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	<title>giulio mozzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Una lapide in Via del Babuino”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2015 13:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele trevi]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura online]]></category>
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					<description><![CDATA[di Emanuele Trevi [dal “convegno online” dedicato a Mario Pomilio, su vibrisse] Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Emanuele Trevi</strong></p>
<p style="text-align: right;">[dal “convegno online” dedicato a Mario Pomilio, su <a href="https://vibrisse.wordpress.com" target="_blank">vibrisse</a>]</p>
<div class="entry">
<p><a href="https://vibrisse.wordpress.com/category/mario-pomilio/"><img decoding="async" class="size-full wp-image-26426" src="https://vibrisse.files.wordpress.com/2015/10/mariopomilio_piccolo.jpg?w=450" alt="Mario Pomilio" /></a></p>
</div>
<div class="entry"></div>
<div class="entry" style="text-align: justify;">Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili prede del più irrimediabile oblìo. Difficile che in questo periodo, in cui tanto si discute e si scrive del Risorgimento e dell’unità d’Italia, qualcuno si azzardi a rievocare il pallido spettro del principe Girolamo Napoleone. A fianco dell’entrata dell’Hotel de Russie, in via del Babuino, una targa ricorda che la “nobile vita” del principe terminò proprio a Roma, il 27 marzo del 1891.</div>
<p><span id="more-57774"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Già a quei tempi, in pochi si ricordavano di quell’aristocratico esiliato, venuto a spendere i suoi ultimi giorni alle falde del Pincio. Eppure Girolamo, come si addiceva a un Bonaparte, era vissuto in maniera tutt’altro che noiosa. Suo cugino Napoleone III, d’accordo con Cavour, l’aveva sposato a Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II. Matrimonio tutt’altro che felice, ma importantissimo, come si può intuire, dal punto di vista politico e diplomatico. Per conto suo, Girolamo nutriva sentimenti tutt’altro che prevedibili per un membro della famiglia imperiale francese imparentato ai Savoia. Gli piacevano quelle che ai suoi tempi si definivano le idee radicali, odiava i preti, ed era un massone. Era amico di Alexandre Dumas, che proprio in compagnia del principe, durante un viaggio nel Mediterraneo, aveva visitato l’isola di Montecristo.<br />
Come militare, aveva partecipato a molte guerre, dalla Crimea all’Algeria, alle campagne per l’indipendenza italiana, ma la sua vera passione furono gli intrighi politici e giornalistici, che alla fine gli costarono l’esilio a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aspetto pingue e bonario dei suoi ritratti ci suggerisce inoltre l’idea di uomo che amava i piaceri. Se dalla principessa Clotilde ebbe tre figli, altri due ne fece con una dama di compagnia di sua moglie, di trent’anni più giovane di lui. Per completare questo rapidissimo ritratto, non si può tacere il buffo soprannome con cui quest’uomo così energico e avventuroso era chiamato in famiglia e nella cerchia dei più intimi: <em>Plon-Plon</em>.<br />
Come si può vedere, ce n’è abbastanza per un romanzo storico, di quelli in cui i grandiosi scenari della guerra e del potere si mescolano ai più imbarazzanti pettegolezzi privati. Fosse per me, lo intitolerei proprio <em>Plon-Plon</em>, perché c’è più verità in questi nomignoli familiari, non si sa se più affettuosi o crudeli, che in intere biblioteche di testimonianze storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E a dire la verità, un grande scrittore italiano, che meriterebbe anche lui d’essere ricordato più di quanto oggi si faccia, fu tentato dall’impresa. E se non la portò a termine, ci ha lasciato del tentativo una testimonianza struggente, forse più preziosa dell’opera stessa che non riuscì a compiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlo di Mario Pomilio, autore di libri importanti come <em>Il cimitero cinese</em> e <em>Il quinto evangelio</em>, che nel 1964, durante una visita a Roma (lo scrittore, di origine abruzzese, viveva a Napoli), passeggiando per via del Babuino fu incuriosito dalla targa commemorativa dedicata a Girolamo e intraprese delle ricerche storiche per dar corpo a quel personaggio che gli era venuto incontro, in maniera sommessa e misteriosa, dagli abissi del tempo. A quei tempi, il vecchio albergo di via del Babuino dove il principe aveva trascorso i suoi ultimi giorni, era la sede centrale della RAI. E Pomilio era stato colpito proprio dalla somiglianza dei destini del vecchio palazzo e di quel suo improbabile personaggio, travolti l’uno e l’altro dalla marea del tempo che cancella ogni significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Come spesso accade, il progetto rimase tale, e lo stesso Pomilio se ne dimenticò per quasi vent’anni. Un giorno, frugando tra le sue carte, ritrovò quei lontani appunti. Forse non aveva più l’energia o la voglia di portare a termine l’opera, dopo tanto tempo. Ma gli venne un’idea anche migliore: raccontare le cose, cioè, come erano andate. Ne venne fuori un racconto, intitolato <a href="http://www.ibs.it/code/9788883090783/pomilio-mario/una-lapide-via.html" target="_blank">Una lapide in via del Babuino</a>, indimenticabile per l’acutezza dell’analisi psicologica e la precisione dello stile. Nel 2002 l’editore Avagliano lo ha ristampato con l’introduzione di Silvio Perrella: per chi non lo conosce, sarà un bella sorpresa.<br />
Uno scrittore ormai stanco, dunque, con qualche problema di salute e avanti con gli anni, ritrova tra le sue vecchie carte la traccia di Girolamo, quel fantasma indistinto che era stato sul punto di trasformarsi in un suo personaggio. Sa che ormai è troppo tardi per riannodare i fili di quella storia non scritta, ma questo non gli impedisce di provare un inaspettato sentimento di vitalità e di felicità. Rivede se stesso mentre passeggia, ancora giovane, per via del Babuino in una mattina di sole, e rivive qualcosa della “rara lieta vertigine della prima ideazione”. Cosa voleva raccontare di Girolamo? Un personaggio dovrà pure fare qualcosa, perché la sua storia esista. Magari, una semplice passeggiata, in direzione di un caffè, forse l’Aragno, a poche decine di metri dall’albergo di via del Babuino. In seguito, avrebbe potuto fargli prendere una carrozza pubblica, che lo portasse in cima al Pincio… Più ci medita sopra, più il vecchio scrittore si avvicina a una verità essenziale, a un’intuizione preziosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Da giovane, aveva messo rapidamente da parte quell’abbozzo, passando ad altro, senza nemmeno il rimpianto di un’occasione sprecata. La nostra mente funziona così: non sempre l’idea che produce, o la fantasia di cui è sedotta, arrivano al momento giusto. Bisognava che il personaggio di Pomilio diventasse vecchio, e come esiliato dalla vita, perché le parole della lapide di via del Babuino risuonassero davvero in lui, rivelassero un senso insospettabile, facessero scattare la molla dell’identificazione. Chi passeggia per Roma, non fa che accumulare tesori di cui, sul momento, non conosce né il valore né l’impiego. Pomilio ci racconta come tutto quello che vediamo può maturare in segreto, per lunghi anni, fino a che il momento giusto ce ne rivela la bellezza, l’importanza, il particolare messaggio che solo a noi è dato di cogliere, prima che sia troppo tardi.</p>
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		<title>Esiste una scrittura maschile?</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2015 07:50:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Daniela Brogi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/dmitrij-silinskij-ginnasti-dell-urss.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-55081" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/dmitrij-silinskij-ginnasti-dell-urss-233x300.jpg" alt="dmitrij silinskij ginnasti dell urss" width="233" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/dmitrij-silinskij-ginnasti-dell-urss-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/dmitrij-silinskij-ginnasti-dell-urss.jpg 496w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" /></a></p>
<p>Quando, mesi fa, ho accolto l’invito a partecipare a questo seminario, certo non immaginavo di aderire a una pericolosa lobby eretica attaccata nelle scorse settimane anche da Papa Francesco e dalle Sentinelle. Se avessi saputo, avrei accettato con maggior entusiasmo romanzesco e, soprattutto, avrei smesso di fare tutto il resto per studiare e riflettere più che potevo, anziché trovarmi, e me ne scuso con chi ascolta, a presentare considerazioni che lavorano in me da lungo tempo, ma che formano un insieme ancora provvisorio di note sulla scrittura “maschile”.<span id="more-55056"></span></p>
<p>Che, con buona pace degli illustri signori di cui sopra, esiste: come esiste il genere, che non è una circostanza casuale, un’ideologia alla moda; ma, tanto per cominciare, è una situazione e un progetto di sé che – come scrive anche Giulio Mozzi nel suo <a href="https://vibrisse.wordpress.com/">blog</a> – non consiste banalmente nell’indossare capi diversi di biancheria intima, ma produce autodefinizioni e posizionamenti differenti – in termini di linguaggio, di bisogni emotivi, di consapevolezza, eccetera).<br />
Le mie considerazioni di oggi, però, riguarderanno soprattutto la semantica e l’uso del genere in quanto dispositivo sociale – dunque anche letterario – di assimilazione, definizione e negoziazione del rapporto tra i sessi. Discuteremo dunque del genere come «performance» (secondo gli studi di Judith Butler), vale a dire come atto che in primo luogo trae autorità dal contesto in cui si situa; e, in secondo luogo, come atto che fa accadere una realtà, mette in scena il mondo e l’io nel mondo, attraverso i nomi e le parole con cui chiama ed etichetta la realtà stessa. Per intendersi meglio su questo concetto del genere come apprendistato all’invenzione e alla sistemazione dei propri desideri, può aiutarci un passaggio di un racconto di Alice Munro:</p>
<p>[…] <em>Al tempo dovevo aiutare mio padre ogni tanto, perché mio fratello era ancora troppo piccolo. Prendevo l’acqua alla pompa e facevo il mio giro lungo le file dei recinti a pulire e riempire le ciotole di metallo degli animali. Mi piaceva. La responsabilità dell’incarico e la frequente solitudine in cui si svolgeva erano il massimo per me. Più tardi, quando dovetti restare in casa per dare una mano a mia madre diventai scontrosa e aggressiva. «Rispondevo», così si diceva. Il mio atteggiamento la feriva, diceva lei, e prima o poi andava a raccontare tutto a mio padre che lavorava nel fienile. A quel punto a lui toccava interrompere quel che stava facendo per venire a picchiarmi con la cinghia (un castigo abbastanza comune a quei tempi). Dopo le botte, me ne stavo a piangere a letto, organizzando la fuga da casa. Ma anche quella fase passò, e diventai un’adolescente mansueta, allegra, perfino, nota per il modo divertente in cui raccontavo cose sentite in giro per strada o incidenti di scuola</em>.<a href="#f1">[1]</a></p>
<p>Dentro questo quadro di riferimento da cui, per ragioni di tempo e per necessità di sintesi, guarderemo alle espressioni di genere concentrandoci sui modelli egemonici, lasciando da parte, di conseguenza, le varietà d’identità maschili che smentiscono le pretese assolutizzanti degli studi di Mosse (<em>L’immagine dell’uomo</em>. <em>Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna</em>, 1996.<a href="#f2">[2]</a>); dentro questo campo di rapporti per cui, ragionando in termini di senso comune, la scrittura di genere, gli studi di genere, sono espressioni per lo più intese come sinonimi di scrittura/studi delle donne, è dunque possibile parlare di uno specifico letterario maschile?<br />
