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	<title>giustizia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 13:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(riproponiamo questo pezzo su Cesare Battisti pubblicato il 10.01.2011, con il dibattito che ne è seguito nei commenti; certo andrebbero analizzati ora il retroterra e le ragioni della scomposta esultanza del mondo politico e giornalistico nei confronti dell&#8217;arresto di Battisti, a tanti anni dai fatti, così come il corrispettivo silenzio nei confronti dell&#8217;impunità della maggior [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(riproponiamo questo pezzo su Cesare Battisti pubblicato il 10.01.2011, con il dibattito che ne è seguito nei commenti; certo andrebbero analizzati ora il retroterra e le ragioni della scomposta esultanza del mondo politico e giornalistico nei confronti dell&#8217;arresto di Battisti, a tanti anni dai fatti, così come il corrispettivo silenzio nei confronti dell&#8217;impunità della maggior parte dei responsabili, e dei mandanti, delle sanguinose violenze di matrice fascista dello stesso periodo storico)</em></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. <span id="more-37707"></span>A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo. Quindi ci siamo messi a parlare, bevendo uno scontroso vino rosso messo a disposizione dall’organizzazione. Confesso che all’epoca sapevo molto poco del suo passato, ma avevo letto e apprezzato un paio dei suoi libri. A distanza di tanto tempo non saprei dire con precisione di cosa, ma abbiamo conversato senza sosta per quattro ore. Quando passava di lì l’accigliata organizzatrice ci guardava un po’ strano, perché presi dalla foga della discussione, e forse un po’ anche dall’alcol, del quale Battisti sembrava particolarmente ghiotto, ci eravamo sistemati di spalle ai disattenti visitatori (non era previsto alcun compenso pecuniario, specifico). Siamo poi rientrati in città assieme con i mezzi pubblici, e ricordo molto bene la sua maniera di salutarmi alla stazione della metropolitana. Per un istante mi ha abbracciato con calore, ma irrigidendosi subito in una postura grave e vigile, come chiudendosi di nuovo in se stesso, come concentrandosi su quello che doveva fare. E’ così che salutano i latitanti, mi è venuto da pensare. Lo ho poi guardato sgusciare con passo ostinato tra la folla, senza voltarsi.</p>
<p>Racconto questo aneddoto per lo stesso motivo per il quale me lo sono ripassato infinite volte nella mia testa: per avere qualche indizio. La verità è che io non so se Battisti sia colpevole o meno. Certo, i processi lo hanno condannato in modo definitivo, e in questo momento quasi tutti danno per scontato che lo sia. Se però si leggono le argomentazioni di persone anche autorevoli che hanno commentato l’iter della giustizia, e io ho provato a farlo, si hanno devastanti dubbi su come la macchina giudiziaria ha proceduto. Non voglio addentrarmi qui nei dettagli delle incongruenze e delle zone torbide (e in primo luogo la pochissima attendibilità dei pentiti su cui si reggeva l’impianto dell’accusa e l’utilizzo della tortura): dico solo che come semplice cittadino io in coscienza non so se Battisti sia responsabile o meno di tutte le nefandezze che gli sono state imputate. Rispetto a altri fatti che hanno insanguinato l’Italia degli anni sessanta e settanta in questo caso la giustizia ha agito con una relativa velocità, ma restano le analoghe lancinanti ombre. Non sto criticando la giustizia italiana, nella quale credo fermamente (e proprio di questi tempi di crisi se ne hanno consolantissime conferme), intendiamoci bene: esprimo solo i miei dubbi su quel particolare episodio giudiziario, i miei dubbi di cittadino che riflette a quello che legge e che prima di essere convinto vuole vedere delle prove chiare e non contraddittorie.</p>
<p>Io capisco benissimo la reazione dei parenti delle vittime. Capisco il loro dolore, capisco il loro bisogno di giustizia, la loro volontà che chi ha fatto loro tanto male paghi. Lo capisco per una mia naturale empatia con le vittime, di qualunque natura e estrazione esse siano, testimoniata dal fatto che la maggior parte dei miei testi letterari narrano vicende di vittime (come ha sottolineato qualche critico). Credo che le vittime vadano rispettate e ascoltate, credo che sia giusto che le loro emozioni pesino. Però credo anche che le vittime vedono solo il particolare, quel particolare che le ha devastate, mentre le istituzioni e chi le rappresenta dovrebbe avere invece una visione più articolata e più generale, non influenzata dalle emozioni. Per il bene della nazione e della democrazia. Per rispettare le ragioni di tutte le parti, perché in futuro quei fattacci non si abbiano a riprodurre. Perché è solo prendendo le distanze con equanimità e senso storico (troppo bello se tutti i torti stessero da una parte sola!) da ciò che è avvenuto che si può voltare pagina e andare avanti, affrontando serenamente le nuove emergenze.</p>
<p>Se c’è una cosa che proprio non si può dire degli anni di piombo, mi sembra, è che le persone che sono state coinvolte nella lotta armata non abbiano pagato. Ricordo che moltissimi protagonisti all’epoca dei fatti erano molto giovani (sempre più giovani mano a mano che la diabolica parabola del terrorismo avanzava), moltissimi venivano da situazioni di subcultura (a questo proposito si veda per esempio l’illuminante <em>Storie di lotta armata</em> di Manconi). Si sono lanciati nella violenza anche perché (sottolineo: anche) nessuno ha spiegato loro in modo convincente le ragioni per non farlo, perché nessuno li aveva educati. La riprova: nei paesi dove quegli stessi giovani in rivolta respiravano un clima culturale che costituiva una potente barriera nei confronti delle grettissime e obsolete farneticazioni teoriche degli ideologici teorici della lotta armata, presenti ovunque, il terrorismo non ha attecchito. Questa naturalmente non può essere una giustificazione, ma è pur sempre una verità che non può essere ignorata. La chiusura e l’arretratezza culturali dell’Italia di quegli anni e della sua classe dirigente, e i retaggi legati alla fine del fascismo, sono stati il substrato sul quale il terrorismo ha prosperato. Ignorare questo mi sembra altrettanto grave che sminuire le ragioni delle vittime della violenza.</p>
<p>Ma lasciamo stare, non voglio addentrarmi in questo discorso che richiederebbe, per evitare fraintendimenti, ben altro spazio. Quello che voglio dire è invece che moltissimi di quei giovani terroristi, la stragrande maggioranza, sono stati in carcere, in condizioni molto dure, hanno poi intrapreso lunghi e umili percorsi di reinserimento. Le testimonianze scritte, più o meno valide sul piano letterario, sono molto numerose. Certo, come sempre succede qualcuno l’ha fatta franca, ma nel complesso i responsabili di fatti di sangue hanno pagato, c’è stata giustizia. E’ un dato di fatto molto importante, sia sul piano oggettivo (in particolare proprio nei confronti del dolore e delle rivendicazioni delle vittime) che sul piano simbolico, per la salute della nostra democrazia. Una democrazia non può permettersi che chi l’ha ferita non paghi.</p>
<p>Il fatto che sugli anni di piombo si sia fatta giustizia non è per niente scontato. Viviamo in un paese che ha vissuto recentemente una dittatura che è durata più di un ventennio, responsabile della morte, per non considerare solo il crimine più infame, di molte migliaia di ebrei. Questo episodio drammatico della nostra storia è stato archiviato prima ancora di cominciare a fare i conti, visto che un anno dopo la fine della guerra è stata fatta un’amnistia. Certo, qualche rara autorità fascista ha pagato con la vita o con la prigione, o con l’esilio, ma la maggior parte dei responsabili non ha affatto pagato. Decine di migliaia di persone che avrebbero dovuto rispondere dei loro atti (e qui non si trattava di ragazzi) sono usciti completamente indenni. Molti mali dell’Italia attuale, e della debolezza della nostra democrazia, possono essere a mio avviso legati proprio a questa mancata presa di distanza dal fascismo. E’ il caso opposto a quello della stagione della lotta armata. E anche qui, mi permetto di ricordare, ci sono vittime le cui piaghe sono ancora aperte. Io ne conosco personalmente più di una. Sono discendenti di oppositori del fascismo, o di ebrei, costretti a sorbirsi l’incredibile benevolenza con cui si tratta, a cominciare proprio da molti rappresentanti del governo e delle istituzioni, il fascismo.</p>
<p>Ammettiamo che Battisti &#8211; io in coscienza non lo so, l’ho già detto &#8211; sia responsabile di tutti i delitti per i quali è stato condannato, ammettiamo che sia il sordido e sinistro figuro che molti dipingono (a me non ha fatto quest’impressione). Perché queste dichiarazioni inconsulte e questa concitazione da periodo di emergenza, perché queste reazioni per molti versi isteriche? Il fatto che questa buia vicenda della nostra storia si sia conclusa, e che per una volta l’Italia abbia fatto le cose piuttosto bene, non dovrebbe spingere a impiegare toni più pacati, non dovrebbe incitare a parlare con il piglio di chi ha la coscienza a posto, di chi intende guardare con fiducia e con ponderatezza al futuro? Non parlo delle vittime, ripeto, che hanno pieno diritto di gridare la loro rabbia e il loro dolore, parlo dei rappresentanti del governo e delle istituzioni dello stato. Perché non protestare con composta fermezza, se non si ritengono legittime le decisioni delle autorità brasiliane? Perché non approfittare dell’occasione per ricordare che nella maggioranza degli altri casi la giustizia è stata fatta, invece di soffiare sulle braci? Perché non mostrare serenità e equilibrio e equanimità storica, che sarebbero molto salutari in questo momento nel quale alcuni sintomi ci dicono che purtroppo il terrorismo potrebbe risorgere dalle sue ceneri? Perché denigrare l’intellighenzia e i media esteri, che proprio in questo periodo sono così attenti alle vicissitudini della nostra democrazia? (senza contare l’oggettiva ridicolaggine delle avventate affermazioni, per chi conosca un minimo le realtà di cui si vaneggia).</p>
