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	<title>Giuseppe Conte &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Guglielmo Embriaco detto il Malo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 06:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Luigi Preziosi Marzo 1116. Dal porto di Genova salpa una galea, carica di merci, comandata da Guglielmo Embriaco detto il Malo, appartenente ad uno dei casati più illustri della città (gli Embriaci), e circondato dalla fama di eroe della crociata da poco terminata: è anche grazie alla sua idea di smontare le navi della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luigi Preziosi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-81225 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-250x380.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-200x304.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-160x243.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c.jpg 421w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a></p>
<p>Marzo 1116. Dal porto di Genova salpa una galea, carica di merci, comandata da Guglielmo Embriaco detto il Malo, appartenente ad uno dei casati più illustri della città (gli Embriaci), e circondato dalla fama di eroe della crociata da poco terminata: è anche grazie alla sua idea di smontare le navi della flotta genovese per trasformarle in macchine da assedio e torri d’assalto che Gerusalemme è caduta.<br />
Dalla Terra Santa ha portato un vaso di smeraldo esagonale, in cui si dice che Cristo abbia mangiato l’agnello nell’ultima cena: qualcosa di molto simile al Graal, o forse proprio il Graal. Quindici anni prima, a Cesarea, un vecchio sapiente ebreo ha insinuato il dubbio che fosse un falso, asserendo che l’originale era stato trafugato: labili indizi lo darebbero rintracciabile in qualche località della Cornovaglia bretone. Dopo tanto tempo, ora Guglielmo vuole conoscere la verità. Per questo arma la Grifona, una galea di nuova concezione, e con più di 190 uomini fa rotta verso Gibilterra, puntando poi verso l’Atlantico, fino alla remota Bretagna francese, seguendo una rotta raramente prima battuta. Dopo un viaggio drammatico, ricco di avventure e di-savventure, di incontri, di agguati ed inseguimenti sul mare, di tempeste oceaniche di proporzioni mai viste dai marinai genovesi, arriverà alla meta, dove si confronterà con le memorie di antiche leggende, relative al regno di un tempo remoto di re Gradlon e e alla antica città sommersa di Ys.<br />
Ma gli episodi più inquietanti avvengono sulla galea, dove, nelle notti di novilunio, quando le tenebre avvolgono la nave, si sgrana la lugubre sequenza delle efferate uccisioni di tre ufficiali, ai quali viene viene ogni volta estirpato il cuore dal petto. Il comandante è costretto allora ad improvvisarsi inquisitore, con l’aiuto di un giovane scrivano, Oberto da Noli: l’indagine non dimostrerà altro che l&#8217;impotenza del comandante ad arrestare gli omicidi, e la soluzione si paleserà con diverse modalità, mostrando quali inaspettate forme possa assumere l&#8217;affermarsi della giustizia tra gli uomini. In parallelo alla ricerca di Guglielmo si dipana la storia di Giannetta Centurione, figlia di un ricco mercante genovese, mandata in moglie per motivi di fusione di patrimoni familiari al rampollo di una delle famiglie più in vista della città. Odiata dalla matrigna, e riottosa all’idea di un matrimonio di convenienza con chi non ama, riesce a far fiorire in sé un senso di spiccata indipendenza, manifestato sia nello scegliere un amore diverso da quello a cui è destinata, sia nel coraggio che la sorregge nel compiere scelte decisive per la sua stessa esistenza.<br />
