8217;est hanno subito lo stesso martellamento mediatico , e folle inferocite hanno assaltato i palazzi del potere in varie città, per rispondere alla presa del potere dei &#8220;nazionalisti&#8221; a Kiev. Ora il dilemma è se Putin, di fronte alla risposta dell&#8217;Europa e degli Usa di fronte alla violazione della sovranità ucraina, intenderà ugualmente attaccare l&#8217;Ucraina continentale per giungere ad impadronirsi delle regioni russofone, o se si accontenterà della Crimea e di Sebastopoli: con rapidità folgorante, il neo-eletto (dai russi) Presidente della Crimea Sergey Valeryevich Aksyonov, ha indetto e anticipato già due volte la data di un referendum per acquisire maggiore autonomia dall&#8217;Ucraina, mentre per la città di Sebastopoli, sede della flotta russa, si prepara un referendum speciale, per la diretta annessione alla Russia : ciò che veramente Putin vuole ed otterrà. Sul terreno, tutte le condizioni sono a suo favore, e nessuno può concretamente impedirgli di fare ciò che vuole. La Crimea è il suo obiettivo primario : poi si occuperà di ricondurre l&#8217;intera Ucraina sotto la sua tradizionale sfera d&#8217;influenza, secondo la Storia e all&#8217;ombra degli accordi di Yalta; qualora scorgesse il rischio di doverla condividere con l&#8217;Occidente, potrebbe decidere di smembrarla con la forza: ci riuscirebbe, ma in quel caso sarebbe difficile evitare un bagno di sangue.  L&#8217;Occidente, assecondando e probabilmente aiutando i rivoltosi di Kiev a far cadere il regime, ha posto le mani su un Paese considerato intoccabile da Putin nel suo progetto di sostanziale ricostituzione dello spazio sovietico : è dunque comprensibile la sua reazione, forse trascurata e sottovalutata in occidente. Anche a livello mediatico, oltre che politico, si avverte una sostanziale scarsa conoscenza della mentalità e dei metodi in vigore in questa parte del mondo, che ancora non si discostano affatto da quelli consolidati e sperimentati della guerra fredda. Ora sarà il caso di rendersi conto che sul terreno Putin dispone di forze tali da poter imporre le sue decisioni, anche a costo di una guerra : sarebbe inoltre bene ricordare che da queste parti la sola e vera ragione, come il solo e vero diritto, sono costituiti dalla forza.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/07/ucraina-crimea-russia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">47726</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Wien &#8211; Mitte</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/11/wien-mitte/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/11/wien-mitte/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 10:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[Wien]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40327</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Tu credi ancora, lo so, di poter un giorno ritornare, a quella stanza della F.Strasse, a quei mattini, a quella musica, quasi che le cose, la luce, la stagione, ti potessero aspettare, immutabili, sospese, nella perfezione innaturale del ricordo, nella pace del tempo che non fugge, come in quei giorni a primavera, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof-300x197.jpg" alt="" title="Wien_Westbahnhof" width="300" height="197" class="alignleft size-medium wp-image-40328" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof.jpg 725w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Tu credi ancora, lo so, di poter un giorno ritornare, a quella stanza della F.Strasse, a quei mattini, a quella musica, quasi che le cose, la luce, la stagione, ti potessero aspettare, immutabili, sospese, nella perfezione innaturale del ricordo, nella pace del tempo che non fugge, come in quei giorni a primavera, in lieve anticipo su tutto, in quell’attesa leggera di partenze, d’ogni cosa misteriosa del futuro.</p>
<p>Non avevi ancora biglietti, treni, appuntamenti, nessuna cifra s’incideva, nera, sulle carte del domani, Praga ti aspettava, in una lontananza tenue, familiare, in ogni leggera foschia serale oltre la <em>Westbahnhof</em>, in ogni <em>brauner</em> bevuto solo al <em>Kleines Cafe</em>, dove lei già non si vedeva, già mancava senza risposta, silenziosa scavava un vuoto tra le cose, separava sottile i tuoi gesti dal passato, ti cedeva ignaro alle vie fredde, ancora luminose nel crepuscolo.<span id="more-40327"></span><br />
Iniziavi a chiamare, stupito dell’assenza, dalle cabine illuminate che incontravi, come silenziosi messaggeri del ritardo, e del mancare : sentivi le monete ricadere, ogni volta, con identico tinnire solitario, già sapevi delle stanze vuote, dello scuro apparecchio che suonava, in quell’ultimo piano della Burggasse, vicino alla finestra senza tende, che ospitava nel buio i tuoi pensieri, e tutta la città notturna, immobile, per sempre silenziosa.<br />
Pensavi ad improvvisi cambiamenti d&#8217;abitudini, nuove compagnie, temporanei lavori serali, non temevi l’imprevisto, nella sua vita senza rive, ma qualcosa mancava, nei giorni, un’abitudine, un saluto, un incontro, un biglietto di sorrisi lasciato al caffè, una chiamata notturna, un impalpabile cenno dell’esistere.<br />
Il vuoto s’addensava, improvviso, a momenti, ad un incrocio assolato, dove un tempo appariva, nel chiaro mezzogiorno, in quel caffè rumoroso dove pranzava di fretta, scherzando con le amiche, o in un’ora della sera, dietro a <em>Stephansdom</em>, dove tra le risa e i conversari dei locali non poteva mancare a lungo la sua voce.<br />
