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	<title>giuseppe schillaci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #2 : mandato sociale, posterità, riviste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI MANDATO SOCIALE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-76915 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-1024x642.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-160x100.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2.jpg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero.</p>
<p><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></p>
<p>MANDATO SOCIALE (A. I.)<br />
Oggi si tende a fare questo ragionamento: una volta gli scrittori (narratori, poeti, drammaturghi) avevano un mandato sociale, la loro arte letteraria riguardava la nazione, o il popolo, o la formazione dei cittadini. Questo accadeva ancora nel Novecento.<span id="more-76810"></span><br />
Oggi le cose sono cambiate: la letteratura non è più la stessa e lo statuto sociale degli scrittori è stato revocato. Oggi lo scrittore ha soprattutto un mandato commerciale: egli interpreta adeguatamente il suo ruolo se riesce a persuadere un numero importante di lettori ad acquistare il suo libro. Uno scrittore che realizza il suo mandato commerciale può certo essere aspramente criticato per la fattura dei suoi prodotti, ma in definitiva nessuno può permettersi di mettere in dubbio il suo statuto. Bravo o non bravo, egli è un sacrosanto scrittore del XXI secolo. Uno scrittore che invece non realizza il suo mandato commerciale, uno scrittore, insomma, che non vende attira su di sé i più gravi sospetti. Bravo o non bravo, egli non è uno scrittore del suo tempo e, siccome l’epoca attuale non crede in alcuna forma di posterità, lo scrittore che non vende è uno scrittore del passato o di nessun tempo. È uno sfasato, forse interessante come curiosità, ma non pertinente come fenomeno propriamente letterario. Affronteremo nella voce successiva la questione della posterità, ma vediamo di capire meglio come funzioni il mandato commerciale. I critici più aggiornati, anche quelli di severa formazione universitaria, sono ormai d’accordo sul fatto che il mercato editoriale funzioni un po’ come l’inconscio popolare, e quindi le casse del libraio costituiscono la suprema istanza legittimante di un’attività letteraria. Un secolo e mezzo fa, Baudelaire aveva una visione un po’ meno angusta delle cose. Sosteneva che la fortuna letteraria è nelle casse dei librai e/o nella stima dei pari. Oggi naturalmente la seconda opzione assomiglia a un partito preso elitario e antidemocratico. Al di fuori dei grandi numeri, al di fuori di una maggioranza, non c’è salvezza. Dove c’è minoranza, c’è per forza un fenomeno di casta, di usurpazione, ecc.<br />
La nostra impressione, invece, è che l’osservazione di Baudelaire, inaugurando il regime moderno della letteratura e delle arti, rimane ancora oggi grandemente acuta e valida. Il mandato sociale di cui tanto si fantastica, infatti, è fin dall’inizio preso in una contraddizione tra universale e particolare, tra maggioranze e minoranze. In uno dei saggi raccolti da Guido Guglielmi in <em>Ironia e negazione</em> (Einaudi, 1974), leggiamo: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale”. Il mandato novecentesco, quindi, è sempre stato inficiato da questa interna contraddizione tra una universalità di principio e una particolarità di fatto. E i tentativi delle correnti letterarie progressiste di rimpiazzare la particolarità borghese con l’universalità proletaria non hanno sciolto il nodo. Oggi lo scioglierebbe il mercato: l’unica universalità indiscutibile è quella dell’acquirente. Contro questo principio, possiamo però continuare a difendere la visione baudelairiana, più chiaroveggente. Un libro prima di essere venduto, deve essere scritto. E la scrittura, prima di assumere definitivamente il rigore cristallino della merce, vive di scommesse, di fede, di reciproco riconoscimento tra cerchie ristrette di scrittori-lettori. Se il consumatore ha un inconscio, lo ha anche il produttore. Non solo ma, non pretendendo di risolvere la contraddizione tra universale e particolare tipica del mandato moderno dello scrittore, ci piace pensare che la scrittura sia il luogo non solo del consenso (lo scrittore in fase con i tempi), ma anche del dissenso (lo scrittore sfasato.)</p>
<p>POSTERITÀ (A. I.)<br />
La posterità letteraria pare una di quelle cose che non solo uno non si può più permettere oggi, ma a cui non ci si può appellare senza immediatamente coprirsi di ridicolo. Naturalmente è sempre stato presuntuoso appellarsi alla posterità, ma siccome gli scrittori sono in genere persone presuntuose lo hanno sempre fatto. Il problema è che l’industria culturale, e quella del libro in particolare, non può permettersi margini di posterità, in quanto quello che è stato prodotto, va anche consumato in tempi ragionevolmente brevi. L’obiettivo delle “scorte zero” tocca tutti i settori, quelli creativi e umanistici compresi. Poiché si consuma velocemente e in dosi massicce, tutto quanto non entra immediatamente nel ciclo del rapido e abbondante consumo non ha ragione d’esistere, se non come errore comunicativo, e quindi non solo è destinato a rimanere ai margini, ma lo resterà per sempre. Una qualche profezia (o una qualche previsione scientifica) vorrebbe che nel grande volume di ciò che si propone al consumo, non potrà mai essere riproposto qualcosa che è sfuggito in un momento dato alla voracità dei consumatori. Sembra questo un principio contro-intuitivo, anche dando un’occhiata al comportamento del mercato editoriale che vive non solo di novità nuove, ma di quelle novità ancora più gustose costituite dalle riscoperte, dai ripescaggi, con tutta la mitologia che ad essi si accompagna e che nutre la macchina commerciale. Il tentativo di sopprimere il concetto di posterità, un tentativo che è in qualche modo accettato, se non difeso persino dalla critica, ci sembra allora molto presuntuoso, almeno tanto presuntuoso quanto lo sono coloro che si appellano ad essa, per conferire una qualche legittimità di esistenza alle loro creazioni anche se non incontrano il favore commerciale, ossia il gusto dei tempi. Ci sembra piuttosto che la legge del rapido e massiccio consumo non faccia che produrre serbatoi di posterità, di cui l’editoria, e la critica letteraria stessa, faranno tesoro, l’una per rimpolpare l’urgenza di novità, l’altra per assegnarsi una patente d’esistenza. L’idea, poi, che un testo di una certa articolazione e complessità sia destinato a essere goduto e perfettamente spolpato in una finestra temporale assai breve, appare una concezione un po’ ingenua del funzionamento effettivo degli oggetti letterari. Si dirà che questi oggetti letterari “resistenti”, poco propensi ad essere assorbiti senza residui, sono frutto di pratiche elitarie e sorpassate, che poco hanno a che fare con ciò che detta l’inconscio commerciale. Ma su questo punto, rinvio alla voce precedente: “Mandato sociale”.</p>
<p><span style="color: #000000;">RIVISTE (F. F.)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Far parte di una rivista letteraria significa frequentare e vivere con spiriti liberi. E quando si vivono esperienze del genere che si fanno sul filo degli anni e non tramite episodici incontri, qualcosa cambia davvero in te, innanzitutto come essere umano e poi scrittore. Ho partecipato alla creazione di riviste come “Paso Doble” in Francia e “Sud” in Italia, e al di là delle straordinarie partecipazioni, da Peter Handke a Yasmina Khadra, Erri De Luca o Ingo Schultze, e delle belle scoperte di giovanissimi autori, in oltre dieci anni di attività e quasi venti numeri sono innumerevoli i momenti di memoria poetica; uno su tutti l&#8217;happening a Procida, ai giardini Elsa Morante con Louis Sclavis, il jazzista francese che duettava con i poeti Biagio Cepollaro e Giuliano Mesa. Perché le riviste ancora oggi? La parigina “Atelier du Roman”, a cui ognuno di noi del cartello collabora, la rivista fondata da Kundera, Lakis Proguidis e Massimo Rizzante è la prova vivente che non solo esiste in Europa una comunità letteraria, ma che questa comunità dispensa letteratura con una generosità che è arte del dono più che della “partecipazione al bel mondo”. Gli incontri si svolgono in bistrot incastonati tra un grand boulevard e una piazzetta, a ridosso dell’Odeon a St Germain de Près, e non accade mai nulla di particolare, che so una presentazione del numero della rivista, di un libro, un dibattito. C’è la consegna ai collaboratori della copia e poi si beve insieme un bicchiere. Milan Kundera, come del resto Fernando Arrabal, Petr Kral, Michel Dèon tra un sorso e l’altro ti tirano fuori davanti a un bicchiere un’osservazione che vale un intero seminario sul romanzo. Perché l’arte del romanzo è innanzitutto arte della vita.</span></p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p><em>REGOLE DEL GIOCO</em><b></b></p>
<p>Il Cartello (Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori, Giuseppe Schillaci)</p>
<p>Quando Luigi Grazioli ci ha investito dell’onore di curare un intero numero di “Nuova prosa” l’orgoglio ci ha ovviamente acciecati, rendendoci del tutto incoscienti degli oneri che una tale impresa richiede. Grazioli, lui, che questi oneri si accolla ininterrottamente da anni, ne sapeva diabolicamente qualcosa. Comunque la sfida non solo ci piaceva, ma anche si attagliava alla nostra irrequietezza nei confronti del mondo letterario, di quanto soprattutto vi è di più ufficiale, visibile, dato per ovvio in tale mondo. Almeno due di noi, poi, condividono con Luigi Grazioli questo tarlo, che consiste nel trarre grande nutrimento dal lavoro sempre esagerato della conduzione di riviste. In breve ci siamo divertiti. L’idea era innanzitutto di metterci in ascolto, di dare importanza a quello sguardo tra pari, che non è frutto né del calcolo editoriale né della distanza accademica. Se i libri per esistere in quanto libri hanno infatti bisogno sia dell’editoria sia della critica, per essere semplicemente <em>scritti</em> hanno bisogno di un terreno fatto di passione e amicizia, di curiosità e incoraggiamento, che non è garantito da nessuna economia in atto e nessun sapere codificato. Quindi ci siamo messi in ascolto, e ognuno di noi ha scelto alcuni autori che, per qualche ragione, fossero per lui esemplari di un percorso in movimento e nello stesso tempo di un’idea già realizzata di scrittura narrativa. Non ci siamo quindi dati limiti anagrafici o generazionali. Si è trattato, insomma, di invitare alcuni autori, domandando loro dei testi inediti. (Divenuti poi editi nel frattempo, in alcuni casi.) E ci siamo permessi di scrivere qualcosa su di loro, non da critici ovviamente, ma da compagni di strada, da lettori-scrittori più o meno prossimi alle loro ragioni di scrittura. Abbiamo voluto, però, aprire un confronto più ampio, anche con autori che avessero alle spalle un’opera ormai forte per ricchezza di titoli e considerazione di pubblico e critica. C’interessa ovviamente comprendere come la radicalità di certi progetti letterari possa prendere spazio sulla scena ufficiale e eventualmente modificarla. In questo caso, ognuno di noi ha invitato un autore, a rispondere a un’intervista che abbiamo redatto collettivamente – e l’interesse per i quattro autori invitati era altrettanto collettivo. Infine, sollecitati nuovamente da Luigi Grazioli, abbiamo accettato l’idea di proporre anche dei nostri inediti, dal momento, appunto, che fin dall’inizio l’intero nostro progetto per “Nuova prosa” ha funzionato come una conversazione, un dialogo tra pari, nell’interesse ovviamente di tutti coloro che sono innanzitutto, come noi pure sempre siamo, dei <em>lettori</em> di romanzi, prose, saggi, racconti, poesie, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parigi, 19 /06/ 2018</p>
