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	<title>Gli abiti e i corpi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>GIOVANNI GIUDICI [26 giugno 1924 – 24 maggio 2011]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 13:45:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Gli abiti e i corpi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[O diversa sapienza.<br />
Presente che bruci il prima.<br />
Sapienza d’inesperienza.<br />
Mia fabbrica e mia ruìna.<br />

da<strong> Il male dei creditori</strong>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><div style="width: 480px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-39204-1" width="480" height="360" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://flashedu.rai.it/ieduportale/exflv/Giudici_4.mp4?_=1" /><a href="http://flashedu.rai.it/ieduportale/exflv/Giudici_4.mp4">http://flashedu.rai.it/ieduportale/exflv/Giudici_4.mp4</a></video></div></center></p>
<p><small>[ <em>dal sito della RAI questa bellissima intervista &#8211; in ricordo di un poeta cristallino nella vita e nel verso &#8211; nella soffice acuminata ironia &#8211; e &#8220;Gli abiti e i corpi&#8221; </em>]</small></p>
<p style="padding-left: 250px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Giovanni Giudici</strong><br />
<em>Gli abiti e i corpi</em></span></p>
<p style="padding-left: 200px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Ormai sfibrate le asole e sapienti<br />
Rammendi qua e là – ma gli abiti<br />
Sembravano come nuovi. Egli<br />
Accurato ogni sera li deponeva<br />
Sopra una sedia – quali<br />
Che fossero l’umore o la stabilità<br />
L’uxorio brontolamento che lo affliggeva.</span> <span id="more-39204"></span><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E deponeva con essi il tic-tac<br />
Che gli scandiva giorni e notti, l’oriolo<br />
Da tasca con una croce<br />
Elvetica in campo rosso – emblema<br />
Di esattezza agganciato a una teca di cristallo<br />
Con dentro una trapunta di velluto<br />
In attesa di reliquie microscopiche.<br />
Gli abiti duravano anni:<br />
Il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce.<br />
E ognuno col suo panciotto sul quale durante il giorno<br />
La catenella che pareva di diamanti<br />
Tra un’asola e l’oriolo nel taschino si stendeva.<br />
Lui certe sere era greve di vino.<br />
Si spogliava nel sonno, puntava al mattino.<br />
Ma si destava fresco come certe volte io<br />
Adesso forse più vecchio di quella sua età,<br />
Che lo sbirciavo ritrovare le sue spoglie:<br />
La giacca dignitosa, i pantaloni<br />
Dall’impeccabile piega. E perché<br />
Non dire del fregio rosa sulle mutande?<br />
Perché tacere il colletto inamidato?<br />
Tutto così ringiocondiva a ogni<br />
Risveglio – sbarbato e tranquillo<br />
E di un colore chiaro se distese dal riposo<br />
Sbiadivano sulle guance le venuzze capillari.<br />
Quale decoro l’abito<br />
Rinnovato ogni giorno, restaurato<br />
Dal persistere della giovinezza!<br />
Dico il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce<br />
E un quarto credo ereditato da un parente<br />
Defunto: duravano anni.<br />
Io li spiavo mattina dopo mattina<br />
E lui spiavo impassibile a tutto:<br />
Al passare del tempo,<br />
Al male dei creditori.<br />
&nbsp;<br />
C’è un calare di forze, un calare di brache.<br />
Le note dei taccuini si pasticciano, né<br />
Più giova registrare i nomi delle amanti<br />
O gli incontri, i doni. Chi se ne frega,<br />
Uno si dice, dell’ordine. E lì<br />
Lui non ebbe più forza da dare ai suoi vestiti:<br />
Di colpo furono vecchi.<br />
Primo fu il nero umiliato dal lustro.<br />
Poi sparì il grigio, poi quello a spina di pesce. Di-<br />
Menticamioli. Altri ne furono addotti<br />
In vece – da sartucoli azzeccagarbugli<br />
Asserenti per mezzo delle vesti<br />