Esiste, insomma, una scrittura “maschile”?<br />
Volendo rispondere immediatamente e con un unico termine: NO. No perché è sbagliata la domanda: è falso quel suo appellarsi all’orizzonte della specificità (e della differenza) come eventuale tratto dell’identità maschile. Il concetto di “maschile/macho” – l’espressione non è mia<a href="#f3">[3]</a> – così come si presenta e si autorappresenta, non è mai un particolare, ma un universale; non occupa mai un delimitato spazio: “è” lo spazio; è sostanza, non accidente.<br />
Questo sbilanciamento di pesi forse potrà sembrare esagerato; può darsi che lo sia e che, di conseguenza, valga la pena di fare qualche riscontro. Certo: per verificare gli ordini di grandezze e le relative gerarchie possiamo rivolgerci agli assetti del mondo definiti dal linguaggio, fermando la nostra attenzione, per esempio, sul fatto che non esista un equivalente al maschile dell’espressione “misogino”, perché il suo opposto, evidentemente, non è “misantropo”, che esprime – e ammette &#8211; invece un sentimento di odio verso la specie tutta, non verso il genere: verso l’intero, non verso il particolare.<br />
Ma intanto che scorriamo le circostanze materiali e simboliche prospettate dalle declinazioni di genere del linguaggio, possiamo continuare a riflettere su quel secco “NO” con cui ho per il momento replicato alla domanda intorno all’esistenza di una scrittura maschile. Possiamo infatti verificare quel “no” applicando un procedimento molto banale che si potrebbe al limite chiamare come “il collaudo del viceversa”. Il test funziona quando il rapporto tra due elementi presupposti come ugualmente rilevanti è definito da una relazione di reciprocità e intercambiabilità, cioè se, ribaltando i termini, il risultato e l’effetto della percezione non cambiano, ossia rimaniamo all’interno del medesimo codice. Se invece, ribaltando la situazione, si produce un senso di stranezza, cioè di uscita dalla coerenza e dalla serietà del codice, evidentemente sono all’opera due registri, due schemi, due ordini di importanza diversi.<br />
Procediamo allora con un esempio. Agli inizi di aprile, passando da una delle librerie più importanti d’Italia, cioè la sede Feltrinelli di Largo Argentina, a Roma, ho notato che, accanto all’ingresso principale, si trovava una curiosa ma eloquente installazione: formata da un blocco di scaffali sui quali erano allineate le opere delle scrittrici italiane più famose del momento (Santacroce, Avallone, Ballestra, Mazzantini, Mazzucco, Ravera eccetera), e sovrastato da un cartello che nominava questo raggruppamento attraverso il titolo “Amiche geniali”, ispirato, evidentemente, alla tetralogia di Ferrante. Ho fatto una foto:<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-55079" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali-188x300.jpg" alt="scaffale le amiche geniali" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali-642x1024.jpg 642w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali-900x1436.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/scaffale-le-amiche-geniali.jpg 1278w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a><br />
Proviamo a collaudare la valenza di genere di questa sistemazione attraverso il test del viceversa, cioè proviamo a immaginare la stessa situazione al contrario: prendo il titolo d’autore più importante in questo momento, il bel romanzo di Nicola Lagioia che si contenderà lo Strega con Elena Ferrante, e vi chiedo di immaginare un analogo scaffale intitolato “I feroci”. Ci fa un effetto strano, no? Qualcuno ride; qualcun altro non capisce: ammettiamolo, il ribaltamento è impossibile, “seriamente parlando”, e proprio l’impossibilità di capovolgere la situazione senza evitare l’impressione del carnevalesco dimostra quanto si osservava sopra sui modi diversi in cui “femminile” e “maschile” possono funzionare rispettivamente come espressione di ciò che è particolare o universale.<br />
Non è serio – e per fortuna siamo tutti d’accordo &#8211; uno scaffale su <em>I feroci</em>; è serio, cioè rilevante, cioè credibile, lo scaffale delle <em>Amiche geniali</em>. Tra l’altro, il sussulto mentale per l’effetto di paradosso del ribaltamento ci fa mettere a fuoco una prospettiva testuale che varrebbe la pena di discutere di più non solo in termini culturali, o politici, ma in termini di retorica letteraria: mi sto riferendo al concetto di “rilevanza” (narrativa, poetica, ma come vedremo in questa sede mi limiterò per lo più all’ambito della prosa). Anche la categoria di Auerbach di realismo, per esempio, potrebbe essere riutilizzata sulla prassi delle proporzioni testuali per scomporre il concetto di serietà, per guardare meglio gli oggetti e i temi stessi evocati e messi in sistema dal discorso serio. Ciò che è rilevante, narrativamente parlando, come ciò che non lo è, produce modelli diversi di identificazione immaginaria e di costruzione della credibilità del mondo.</p>
<p>Ma la cristallizzazione delle identità di genere non passa soltanto dal soggetto, o dall’oggetto dell’enunciazione. È per questo che adesso leggeremo un incipit:</p>
<p><em>Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine dal mare, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.</em></p>
<p>Le frasi e le immagini fatte inondano il discorso; c’è una pretesa di enfasi pseudodannunziana (“che si leva ancora vergine dal mare”) e una cura per la ridondanza che &#8211; con movimenti letteralmente e figuralmente maldestri (l’agguato dell’alba, che si tuffa poi nelle strade…) &#8211; tendono all’illusione di un’esperienza estetica alta, al kitsch catartico. Niente di male: siamo, più o meno consapevolmente, dentro i territori di una scrittura molto convenzionale, tant’è vero che il topos della verginità evocata dallo sfondo di uno scenario atmosferico suggestivo richiama un po’ le tonalità dell’incipit di <em>Mimì Bluette fiore del mio giardino</em>, di Guido da Verona:</p>
<p><em>Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese di Aprile, per uno di que’ casi accidentali cui si espongon le vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più.</em></p>
<p><em>Mimì Bluette</em> è del 1931. È passato quasi un secolo; eppure, come si vede, il modello ha resistito con vitalità, e semmai è variato in relazione a un altro ambito, nel senso che oggi non si farebbe fatica a credere che si tratti dell’attacco “vibrante” di un romanzo scritto da una donna – volendo usare un aggettivo tanto tremendo quanto usato per recensire libri di autrici. Magari si tratta dell’incipit di un volume “rosa”. E invece è l’attacco del nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia <em>Ciò che Inferno non è </em>(Mondadori, 2014); e a questa citazione, a dire il vero, si potrebbero accostare molti brani, altrettanto allagati di retorica, tratti dall’ultima fatica di Alessandro Baricco <em>La sposa giovane</em> (Feltrinelli, 2015).<br />
Proprio questi esempi ci aiutano a considerare che non sono soltanto i temi, o le forme, ma anche, talvolta soprattutto, i modi della percezione (un tempo si chiamava estetica della ricezione) a produrre sistemi di riconoscimento e di significato, ordini simbolici che, attraverso il linguaggio, costruiscono familiarità col mondo. Ragionando su questi piani allora: quali discorsi, quali storie possono disporre di una credibilità narrativa indifferenziata, e quali no? Non è una domanda inutile, visto che, a quanto parrebbe, e non solo leggendo i romanzi ma la produzione di discorso critico che li circonda, a seconda che si tratti di un’autrice o di un autore a firmare l’opera, i modi della percezione possono variare. Tant’è vero che il sentimentalismo elegiaco, anche nei suoi effetti più kitsch, se ha una titolarità maschile può essere riconosciuto e consumato come l’emozionante sorpresa, la miracolosa rottura, l’eroica crisi di una vita pensosa, e può far parte, tecnicamente parlando di una tensione narrativa. Nel caso femminile, viceversa, il sentimentalismo, quando non sia stato recintato in partenza dentro un target di genere, non è serio, è trattato paternalisticamente, insomma si sgonfia molto più facilmente in una risata – plausibile si può aggiungere – per la maldestra prosa di un registro patetico malgestito.</p>
<p>Se questa spartizione di scaffali e di relativi campi letterari e simbolici agisce; se esiste questa diversa quota di <em>credibilità</em> narrativa, ciò succede anche perché opera un immaginario che riposa, ora tranquillamente, ora no, su una grammatica definita da precisi ruoli e identità che, è banale dirlo ma non inutile, proviene da lontano; da così tanto lontano, per certi versi, da aver reso questa struttura impercettibile, <em>guardata</em>, consumata esteticamente, riprodotta, ma mai <em>vista</em> davvero. Nel prossimo esempio, che è tratto dall’opera di uno degli autori che più apprezzo, potremo sperimentare la sostanza letterale dei termini “guardare”, “vedere” che ho appena usato. C’è un racconto di Calvino <em>Il nome e il naso</em>, dedicato al senso dell’olfatto, e poi raccolto ne <em>Il sole giaguaro</em>. Il protagonista è un seduttore parigino rimasto conquistato dall’odore di una dama sconosciuta incontrata a una festa in maschera. Dopo aver cercato in tutti i modi di rintracciarla, finalmente giunge all’abitazione, dove si svolge però il funerale, e il profumo ormai è sempre più confuso con l’odore della morte. <em>Il nome e il naso</em> uscì per la prima volta nel novembre del 1972 sul primo numero dell&#8217;edizione italiana di «Playboy». E non fu l’unica collaborazione: sulla medesima rivista uscì un’intervista a Calvino, e un altro suo racconto. Persino Montale, per dire, rilasciò un’intervista a «Playboy».<br />
(E a questo punto del discorso spero che mi siano perdonate tre parentesi. Prima parentesi: mi sono soffermata con molto divertimento sull’effetto di stranezza, sull’avvertimento del contrario che, fantasticando, mi ha procurato lo scenario di una situazione simile ma rovesciata: con, ad esempio, Alessandra Sarchi, Helena Janeczek, Monica Pareschi – per indicare intanto le scrittrici qui presenti – intervistate, ritratte in posa pensosa a una scrivania, e messe accanto al “paginone centrale” ripiegato in tre con qualche fenomenale macho fuori formato, o magari, che so, con un nudo di Riccardo Scamarcio. Seconda parentesi: è il rovesciamento, appunto, e in particolare gli effetti di spaesamento che ci procura, che mostrano bene come la replica eventuale &#8211; quante volte ripetuta da coloro che ben pensano &#8211; su una certa vena “moralistica” di questo mio discorso, su una presunta postura censoria, non c’entra nulla, perché la libertà è un’istanza etica, anziché un alibi, quando rimane un argomento serio per tutti &#8211; e per tutte. Terza parentesi: la riprova di quanto sfogliare le pagine di «Playboy» non fosse niente affatto un gesto indifferente, ce la offre la prima sequenza del romanzo di Moravia <em>Io e lui</em>, in cui il protagonista, a p. 12 della prima edizione, del 1971 &#8211; Moravia evidentemente si riferiva alla versione americana &#8211; sorpreso dal giornalaio a sfogliare la rivista, dice «La fiamma della vergogna mi investe il viso»).<br />