<p>Un’ultima cosa. L’esilio. A mio modesto parere l’esilio è pur sempre una punizione. Una separazione dalle cose, dalle persone, dalla lingua madre. Che sia colpevole o meno (anche un assassino può scrivere dei buoni libri, si sa) per me Battisti è un autore non meno talentuoso di tanti giallisti nostrani di cui si parla tanto. Un autore che scriveva in italiano sempre più incerto, dal quale i suoi libri venivano poi tradotti in francese. E che adesso non scrive più. Certo l’esilio non può essere paragonato con la durezza della prigione, e soprattutto l’esilio non redime, tende piuttosto a fossilizzare, a “bloquer sur image”, a differenza dei percorsi di carcerazione e reinserimento di cui sopra. Probabilmente quello che è successo a Battisti, e che spiega molti suoi comportamenti è proprio questo: è restato agli anni settanta. Non dimentichiamo che l’Italia di quel periodo era piena di personaggi con il suo linguaggio e la sua boria. Dall’una come dall’altra parte. Ma Battisti ha pur sempre vissuto per tanti anni in esilio, e in condizioni difficili (chi afferma il contrario non conosce la realtà, o mente). E da qualche anno è in carcere. Qualcuno può ritenerlo un prezzo troppo basso, e può aver ragione (nel caso che i processi abbiano appurato la verità), ma non dimentichiamo che è anche questo un prezzo. E forse in questo momento non è poi così importante accanirsi su un singolo caso, perdendo l’occasione per dichiarare finalmente quel periodo concluso.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 05.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Per Rosaria e Roberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg" alt="La legge" width="457" height="260" class="alignnone size-full wp-image-49705" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge-300x170.jpg 300w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p>Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">ferroviere anarchico </a>mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano.<br />
Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il malcapitato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/tutti-assolti-allora-stefano-e-vivo/">Stefano Cucchi</a> era deceduto per autolesionismo e proprio rifiuto a alimentarsi, bensì mandava tutti assolti perché non ci sarebbero state prove sufficienti per stabilire le responsabilità personali dei tanti coimputati nella sua morte.<br />
La sentenza di ieri per certi versi forse somiglia più a quella sul caso Pinelli. Contiene aspetti così stridenti non solo con il temibile buonsenso ma anche con la logica più elementare da farla apparire molto meno tragica di quella ma imparentata da un sentore di assurdo.<span id="more-49704"></span><br />
Il tribunale di Napoli ha condannato “per minacce aggravate dalla finalità mafiosa” il difensore dei Casalesi Michele Santonastaso e al tempo stesso ha prosciolto “per non aver commesso il fatto”  i boss Antonio Iovine e Francesco Bidognetti (il primo diventato collaboratore di giustizia).<br />
Il verdetto, a prima vista, cozza contro l’uso comune dell’italiano e di tante altre lingue dove l’incarico a un avvocato si dice “mandato” e colui che glielo conferisce cade sotto la definizione di “mandante”: «Nel linguaggio giur., relativamente al contratto di mandato, il soggetto che dà all’altro (<em>mandatario</em>) l’incarico di compiere uno o più atti giuridici nel suo interesse.» (Treccani)<br />
Insomma, la sentenza sembra affermare che nel 2008 durante l’appello dello Spartacus, quando fu letto il documento contenente <em>minacce aggravate dalla finalità mafiosa</em> contro Rosaria Capacchione e Roberto Saviano (i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone figurano come parti lese in un processo a Roma), l’avvocato Santonastaso abbia pensato tutto da solo: prima di includere quella lettera intimidatoria nell’istanza di remissione, poi farla firmare ai suoi mandanti e infine darne pubblica lettura in un’aula del tribunale di Napoli. L’aggravante della finalità mafiosa, confermata dalla sua condanna, scaturirebbe dunque dalla semplice circostanza che (vedi Treccani) il difensore abbia agito nell’interesse di soggetti che erano senz’altro all’apice di un’organizzazione criminale. Forse l’accaduto andrebbe quindi interpretato come un eccesso di zelo professionale nei confronti dei mandanti che abbia trascinato il legale in <em>finalità mafiose</em>. Perché secondo la sentenza di ieri è invece stabilito che i due boss Bidognetti e Iovine <em>non hanno commesso il fatto</em>. Non hanno preparato il testo dell’istanza di remissione (ossia la richiesta di spostare il processo a Roma), anche se includeva una <em>lettera</em> firmata da entrambi, e non l’hanno indubitabilmente letta in aula. Potrebbero, secondo il giudice, averla firmata come un qualsiasi documento burocratico, molto distratti, senza accorgersi che contenesse delle minacce o senza rendersi conto che, visto che risultavano pronunciate a nome di due capi camorra, potessero venire giudicate <em>aggravate da finalità mafiose</em>. Questo s’induce dal fatto che le loro firme autentiche siano state ritenute prova a tal punto insufficiente da non mandarli assolti per insufficienza di prove bensì con formula piena. Ieri due cittadini condannati all’ergastolo come mandanti di moltissimi omicidi e una strage sono stati dunque scagionati come mandanti di un loro rappresentante di fronte alla legge dello Stato. Ma forse supporre o pretendere che chi si assume la responsabilità di decidere chi bisogna ammazzare stia anche a controllare ogni mossa che s’inventa il suo avvocato, sembra davvero troppo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg" alt="Rosaria Roberto" width="620" height="334" class="aligncenter size-full wp-image-49706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=roberto+saviano">Roberto Saviano</a> ha mosso i suoi primi passi e anche il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=Rosaria+capacchione">Rosaria Capacchione</a> ha transitato con un’ospitalità assidua e familiare, spesso mediata dal suo amico e compaesano Francesco Forlani. Questo commento è quindi anche il nostro modo per dire che siamo vicini a Rosaria e Roberto che, tutti e due, avrebbero volentieri fatto a meno delle <em>minacce aggravate da finalità mafiosa</em> e degli anni di vita sotto scorta che gli sono valsi: purtroppo ragionevolmente, come in ogni caso stabilisce la sentenza emessa ieri a Napoli.</p>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg 406w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>ieri</em>]</p>
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		<title>EXTRA LEGEM NULLA SALUS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2011 08:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Leggo poco i giornali e non guardo la televisione, tranne qualche telegiornale opportunamente scelto, però mi sforzo ogni tanto di ascoltare attentamente i discorsi che ritengo importanti, e che spesso ritrovo registrati su youtube. È così accaduto che ieri mi sia accuratamente ascoltato il discorso del presidente degli Stati Uniti, discorso nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Giotto_-la-giustizia.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-38937" title="Giotto_ la giustizia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Giotto_-la-giustizia-175x300.jpg" alt="" width="175" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Giotto_-la-giustizia-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Giotto_-la-giustizia.jpg 310w" sizes="auto, (max-width: 175px) 100vw, 175px" /></a></p>
<p>Leggo poco i giornali e non guardo la televisione, tranne qualche telegiornale opportunamente scelto, però mi sforzo ogni tanto di ascoltare attentamente i discorsi che ritengo importanti, e che spesso ritrovo registrati su <em>youtube</em>. È così accaduto che ieri mi sia accuratamente ascoltato il discorso del presidente degli Stati Uniti, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=AZvFdGT29zc">discorso</a> nel quale con neppure tanto celato trionfalismo <strong>Barak Obama</strong> annunciava la cattura e l’uccisione, da parte delle truppe del suo paese, dotate di &#8220;unparalleled courage&#8221;, di <strong>Osama Bin Laden</strong>. Mi sono ascoltato accuratamente le parole con le quali raccontava la cattura, e le motivazioni che ne offriva al suo pubblico, che in quel momento poteva ben dirsi mondiale.</p>
<p>Cercavo di capire se avrebbe tentato di giustificare un’operazione così palesemente priva di qualsiasi legalità internazionale, con una qualche internazionale motivazione; e naturalmente mi sono ascoltato il ricordo dell’11 settembre di quasi dieci anni fa, il ricordo delle numerose vittime innocenti, e l’elenco delle nefandezze che sono state in più occasioni variamente attribuite al personaggio Bin Laden, una volta così amico e connivente della presidenza statunitense, ma poi caduto in disgrazia, col seguito che sappiamo. O forse che non sappiamo e che mai bene sapremo, dato il mistero che circonda inesorabilmente le storie di questi personaggi, che ai miei piccoli occhi appaiono talvolta alieni, ma che sono inspiegabilmente invece appartenenti alla stessa specie Homo Sapiens alla quale ‒ così pur ci garantisce la biologia ‒ tutti apparteniamo. Non mi occupo quindi minimamente della probabilità che l&#8217;annuncio presidenziale sia in tutto o in parte veritiero o contenga l&#8217;ennesima bufala che ci viene fornita perché serve in questo particolare momento storico.</p>