Di portargli vigore.<br />
Tra gli OH<br />
Dei familiari che COME TI STA<br />
BENE COME TI FA<br />
GIOVANE mentivano e lui<br />
Lasciava fare ma lo sapeva benissimo<br />
Che anche i più ricchi panni perdono il loro pregio<br />
Quando è mutato il corpo che li indossa.<br />
Non ha più gloria da dargli.<br />
In tre giorni si sfa il bel vestito.<br />
Lui lo trascina nel suo precipitare.<br />
Strappi e frittelle e bottoni penzolanti<br />
Presto divelti da pestiferi infanti.<br />
Muoia con me ogni orpello – sembra dire.<br />
L’oriolo diventa aritmico.<br />
Anche la Svizzera dà ore da impazzire.<br />
Ah il triste riprovare – ché lui stava<br />
Ancora in piedi tenuto su<br />
Dall’appretto del nuovo ma per poco.<br />
Nel cupio dissolvi di tutto poi ripiombava.<br />
Ma ancora vivo da spaccare<br />
Il guscio che l’imbracava<br />
Quando gridava BASTA CON QUESTE FREGNACCE.<br />
&nbsp;<br />
Perché come se fossero<br />
Vivi vestiamo i morti?<br />
Quanto più casta e giusta<br />
È la nudità dei corpi che li avvicina<br />
Al loro finalmente disincarnarsi!<br />
Ma noi li mascheriamo così copriamo le ossa<br />
Troncate perché fingano la supinità della catarsi<br />
La liberazione dell’uomo<br />
Bisognava vederlo. Cos’era<br />
Una giornata di lavoro per lui?<br />
Niente – avreste detto allo spettacolo<br />
Di quando tornava a casa, contento<br />
Come una pasqua, fresco come un fringuello,<br />
Un grillo che saltava<br />
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo<br />
«O mia adorata».<br />
E ilare al ritrovarla «cucù»<br />
Lanciava il suo gridolino<br />
E poi subito all’opera «buona tu adesso»<br />
Esordiva rivolto alla pigra befana<br />
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata<br />
A far parole crociate o solitari di carte.<br />
Aveva l’arte di non vederla un orrore<br />
Ma anzi le sette beltà, la grazia.<br />
Per prima la cucina – oh il lustro<br />
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle<br />
Alle pentole ai piatti alle maniglie,<br />
Faceva tutto come nuovo ogni sera.<br />
E altrettanto la sala lo stanzino<br />
Il casto nido coniugale dove<br />
A lei diceva con dolcezza «passa<br />
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».<br />
Poi d’un balzo ai fornelli – e in un battibaleno<br />
Che intingoli a quella golosa apprestava:<br />
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme<br />
Squisitezze di caccia e pesca, brodini<br />
Di tartaruga, pasticci di funghi<br />
A ogni stagione, ananassi.<br />
Miracoli di economia – sempre meno<br />
Spendendo del gramo peculio.<br />
Mai che si chiedesse lei «come fa»,<br />
Tutto accettava per dovuto battendo<br />
Talvolta imperiosa la posata<br />
Per una crème-brûlé troppo calda o un raviolo<br />
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo<br />
Si scusava «hai ragione, che sciocco».<br />
Poi l’assisteva in toilette<br />
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.<br />
Davvero «che stronzo» avreste detto<br />
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta<br />
Sotto il sopruso dei capi<br />
E dei compagni la perenne irrisione:<br />
Così per molti anni<br />
Finché la beneamata morì per occlusione.<br />
Ma nessuno ha saputo mai più<br />
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.<br />
Senza titolo<br />
Perché con occhi chiusi?<br />
Perché con bocca che non parla?<br />
Voglio guardarti, voglio nominarti.<br />
Voglio fissarti e toccarti:<br />
Mio sentirmi che ti parlo,<br />
Mio vedermi che ti vedo.<br />
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.<br />
Al canto che tace non credo.<br />
Così in me ti distruggo.<br />
Non sarò, tu sarai:<br />
Ti inseguo e ti sfuggo,<br />
Bella vita che te ne vai.<br />
Nome<br />
Era oro il nome e suono<br />
Nella forma di campana<br />
Non più ora mattutina<br />