Torniamo dunque a Calvino, a Montale, o ai molti altri autori intervistati o chiamati a collaborare con «Playboy», e ricominciamo a guardare questa immagine, che torna dal passato come la foto ingiallita di un carissimo zio immortalato in un safari degli anni Settanta. Di cosa ci parla questo gioco di verità, guardato dentro quell’epoca &#8211; oggi il discorso sarebbe in parte diverso; di cosa ci parla questa <em>progettazione degli spazi in cui stanno i corpi</em>, questa pratica di accostare come anche di vedere accostati maschile e femminile secondo una sintassi che più biopolitica – secondo Foucault &#8211; cioè più capace di costruire un immaginario che disciplina i corpi lavorando sul desiderio &#8211; non si potrebbe: da un parte il femminile in quanto corpo muto e spogliato; dall’altra e in sequenza dialettica il maschile in quanto logos.<br />
Dunque, e soprattutto, di quali campi di forze sociali, di quale orizzonte d’attesa ci parla il senso di assoluta normalità con cui si afferma la scena della presa di parola – di allora come di oggi: la sede dell’intervista o dei racconti tutt’al più è citata con qualche risatina, ma mai prestando attenzione all’immaginario implicato da quella situazione, mai provando a stupirsi per questa nostra mancanza assoluta, se non altro di curiosità, con cui registriamo “il dato”. Come si vede, la resistenza del modello, e delle abitudini di sguardo da esso previste, fanno tornare in campo la categoria simbolica e narrativa a cui si accennava sopra: quella di credibilità.</p>
<p>I rapporti tra i sessi e tra le generazioni sono, come spiega la sociologia, alcune delle coordinate principali intorno a cui si costruiscono le biografie private delle varie epoche. È interessante trasferire quest’idea in ambito narrativo, perché allora diventerà meno semplice rispondere alla domanda di partenza (<em>esiste una scrittura maschile</em>?) con un unico NO. Ora, infatti, potrebbe cominciare a essere interessante la possibilità di dire invece SÌ, ammettendo cioè che esistano dei marcatori di genere molto datati, è vero, ma non per questo percepiti come tali, o spariti, o in crisi &#8211; almeno in tanti casi. Potrebbe perfino cominciare a diventare interessante, per la discussione, osservare che gli accenti di genere più marcati, molte volte, riguardano proprio la scrittura d’autore anziché d’autrice. E il discorso conserva cifre addirittura più evidenti, spesso, proprio in Italia: dove è ancora molto ricorrente e desta una certa impressione di sfasamento temporale, soprattutto se si guardi al paesaggio da una prospettiva internazionale, la persistenza di un’abitudine alla scrittura come compiacimento per l’autoaffermazione “virile”; o come passione quasi inconsapevole, per così dire, per lo <em>sputtanamento</em> (la parola va intesa anche in senso letterale oltre che metaforico), cioè per il bisogno di dare forza comunicativa al discorso attraverso strali, guizzi spassosi, spiritose strutture d’appello che di passaggio, tanto per ricordarsi di essere molto simpatici oltre intellettuali, già che si trovano buttano là una battuta sessista; così, indifferentemente, come nella meravigliosa canzone napoletana, o per il gusto di fare <em>una cosa un po’ sporca</em>, dicendo le parolacce tanto per scandalizzare, come se si imbrattassero i muri del bagno del collegio. Oppure potrà trattarsi della persistenza, spesso mi pare impercepita, quasi fosse una reazione automatica, su una certa idea <em>d’antan</em> di ironia come ammiccamento a vivere piacionescamente da <em>veri uomini</em>, attraverso l’allusione a un femminile <em>pronto all’uso</em> (- A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso qui! &#8211; gridava Totò, era il 1959, nel bel film <em>Arrangiatevi</em>!, di Bolognini).<br />
Un altro esempio rapido di quest’ultima ricorrenza, tratto dall’inserto culturale del più importante quotidiano nazionale: su «La lettura» del 7 aprile scorso è stata pubblicata <a href="http://lettura.corriere.it/john-updike-il-poeta-delle-lenzuola-coniugali/">l’Introduzione</a> alla nuova edizione di <em>Rabbit</em>, preparata da Alessandro Piperno ma rifiutata all’ultimo momento dagli eredi di Updike. Il testo esordisce paragonando la diversa fortuna critica di Flaubert, studiatissimo, e Balzac, molto meno studiato, proprio perché avrebbe scritto tanti, troppi libri. «Così scoprii che la prolificità è nemica della fortuna postuma. E che uno scrittore, per risultare seducente, <em>deve tirarsela: proprio come una bella ragazza</em>».</p>
<p>A quali assetti, a quali costellazioni narrative contribuisce a dar forma l’attitudine a questo sguardo sul mondo? Quali sistemi di opportunità e di crescita modella, quali campi d’azione e di espressione, quali parabole di trasformazione, quali attese intorno alla definizione di un destino pubblico come privato, mette in scena? Se recuperiamo queste domande per sollecitare i testi – vale la pena precisarlo: spesso anche di autrici &#8211; la dominante di destini letterari, di trame che, radiografate, ci riportano alla sintassi dei ruoli e alla grammatica di quei numeri di «Playboy» di cui parlavamo poco fa ricorrono molto più di quanto non si pensi. Non è così abituale, insomma, incontrare modelli narrativi del mondo non così esclusivamente costruiti attorno a parabole virili che si tendono in primo piano, mentre sullo sfondo operano le due varianti di un femminile familiare muto, o peggio ancora lagnoso, da un lato; e, dall’altro lato, di un femminile esotico che svolge, come un animale tropicale, la funzione del perturbante animalesco. Quasi che certa letteratura, talvolta, riluttasse ancora ad accogliere i segnali di mutazione già registrati da Donna Letizia in un libro che meriterebbe di essere mandato a memoria per evitare i <em>cliché</em>, nelle scritture, nelle sceneggiature, vale a dire il manuale <em>Saper vivere</em> (1960). Ci sono infatti tante donne, tante storie di donne che, come constatava appunto l’autrice, stanno viaggiando, e potrebbero trovare più spazio per i mondi di carta:</p>
<p><em>non è raro che delle donne sole mi scrivano […] per confidarmi il loro imbarazzo: vorrebbero fare un viaggetto, prendersi una vacanza fuori del paese o della cittadina dove vivono, ma al momento di decidersi mille interrogativi le angosciano. Potranno recarsi sole al ristorante? E la sera potranno uscire senza essere accompagnate? E se capita loro in treno, in pullman, in albergo, di fare qualche conoscenza maschile?</em></p>
<p>Eppure i sistemi di relazione o di conquista di un’autonomia definiti dai mondi d’invenzione messi a punto dalla narrativa contemporanea non rimangono sempre distanti dagli stereotipi già stigmatizzati come anacronistici da Donna Letizia. E la distanza di cui parlo non è solo tematica, ma, soprattutto, di stile, di costruzione di sguardo attraverso la scrittura. Me la caverei facilmente se – usando il modello di <a href="http://ojs.unica.it/index.php/between/article/view/1004">Simonetti</a> nel suo bel saggio su cosa desidera la narrativa contemporanea – invocassi soltanto esempi stabiliti dal mercato dei bestseller; farei presto, troppo presto, cioè, a citare la coppia Gamberale&amp;Gramellini, o Facci, o Volo, o di nuovo Baricco &#8211; eppure, detto di passaggio, proprio questi modelli di desiderio favoriti dal mercato creano simmetrie significative, non solo in termini di tirature, con i bestseller esposti in una delle Librerie Cattoliche più importanti d’Italia, quella di Via della Conciliazione, a Roma, dove càpita di vedere messe accanto la colonna delle copie di <em>Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso</em>, di Luca Tolve, e la pila di <em>Sposati e sii sottomesssa</em>, di Costanza Miriano.<br />
Non è solo quella che un tempo si chiamava paraletteratura ma anche, certe volte anche di più, la letteratura di qualità che continua a raccontare il mondo come era ai tempi della <em>Coscienza di Zeno </em>(tanto per citare il romanzo più bello del Novecento, ambientato nella società di cento anni fa), o all’epoca in cui il codice Rocco condannava l’aborto come «attentato alla stirpe». Permane insomma, talvolta come dominante, la messa in scena di un mondo femminile fissato in una relazione ausiliaria (madre, figlia, sorella, moglie) o come termine di una contrapposizione schematica (amante versus moglie) stabilita dalla cultura borghese ottocentesca e lì rimasta. Diciamolo attraverso Lacan – che non è solo l’autore della legge del padre &#8211; la narrativa molte volte mette in scena, ingenuamente, uomini ingombrati dal fallo per i quali la donna è sintomo, senza che ci sia godimento dell’altro in quanto tale. E non solo in termini di energia psichica, ma in termini di costruzione dei soggetti e della storia. E il problema, spesso il guaio, è che tutto questo potrebbe interessarci, anzi senz’altro ci interessa, perché nessun tema di per sé va scartato a priori; però è troppe volte raccontato senza ironia, senza extralocalità, ma, al contrario, con una persistente/residuale tendenza al priapismo normalizzato che non c’è niente da fare: non diverte più, non è traducibile all’estero e, soprattutto fuori dall’Italia, di solito anzi annoia:</p>
<p><em>All’epoca dei miei vent’anni, quando mi veniva duro con una scusa qualsiasi, e a volte anche senza motivo, quando in un certo senso mi veniva duro a salve, avrei potuto essere tentato da una relazione di quel tipo […] ma adesso ovviamente era fuori discussione, le mie erezioni, più rare e accidentali, esigevano corpi sodi, elastici e senza difetti</em> (Michel Houellebecq, <em>La sottomissione</em>)</p>
<p>Passaggi simili sono modi vecchi di scrivere. E non è un problema di età &#8211; Theodor Fontane pubblicò <em>Effi Briest</em> a settantacinque anni – ma di capacità di costruire un punto di vista, di disponibilità a guardare il mondo senza credere a tutto quello che si pensa, come invece accade al protagonista di Houellebecq, in un romanzo completamente sottomesso a un monologismo senza extralocalità, senza ironia, senza il meraviglioso umorismo &#8211; per citare non una strada unica ma un esempio &#8211; con cui Zeno Cosini conquista sempre di più e di nuovo chiunque legga <em>La coscienza</em>.</p>
<p>Un altro esempio di esibita marca maschile: tratto da un libro che è un romanzo importante, per l’ambizione del progetto narrativo e per l’edificio testuale che gli dà forma:</p>
<p><em>Un tempo, quando il Pianeta era più freddo, anche qui era più freddo e il vento era più forte, più secco, e tutto ciò che era sotto un certo peso prima o poi volava via. Ti volavano via i capelli dalla testa e i peli dal pube, finivano sul mare e oltre, a posarsi sugli altopiani dell’Asia Minore, in Anatolia, in Siria </em>(Francesco Pecoraro, <em>La vita in tempo di pace</em>, p. 109)</p>
<p>Il fatto è che mentre il desiderio femminile – inteso come tema, come eros, ma anche come spinta narrativa al racconto, nel senso indicato da Peter Brooks in <em>Trame</em> &#8211; è per lo più percepito e riproposto come discorso interno al genere della narrativa “rosa”, il desiderio maschile vale ancora come pulsione di affermazione, carburante avventuroso. Ora, il punto è che questa idea può sfiorare pericolosamente il ridicolo; se la maschilità rimane un presupposto che si fonda in se stesso, se insomma resta una mitologia, per quanto sostenuta da una eroica tradizione che attraversa i poemi epici e la <em>chanson de geste</em>, rischia, nel ventunesimo secolo, di ricordare, più che Omero, il romanzo mitomane di Marinetti <em>Mafarka il futurista </em>(1909); in altre parole, e rapidamente, questo immaginario, se agisce solo come interesse esclusivo a raccontare la storia unica del maschio affamato di poligamia per necessità biologica di affermazione di potenza e conquista di libertà sessuale, diventa e rimane poco più di un cliché. L’antimateria dell’io in letteratura – come altrove – è l’ironia in quanto senso pieno della finzione: se questo dislivello sparisce, l’immaginario maschile può diventare monotona ripetizione di sé, come accade, magari non ingenuamente, nell’ultimo volume di Francesco Piccolo (<em>Momenti di trascurabile felicità,</em> 2015), così brutto rispetto a <em>La separazione del maschio</em> (2008); mentre invece un altro libro, stavolta di Covacich (<em>Prima di sparire</em>, 2008), metteva in scena un io maschile vulnerabile più interessante, anche nel suo egoismo, dei racconti troppo uniformi del recente <em>La sposa</em>. Mi pare che sia Domenico Starnone, col recente <em><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=17970">Lacci</a></em>, lo scrittore italiano più disponibile alla narrazione di un immaginario virile situato nella storia anziché nel mito.</p>