Non volevi pensare, non volevi, così vaste le giornate intorno a te, già così profonda la luce nel cielo fino a sera, scavalcavi quei binari, a Mitte, senza sentire ancora il richiamo del partire, quell’incauta nostalgia delle distanze, tutto era calmo e lento nella vita, le ore si smarrivano stupite nel chiarore, s’adagiava il tempo nelle piazze, sperduto già il suo battito nell’ampio ritardare.<br />
Lei avanzava, piano, nell’ombra, senza dar cenno del mancare, del dissolversi, presente già senza rimedio nei pensieri, e dunque certa di resistere, in agguato, in altre vite parallele, già fuggita, per molteplici giornate ignote, ore senza nome, senza sguardo, senza più certezze agli smarriti.<br />
Tu sapevi accogliere, fedele, i doni dell’istante, ancora non scorgevi la precisa direzione della vita, forse ti bastava quel ritardo, la felice sospensione d’ogni moto del destino, l’ignaro e lieve perdersi, nelle fatue suggestioni che il giorno ti schiudeva, nella vaghezza lieta di un presente, che ancora tratteneva ogni sua silenziosa meraviglia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/11/wien-mitte/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40327</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Rivelazione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2011 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Cuzco]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39180</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Finì di maledire l’esistenza di Dio dopo il settimo giorno dalla nascita del vento, quella bestemmia del creato che traversò il paese sino a devastarlo, spalancò le finestre dell’immaginazione alle dame bigotte dell’ Unione benefica, strappò le campane superflue dalla cima del campanile, per concedere ai fedeli di riconoscere il cielo, distrusse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco-300x200.jpg" alt="" title="piazza della cattedrale di Cuzco" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco.jpg 798w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Finì di maledire l’esistenza di Dio dopo il settimo giorno dalla nascita del vento, quella bestemmia del creato che traversò il paese sino a devastarlo, spalancò le finestre dell’immaginazione alle dame bigotte dell’ Unione benefica, strappò le campane superflue dalla cima del campanile, per concedere ai fedeli di riconoscere il cielo, distrusse le vetrate a colori, dono generoso della banca del Latifondo, le sfondò con rigore cartesiano, spargendone i frammenti per le navate come granita di frutta, s’infilò con urla di sirena vendicatrice nel cratere immenso della cupola sfondata dalle campane, disperse i chierici con il terrore semplice della sua mala intenzione, ma non se ne andò, prima di aver assistito alla rovina di tutte le case della Conquista,<span id="more-39180"></span> con la pazienza provvidenziale dei flagelli di Madre Natura, non se ne andò, prima della morte degli animali tra le macerie delle stalle, non se ne andò, prima del tuffo dei disperati serali dalle ringhiere del ponte, non se ne andò, prima che i nomi delle strade fossero scomparsi dagli incroci, non se ne andò per sette giorni, e del villaggio rimasero le muraglie ostinate, le grida nel buio dopo i crolli senza testimoni, le griglie di ferro alle finestre vuote, per il canto d’irrisione della morte, le schiene spezzate dei bambini sotto i pali divelti della pubblica luce, la follia, dei sopravvissuti solitari nelle strade notturne, senza riposo, per la ronda instancabile della vita perduta, delle ore vane senza più direzione.<br />
Finì di maledire l’esistenza di tutto quando si tolse le vesti sui gradini della chiesa, le strappò, con urla feroci senza più parole, a brandelli, come la vita che restava nel paese, quelle gabbane lugubri da funerale a pagamento, s’accanì, lacerando a morsi la vergogna, il tradimento, le promesse vane, l’illusione, dentro l’ora di sollievo per la partenza del vento, sotto il peso più completo e palese del silenzio, sulla soglia di polvere che annunciava il deserto per sempre, la distanza irrimediabile dalla Nazione moderna, dal progresso felice senza ritorno, dal futuro d’abbondanza, dal regno dei cieli nella patria di tutti ; era lì, la verità, finalmente, si poteva fiutare nell’aria sabbiosa dopo gli ultimi crolli, era lì, senza nessuno a vederla, senza parole o ragioni, era lì, senza merito nel suo potere di padrona, con il sordo sfacelo del dubbio nei frantumi dell’ora, nella rovina del domani, sincera, per l’intenzione amara dei sopravvissuti, di placare il dolore con le vendette dimenticate, conoscere qualcuno che fosse davvero colpevole, infine, incontrarlo, l’autore di tutto, e vedersela, lì, sulla piazza, con in mano il coltello, da uomini, senza inganni del vento, dei giorni, da uomini, con il breve bagliore di lame, il silenzio, la mossa felina, lo sguardo, la mano leggera, il fendente, la striscia di sangue, la polvere, il coro silenzioso delle pietre, la sera in arrivo, la morte, la china sabbiosa dei gesti da compiere.<br />
Finì di maledire il nome che portava quando vennero a chiedere un aiuto per i vivi, una parola fasulla per mascherare il dolore, un gesto vuoto a ricoprire la morte, li prese a fucilate, sulla pubblica piazza, li fece sparire, senza grida rimaste nelle gole diroccate, li respinse, alla pena più vera di essere vissuti, alla maceria costante di vedere, al morso cieco dei risvegli, li disperse, nelle strade affollate dal silenzio, dalla sete, nel paese abbandonato dalla Patria, dai soccorsi, ancora immobili nelle città, sospesi, nelle fotografie nelle promesse, nelle partenze nei saluti.<br />