<p>*</p>
<p>Foto di Andrea Inglese tratta dalla serie <em>Pagine.</em></p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #1: frontiera, lingua, luogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 06:00:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-76825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg" alt="" width="184" height="129" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-250x175.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /></a>Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia <em>Il Cartello</em>, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero.</p>
<p><strong><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></strong></p>
<p>FRONTIERA (G. Schillaci)</p>
<p>I luoghi sono unici e diversi, simili, mai uguali. Perché sono tagliati, amputati, circoscritti, e limitati da un quadro, una prospettiva, una frontiera.<br />
Senza frontiera non sapremmo definire un luogo, un’identità, un mondo. In fondo la prima frontiera che conosciamo, che ci definisce è la pelle che separa il nostro corpo « di dentro » da quello « di fuori ». Le frontiere dunque non sono un problema, anzi sono necessarie, fondamentali alla creazione dell’io e di un noi, di un’immagine, di un racconto.<span id="more-76806"></span><br />
Le frontiere definiscono le regole e le consuetudini, le lingue a volte, le ricette. E le frontiere sono anche metaforiche, ovviamente, tra ambiti diversi dell’umano, tra specie animali e religioni. Così c’è frontiera tra le classi sociali, tra le discipline accademiche e tra le arti, tra i generi letterari e gli idioletti regionali. Io ho la fortuna di poter spesso varcare la frontiera tra letteratura e cinema, ad esempio, non senza un certo timore ogni volta, e di passare dalle distese del cinema documentario alle foreste della finzione, navigando tra interminabili scritture intermedie. Ogni passaggio mi trasforma e mi arricchisce, come le migrazioni ataviche e i commerci millenari hanno cambiato la specie e le civiltà, fino alla meravigliosa aberrazione che è l’uomo contemporaneo.<br />
La frontiera, poi, è quella che passo seduto comodamente in volo, tra la Francia e l’Italia, quando torno a casa per passare qualche tempo con la mia famiglia. Perché qualche anno fa ho deciso di venire a vivere a Parigi, dove ho condizioni migliori per il mio lavoro.<br />
Le frontiere, dicevo, non sono dunque un problema. Non per me. Perché esistono per gestire il passaggio, per essere oltrepassate, infrante, come la placenta che è una pelle da fendere per consentire la vita. Ma frontiere sono anche i muri e i mari, i fiumi in piena, le montagne ghiacciate e i fili spinati. E non posso far finta di non sapere che le frontiere che passo io, quelle di cui ho parlato finora, sono un lusso per i ricchi e i miracolati, per coloro che hanno un passaporto, un lasciapassare, un passacondotto. Per tutti gli altri, invece, la frontiera è immobilità, respingimento, prigione. E tutto ciò è aberrante, terribile. Ha il sapore rancido di una frontiera davvero invalicabile, quella della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LINGUA (G. Sartori)</p>
<p>L’unico criterio sul quale posso basarmi per cercare di valutare se uno scrittore contemporaneo italiano che non conosco è interessante, è vedere se sa piegare ai suoi bisogni, che in genere ancora non conosco, la lingua. Mi basta leggere la prima pagina, o anche aprire il libro a caso, e leggerla. Mi è subito evidente se la lingua è forzata alla volontà e alle esigenze di chi scrive, e mostra una sua necessaria verità e coerenza, o se invece inietta nel testo le sue ovvietà, i suoi luoghi comuni, le sue facilità e stupidità, le sue compromissioni con le ideologie dominanti e il potere, le sue volgarità e sciatterie. O addirittura parla da sola, toglie per così dire la parola allo scrivente. Succede molto spesso anche questo. Lo scrittore vorrebbe dire una cosa, e lei dice qualcosa di diverso, magari il contrario. Lui vorrebbe essere trasgressivo, si crede tale, sforna con candida scaltrezza elementi e situazioni che dovrebbero comprovarlo, e lei è borghesina e noiosetta. Lui si vuole rivoluzionario e battagliero, come dimostra anche la scelta dei temi e intrighi, ci tiene proprio a mostrarsi così, cerca di gridarlo a ogni frase, per consolidare le sue note prese di posizione pubbliche, e lei è conservatrice e retriva. Lui ambisce a darsi un tono alto e distinto, e lei sa di armadio chiuso da troppo tempo, di vestiti che hanno preso irrimediabili odori e pieghe. Ma più spesso lui cavalca tante aspirazioni assieme, forse nemmeno tanto meditate e profonde, e lei domina incontrastata, come quelle voci arroganti che coprono tutte le altre con il loro vuoto. Perché la lingua ha tendenza innata a parlare da sola, a ripetere le cose già dette, a vomitare fuori le idee e le mode dominanti, i cliché del momento. Non è facile costringerla a essere vera, a mettersi al servizio di una visione originale delle cose. Le costa fatica, cerca di sottrarsi.<br />
Sarebbe fraintendermi interpretare le mie parole, utilizzando una griglia filosofica e teorica che non mi appartiene, molto radicata in Italia (e che ha pesato nella nostra storia letteraria), come un dare priorità alla forma rispetto al contenuto. Penso con Rancière che l’una e l’altro non siano opposti, e che i grandi testi risultino anzi da una loro complicità e intimo connubio. E del resto l’esame di cui parlo non è solo linguistico, coinvolge in primo luogo conoscenze psicologiche, sociologiche, storiche, filosofiche, di vita, intuitive, tecniche, scientifiche, che fanno parte del mio bagaglio. Si tratta di vedere come la lingua veicola questi “contenuti” nel testo, se appunto dal loro amalgamarsi con le parole ne esca qualcosa di originale, coerente e solido. Ma l’oggetto preso in esame dalla mia analisi speditiva rimane pur sempre, prima di avere una dimestichezza con il mondo dell’autore, la superficie polisemica e sfaccettata delle parole e delle frasi.<br />
E non sto dicendo che superata la prova della lingua, che appunto non è solo linguistica in senso stretto, lo scrittore deva necessariamente piacermi o apparirmi assai interessante. Il suo universo può rivelarsi anzi molto lontano dai miei interessi più profondi e dalla mia sensibilità, può non sedurmi, o anche darmi noia, indispormi. Considererò però pur sempre quell’autore degno di nota e stimabile. La letteratura è bella e mi attira proprio perché c’è posto per tutti, compresi i posizionamenti più lontani dai miei appetiti.<br />
Questo mio metodo non ha beninteso nulla di oggettivo, e tanto meno di scientifico. Non foss’altro perché è vincolato alla mia cultura e conoscenza dei testi della tradizione letteraria, che sono limitate, alle mie competenze linguistiche e nei vari domini, anch’esse parziali, alla mia sensibilità nei confronti della lingua, personalissima e non quantizzabile, alla mia esperienza della vita, chiamiamola così, anch’essa tutt’altro che infinita, al mio mondo emotivo. E’ quello che posso fare io con i miei mezzi di persona che trova alimento fin dall’infanzia nei testi scritti e che pratica in età adulta la scrittura.<br />
Ho notato che in genere gli scrittori che apprezzo hanno il mio stesso metro di giudizio, e arrivano agli stessi miei risultati. Rimango invece esterrefatto quando constato che critici anche molto colti, anche molto esigenti, e magari conosciuti e influenti, dei quali ammiro l’acume e l’erudizione non hanno questa capacità. Lo ho visto sui miei stessi testi, che venivano fraintesi nella loro complessità linguistica (che può prendere le sembianze d’un tono piano, o invece di registri grotteschi …) per me più che esplicita, ma qui potrei sbagliarmi io. Lo verifico soprattutto osservando la lingua di autori che vengono da essi osannati, o inseriti in antologie, o insomma considerati notevoli. Mentre quelli che io reputo molto profondi, e dotati di una sensibilità eccezionale, di una inventiva rarissima, vengono ignorati. Non potevo crederlo, e invece ho finito per arrendermi all’evidenza: quei critici conosciuti e brillanti mancano completamente di sensibilità linguistica, di orecchio. Giudicano i testi in base a caratteristiche che a me sfuggono, o che comunque hanno ai miei occhi importanza ben minore: forse il tema, i contenuti espliciti, le soluzioni che a me suonano facili. Lo ripeto, non ho però nessuna prova per dire che ho ragione io e non loro. Ci si dovrebbe confrontare su una pagina, e io dovrei dire, partendo forse svantaggiato per erudizione e capacità dialettiche, quello che di scontato vedo e che mi disturba nelle frasi, le zavorre e le inerzie tra le parole e nei vuoti tra di esse.<br />
Non so se questo scoglio dell’espressione linguistica sia centrale anche in altre letterature. Bisognerebbe forse vedere caso per caso. Di certo altre lingue letterarie, e in particolare il francese, che posso giudicare meglio, sono mille volte più sedimentate e codificate, lasciano allo scrittore un margine di manovra lessicale e sintattico infinitamente più angusto. Sono lingue affinate e addomesticate nei secoli, meno eterogenee e confuse della nostra, assediata da una parte da un registro artificiale molto povero di recente conio, con il conformismo culturale che lo accompagna, dall’altra dalla lingua della tradizione letteraria, per alcuni aspetti altrettanto artificiale, e dall’altra ancora dalla ricchezza dei dialetti e delle lingue regionali, miniere inesauribili ma anche pericolose nei loro particolarismi. O lingue tutt’al contrario dal lessico sconfinato e svincolato dal presente, ricchissime e antiche, come l’inglese. Certo è che chi scrive in italiano e vuole sfuggire all’ovvietà non può non prendere posizione, non può non essere innovativo, e per così dire radicale, anche se le possibili vie e le possibile soluzioni per esserlo sono diversissime. E se il risultato è positivo si dirà che il testo è “scritto bene”, anche se confrontando con un altro testo “scritto bene” paiono quasi due animali di specie differente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LUOGO (G. Sch)</p>
<p>Se non so esattamente cosa c’è sul tavolo, non posso iniziare. Se non ho idea del colore della finestra e dell’odore che c’è fuori, della tonalità della carta da parati e di quella del campanello, del numero della strada e ovviamente del suo nome, e di come quella strada si chiamava prima, e perché… non riesco a scrivere. Se non conosco i sassi e i rifiuti del luogo dove dovrebbe nascere la mia storia, allora l’acqua, che è scrittura e racconto, non scorre; il torrente resta secco, o tutt’al più una pozzanghera.<br />
Il luogo incarna e ispira, iscrive l’autore e il personaggio, dà loro il desiderio di vivere e d’evocare l’altrove o la casa d’infanzia, le ossessioni e i nascondigli, i posti vietati e quelli obbligati, le frontiere, le panchine, i dettagli di un paesaggio, di un palazzo, di un balcone, del mare che sbatte sugli scogli, sullo scoglio, su quello scoglio nero dalla punta biforcuta incastrato tra le alghe verdi come muschio.<br />
Spesso mi metto a scrivere perché innamorato di un personaggio incontrato per strada o su un aereo. Dopo poche pagine, però, tutto si ferma. Se non trovo il luogo d’origine, di partenza e d’arrivo, la scrittura si arena. Nello spazio si articolano e si dipanano le emozioni, come amorevoli ragnatele e circuiti vuoti, o pieni di rabbia, che cercano un senso. E lo spazio, ancora prima del personaggio, ha una sua anima, complessa, stratificata, soggettiva. I latini chiamavano genius loci quello spirito che abita un luogo preciso e che può essere invocato per ottenere sortilegi e buona sorte. Lo scrittore è dunque uno sciamano che cerca di entrare in contatto con il genio del luogo e di far vivere grazie a lui i personaggi, i desideri, la storia.<br />