Questa, in estrema sintesi, ed omettendo per evidenti motivi il finale, la storia raccontata da Giuseppe Conte in <em>I senza cuore</em> (Giunti, 2019), recente prova narrativa di un autore che ha percorso gli ultimi decenni della nostra letteratura cimentandosi innanzitutto con la poesia (si veda, a definirne l’accertato valore, l’Oscar Mondadori del 2015, giunto al culmine di una trentennale attività), ma capace di svariare con esiti altrettanto convincenti nella saggistica, nel teatro e nel romanzo. Nella prove narrative Conte applica con esito felice la propria disponibilità all’esplorazione di temi, trame ed anche soluzioni stilistiche diverse: se ne può misurare l’ampiezza anche solo confrontando il medioevo (non privo però di rimandi sottintesi alle penombre della nostra modernità) di <em>I senza cuore</em> con la bruciante contemporaneità del suo penultimo romanzo, <em>Sesso e apocalisse ad Istanbul</em>, uscito appena un anno fa, teso a rappresentare le angosce, che, pur radicate in un remoto passato, popolano ancora a pieno titolo i nostri giorni.<br />
I senza cuore fa propri i topoi classici di più di un genere letterario. E’ con tutta evidenza un robusto romanzo storico, per la sua precisa collocazione temporale: af-fascina il senso di autenticità che percorre tutto il libro, derivante dall’accurata ricostruzione storica, e dall&#8217;altrettanto accurata descrizione del mondo marinaresco medievale (a fine libro è presente perfino un glossario dei termini utilizzati). Figura sto-ricamente accertata è poi Guglielmo il Malo, detto anche Guglielmo Testa di Martello, a cui Conte attribuisce una personalità perennemente oscillante tra carnale ferocia ed ingenua religiosità: ne testimonia le gesta Jacopo da Varagine nella Cronaca della città di Genova (Guglielmo poi, prima di diventare protagonista del romanzo di Conte, attraverserà rapidamente anche la Gerusalemme liberata). Ed è Guglielmo che, di ritorno dalla Crociata, porterà con sé il vaso di smeraldo, che, altro elemento di verità storica, è attualmente conservato nel Tesoro di San Lorenzo a Genova. Di lui, però, dal 1112 in avanti non si hanno più notizie nelle cronache dell’epoca, il che autorizza la virata verso quel grado di libertà superiore consentita in linea generale dal romanzo di avventura, senza che perciò solo ne debba scapitare la densità di significato etico della narrazione. Con ciò Conte supera un pregiudizio storico (ultimamente per fortuna un po’ attenuato) nei confronti del romanzo d’avventura, e rende allo stesso tempo omaggio ad alcuni classici della narrativa anglosassone: basti pensare a Melville, Conrad, Stevenson&#8230;<br />
E l’avventura che sostanzia il romanzo è originata dall’ansia di conoscere la verità che ritorna dopo anni a tormentare Guglielmo, che trova occasione di manifestarsi anche durante l’infruttuosa inchiesta sugli omicidi dei suoi ufficiali. La declinazione (anche) poliziesca della trama, con tutto ciò che implica in tema di tensione verso la verità, può indurre ad accostare il protagonista al Guglielmo da Baskerville del Nome della rosa. Ma lo sforzo investigativo del Guglielmo di Eco tende all’affermazione della ragione sulle tenebre della superstizione: la conoscenza intuitiva empirica (la dimestichezza con l’uso del rasoio di Occam gli consente le semplificazioni necessarie allo scopo) è in grado di svelare i misteri del mondo che ci circonda. Guglielmo il Malo, pur respingendo le ipotesi di creature demoniache come autrici dei delitti, come invece sostiene il cappellano di bordo, vive invece un medioevo pieno, nel quale non si percepiscono ancora premonizioni del futuro umanesimo. La sua ricerca punta ad una verità metafisica: per gli uomini del suo tempo lo spirito pervade la materia ed il mondo non è tutto conoscibile.<br />
