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	<title>Gran Vía &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Jesús Moncada: Il testamento dei fiumi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[Il testamento dei fiumi]]></category>
		<category><![CDATA[Jesús Moncada]]></category>
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<p>(<em>Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, le prime pagine del romanzo di Jesús Moncada “Il testamento dei fiumi”, traduzione di Simone Bertelegni, gran vía, 2014</em>)</p>
<p>Pilastri e pareti portanti si spezzarono in due bruscamente; un frastuono assordante in cui si mescolavano lo scricchiolio di travi e montanti, lo schianto di scale, soffitti, tramezzi e volte, vetri in frantumi, mattoni, tegole e piastrelle sbriciolate, rimbombò lungo baixada de la Ferradura mentre la casa crollava senza scampo. Subito una nuvola di polvere, la prima di quelle che avrebbero accompagnato la lunga agonia che aveva inizio allora, si sollevò sull’abitato e si sfilacciò a poco a poco nell’aria tersa del mattino primaverile.</p>
<p>Anni dopo, quando la sventura cominciata quel giorno del 1970 era un lontano ricordo, tempi ricoperti da ragnatele di nebbia, una cronaca anonima raccolse una gran quantità di sconvolgenti testimonianze sulla vicenda. La prima dal punto di vista cronologico – sebbene non la più emozionante – registrava l’arresto dell’orologio del campanile il giorno prima, durante una serata tempestosa che aveva dipinto il cielo della città di carminio violaceo, oro pallido e nere foschie; secondo il cronista, il guasto era una chiara premonizione di quanto sarebbe accaduto l’indomani, un annuncio dell’inesorabile fine dei vecchi tempi. L’angoscia diveniva raccapriccio per colpa della descrizione, dovuta a un’altra testimonianza, della notte cui aveva ceduto il posto l’incertezza del crepuscolo: la cronaca riferiva del silenzio denso nelle vie deserte, silenzio che voleva riflettere quello della gente tappata in casa, a pregare che non facesse giorno. Eppure, tra i ricordi di maggior impatto, c’era quello del rimbombo sinistro alle undici del mattino seguente in baixada de la Ferradura: secondo la cronaca, gli abitanti furono scossi sino alle ossa dall’inizio del disastro. Senza dubbio le testimonianze risultavano sconvolgenti. Ebbene, questa non era l’unica caratteristica che avevano in comune; ne condividevano un’altra, forse insignificante e tuttavia in grado di chiarire quanto accaduto in quel giorno nefasto: tutte, senza eccezione alcuna, erano anche assolutamente false.<span id="more-49090"></span></p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p>Tanto per cominciare, Honorat del Rom, uno dei due farmacisti del paese, campato abbastanza da poter convivere con l’apparizione della cronaca, chiariva in alcuni commenti ironici sul documento che l’orologio municipale, installato sul campanile della chiesa, non si era guastato l’11 aprile del 1970. Quel ferrovecchio, carico d’anni e piuttosto ammaccato, si inceppava spesso e non sorprendeva affatto vederne le lancette immobili nel quadrante; ma quel giorno funzionava e, a voler cercare il pelo nell’uovo, gli si poteva rinfacciare soltanto di essere sette o otto minuti avanti rispetto all’ora ufficiale. Ciò, a detta del farmacista, smentiva completamente la supposta premonizione degli avvenimenti dell’indomani attribuita all’orologio e permetteva di accantonare qualsiasi altra speculazione sull’argomento.</p>
<p>Nemmeno la storia della serata tempestosa combaciava coi fatti. Nessuno metteva in dubbio che, qualora si fosse prodotta così come narrava la cronaca, sarebbe risultato uno scenario particolarmente adatto al preludio del dramma. Sfortuna volle che fosse un crepuscolo insipido, nient’affatto paragonabile alla media di quelli che il paese godeva di solito, per tacere dei più spettacolari, che il farmacista non si prendeva neanche la briga di citare; quello in questione fu parzialmente guastato dal vento del mare, il libeccio, lungo la valle dell’Ebro: i suoi rossori avevano insanguinato senza nerbo i moli presso cui marcivano a poco a poco le vecchie imbarcazioni del paese, prima di scivolare controcorrente e scomparire a ovest, come tutti gli altri, tra scintillii violacei senza infamia e senza lode.</p>