Si dice che ogni scrittore abbia un luogo di predilezione, una città, un bar, una stanza. Io, in effetti, scrivo spesso su Palermo, col suo genio che mi ha visto nascere. Il genio di Palermo è una statua che esiste realmente; non è solo un pretesto o una finzione letteraria. La statua del Genio di Palermo esiste almeno in quattro esemplari e rappresenta un vecchio mezzo nudo, la barba bitorzoluta, una corona sul capo e un enorme serpente che gli morde il petto. Io evoco sempre il genio di Palermo quando voglio animare un luogo e farlo vivere in una realtà più vera e salvifica di quella quotidiana. Ma il mio genio è capriccioso, è un vecchio che si diverte a mentire e far dispetti, peggio di un bambino di sei anni. Il mio genio resta immobile, lo sguardo severo e vuoto, forse troppo concentrato per darmi retta. E io, a volte, credo che stia ascoltando proprio me, e che tutta quella immota energia serva davvero a dar vita al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La letteratura italiana con gli occhi di fuori</strong><br />
<strong>Avanpost – à la carte</strong><br />
A cura di Il Cartello (F. Forlani, A. Inglese, G. Sartori, G. Schillaci)</p>
<p>0.1 Il Cartello, <em>Editoriale a più voci</em><br />
0.2 Il Cartello, <em>Regole del gioco</em></p>
<p>I<br />
1.1 Francesco Forlani, <em>Introduzione</em><br />
1.2 Paolo Mastroianni, <em>L’insediamento del nuovo potere</em><br />
1.3 Biagio Cepollaro, <em>Da “La notte dei botti”</em><br />
1.4 Azra Nuhefendić, <em>Smijeh</em><br />
1.5 Valerio Evangelisti, <em>Intervista</em></p>
<p>II<br />
2.1 Andrea Inglese, <em>Dalle terre di mezzo della prosa: Broggi, Cirilli, Micaletto</em><br />
2.2 Alessandro Broggi, <em>Da “Noi”</em><br />
2.3 Fiammetta Cirilli, <em>Le domeniche</em><br />
2.4 Manuel Micaletto, <em>AFK</em><br />
2.5 Giuseppe Montesano, <em>Intervista</em></p>
<p>III<br />
3.1 Giacomo Sartori, <em>Introduzione a Sergio Nelli e Vincenzo Pardini</em><br />
3.2 Sergio Nelli, <em>Capodanno 2016</em><br />
3.3 Vincenzo Pardini, <em>Il signor Deando Carrias</em><br />
3.4 Simona Vinci, <em>Intervista</em></p>
<p>IV<br />
4.1 Giuseppe Schillaci, <em>L’eredità siciliana nello sfaldamento dell’Italia contemporanea</em><br />
4.2 Irene Chias, <em>Il posto del sale</em><br />
4.3 Domenico Conoscenti, <em>Epigrafisti in rosa e nero</em><br />
4.4 Gioacchino Lonobile, <em>Possibilia</em><br />
4.5 Tommaso Pincio, <em>Intervista</em></p>
<p>V<br />
5.1 Francesco Forlani, <em>Riflessi condizionati</em><br />
5.2 Andrea Inglese, <em>Io davvero non me la prendo</em><br />
5.3 Giacomo Sartori, <em>Domenica pomeriggio sul ponte</em><br />
5.4 Giuseppe Schillaci, <em>Lo studio di Sciascia</em></p>
<p><strong>Biobibliografie</strong></p>
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		<title>Overbooking: Barbara Giangravè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Giangravè]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[inerti]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota a piè di pagina di Francesco Forlani A dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, il fatto che vi siano molti giovani autori alle prese con tematiche sociali, ecologiste, politiche, mi sembra innanzitutto un segno di grande vitalità da non sottovalutare; inoltre il fatto che  il libro denuncia di Roberto Saviano abbia suggerito ai più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-63719 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n.jpg" alt="13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n" width="399" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-768x517.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota a <span class="st"><em>piè di pagina</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, il fatto che vi siano molti giovani autori alle prese con tematiche sociali, ecologiste, politiche, mi sembra innanzitutto un segno di grande vitalità da non sottovalutare; inoltre il fatto che  il libro denuncia di Roberto Saviano abbia suggerito ai più giovani, un &#8220;modo&#8221; e uno stile possibili per raccontare il reale, interessarsene, provare a trasformarlo, non può che confortare un&#8217;idea di letteratura, la nostra, secondo cui la frattura e distanza tra oggetto letterario e mondo vada ricucita. In fin dei conti il romanzo d&#8217;inchiesta è un elemento che appartiene alla nostra tradizione da molto prima di Gomorra e la storia raccontata da Barbara Giangravé si inscrive in essa allo stesso modo di altri giovani scrittori siciliani come il nostro Giuseppe Schillaci che con <a href="http://www.liberaria.it/collane/meduse/leta-definitiva-giuseppe-schillaci">L&#8217;Età definitiva</a> aveva raccontato le paure, le incertezze, il coraggio, i sogni di una generazione  scossa dai terribili attentati a Falcone e Borsellino del 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura di Barbara Giangravé, intensa e allo stesso tempo, narrativamente parlando, fluida, incalzante, racconta le vicende di Gioia Lantieri, giovane siciliana che dalla grande città in cui si era trasferita per lavoro, ritorna alle radici del proprio viaggio, al paese di diecimila anime in cui è nata, per affrontare se stessa. Una serie di eventi anche tragici occorsi negli anni precedenti si illuminano improvvisamente di luce diversa e per quanto la protagonista si renda conto della dimensione labirintica della propria ricerca, è perfettamente cosciente del fatto che niente e nessuno potrà fermarla nella ricerca della verità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Inerti</em> non lo sono affatto i rifiuti industriali sepolti sotto una terra che fa ammalare di cancro giovani e anziani; <em>inermi</em>  sono invece le vittime di tale scempio organizzato dai poteri locali collusi con le nuove mafie innanzitutto economiche. L&#8217;inchiesta si avvale di una dimensione corale, attraverso i racconti e le storie dei molti  personaggi che se ne fanno attraversare, ed è qui che risiede a mio avviso la forza del libro.  <span class="text_exposed_show"><br />
Infatti, quasi indipendentemente, quasi, dalla caratura morale, restano impresse tanto le figure &#8220;negative&#8221; del giudice, dei responsabili Asl, del sindaco corrotto quanto della magnifica coppia che ha adottato Gioia, del libraio o dell&#8217;amico Fabio e della stessa zia.<br />
Dal punto di vista delle atmosfere resta difficile non sovrapporle in tanti momenti a quelle di Sciascia, viste però con l&#8217;occhio di Petri, e come in <em>A ciascuno il suo</em>, anche l&#8217;affaire di Gioia rimane irrisolto, per quanto si abbia la percezione della non rinuncia alla verità; non la verità che lei sa e che tutti sanno, ma quella che deve essere sancita perché diventi giustizia.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dieci (piccoli) nuovi indiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 06:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[blog letterari]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
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		<category><![CDATA[graziano graziani]]></category>
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		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Care lettrici e cari lettori, siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana. La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49199" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif" alt="diecipiccoliindiani" width="960" height="131" /></a></p>
<p><strong>Care lettrici e cari lettori</strong>,</p>
<p>siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana.<span id="more-49193"></span></p>
<p>La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesca-matteoni/"><strong>Francesca Matteoni</strong></a>, si giunga a coprire l’esatto arco temporale della nostra storia. Dieci anni &#8211; più quello in corso &#8211; sono un’età molto avanzata nella realtà virtuale. Da quando fummo i primi in Italia a inaugurare un blog letterario collettivo, il mondo e il modo di stare in rete è cambiato. La forma-blog è invecchiata, non è più il solo modello di comunicazione digitale e senz’altro ha smesso di rappresentare lo strumento più agile e diffuso per trasmettere online dei contenuti, così da aprirli all’interazione con i lettori. Eppure in questi anni, in Italia, è cresciuto un arcipelago di siti letterari e culturali la cui vitalità non ha forse eguali in altri Paesi, e che risalta (e trova quasi certamente una causa) nell’impoverimento dei media tradizionali. Oggi il bisogno di orientamento alla lettura e l’esercizio della scrittura incontrano nella rete molti itinerari e palestre. Noi della vecchia guardia (un po’ meno agili di un tempo, un po’ meno liberi da impegni e impicci) siamo contenti che Nazione Indiana abbia tutt’ora il suo posto nella mappa, e che conservi il suo scopo e il suo spazio. L’importante è che la nostra comune impresa continui ad avere la spinta propulsiva che serve a reinventare e ravvivare il carattere più felice di questa esperienza: restare curiosi, indipendenti e soprattutto aperti. Spalancare le porte, ampliare le voci: per vera voglia di rilanciare l&#8217;avventura con la sua dose di rischio e di imprevisto.</p>
<p>Fin dalla sua nascita, Nazione Indiana ha presentato una fisionomia particolare: in un campo dominato ancora dalle riviste cartacee e dalle pagine culturali, si poneva in un atteggiamento di relativa esteriorità. L’esteriorità era in realtà duplice: da un lato, rispetto alla rete come cantiere sconfinato di iniziative e testi; dall’altro, rispetto al mondo ufficiale degli scrittori e critici che non riuscivano a immaginare come quella realtà caotica e litigiosa potesse generare spazi di cultura seri. Questo posizionamento sghembo ha fatto in modo che negli anni Nazione Indiana abbia conservato alcune caratteristiche: un’attitudine aperta nei confronti dei nuovi talenti, e anche dei talenti dimenticati o ingiustamente misconosciuti. Assieme a ciò Nazione Indiana ha conservato una sua capacità di critica nei confronti dell’esistente, prediligendo una dimensione che non riguarda semplicemente il rapporto dello scrittore con i consumatori dei suoi libri, ma lo scrittore in quanto cittadino che vuole confrontarsi con altri cittadini. Infatti continuiamo a credere sino a oggi che, nonostante tutti i suoi limiti, la comunicazione sul web permetta di mantenere viva l’idea di una dimensione pubblica dello scrivere, del pensare e persino dell’agire, se accettiamo che scrivere e pubblicare gratuitamente rappresenti anche un gesto elementare di condivisione.</p>
<p>In questo senso le presentazioni dei nuovi arrivati sono tanto doverose, quanto da prendere come un minimo punto di partenza. Nessuno &#8211; a cominciare da loro stessi – è ancora in grado di prevedere con quali forme e quali argomenti abbiano desiderio di cimentarsi nello spazio così poco specialistico e regolamentato di Nazione Indiana: è proprio questo, tuttavia, che ci piace.<br />