Guglielmo non è l’unico a cimentarsi con la ricerca della verità. Il romanzo brulica di personaggi, di cui Conte tratteggia bene i tratti essenziali a mano a mano che a ciascuno tocca una parte nella complessa macchina narrativa: dagli ufficiali massacrati Primo Spinola, Lanfranco Piccamiglio e Astor Della Volta, ognuno con caratteristiche caratteriali ben definite, al gelido tesoriere Bernardo Malocello, al cappellano don Rubaldo Pelle, al mastro d’ascia Carnac il mancino, arruolato durante la traversata e diventato in breve braccio destro di Guglielmo, a padre Brennan, custode nella biblioteca del suo convento di un insieme indistinto di memorie storiche e leggende, e tanti altri. Ed una rinnovata riflessione su se stessi, un diverso riconsiderare il modo di rapportarsi con il mondo sommuove alcune coscienze durante la navi-gazione: in particolare il mastro d’ascia Pietrabruna, che, sbarcato a Lisbona, lascia i compagni ed il suo antico comandante per immergersi nel misticismo sufi, e lo scrivano Oberto da Noli, che cerca armonia ed equilibrio in Seneca e Virgilio, autori appassionatamente compulsati durante la traversata; anche Giannetta in fondo sperimenterà la tensione verso il rinnovamento di sé, al termine di un itinerario psicologico certo non consueto.<br />
Ma la nostalgia della verità innerva una ragione più specifica, fondamento del viaggio della Grifona e del suo capitano. La ricerca di Guglielmo solo apparentemente è simile alle tante quêtes che affollano le narrazioni medioevali: ha, al contrario, una sua specifica originalità. Guglielmo non cerca, infatti, un oggetto miracoloso dall’incerta esistenza: lo possiede già, cerca invece la prova della sua autenticità. E’ dal possesso non dell’oggetto, ma della verità sull’oggetto, che potranno derivare gli effetti miracolosi che Guglielmo si aspetta, ed in cui crede. Ed allora, l’itinerario per questa ricerca non attraversa le selve in cui si erano aggirati Parsifal e Galaad, ma il mare, tant’è vero che è durante la lunga navigazione che gli uomini in ricerca a bordo della Grifona giungono a qualche forma di composizione delle inquietudini che li affliggono. Alla malia del mare, rappresentata con mano felice nella sua obiettiva naturalezza, nelle bonacce e nelle tempeste, Conte pare attribuire una sorta di funzione catartica, che supera la contingenza necessitata dall’economia della narrazione: se è ve-ro (Keats insegna) che la verità si rivela nella bellezza, è proprio nello smisurato splendore del mare che i naviganti della Grifona (e noi con loro) la possono cercare.</p>
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		<title>Da Genova a Istanbul</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2018 08:00:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/69435n-DR8IUCTK.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72823" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/69435n-DR8IUCTK-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/69435n-DR8IUCTK-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/69435n-DR8IUCTK.jpg 207w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a>Genova. La città da cui si può solo partire, forse perché sembra non accogliere, con i suoi imbuti stretti e le sue fungaie di palazzi rosi dal salso, e soprattutto con subito dietro le montagne. Strana città, Genova, le cui comunità di emigranti hanno trovato il loro spazio nel centro storico e non nelle periferie. È da questa città che viaggiano le storie umane di <em>Sesso apocalisse a Istanbul </em>(Giunti, 2018). Giona Castelli, poco più che cinquantenne, affascinante libraio, e <em>perdedor</em>, ha dovuto chiudere la sua libreria (guarda caso situata nel centro storico di Genova) che aveva messo su in gioventù con l&#8217;aiuto del padre avvocato perché quel figlio non “sapeva fare altro”. In effetti è vero, ma quel mestiere di libraio, in seguito, Giona Castelli l&#8217;ha saputo fare come pochi. Fin quando la crisi non gli ha rosicchiato gli affari e il capitale e Giona non riesce a salvare nulla. Deve vendere persino la casa. Non gli rimane molto. È il crollo dei sogni, “ il crollo delle sue Torri Gemelle”, ci racconta un io narrante del quale sapremo ben poco. Avesse una famiglia, una madre&#8230; E questa ce l&#8217;ha ma è una madre cui manca il cuore di madre.  E sull&#8217;aspetto materno, sulle madri che mancano, in questa nota che prova a far conoscere la mineralità e l&#8217;umanità del romanzo di Giuseppe Conte, torneremo.<br />