<p>Quello che voglio invece qui con forza sottolineare è del tutto indipendente da tale veridicità, ed è che il presidente, lungi dal fornire una qualche “internazionale motivazione” abbia invece pronunciato con austera determinazione questa frase, che mi ha colpito come un pugno in faccia, ben più delle altre:</p>
<p style="padding-left: 90px;">«<em>The cause of securing our country is not complete but tonight we are once again reminded that America can do whatever we set our mind to.</em>»</p>
<p><span id="more-38936"></span><br />
Non mi riesce di tradurla meglio che con quel grido ‒ così parallelo a quello simbolico dell&#8217;italiano pdl ‒ <em>sappiate tutti che l’America può fare il cazzo che le pare, e che lo farà finché le piacerà</em> ‒ che lungi dall&#8217;essere un grido di libertà esprime invece ancora una volta e da fonte così autorevole la più proterva, la più arrogante e la più pericolosa presa e pretesa di potere sul mondo. Sinistro avvertimento ‒ lo capiscano governi amici e nemici, neutrali e canaglie ‒ a chiunque pensi che la potenza degli Stati Uniti sia in fase calante.</p>
<p>Non che sia una novità, per carità, essi hanno inventato una straordinaria espressione linguistica per operazioni di questo tipo, ricordate? <em>extraordinary renditions</em>, così le hanno chiamate, consegne straordinarie, rapimenti per causa di forza maggiore, o come altro dire; la più famosa da noi è stata quella della cattura e del trasferimento all’estero del cittadino egiziano Hassan Mustafa Osama Nasr, noto come <strong>Abu Omar</strong>, il 17 febbraio 2003, per la quale peraltro un tribunale italiano ha istruito un processo e condannato dei colpevoli; naturalmente la maggior parte di questi colpevoli erano agenti della CIA, per i quali il governo ‒ amico nostro ‒ degli Stati Uniti ha ufficialmente rifiutato l’estradizione. Però almeno l’illegalità dell’operazione è stata legalmente sancita, nel nostro paese.</p>
<p>Io non sono tra i cittadini che saltano di gioia alla notizia di questo evento che, gridano tutti, rende il mondo più sicuro; perché sono invece sicuro che assai meno sicuro è un mondo nel quale uno stato, basandosi esclusivamente sulla forza delle armi, si arroga il diritto di vita e di morte su qualsiasi essere umano, ovunque egli viva e di qualsiasi diritto egli possa godere, senza bisogno di processi, difese, o testimonianze. Senza contare che questi avvenimenti sono poi dettati da contingenze di tornaconto personale che nulla hanno a che fare con qualche supposta giustizia internazionale, o lotta al terrore. Contingenza che in questo caso più modestamente consiste nelle necessità elettorali di un presidente in acque assai cattive, salito al potere su un’onda di entusiasmo democratico, ma che poi non ha saputo o potuto, poco importa, attuare nessuna delle promesse più calde della sua campagna elettorale, prima tra tutte la chiusura della vergogna di Guantanamo.</p>
<p>Pensate d’altra parte a quello che avvenne nell’ottobre del 1998 quando il giudice spagnolo <strong>Baltasar Garzón</strong> ordinò l’arresto di Augusto Pinochet, che si trovava in quel momento in Gran Bretagna per cure mediche, uno dei maggiori criminali che si siano conosciuti nei tempi moderni, responsabile riconosciuto di stragi, morti e torture: il giudice Garzón, che, al contrario dei politici, credeva nella forza della legge, emise, dopo una accurata e documentata istruttoria, un mandato d&#8217;arresto internazionale che si fondava in maniera significativa sul principio della giurisdizione universale: alcuni crimini internazionali sono talmente gravi che qualsiasi Stato può procedere all’arresto e al processo. La britannica camera dei Lords in un primo tempo concesse l’estradizione ma in una seconda fase la negò fino ad arrivare al vergognoso episodio in cui l’allora ministro degli esteri Jack Straw, concesse a Pinochet il ritorno in patria, per motivi di salute. Ricorderete spero le immagini dell’arrivo del delinquente sul suolo cileno, quando per aggiungere la beffa al danno, si alzò dalla carrozzella e si mise a camminare senza aiuti sul terreno dell’aeroporto.<br />
Allora niente <em>extraordinary rendition</em>, niente giustizia sommaria, niente sepoltura in mare, niente esequie nascoste, forse qualche sorrisetto, qualche darsi di gomito, qualche sospiro di sollievo per aver scampato l’irruenza di quell’irruento giudice spagnolo.</p>
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		<title>La ventesima email</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 10:40:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[doping]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Focherini]]></category>
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		<category><![CDATA[palestre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino ANABOLIZZANTI ALLA FIDANZATA MORTA: 6 ANNI DI CARCERE A CULTURISTA 21/01/2010 &#8211; Sei anni di reclusione per aver dato alla fidanzata anabolizzanti che ne provocarono la morte. E&#8217; la condanna inflitta oggi a Roma al culturista Federico Focherini, accusato di aver provocato la morte (avvenuta l&#8217; 8 marzo 2004), della fidanzata, campionessa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln-300x225.jpg" alt="" title="lincoln" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-29140" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><strong>ANABOLIZZANTI ALLA FIDANZATA MORTA: 6 ANNI DI CARCERE A CULTURISTA</strong><br />
<em>21/01/2010 &#8211; Sei anni di reclusione per aver dato alla fidanzata anabolizzanti che ne provocarono la morte. E&#8217; la condanna inflitta oggi a Roma al culturista Federico Focherini, accusato di aver provocato la morte (avvenuta l&#8217; 8 marzo 2004), della fidanzata, campionessa di body building. I reati contestati: esercizio abusivo della professione medica, somministrazione di sostanze pericolose per la salute pubblica e morte conseguente ad altro delitto. Focherini ha sempre negato di aver procurato alla vittima anabolizzanti.</em></p>
<p>Ci siamo spediti email dal 31 agosto 2006 al  21 maggio 2007. Nella prima, gli chiedevo un numero di telefono per chiamarlo. Stavo lavorando a quella che sarebbe diventata <em>Il corpo che siamo</em>, una delle inchieste raccolte da <strong>Christian Raimo</strong> nell’antologia <em>Il corpo e il sangue d’Italia</em>. Un lavoro sul doping nelle palestre italiane. Federico Focherini mi aveva risposto pochi minuti dopo con una impressionante rapidità</p>
<p><em>Ciao Piero,</p>
<p>io ora sto lavorando vicino a Roma. Quindi ti do il numero di tel. della palestra in cui lavoro.   06-972*****. chiedi di me dalle 13.30 alle 22.00</p>
<p>grazie</p>
<p>federico</em></p>
<p><span id="more-29132"></span></p>
<p>Al telefono, dopo i convenevoli, gli avevo raccontato la mia idea. Mi ricordo che alla fine della spiegazione Focherini era rimasto in silenzio per un tempo che mi era sembrato lunghissimo. Nel telefono sentivo i rumori dei manubri, i suoni delle piastre delle<em> lat-machine</em> che si compattavano alla fine di un esercizio, un basso di una musica lontana. Sembrava il preludio di un no. Invece era un sì.<br />
Da allora è stato un susseguirsi di contatti falliti, di tentativi di appuntamento, di incontri mancati. Focherini continuava a rispondere alle mie email pieno di gentilezza e disponibilità. Il 27 novembre 2006, dopo che gli avevo scritto per scusarmi di una mia lunga assenza, mi aveva risposto</p>
<p><em>sì, anch&#8217;io sono in mezzo a stress fra gare e udienze, ma chiamami quando vuoi,caso mai dalle 14 in poi.<br />
ciao,a presto.</p>
<p>Federico</em></p>
<p>Il 18 maggio 2007 gli avevo chiesto di farmi spedire il suo libro, <em>El bonito crimen de los carabineros</em>, pubblicato da un piccolo editore, <em>Eumeswil</em>, dopo che <strong>Giulio Mozzi</strong> aveva lanciato un appello pubblico in Rete, chiedendo se ci fosse un editore disposto a pubblicare il manoscritto che aveva ricevuto, e che secondo Mozzi andava stampato al più presto.<br />
Il titolo del libro di Focherini mi è sempre sembrato orribile, ma non gliel’ho mai detto. In quella mail gli raccontavo anche di aver visto <strong>Walter Siti</strong> a Macerata durante <em>Ricercabo </em>&#8211; un  laboratorio di ricerca sulle nuove scritture organizzato da <strong>Silvia Ballestra</strong> e <strong>Massimo Canalini</strong> – e gli dicevo che avevo parlato del suo caso a Siti. Qualche mese dopo, Siti ne aveva scritto un bell’articolo per <em>Vanity Fair</em>. Focherini – che aveva preso a firmarsi <em>Fochero </em>nelle mail – mi aveva ringraziato con un <em>post scriptum</em> asciuttissimo</p>
<p><em>p.s. grazie per averne parlato a Walter Siti. Mi ha fatto molto piacere.</em></p>
<p>Non avevo capito se quella stringatezza era figlia di una forma di laconica riconoscenza o piuttosto di imbarazzo, dovuto del resto a non so cosa. Forse non gli era piaciuto il modo in cui Siti ne aveva scritto, nonostante il testo dello scrittore fosse del tutto a suo favore, e soprattutto nonostante il fatto che Siti sia un conoscitore profondo e attento del mondo delle palestre e del body building, mai superficiale, mai disinformato.<br />
Il 21 maggio 2007, tre giorni dopo, Focherini mi chiede se il suo libro sia arrivato.<br />