Ma eccoli, in ordine rigorosamente alfabetico.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/mariasole-ariot/" target="_blank"><strong>Mariasole Ariot</strong></a> scrive sul confine tra poesia lirica e prosa poetica ma ama sperimentare anche con gli innesti di suono e immagine.  Si interessa in particolar modo delle odierne forme di Istituzioni Totali.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/biagio-cepollaro/" target="_blank"><strong>Biagio Cepollaro</strong></a>, <a href="http://www.cepollaro.it/">poeta di lungo corso</a>, un tempo “sperimentale”, ha sempre continuato a esplorare nuovi campi e forme d’espressione. Da qualche anno ormai si dedica anche all’arte figurativa.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-declich/" target="_blank"><strong>Lorenzo Declich</strong></a> è romanista e islamista. Ha aperto (e poi chiuso) il blog <a href="http://in30secondi.altervista.org/">“Tutti in 30 secondi”</a> con cui seguiva principalmente le “Primavere arabe”; è esperto e appassionato del mondo arabo contemporaneo, in particolare della Siria.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/francesca-fiorletta/" target="_blank"><strong>Francesca Fiorletta</strong></a> ama leggere i libri e poi parlarne: senza doversi attenere a modelli-standard, limiti di battute, tempistiche di recensione. In questo senso, “critico letterario” le sta a pennello.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/graziano-graziani/" target="_blank"><strong>Graziano Graziani</strong></a> è critico teatrale, autore per il teatro e anche scrittore di reportage e di micronarrazioni.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/luca-lenzini/" target="_blank"><strong>Luca Lenzini</strong></a> si è occupato della poesia italiana del Novecento: soprattutto è uno dei massimi studiosi di Franco Fortini. In sintonia con questa matrice, ha un forte interesse per gli aspetti politici della produzione culturale.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/jamila-mascat/" target="_blank"><strong>Jamila Mascat</strong></a> è una filosofa che si è fatta le ossa studiando Hegel. Nel caso questo non bastasse, si interessa anche al pensiero femminista e postcoloniale. E a (quel che resta de) le lotte di classe.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/igiaba-scego/" target="_blank"><strong>Igiaba Scego</strong></a> è un’autrice di racconti e romanzi e anche un’attivista e pubblicista impegnata su tematiche civili quali i diritti dei migranti e l’eredità oscura del colonialismo.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-schillaci/" target="_blank"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a> è un regista e autore cinematografico (il suo campo d’azione prediletto è il documentario) e anche uno scrittore di romanzi, racconti e recensioni cinematografiche.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ornella-tajani/" target="_blank"><strong>Ornella Tajani</strong></a> è una studiosa di Letterature Comparate specializzata sul kitsch: vale a dire l’interprete aggiornata di una figura di critico intento a esaminare gli aspetti ordinari della cultura contemporanea.</p>
<p>Così, sperando di essere riusciti a trasmettere anche a voi lettori la nostra curiosità e il nostro entusiasmo, non ci resta che dare il benvenuto più fragoroso a tutta la nuova ciurma di Nazione Indiana</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Maresco e Belluscone: colpi di grazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Berlusconi è solo un pretesto, una boutade, una trovata promozionale. Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="TRAILER 1 - BELLUSCONE, una storia siciliana di Franco Maresco" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/3syOtKCqBvY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Berlusconi è solo un pretesto, una <em>boutade,</em> una trovata promozionale.</p>
<p>Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di Franco Maresco. <span id="more-48947"></span>Con il film <em><i>Belluscone, una storia siciliana</i></em>, l’autore tocca il fondo delle sue ossessioni, e infatti Tatti Sanguineti suggeriva d’intitolarlo, appunto, « il colpo di grazia ».</p>
<p>L’opera ha poi mantenuto il titolo originario, ma la proposta di Sanguineti, protagonista nel film di una sorta d’inchiesta sulla scomparsa misteriosa di Maresco, rende conto della caratteristica più interessante di <em>Belluscone</em>: la sua forza liberatoria e disperata, senza ammissione di replica. Una forza che è stata riconosciuta al Festival di Venezia, dove il film ha ottenuto il premio della giuria, sezione Orizzonti, e nelle sale cinematografiche, con la buona affluenza di pubblico delle prime settimane, nonostante le evidenti difficoltà distributive.</p>
<p><em><i>Belluscone</i></em> è la storia di un fallimento, un film fallito su un Paese fallimentare, come fallito sembra essere Maresco, l’artista che urla l’abominio del tempo presente (o della realtà <em><i>tout court)</i></em>. Con l’Italia, Paese in cui il mutamento antropologico è ormai metastasi, Maresco vuole farci i conti, nonostante sia evidente una certa nostalgia nei confronti di un mondo scomparso, più umano. L’autore prova a nominare il male o, più che altro, il suo feticcio: belluscone! E lo fa nella sua Palermo, nel ventre di una cultura popolare “telestupefatta” e “selfie-dipendente”. Il risultato è un non film, una non fiction, un non documentario. Qualcosa d’incompiuto e sfuggente, a tratti ridondante, una materia magmatica in cui si riflette il suo autore: uno dei pochi registi italiani a perseguire, prima in coppia con Ciprì, e adesso nella sua cupa solitudine, un’idea personale di cinema.</p>
<p>Le sue opere, dagli anni Novanta fino a oggi, da <em><i>Cinico Tv</i></em> a <em><i>Totò che visse due volte</i></em>, hanno rappresentato una boccata d’aria in un panorama asfissiato dall’appiattimento della commedia italiana, dai film dell’autore-narciso e dell’impegnuccio sociale, e ci hanno messo davanti alla radicalità di un linguaggio cinematografico dirompente, a una visione del mondo meravigliosa e devastata, seppur marginale.</p>
<p>Nel suo nuovo film, e nel tormentato processo che ha portato alla sua realizzazione, ci sono dunque tutte le ombre e le epifanie delle opere firmate insieme a Daniele Ciprì, e alla sua magistrale fotografia: c’è la musica napoletana neo-melodica e la Mafia, il sottoproletariato di Palermo e le icone del potere, l’analisi storico-antropologica e il ragionamento meta-cinematografico su realtà e finzione, c’è soprattutto il cinismo del tempo presente, ingurgitato e vomitato affinché ci si liberi, con una risata beffarda, di ogni ipocrita speranza.</p>
<p>E c’è il grottesco che, riprendendo la grande tradizione della commedia all’italiana, s’impone come chiave di comprensione della realtà, esorcismo contro i demoni dell’inconscio collettivo, e, infine, unica via di scampo alla tragedia.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="ENZO, DOMANI A PALERMO (SURREALE)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/c6V_28rMVCI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In <em><i>Belluscone, </i></em>torna un sottobosco umano che Maresco, in coppia con Ciprì, aveva già raccontato nel magnifico documentario del 1999: ”Enzo, domani a Palermo”, ovvero quello delle feste rionali e dei cantanti neo-melodici napoletani. Ecco dunque Ciccio Mira, vecchio democristiano e berlusconiano doc, che come l’Enzo Castagna del precedente documentario, è organizzatore di concerti e personaggio “antico”, di dubbia moralità e frequentazioni mafiose. Ma in <em><i>Belluscone</i></em>, irrompono anche i “nuovi”, la generazione bellusconiana, ovvero Vittorio Ricciardi e Salvatore De Castro, in arte Erik, i giovani cantanti rappresentati dall’agenzia di Ciccio Mira, i neo-melodici che in un loro brano idolatrano Berlusconi e che non cantano neanche più in napoletano, ma in un italiano da reality show. Il corpo tatuato di Ricciardi, con le <em><i>mèches</i></em> bionde e le mosse da balletto pop, invade il mondo “antico” delle feste rionali di Mira, facendolo assomigliare a uno studio televisivo disastrato, a una passerella fluorescente in cui ormai la voce e la musica non contano più, ma sono le movenze erotiche a infiammare la folla.</p>
<p>Quando poi scopriamo, dal notiziario di una televisione locale, che Ciccio Mira è stato arrestato per complicità mafiose, la realtà sembra superare ogni finzione, confermando il sospetto che le feste rionali “neo-melodiche” siano, in effetti, un rituale popolare della subcultura mafiosa.</p>
<p>A questo punto, l’inchiesta di Sanguineti sembra arenarsi, proprio come il film, e la storia si perde in mille digressioni “mareschiane”, per finire inevitabilmente in farsa, quando Maresco chiama Ficarra e Picone a dirimere la lite tra i due cantanti neo-melodici sull’utilizzo del brano « Vorrei conoscere Berlusconi ». Il ritratto del ventennio berlusconiano si dissolve nell’acido banale di una canzonetta, mentre la devozione per il miliardario milanese si rivela emblema di una nazione infantile e feroce, cinica e instupidita, vittima e carnefice.</p>
<p>Ma c’è ancora tempo per la cosa più bella del film, per il momento più importante, la confessione del personaggio che incarna la relazione profonda e oscura tra Sicilia e Berlusconi: il Senatore palermitano Marcello Dell’Utri. È lui a fissarci, seduto su un trono barocco, illuminato da un occhio di bue che lo rende ancora più inarrivabile. Il Senatore, braccio destro di Berlusconi, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, si presta con perfida intelligenza all’intervista di Maresco. Ma sul più bello, l’audio del Senatore, proprio mentre sta rivelando verità indicibili sul rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra, svanisce. Il microfono gracchia per un banale errore del fonico, il microfono gracchia come un rutto in faccia alla coscienza civile di questo Paese, di un’Italia irredimibile. Incombe così l’ossessione principale della più recente produzione di Franco Maresco: l’impotenza dell’artista, già presente nel meraviglioso <em><i>Il ritorno di Cagliostro</i></em> (2003), ancora in coppia con Ciprì, e soprattutto nell’ultimo documentario, <em><i>Io Sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz </i></em>(2010), in solitaria.</p>
<p>Il suo ultimo film raccontava infatti la parabola decadente dell’artista in una sorta d’identificazione speculare e catartica tra Maresco e il grande siculo-americano Tony Scott, figura mitica del jazz del Dopoguerra che finisce la sua carriera nella miseria e nel ridicolo, in Italia. Nel documentario <em><i>Io sono Tony Scott</i></em>, montato da Edoardo Morabito e purtroppo non distribuito in sala, tante erano poi le digressioni sulla deriva antropologica dell’Italia e sulla fine di un’epoca, che ritroviamo, forse con minore efficacia, in <em><i>Belluscone</i></em>.</p>
<p>Ma le ripetizioni e le ossessioni sono essenziali alla visione di Maresco, sono il suo profondo nutrimento, la sua fatica di Sisifo. E così il ritorno di Franco Maresco al grande schermo, grazie all’uscita di <em><i>Belluscone, una storia siciliana,</i></em> rappresenta un evento importante per il cinema italiano, un’opportunità per conoscere un autore prezioso che difficilmente trova spazio nel panorama contemporaneo.</p>
<p>Con questo film, Franco Maresco continua a scagliarsi contro il suo tempo e a farsi divorare dalla sua amata Palermo, in un corpo a corpo senza rassegnazione e senza speranza. Il suo cinema sopravvive così: mettendo in scena, come in una feroce farsa, ulteriori colpi di grazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Election day</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Mar 2014 07:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Apolitics Now!]]></category>
		<category><![CDATA[Festival dell’Italian Cinema di London]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
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					<description><![CDATA[Votate votate ! APOLITICS NOW! (effeffe) Tragicommedia d’una campagna elettorale Fino al 9 marzo puoi vedere e votare on line il film in concorso al Festival dell’Italian Cinema di London http://www.italiancinemalondon.com/ido14/ Apolitics now (istruzioni per l&#8217;uso) di Giuseppe Schillaci Cos’è la politica oggi?  La campagna elettorale ci mostra le diverse facce del Paese: se crediamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47670" alt="pappalardo 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-300x168.jpg" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Votate votate ! APOLITICS NOW! (effeffe)<br />