Il personaggio femminile è Veronica, Vero, una donna molto bella e sensuale, colta, divoratrice di libri. Vero è una ricca ereditiera, famiglia di armatori, sposata a un noto nome della politica nazionale, un senatore. Qualche anno prima del viaggio a Istanbul con Giona (viaggiano separatamente perché lei è una donna sposata e troppo in vista) ha conosciuto il nostro libraio nella sua libreria, e in mezzo alle pile di libri prende corpo il loro rapporto, che all&#8217;inizio è pura attrazione fisica e poi diventa qualcosa di importante. Vero non è una donna modello, bella fuori e dentro (alta se porta i tacchi e lo stesso alta se se li toglie), ma una donna piena di passioni e contraddizioni, di fantasia, di ossessioni. Una donna vera, si direbbe, figlia del nostro tempo. Ci si chiede come sia possibile che una donna libera e ricca non prenda le distanze da quel senatore che a letto, tra loro due, ha messo la politica, la corruzione, gli affari. Un figlio? Ecco sì, un po&#8217; il motivo per cui non divorzia dev&#8217;essere questo rampollo che dopo l&#8217;università se ne sta sulle coste occidentali americane a studiare surf come i suoi antenati hanno studiato commercio marittimo. Ma viene sempre il dubbio che lei, Vero, non voglia salvare questo matrimonio neppure per quel figlio di cui si ricorda in poche occasioni. Perché Vero è questo, pulsione, vita, gentilezza, e nello stesso tempo dominio. È un piano di lettura molto interessante questo del carattere di Vero e dei personaggi. Vero non è bella e perdente come Giona, ma come lui è vera, è il vizio dell&#8217;occidente. Ha l&#8217;arroganza e la bassa soglia persino di rinfacciare pubblicamente a Giona che che lo sta mantenendo durante questo soggiorno a Istanbul. E tutto ciò che non vuol perdere da quel matrimonio, a parte i soldi che già possiede, è il potere.<br />
E nel crovevia di civiltà che è Istanbul Giona e Vero si amano, si concedono e si divorano come se il mondo e la vita finissero dopo aver trascorso laggiù quel fine settimana. Assieme conoscono la città  e assieme incontrano il vecchio amico di scuola di Giona, Giuseppe Maria, “Ritz” raffinatissimo direttore dell&#8217;Istituto Italiano di Cultura, che ama Luca, un giovane prete.<br />
Ma prima di tutto questo, c&#8217;è un giorno che è quello dell&#8217;attesa. Vero arriverà l&#8217;indomani e oggi, da solo, Giona, si trova a Istanbul e incontra lo scrittore turco Ilhan Durcan, parecchio famoso, (l&#8217;ha conosciuto nella sua libreria a Genova anni prima) il quale è in compagnia di Khaled Nejim, scrittore di Tangeri che si trova a Istanbul su invito dell&#8217;Università. I tre bevono in un caffè, parlano di mondo e di piaceri, e quando escono vengono avvicinati da uno spettro, il quale apparentemente di spettrale ha solo una bocca piena di denti guasti, e in realtà è l&#8217;elemento che senza volerlo scatenerà l&#8217;Apocalisse. Tutto, compreso il giorno di attesa, si consuma dunque in un fine settimana, ed è il tempo che, come direbbe Roberto Arlt, contiene l&#8217;infanzia del pianeta.<br />
Ma torniamo a Genova. Genova personaggio. Perché è da lì che è partita anche un&#8217;altra storia. C&#8217;è un solco, specie di costone invaso dalla luce e di fronte la più nera ombra. È un&#8217;idea che prende corpo fin dall&#8217;inizio della narrazione e si chiude solo alla fine, nel sangue.<br />
Anzi non può chiudersi. Il sole gira e ciò che sembrava all&#8217;opaco la mattina, il pomeriggio è nella luce.<br />