Non rimase nulla nel tempo interrotto, nei giorni tardivi di carità Presidenziale, nell’epoca severa del coprifuoco e della Milizia, lo cercarono a lungo sugli altopiani senza memoria, nelle città piovose, lungo i fiumi della foresta, non lo trovarono mai, non lo trovarono più, neppure il nome la voce il fucile, neppure la veste il ricordo gli spari, nemmeno le grida gli sguardi la rabbia, nessuno sicuro della propria parola, nessuno capace di onorare la sorte, nessun testimone ad averlo mai visto, sentito, sulla porta della chiesa, gridare, sui gradini della chiesa, spogliarsi, sul sagrato della chiesa, sparare. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39180</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Cesenatico</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/18/cesenatico/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/18/cesenatico/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Cesenatico]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37551</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli I bambini guardano passare il treno, dal giardino della colonia, e salutano. Ancora credono all’estate, all’ora del gelato, alla passeggiata serale. Domani, ancora il bagno, la spiaggia, le corse a perdifiato, la pasta col ragù, l’aranciata, e le partite a calcetto, il profumo della polvere, che sale, dallo spiazzo bianco, innaffiato dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cesenatico-colonie.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cesenatico-colonie-300x225.jpg" alt="" title="Cesenatico - colonie" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-37552" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cesenatico-colonie-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cesenatico-colonie.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>I bambini guardano passare il treno, dal giardino della colonia, e salutano.<br />
Ancora credono all’estate, all’ora del gelato, alla passeggiata serale.<br />
Domani, ancora il bagno, la spiaggia, le corse a perdifiato, la pasta col ragù, l’aranciata, e le partite a calcetto, il profumo della polvere, che sale, dallo spiazzo bianco, innaffiato dal custode.<br />
Il vento del crepuscolo muove le foglie del viale, già porta via le più stanche, annuncia i metalli del treno, le sirene lontane : come dire, che i giorni corrono al mancare, che il nome di settembre s’annuncia, nei colori del cielo, nel vento più crudo al di là della pioggia, nell’ora serale più lesta, e segreta, mentre tutti corrono a mensa, e sognano fritture, patatine, fette di torta senza fine.<span id="more-37551"></span><br />
Le onde azzurre del mare alle pareti si venano di grigio, alla luce già elettrica, la cassetta dei sogni da esaudire è più leggera, le cuoche silenziose preparano i bagagli, si dirada il sorriso al fornitore, la visita del medico, la conta delle gite, si sparge per le sere un silenzio d&#8217;altre voci, d’altre stanze, d’altri cortili ormai deserti.<br />
Ritornano, presto, le ragazze del turno, restano più a lungo a fumare sui terrazzi, a guardare in silenzio il lungomare già spento, i motorini ormai rari all’impennata, le sagome lontane di chi non riconoscono; chiude presto il luna park, i camerieri taciturni rovesciano le sedie sopra i tavoli, fuggono i motori con ultimi ruggiti di rimpianto, qualcosa chiama per sempre lontano dall’estate, come da un sogno disperso, a cui non credere più; com’è profondo il silenzio nel turno di notte, quasi s’avverte la polvere cadere nelle sale, il fruscio della sabbia sui balconi, un distendersi di stanche tapparelle: il buio scivola, pesante, per le scale, luci vane mantengono la vita dentro il buio, come un’onda lontana si sente il vuoto arrivare, premere immenso ai portoni, scavare l’aria nei respiri, attendere, la fine del futuro nelle stanze, il calcolo del tempo nei rumori, l’avanzare delle voci verso il viaggio, lo scadere delle notti verso il nulla : conosco, da sempre, quel mattino bianco che aprirà i portoni sul silenzio, l’aria vuota, la fine degli orari e delle ore, il dissolversi dei volti nel distacco.</p>
<p>Ancora si muove, avanza, la lancetta sul quadrante dell’ingresso, si popola di tazze rovesciate la catena dei tavoli alla mensa, fuma silenzioso il direttore al suo balcone, un riso furtivo sospinge la vita nella tenebra: ora vado, vado, come sempre, per il giro metodico, incessante: ingressi, cucine, lavanderia, primo piano, secondo piano, terrazze.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/18/cesenatico/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">37551</post-id>	</item>
		<item>
		<title>le château tremblant</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/22/le-chateau-tremblant/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/22/le-chateau-tremblant/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36959</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Non siamo più tornati al Château Tremblant, ed è un peccato. Ci dev’essere un motivo, chissà, forse lo scopriremo, una mattina, svegliandoci, e sarà tutto chiaro, come averlo saputo da sempre. Era un giorno di calura intensa, ricordo, e passavamo lenti, con i finestrini abbassati, sul lungo ponte metallico, non sapevamo davvero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/Catelli_chateau.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/Catelli_chateau-187x300.jpg" alt="" title="Nouvelle revue française" width="187" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36961" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/Catelli_chateau-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/Catelli_chateau-639x1024.jpg 639w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/Catelli_chateau.jpg 1648w" sizes="auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px" /></a></p>