</b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Tragicommedia d’una campagna elettorale</b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b><i>Fino al 9 marzo puoi vedere e votare on line</i></b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b><i> il film in concorso al Festival dell’Italian Cinema di London</i></b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.italiancinemalondon.com/ido14/">http://www.italiancinemalondon.com/ido14/ </a></p>
<p><strong>Apolitics now</strong></p>
<p><em> (istruzioni per l&#8217;uso)</em></p>
<p>di</p>
<p><a href="www.giuschillaci.com"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a></p>
<p>Cos’è la politica oggi?  La campagna elettorale ci mostra le diverse facce del Paese: se crediamo nella democrazia, infatti, i candidati alle elezioni sono lo specchio nel quale ci riflettiamo. E osservando le campagne elettorali del 2012, la prima dopo la caduta di Berlusconi, vediamo che l’Italia è scossa dal caos politico e dalla necessità di un cambiamento radicale. <b>I risultati delle elezioni nazionali del febbraio 2013 e la situazione attuale Letta &#8211; Renzi</b> erano già prevedibili nel 2012 (amministrative di maggio e regionali siciliane di ottobre): crisi dei partiti della Seconda Repubblica; astensione e sfiducia nella politica <i>tout court</i>; grande numero di candidati e di nuove formazioni politiche (spesso improvvisate); divisione della sinistra e debolezza della sua classe dirigente; importanza decisiva del carisma personale (e della capacità comunicativa-spettacolare) dei candidati; emersione netta del fenomeno Grillo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Apolitics Now! tragi-commedia d’una campagna elettorale</i></b> è il racconto della fine di un&#8217; epoca, la deriva di un Paese che soffre ma continua a sghignazzare, che urla e spera nel miracolo, danzando sull’orlo del precipizio. Il documentario racconta la campagna elettorale per il sindaco di Palermo, nell’aprile-maggio 2012, le prime elezioni dopo la caduta del governo Berlusconi: nella quinta città italiana, una delle più povere d’Europa, va in scena una versione grottesca della politica-spettacolo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-47671" alt="ballaro" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-300x168.jpg" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><b>A Palermo, nel maggio 2012, si confrontano ben 12 candidati per l’elezione a sindaco</b>: 7 dei vecchi partiti, seppure molti mascherano la propria appartenenza al sistema, e 5 candidati dei movimenti civici, tra cui quello di Beppe Grillo, ma anche il Movimento dei Forconi, e poi ancora: comunisti e fascisti, giovani post-berlusconiani e vecchi democristiani, generali dei carabinieri in pensione e imprenditori dell’autonoleggio: molti di loro proclamano orgogliosamente di non essere né di destra, né di sinistra, e nemmeno di centro. E anche a Palermo va in scena la tragedia della sinistra eternamente divisa, laddove il sindaco storico di Palermo, Leoluca Orlando, s’oppone al suo giovane delfino, Fabrizio Ferrandelli, vincitore ufficiale delle primarie: padre contro figlio.</p>
<p>Alle elezioni amministrative del 2012, in tutta Italia i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica crollano: il movimento 5 stelle diventa il secondo partito italiano, e <b>si parla già di Terza Repubblica</b>. Apolitics Now! mostra i candidati che girano la città alla ricerca di visibilità e consenso: comizi tradizionali e post-moderni, spettacoli e cabaret, raduni di piazza e salotti, mercati storici e periferie abbandonate.</p>
<p>Il film è una co-produzione Stella Productions con France Televisions ed è stato diffuso in Francia nel settembre 2013. In Italia ha vinto il premio del pubblico al Salina Doc Fest.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Apolitics now - Giuseppe Schillaci" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/qmpOLnWphBc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>MAIN CREDITS: Scritto, diretto e prodotto da Giuseppe Schillaci, DOP Carlo Sisalli, SUONO Danilo Romancino, MUSICA Gianluca Cangemi e Luca Rinaudo per Almendra Music, MONTAGGIO Laurence Miller.</p>
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		<title>Ex Ordres littéraires &#8211; Giuseppe Schillaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 11:46:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[esordi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[L’anno delle ceneri]]></category>
		<category><![CDATA[nutrimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Francesco Forlani su L’anno delle ceneri, Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
su<br />
<em>L’anno delle ceneri,</em> Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/aOQksgLQodE&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del sistema editoriale italiano, diciamo dell&#8217;ambiente, dagli editor ai critici letterari, dagli scrittori affermati agli addetti stampa e talent scout delle piccole, medie e grandi case editrici. E puntualmente segnalo &#8220;il mio cavallo&#8221;, ogni volta con la speranza che possa non dico vincere la corsa, ma gareggiare, godere di quella opportunità in più.  E puntualmente mi viene cassata la proposta. Sulle prime ci rimanevo un po&#8217; male poi invece con il tempo, dopo aver capito l&#8217;andazzo e il sollazzo della telefonatissima cartografia fabbrica di talenti letterari in Italia, ogni volta che veniva &#8220;bocciato&#8221; il mio esordiente me ne rallegravo. Perché in quel rifiuto coglievo l&#8217;esattezza della mia intuizione, ovvero,  che se l&#8217;autore che proponevo, in questo caso Giuseppe Schillaci, a &#8220;quelli&#8221; non piaceva era perché i miei autori facevano letteratura e a &#8220;quelli&#8221; la letteratura interessava poco.<br />
<span id="more-35311"></span><br />
Perché la letteratura è difficile, complicata, per dio! Per averne un&#8217;idea basta andare a leggere i classici, &#8211; leggere ma dovrei dire &#8220;rileggere&#8221;-  Proust, Joyce, Mann, per non parlare di Dostoevskij o Balzac. L&#8217;industria culturale vuole così e basta. Che palle ste cose difficili! Noi vogliamo solo  cose leggère da lèggere evvvai! Certo ci si dovrebbe mettere d&#8217;accordo su cosa sia leggero e cosa no, approntare una bilancia in grado di dirci se quella leggerezza resterà o meno, insomma che opere leggere possano avere un peso&#8230;<br />
Giuseppe Schillaci è uno di quegli autori che ho seguito dal principio, e che proprio su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/perturbante/">Nazione Indiana</a> ha fatto il suo esordio.<br />
Il suo romanzo <a href="http://www.nutrimenti.net/libro.php?codice=GG008">l&#8217;anno delle ceneri</a>, è un libro potente, scritto con una lingua che non si appiattisce sulla trama né sulle ambientazioni, ma si nutre della storia, dei personaggi, in breve dell&#8217;esistenza, in una dimensione corale e polifonica (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Michajlovič_Bachtin">Bachtin</a>? Cos&#8217;è un medicinale?). La capacità visionaria di Schillaci si esprime attraverso un uso sapiente dei filtri- solo chi abbia percorso le strade di Palermo a sera conosce il significato della parola vespro- una perfetta disposizione dei piani sequenza, una neutralizzazione di ogni sguardo oggettivo, dal di fuori, delle scene raccontate in un montaggio che ti fa sentire come attraverso i  riuscitissimi dialoghi un vero, autentico respiro. Li senti respirare sulla pagina i protagonisti e perfino delle figure secondarie ne riconosci distinta la voce, la lingua, sia che si tratti del perfido Americano, con le sue verità che alludono al peggio, del vecchio Nofrio che di tutte le cose possiede il segreto, ovvero il racconto, o di Toni, lo zio comunista. La fabula raccontata è antica, si ammanta del mistero e della leggenda dei &#8220;decollati&#8221;, l&#8217;impianto è realista. Si racconta di un dopoguerra refrattario alla storia &#8211; ne arrivano echi lontani come quello dell&#8217;attentato a Togliatti- ma soprattutto delle vicende di due famiglie, una collusa con i nuovi poteri e antiche superstizioni e un&#8217;altra che attraverso il suo protagonista, Masino, pare prigioniera di un incantesimo ben peggiore, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=FP52mfF5gUc">&#8220;quel tutto cambia perché nulla cambi&#8221;</a> di gattopardesca memoria. L&#8217;anno delle ceneri,- nell&#8217;anno in cui le ceneri dei vulcani del nord hanno oscurato il cielo delle economie- è dopo tutto una storia d&#8217;amore e di rivoluzione. L&#8217;amore tra Masino e Ninetta, tragicamente messo a tacere sul nascere e una rivoluzione che è però in grado di cambiare un solo destino alla volta e  nel finale prende le sembianze di un treno che ti porta via. Un treno che qui in Sicilia, come tutti sanno prende il mare per raggiungere il continente. </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Assalto al centro</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 10:55:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Mozart pour l'art]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pop mozart]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori siciliani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia. Albert Camus Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere. Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-28814" title="c_mamma4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg 471w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="right"><span /><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em><span /></p>
<p align="right">Albert Camus<span /><span></span></p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.<br />
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.<br />
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.<br />
<span id="more-28811"></span><br />
Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.<br />
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.</p>
<p>Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso.  Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.<br />
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.<br />
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.<br />
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.</p>
<p>“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.</p>
<p>Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.<br />
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.<br />
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.<br />
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.<br />
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.<br />
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.<br />
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.<br />
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.<br />
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.<br />
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.<br />
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.<br />
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.</p>
<p>Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.</p>
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		<title>L’isola in me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 12:56:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Ludovica Tortora de Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Oberdan]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