Non gli ho mai risposto. Se dovessi spiegare il perché, non saprei farlo. Forse è stato perché nel frattempo il testo aveva preso una sua forma, un suo ritmo, e tutto sommato delle informazioni di Focherini non avevo più bisogno. O forse quella email mi era passata di mente, o magari era stata subito coperta da altre mail in arrivo e si era andata a infilare in quello spazio coperto, lo spazio della ventesima email, che non compare nella schermata di apertura di <em>Outlook Express</em>, a meno che non si faccia lo <em>scroll </em>dello schermo. O forse, ancora, era per quel <em>post scriptum</em>, che a me era sembrato eccessivamente secco, un po’ ingrato, e che per una non del tutto esplicitata forma di ripicca mi aveva fatto improvvisamente perdere interesse per la vicenda. Magari mi aspettavo qualche festa in più, un ringraziamento più deciso, una riconoscenza più schietta. Insomma, ho parlato di te a uno scrittore famoso che ha scritto della tua vicenda su una notissima rivista! Bella riconoscenza, eh!</p>
<p>Alla fine del 2007, <em>Il corpo e il sangue d’Italia</em> venne pubblicato da minimum fax. Di Focherini non scrissi più nemmeno una riga. L&#8217;ho ritrovato sulla copertina dell&#8217;edizione tascabile di <em>Scuola di nudo</em> di Walter Siti, in una foto del 2004 di <strong>Giorgio Sottile.</strong><br />
 Il libro di Focherini è finita che me lo sono comprato. Dentro, si parla di cose molto angoscianti. Di carabinieri siciliani che vengono messi a tradurre intercettazioni in stretto dialetto modenese, per esempio. O di frasi che tutti diciamo, o che abbiamo detto, o potremmo dire, al telefono, e che ficcate in un contesto diverso possono inchiodarti al muro. Io a volte al telefono con gli amici dico delle cose veramente terribili, e quando le dico, penso che quelle frasi, quella sequenza scherzosa di parolette sceme potrebbero contribuire a farmi  passare un mucchio di anni di carcere.<br />
Quando le dico, a volte penso a Federico Focherini. E penso che mi spiace che sia stato condannato a sei anni di galera, perché secondo me Federico Focherini è un uomo innocente che non ha commesso il reato per cui è stato condannato, perché penso che Focherini in passato abbia fatto un sacco di cazzate a scapito della sua salute per arrivare a certi risultati, ma penso anche che non si possano infliggere sei anni di carcere a un uomo per condannare uno stile di vita che non ci piace. E penso anche che mi spiace molto, non aver mai risposto a quella sua mail.</p>
<p>[la foto in apertura ritrae la <em>Lincoln Continental Mark IV</em> del 1972 di Federico Focherini]</p>
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		<title>Battisti-Englaro: se la magistratura è debole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 21:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[battisti]]></category>
		<category><![CDATA[englaro]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[governo berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Raffaele Cantone All’attenzione dell’opinione pubblica in questi giorni vi sono due vicende La parte giudiziaria della triste storia di Eluana Englaro e la vicenda dell’estradizione di Cesare Battisti si possono leggere in chiave unitaria. Parto dall’affaire Battisti; si tratta di una persona condannata all’ergastolo, dopo un regolare processo in contumacia. Si rifugia prima in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>All’attenzione dell’opinione pubblica in questi giorni vi sono due vicende  La parte giudiziaria della triste storia di Eluana Englaro e la vicenda dell’estradizione di  Cesare Battisti si possono leggere in chiave unitaria.<br />
Parto dall’affaire Battisti; si tratta di una persona condannata all’ergastolo, dopo un regolare processo in contumacia. Si rifugia prima in Francia e poi in Brasile, dove, arrestato, non viene consegnato alla giustizia italiana perché considerato dal governo sudamericano un rifugiato politico.<br />
E’ una decisione che lascia stupefatti perché nasconde (non molto in verità) un pregiudizio politico sul buon funzionamento della giustizia italiana. <span id="more-13900"></span><br />
Riassumendo senza timore di semplificare si può dire che il Brasile &#8211;  una democrazia giovane, nata dopo varie esperienze dittatoriali e con un sistema giudiziario non certo ritenuto fra i più efficienti e garantisti al mondo – ritiene che la magistratura italiana manchi della necessaria indipendenza quando giudica un terrorista.<br />
Il caso Englaro: il lunghissimo iter giudiziario cui si è sottoposto il papà di Eluana, che ha visto cinque gradi di giudizio (una prima sentenza della corte di appello di Milano era stata annullata dalla Cassazione) è giunto alla fine.<br />
La Cassazione ha, infatti, confermato la decisione della Corte di Appello milanese che aveva autorizzato la cessazione dell’alimentazione forzata, in quanto tale comportamento – secondo più perizie ed il parere di illustri scienziati – era di fatto equiparabile ad un accanimento terapeutico.<br />
La  decisione è legittimamente criticabile ma, come spiegano i giuristi, è ormai la legge del caso concreto e va, quindi eseguita.<br />
Ci si sarebbe potuti forse aspettare l’obiezione di coscienza di sanitari che, chiamati ad operare, avessero convinzioni religiose che impedivano loro tale gesto.<br />
Invece è intervenuto un provvedimento amministrativo che ha indicato  gravi conseguenze sanzionatorie per quelle strutture sanitarie che dovessero interrompere l’alimentazione forzata dei malati in stato vegetativo.<br />
Un atto apparentemente destinato a regolare situazioni astratte ma, in pratica, in grado di bloccare l’esecuzione della sentenza definitiva.<br />
E’ forse esagerato pensare che il provvedimento sia stato emesso dal Ministro competente sul presupposto di una sentenza considerata ingiusta e quindi di una magistratura non idonea a decidere?<br />
Ed allora non c’è chi non vede che entrambi i provvedimenti di cui si parla non vengono eseguiti per sfiducia nei confronti del “sistema giustizia” italiano.<br />
E coerente lamentarsi se uno Stato straniero &#8211; che conosce le nostra vicende da lontano e sa, quindi, che qualcuno qui molto autorevole giudica una parte della magistratura bisognosa di perizia psichiatrica &#8211; consideri la nostra giustizia non idonea a garantire ad un pericoloso terrorista un processo giusto?</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, il 24.1.2009</em></p>
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		<title>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Mattino]]></category>
		<category><![CDATA[l'oro della camorra]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[A proposito di &#8220;l&#8217;oro della camorra&#8221; di Rosaria Capacchione di Francesco Forlani &#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;) Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda. Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png" alt="" title="testcol2" width="200" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13112" /></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.<br />
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.<br />
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.&#8221;<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daltonismo">voce wikipedia</a></p>
<p>Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero <em>pièces</em> di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense,  se non &#8220;ricostruito&#8221; in una narrazione. <em>Pièces</em> appunto di un teatro dell&#8217;assurdo.<br />
<span id="more-13113"></span></p>
<p>A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: &#8220;una cosa senza senso&#8221;. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide &#8220;senza senso&#8221;, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano &#8211; ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell&#8217;inumano come estraneo alla propria umanità &#8211; sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.<br />
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.</p>
<p>Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all&#8217;inizio del racconto. E&#8217; la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria.  <em>Corto, in tutte le gradazioni del grigio</em>. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel <em>gradazioni del grigio</em>.<br />
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di &#8220;daltonismo&#8221; che come si diceva poco sopra è tutt&#8217;altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti,  se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la <em>border line</em> tra una cosa e un&#8217;altra.</p>
<p>Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l&#8217;altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.<br />
Scrive  Rosaria Capacchione:</p>
<p> <em>A intaccare le certezze istintive dell&#8217;investigazione e del giudice che incrociano l&#8217;imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l&#8217;equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell&#8217;organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall&#8217;amicizia e dalla relazione d&#8217;affari con la camorra.</em><br />
La voce di Rosaria Capacchione  risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all&#8217;infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.</p>
<p>Così commenta il Giudice Magi l&#8217;anomalia.</p>
<p><em>&#8220;Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione  delle regole di mercato, ci si poteva  attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all&#8217;area economica  del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero  di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.&#8221;</p>
<p>(&#8230;) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.&#8221;<br />
</em><br />
Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c&#8217;è l&#8217;aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.<br />
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un&#8217;altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di &#8220;tracce narrative relative all&#8217;invasione del potere criminale&#8221;.</p>
<p><strong>Tracce narrative</strong></p>
<p><em>L&#8217; oro della camorra</em> sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c&#8217;erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A <em>Operà</em> dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da &#8220;far vedere&#8221; all&#8217;inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava  premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest&#8217;ultima recuperati &#8220;legalmente&#8221; alle vendite d&#8217;asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la <em>laverie automatique</em> del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.<br />
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto &#8220;grigio&#8221; dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l&#8217;hanno.<br />
C&#8217;è l&#8217;oro rosso, dei pomodori San Marzano.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg" alt="" title="mini_sanmarzano" width="230" height="160" class="alignnone size-medium wp-image-13120" /></a></p>
<p>&#8220;<em>Per ogni chilo prodotto e distrutto l&#8217;Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all&#8217;ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione &#8211; gli </em><em>scamazzi</em>, come venivano chiamati &#8211; si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata&#8221;</p>
<p>Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.</p>
<p>&#8220;Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:<br />
<em>Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all&#8217;organizzazione dei </em><em>casalesi</em>. &#8221;</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione &#8220;contadina&#8221;. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di &#8220;produzione non tutelata&#8221; e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.</p>
<p>Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l&#8217;autrice, sia troppo tardi. Come quando in un&#8217;intervista per <a href="http://www.frescodistampa.info/">fresco di stampa </a> <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/24/faits-divers-6/">alla mia domanda</a>, <em>come raccontare un assedio</em>? Rosaria Capacchione aveva replicato:<br />
<em>Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco. </em></p>
<p>Ho già parlato in altre occasioni dell&#8217;importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l&#8217;impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell&#8217;opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, &#8220;a levare&#8221; più che &#8220;ad aggiungere&#8221; come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l&#8217;ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object><br />
&#8220;e chiede l&#8217;ultimo cd di Umberto Tozzi &#8211; è l&#8217;anno di <em>Nell&#8217;aria c&#8217;è</em>, evidentemente introvabile in Costa Azzurra&#8221;</p>
<p> Ho come l&#8217;impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un <em>memoire</em> cui potere attingere informazioni dal passato  per capire il futuro. L&#8217;appendice, del libro, con l&#8217;indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent&#8217;anni or sono, nella battaglia. Con l&#8217;augurio che un giorno queste carte siano <em>tracce narrative</em> del solo passato. Senza più futuro.</p>
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		<title>Il K. Tortora. Quello che i classici dicono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 07:17:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
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					<description><![CDATA[il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, Enzo Tortora viene arrestato. Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato Primo interrogatorio K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/F3VHjxcvnRQ&#038;hl=en"></param></object><br />
<em>il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, Enzo Tortora viene arrestato. </em><br />
<em>Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato</em></p>
<p><strong><br />
Primo interrogatorio</strong></p>
<p>K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione. Gli fecero notare che in futuro ci sarebbero stati con regolarità altri simili interrogatori, abbastanza spesso anche se non ogni settimana. Era interesse di tutti portare a termine il processo il più alla svelta possibile, d’altra parte però gli interrogatori dovevano essere esaurienti sotto ogni punto di vista, e tuttavia non durare mai troppo a lungo, per via della tensione che comportavano. Per tali motivi era stata scelta questa procedura di interrogatori frequenti, ma di breve durata. La scelta della domenica come giorno di interrogatorio aveva il significato di non disturbare K. nella sua professione.<br />
<span id="more-6098"></span><br />
Si presupponeva che fosse d’accordo, ma nel caso che preferisse un altro giorno gli si sarebbe venuto incontro nel miglior modo possibile. Gli interrogatori, ad esempio, erano possibili anche la notte, ma naturalmente in tal caso K. non sarebbe stato abbastanza riposato. In ogni caso, se K. non si fosse fatto vivo con qualcosa in contrario, l’interrogatorio restava inteso per domenica. Andava da sé che K. sarebbe certamente venuto, non c’era sicuramente bisogno di sottolinearlo proprio ora. Gli fu comunicato l’indirizzo in cui doveva presentarsi, era una casa in una remota strada di periferia dove K. non era mai stato.</p>
<p>Ricevuta questa comunicazione, K. riappese il telefono senza rispondere; aveva deciso subito che domenica sarebbe andato, era certo necessario, il processo stava partendo e lui doveva opporvisi, questo primo interrogatorio doveva anche essere l’ultimo. Sostò un poco, pensieroso, vicino all’apparecchio, quando sentì dietro di sé la voce del vicedirettore che voleva telefonare ma ne era impedito dalla presenza di K. &#8220;Cattive notizie?&#8221; chiese di sfuggita il vicedirettore, non per sapere qualcosa ma per far spostare K. &#8220;No, no&#8221;, disse K., si spostò di lato, ma non se ne andò. Il vicedirettore prese il telefono, e mentre aspettava la comunicazione disse al di sopra della cornetta: &#8220;Posso farle una domanda, signor K.? Che ne direbbe, domenica prossima sul presto, di fare una gita con me sulla mia barca a vela? Sarebbe un piacere. Saremmo in compagnia, certamente verranno anche dei suoi conoscenti. Fra gli altri anche il pubblico ministero Hasterer. Vuol venire? Ma sì, venga!&#8221; K. si sforzava di prestare attenzione a ciò che il vicedirettore stava dicendo. Non era per lui cosa di scarsa importanza, perché questo invito da parte del vicedirettore, con il quale non era mai stato in buoni rapporti, suonava come un tentativo di riconciliazione e dimostrava come K. stesse diventando importante all’interno della banca e come la sua amicizia, o per lo meno la sua imparzialità, avesse acquisito valore agli occhi del dipendente che, nella banca, era il secondo per importanza. Un tale invito era un’umiliazione per il vicedirettore, anche se era stato proferito sulla cornetta, aspettando un collegamento telefonico. Ma K. doveva far seguire a questa una seconda umiliazione, e disse: &#8220;Molte grazie! Ma purtroppo domenica non ho tempo, ho già un impegno.&#8221; &#8220;Peccato&#8221;, disse il vicedirettore, e si rivolse all’interlocutore telefonico che si era collegato proprio in quel momento. Non fu una telefonata breve, ma K., nella sua distrazione, rimase per tutto il tempo vicino all’apparecchio. Solo quando il vicedirettore finì K. si spaventò e, per farsi perdonare almeno un po’ quella sua inutile sosta in piedi, disse: &#8220;Mi hanno appena telefonato di andare in un certo posto, ma hanno dimenticato di dirmi a che ora.&#8221; &#8220;Beh, allora li richiami&#8221;, disse il vicedirettore. &#8220;Non è così importante&#8221;, disse K., anche se con questo la sua scusa, già poco credibile, diventava ancor più inverosimile. Nell’atto di andarsene il vicedirettore parlò ancora di altre cose cui K. si costrinse a rispondere, anche se era impegnato a riflettere che la cosa migliore sarebbe stata arrivare domenica alle nove di mattina, perché era quella l’ora in cui, nei giorni feriali, tutti i tribunali cominciavano a lavorare.</p>
<p>La domenica il tempo era cattivo, K. era molto stanco perché la sera prima, per una festa degli avventori abituali, si era trattenuto in birreria fino a notte tarda e quasi non aveva dormito. In tutta fretta, senza avere il tempo di riflettere e coordinare i diversi piani che aveva pensato durante la settimana, si vestì e senza fare colazione corse nel luogo in periferia che gli avevano indicato. Stranamente, benché avesse poco tempo per guardarsi intorno, si imbatté nei tre impiegati che erano al corrente della sua vicenda, Rabensteiner, Kullych e Kaminer. I primi due erano su un tram che attraversava la strada di K., Kaminer invece era seduto sulla terrazza di un caffè, e fece un inchino proprio mentre K. passava, piegandosi curioso sulla ringhiera. Tutti lo seguirono con lo sguardo meravigliandosi che il loro principale se ne andasse così di corsa; per una specie di puntiglio K. non aveva voluto andare con qualche mezzo, in questa sua faccenda provava ripugnanza a ricevere aiuto, anche il più piccolo, da chicchessia, inoltre non voleva coinvolgere nessuno, anche per non rendere nessuno partecipe della questione, sia pure alla lontana; e infine non aveva nessuna voglia di umiliarsi davanti alla commissione di indagine con una eccessiva puntualità. Comunque ora correva per arrivare se possibile alle nove, anche se non era stato neppure convocato per un’ora precisa.</p>