<p>Non siamo più tornati al Château Tremblant, ed è un peccato.<br />
Ci dev’essere un motivo, chissà, forse lo scopriremo, una mattina, svegliandoci, e sarà tutto chiaro, come averlo saputo da sempre.<br />
Era un giorno di calura intensa, ricordo, e passavamo lenti, con i finestrini abbassati, sul lungo ponte metallico, non sapevamo davvero dove andare, quell&#8217;estate ci saziava con le sue giornate africane, le sue notti corte, in cui proseguire la veglia era una felice condanna, sino all&#8217;alba, senza mai desiderare il sonno, mai essere tentati dalla stanchezza.<br />
L&#8217;avevi scorto con un&#8217;occhiata distratta, e ne ripetevi il nome, lentamente, come una filastrocca: Le-Châ-teau-Trem-blant-Le-Châ-teau-Trem-blant…<br />
Era un invito troppo suadente, alla fine del ponte presi la strada a destra che scendeva verso il fiume, all&#8217;ombra dei platani.<br />
Parcheggiai la macchina, e ci sedemmo sotto la pergola, non c&#8217;era nessun altro, eravamo soli davanti al fiume, e questo ci bastava.<br />
Quel giorno, tutto si sfaldava nella luce, il colore dell&#8217;acqua, il ponte, i muri delle fabbriche sull’altra riva, il rumore vano di un macchinario in movimento, la tristezza interrotta di quella <em>banlieue</em>, come uno spettacolo sospeso<span id="more-36959"></span> che annunciava l&#8217;imminenza di una nuova rappresentazione.</p>
<p>Eravamo seduti a guardare l’estate, come nella grande sala vuota di un cinema, senza l&#8217;incomodo delle parole, la banalità della musica, e tutti e due avevamo qualcosa da cercare, in quella scena, qualcosa in cui ritrovarci, ognuno solo, con un vago, desolato motivo per essere altrove, una sottile, quieta ragione per restare, con il tempo sospeso del proprio passato ancora da concludere.<br />
La ragazza del bistrot era uscita, con il suo vestito a fiori, con passi leggeri, pareva divertita, l’onda dei capelli scuri scivolava ribelle sulle pieghe del sorriso.<br />
Ricordo, il mio <em>pastis</em> ben freddo, ma mi sfugge il profilo della tua mano, che s&#8217;avvicina al tavolo di marmo, e ghermisce, con mossa studiata, la leggerezza indifesa del bicchiere.<br />
Chi poteva vederti, non passava nessuno, sul ponte, il suo profilo vuoto resisteva, sospeso, nella grande luce, come un esile traforo poggiato per gioco, dai bimbi, sopra un rigagnolo, era lì, fermo, inutile come tutto, in quell’ora senza direzione, abbandonata, come quel sospiro doloroso di macchinario, che ritornava sopra l’acqua, e ci ricordava la vita, il suo stantuffo implacabile, nel buio, il suo lamento senza riposo, la sua rassegnazione.<br />
Dovevamo dire qualcosa, ricordo, tutti e due sentivamo il bisogno di una voce, in quella dimenticanza, la necessità di spiegare, finalmente, quei gesti che non capivamo, quelle parole che ci sfuggivano, senza ragione, temevamo di sbagliare, non riuscivamo a deciderci, sino a che un treno era comparso nella solitudine fragile di quella boscaglia, alle tue spalle, aveva lanciato un fischio di miniera, cupo, dalla distanza irraggiungibile della sua fatica, e tu avevi sospeso una parola nel respiro, sembravi spaventata dall&#8217;evidenza di tutto, non eri più in grado di opporti, non avresti mai svelato il pudore di quella sola parola.<br />
Abbiamo lasciato passare l’urgenza imprevedibile di quell’apparizione, insieme all’imbarazzo lieve della sincerità, ci siamo avvolti, di nuovo, nelle spire nebbiose del silenzio, sicuri di dovercene andare, presto, ma di potere un poco restare, come se un intervallo ci trattenesse in quella pace, e l&#8217;insistenza trascorsa delle cose si fosse placata, sino a concederci quell&#8217;ora invisibile, quella sospensione di ogni attesa e rincorsa, quel radunarsi di parvenze, cosi limpide e sollecite nell&#8217;aria immobile, calda, tramata di vapori.<br />
No, non ce ne siamo più andati dal Château Tremblant, ed è un peccato.<br />
Me ne sono accorto, giorni or sono, con grande ritardo, ho visto ancora tutto calcinato nel sole, al di là del canale, ed era l&#8217;inizio del nostro viaggio solitario, della deserta ricerca senza più partenze, della sfiducia nelle parole, e nelle spiegazioni.</p>
<p>Siamo ancora smarriti nella sua stanza chiara sotto i platani, davanti a quel fondale troppo vero e vuoto per illudere la vita, rincorriamo, in ritardo, la delusione, per non aver capito, aver atteso soli quell&#8217;uscita che non c&#8217;era, come avrebbe potuto, quando tutto il vasto mondo si frantumava intorno a noi, e nulla più rimaneva in piedi, nulla restava uguale, come il boato scuro del ponte, sotto le ruote, che allora taceva, e non avrebbe più chiamato?<br />
È un singolare ospite, Le Château Tremblant, non ci fa rimpiangere nulla di questo tempo mancato, di questa compagnia tenace e respinta, di questa salvezza che non vediamo, ci lascia tutti i suoi sortilegi per pensare di essere altrove, la suggestione di troppe vaghe lontananze, la banderuola delle direzioni intercambiabili, concede troppo alla nostra irrequietezza, non ci lascerà sfuggire alla liberta, è cosi sottile questa catena, che non riusciamo a vedere dove poterla spezzare.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/22/le-chateau-tremblant/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36959</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La Signora del buio</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/02/la-signora-del-buio/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/02/la-signora-del-buio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 May 2010 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[kiev]]></category>