Anche il terzo grande personaggio &#8211; l&#8217;altra storia &#8211; è partito alla ricerca di qualcosa. Ha diversi nomi, e a noi interesserà come lo Sconosciuto. Si tratta di una giovane vita tagliuzzata dalla solitudine e dalla disperazione, dall&#8217;odio. Una madre con la quale vive sottomettessa dal suo nuovo compagno che la fa prostituire. E lo Sconosciuto è abbastanza grande per rendersene conto. Un padre biologico che se ne va di malattia ma col quale per colpa della nuova compagna di lui, lo Sconosciuto non riesce a legare, neanche quando a quel padre resta più poco. Segue il vuoto, e assieme al vuoto un tentativo di affidarsi a un&#8217;idea di purezza dalla quale punire il mondo, e vendicarsi di quel mondo. E quel tentativo passa per Istanbul. Ma quale vita può rimettere dignità in un progetto di sola morte? Il terzo personaggio è dunque una vittima e sceglierà per sé un futuro da torturatore della vita altrui. Mentre la limousine dall&#8217;aeroporto di Istanbul porta Vero verso l&#8217;albergo di lusso dove la aspetta Giona, lo Sconosciuto, questo ragazzo tormentato che non riesce a salvarsi e che è già diventato spietato assassino, attraversa la strada. Stridio. Urla, la limousine non riesce a frenare in tempo. Vero scende e chiede allo Sconosciuto se si è fatto male. L&#8217;apocalisse inizia su quel marciapiede.<br />
Questo libro ha una struttura perfetta, si gioca in quota per alcune pagine, e quando l&#8217;areo su cui vola Giona Castelli si cala su Istanbul il lettore sbarca che possiede già una dose equilibratissima di dati. Per il resto sarà la curiosità a muoverlo. E man mano che si addentra nella di vita di Istanbul &#8211; gioia e infezione &#8211; la capacità del narratore dilata le immagini, ne deforma alcune e ne aggiunge altre, l&#8217;acqua del torrente perde se stessa nelle anse e rotola verso la pianura con altra liquidità, fango, vita e morte.<br />
C&#8217;è infine qualcosa che proietta oltre la narrazione, è qualcosa che l&#8217;autore affronta da sempre (dico da sempre perché è dagli anni settanta che Giuseppe Conte parla di natura e dignità quando la moda era ben altra), in poesia e narrativa. Qualcosa su cui lavora in Liguria, scagliandosi contro gli usurpatori di quella riga di vallate che crollano in mare, e qualcosa che  compie altrove, dentro e fuori dell&#8217;Europa, accanto a intellettuali arabi liberi come Adonis. E&#8217; un&#8217;aria di libertà che si respira anche in queste pagine e ce n&#8217;è bisogno.</p>
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		<title>Il male veniva dal mare (Marino Magliani intervista Giuseppe Conte)</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 06:00:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto<i> Il terzo ufficiale </i>con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e <i>La Casa delle onde</i>, l&#8217;aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era<i> Il male veniva dal mare</i> (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la  grande trilogia del mare?</p>
<p>GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisca, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino. Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto. Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di &#8220;Mediterraneo&#8221;. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita. Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in <i>Equinozio d’autunno </i>ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal <i>Terzo ufficiale</i> a <i>La casa delle onde</i> a questo <i>Il male veniva dal mare</i>. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del <i>Terzo ufficiale</i> ha intitolato: <i>Schiavi della libertà</i>), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in <i>Il male veniva dal mare</i>, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione. Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM È un mare che ci ha osservato, ci ha spiato (con le sue meduse, la grande invenzione del romanzo), e noi nel frattempo l&#8217;abbiamo sporcato. Una delle cose importanti di questo romanzo è stata quella di legare felicemente l&#8217;invenzione al grido di dolore oceanico: parlo tra l&#8217;altro dell&#8217;isola della spazzatura, la <i>Great Pacific Garbage Patch.</i></p>