<p>È tempo di concludere. Vorrei farlo aggiungendo un’ultima possibile serie di considerazioni. L’attitudine culturale, spesso incontrollata e impercepita &#8211; quasi fosse un impulso o comunque un uso che arriva da un immaginario arcaico &#8211; a tener sottomesso, recintato il femminile, fissa una genealogia del maschile che certamente esprime un’ansia di aggressione, come è stato osservato, studiato, detto, tante volte – tutte necessarie. Ma forse vale la pena di considerare meglio come questa violenta negazione non assecondi soltanto un’istanza di dominio, ma esprima anche altro, come tutte le aggressioni, vale a dire un sentimento di apprensione, la paura di un pericolo immaginato, o immaginario. Per spiegarmi meglio citerò un brano tratto da uno dei libri più belli di Pavese, <em>Dialoghi con Leucò</em>, che è una raccolta di ventisette brevi rielaborazioni di situazioni mitiche reinventate in forma dialogica per delineare una sorta di fenomenologia dell’uomo moderno. Il passaggio che stiamo per leggere è dedicato al mito di Meleagro, la cui vita era legata a un tizzone che la madre Altea cavò dal fuoco quando le nacque il figlio (in uno scatto d’ira la donna ributtò il tizzone nel fuoco e lasciò incenerire il figlio):</p>
<p>Meleagro. <em>Una madre… nessuno conosce la mia. Nessuno sa cosa significhi saper la propria vita in mano a lei e sentirsi bruciare, e quegli occhi che fissano il fuoco. Perché, il giorno che nacqui, strappò il tizzone dalla fiamma e non lasciò che incenerissi? E dovevo crescere, diventare quel Meleagro, piangere, giocare, andare a caccia, veder l’inverno, veder le stagioni, essere uomo – ma saper l’altra cosa, portare nel cuore quel peso, spiarle in viso la mia sorte quotidiana. Qui è la pena. Non è nulla un nemico.</em> <a href="#f4">[4]</a><br />
<em>Non è nulla un nemico</em>. Questo disperato risentimento maschile per il materno ricorda un passaggio dell’ultima <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/l%E2%80%99ultima-intervista-a-roberto-bolano/">intervista</a> a Bolaño:</p>
<p><em>&#8211; Cosa avrebbe detto a Gabriela Mistral se l&#8217;avesse conosciuta? –<br />
&#8211; Mamma, perdonami, sono stato cattivo, però l&#8217;amore di una donna mi ha fatto diventare buono &#8211;<br />
</em><br />
<em>Mamma, perdonami, sono stato cattivo</em>. Torna in mente il Codice Canonico, nel punto in cui prescriveva, durante i matrimoni, che gli uomini amassero le donne come Cristo la Chiesa. Torna in mente, per non uscire dal tema, che di solito si trascura di discutere veramente il titolo del romanzo di Littell <em>Le Benevole</em> (<em>Les bienveillantes</em>, 2006), vale a dire le Furie, le figure mitologiche del rimorso, che più di tutte incarnano il fantasma di un femminile furioso e persecutorio, mitologicamente spaventoso, perché evocatore di sangue e ferimento. Come lo spacco di Lucio Fontana nella copertina: un’immagine così fortunata da essere poi ripresa per le edizioni non solo italiane, forse perché l’energia figurale di quel rosso spaccato di traverso allude anche a qualcosa di profondo. Lo voglio dire &#8211; perché se la letteratura non insegna a saper usare le parole vere non serve a molto – quella copertina ricorda anche una fica. Ciò che evoca il mondo femminile, e non solo in letteratura, molte volte fa paura, produce passioni inconciliate come la vendetta, la violenza, il rimorso. Come il fantasma di una madre che incombe. E del resto la scrittura d’invenzione – e il discorso vale anche per il cinema &#8211; riesce più spesso a parlare della madre in caso di morte.<br />
<em>Mamma perdonami</em> dice Bolaño, e forse ci aiuta a riflettere sulla possibilità di una relazione tra due circostanze, vale a dire tra il fatto che l’Italia sia il sistema culturale in cui i figli maschi sono più legati dalle proprie madri, e il fatto che sia anche il paese in cui quegli stessi figli talvolta scrivono narrazioni così tanto colonizzate da vecchi stereotipi sul femminile. Forse ci aiuta a dire meglio che il prezzo al maschilismo non lo pagano soltanto le donne – e che decolonizzarsi, uscire dalle maglie strette di una storia unica, è quasi sempre un vantaggio, e <em>in genere</em> non soltanto letterario.<ins datetime="2015-06-19T06:03:57+00:00"></ins></p>
<p>[Questo testo è stato letto il 18 aprile 2015 alla Biblioteca delle Donne di Bologna, in occasione della giornata di studio <em>Davanti e dietro la scrittura. Donne e uomini alle prese con identità di genere, ruoli, gerarchie e riconoscimento pubblico</em>, organizzata da Alessandra Sarchi e Annamaria Tagliavini. Hanno partecipato Daniela Brogi, Tiziana de Rogatis, Luisa Finocchi, Helena Janeczek, Roberta Mazzanti, Giulio Mozzi, Luca Pareschi, Gino Ruozzi, Alessandra Sarchi, Annamaria Tagliavini, Grazia Verasani, Giampiero Rigosi, Bia Sarasini. La registrazione degli interventi è visibile presso questo link: http://tinyurl.com/qz2gofp<br />
Per favorire l’esposizione orale sono stati evitati o ridotti al minimo i riferimenti bibliografici e le note]</p>
<hr />
<p><a name="f1"></a>[1] A. Munro, Uscirne vivi, in Racconti, a cura e con un saggio introduttivo di Marisa Caramella. Traduzioni di Susanna Basso, Mondadori, Milano 2013, p. 1775.</p>
<hr />
<p><a name="f2"></a>[2] Per cui cfr. Anna De Biasio, Studiare il maschile, in «Allegoria» 61, 2010, pp. 9-36.</p>
<hr />
<p><a name="f3"></a>[3] Torna periodicamente anche nei dibattiti americani; indico il link di un articolo a titolo di esempio: http://lettura.corriere.it/narrativa-sostantivo-maschile/</p>
<hr />
<p><a name="f4"></a>[4] C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Mondadori, Milano, p. 84.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Poesia 13 (e oltre) &#8211; Tre nuove collane di poesia e letture</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2013 10:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ESCargot – Scrivere con lentezza e Più libri più liberi  presentano                                                         POESIA 13 (E OLTRE)   Giovedì 28 novembre, presso la Biblioteca di Villa Mercede (Via Tiburtina 113, San Lorenzo)   [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2008" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2007" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif;font-size: large"><b id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2360"><a id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2359" href="https://www.facebook.com/escargot.scrivereconlentezza" target="_blank" rel="nofollow">ESCargot – Scrivere con lentezza</a></b> e <b id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2006"><a id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2004" href="http://www.piulibripiuliberi.it/" target="_blank" rel="nofollow">Più libri più liberi</a></b> </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2010" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2358" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">presentano</span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2011" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2357" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">                                                       </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2012" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2356" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><b id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2355"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2354" style="font-size: large">POESIA 13 (E OLTRE)</span></b></span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2216" style="text-align: center" align="right"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2217" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2352" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">Giovedì <b id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2351">28 novembre</b>, presso la <b>Biblioteca di Villa Mercede</b></span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2277" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2329" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">(Via Tiburtina 113, San Lorenzo)</span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2327" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2326" style="text-align: center"><i id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2325"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2323" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">Dopo POESIA 13, lo scorso maggio a Rieti, il gruppo ESCargot ripropone la sua formula di lettura-ascolto, mettendo a fuoco nuovi autori e nuovi progetti editoriali </span></i></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2350" style="text-align: center"><b><i><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></i></b></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2322" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2321" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="color: #ff0000"><b>17.30</b> <b><span style="text-decoration: underline">Nuove collane di poesia</span></b></span><span style="color: #000000">:</span> Nino Aragno «i domani», IkonaLíber «Syn», Tielleci «Benway Series»</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><b>         </b><b> </b><b>Intervengono</b>: Andrea Cortellessa, Marco Giovenale e Giulio Marzaioli</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><b>         </b><b> </b><b>Leggono</b>: Damiano Abeni e Moira Egan (testi di John Ashbery), Maria Grazia Calandrone (testi di Alfonso Guida e propri), Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli, Gilda Policastro, Laura Pugno (testi di Giulio Mozzi e propri) e Michele Zaffarano</span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2319" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2318" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><b>         </b><b> </b><b>Coordinano</b>: Francesca Fiorletta e Massimiliano Manganelli</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span style="color: #ff0000"><b>20.30</b> <b><span style="text-decoration: underline">Letture</span></b></span><span style="color: #000000"> di </span>Marco Caporali, Elisa Davoglio, Roberta Durante, Paolo Febbraro e Lidia Riviello</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">L&#8217;evento su facebook:</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><a href="https://www.facebook.com/events/418589124936087/" target="_blank" rel="nofollow">https://www.facebook.com/events/418589124936087/</a><span style="color: #000000"><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">ESCargot:</span></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><a href="https://www.facebook.com/escargot.scrivereconlentezza" target="_blank" rel="nofollow">https://www.facebook.com/escargot.scrivereconlentezza</a><span style="color: #000000"><br />