<p>La notte si rivelò insignificante tanto quanto il crepuscolo: di una cupezza volgare. Tenebre a parte, sempre piuttosto inquietanti, nulla spingeva ad attribuirle una tensione insolita, ossia più profonda di quella sopportata senza tregua per lungo tempo dal paese, già innestata sulla vita quotidiana. Dal giudice di pace – deluso senza speranza dal fascino appassito della giudicessa e impegnato con una cugina del segretario municipale in un amplesso fatto di movimenti lenti, vigorosi e profondi, mentre lei si scioglieva in un gemito sofferente sopra il tavolo del tribunale, sgualcendo con le natiche il registro dei certificati di morte – sino al metronotte, sempre su e giù per le vie come il setaccio di un panettiere, gli abitanti trascorsero la notte come sempre. Di sicuro l’unica eccezione era costituita da Pasqual de Serafí: steso vestito di tutto punto sul letto matrimoniale, nel mezzo della cantilena snervante del lutto famigliare, scontava la morte che l’aveva sorpreso a metà pomeriggio mentre leggeva un quotidiano sportivo dal barbiere. Niente di straordinario – giacché il paese disponeva di rituali secolari con cui attenuare anche la presenza della morte – alterò dunque le ore e, mentre l’alba risaliva l’Ebro e accendeva di scintillii sfuggenti la vernice del berretto, l’acciaio della picca e i bottoni dorati dell’uniforme del metronotte – che stava percorrendo carrer de les Bruixes per andare a dormire –, il paese riposava placido.</p>
<p>I primi bagliori rossastri dell’alba scalarono il muro che costeggiava l’Ebro partendo dai leuti ormeggiati ai moli silenziosi, e si aggrapparono lentamente all’intonaco ruvido delle case abbarbicate al versante della montagna dominato dal castello. La luce del giorno faceva sempre fatica a penetrare nell’intrico di vie e vicoli. Gli abitanti avevano vissuto per circa un secolo tra le miniere di lignite, e la polvere di carbone si era appiccicata loro addosso quasi come una pelle d’ombra; gli edifici, su cui le imbiancature risultavano effimere, la gente, persino i fiumi, sempre solcati da imbarcazioni nere e coi fondali oscurati dal carbone disperso nei naufragi, sembravano aver ricevuto la stessa patina. Alla fine però, come tutte le altre mattine, la luce, quando ormai i primi rossori impallidivano, riuscì a scavare le ombre: l’antica, decrepita e spesso maledetta sagoma fece capolino, ocra e nera, tra le tenebre. Le strade iniziarono a fremere di una vita intensa, sebbene provvisoria. Orbene, al contrario di ciò che avrebbero affermato in futuro con tanto <em>pathos</em> le testimonianze raccolte dalla cronaca, l’avvenimento delle undici del mattino passò inosservato quasi a tutti. Il paese non rimase in sospeso, i cuori non smisero di battere; il frastuono non si dipanò come un rullo di tamburi funebre per vie e piazze, non risuonò nella valle dell’Ebro né lungo le rive del Segre né sui moli silenti né nelle miniere abbandonate come un annuncio di sventura. Fu un tuono breve in un paese talmente abituato a udire le esplosioni della dinamite da non farci caso. Si diffusero altre fandonie che – curiosamente, giacché erano false tanto quanto le prime – non furono raccolte dall’anonimo cronista. Eppure, erano anch’esse parte della ragnatela spessa con la quale gli abitanti del paese cercavano di soffocare il tarlo della cattiva coscienza. In fondo, era questa la giustificazione segreta della cronaca, ciò che la rendeva attendibile dalla maggior parte di coloro che vissero gli avvenimenti.</p>
<p>Perché, dopo anni e anni a parlarne di continuo, a fantasticarci sopra, a presentirne l’angoscia (nei tarocchi della vecchia Caterina comparivano fenomeni strani, sussulti dagli inferi), ecco che, a eccezione di Honorat del Rom, il farmacista, che si trovava dolorosamente piantato all’angolo tra carreró de l’Ham e baixada de la Ferradura, nessuno si rese conto dell’accaduto. E sebbene nulla sarebbe cambiato in caso contrario, poiché ormai il destino era irreversibile, anni dopo – quando l’incubo sinistro era un ricordo polveroso, un grumo di cenere – alcuni abitanti iniziarono a tessere testimonianze apocrife per far bella figura dinanzi alla storia. Tuttavia non tutto si poteva trovare nelle cronache o si poteva controbattere. Sarebbe stato inopportuno affermare, per esempio, che Llorenç de Veriu, a dar retta alle dicerie che correvano per bar e capannelli, fosse venuto a conoscenza della cosa; alcuni sostenevano che fosse giunto in paese per vedere un’ultima volta la casa in baixada de la Ferradura, quella che aveva costruito con le sue mani nel 1936, quando lui e Carme Castell volevano sposarsi. Molti preferirono credere che la notizia, se mai gli era giunta, non poteva più riportare in vita i resti di Llorenç, polvere inerte e anonima sotto la lontana terra incolta attorno a Teruel, dove trent’anni prima, durante la Guerra Civile, l’aveva falciato una mitragliatrice fascista.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p>Gli abitanti sbagliavano a ostinarsi a rendere il 12 aprile del 1970 una data chiave del loro dramma collettivo, così come sbagliavano a sentirsi colpevoli per non aver assistito all’avvenimento. La demolizione del civico 20 di baixada de la Ferradura, origine della rovina del paese – e l’azzardo burocratico indicò quello, così come avrebbe potuto designarne qualsiasi altro tra quelli vuoti –, non fu altro che l’inizio dell’ultimo atto di un lunghissimo incubo. Quando le ruspe tirarono i cavi d’acciaio avvinti ai pilastri e l’edificio cadde in una nuvola di polvere, la distruzione del paese era già in corso da tredici anni.</p>
