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		<title>ad aziendam</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg" alt="" title="cornice_antica" width="380" height="299" class="alignnone size-full wp-image-36525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p>[<small><em>continua il dibattito iniziato con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L&#8217;ultimo apparso su Nazione Indiana è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> di <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</em></small>]</p>
<p>di <strong>Stefano Petrocchi</strong></p>
<p>Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su <em>Repubblica </em> dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 agosto) e dal corsivo del teologo Vito Mancuso (21 agosto) sulla cosiddetta legge “ad aziendam”, che ha consentito alla casa editrice Mondadori di estinguere, in modo piuttosto vantaggioso per le proprie casse, un contenzioso ventennale con il fisco. Mancuso solleva un dubbio etico: è giusto pubblicare per un editore che approfitta di leggi promosse da un governo il cui capo è l’editore stesso? Molte risposte a questa domanda, contenute sia in interviste estemporanee sia in interventi più meditati, lasciano emergere tra osservazioni non sempre pertinenti un tema di grande rilievo: come percepiscono il proprio ruolo gli scrittori, specie in relazione a chi oggi organizza la produzione e la diffusione della letteratura (cioè gli editori)?<br />
<span id="more-36522"></span><br />
Ci stavo riflettendo su quando un’amica mi ha invitato a guardare l’editoriale di Giovanni De Mauro sul numero 861 di <em>Internazionale</em>. Il modo in cui qui viene risolto il dilemma posto da Mancuso è in effetti limpido: «Questione di principio interessante, ma che obbligherebbe tutti gli autori di ogni casa editrice a indagare sul corretto comportamento del loro editore». Ineccepibile. Eppure mentre leggevo mi è tornato in mente un pezzo dello stesso De Mauro di alcuni (non molti) mesi fa. Ci tornerò al momento opportuno su questo primo editoriale, per ora registro che mi è stato più utile del secondo per individuare meglio i contorni della discussione in corso.</p>
<p>A me pare che la maggior parte degli interventi soffra di una visione doppiamente riduttiva del caso: si tratterebbe per un verso di una vicenda che attiene all’amministrazione – sia pure disinvolta – dell’azienda, di cui i funzionari editoriali con cui un autore si rapporta non possono che essere all’oscuro, e per l’altro dell’ennesimo caso di legislazione occhiuta, come per esempio la depenalizzazione del falso in bilancio, fatto che comporta un livello di allarme civile ben maggiore, ma da cui le responsabilità di quei funzionari sono, di nuovo, sideralmente lontane.</p>
<p>Le due affermazioni sono senz’altro vere, ma trascurano un punto su cui anche Mancuso, forse per carità di patria, è molto sfumato. Scrive infatti che la Mondadori avrebbe goduto di «favori parlamentari ed extra-parlamentari». Giannini ne fa invece uno dei focus della sua ricostruzione, ipotizzando due cose: che prima della soluzione legislativa si sarebbe tentato di venire a capo della vertenza attraverso pressioni indebite sulla Corte di Cassazione; che questa attività illecita non sarebbe stata efficace senza l’approvazione in Parlamento di una norma che, rinviandone il pensionamento, avrebbe consentito al presidente della Cassazione di dirottare la decisione verso una sezione più malleabile della Corte. Giulio Mozzi ha condotto su <em>Vibrisse</em> una scrupolosa decostruzione, o per dir meglio una demolizione, del testo di Giannini, ma su queste circostanze ammette che «il vicedirettore di Repubblica continua a dire cose che sembrano un po’ dubbie», il che non vuol dire palesemente infondate. In ogni caso, la magistratura sta indagando sulla presunta «rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier» (ancora Giannini). Ora, a me sembra che l’intreccio di azioni criminose e iniziative parlamentari ci porti ben oltre l’annoso problema del conflitto di interessi. Mi sarei aspettato perciò che i risvolti più oscuri del caso ricevessero un’attenzione maggiore, magari dubitativa, oltre che dalla matita blu di Mozzi anche nel resto degli interventi che ho letto.</p>