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					<description><![CDATA[L’isola in me &#8211; in viaggio con Vincenzo Consolo un film documentario di Ludovica Tortora de Falco durata: 75 MINUTI supporti: 16 mm, super 8, HDV materiale di archivio video e fotografico formato: DIGI-BETA, STEREO fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO montaggio: ILARIA FRAIOLI musica: ANDREA AMENDOLA produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008 produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’isola in me &#8211; in viaggio con Vincenzo Consolo</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2.jpg" alt="L&#039;isola in me foto 1 di 2" title="L&#039;isola in me foto 1 di 2" width="454" height="200" class="alignnone size-full wp-image-24605" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2-300x132.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>un film documentario di <strong>Ludovica Tortora de Falco</strong></p>
<p>durata: 75 MINUTI<br />
supporti: 16 mm, super 8, HDV<br />
materiale di archivio video e fotografico<br />
formato: DIGI-BETA, STEREO<br />
fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO<br />
montaggio: ILARIA FRAIOLI<br />
musica: ANDREA AMENDOLA<br />
produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008<br />
produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE SCHILLACI, LUDOVICA TORTORA de FALCO<br />
<span id="more-24604"></span><br />
<em>Realizzato con il contributo del Ministero Beni Culturali &#8211; Direzione Generale Cinema &#8211; e dell’APQ ‘Sensi Contemporanei’ della Regione Siciliana.</em></p>
<p>Un viaggio nella Sicilia suggestiva e dolorosa di Vincenzo Consolo.<br />
Un ritratto originale dell’isola attraverso gli occhi dello scrittore, ma anche un ritratto dell’uomo e dell’artista attraverso le luci e le ombre della sua terra.<br />
Questo documentario riscopre la voce preziosa di Consolo attraverso i suoi testi e le immagini della sua Sicilia, dalle profondità del Mito dell’isola, emerge una lettura lucida della Storia siciliana, italiana dal Dopoguerra ad oggi: l’emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.<br />
Una storia che lo scrittore stesso ha vissuto in prima persona, condividendola con alcuni tra i più importanti intellettuali italiani (Moravia, Levi, Pasolini, Sciascia).</p>
<p><em>Premio per il Miglior Documentario al Sicilian Film Festival di Miami Beach, Florida</em> (aprile 2009),<br />
<em>Menzione Speciale della Giuria al Mediterraneo Video Festival di Agropoli, Salerno</em> (settembre 2009)</p>
<p><strong>Il 20 ottobre si terrà la proiezione del film allo <a href="http://www.provincia.milano.it/cultura/spazi/spaziooberdan">Spazio Oberdan</a> a Milano, ore 20.30</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Tryptique récitatif: Giuseppe Schillaci, Paolo Grassi, Linda Calvino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 05:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[8x8]]></category>
		<category><![CDATA[Caffè Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Luccone]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[paolo barrella]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Grassi]]></category>
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					<description><![CDATA[I tre racconti che seguono sono stati letti dagli autori in occasione del primo incontro della serie 8&#215;8, ideato da Leonardo Luccone e che si svolge presso il Caffè Fandango, piazza di Pietra 32, Roma, a partire dalle ore 21. Le date previste e le case editrici madrine sono state e saranno: martedì 21 aprile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I tre racconti che seguono sono stati letti dagli autori in occasione del primo incontro della serie <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8_2009a_serate.html">8&#215;8</a>, ideato da Leonardo Luccone e che si svolge  presso il Caffè Fandango, piazza di Pietra 32, Roma, a partire dalle ore 21. Le date previste e le case editrici madrine sono state e saranno: martedì 21 aprile (minimum fax); martedì 5 maggio (Playground); martedì 25 maggio (Fanucci); martedì 9 giugno (Nutrimenti); martedì 16 giugno (Fandango). <strong>effeffe</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02.jpg" alt="huitsofa-02" title="huitsofa-02" width="400" height="300" class="alignnone size-full wp-image-17247" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p><strong>Baglio della Magnolia</strong><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong><br />
Fuori l’aria era ferma. La luce del tramonto iniziava a scivolare sulle creature dell’Orto Botanico, quando Saverio uscì dal laboratorio e prese a vagare per i sentieri odorosi. E come ogni sera, prima di tornare a casa, Saverio provò a svuotare la mente: si fermava, respirava forte e immaginava di essere albero, solitario e solido, legno tra i legni. </p>
<p><strong>Assedio</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Barrella</strong><br />
Ha cominciato a tagliare l’erba alle otto, otto e un quarto. Sentivo il rombo del tagliaerba a motore, direttamente in testa come un martello. Mi sono alzato alle otto e venticinque ed ero già stanco morto.<br />
Ogni volta che prendo un nuovo lavoro, non riesco a dormire. (continua)</p>
<p><strong>L’ora è fuggita</strong><br />
di<br />
<strong>Linda Calvino</strong><br />
Avevo quattro anni quando mio padre morì.<br />
Me lo ricordo bene, perché ero certa che fosse successo per colpa mia. Eravamo in quella che i grandi chiamavano “la stanza dei giochi”. La casa era immensa: potevamo permetterci un’ala al piano superiore riservata alla zona notte, e un’altra al piano inferiore con un salone che sembrava una piazza d’armi, una cucina che pareva un refettorio, un bagno che ricordava il boudoir di Maria Antonietta di Francia, e la stanza dei giochi, appunto. (à suivre)<br />
<span id="more-17246"></span></p>
<p><strong>Baglio della Magnolia</strong><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong><br />
Fuori l’aria era ferma. La luce del tramonto iniziava a scivolare sulle creature dell’Orto Botanico, quando Saverio uscì dal laboratorio e prese a vagare per i sentieri odorosi. E come ogni sera, prima di tornare a casa, Saverio provò a svuotare la mente: si fermava, respirava forte e immaginava di essere albero, solitario e solido, legno tra i legni.<br />
Quella sera, si trattenne più del solito. Vagolava tra i giardini e non trovava il suo posto tra le piante. Davanti alle immense colonne del Ficus Strangolatore, detto volgarmente Magnolia, ammirò l’esplosione di liane che tutto avvolgevano e ingoiavano, incrociando rami e radici.<br />
Poi s’accorse d’un tronco che risaliva dal sottosuolo come cresta di drago e che pareva sfidarlo. Subito fu assalito dalle angosce, dalle nostalgie del tempo. E l’esercizio di vegetalizzazione, come lo chiamava lui, fallì definitivamente.<br />
Allora provò ad alzare le difese e tornò a pensare al lavoro, alla cura delle sue creature, e riprese a camminare tra gli arbusti con occhi da botanico: l’albero bottiglia riprendeva il suo vigore, l’ibiscus cominciava a fiorire, la palma Washington era ormai divorata dal punteruolo rosso.<br />
Saverio accelerò il passo. Costeggiò la fontana delle ninfee e s’infilò dentro la guardiola dove il portiere spiluccava un infinito cruciverba.<br />
“Che mangia stasera?”, gli chiese Damiano senza staccare gli occhi dal foglio.<br />
“Mi faccio il ragù”, rispose lui.<br />
“Buon appetito Dotto’.”<br />
Saverio uscì dall’Orto Botanico e venne aggredito dal rumore della città. Appena fu su via Lincoln, il suo pensiero si fissò sul punteruolo rosso, l’insetto assassino delle palme. Le larve penetravano sotto le fronde e ne succhiavano la linfa fino a svuotarle, la chioma si contorceva e poi crollava di colpo. Sul terreno restava il tronco senza testa come il cadavere di un condannato a morte. Saverio sentiva tutta la propria impotenza davanti a quelle carcasse dritte come pali della luce. Il rischio era la pandemia, l’estinzione dei palmizi dall’intero Mediter¬raneo: per Saverio si trattava di una tragedia collettiva e di una sconfitta personale.<br />
Per lui alberi e piante erano identità e memoria di un luogo. L’uomo, con la sua boria di stemmi e palazzi, era soltanto un accidente.<br />
Saverio camminava con lo sguardo sospeso e non si accorse delle smorfie languide delle puttane che popolavano via Lincoln. Forse era la vicinanza del mare a favorire la riproduzione del punteruolo rosso, l’aria di iodio e salsedine.<br />
A un tratto, dall’altra parte del marciapiede, giunse acuto un fischio e poi un sibilo come il risucchio di un lungo bacio serrato tra le labbra.<br />
Saverio lasciò il parassita e l’ipotesi dell’aria di mare e puntò gli occhi verso il motorino che cigolava sull’altra carreggiata.<br />
In sella c’erano due malacarne, uno col cappellino dorato e uno rasato, che fischiavano a una donna.<br />
La donna si stringeva in uno scialle nero e zampettava veloce tra i cofani delle automobili. I due malacarne, evidentemente, non cercavano compagnia a pagamento, e la donna comunque non sembrava offrire quel servizio.<br />
Saverio cambiò passo, fu subito dall’altra parte della strada e s’infilò a testa bassa tra il motorino e la donna.<br />
“E tu chi minchia sei?”, fece il malacarne con gli occhi famelici.<br />
“Che c’è!?”, gridò Saverio facendosi coraggio.<br />
“Cornuto e sbirro!”, rispose uno accelerando, mentre l’altro lo centrava con uno sputo.<br />
Saverio si pulì il viso con la manica della giacca e proseguì verso la donna con lo scialle nero, tentando di intercettare il suo sguardo. La donna seguitava a camminare sul marciapiede, mentre di fronte una puttana saliva su una Panda rossa.<br />
“Che volevano?”, chiese a un certo punto Saverio.<br />
“Niente, non li conosco”, rispose la donna, rallentando fino a fermarsi e lasciando che lo scialle scoprisse il viso ambrato.<br />
“I soliti cani!”, sbottò lui.<br />
“Grazie, sono arrivata”, fece la donna con un accento locale innestato su un ceppo straniero.<br />
“Se ha bisogno, io lavoro qui di fronte”, disse Saverio.<br />
“Arrivederci”, fece la donna accennando un sorriso e infilandosi in una stradina che lui non aveva mai visto prima: Baglio della Magnolia, c’era scritto sul tufo. Saverio fissò la sagoma mentre spariva nell’oscurità, poi si frugò in tasca e si accorse di aver dimenticato le pastiglie per il diabete.<br />
Tornò trafelato all’Orto Botanico col pensiero agli occhi neri della donna.<br />
Bussò al portone diverse volte prima che Damiano venisse ad aprire e poi, senza una vera ragione, gli disse di quella donna e di quei ragazzi sul motorino, omettendo il dettaglio dello sputo.<br />
Damiano alzò gli occhi dal cruciverba e balbettò con impeto, quasi urlando: “Sono loro la vera disgrazia di questa terra, Dotto’”.<br />
“I soliti parassiti, si sentono padroni già a tredici anni”, fece Saverio.<br />
“Ma la signorina chiamò aiuto?”<br />
“Aiuto o non aiuto, si vedeva che era in difficoltà…”<br />
“Brutta è la zona.”<br />
“Abitava qui di fronte, al Baglio della Magnolia”, continuò Saverio.<br />
“Al Baglio della Magnolia? Impossibile,” fece Damiano chiudendo il cruciverba, “lì non ci abita più nessuno da sessanta anni. Io lo so, perché ci stava mia madre in quelle case, prima delle bombe”.<br />
“Ma che dite Damiano?”<br />
“A parlare con gli alberi si diventa pazzi di catena, Dotto’… perdete colpi.”<br />
Saverio non gli diede retta, ingoiò la pastiglia e tornò subito fuori.<br />
Una luna sottile non riusciva a schiarire il cielo. Saverio pensava alla donna con lo scialle, ai suoi occhi neri. Poi ancora a quei cani arroganti, ai punteruoli della sua terra. Senza interrompere il flusso dei pensieri e dei passi, s’inoltrò nel vicolo buio dove era sparita la donna.<br />