<p>GC Le meduse sono esseri misteriosi e bellissimi. Primordiali, dovevano essere sul pianeta alle origini dei tempi e della vita. Ci sono stupende immagini di meduse che flottano e pulsano in una sequenza enigmatica di <i>The tree of life </i>di Terence Malick. Io mi sono letteralmente innamorato delle meduse. Tutti le odiano sulle spiagge. Come se fossero loro ad attaccare l’uomo, e non l’uomo a sbattere contro di loro nello spazio che appartiene a loro. Mi sono innamorato della loro leggerezza, trasparenza, luminosità, capacità di pulsare e di danzare. Sono stato anche colpito dalla rapidità del loro degrado, un mutamento repentino dalla bellezza all’orrore è quello che capita a loro quando vengono catturate e gettate sulla sabbia; da creature splendide diventano orribili ectoplasmi. Come la Medusa della mitologia greca, ragazza dai capelli bellissimi che una maledizione degli dèi trasforma in mostruosi serpenti. Nel romanzo, le meduse portano notizie dalle profondità. Non solo dai fondali feriti dallo sversamento dei rifiuti tossici, ma anche dalle profondità dello spirito della vita. La vita è venuta dal mare. Se il mare muore, siamo tutti fottuti. E gli uomini, presi in un gorgo di corruzione, incoscienza, miseria spirituale, non se ne rendono conto. Allora una specie più evoluta di quella degli umani viene a ricordarci tutto. A farci pagare tutto. Certo, i due simboli chiave del romanzo sono le meduse e la meganave <i>Sirena</i>. La meganave che trasporta sedicimila anime e chissà quante migliaia di fusti di sostanza tossiche nel suo interno. Un Leviatano, una balena bianca senza nessun Capitano Achab, una che gli uomini stessi si sono costruiti, dopo avere cacciato e ucciso tutti i cetacei dal pianeta. La scoperta che nel Pacifico, ma ormai anche nell’Atlantico, esistono isole di rifiuti plastici, isole inabitabili e di morte, su cui si immolano a milioni uccelli di mare e pesci, grandi ormai come una parte degli stessi Stati Uniti, è stata capitale per la storia immaginata da questo romanzo. Che sembra un romanzo fantastico, forse lo è, ma contiene credo una dose di realtà superiore a quella ristretta di certi romanzi sedicenti realistici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Siamo nel terzo decennio del secolo XXI, a Nizza, sulla spiaggia, un barbone, a poca distanza di tempo, s&#8217;imbatte in due cadaveri. Due giovani donne di colore, bellissime e mutilate. A Cavallero, un commissario che annega la sua malinconia ingozzando salumi e formaggi, toccano le indagini. A Nyamé, un giovane giornalista tocca scriverne sul suo giornale. Il mare luccica e ribolle come popolato da distese di famelici piraña. È luce di meduse. Si muovono non distante da una grossa nave, la più grande della storia marina, che ha gettato l&#8217;ancora nella Baia degli Angeli.</p>
<p>GC Sì,  il romanzo contiene molti fatti, privilegia movimento e avventura, è una mia scelta precisa, antinovecentesca, meno ingenua di quello che i miei avversari credono (non si ricordano mai che a ventisette anni ho pubblicato  un libro, <i>La metafora barocca</i>, che oggi è in tutte le biblioteche europee e americane, e che da allora la mia consapevolezza del manufatto letterario è particolarmente acuta, ma forse è per questo che i miei avversari mi attaccano, perché “rompo” come ebbe a scrivere una volta Aldo Nove (in fondo il più simpatico tra quelli che mi detestano). Mi interessano poi le trame come disegni del