</span></span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2309" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2308" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">Più libri più liberi:</span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2301" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><a href="https://www.facebook.com/piulibri.piuliberi" target="_blank" rel="nofollow">https://www.facebook.com/piulibri.piuliberi</a><br />
</span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2302" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"> </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2303" style="text-align: center"><span style="font-family: arial, helvetica, sans-serif">Il flyer in rete: </span></p>
<p id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2304" style="text-align: center"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2315" style="font-family: arial, helvetica, sans-serif"><span id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2314" style="color: #000000"><a id="yui_3_13_0_ym1_1_1385388530150_2313" href="http://esc-argot.blogspot.it/2013/11/escargot-villa-mercede-28-novembre-2013.html" target="_blank" rel="nofollow">http://esc-argot.blogspot.it/2013/11/escargot-villa-mercede-28-novembre-2013.html</a></span></span></p>
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		<title>Cogito Argo Sum- la morte ai tempi della rete</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 10:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[loredana lipperini]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[valter binaghi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani &#8220;La memoria è anche una statua di argilla. Il vento passa e, a poco a poco, le porta via particelle, granelli, cristalli.&#8221; José Saramago, i quaderni di Lanzarote Chiunque abbia avuto dentro il fuoco della scrittura o della lettura sa che non c&#8217;è acqua che possa estinguere le fiamme, fare recedere dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-46041" alt="argo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg" width="349" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg 436w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo-300x145.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>&#8220;La memoria è anche una statua di argilla. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Il vento passa e, a poco a poco, le porta </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>via particelle, granelli, cristalli.&#8221;</em></p>
<p><strong>José Saramago, i quaderni di Lanzarote</strong></p>
<p>Chiunque abbia avuto dentro il fuoco della scrittura o della lettura sa che non c&#8217;è acqua che possa estinguere le fiamme, fare recedere dal proposito di fare delle proprie scritture e letture qualcosa di simile a un&#8217;eredità necessaria, per chiunque, da destinare a un numero infinito di persone di cui non si conosce né si saprà mai nulla, nemmeno il nome. Solo chi conosce o ha conosciuto bibliofili infaticabili, cercatori di rare e preziose edizioni, combattendo ogni tipo di guerra, a volte negoziando la resa del venditore aggiustando il prezzo dell&#8217;acquisto altre sperimentando ogni forma di veleno in grado di sterminare i maledetti <em>vers de bois</em>, i tarli, che trasformano i versi, le frasi e i  verdetti in polvere finissima intorno ai buchi, può saperlo.  Conosce la delusione delle risposte negative delle biblioteche storiche o universitarie ad accogliere il lascito, il fondo, per non disperderne il disegno. Così come chi scrive si affretta quando la notorietà abbia superato la soglia della celebrità acclamata, a creare una fondazione in grado di tenere unito oltre la morte dello scrittore la vita dello stesso, perpetuandone il racconto attraverso le cose che gli sopravvivono. L&#8217;isola di Lanzarote vale il viaggio per quello che costa il soggiorno e il resto. L&#8217;equivalente di pochi giorni in un lido della costa ligure o siciliana. Un mare così lo trovi solo in Sardegna e la terra sa di vulcano, che un vento che fa da brezza al caldo africano tiene sospeso per chilometri di deserto. Qui Saramago è morto e qui ha voluto creare insieme alla sede di Lisbona, la biblioteca, la casa, la fondazione.</p>
<p style="text-align: left;">La cura della moglie Pilar nel rendere leggibili i momenti di felicità, ora l&#8217;ascesa al monte bianco, monte ventoso delle Canarie ora la consegna del Nobel, tra i reali di Svezia, è amore e si trasmette in ognuno dei passaggi che io e Giulia facciamo da una camera all&#8217;altra, dal giardino alla <em>Calle de la Libertad</em> dove la dimora è. C&#8217;è qualcosa che riguarda la vanità dell&#8217;umano, l&#8217;infinitesima sua insorgenza temporale rispetto alle ere planetarie, ai movimenti tellurici, al pianeta. Una memoria che si erode davvero ad ogni colpo di vento e rende raccapricciante, patetico il volere fermare tutto, immobilizzare la vita, e la morte, in un monumento luccicante. E non ci saremmo accorti di quello che stava accadendo se non ci fosse stato il cane, ad accoglierci, il vecchio cane di Saramago. Saremmo rimasti altrimenti come accecati di fronte alla interminabile collezione di vasi, di Cristi, di penne stilografiche, e ci avrebbe divorato il paesaggio che dalla finestra a croce cade a picco sullo scrittoio del navigatore portoghese. Avremmo chiuso in un pugno una delle pietre riposte sopra un ripiano per sentire come lui la vicinanza agli amici lontani, distanti, in altre terre, quelle dei sassi raccolti. Saremmo rimasti come incantati dalla seggiola da pittore en plein air, immobile nel giardino solcato dai melograni e dalle piante grasse, da cui l&#8217;oceano traccia linee di blu e di verde disseminandole tra cumuli di pietra vulcanica e case bianche. Josè si chiama come il padrone, ma vederlo zoppicante, di una vecchiaia insolita per un cane di piccola taglia, ci fa pensare ad Argo. Così riprendo il capitolo dell&#8217;Odissea superbamente tradotto da Daniele Ventre, che recita:</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: right;"><em>Queste parole così scambiavano l’uno con l’altro,</em><br />
<em>ma ecco un cane disteso levare la testa e le orecchie,</em><br />
<em>Argo, di Odìsseo dal cuore costante, che il sire in persona</em><br />
<em>crebbe –ma non ne godette e prima per Ilio la sacra</em><br />
<em>se ne partì. Nel passato, in caccia di capre selvagge,</em><br />
<em>di caprioli e di lepri l’avevano i giovani spinto;</em><br />
<em>ma abbandonato giaceva, allora (era assente il padrone),</em><br />
<em>dentro quel molto letame di mule e di bovi che a mucchi</em><br />
<em>s’accumulava alle porte, perché per il grande podere</em><br />
<em>lo raccogliessero i servi di Odìsseo per farne concime;</em><br />
<em>là il cane Argo giaceva disteso, coperto di zecche.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-46042" alt="talismano-copertina-jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg" width="245" height="354" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg-207x300.jpg 207w" sizes="auto, (max-width: 245px) 100vw, 245px" /></a>Qualche giorno fa è morto Valter Binaghi. Io gli ho voluto bene. Ci siamo frequentati per circa un anno quando partecipammo a un progetto editoriale, ambizioso, nemmeno più di tanto, e fallimentare oltre ogni più nera previsione. Di lui mi aveva sempre colpito l&#8217;estrema determinazione teoretica, il sapere certo, la tenacia e il rigore delle asserzioni, ancor più ammirevoli, per quanto mi riguarda se calate in una vita da poeta maledetto, musicista blues, di chi porta molto in avanti la soglia dell&#8217;estremo. Così il suo cattolicesimo, la sua conversione radicale quanto il precedente ateismo, cosa di cui non ne sono certo ma che ho sempre sentito  così. da qualche giorno in rete in tanti hanno descritto il proprio dolore ma soprattutto il peso di un&#8217;assenza che qualcosa di così insondabile come la morte aveva deciso di inscrivere nel suo registro. Di tutte le parole spese con estrema attenzione e cura, come quelle che su Micro Mega ha scritto <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/14/per-valter-binaghi/">Marco Rovelli,</a> o di slancio e autentica insofferenza di <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/14/per-valter-binaghi-5/">Franz Krauspenhaar</a>, due testimonianze, da giorni, accompagnano i pensieri che rivolgo a Valter , al fatto che dopo i quarantanni spesso orfani di genitori, ci troviamo faccia faccia con  la matrice più autentica del nostro essere umani, ed avviene attraverso la disparizione dei fratelli, degli amici a noi contemporanei. Come se il grande compilatore delle enigmatiche nostre vite avesse deciso di lasciare le sequenze verticali delle parole per procedere con le orizzontali. Due, dicevo, le testimonianze che mi hanno colpito di più, quella di <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/12/per-valter/">Giulio Mozz</a>i che di Valter è  l&#8217; Amico- uso il verbo al presente deliberatamente,  e di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/07/12/per-valter-binaghi/">Loredana Lipperini</a> che meglio di chiunque altro ha tirato giù il velo dell&#8217;inimicizia in rete, sancendone l&#8217;inautenticità, innanzitutto e a seguire l&#8217;inutilità  rispetto al grande progetto della rete, delle vite &#8220;virtuali&#8221; in comune. Spesso, il più delle volte, il principio di realtà è nemico dei sogni e dei sognatori, ma a volte ci soccorre, ci sussurra prima e poi lo grida, quando siamo prigionieri di idiosincrasie, di incazzature ad personam o verso gruppi di persone, ora un blog, ora una rivista, un editore, un paese intero, che è ora di svegliarsi dai cattivi sogni perché la vita, soprattutto quando c&#8217;è la morte, è altrove.<br />
Ecco perché leggere in rete, assistere al passaggio di testimone per l&#8217;ultimo omaggio, la firma sul libro virtuale della camera ardente mi è sembrato qualcosa di molto lontano da quello che nelle stesse ore accadeva in una chiesa stracolma nel cuore di una Padania più autentica e dunque più reale del resto.<br />
<strong></strong></p>
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		<title>Fare l&#8217;indiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo (Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45159" alt="ZIPPO-NATIVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg" width="96" height="140" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<i>Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli della carta stampata. Le condivido ora in prossimità del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">decennale </a>come viatico della festa.</i> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito culturale nel web per me &#8211; che non sono uno storico, che racconto queste cose quasi a memoria, senza neppure andare a consultare alcunché &#8211; inizia con<a href="http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/"> <i>La Società delle menti</i></a>, rubrica fissa del portale Clarence. Non ricordo neppure se era il 2001 o l’anno appresso. Ho saputo poi che di letteratura, sociologia, filosofia, arte, etc. se ne parlava già prima, prima ancora della diffusione del web, con le BBS, con il Luther Blissett Project e con tante altre esperienze e aggregazioni attorno al nuovo mezzo tecnologico, nuovo per davvero, oggi quasi non ce ne rendiamo conto: rammento, per dire, che mi sentivo quasi un iniziato quando andavo al Centro di Calcolo del Politecnico per potermi connettere nella rete universitaria (sarà stato attorno al 1990) e comunicare con un amico che studiava alla Pennsylvania State University. Roba da film di fantascienza. Ho visto nascere il World Wide Web, ho consultato Internet anche dopo essermi laureato, l’ho usata come una gigantesca edizione delle pagine gialle, da architetto come strumento di lavoro, ma mai come qualcosa di strettamente connesso al dibattito culturale. Da questo punto di vista ero ancora troppo legato all’idea romantica delle riviste cartacee che leggevo (Nuovi Argomenti, Alfabeta, Linea d’ombra) o alla “terza pagina” dei quotidiani. Terza pagina spostata sempre più in fondo, che diventava decima, ventesima, al punto che oggi aspetto solo che venga dislocata dietro le pagine sportive, in fondo, assieme all’oroscopo, per poi sparire del tutto, definitivamente.</p>