In fondo formicolava il lumino di un altare per santi. La viuzza era ricoperta di rifiuti e girava subito a sinistra. I tufi diroccati non davano segni di vita e il cortile si chiuse dopo pochi passi in un cancello di ferro. Saverio avanzò nel buio, spingendo lo sguardo oltre le grate di ruggine.<br />
Dentro c’era un rudere assaltato da rampicanti e rovi e, proprio nel mezzo, una sontuosa magnolia.<br />
Saverio si stupì di non aver mai notato prima quell’esemplare meraviglioso di ficus strangolatore. Scrutò le linee sinuose dei tronchi, le acrobazie di rami e liane, la corteccia come pelle d’elefante. Provò a forzare il cancello, ma la base era fossilizzata al terreno.<br />
Spiando tra le foglie, oltre il labirinto di rami, vide un’altra creatura. Dentro la magnolia. Avvinghiata dalle trecce del pachiderma, c’era il tronco rinsecchito di una palma decollata. I tentacoli della magnolia si stringevano sulle vertebre della palma come a proteggerla o a soffocarla. Saverio sentì una profonda pietà per quel albero senza testa, ma non osò condannare la potenza fatale della magnolia.<br />
Poi si voltò a scrutare il vicolo, cercare tracce umane.<br />
Gli parve di vedere la donna con lo scialle nero, o almeno i suoi occhi, neri, come quelli d’Agata, la donna con cui Saverio aveva spartito la sua vita e che poi l’aveva lasciato solo. Sentì braccia che lo avvolgevano, occhi che lo fissavano, mani amorevoli e crudeli.<br />
“L’abbraccio tra due creature è sempre spasimo”, sussurrò Saverio venendo via dal baglio, e dagli occhi d’Agata. Le spire della magnolia non avrebbero allentato la morsa. </p>
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<p><strong>Assedio</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Barrella</strong></p>
<p>Ha cominciato a tagliare l’erba alle otto, otto e un quarto. Sentivo il rombo del tagliaerba a motore, direttamente in testa come un martello. Mi sono alzato alle otto e venticinque ed ero già stanco morto.<br />
Ogni volta che prendo un nuovo lavoro, non riesco a dormire. Mi sono addormentato verso le quattro, dopo essere stato sveglio per tre ore ed essermi alzato un paio di volte per la poppata del bambino. Non appena lo sentivo piangere, mi precipitavo a scaldare il biberon, mentre Livia si girava nel letto e implorava di lasciarla dormire. Chiaro: la mattina si alza presto per andare al lavoro, io no.<br />
Ho messo su il caffè e ho acceso la prima sigaretta. Mentre aspetto, do un’occhiata al frigo e annoto mentalmente la spesa per il pomeriggio. Sul tavolo il solito biglietto di Livia con le commissioni da sbrigare. Tra le altre cose devo andare al supermercato, perché il frigo è mezzo vuoto – ma di questo me ne sono accorto già io, e poi la portafinestra del soggiorno: ricordo che viene Mario per aggiustarla? Appallottolo il foglio e lo lancio nella pattumiera.<br />
Il ronzio del tagliaerba s’è fatto sempre più nitido e vicino, minacciosamente vicino. Prendo il caffè e spalanco le finestre. In fondo al viale noto la Cromo grigio metallizzata di Mario. Dopo poco lo vedo apparire dietro la siepe, al seguito del suo tosaerba maledetto. Credo che abbia guardato da questa parte, io mi tiro subito indietro. Chissà se mi ha visto.<br />
Mi chiudo nella mia stanza e accendo il computer. I tempi di consegna della traduzione sono strettissimi. Il primo lavoro decente, dopo tanto tempo. Si tratta di un sistema di videosorveglianza di una ditta tedesca che il comune vuole installare in ogni quartiere per la sicurezza dei cittadini. Credo che tutto questo si chiami politica del territorio o controllo del territorio, che poi è lo stesso. Dalla casa accanto sento le voci. Del bambino e della nonna, la madre di Livia. Lei gli canta una canzoncina per tenerlo buono. Non riesco a rendere bene una particolare espressione idiomatica che in italiano dovrebbe suonare pressoché così: non c’è niente che spaventa di più la gente che sentirsi in pericolo come un topo in trappola. Più o meno così. Sento picchiettare fuori, dal lato del soggiorno. Non è troppo presto per essere Mario? I colpi si fanno più insistenti, poi una voce chiama: “C’è nessuno?”. Come se non sapesse che ci sono io. Mi alzo e gli apro.<br />
“Disturbo?”<br />
“No, per niente.”<br />
Mario fa cenno alla portafinestra girando in un vortice l’indice della mano: “Sai tutto?”.<br />
“Sì, Livia mi ha informato, ma pensavo che dovessi prima finire in giardino.”<br />
“Già fatto!”, dice. “La mattina vengo presto, alle sette e mezzo già sono qua. Non mi hai sentito?”<br />
“No.”<br />
“No?”, mi guarda perplesso.<br />
“Vuoi un caffè? L’ho appena fatto.”<br />
“Non prendo caffè. Il dottore mi ha vietato di prendere caffè.”<br />
“Un succo di frutta, allora.”<br />
“Sì, un succo, grazie.”<br />
Svuoto il bricco, un bicchiere per lui, uno per me. Mario beve qualche sorso, poi si guarda in giro: “Prendo la scala”. Dice così e fa per dirigersi verso lo sgabuzzino delle scope.<br />
“Ci vado io.” Mi precipito a prendere la scala perché non mi va che si senta libero di girare per casa.<br />
Al mio ritorno, lo trovo già al lavoro. Fa girare sui cardini le imposte di legno della portafinestra. Poi osserva con cura il saliscendi fissato a uno dei battenti. I suoi movimenti sono abili e precisi, fa tutto con estrema calma, come se avesse tutto il giorno a disposizione. Infine sentenzia: “Bah! Adesso provo, così capisco il problema”. Chiude gli infissi interni di alluminio, alza le zanzariere e accosta le imposte esterne di legno. “Ecco, vedi? La maniglia del saliscendi tocca gli infissi e non riesce ad agganciarsi sotto.” Guarda su in alto. “Voglio però vedere se aggancia sopra. Mi reggi la scala? No, sopra sta bene. Allora è solo il gancio di sotto.”<br />
Scende e finisce il succo. Mi costringe a stare qui impalato, anche se non so fare un cazzo. Intanto sono già passate le dieci. Comincia a battere il gancio con un martello, e intanto chiacchiera. “Stamattina ho visto Livia. Correva come una matta, a stento mi ha salutato. L’ho vista strana. Mica avete litigato?”<br />
“No, non abbiamo litigato.”<br />
“Ah, no? Perché l’ho vista strana, allora ho pensato: vuoi vedere che hanno litigato?”<br />
“Non è così.”<br />
“Già, non è così.” S’interrompe per un attimo e mi fissa. Poi prosegue a battere: “Fa una vita troppo sbattuta, il bambino, la casa, il lavoro… A proposito, a te come va? Sei riuscito a ingranare?”.<br />
“Cioè?” Comincia ad innervosirmi, lui vuole chiacchierare, io non ho niente da dirgli, voglio solo ritornare al mio lavoro.<br />
Come se avesse letto nei miei pensieri, si affretta a dire: “Forse eri impegnato. Ti sto facendo perdere tempo”. Ma poi subito aggiunge: “Mi passi la tenaglia?”. Gliela passo e lui continua: “No, intendevo questo nuovo lavoro che hai preso. Ti va bene?”.<br />
“Insomma”, mi schermisco. “Non c’è male.”<br />
“Eh, lo so, questi sono lavori da due soldi, tanto tempo per buttare giù una pagina e poi ti pagano poco e niente. Secondo me, dovresti cercare altro. Prendi mio figlio: ha cominciato come operaio in una ditta e ora si è messo in proprio, padrone in casa sua.”<br />
Ma chi è, mio padre? Come si permette di parlarmi in questo modo? E poi chi lo conosce suo figlio? Ne parla sempre lui, mai visto. Annuisco con condiscendenza, ma dentro mi monta la rabbia. Taccio del tutto. All’improvviso sentiamo piangere il bambino.<br />
“Non è che si sente male?”, chiede Mario con tono preoccupato.<br />
“Non… credo. È un po’ irrequieto perché sta mettendo i denti.” Cerco di tranquillizzarmi. In realtà ho il terrore che la nonna mi porti il bambino prima delle quattro.<br />
Mario scuote la testa: “Per principio, io sono contrario a lasciare i bambini dai nonni. Ai miei figli ci ha sempre pensato mia moglie. Certo, io lavoravo e lei no, però era giusto così. Altri tempi. Ora è cambiato tutto”.<br />
Per fortuna il bambino ha subito smesso di piangere, si sente che gioca di nuovo con la nonna.<br />
“Toh, hai sentito? La nonna ci sa proprio fare”, continua lui. “Certo, se non ci fosse lei che ve lo tiene…”<br />
Lo stoppo subito: “Ora se permetti vado di là a finire il mio lavoro”.<br />
“Oh, scusami se ti ho fatto perdere tempo. Vai pure. Tanto, qui tra un po’ ho finito.”<br />
Sarà! A me sembra ancora in alto mare.<br />
Appena mi siedo, riprende a battere con il suo fottuto martello. Niente, non riesco a concentrarmi con quello di là che fa un fracasso del diavolo. Mi rialzo, esausto. È quasi mezzogiorno. Mi viene voglia di altro caffè. Di là non sento più niente, s’è placato. Lo trovo seduto sul divanetto di vimini che sfoglia la Guida Tv. Con sgomento, mi accorgo che ha smontato la portafinestra.<br />
“Mi riposavo un po’”, dice come per giustificarsi. “Ho la schiena a pezzi. Che fai, prendi altro caffè?”<br />
“Sì, mi va. C’era proprio bisogno di sfilarla via?”, chiedo indicando la portafinestra appoggiata alla parete.<br />
“Come sarebbe a dire?”, dice lui, offeso. “Certo che ce n’era bisogno! Ti pare che potessi lavorarci senza smontarla tutta?”<br />
“Pensavo che ci volesse meno tempo”, provo a rimediare.<br />
Ma lui non gradisce e aggiunge in tono ironico: “Ma certo, adesso sono tutti bravi a dirti come vanno fatte le cose”.<br />
“Scusa, non intendevo offenderti.”<br />
“No, niente, niente”, fa lui. Si alza e si rimette al lavoro. Di tanto in tanto mi sbircia al di sopra degli occhiali che gli sono scivolati sulla punta del naso. Io lo guardo, lui mi guarda. Aggiusta con un dito gli occhiali sul naso, poi sbotta: “Che fate, vi separate?”.<br />
Mi colpisce come una cinghiata in faccia, sono annientato, depongo le armi contro l’intruso. Scuoto la testa: “Non lo so, non lo so…”.<br />
Mi interrompe con un’alzata di mano: “Quand’è così, va fatto. Fino a quando potete continuare così?”.<br />
Annuisco trattenendo le lacrime, non ho più la forza di muovere un muscolo.<br />
Mario si avvicina, rattristato. Mi abbandono sulle sue spalle, piango come un bambino.<br />
Usciamo. Ci allunghiamo in silenzio fino al cancello. Dovrò rivedere tutto, da adesso in poi dovrò rivedere la mia vita da cima a fondo.<br />
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<p><strong>L’ora è fuggita</strong><br />
di<br />
<strong>Linda Calvino</strong></p>
<p>Avevo quattro anni quando mio padre morì.<br />
Me lo ricordo bene, perché ero certa che fosse successo per colpa mia. Eravamo in quella che i grandi chiamavano “la stanza dei giochi”. La casa era immensa: potevamo permetterci un’ala al piano superiore riservata alla zona notte, e un’altra al piano inferiore con un salone che sembrava una piazza d’armi, una cucina che pareva un refettorio, un bagno che ricordava il boudoir di Maria Antonietta di Francia, e la stanza dei giochi, appunto.<br />
Eravamo nella stanza dei giochi. Mio padre e io. Soli.<br />
Coloravo un album di figure, per terra, accoccolata sulle ginocchia, tra pastelli di cera e pennarelli Carioca. Animali che nascevano a nuova vita grazie alle tinte improbabili partorite dalla mia fantasia: elefanti blu, giraffe verdi e viola, leoni rosa acceso.<br />
Lui doveva aver pensato che era un’occupazione troppo statica e noiosa per una bambina di quell’età, così si alzò dal divano su cui era sdraiato a leggere il giornale e mi si avvicinò con fare scherzoso, clownesco quasi.<br />
“Allora, amore di papà?… Basta con questi colori, su! Corri, corri, che t’acchiappo!”<br />
Prese a solleticarmi lungo le costole, cosa che detestavo al punto di concentrarmi su una reazione il più possibile violenta che avesse il potere di far cessare quella tortura. I grandi pensano che sia divertente, ma non funziona così con tutti.<br />
Gli urlavo di smettere, ma i miei urli anziché impietosirlo lo eccitavano, e mi solleticava ancora, e ancora. Cominciai a scalciare, cercando di colpirlo più per fargli male che per liberarmi dalle sue dita insistenti e cattive. Credo anche di avergli piantato i denti in una mano, stringendo forte, più forte che potevo, convinta di essere il leone rosa del mio album di figure che non ero riuscita a completare.<br />