destino e i personaggi come grumi di movimenti dell’anima. Poi ai miei personaggi dò anche corpo, linguaggio idiolettico, coscienza etica, rilievo simbolico, un gran lavoro, insomma. Anche questa volta. Quattro anni, non so quanti rifacimenti, quante parti sacrificate, lavoro sempre come un Don Chisciotte, quello di Unamuno e Turgenev, l’incarnazione di un idealismo utopico, che avevo da ragazzo e ho mantenuto. A 16 anni sognavo di cambiare la letteratura italiana. A 67 continuo in questo sogno del cazzo, che non vale niente. Ma io sono fatto così. E, almeno in Francia e in America, qualcuno crede che dopo <i>L’Oceano e il Ragazzo</i> (1983) la poesia italiana un po’ è cambiata. Col romanzo ci provo ancora. Con romanzi “fuori schema e fuori legge”, come ha scritto di <i>Il male veniva dal mare</i> Sette del Corriere della Sera. Mi piace essere un fuorilegge. Aspetto che gli sceriffi della legalità romanzesca vengano a catturarmi. Se ce la fanno.</p>
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<p>MM Racconta qualcosa dei personaggi, dei libri che amano.</p>
<p>GC Marlon, il senzatetto che sempre più lettori considerano centrale nel romanzo, legge soltanto due libri, <i>Le metamorfosi</i> di Ovidio e <i>Foglie d’erba</i> di Whitman. Una colossale enciclopedia di mitologie antiche e eterne e una colossale celebrazione della istantaneità della vita e dell’universo. Dice più volte che non ha bisogno di altro. Il commissario Cavallero, di origini piemontesi, legge Jean Giono. Mark Breton, il direttore del giornale dove lavora Nyamé legge Borges e ne tiene un poster in redazione. Il suo vice Zeno legge una scrittore immaginario, autore di un romanzo sulla crisi di impotenza creativa di un trentenne e un  quarantenne che si chiama Franco Andrea Corti.  Questo nome dovrebbe dire a qualcuno che l’autore è immaginario ma che forse rispecchia un autore reale, forse due.</p>
<p>Quanto alle mie letture , sinora le recensioni uscite hanno parlato di influenze di Borges,Verne, Conrad, Melville, Stevenson, Neihardt, Jack London, Philip Dick, Victor Hugo, Mario Soldati, Italo Calvino, Cormack McCarthy, Murakami.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Ci parli di cosa hai fatto per ripulire la costa da mafie, cemento, corruzione?</p>
<p>GC Non certo tutto quello che basta. Ci vorrebbe una pulizia ben più radicale. Una tabula rasa. Non sono per i compromessi, in questa fase storica, ma per la lotta frontale, anche durissima. Ho soltanto scritto editoriali per il quotidiano di Genova. Senza paura e parlando chiaro, da uomo libero e da libero scrittore. Ma mafie cemento e corruzione sono ancora lì. Certe volte penso che scrivere sia poco. Ma poi mi dico che è tantissimo. Almeno per me. Che ho sempre vissuto per scrivere. Qualunque cosa, ma scrivere, che per me è come respirare e nutrirmi. Scrivere. Contrapporre la propria scrittura alle brutture e alle barbarie della società. Farne intravedere una migliore. Lascia che i miei avversari (spesso sono linguaioli che davanti a qualunque potere se la fanno ampiamente sotto) ridano. Io rido più di loro. E sono in buona compagnia.</p>
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		<title>La terra di Scajola dove scorrazzano i clan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2012 10:30:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Conte Due elicotteri e 200 carabinieri in azione prima dell’alba, sul cielo e per le strade di Ventimiglia. È un dispiegamento di forze che fa pensare a una azione di guerra. E di guerra ormai si tratta. La’ndrangheta: vi ricordate la smorfia tutta ligure di fastidio con cui Sandro Pertini pronunciava questo termine? [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Conte</strong></p>