		<category><![CDATA[Kreschatik]]></category>
		<category><![CDATA[Signora del buio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=33585</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Nelle sere d’inverno, al diradarsi delle folle sul Kreschatik, la Signora del buio riappare. Quando le cifre rosse sulla torre del Maidan segnano le ventitré, e il carillon sparge le sue note di commiato all’aria gelida, la Signora spalanca le porte del suo arrivo e si fa strada nel calore luminoso della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-203x300.jpg" alt="" title="kiev - caffè sul kreschatik" width="203" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-33586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè.jpg 1195w" sizes="auto, (max-width: 203px) 100vw, 203px" /></a></p>
<p>Nelle sere d’inverno, al diradarsi delle folle sul <a href="http://www.hotels-kiev.com/krestchatik.htm">Kreschatik</a>, la <em>Signora del buio</em> riappare.<br />
Quando le cifre rosse sulla torre del Maidan segnano le ventitré, e il carillon sparge le sue note di commiato all’aria gelida, la Signora spalanca le porte del suo arrivo e si fa strada nel calore luminoso della tavola calda: muove qualche passo, riservata, scruta i tavoli già vuoti, osserva ogni vassoio abbandonato, dai clienti già lontani, nel metrò, nel vasto gelo, non decide, si sofferma con un lieve sorriso di stupore, di fronte allo schermo sospeso, alla sua luce fosforica, ed ai volti sereni che soffiano sillabe uguali al silenzio.<br />
Avanza di nuovo, come svagata, poi ghermisce improvvisa un bicchiere solitario, abbandonato, quasi pieno, e lo stringe disinvolta, col sussiego della piena proprietà: cerca un tavolo propizio, un divanetto confortevole, il giusto riposo del cliente soddisfatto, si accomoda ordinata, distinta, diritta, <span id="more-33585"></span>guarda verso il fondo della sala, cerca un ordine compiuto in cui placare il terrore muto del disordine, il bisogno, la mancanza fredda delle cose necessarie: è giunta, l’ora lieta, nessuno più le insidia il tempo, né lo spazio malcerto d’ogni suo vagare, un’intera sala quieta, colma di calore, luce, musica leggera, la difende, ospita serena il suo elegante disperare, la protegge dal vasto fragore quotidiano, in cui muove segreta il suo silenzio, l’accompagna nell’oblio d’ogni rincorsa, d’ogni cupa ricerca senza luogo, la dissolve nei minuti calmi che irridono la tenebra, saziandola di pace, sicurezza, tepore, parvenze di decoro.<br />
Noi non sappiamo l’ora precisa dei suoi commiati; ce ne andiamo, già, dopo la mezzanotte, quando i gesti bruschi degli addetti mostrano che l’ora di chiusura si propaga nel passato, e che il ritardo concesso agli ultimi avventori scivola già verso rischiosi abissi: ci perdiamo rapidi, oltre le porte laterali, e la scorgiamo intatta, immobile tra i tavoli, al centro della sala, nel cuore stesso del chiarore, perenne, rispettata e quasi trasparente ai gesti del servizio, forse, chissà, già pronta a dissipare i suoi poteri, ma certo ancora solida e solenne al sopravvivere del tempo intorno a lei.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/02/la-signora-del-buio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>17</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">33585</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La morte e la città di B.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/02/06/la-morte-e-la-citta-di-b/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 12:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=29922</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Un assassino si muove nella città di B. E’ venuto con l’autunno, con i primi freddi e le giornate brevi, quando la folla si dirada nelle strade, le persone iniziano a tornare sole nel buio. La prima ragazza è stata trovata, distesa come nel sonno, nel vasto e desolato quartiere fra la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/città-dellest.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/città-dellest-300x225.jpg" alt="" title="città dell&#039;est" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-29923" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/città-dellest-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/città-dellest.jpg 485w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Un assassino si muove nella città di B.<br />
E’ venuto con l’autunno, con i primi freddi e le giornate brevi, quando la folla si dirada nelle strade, le persone iniziano a tornare sole nel buio.<br />
La prima ragazza è stata trovata, distesa come nel sonno, nel vasto e desolato quartiere fra la stazione e la fortezza, dove rade officine s’alternano a garage, a villette silenziose, a prati senza nome, dove giungono stridori e lamenti di vagoni, dallo scalo ferroviario; giaceva senza scarpe, senza borsa, si scorgevano tra l’erba le sue lievi calze bianche.<br />
Nello stesso quartiere, poche vie più lontano, dove il cavalcavia sorvola i binari e una sterpaglia morta, la seconda ragazza è stata ritrovata, si dice sepolta in un tombino.<br />
Il buio scende sempre, quasi alla stessa ora, e le vie sono vuote, la città è grande, molti guardano davanti a sé camminando, ma non è sicuro che vedano, o che vogliano vedere.<span id="more-29922"></span><br />