<p>Ho trovato invece, in quasi tutti, l’attestazione di come la struttura editoriale del gruppo Mondadori consenta a uno scrittore di sviluppare al meglio, e far conoscere a un pubblico vasto, le proprie capacità creative. Alcuni autori testimoniano il legittimo orgoglio di far parte di un catalogo prestigioso, per i nomi di ieri e per quelli di oggi, e la libertà intellettuale di cui godono all’interno delle diverse case editrici del gruppo. C’è chi elenca infine i rapporti di amicizia nati nell’<em>open space</em> di Segrate, e mentre snocciola nomi e cognomi si avverte il sapore stucchevole che in un dibattito pubblico assumono sempre le mozioni degli affetti.</p>
<p>Ciò che dà da pensare è anche qui un elemento di sottovalutazione. È come se lo scrittore (che ne sia consapevole o no) si autocollocasse a monte di una catena produttiva che prevede nelle fasi successive l’intervento paritetico di altri operatori (editor, redattori e così via). «Sono loro i miei compagni», dice Pennacchi con l’enfasi del sindacalista che è stato, ma anche quando Piccolo avverte «Come scrittore voglio essere giudicato per quello che scrivo e non per l’editore con cui pubblico», ho la sensazione di assistere a un paradossale tentativo di sottrarsi al rapporto fondante con i propri lettori in carne e ossa. Non più interlocutori privilegiati dell’autore per il tramite dell’editore, ma utilizzatori finali di un prodotto alla cui realizzazione collaborano diverse figure professionali tra cui l’autore (estremizzo ma non credo poi molto).</p>
<p>Dico paradossale perché si può leggere l’intervento di Piccolo sul giornale per cui scrive regolarmente (<em>L’Unità</em>, 26 agosto) e su cui negli scorsi mesi ha espresso preoccupazione, per esempio, per il lodo Alfano e per la legge bavaglio. Dunque si tratta di giudicare Piccolo non solo per i libri che pubblica con Einaudi, ma per ciò che dice su tutti gli argomenti sui quali accetta di intervenire. La separazione del maschio è un libro molto bello come i precedenti editi da Laterza, Feltrinelli, minimum fax, ma Francesco Piccolo rappresenta per i suoi lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) più dei libri che ha scritto.</p>
<p>Se Augias (<em>Repubblica</em>, 22 agosto) trasforma lo scrittore da auctor in audience, «Al Festival di Mantova, presentando il nuovo libro, solleverò pubblicamente la questione e ascolterò i lettori», siamo molto oltre l’epoca della scomparsa dei maître à penser. Del resto, si può immaginare Moravia che chiede ai suoi lettori cosa pensare? Antonio Moresco, dopo aver rivendicato su Il primo amore la necessità di elevarsi come scrittore al di sopra della contingenza (come se pubblicare per altri gli impedisse di pensare alle cose ultime), si chiede retoricamente quale responsabilità avesse Tiziano degli errori e orrori compiuti da Carlo V. Quel tipo di artista aveva però un nome preciso: era un cortigiano. È questo a cui ambisce Moresco? È questo che i suoi lettori gli chiedono?</p>
<p>Scrive Giovanni De Mauro sul n. 836 di <em>Internazionale</em>: «Tecnicamente si può già parlare di dittatura». È una questione di sostanza, specifica, non di forma. Seguono le coordinate esatte della situazione politica italiana a marzo 2010 – ma a settembre nulla è cambiato. Allora, tra le molte buone ragioni con cui autori come Ammaniti, Fois, Lucarelli, Moresco, Pennacchi, Piccolo motivano l’intenzione di non abbandonare (proprio adesso) il loro editore, ne manca una. Detta nel modo più semplice e diretto: perché l’opzione di pubblicare altrove deve restare aperta, almeno fin tanto che dura questo stato di cose. Aggiungerla sarebbe tutto quello di cui i loro lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) hanno bisogno. Sarebbe un modo per prendersi cura della sostanza del nostro vivere qui e ora.</p>
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