<p>Aveva creduto di poter riconoscere già da lontano l’edificio per una qualche insegna, che non si era immaginato con precisione, o per un particolare movimento di persone davanti all’ingresso. Ma la Juliusstraße, che era la strada in questione e al cui inizio K. si fermò per un istante, era formata da ambo i lati da case tutte uguali, case alte e grigie abitate in affitto da povera gente. Oggi, che era domenica mattina, la maggior parte delle finestre era occupata da uomini in maniche di camicia che si sporgevano e fumavano, o tenevano bambini piccoli sul davanzale, con attenzione e tenerezza. Altre finestre erano colme di lenzuola e materassi, sui quali, per un attimo, compariva la testa spettinata di una donna. Ci si chiamava da un lato all’altro della stradina, e un tale rumore aveva su K. l’effetto di una gran risata. Nella lunga strada, a intervalli regolari, si trovavano piccoli negozi, posti sotto il livello della strada e raggiungibili con qualche gradino, che vendevano diversi generi alimentari. Donne ne entravano e uscivano, oppure sostavano sui gradini a chiacchierare. Un verduraio, che esaltava le sue merci in direzione delle finestre, distratto quanto K., stava quasi per investirlo con il suo carretto. Un micidiale grammofono, che aveva lavorato in quartieri migliori, cominciò proprio allora a suonare.</p>
<p>K. procedette lentamente nel vicolo, come se ora avesse tempo o come se il giudice istruttore lo vedesse da qualche finestra e sapesse perciò che ormai K. era arrivato. Erano da poco passate le nove. L’edificio era veramente largo, esteso in modo quasi inusuale, soprattutto il portone d’ingresso era alto e largo. Evidentemente era destinato ai carichi pesanti appartenenti ai diversi magazzini che, in quel momento sbarrati, circondavano il grande cortile e portavano le insegne delle loro ditte, alcune delle quali K. conosceva dal suo lavoro in banca. Occupato, contro ogni sua abitudine, a considerare meglio tutti questi particolari, rimase fermo per un poco all’ingresso del cortile. Vicino a lui, su una cassa, sedeva un uomo a piedi nudi leggendo una rivista. Due giovani si dondolavano su un carretto a mano. Una ragazza in giacca da notte, debole e giovane, stava davanti a una pompa e attingendo acqua nella sua brocca guardava in direzione di K. In un angolo del cortile era tesa fra due finestre una corda su cui certi capi di biancheria erano già stesi ad asciugare. Sotto stava un uomo e con alcune grida dirigeva il lavoro.</p>
<p>K. si diresse alla scala per raggiungere la sala delle udienze, ma subito in silenzio si fermò, perché oltre a questa scala vide nel cortile tre altre rampe di scale e oltre a ciò un piccolo sottopassaggio in fondo al cortile sembrava introdurre in un secondo cortile. K. si incollerì che non gli avessero specificato meglio la sede della sala, veniva trattato dunque con particolare negligenza o quanto meno indifferenza, e aveva intenzione di dirlo chiaro e tondo. Alla fine tuttavia salì la prima scala, ripensando dentro di sé all’affermazione del sorvegliante Willem secondo cui il tribunale era attratto dalla colpa, dal che si doveva dedurre che la sala delle udienze doveva trovarsi sulla rampa che K. avesse scelto a caso.</p>
<p>Salendo disturbò parecchi bambini che giocavano sulle scale e che, quando K. passò in mezzo a loro, lo guardarono con collera. &#8220;Se dovrò rifare questa strada&#8221;, si disse, &#8220;dovrò portare con me dei dolciumi per conquistarmeli, oppure il bastone per picchiarli.&#8221; Poco prima di arrivare al primo piano dovette persino aspettare un attimo finché una palla finisse il suo volo, due ragazzini con aria bizzarra e adulta da furfanti lo trattenevano intanto ai pantaloni; se avesse voluto liberarsene avrebbe dovuto far loro del male, e aveva paura delle loro grida.</p>
<p>Al primo piano cominciò la ricerca vera e propria. Non potendo chiedere esplicitamente della commissione di indagine, si inventò un falegname Lanz &#8211; gli venne in mente questo nome perché così si chiamava il capitano, il nipote della signora Grubach &#8211; e intendeva chiedere in tutte le abitazioni se abitava lì il falegname Lanz, in modo da poter sbirciare all’interno. Risultò tuttavia che ciò era possibile nella maggior parte dei casi anche senza espedienti, perché quasi tutte le porte erano aperte e bambini entravano e uscivano. Di regola erano piccole stanze con una sola finestra, nelle quali si faceva anche cucina. Alcune donne tenevano in braccio dei lattanti e con la mano libera lavoravano al focolare. Qua e là correvano con grande zelo delle ragazzine, apparentemente vestite solo di un grembiule. In tutte le stanze i letti erano ancora occupati, o da malati, o da gente che dormiva, o ancora da persone che vi si erano distese vestite. K. bussò alle abitazioni con la porta chiusa e chiese se abitava lì un certo falegname Lanz. Per lo più veniva ad aprire una donna, ascoltava la domanda e si volgeva nella stanza in direzione di qualcuno, che si alzava da letto. &#8220;Il signore chiede se abita qui un certo falegname Lanz.&#8221; &#8220;Falegname Lanz?&#8221; chiedeva quello dal letto. &#8220;Sì&#8221;, diceva allora K., anche se non c’era più dubbio che la commissione di indagine non era qui e dunque il suo compito era terminato. Molti credevano che a K. stesse molto a cuore trovare questo falegname Lanz, pensavano a lungo, nominavano un falegname, che però non si chiamava Lanz, oppure facevano un nome che aveva con Lanz un somiglianza assai lontana, oppure chiedevano ai vicini, o ancora accompagnavano K. a una porta lontana dove a loro giudizio una tale persona poteva magari abitare in subaffitto, o dove c’era qualcuno che poteva dare informazioni migliori delle loro. Alla fine K. non aveva quasi più bisogno di chiedere, ma veniva in questo modo trascinato di piano in piano. Si pentì del suo espediente, che in un primo tempo gli era sembrato così pratico. Prima del quinto piano decise di abbandonare la ricerca, si accomiatò da un operaio giovane e gentile che voleva condurlo ancor più in alto e cominciò a scendere. Poi però l’inutilità di tutta questa impresa lo infastidì, tornò ancora indietro e bussò alla prima porta del quinto piano. La prima cosa che vide nella piccola stanza fu un grande orologio da parete, che segnava già le dieci. &#8220;Abita qui un certo falegname Lanz?&#8221;, chiese. &#8220;Prego&#8221;, disse una giovane donna con occhi neri e lucenti che proprio in quel momento stava lavando biancheria da bambino in un secchio, e con la mano bagnata indicò la porta aperta della stanza accanto.</p>
<p>K. credette di entrare in una assemblea. Una folla costituita dalle persone più diverse &#8211; nessuno si curò di lui che entrava &#8211; riempiva una stanza a due finestre, di media grandezza, che vicino al soffitto era circondata da una galleria, la quale era a sua volta completamente occupata da persone che dovevano stare curve, con la testa e le spalle schiacciate contro il soffitto. K., oppresso dall’aria viziata, uscì di nuovo, e chiese alla giovane donna, che evidentemente non lo aveva capito bene: &#8220;Guardi che ho chiesto se abita qui un falegname, un certo Lanz.&#8221; &#8220;Sì&#8221;, disse la donna, &#8220;la prego, entri pure.&#8221; K. forse non le avrebbe dato retta, se la donna non gli si fosse avvicinata, e non avesse preso la maniglia dicendo: &#8220;Dopo di lei devo chiudere, non può entrare più nessuno.&#8221; &#8220;Molto ragionevole&#8221;, disse K. &#8220;ma già ora è troppo pieno.&#8221; Ma poi entrò di nuovo.</p>
<p>Passando fra due uomini che si intrattenevano proprio accanto alla porta &#8211; uno, con entrambe le mani distese, faceva il gesto di contare del denaro, l’altro lo guardava dritto negli occhi &#8211; spuntò una mano e afferrò K. Era un giovane piccolo e dalle guance rosse. &#8220;Venga, venga&#8221;, disse. K. si lasciò condurre, e risultò che nella folla caotica c’era tuttavia una strada sottile libera, che probabilmente divideva due fazioni; a favore di questa ipotesi stava anche il fatto che nelle prime file a destra e a sinistra K. non poté vedere quasi nessuno rivolto verso di lui, ma solo le spalle di persone che con parole e gesti si rivolgevano soltanto agli appartenenti alla propria fazione. La maggior parte era vestita di nero, con vecchie giacche da festa che pendevano lunghe e larghe. Solo questo abbigliamento disorientava K., per il resto avrebbe giudicato il tutto come la riunione di un circolo politico.</p>
<p>All’altro estremo della sala dove K. fu condotto, su una specie di podio molto basso ma ugualmente stracolmo si trovava un piccolo tavolo disposto di traverso, e dietro di esso, quasi sull’orlo del podio, sedeva un ometto grasso e sbuffante, che fra grandi risate stava chiacchierando con un uomo in piedi dietro di lui; quest’ultimo aveva appoggiato un gomito sullo schienale della sedia e teneva le gambe incrociate. Più volte l’ometto agitava in aria il braccio, come se stesse facendo la caricatura di qualcuno. Il giovane che conduceva K. fece fatica ad annunciare quel che doveva dire. Già per due volte, sulla punta dei piedi, aveva tentato di parlare, ma l’uomo lassù non lo aveva notato. Solo quando una delle persone sul podio richiamò l’attenzione sul giovane l’uomo si voltò verso di lui e, chinandosi, ascoltò il messaggio che gli veniva sussurrato. Poi estrasse il suo orologio e veloce rivolse lo sguardo a K. &#8220;Lei avrebbe dovuto comparire un’ora e cinque minuti fa&#8221;, disse. K. avrebbe voluto rispondere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo, perché appena l’uomo ebbe finito di parlare dalla parte destra della sala si alzò un mormorio generale. &#8220;Lei avrebbe dovuto comparire un’ora e cinque minuti fa&#8221;, ripeté allora l’uomo a voce più alta e subito guardò giù nella sala. Subito anche il mormorio divenne più forte, e poiché l’uomo non aggiunse altro si spense gradualmente. Ora in sala c’era molto più silenzio di quando K. era entrato. Solo la gente in galleria non cessava di fare osservazioni. Per quanto consentivano di vedere la penombra, il vapore e la polvere, quelli lassù erano vestiti peggio degli altri. Alcuni si erano anche portati dei cuscini, che mettevano fra la testa e il soffitto per non ferirsi.</p>