Ma ancora antimeridiana<br />
Era verde negli ulivi<br />
Era blu della marina<br />
Nudo piede delicato<br />
Su rugiade di declivi<br />
Era oro il nome e vetro<br />
Di bicchiere musicale<br />
Fermo incedere nuziale<br />
Nel decoro delle sfere<br />
Netta nota e lontana<br />
Lucenza al cervello tetro<br />
Fiato a fiato che rideva<br />
Nell’abbraccio della tana<br />
Era oro il nome e mare<br />
Era il chiaro della stanza<br />
Era il niente del sublime<br />
E un patire di speranza<br />
Era il sole della neve<br />
Era il bianco della fine<br />
E poi il gelo crudo e lieve<br />
Sull’estremo della danza<br />
La sua scrittura<br />
Voglio mostrarti un giorno com’era<br />
La sua scrittura. Si appartava di là<br />
Il foglio su un qualcosa<br />
Di liscio con la mano sinistra sul bordo<br />
Superiore a tenerlo ben fermo.<br />
E intingi giù l’asticciòla<br />
Col pennino nuovissimo a vergare<br />
Missive&#8230; Egregio, esordendo, commendatore<br />
Avvocato chiarissimo esimio<br />
Ingegnere ammiraglio comandante<br />
Eccellentissimo monsignor vescovo Graziosa<br />
Regina&#8230; O intestando<br />
In compìti caratteri sulla busta<br />
N. H. un tànghero di bottegaio.<br />
Quando osterie e compagni stornava<br />
Nel chino silenzio a cui segrete<br />
Drittissime le righe scorrevano<br />
Del bel corsivo senza pentimenti<br />
E gli stilemi – un ove a preferenza<br />
Del dove in accezione<br />
Temporale scarsamente impiegabile.<br />
Stendeva suppliche, chiedeva dilazioni,<br />
Esponeva le circostanze imprevedute per cui,<br />
Deprecava l’infausta sorte<br />
Che a questo punto rendeva la morte<br />
Unica cosa desiderabile per lui.<br />
Purché gli concedessero il minimo di respiro<br />
Creditori e benefattori.<br />
Spesso di quelle lettere protagonista<br />
Con gli occhi io lo aiutavo nella penombra della stanza<br />
Dove a un raggiro di parole<br />
Egli affidava la nostra speranza:<br />
Di salute così delicata<br />
Questo mio povero bambino<br />
Impressionabile come un artista.<br />
Li abbindolava li teneva a bada sagace<br />
Politico a parare<br />
I colpi in ritirata necessaria,<br />
A rattoppare l’impostura con una nuova<br />
Ovvero giocoliere del circo<br />
Un turbinìo di palle a palleggiarsi<br />
Tra le annaspanti abili mani nell’aria.<br />
Quale fatica – sembrava dirmi<br />
Da quel tavolino adesso penso a tre gambe<br />
A evocare virtù tropi similitudini<br />
Esempi da pio debitore,<br />
Alla fine del mese senz’altro pagherò,<br />
Ma poi riposto il calamaio riuscire<br />
Col suo sereno sorriso nel sole.<br />
Doctor Subtilis&#8230; Anche lui scriveva il nulla.<br />
Anche lui rinviava tutta la vita a domani.<br />
Con quella prestidigitazione di segni<br />
Anche lui remigava nel lieve vuoto impeccabile.<br />
Fin quando le sue righe cominciarono a incurvarsi<br />
Verso il finire i margini a farsi incerti<br />
La forbita sintassi a guastarsi.<br />
Fino al delirio d’inchiostri e indirizzi sbagliati.<br />
Fino al via-vai sulla porta<br />
Di strozzini per reverendi<br />
Di ciabattini per prìncipi apostrofati.<br />
Ma chi s’è visto s’è visto<br />
Risponde la mente morta.<br />
Così i debiti saranno pagati.<br />
[Ahimè – dicono – si piega]<br />
Ahimè – dicono – si piega.<br />
Ahi si svuota e si inarca.<br />
Alfa include già omega<br />
Navigato in chiusa barca.<br />
Mentre nell’estranea forma<br />
Ti intuisco e custodisco,<br />
Mutazione, chiesa e norma,<br />
Buio in cui mi definisco.<br />
O diversa sapienza.<br />
Presente che bruci il prima.<br />
Sapienza d’inesperienza.<br />
Mia fabbrica e mia ruìna.</span></p>
<p style="padding-left: 200px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">da <strong>Il male dei creditori</strong><br />
[ Mondadori &#8211; 1977 ]</span></p>
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