<p>Due elicotteri e 200 carabinieri in azione prima dell’alba, sul cielo e per le strade di Ventimiglia. È un dispiegamento di forze che fa pensare a una azione di guerra. E di guerra ormai si tratta. La’ndrangheta: vi ricordate la smorfia tutta ligure di fastidio con cui Sandro Pertini pronunciava questo termine?<br />
C’era in quella smorfia la riprovazione e l’orrore che dovevano essere riservati a un fenomeno paragonabile a un cancro nell’organismo di una società.<br />
Che smorfia comparirebbe oggi sul volto di Pertini sapendo che l’estremo Ponente della sua Liguria è in mano alle cosche calabresi, che dai tavoli di un ristorante di Marina San Giuseppe, il lungomare di Ventimiglia, un anziano signore di nome Peppino Marcianò tesseva le fila della politica, dell’amministrazione, dell’economia di una ricca fetta della regione, e distribuiva consigli, raccomandazioni, avvertimenti, appalti, secondo il più collaudato stile mafioso?<br />
Quello che preconizzò un magistrato coraggioso come Anna Canepa si è avverato: Ventimiglia è diventata come Gioia Tauro.<br />
E Vallecrosia e Bordighera non sono da meno. Avevo dalle colonne di questo giornale lanciato un grido d’allarme quando i consigli comunali di Ventimiglia e Bordighera furono sciolti per infiltrazioni mafiose.<br />
Invitavo a ribellarsi, perché, al di là dell’aspetto giudiziario della vicenda, c’erano tutti i segni di un degrado etico, culturale e soprattutto politico contro cui bisognava agire. Oggi lo scenario è ancora più vischioso, si sono aperte voragini ancora più profonde, il fango sta schizzando dappertutto.<br />
Due ex sindaci, di Ventimiglia e Bordighera, vengono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, il sindaco in carica di Vallecrosia per voto di scambio. Indagato è anche un ex city manager, espressione pomposa, a un filo dal ridicolo, per chi, secondo le indagini, ha dedicato la sua indubbia intraprendenza a far aggiudicare il grosso degli appalti a ditte di proprietà delle cosche. Non finisce lì: un ex vigile urbano è accusato di fare da cinghia di trasmissione tra cosche e municipio. E dalle intercettazioni si evince che Marcianò era in contatto con un ispettore di polizia, con un finanziere: e che il vecchio boss tirava in ballo con calcolata disinvoltura un generale e un giudice genovese cui doveva passare 10 mila euro per avere un trattamento di favore. È una ragnatela di crimini e sospetti che soffocherebbe qualunque società.<br />
Com’è potuto accadere? Avevo ed ho una sola risposta: la’ndrangheta ha trovato terreno fertile nell’estremo Ponente soprattutto perché qui si è verificato ancor più che altrove un pericolosissimo vuoto morale e politico.<br />
L’onnipotente leader di Imperia, quello che non fa muovere foglia senza che lui voglia, quello che poteva far nominare sindaco del capoluogo,non dimentichiamolo, anche Paperina, quello che oggi dice agli avversari interni (quasi tutti uomini inventati o cooptati da lui) di conoscere i loro peccatucci grazie ai suoi contatti con i servizi segreti, voglio dire Claudio Scajola, si è sempre distinto nel sostenere a muso duro che la mafia qui non c’è.<br />
Punto e basta. Se in queste terre la politica è lui, queste terre sono state abbandonate e indifese.<br />
Se la politica è diventata affarismo, speculazione, favoritismo, arroganza, era quasi naturale che la ’ndrangheta ci si infilasse comodamente. Spesso i mafiosi sono, “purtroppo”, come aggiungeva Leonardo Sciascia, più intelligenti degli altri. Stupisce allora scoprire che il vecchio Peppino Marcianò aveva in mano sindaci, amministratori, imprenditori? Il blitz che ha portato al suo arresto viene chiamato “la svolta”. Ma se una svolta vera deve esserci, il repulisti deve essere completo.<br />
I nodi ambigui tagliati. La politica deve ritrovare con energie nuovissime il suo primato morale e ideale.</p>
<p><em>(questo pezzo è apparso sul &#8220;Secolo XIX&#8221; del 06.12.2012)</em></p>
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