<p>K. aveva deciso di osservare più che parlare, e perciò, rinunciando a difendersi per un suo supposto ritardo, disse soltanto: &#8220;In ritardo o no, ora sono qui.&#8221; Dalla parte destra della sala, si udì ancora un applauso di approvazione. &#8220;E’ gente facile da conquistare&#8221;, pensò K., disturbato ora dal silenzio nella metà sinistra della sala, che si trovava proprio dietro di lui e dalla quale si erano alzati solo alcuni battimani isolati. Pensò a cosa poteva dire per conquistarsi tutti in una volta oppure, se ciò fosse stato impossibile, guadagnare almeno temporaneamente anche l’approvazione degli altri.</p>
<p>&#8220;Sì&#8221;, disse l’uomo, &#8220;ma io non sono più tenuto a concederle udienza&#8221; &#8211; di nuovo ci fu il mormorio, questa volta di dubbio significato, perché facendo con la mano un cenno alla folla l’uomo continuò &#8211; &#8220;tuttavia, in via eccezionale, per oggi la concederò. Un tale ritardo però non deve più ripetersi. E ora venga avanti!&#8221; Qualcuno saltò giù dal podio, sicché per K. si liberò un posto sul quale poté salire. Era in piedi, premuto stretto contro il tavolo, la folla dietro di lui era tanto grande che K. doveva opporle resistenza per non far cadere giù dal podio il tavolo del giudice istruttore, e, forse, il giudice stesso.</p>
<p>Il giudice istruttore non se ne curò, ma rimase comodo sulla sua sedia e, dopo aver detto una parola conclusiva all’uomo dietro di sé, afferrò un piccolo quaderno di appunti, che era il solo oggetto sul tavolo. Aveva un’aria scolastica, ed era vecchio, sformato da una lunga consultazione. &#8220;Allora&#8221;, disse il giudice istruttore, sfogliò il quaderno e con il tono di una constatazione si rivolse a K.: &#8220;Lei è un decoratore di pareti?&#8221; &#8220;No&#8221;, disse K. &#8220;sono il primo procuratore di una grande banca.&#8221; A questa risposta, nella parte destra di sotto della sala, seguì una risata tanto cordiale, che anche K. finì per mettersi a ridere. La gente si appoggiava con le mani sulle ginocchia ed era scossa come da un grave attacco di tosse. Persino qualcuno in galleria rideva. Il giudice istruttore, che si era ormai incollerito e che forse non aveva potere sulle persone di sotto, cercò di rifarsi sulla galleria, saltò in piedi, fece verso la galleria un gesto di minaccia e le sue sopracciglia, che altrimenti erano insignificanti, aggrottandosi enormi sugli occhi parvero folte e nere.</p>
<p>La metà sinistra della sala, invece, era ancora silenziosa, lì le persone se ne stavano in fila, rivolte verso il podio, e ascoltavano ciò che si diceva lassù con la stessa calma con cui prendevano il chiasso dell’altra fazione; permettevano addirittura che qualcuno delle loro file qua e là si comportasse come la gente dell’altra parte. Quelli di sinistra, tra l’altro inferiori di numero, erano fondamentalmente insignificanti come quelli di destra, ma la calma del loro comportamento faceva sì che sembrassero più importanti. Cominciando ora a parlare, K. era convinto di esprimersi secondo il loro modo di vedere.</p>
<p>&#8220;Signor giudice istruttore, la domanda stessa che lei mi ha rivolto, se cioè io sia un decoratore di pareti &#8211; e più che rivolgere, lei me l’ha fatta cadere in testa &#8211; questa domanda è tipica di tutto il modo di procedere nei miei confronti. Lei può obiettare che non si tratta di un procedimento, e avrebbe ragione, è un procedimento soltanto se io lo riconosco come tale. Ma è solo momentaneamente che io lo riconosco, in un certo senso per compassione. La compassione è l’unico sentimento con cui lo si può considerare; se pure si vuole, in generale, considerarlo. Io non dico che sia un procedimento da carogne, ma vorrei offrirle questa definizione perché lei stesso possa riconoscerlo come tale.&#8221;</p>
<p>K. si interruppe e guardò giù nella sala. Ciò che aveva detto era pungente, forse anche più pungente di quanto avesse avuto intenzione, tuttavia era esatto. Avrebbe meritato approvazione in qualche punto, ma tutti erano silenziosi, evidentemente aspettavano tesi ciò che sarebbe seguito, forse si preparavano in silenzio a un’esplosione che ponesse fine a tutto. Fu un disturbo che in quel momento si aprisse la porta in fondo alla sala, facendo entrare la giovane lavandaia che evidentemente aveva finito il suo lavoro e che, nonostante tutta la cautela che impiegò, attirò su di sé gli sguardi di alcuni. Solo il giudice istruttore diede a K. una gioia diretta, perché sembrò subito colpito dalle parole di K. Finora aveva ascoltato in piedi, perché era stato sorpreso dal discorso di K. mentre si era alzato per minacciare la galleria. Ora, in quella pausa, si sedette lentamente, come se nessuno dovesse accorgersene. Forse per ridare calma al suo aspetto prese di nuovo il quaderno.</p>
<p>&#8220;Non serve a niente&#8221;, continuò K., &#8220;anche il suo quaderno, signor giudice istruttore, conferma quel che dico.&#8221; Contento di udire solo le proprie parole tranquille in quella riunione di estranei, K. osò persino portar via il quaderno al giudice istruttore e sollevarlo in alto per un foglio centrale, come se ne avesse ribrezzo, sicché le pagine fitte di scrittura, macchiate e bordate di giallo, pendevano in basso da un lato e dall’altro. &#8220;Ecco gli atti del giudice istruttore&#8221;, disse, lasciando cadere sul tavolo il quaderno. &#8220;Ci legga pure dentro con calma, signor giudice istruttore, non ho davvero paura di questa lista delle colpe, anche se mi è inaccessibile, dato che posso prenderla solo con la punta di due dita.&#8221; Poteva essere solo un segno di profonda umiliazione, o almeno così doveva intendersi, il fatto che il giudice istruttore afferrò il quaderno non appena caduto sul tavolo, cercò di metterlo un po’ in ordine e lo riprese per leggerlo.</p>
<p>I volti delle persone nelle prime file erano rivolti a K. con tanta tensione, che questi per un poco guardo giù verso di loro. Erano generalmente uomini anziani, alcuni con la barba bianca. Che fossero loro gli elementi decisivi, quelli che potevano influenzare tutta l’assemblea? Questa non si era lasciata scuotere neppure in virtù dell’umiliazione del giudice istruttore dall’inerzia in cui era sprofondata quando K. aveva cominciato a parlare.</p>
<p>&#8220;Ciò che è avvenuto a me&#8221;, continuò K. più piano di prima, indagando sempre i volti della prima fila, il che dava al suo discorso un’aria distratta, &#8220;ciò che è avvenuto a me è solo un caso singolo e quindi in sé di poca importanza, e non lo prendo molto sul serio. Esso è però il segno di come si procede nei confronti di molte persone. E’ per questi che io sono qui, non per me.&#8221;</p>
<p>Involontariamente aveva alzato la voce. Da qualche parte qualcuno applaudì con le mani alzate gridando: &#8220;Bravo! E perché no? Bravo! E ancora bravo!&#8221; Qui e là, nelle prime file, qualcuno si carezzava la barba, nessuno si voltò per quel grido. Nemmeno K. gli attribuì importanza, ma ne fu incoraggiato; ora non gli sembrava neanche più necessario che tutti applaudissero convinti, bastava che in generale si cominciasse a riflettere sulla cosa e che ogni tanto il discorso convincesse qualcuno.</p>
<p>&#8220;Non cerco un successo da oratore&#8221;, disse K. sull’onda di queste riflessioni, &#8220;né d’altra parte sarei capace di ottenerlo. Il signor giudice istruttore parla senz’altro meglio di me, in fondo è il suo mestiere. Quel che voglio è solo l’aperta discussione di una evidente ingiustizia. Ascoltate: dieci giorni fa sono stato arrestato, dell’arresto in sé me ne infischio, ma questo non c’entra adesso. Sono stato assalito a letto la mattina presto, forse &#8211; dopo ciò che ha detto il giudice istruttore non è più escluso &#8211; l’ordine era di arrestare un decoratore di pareti altrettanto innocente quanto me, comunque hanno scelto me. La stanza accanto era occupata da due sorveglianti grossolani. Se fossi un brigante pericoloso le precauzioni non avrebbero potuto essere più adeguate. E poi questi sorveglianti erano plebaglia scostumata, mi hanno riempito le orecchie di chiacchiere, intendevano farsi corrompere, volevano sottrarmi con l’inganno abiti e biancheria, volevano denaro per portarmi la colazione dopo avermela mangiata tutta sotto gli occhi senza alcun pudore. E non basta. Sono stato portato in un terza stanza davanti all’ispettore. Questa era la stanza di una signorina di cui ho grande stima, e ho dovuto assistere a come, per mia causa ma senza mia colpa, questa stanza venisse in certo modo sporcata dalla presenza dei sorveglianti e dell’ispettore. Non era facile rimanere calmi. Tuttavia ci sono riuscito, e ho chiesto all’ispettore del tutto tranquillamente &#8211; se fosse qui dovrebbe confermarlo &#8211; quale fosse la causa del mio arresto. E quale fu la risposta di questo ispettore, che ho ancora davanti agli occhi mentre se ne sta sulla sedia della suddetta signorina come immagine della più stupida presunzione? Signori, non mi ha risposto fondamentalmente nulla, forse non sapeva nulla per davvero, mi aveva arrestato e questo gli bastava. E ha fatto anche di più, nella stanza di quella signorina ha portato tre impiegati di basso rango della mia banca, che non si sono fatti scrupolo di toccare e mettere in disordine delle fotografie di proprietà della signorina. La presenza di questi impiegati aveva naturalmente anche un altro scopo, al pari della mia affittacamere e della sua donna di servizio dovevano diffondere la notizia del mio arresto, danneggiare la mia reputazione e soprattutto mettere a repentaglio la mia posizione in banca. Niente però di tutto questo è minimamente riuscito, anche la mia affittacamere, persona assai sempliciotta &#8211; voglio citarla qui a suo onore, si chiama signora Grubach &#8211; persino la signora Grubach è stata abbastanza intelligente da capire che un tale arresto non ha un significato molto maggiore della molestia che può capitare di subire per strada ad opera di ragazzi insufficientemente sorvegliati. Ripeto, tutto ciò mi ha procurato solo fastidi e una collera momentanea, ma non potevano forse esserci conseguenze peggiori?&#8221;</p>