<p>Credo cercai su Altavista (Google ancora non aveva preso piede) qualcosa attorno alla raccolta di poesie <i>Nelle galassie oggi come oggi.</i> <i>Covers</i> di Montanari, Nove e Scarpa. Trovai un pezzo di Giuseppe Genna. Divenne il mio appuntamento quotidiano. Ogni mattina, a studio, prima di scartabellare pratiche edilizie o di mettermi a disegnare passavo dalla <i>Società delle Menti</i> a vedere che aria tirava. C’era nella gestione &#8211; al contempo pop e culta &#8211; dei temi trattati da Genna una passione che sembrava ormai scomparsa dalle succitate terze (ma sempre più in fondo) pagine culturali, che apparivano al confronto bolse, rigide, ingessate. Devo dire che a distanza di oltre un decennio Genna da una parte e il collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/index.htm">Wu Ming </a>dall’altra, restano sempre un passo avanti nella scoperta e declinazione ad uso culturale delle nuove tecnologie (Facebook, Twitter, etc.). Ma quello che all’epoca non sapevo è che da lì a poco mi ci sarei ritrovato immerso fino alla cintola anch’io.</p>
<p>Perché ancora non sapevo che nel novembre del 2001, dopo lo shock degli attentati terroristici dell’11 settembre, un gruppo di scrittori, poeti, intellettuali, aveva deciso di organizzare un convegno per fare il punto della situazione. <i>Scrivere sul fronte occidentale</i>, si chiamava quel guardarsi negli occhi. Decisero di utilizzare i proventi del libro che ne nacque per mettere on line una rivista, utilizzando uno strumento ancora poco frequentato in Italia, che permetteva a chiunque di pubblicare, “postare”, senza particolari conoscenze informatiche, contenuti sul web. Un blog. Inutile dire che a gestire l’operazione fu proprio<a href="http://www.giugenna.com/"> Giuseppe Genna</a>, il quale, all’ultimo, decise di defilarsi dal progetto per portare avanti una sua pagina personale. Così nacque Nazione Indiana, nel marzo del 2003. La cosa curiosa è che in teoria doveva essere rivista on line senza commenti. Ma per un errore di gestione i commenti furono lasciati aperti, credo se ne accorse Christian Raimo che ne lasciò uno, da casa sua a Roma.</p>
<p>Seguii subito Nazione Indiana come qualcosa di davvero nuovo, dirompente. Autori più o meno miei coetanei, che non riuscivano a trovare spazio nelle asfittiche pagine culturali, al posto di lagnarsi dello status quo intraprendevano percorsi alternativi, scevri da autocompiacimenti, reciproci favori, “marchette” editoriali. (Per inciso: ancora oggi vige su Nazione Indiana l’imperativo di non pubblicare recensioni che parlino di opere dei redattori o vicendevoli elogi, così come non abbiamo mai optato né per l’utilizzo di piattaforme gratuite, che implicavano la perdita della proprietà dei contenuti che abbiamo sempre considerato <i>Creative Common</i>, né abbiamo mai voluto pubblicità di alcuna sorta, sobbarcandoci gli oneri finanziari del progetto, rendendolo così libero da ogni eventuale, involontaria o meno, pressione esterna).</p>
<p>Il blog nacque in marzo. Solo a settembre, non ostante la frequentazione quotidiana, pubblicai il mio primo commento. Sentivo, ormai, di far parte di questa comunità che si disinteressava a quel principio di autorità (e autorialità) che bloccava il dibattito cartaceo e che invece, orizzontalmente, metteva assieme autori e lettori, scrittori e utenti. Il mio primo pezzo, nell’aprile 2004, fu pubblicato di rapina da Tiziano Scarpa. Si innamorò di un mio lungo e ironico commento e decise di trasformarlo in un post. In seguito postai i miei pezzi ospitato da Dario Voltolini, o da un giovane giornalista campano <i>free lance</i> che scriveva cose inaudite e rabbiose, Roberto Saviano. Pochi mesi dopo ricevetti l’invito di far parte della redazione. La cosa interessante è che io non conoscevo di persona praticamente nessuno. Lo racconto perché trovo in qualche modo esemplare, tipico, il modo in cui sono stato arruolato. Nel corso degli anni i redattori si sono avvicendati, alcuni, nel 2006 &#8211; fra cui Scarpa stesso, Antonio Moresco, Carla Benedetti (soci fondatori e appassionate anime critiche del blog) &#8211; lasciarono Nazione Indiana per contrasti interni. Contrasti espliciti, dichiarati, pubblicati sul sito stesso, nel quale nacque una discussione calda e coinvolta. Altri se ne sono aggiunti, invitati di volta in volta dalla redazione. Dei soci fondatori, dopo nove anni, sono rimasti solo Andrea Inglese e Helena Janeczeck. Eppure, non ostante la più antica critica al blog sia sempre stata che “Nazione Indiana non è più quella di una volta” (ce lo siamo sentiti ripetere già a pochi mesi dalla nascita), credo che lo spirito del blog, la sua tonalità, le sue modalità, i suoi intenti siano sempre gli stessi. Sogno, di mio, una Nazione Indiana dove nessuno dei presenti redattori sia a firmarlo, nelle mani di 20 giovani redattori, sconosciuti, pronti a portare avanti il progetto.</p>
<p>Progetto che, sinceramente, agli albori era visto dalla critica ufficiale, accademica, come qualcosa di curioso e poco interessante. Poco più di un covo di letterati freak frustrati. La stessa modalità dei commenti aperti, la critica spesso ingenerosa ai pezzi pubblicati che ne nasceva, inorridiva la vecchia guardia. E tutt’ora urtica. Anche perché, ammettiamolo, una sorta di male interpretata idea di libertà che circola dalla sua nascita su Internet trasforma, spesso, il web in un <i>far west</i> dove tutti possono dire tutto, trivialità, insulti, aggressioni, nascosti dietro l’anonimato non tanto del nome (mai avuto problemi a relazionarmi coi nickname) ma del corpo. Discutere così, a botta calda, senza guardarsi in faccia aiuta i livorosi – i “leoni da tastiera” li ha chiamati Wu Ming 3 &#8211; a scatenarsi, trasformando, spesso, lo spazio dei commenti, in tutti i blog, in un defecatoio dove c’è chi, per fare un esempio, spiega il teorema di Pitagora e chi, come se fosse sensato, dice di non essere d’accordo col filosofo greco. Ma altrettanto spesso non è così. Per me molte discussioni con gli utenti si sono trasformate in luoghi di arricchimento, di scoperta, di condivisione. Ecco, quest’aspetto giustifica, da sempre, la ragione dei commenti aperti, anche se per noi redattori significa una continua attenzione a evitare che le discussioni deraglino nell’insulto gratuito, spesso nei confronti dei meno bellicosi (io ho una procedura standard: gli insulti a me rivolti li tengo tutti, ma se viene maltrattato un mio ospite non ho problemi a cancellare il commento ingiurioso).</p>
<p>Parlo di Nazione Indiana ma questo racconto andrebbe allargato all’intero sistema di blog e siti letterari e culturali che nel frattempo stavano nascendo in quegli anni. Ognuno con la propria identità. Come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>di Giulio Mozzi (precursore e grande pioniere del mezzo), <a href="http://www.zibaldoni.it/">Zibaldoni</a>, <a href="http://www.carmillaonline.com/">Carmilla on line</a>, nata per trasferire in rete una rivista cartacea diretta da Valerio Evangelisti, o come <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, blog di Loredana Lipperini dal taglio giornalistico, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/">Minima et Moralia</a>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>, <a href="http://www.absolutepoetry.org/">Absoluteville</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>, fondato dagli autori che uscirono da Nazione Indiana, e tanti altri. L’elenco, il blogroll, è lungo e meriterebbe di essere fatto per intero. Anche perché l’insieme dei blog culturali ha da subito “fatto rete”: autori di un sito hanno pubblicato su un altro, oppure si sono spostati da una redazione ad un’altra, ci si è letti a vicenda, anche polemizzato, ma più spesso collaborato. Cercato, cioè, di fare massa critica.</p>
<p>Il “vecchio mondo” &#8211; fatto di critici, giornalisti, scrittori, editori &#8211; legato a ritualità novecentesche, iniziò, con lentezza e farragine a sentire il peso di questa avanguardia sgangherata che dibatteva animosamente in rete. Me ne resi conto un giorno, in libreria, quando vidi il libro di un giovane scrittore che nella quarta di copertina al posto di citare firme prestigiose della carta stampata metteva in bella evidenza i commenti positivi ricevuti dai lit-blog. “Ormai al mattino” mi disse un redattore di una grande casa editrice “iniziamo la nostra rassegna stampa accendendo il computer: cosa pubblica oggi Nazione indiana? Cosa Carmilla?”</p>
<p>Il lavoro di scouting fatto dalla rete in questi Anni Zero, dove l’editoria classica sembrava sempre più ridotta a fare cassa inseguendo gli umori del momento e chiudendo perciò tutti gli spazi possibili a scritture altre, differenti, è stato enorme. Pensiamo solo a come la più reietta, dall’editoria, delle attività di scrittura, la poesia, abbia trovato uno spazio dove esprimersi per davvero. Dalla rete sono nati autori che poi hanno trovato sbocchi editoriali. La rete ha dato attenzione ad autori che altrimenti rischiavano la smemoratezza. Anche autori internazionali, di enorme spessore (e qui, con un orgoglio un po’ beota, non ho vergogna a ricordare le traduzioni inedite di autori straordinari fatte su Nazione Indiana e poi ripubblicate, senza autorizzazione, dalla carta stampata. O i premi Nobel sconosciuti dalle pagine culturali nazionali che da noi avevano da tempo trovato spazio e recensioni).</p>
<p>Insomma, qualcosa era cambiato. Agli albori capitava sovente che pezzi pubblicati sui quotidiani venissero poi riproposti dalla rete. Nel tempo accadeva sempre più spesso il contrario: discussioni scaturite dalla rete diventavano argomenti della carta stampata. Esemplare il dibattito sul New Italian Epic che nacque in rete dal testo dei Wu Ming e che si propagò ben oltre il web diventando tema di convegni universitari non solo nazionali. E sempre più spesso autori, critici, accademici curiosi iniziarono a guardare alla rete con maggiore attenzione, intervenendo dapprima magari con automatismi professorali subito cassati da chi in rete ci stava da anni (e che ora un po’ si atteggiava da carbonaro detentore della netiquette) e poi sempre più vicino ai nuovi linguaggi e modalità. In questo modo sono nate altre realtà come <a href="http://www.doppiozero.com/">DoppioZero</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta2</a>, etc. così come chi aveva battuto da subito la strada del virtuale ha nel tempo cercato altre inclusive pratiche di scambio culturale: iniziative editoriali “tradizionali” &#8211; Il Primo Amore che diventa rivista cartacea, così come lo è Alfabeta2 &#8211;  “miste”, come le Murene, librettini pubblicati da Nazione Indiana ai quali abbonarsi on line (senza cioè la classica distribuzione in libreria) – ebook, performance, manifesti – penso all’attività del movimento <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a> -, marce da nord a sud del paese – il “Cammina Cammina” organizzata da Il Primo amore -, ritrovi &#8211; penso alle Feste Indiane svolte al Castello di Malaspina in Lunigiana e all’Arci Bellezza di Milano -, e tanto altro ancora.</p>