Gli mollai un calcio in faccia. Mio padre si portò le mani alla bocca con un lamento, poi le tirò via insanguinate. Gli avevo spaccato un labbro. Approfittai della cosa per mettermi in piedi e schizzare verso la piazza d’armi del salone. Lui mi corse dietro.<br />
“Dove vai, disgraziata? Vieni qua! Guarda che hai fatto a tuo padre!”<br />
Correvo per come può correre una bambina di quattro anni. La distanza da coprire per arrivare al salone mi sembrò infinita, ma lì avrei potuto facilmente trovare scampo; mi sarei rifugiata sotto il tavolo, o forse nell’anfratto tra il muro e la credenza dell’Ottocento inglese, oppure dietro la poltrona da barbiere nell’angolo vicino al balcone.<br />
Lui stava per raggiungermi. Non mi rendevo conto che il suo era un finto inseguimento, che avanzava a falcate lente per darmi l’illusione di essere un coniglio braccato da un lupo. Correvo, correvo tutt’intorno al salone, sbattendo contro le sedie e i tavolini pieni di cornici e ninnoli d’argento, incespicando sui tappeti, tirandomi su, piangendo. Avevo ferito mio padre, gli avevo spaccato un labbro. Quale punizione mi attendeva? Mi avrebbe picchiata con le sue mani enormi? Costretta a mangiare merluzzo? O avrebbe ripreso a solleticarmi fino a farmi morire?<br />
Un rantolo.<br />
Alle mie spalle.<br />
Non capii subito, concentrata com’ero sulla ricerca della salvezza.<br />
Poi forse l’istinto.<br />
Mi girai.<br />
Lui era in piedi. Barcollava, la bocca spalancata, la mano sul petto.<br />
Succhiava l’aria e la risputava fuori come un mantice, le dita artigliate alla camicia.<br />
Cadde in avanti, contro la spalliera della sedia infilata sotto il tavolo da pranzo. Ci rimase aggrappato con un braccio mentre precipitava per terra a faccia in su, trascinandosela dietro.<br />
Boccheggiò e si contrasse per qualche secondo, come il pesce rosso che avevamo comprato insieme al luna park e che io avevo subito tirato fuori dall’acqua pensando che tutta quella umidità gli avrebbe fatto male.<br />
Poi, più niente.<br />
Solo due occhi sbarrati, un rivolo di sangue dal labbro, e silenzio.<br />
Era la prima volta che moriva.</p>
<p>*</p>
<p>Mi piaceva leggere.<br />
Nonna mi aveva insegnato a farlo che ero molto piccola.<br />
Mi raccontava storie bellissime nascondendomi però alcuni dettagli, e mi spingeva a cercarli nei libri di cui casa sua era piena, anche in soffitta, dove li teneva stipati dentro imponenti bauli in mezzo a vecchie biciclette, cimeli di famiglia e agli sci con cui andava in montagna quando era ragazza. Mi perdevo tra pirati, piccole donne e piccole donne che crescevano, lampionai e figli del capitano Grant.<br />
Un giorno scoprii Pinocchio e me ne innamorai. Imparai a leggerlo dando anche la giusta intonazione: di volta in volta ero il narratore, maestro Ciliegia, il Grillo parlante o la Fata dai capelli turchini. Mio padre aveva comprato un registratore a bobine, e io, novella Sarah Bernhardt, trascorrevo interi pomeriggi a incidere me stessa mentre interpretavo Le avventure di Pinocchio.<br />
Eravamo in salone. Mio padre e io. Soli.<br />
Lui leggeva il giornale sdraiato su un mastodontico divano bianco: occupava due pareti, ed era composto da più blocchi che si spostavano sul pavimento liscio ogni volta che ti ci stendevi, creando un vuoto improvviso e facendoti finire col sedere per terra.<br />
Io stavo sul tappeto, il libro di Pinocchio spalancato sul grembo, tutta presa a dare il meglio di me nella registrazione di una delle sue avventure.<br />
Declamavo con la bocca appiccicata a un microfono rettangolare, grigio chiaro, con una specie di griglia sul davanti e un ferretto sul retro che serviva a tenerlo in piedi se lo si poggiava su un piano. Ma non mi davo pace: ora mi dava fastidio tenerlo in mano, ora mi pareva troppo lontano dalla bocca, ora si chiudeva il ferretto di sostegno e il microfono cadeva.<br />
I rimproveri di mio padre arrivavano puntuali a ogni decisione che prendevo sulla sorte di quell’aggeggio.<br />
“Ferma… Spostalo dalla bocca, è troppo vicino… Attenta con quel ferretto… Piano, che lo rompi… Non tirare troppo il filo… Fa’ attenzione a dove lo poggi… Vuoi starmi a sentire, sì o no?”<br />
Ma io avvertivo un piacere sottile a fare l’esatto opposto di quello che lui mi ordinava; ci provavo gusto, e questo lo faceva imbestialire.<br />
Cominciò a strillare, appallottolò il giornale con rabbia e lo lanciò, mettendosi di scatto seduto sul divano e facendo spostare i blocchi su cui era disteso fino a poco prima, precipitando a terra di culo.<br />
Scoppiai a sghignazzare, additandolo, e polverizzando in un istante tutto il suo carisma genitoriale.<br />
Fu un attimo.<br />
Di colpo divenne livido e prese ad ansimare. Si portò la mano al petto e gorgogliò.<br />
Poi fece una specie di sibilo, e piano piano reclinò la testa.<br />
Rimase lì, immobile, col culo per terra, stretto fra i due blocchi del divano bianco.<br />
Lo fissai per un po’ senza muovere un muscolo, in silenzio.<br />
Riafferrai il microfono, lo appiccicai alla bocca e ricominciai: “C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze…”<br />
Era la seconda volta che mio padre moriva, e non ne ero più tanto convinta.</p>
<p>*</p>
<p>Da allora, sarà morto una ventina di volte.<br />
O forse di più, ma ho smesso di contarle da tempo.<br />
E adesso che sono qui, in chiesa, avvolta dai fumi penetranti dell’incenso e dalle salmodie del prete con la stola viola al collo, fisso la bara e osservo la gente intorno.<br />
Piangono.<br />
Quando l’altra sera mio padre ha preso a rantolare e si è portato la mano al petto, nessuno ci ha badato. È caduto come una pera cotta davanti al lavello, in cucina; e lì è rimasto. Abbiamo cenato, rassettato, muovendoci anche con una certa difficoltà attorno al suo corpo ingombrante. L’indomani mattina stava ancora là.<br />
Per tutta la vita ha finto di morire per spiare le reazioni di chi assisteva alla sua fine, e ora che è morto sul serio non può godersi lo spettacolo.<br />
Piangono.<br />
Solo io sono fredda e impassibile. So da un pezzo cosa si prova a perdere il padre. Le mie lacrime le ho già piante tutte e non ne ho più da regalargliene.<br />
Fosse per me, lo butterei nudo nella terra nuda; lo getterei negli abissi, in pasto ai pesci.<br />
Esco dalla chiesa e mi incammino verso il lungomare.<br />
Soffia una brezza piacevole.<br />
Mi rollo una canna.<br />
E rido. Finalmente, rido.</p>
<p>#<br />
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<p><strong>Intervista a Leonardo Luccone</strong></p>
<p>Forlani: <em>Leonardo, cos’è 8&#215;8? Un Suv?</em></p>
<p>Luccone: Macché. <em>È un concorso letterario (l’unico senza quote di iscrizioni e senza premi, a parte qualche libro che il vincitore sarà costretto a portarsi a casa) che abbiamo organizzato noi di Oblique Studio con Fandango. A corredo ci sono una serie di case editrici (le madrine) che ci accompagneranno in quest’avventura. Precisamente: minimum fax, Fanucci, Playground e Nutrimenti. Volevamo fare una cosa divertente e autocanzonatoria, e soprattutto fare uno sberleffo agli insulti di una triste stagione dei premi. Mi piacerebbe che partecipasse il grande pubblico di lettori e scrittori di qualità e aspirazioni. Qualche notizia in più si trova <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8.html">su questo link.</a><br />
</em><br />
Forlani: <em>Sei sicuro che non si vince niente? Nemmeno ai giurati va qualcosa? Che so, una pizza e birra, un gratta e vinci, insomma un incentivo ci sarà.</em></p>
<p>Luccone: <em>A te una pizza (salsiccia e friarielli, ndr) e una birra te la offro io di cuore. Questa manifestazione è a costo zero per tutti. Credo che l’unica cosa che un autore debba volere è essere letto. Qui noi chiediamo una cosa in più: che sia l’autore a leggere sé stesso. Mi rendo conto che i valori potrebbero alterarsi, ma fa parte del gioco. Voglio riprendere la grande tradizione romana delle letture ininterrotte davanti al pubblico. I bei tempi di Braci e Prato pagano.</em></p>
<p>Forlani: <em>Ci spieghi allora in cosa consiste the game?</em></p>
<p>Luccone: <em>Chiunque può mandare un racconto inedito che soddisfi queste due condizioni: deve essere lungo al massimo 8000 battute e deve poter essere letto in otto minuti. C’è una preselezione con un comitato formato da persone di Fandango e Oblique e quaranta fortunati potranno leggere i loro racconti. Cinque serate, otto racconti per sera. Al Caffè Fandango, in pieno centro di Roma.<br />
Ogni serata sarà caratterizzata dalla presenza di una casa editrice madrina che entrerà a far parte della giuria insieme a persone di Fandango e di Oblique Studio. Oltre a questa giura, che per prenderci in giro chiamiamo di qualità (e in effetti sembra proprio quella di Sanremo o quella di Ballando con le stelle), c’è la giuria popolare, costituita dal pubblico presente il sala. Tutto qua.</em></p>
<p>Forlani: <em>Quando si comincia? Avete già delle adesioni?</em> </p>
<p>Luccone: <em>Abbiamo cominciato da tre settimane. Sono arrivati già duecento racconti. Dieci giorni prima di ogni serata (la prima è stata il 21 aprile, con minimum fax a fare da madrina) pubblichiamo i nomi dei selezionati sul sito di Oblique. E così via fino al 16 giugno, gran finale con Fandango.</em></p>
<p>Forlani: <em>Si puoi dire se ci sono stili e temi ricorrenti, provenienza geografica, anagrafica, insomma se ci sono nuove dal fronte occidentale? Oltre alla scrittura sarà premiato anche il livello performativo?</em></p>
<p>Luccone:<em> Grosse nuove non ce ne sono. Mi sembra che i racconti siano in linea con la qualità e i temi dei manoscritti che invadono le case editrici. Domina il solito autobiografismo. Disagio giovanile, solitudine. Inadeguatezza. C’è molta tristezza e amarezza di fondo. Le storie incardinate sulla famiglia sono la maggior parte. Quanto alla provenienza: sono arrivati racconti da Biella a Palermo, con un prevedibile picco su Lazio e Campania. L’età è compresa tra i venti e cinquant’anni. Tra i racconti arrivati ci sono pure quelli di scrittori già conosciuti, giornalisti e amici.<br />
La tua idea di premiare la performance è molto bella. La faremo nostra.</em></p>
<p>Forlani: <em>Girando per l’Italia mi sembra che si stia delineando – come nel passato, forse di meno o di più – una cartografia letteraria che vede Roma e Milano come centri di aggregazione letteraria, di lettori e scriventi. Secondo te conta molto la spinta degli editori? </em></p>
<p>Luccone: <em>Sì, è così. Roma sta crescendo molto. C’è un’interessante spinta dell’editoria giovane. C’è aggregazione, voglia di fare, spirito di iniziativa. Ci manca – complessivamente – il mestiere, e i progetti sono un po’ vacillanti. Ci si monta la testa facilmente, si pensa troppo presto a far cassa, e il pubblico se ne accorge. Quando i passaggi da meteore a case editrici di catalogo (e tra queste ci metto solo e/o; altri candidati sono Fanucci, Fazi e minimum fax; dal ragionamento ho escluso Newton&#038;Compton e Einaudi Stile libero) saranno una decina, l’incidenza dell’editoria romana sarà più significativa e forse i distributori avranno un po’ più di rispetto. La casa editrice romana più significativa degli ultimi trent’anni, secondo me, è stata Theoria.<br />
Milano e Torino continuano a essere il passato e il presente. Ora però il futuro devono cominciare a guadagnarselo anche loro.<br />
</em><br />
Forlani: <em>I partecipanti si giocano una qualche chance in questa occasione di concorso?</em></p>
<p>Luccone: <em>Eh sì. Ci mettono la faccia. E poi ad ascoltarli ci sono editor, responsabili di collana. Chissà che non venga fuori qualche nuovo talento…</em></p>
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