<p>Quando K., a questo punto, si interruppe e volse lo sguardo al silenzioso giudice istruttore, credette di accorgersi che costui con lo sguardo faceva un cenno a qualcuno nella folla. K. sorrise e disse: &#8220;Proprio ora il signor giudice istruttore, davanti a me, fa a qualcuno di voi dei segnali segreti. Così fra di voi ci sono persone che vengono manovrate da quassù. Non so se questi segnali debbano dare il via a fischi o applausi, e del tutto coscientemente, per il fatto stesso di tradire la cosa anzitempo, rinuncio a sapere il significato dei segnali. Mi è del tutto indifferente, e autorizzo apertamente il signor giudice istruttore a dare ordini ai suoi dipendenti prezzolati laggiù non con segnali segreti, ma ad alta voce, dicendo ad esempio una volta: ora fischiate, e la volta dopo: ora applaudite.&#8221;</p>
<p>Il giudice istruttore, per imbarazzo o impazienza, si voltava da una parte e dall’altra della sedia. L’uomo dietro di lui, con cui già prima si era intrattenuto a parlare, si chinò di nuovo verso di lui per fargli coraggio in generale, o forse anche per dargli qualche particolare consiglio. Sotto, la folla chiacchierava a bassa voce ma con vivacità. Le due fazioni, che prima sembravano avere opinioni tanto opposte, si erano mescolate, singole persone mostravano con il dito K., altre il giudice istruttore. Il vapore simile a nebbia diffuso nella stanza era oltremodo opprimente, e impediva persino di distinguere con precisione chi stava più lontano. In particolare doveva essere fastidioso per chi stava in galleria, e costoro, sia pure rivolgendo timidi sguardi in direzione del giudice istruttore, erano costretti a fare domande a bassa voce a chi partecipava all’assemblea per sapere meglio cosa stava succedendo. Altrettanto a bassa voce veniva loro risposto, tenendo le mani davanti alla bocca come per difesa.</p>
<p>&#8220;Sono subito alla fine&#8221;, disse K., e in mancanza di una campanella colpì il tavolo con un pugno, e per lo spavento le teste del giudice istruttore e del suo consigliere si separarono istantaneamente: &#8220;Io sono al di fuori di tutta la questione e perciò la giudico con tranquillità, e nel caso che vi importi qualcosa di questo sedicente tribunale avrete un gran vantaggio dallo starmi a sentire. Vi prego di rimandare a dopo le vostre reciproche esternazioni su quel che dico, perché non ho tempo e presto me ne andrò.&#8221;</p>
<p>Subito si fece silenzio, tanto era il dominio di K. sull’assemblea. Non si gridava più dappertutto come all’inizio, neppure si applaudiva più, ma sembrava che tutti fossero ormai convinti o sulla strada per esserlo.</p>
<p>&#8220;Non c’è dubbio&#8221;, disse K. a voce molto bassa, perché provava piacere per l’attenzione tesa di tutta l’assemblea, in questo silenzio si levò un brusio che era ancor più incoraggiante dell’approvazione più esaltata, &#8220;non c’è dubbio che dietro tutte le manifestazioni di questo tribunale, e quindi nel mio caso dietro l’arresto e l’interrogatorio odierno, si nasconde una grande organizzazione. Una organizzazione che impiega non solo sorveglianti corrotti, ispettori imbecilli e giudici istruttori, che è nel migliore dei casi gente limitata; ma anche oltre a ciò, in ogni caso, una casta di giudici di grado alto e supremo, con l’inevitabile, innumerevole seguito di fattorini, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, forse persino carnefici, non mi tiro indietro davanti a questa parola. E dov’è, signori, il senso di tutta questa organizzazione? Consiste in questo, nell’arrestare persone innocenti e mettere in moto contro di loro un procedimento insensato e per lo più, come nel mio caso, privo di risultati. In questa insensatezza del tutto, come si potrebbe evitare la peggiore corruzione degli impiegati? E’ una cosa impossibile, non ne verrebbe a capo per se stesso neppure il giudice di grado più alto. E’ per questo che i sorveglianti cercano di rubare i vestiti di dosso agli arrestati, è per questo che gli ispettori piombano nelle abitazioni altrui, è per questo che persone innocenti, anziché essere interrogate, devono subire un’umiliazione di fronte a un’intera assemblea. I sorveglianti mi hanno raccontato di depositi dove si portano le proprietà degli arrestati, mi piacerebbe vedere una buona volta questi depositi dove le sudate proprietà degli arrestati marciscono, se pure non vengono rubate da disonesti impiegati dell’ufficio.&#8221;</p>
<p>K. fu interrotto da uno stridio in fondo alla sala, si riparò gli occhi per vedere, perché la torbida luce del giorno rendeva biancastro e accecante il vapore. Si trattava della lavandaia, che K. aveva riconosciuto subito come un importante fattore di disturbo quando era entrata. Ora non si poteva stabilire se fosse colpa sua oppure no. K. vide soltanto che un uomo l’aveva attirata in un angolo presso la porta, e lì si premeva contro di lei. Non era stata lei però a lanciare quel suono stridulo, ma l’uomo, che aveva la bocca contratta e guardava verso il soffitto. Intorno ai due si era formato un piccolo cerchio, quelli sulla galleria vicina sembravano entusiasti che la serietà indotta nell’assemblea da K. fosse in tal modo interrotta. Sotto la prima impressione, K. avrebbe voluto correre laggiù, inoltre pensava che sarebbe stato interesse di tutti ristabilire laggiù l’ordine e per lo meno espellere i due dall’aula, ma le prime file davanti a lui rimasero saldamente immobili, nessuno si spostò e nessuno lo lasciò passare. Al contrario gli fu impedito, uomini anziani tenevano il braccio davanti a sé e la mano di qualcuno &#8211; non ebbe il tempo di girarsi &#8211; lo afferrò da dietro per il colletto, K. non pensava più alla coppia, gli sembrò che la sua libertà venisse limitata e che ora l’arresto diventasse una cosa seria, così saltò giù dal podio senza tanti riguardi. Ora si trovava faccia a faccia davanti alla folla. Forse non aveva giudicato bene la gente? Aveva attribuito troppa efficacia al proprio discorso? Avevano forse simulato finché parlava e ora che era giunto alle conclusioni erano stufi di simulare? Che facce intorno a lui! Con piccoli occhi neri ammiccavano qua e là, le guance cascanti come negli ubriachi, le lunghe barbe rigide e spelacchiate nelle quali affondavano le mani come se volessero non accarezzarle, ma affilarsi gli artigli. Sotto le barbe però, e questa fu la vera scoperta, brillavano sul risvolto della giacca dei distintivi di grandezza e colore diversi. Tutti, per quel che poteva vedere, avevano tali distintivi. Tutti appartenevano allo stesso gruppo, le fazioni, di destra e di sinistra, erano apparenti, e quando K. improvvisamente si voltò vide gli stessi distintivi sul colletto del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava giù tranquillo. &#8220;Allora è così!&#8221; esclamò K. spalancando le braccia, questa improvvisa scoperta esigeva spazio, &#8211; &#8220;a quel che vedo siete tutti impiegati, siete proprio voi la banda corrotta contro cui parlavo, vi siete ammassati qui come spettatori e ficcanasi, avete fatto finta di formare delle fazioni e per mettermi alla prova uno ha anche applaudito, volevate imparare come si seducono le persone innocenti! Ma non siete venuti qui per niente, almeno spero, perché delle due l’una, o vi siete divertiti a vedere qualcuno che si aspettava da voi la difesa dell’innocenza, oppure&#8230; lasciami o te le suono&#8221;, gridò K. a un vecchio tremante che gli si era troppo avvicinato &#8211; &#8220;oppure avete davvero imparato qualcosa. E con questo vi auguro buona fortuna nelle vostre faccende.&#8221; Prese alla svelta il suo cappello che si trovava sull’orlo del tavolo, e nel silenzio generale, certo il silenzio della più assoluta sorpresa, si affrettò all’uscita. Il giudice istruttore era però, a quanto pareva, ancor più veloce di K., perché lo aspettava vicino alla porta. &#8220;Un momento&#8221;, disse, K. si arrestò, senza però guardare il giudice istruttore ma la maniglia della porta, che aveva già preso in mano. &#8220;Volevo solo farle notare&#8221;, disse il giudice istruttore, &#8220;nel caso non se ne fosse ancora reso conto, che lei oggi si è privato del vantaggio che una udienza in ogni caso significa per un arrestato.&#8221; K. rise in direzione della porta. &#8220;Straccioni&#8221;, esclamò. &#8220;Tutte queste udienze io ve le regalo&#8221;, aprì la porta e si affrettò giù per la scala. Dietro di lui si alzò il rumore dell’assemblea tornata vivace, che evidentemente, come fanno gli studiosi, discuteva l’accaduto.</p>
<p>Tratto da &#8220;Il processo &#8221; di <a href="http://www.kafka.org/">Franz Kafka</a></p>
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