<p>Questo per dire che ormai quelle che apparivano barriere pregiudiziali che definivano spazi incapaci di comunicare fra di loro, opposti quasi, si sono dimostrate fortunatamente fragili, creando così un modo inclusivo di concepire il campo della cultura, più ampio, variegato, ricco. Fatto di continui feedback fra i vari dispositivi di diffusione della cultura non maggioritaria, non pacificata, non arresa ai modelli omologanti imposti da un centro politico e ideologico che in questi anni difficili ha banalizzato e reso marginale l’idea di cultura in Italia.</p>
<p>Nazione Indiana ha nove anni. Non so se ci sarà ancora fra nove anni. Non so neppure cosa farò io fra nove anni, magari mi dedicherò alla danza classica, chi può saperlo. Nove anni di vita, sul web, sono un’era geologica. So che questi nove anni, a guardarli ora, retrospettivamente &#8211; ora che mentre scrivo queste righe do un occhio alla posta elettronica, leggo un messaggio su skype, controllo gli aggiornamenti sui vari lit-blog, rispondo ad un commento &#8211;  a guardarli, tutti assieme, mi sembrano passati in un soffio. Gli oltre settemila post pubblicati e le decine di migliaia di contatti unici mensili, invece, mi ricordano il lavoro enorme di resistenza culturale che siamo riusciti, redattori, ospiti e lettori, a produrre, tutti assieme. Gratis, senza alcun tornaconto, per pura militanza, per pura, anarchica felicità. Per amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<i>pubblicato col titolo</i> C’era una volta il blog. E poi gli indiani uscirono dalle riserve,<i> in:</i> Fare libri. Come cambia il mestiere dell’editore,<i> (a cura di) Ranieri Polese, Guanda, 2012</i>)</p>
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		<title>Fare lobby</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus di Gianni Biondillo Partiamo dai dati bruti&#8230; a questa tornata del Dedalus ho votato: 1) Sartori nei romanzi, 2) Raos nelle poesie, 3) De Michele nei saggi, 4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture. Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg" alt="" title="labirinto chartres" width="186" height="189" class="alignleft size-full wp-image-40738" /></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori campeggiano solitari col loro, in fondo, magro bottino di sei voti.<br />
Questi scrittori li conosco tutti, personalmente. Sono amici miei. Alcuni carissimi amici. Due di questi sono redattori di Nazione Indiana. Ci sono tutti i presupposti dietrologici per parlare di inciucio, mafietta, camarilla, etc. etc.<br />
Ci sto pensando da alcuni giorni.<br />
Sorvolo su De Michele (lo voto perché voglio tenermi buono il gruppo di Carmilla?), o sull’accoppiata Mozzi-Binaghi (sono nel profondo un ateo devoto?) e cerco di entrare nel cuore del discorso.<br />
Il romanzo di Giacomo, per dire, so per certo che non è stato apprezzato da uno degli organizzatori del premio (non stiamo qui ora a fare gossip, è il ragionamento che mi interessa), lo ha trovato, anzi, “orribile”. Io mi fido abbastanza della sua capacità critica. Ma resta il fatto che io Sartori l’ho votato. Perché era amico mio? Perché è un redattore di Nazione Indiana? <span id="more-40736"></span><br />
Potrei rispondere molto semplicemente: perché m’è piaciuto, e morta lì (ed infatti è esattamente così, m’è piaciuto: l’ho trovato grottesco, allucinato, un’immagine perfetta di un “tipo” d’italianità, tutta chiacchiere e distintivo, che è congenito nel nostro popolo).<br />
E Raos? Nella vulgata un romanziere (come me) legge al massimo un libro di poesie l’anno, quello che gli regala l’amico poeta, come può mettersi a votare in quella categoria? Con quale competenza?<br />
Fermo restando che anche se fosse, che se anche avessi letto un solo libro di poesie non capisco perché non dovrei segnalarlo (e, viceversa, se un poeta avesse letto anche un solo romanzo all’anno che gli è piaciuto, per quale ragione non dovrebbe rendercelo noto?), potrei comunque star lì a fare ragioneria. Se leggo un libro di poesia l’anno com’è che ogni due mesi ne voto uno differente?<br />
Be’, certo &#8211; è la possibile risposta &#8211; voti i poeti di Nazione Indiana. La ragioneria dimostrerebbe il contrario; ho sul comodino Milo De Angelis, ho votato nei mesi appresso Galimberti, Pusterla, Franzin, etc. poeti che non so neppure che faccia abbiano, tanto per dire.<br />
È che a me il volumetto di Raos è piaciuto davvero, al punto che gli ho “rubato” una poesia e l’ho criptocitata (tutta intera! Potrebbe denunciarmi per plagio!) nel mio romanzo.<br />
Così come ho votato Inglese. O Buffoni. E Janeczeck, Matteoni, Rovelli, etc.<br />
Faccio lobby?<br />
Potrei insistere con le giustificazioni. Io Sartori, per dire, lo scoprii e lessi in tempi non sospetti, lo recensii quando ancora neppure mi immaginavo che sarebbe diventato un redattore di Nazione Indiana …<br />
[Inciso: non so se ve ne siete mai accorti ma su Nazione Indiana è vietato, vietatissimo, che un redattore parli di un altro redattore, che si pubblichino recensioni dei nostri libri, etc. Su Nazione Indiana ho parlato di Vasta o Garufi solo quando erano ormai usciti dalla redazione…]<br />
Detto ciò: fino a che punto, mi chiedo, devo autocensurare le mie opinioni sui libri che leggo e che mi piacciono? M’è capitato più di una volta di rifiutare di scrivere addirittura su libri del mio stesso editore per evitare possibili sospetti di inciuci o chissà cos’altro. Ma, a dir la verità, non ce la faccio più.<br />
Se scorro l’elenco dei lettori del premio Dedalus mi accorgo che inevitabilmente con buona parte di loro ho avuto od ho un rapporto, una conoscenza, uno scambio epistolare, etc. insomma “li conosco”. E li leggo, ovviamente. Così come, ovviamente, non leggo mica tutto quello che viene pubblicato in Italia, sarebbe un incubo. Quali sono perciò i libri che decido di votare?<br />
Quelli che leggo, chiaramente, quelli che mi piacciono &#8211; spesso, spessissimo di autori dei quali non so nulla (i libri che preferisco, perché sono davvero novità per me) &#8211; quelli che mi vien voglia di rendere noto ad altri. (per dire: ci sono state occasioni dove non ho votato. Dove, o perché leggevo libri “fuori dal regolamento” – autori stranieri o pubblicati fuori tempo massimo – o perché gli italiani letti – magari anche amici o conoscenti – non m’erano piaciuti).<br />
Basta?<br />
No. Non basta.<br />
Perché mettiamola come vogliamo, alla fine si legge anche per vicinanza. Perché è più probabile che io apra un libro di Chiara Valerio che di un perfetto sconosciuto. Non è giusto, ma è umano. Anche per questo, come dissi mesi fa, spesso a guardare le classifiche del Dedalus sento una certa “aria di famiglia”. Credo che sia inevitabile. E non è solo una bassa questione di “voto di scambio”: tu voti il mio libro, io voto il tuo. Nessuno me l’ha mai chiesto, non l’ho mai chiesto a nessuno. Vero, potrei fare come fa Flavio (Santi). Autoescludermi dalla votazione. Ma, mi chiedo, se lo facessero tutti i giurati non solo escluderemmo centinaia di libri dove la probabilità (non la certezza, ovvio) che siano “validi” e perciò votabili è alta, ma diventerebbe un incubo, ogni volta, leggere, scorrere l’elenco, depennare chi sì e chi no. (tenuto conto che si fa aggratis, per amor di patria).<br />
“Aria di famiglia” dicevo. La stessa classifica, se fatta con 150 giurati differenti, sarebbe ben diversa. E avrebbe una sua, particolare, “aria di famiglia”. Qui, in questa, la probabilità di vedere Alan D. Altieri &#8211;  autore che vende meno di Tabucchi, Parrella o Covacich &#8211; ai vertici è assolutamente pari allo zero assoluto (anche se &#8211; per me &#8211; lo meriterebbe molto di più di tanti altri) “di là”, nell’altra ipotetica classifica, la possibilità di leggere il nome di Frasca sarebbe deflagrante, rivoluzionario.<br />
Il Dedalus, così come ogni esperienza di questo tipo, si basa sulla credibilità dei suoi votanti e sul presupposto di onestà, di mancanza di doppi fini.<br />
Io, sia ben chiaro, ho apprezzato fin da subito questa idea. Mi sembrava un buon modo per sentire il polso &#8211; la temperatura &#8211; dei miei “vicini d’interessi”, dei miei colleghi. E un buon modo per dare visibilità a testi che non trovano spazio, dare suggerimenti (anche per questo ho sempre evitato di frammentare il mio voto).<br />
Anche di libri, quando è capitato, scritti da amici. E da redattori di Nazione Indiana.<br />
Faccio, inconsapevolmente, lobby?<br />
Forse dovremmo intenderci sul termine.<br />
Dato che la cosa non si fa nel segreto di alcuna stanza, con patti di sangue o cose così, e dato che queste classifiche non spostano migliaia di copie ma probabilmente neppure qualche decina, non credo di essermi affiliato ad alcuna loggia massonica. Però sarei disonesto se non ammettessi che nel mio piccolo io “faccio lobby”. Gruppo di pressione.<br />
Faccio parte di una realtà, Nazione Indiana, che da anni &#8211; nella sua ingovernabile anarchia (dovreste leggere la nostra mailing-list interna per capirlo), nella sua molteplicità di sguardi (s’è litigato e anche duramente fra di noi) – cerca di proporre un modo “nostro” di intendere il campo della cultura qui in Italia. E negli anni, a partire dai testi, dai post, dai libri, dagli articoli prodotti, s’è creata una sensibilità &#8211; per quanto nebulosa &#8211; comune (alcuni redattori sono cari amici, altri non li ho mai visti neppure in faccia, per me esistono solo nei testi che producono). Un rispetto reciproco, una reciproca attenzione.<br />
È inevitabile. Succede qui su Nazione Indiana, succede ovunque, in qualunque gruppo, blog, rivista. Per il rispetto reciproco che s’è sviluppato attraversando temi e battaglie, non per scambi di favori che non sono mai avvenuti (anche perché, molto grevemente, non c’è alcun potere da esercitare da nessuna parte).<br />
Il difetto, se lo vogliamo trovare a tutti i costi, che sta nel manico del Dedalus è che chi vota non ha letto tutti i libri. Ma sarebbe semplicemente impossibile. Allora che fare? Preselezionarne una decina e darli da leggere? E chi li preselezione? Con quale diritto, con quale pre-giudizio? Non sarebbe ancora più passibile di critiche? Con che diritto escludere gli altri libri?<br />
Io, come redattore di Nazione Indiana, parlo per me sia ben inteso, credo che sì, ho sempre votato libri che mi piacevano, che volevo suggerire, che volevo far conoscere, ma mi rendo conto che, piaccia o meno, mi ritrovo spesso nei libri di altri redattori di Nazione Indiana. Mi ci riconosco. Non suggerirli per questo ulteriore scrupolo lo trovo incomprensibile. Dire che votandolo non stia facendo lobby, sarebbe però ipocrita. Io, per quel centocinquantesimo che pesa il mio voto, io, votandolo, faccio lobby.<br />
Così come tutti gli altri gruppi di pressione facilmente identificabili nell’elenco dei votanti (e in quello ipotetico di un altro eventuale gruppo, etc.).<br />
Quello che conta, in fondo, è scoprire testi suggeriti da altri dei quali magari neppure ne conoscevo l’esistenza. Libri nei quali altri “gruppi di pressione” che l’hanno votato si riconoscono.<br />
Qui la cosa si fa semplice: o mi fido di questi libri, perché mi fido dell’onestà degli sconosciuti che l’hanno segnalato, o immagino mafie e dietrologie rassicuranti per evitare di prendermi la briga di leggerli.<br />