Le voci aumentano, le persone iniziano a sapere, ma ufficialmente non accade nulla, il Paese è tranquillo, delitti non ne accadono, le morti sono eventi naturali, di cui non si dà notizia sulla stampa. E’ più frequente, però, scorgere per la città le macchine della Polizia, che avanzano guardinghe, preda di una strana lentezza, di una cauta circospezione, quasi osservassero, attraverso i fari fiochi, la marcia delle persone, i moti della folla. Anche le pattuglie che circolano a piedi sono cresciute di numero, gli agenti si muovono in tre, un graduato con il cappello da ufficiale e due poliziotti, squadrano i passanti con attenzione, indagano il loro fragile segreto.<br />
I giorni trascorrono e la terza ragazza viene ritrovata, in un altro quartiere, nell’erba tra due alti palazzi, senza scarpe e senza cellulare; ora i particolari sui ritrovamenti si fanno più precisi, e la preoccupazione aumenta, nel silenzio delle notizie ufficiali e nella tranquillità apparente delle autorità ; si dice che le ragazze non siano state semplicemente uccise; le fantasie popolari aumentano, le donne cercano di non rientrare sole nelle ore del buio.<br />
Quando la quarta ragazza viene ritrovata, a pochi passi dall’ingresso di uno stabile, un terrore freddo si distende sulla città, dopo il calare del sole, mentre le prime nevi ricoprono i prati, ed appaiono le impronte di chi passa.<br />
Il gelo dell’inverno è arrivato, la neve cade copiosa sulle strade, sui prati, sui terreni vaghi di nessuno, imbianca le pietre dolorose della fortezza, il lungo viale che porta in città, scompaiono le tracce dell’autunno e nuove tracce si disegnano sulla neve gelata. Il silenzio si fa più intenso, gli eventi restano sospesi nell’aria, a lungo, prima di accadere, le voci si fanno più fioche, e la paura non si vede, il silenzio la sommerge, mentre la neve cade, incessante.<br />
Tutti restano in attesa, mentre le temperature scendono, lontane sotto lo zero, e nulla sembra più accadere, la mano dell’inverno ha fermato, per incanto, la morte, la memoria può adagiarsi nella pace del presente, la vita è tranquilla nei bollettini ufficiali, non si fa cenno d’indagini o catture, non si trovano corpi nelle strade, non ve ne sono mai stati.<br />
Ora, solo, si può attendere, è così lieve credere al presente, perché ricordare il passato, già così vicino, il paesaggio è incantevole, una neve soffice, pulita, abbondante, ricopre l’intero mondo, i cittadini sono più lieti, salutano sereni e chiedono di feste, parenti, notizie luminose: tutta la realtà è sospesa fino a nuovo ordine, il gelo è troppo forte per pensare ad uccidere, i prati silenziosi sono sepolti e remoti, in una quieta oscurità.<br />
Tutti, già, aspettano la primavera.<br />
Tutti.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">29922</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A un amico: per Boris Mikhailovič Hoffman</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/24/a-un-amico-per-boris-mikhailovic-hoffman/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/24/a-un-amico-per-boris-mikhailovic-hoffman/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 10:35:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Mikhailovič Hoffman]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=28088</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Ci siamo detti do vstreči e do skorovo, l’ultima volta, ricorda, Monsieur Boris? Mi ha voluto accompagnare, attraverso la breve serra del cortile, sino alla soglia del Boulevard, per un po’ d’aria fresca, per uscire, da quella navicella colma di libri e di par ole, che riceve il suo silenzio dalle vie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/boris-hoffman-e-il-figlio-benjamin.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/boris-hoffman-e-il-figlio-benjamin-300x232.jpg" alt="boris hoffman e il figlio benjamin" title="boris hoffman e il figlio benjamin" width="300" height="232" class="alignleft size-medium wp-image-28089" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/boris-hoffman-e-il-figlio-benjamin-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/boris-hoffman-e-il-figlio-benjamin.jpg 517w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Ci siamo detti <em>do vstreči</em> e <em>do skorovo</em>, l’ultima volta, ricorda, Monsieur Boris?<br />
Mi ha voluto accompagnare, attraverso la breve serra del cortile, sino alla soglia del Boulevard, per un po’ d’aria fresca, per uscire, da quella navicella colma di libri e di par ole, che riceve il suo silenzio dalle vie quiete del retro, sospese in un’eterna provincia, prima della grande luce di Rue Gay-Lussac.<br />
Parlavamo di Kiev, ne sono certo, e di un suo trascorso viaggio, attraverso la memoria ed il tempo, incontro al presente, passeggero, e all’avvenire che non cessa, nella nostra speranza, di ricongiungersi al passato, e ricreare quasi un cerchio, magico, che spieghi, che giustifichi, a riscuotere ogni breve, lucente moneta del ricordo, a riscattare ogni gesto che rimanga, nel vago limbo dell’attesa, e della sua domanda senza voce;<span id="more-28088"></span> ci siamo attardati qualche breve minuto a scherzare, in russo, per il puro piacere dell’istante, nella pausa sottratta, preziosa, nella luce serena, immobile, delle vetrate spioventi, ci siamo stretti la mano come a rivederci di lì a poco, per nuove notizie, racconti, promesse di libri, annunci di fortuna: sì, ci siamo detti <em>do vstreči</em> e <em>do skorovo</em>, senza precisare il luogo, il giorno, la stagione, così, senza pensare, nella certezza lieta del momento, nell’energia primaverile del futuro che s’apriva.<br />
Sono tornato a Parigi, con l’animo leggero, e dalla Rue Cujas contavo, come sempre, di salire alla fontana, ed alla vasta fuga del giardino, sino a quel portone quieto, e solido, a respingere l’ondata minacciosa della vita.<br />