Essere però oggetto di sospetti, di calunnie, di maldicenze, inizia a stufarmi. Sono stato un lettore del Dedalus senza retro pensieri. L’ho fatto con piacere senza cercare un mio ritorno di alcuna natura (e poi, siamo seri, ma quale ritorno? L’eventuale primo posto nel Dedalus potrà pur far piacere, ma vendere come Volo, per uno che ha da pagare le bollette di casa, ne fa molto di più). Dopo tutti questi anni però mi sono scocciato di dover giustificare l’ingiustificabile. Siamo gherigli innicchiati nel guscio di noci convinti d’essere padroni del mondo. Ridimensioniamoci, per piacere. Sgonfiamo i toni polemici. Un manipolo di libri che dovrebbe fare massa critica, “di qualità”, riesce invece a creare solo fronde interne e inimicizie. A questo punto la domanda, la più semplice ed auto evidente, è: ma chi me lo fa fare?</p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 10:41:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"><img loading="lazy" decoding="async" style="background-image: none; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto; padding-top: 0px; border-width: 0px;" title="def 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1_thumb.gif" border="0" alt="def 1" width="500" height="228" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati. L’articolo, che esce in questi giorni sul n. 61 di «Allegoria», è stato inviato a scrittori e critici insieme ad alcune domande. Le loro risposte saranno pubblicate nei prossimi giorni su NI. La versione pdf è disponibile <strong><a href="http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf" target="_blank">qui</a></strong>.</em>]</p>
<h2><span style="font-weight: normal;"><em> </em></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;">Verifica dei poteri 2.0 </span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009)</em></span></h4>
<p>di <strong>Francesco Guglieri</strong> e <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Si tratta di registrare gli strumenti critici,</span></em><br />
<em><span style="font-size: xx-small;">di verificarne i poteri, di decidere a quale livello<br />
del mare cominciano i nostri calcoli,<br />
entro quale arco di meridiani e di paralleli<br />
consideriamo validi i nostri discorsi. </span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Franco Fortini, <em>Verifica dei poteri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Produrre degli effetti in un campo,<br />
non foss’altro che semplici reazioni di resistenza<br />
o di esclusione, significa già esistervi.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Pierre Bourdieu, <em>Le regole dell’arte</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Tutto ciò che so l’ho imparato da google.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">anonimo web</span></p>
<p>«I luoghi dell’opinione e del gusto letterario», scriveva Fortini nel 1960,</p>
<blockquote><p>sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.[1]</p></blockquote>
<p>Rileggendo oggi viene naturale chiedersi come abbia reagito “la società letteraria” all’informatizzazione. E prima ancora alla progressiva concentrazione dell’editoria e dell’informazione sotto il controllo di pochi grandi gruppi.<a name="_ftnref2_8741"></a></p>
<p>Sì, ma quale società letteraria?</p>
<p><span id="more-38514"></span></p>
<h4>1. La crisi della critica negli anni ’90, tra industria culturale e “tradimento dei critici”</h4>
<p>Per provare a capire cosa ha rappresentato Internet nel campo letterario italiano, bisogna tenere ben presente il contesto in cui la rete ha fatto irruzione. Il panorama dei tardi anni ’90 appariva, a chi ci viveva, tanto desolante da far scrivere ad uno sconsolato Alfonso Berardinelli che, addirittura, «di industria culturale e dei danni connessi alla sua influenza non si parla quasi più». La situazione è così grave che «arrivato a un certo grado di inefficacia permanente, il pensiero critico e la cosiddetta <em>Kulturkritik </em>si arrendono. Non ci sono più né rimedi né alternative».[3] Se la “macchina” dell’industria culturale pervade tutto, ogni anfratto, ogni piega sociale e immaginaria, se neutralizza, perché la prevede e anzi la richiede, ogni critica e ogni tentativo di resistenza, allora non resta che abbandonarsi (non senza un pizzico di <em>ressentiment</em> o di cinica euforia) allo spettacolo del crollo (altri, parafrasando Žižek che a sua volta parafrasava un film di fantascienza,[4] qualche anno dopo avrebbero detto «al deserto del reale»). Questo il clima intellettuale, verrebbe da dire <em>emotivo</em>, che respirava chi, in quegli anni, faceva o si apprestava a fare critica.</p>
<p>Quello di cui si faceva dolorosa esperienza era (ed è tuttora) la progressiva erosione degli spazi nei quali classicamente si esercitava l’autonomia della critica. Chiariamoci: autonoma in senso bourdieusiano, ovvero che risponde principalmente alle regole del campo di produzione ristretta, a quelle che il sociologo francese chiamava le “regole dell’arte”. Ma allora a quale autonomia appellarsi se non solo non ci sono più i luoghi in cui esprimerla, ma sembra venuta meno l’idea stessa di un “campo di produzione ristretta”? In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)».[5] Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.[6]</p>
<p>La critica accademica, per contro, riesce a sottrarsi a questo abbraccio solo al prezzo di un isolamento che a volte rischia di tradursi in uno sdegnato arroccamento. Negli anni ’90 appare cristallizzata soprattutto in dolenti analisi del proprio stato. Non solo in Italia, certo: da <em>Vere presenze</em> di Steiner al <em>Canone occidentale</em> di Bloom, fino al recente Todorov della <em>Letteratura in pericolo</em>, la bibliografia (anche limitandosi ai nomi più importanti e ai testi divulgativi) è lussureggiante. Nel nostro paese si passa dalle <em>Notizie dalla crisi </em>di Cesare Segre (1993), all’<em>Eutanasia della critica </em>di Mario Lavagetto (2005), fino al caso di un Ferroni che <em>Dopo la fine</em> (sottotitolo: <em>Sulla condizione postuma della letteratura</em>, 1996) torna a lamentare l’«evaporazione di una cultura critica» in <em>Scritture a perdere</em> (2010).</p>
<p>Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.</p>
<p>Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:</p>
<blockquote><p>Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.[7]</p></blockquote>
<p>Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.</p>
<p>(<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/2/">segue alla pagina successiva</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<div><strong></p>
<hr size="1" /></strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[1] F. Fortini, <em>Verifica dei poteri</em>, in Id., <em>Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie</em>, nuova edizione accresciuta, il Saggiatore, Milano 1969, p. 41.</p>
<p>[2] I riferimenti d’obbligo per questo processo che, avviatosi negli Stati Uniti, ha investito Inghilterra, Francia e Germania prima di acuirsi anche in Italia, sono P. Bourdieu, <em>Une révolution conservatrice dans l’édition</em>, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 126/127, 1999, pp. 3-32, e i due volumi di A. Schiffrin, <em>Editoria senza editori</em> e <em>Il controllo della parola</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2000 e 2006).</p>
<p>[3] A. Berardinelli, <em>Dov’è finita l’industria culturale</em> [2004], in Id., <em>Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione</em>, Quodlibet, Macerata 2007, p. 83.</p>
<p>[4] Un film, <em>Matrix</em>, che, guarda caso, ipotizzava un’umanità segregata in un’illusoria realtà virtuale, schiava di un’acefala “macchina mondiale” computerizzata…</p>
<p>[5] P. Bourdieu, <em>Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario</em>, il Saggiatore, Milano 2005, p. 434.</p>
<p>[6] T. Scarpa, <em>Fantacritica (nel senso dell’aranciata)</em> [1997], in Id., <em>Che cos’è questo fracasso?</em>, Einaudi, Torino 1999, pp. 27-30.</p>
<p>[7] E. Trevi, <em>Istruzioni per l’uso del lupo</em>, Castelvecchi, Roma 2002, p. 10. La prima edizione – a cui queste parole della nuova <em>Introduzione</em> fanno riferimento – è del 1993.</p>
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		<title>Il male naturale di Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 10:00:28 +0000</pubDate>
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<p>E’ in tempi di censura ai libri che viene ristampato da Laurana <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CRJ7YUG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CRJ7YUG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il male naturale</em></a> di Giulio Mozzi. Nel 1998 in libreria durò poco, ritirato (e anche sparito dal sito della Mondadori che lo aveva pubblicato) dopo le accuse di pedopornografia ad opera del deputato leghista che vi fece sopra un’interrogazione parlamentare minacciando denunce. <em>Il male naturale</em> è uno straordinario libro di racconti, che riflettono (su) il male naturale della vita. Racconti teologali, quasi, che stanno nel solco della secolare riflessione agostiniana sul male “consustanziale” all’umano e sul peccato originale. Soggetto di questi racconti – che sono tanto più belli e intensi quanto più non “succede” niente (non c’è successione: è tutto lì, in un tragica incompiutezza) – è il corpo.<span id="more-38040"></span> Anzi, paolinianamente, la <em>carne</em>. La carne che muore, la carne che desidera nutrimento e ri/fusione, la carne mutilata che pure, anch’essa, desidera il piacere. C’è, sempre, un corpo si confronta con se stesso, con la distanza da se stesso, con la mancanza che lo sforma. Ma tutto appare in chiave oggettuale, quasi clinica: tutto viene semplicemente mostrato, come osservato dall’occhio di un biologo, o di un angelo. Un occhio che scruta, in una sorta di assoluta aderenza, profondato nella loro “datità”, direbbe il filosofo. In questa “datità” delle cose naturali l’occhio che scruta e scrive scorge il male, nella sua naturalità assoluta, e le cose, raffigurate nei proprio esatti contorni, sembrano irredimibili. Il male, nella sua verità ultima, è morte. E questo è un libro sulla morte. Anzi, non sulla, ma corpo a corpo con la morte: avvertita nella sua incontrovertibile presenza/assenza. Anche nella pienezza della vita, là dove la vita si riproduce e prolifera, ovvero nell’attività sessuale, si scorge la presenza della morte:  “L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali”. Che è sommamente presente in quel breve racconto, <em>Amore</em>, che fu l’origine dello scandalo. Un testo di nemmeno tre pagine in cui viene messo in scena un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino, rappresentato con il massimo di “occhio clinico”, e proprio per questo arrivando al massimo possibile della violenza: raffigurando quell’atto dunque nella sua verità esistenziale. E la verità è la materia eminente dell’arte. In tutto questo, come un soffio a margine, si percepisce, sempre, lo scarto ulteriore, il momento che viene: che poi, agostinianamente, è la grazia possibile, e la parola che salva.</p>
<p><em>(pubblicato in versione ridotta su l&#8217;Unità. 5/2/2011)</em></p>
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		<title>CARLO COCCIOLI A TRENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 19:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giulio Mozzi presenta Il cielo e la terra (1950) di Carlo Coccioli Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO per maggiori informazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4></h4>
<h4>Giulio Mozzi presenta <em>Il cielo e la terra</em> (1950)</h4>
<h4>di Carlo Coccioli</h4>
<div>
<address>Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. <span style="font-size: x-small;">A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO</span></address>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/il-capolavoro-invisibile-a-trento/">per maggiori informazioni</a><br />
</span></p>
</div>
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