Ero alla <em>Porte de Versailles</em> quel giorno, già sorpreso dalla folla, e dall’immenso gravitare dei libri, nell’inquieto padiglione che rimescola le voci della fiera, mi sperdevo in un chiaro labirinto di scaffali, provvisorio argine ai rumori, alla furia delle cose, ho raccolto una rivista che annunciava edizioni e novità, senza sapere, neppure da lontano immaginare: solo un titolo, quattro parole, nere sul fondo bianco della pagina: <em>Pour saluer Boris Mikhailovič</em>; ogni cosa intorno è sfumata in un’opaca inconsistenza, lo sguardo ha cercato la fuga in un equivoco, la salvezza in un commiato di lavoro, un’amichevole separazione: no, era l’infinita separazione, il commiato senza riparo, rimedio, eccezione; già l’istante del ricordo, oltre il distacco, una zona immobile, deserta, ove fermarsi, senza poter tornare, ma senza volere allontanarsi, nel vuoto spento del futuro.<br />
Era lì, la suprema irrisione della sorte, il gioco di prestigio del nulla, era tutto, e di nuovo intorno a me s’addensavano i rumori, le voci, gli annunci di vane conferenze, un vasto tuono che avvolgeva i corpi dei viventi, le cose immobili, e il sorriso meccanico della ragazza che diceva, prenda pure con sé la rivista, è per lei. Già, per me, soltanto, negli immensi padiglioni della fiera, la mia mano era scesa, ignara e certa, su quei fogli, aveva subito indagato quelle pagine, con cieca decisione: ora capivo, d’improvviso, quelle lame di freddo, la mattina, sull’immenso <em>boulevard</em> che raccoglieva, i dispersi venti dell’inverno, la mia stanchezza dopo il treno, la pigra decisione di scendere in metrò, e rimandare la visita, quasi un confine di gelo già isolasse quelle stanze, affondasse tutti senza rimedio nella vita, disperdesse l’ultima occasione dell’amicizia e del conforto.<br />
Ho guardato l’orologio, ho sentito la geometria meccanica delle cose, il suo stridore inafferrabile, la pallida morsa invincibile, di minuscoli aghi su di noi, e la stretta del tempo, fluida come il respiro, invisibile dentro di noi, attorno a noi, preparata a soffocarci, a chiuderci la gola nelle sue dita di fiato.<br />
Ho visto le lancette, ho guardato la fotografia: quali ore liete non abbiamo saputo di avere, Boris, quali ore liete avremmo ancora voluto raccontarci: chissà tra noi, ora, chi vede più lontano, chi davvero ricorda: forse avevamo ragione, quel giorno, come sempre eravamo sinceri: <em>do vstreči</em> e <em>do skorovo</em>, Monsieur Boris.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/24/a-un-amico-per-boris-mikhailovic-hoffman/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28088</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Pinelli. Manichini a dicembre</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/06/pinelli-manichini-a-dicembre/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/06/pinelli-manichini-a-dicembre/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[15 dicembre 1969]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[strage di piazza Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[strage di stato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=23218</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Alla memoria di Pino Pinelli, ferroviere anarchico, padre, caduto innocente da una finestra della Questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969. Cadono i manichini, dalle finestre della Questura, come angeli, con leggere traiettorie di stupore, pallida memoria d’ogni peso, si librano quasi verso l’alto, nell’aria priva di dolore, nello sguardo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Pinelli_manichino.JPEG"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-23386" title="Pinelli_manichino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Pinelli_manichino.JPEG" alt="Pinelli_manichino" width="229" height="342" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Pinelli_manichino.JPEG 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Pinelli_manichino-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a><br />
Alla memoria di Pino Pinelli, ferroviere anarchico, padre, caduto innocente da una finestra della Questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969.</p>
<p>Cadono i manichini, dalle finestre della Questura, come angeli, con leggere traiettorie di stupore, pallida memoria d’ogni peso, si librano quasi verso l’alto, nell’aria priva di dolore, nello sguardo attento di chi vede, non conoscono inverni, notte, dicembre, non sanno di questori, commissari, brigadieri, stanze colme di fumo, e anarchici colpiti, forse non solo da malori attivi, eppure capaci di scatti fulminei, proprio così, è un dono degli anarchici, lo scatto fulmineo, chissà quale gioia l’andarsene, con balzo felino, da un quarto piano della questura, in una notte di dicembre, nell’aria frizzante, pulita finalmente, come una salvezza, dopo un fermo illegale, stanze di elastici poliziotti che minacciano, e cercano nel fumo l’idea per un’accusa.<br />
<span id="more-23218"></span><br />
Ora cadono soltanto manichini, per indagine accurata, calcolo scientifico, ricerca della pura verità, come si potrebbe ledere anche un minimo diritto, i tempi son diversi, le persone ragionevoli, non è più nemmeno la memoria delle bombe, chi ricorda strategie della tensione, il Paese si unisce nel consumo, lo spettacolo continuo dissolve ogni conflitto, si è tutti più sereni, si è trovato finalmente a chi ubbidire.<br />
Così bianco e soffice il cortile di Questura, così lieve il cadere dei manichini, a decine, con minimi variabili tragitti, traiettorie accurate, per ogni possibile malore, o balzo, scatto, lieve spinta, incoraggiamento, invito, forse scarica nervosa motoria, ecco il vero genio del malore attivo, quella fertile energia che fa la differenza, e fa scattare lo scavalco di ringhiera : ma, ci si chiede, fosbury o ventrale? E allora nuovi lanci, dorsali e frontali, con diverso impeto, entusiasmo, decisione, con variabili pendenze del corpo nel malore, un poco attivo oppure molto, sempre comunque volto al balzo, allo scatto (fulmineo, felino), alla caduta.<br />
Quale nuova meravigliosa scienza del cadere, si costruisce qui, con tutti i crismi della legge, a futura conoscenza, ed esperienza, in vista di chissà quali futuri malori, o scatti, o balzi, da gestire, governare con saggezza, per poter dimenticare, per sempre, quelle notti a dicembre, quegli schiaffi, quegli anarchici superflui, quel fumo insalubre, quella piccola stanza colma di questurini maneschi, e quell’uomo solo, capace, con balzo felino, scatto fulmineo, malore attivo, di sfuggire a tutti, per un minimo pertugio tra le imposte, e volare via nell’aria libera, lasciando ai suoi guardiani solo una scarpa, in mano, a futura memoria, o pena, impaccio nell’indagine, polvere nell’ingranaggio della morte, dell’inganno, dell’oblio.<br />
Cadono ancora, i manichini, come neve, mentre noi ce ne andiamo, precipitano lievi, con ostinata precisione, si sente una remota lietezza nelle voci di chi lancia, e una strana, metodica insistenza, una cura sottile nell’indagine scientifica, ossessiva minuzia nel capire, nell’assolversi, nell’attento infinito prepararsi.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/06/pinelli-manichini-a-dicembre/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">23218</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Diktiriovskaja</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/26/diktiriovskaja/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/26/diktiriovskaja/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 21:07:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Diktiriovskaja]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=18860</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Dimmi, forse tu sai, ancora, i numeri degli anni, tutta la catena infaticabile dei giorni, che hai ceduto all&#8217;avvenire, o alla memoria, senza serbare per te che il puro istante, l&#8217;attimo, di gesti che segreti andranno col silenzio, con ogni tuo furtivo allontanarti nel domani : dove sono le ore, dell&#8217;ignoto guardarti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/ricerche028.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-18859" title="ricerche028" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/ricerche028.jpg" alt="ricerche028" width="259" height="389" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/ricerche028.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/ricerche028-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/ricerche028-682x1024.jpg 682w" sizes="auto, (max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dimmi, forse tu sai, ancora, i numeri degli anni, tutta la catena infaticabile dei giorni, che hai ceduto all&#8217;avvenire, o alla memoria, senza serbare per te che il puro istante, l&#8217;attimo, di gesti che segreti andranno col silenzio, con ogni tuo furtivo allontanarti nel domani :<span id="more-18860"></span> dove sono le ore, dell&#8217;ignoto guardarti, dal vuoto, nella stanza percorsa dai venti del settembre, dalla luce dell&#8217;alba, bianca, e senza peso, tutti gli anni che ho salvato a trattenerti, a circondare d&#8217;attenzioni quelle ore, quelle fragili evenienze del fuggire, del più lesto infinito dissiparsi : dove scappavi, tu, dove cercavi, oltre una pallida foresta di macerie, sola ed imprendibile, severa, con già pallida memoria d&#8217;altri viaggi, d&#8217;altre vite, città polverizzate, nella memoria o nell&#8217;oblio, forse smarrita, già lontana, oltre il dono sempre fatale della giovinezza : forse, non ci siamo davvero incontrati, nello spazio segreto, irripetibile degli occhi, quella stanza d&#8217;aria e di silenzio, dove proseguire soli, e avvicinarci, eternamente, oltre i mesi fondi e le separazioni, per colloqui di sere, autunni, treni vuoti, albe : ci siamo attesi, a lungo, semplicemente certi del nostro arrivo, in altri appartamenti, altri destini, città lontane, dalla paura e dal ricordo, silenziosi ospiti dell&#8217;ombra, passeggeri, nelle stazioni del tempo : tu sei rimasta, senza più parlare, in quelle stanze vuote sulla Diktiriovskaja, pettinandoti allo specchio, a volte cercando il crepuscolo ai vetri, oltre la fuga dei tetti, seguendo la luce nel cielo, vuotando piano le bottiglie, nella cucina popolata d&#8217;altre vite, dall&#8217;assiduo cadere della polvere, dai ritratti di bambini che ancora parevano chiamare ; io non ho più ricordi dal futuro, limpidi sguardi accanto alla finestra, sereni tragitti alla stazione, solo pallidi frammenti, un brindisi alla Juzni, un saluto, il suono del tuo riso, la certezza che il tempo viaggiasse lontano da noi, che il presente sempre ci potesse aspettare, come una perenne primavera, come la luce di quelle mattine invincibili, sul lungomare di Yalta, con ogni residua meraviglia offerta in dono, alle mani timorose, allo stupore del silenzio, alle voci che cercavano nell&#8217;aria tenue sostegno alle parole.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/26/diktiriovskaja/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">18860</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 18:29:22 by W3 Total Cache
-->