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		<title>Juan Pablo Villalobos. &#8220;Se vivessimo in un paese normale&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Mar 2014 07:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[Juan Pablo Villalobos]]></category>
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					<description><![CDATA[(L&#8217;incipit del romanzo di Juan Pablo Villalobos, Se vivessimo in un paese normale, Gran Vía, 2014. &#8211; Lagos de Moreno, Messico, fine anni Ottanta: in una catapecchia alla periferia del paese vivono il tredicenne Oreste e la sua scombinata famiglia&#8230;) Professionisti dell’insulto «Va’ a farti quella gran puttana di tua madre, bastardo! Vaffanculo!» Sì, lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="line-height: 1.5em;">(<em>L&#8217;incipit del romanzo di <strong>Juan Pablo Villalobos, </strong></em></span><strong><a style="line-height: 1.5em;" href="http://www.gran-via.it/libri/se-vivessimo-in-un-paese-normale/" target="_blank">Se vivessimo in un paese normale</a></strong><span style="line-height: 1.5em;"><em>, Gran Vía, 2014. &#8211; Lagos de Moreno, Messico, fine anni Ottanta: in una catapecchia alla periferia del paese vivono il tredicenne Oreste e la sua scombinata famiglia&#8230;</em>)</span></p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47850" alt="Villalobos" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300.png" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Professionisti dell’insulto</strong></p>
<p>«Va’ a farti quella gran puttana di tua madre, bastardo! Vaffanculo!»</p>
<p>Sì, lo so che non è il modo migliore per iniziare, ma la mia storia e quella della mia famiglia sono piene di insulti. Se devo raccontare le cose per come sono successe veramente, dovrò scrivere un sacco di parolacce. Giuro che non c’è altro modo, perché la storia si svolge nel luogo in cui sono nato e cresciuto, a Lagos de Moreno, Altos de Jalisco, regione che per sua maggior disgrazia si trova in Messico.<span id="more-47849"></span></p>
<p>Per chi non è mai stato da queste parti, lasciatemi dire una volta per tutte quattro cose sul mio paese: ci sono più mucche che persone, più charros che cavalli, più preti che mucche e alla gente piace credere all’esistenza di fantasmi, miracoli, navicelle spaziali, santi e roba simile.</p>
<p>«Che bastardi! Siete dei figli di puttana! Vogliamo vedere le vostre facce da coglioni!»</p>
<p>A gridare era mio padre, un professionista dell’insulto. Si esercitava a tutte le ore, ma la sua sessione intensiva, per la quale sembrava allenarsi tutto il giorno, si svolgeva tra le nove e le dieci, all’ora di cena. E del telegiornale. La routine serale era un mix esplosivo: quesadillas sul tavolo e politici in televisione.</p>
<p>«Ladri schifosi! Corrotti di merda!»</p>
<p>Ci credereste che mio padre era un professore di liceo?</p>
<p>Con quella boccuccia?</p>
<p>Con quella boccuccia.</p>
<p>Mia madre dal <em>comal</em> vigilava sullo stato della nazione, girando le tortillas e controllando il livello di collera di mio padre, benché intervenisse solo quando lo vedeva sull’orlo del collasso, quando cioè mio padre decideva di soffocarsi durante la sequenza di sproloqui dialettici con cui assisteva al telegiornale. Solo allora mamma si avvicinava per somministrargli sulla schiena qualche pacca ben assestata, perfezionata dall’esercizio quotidiano, finché mio padre non sputava il pezzo di quesadilla e perdeva quel colorito violaceo con cui adorava terrorizzarci. Pura stramaledetta minaccia di morte incompiuta.</p>
<p>«Su, calmati, che ti verrà qualcosa» lo rimproverava mia madre diagnosticandogli ulcere gastriche e colpi apoplettici, come se non fosse sufficiente rischiare di essere uccisi da una letale combinazione di mais industriale e formaggio fuso. Quindi cercava di farci passare lo spavento, di tranquillizzarci, esercitando la contraddizione materna.</p>
<p>«Lasciatelo, gli serve per sfogarsi».</p>
<p>Noi lo lasciavamo, soffocarsi e sfogarsi, perché in quel momento eravamo concentrati in una guerra fratricida per le quesadillas, una battaglia selvaggia per l’autoaffermazione dell’individuo: tentare di non morire di fame. Sulla tavola era tutto un arraffare del cavolo, sedici mani, con le loro ottanta dita, in lotta per accaparrarsi le tortillas. I contendenti erano i miei sei fratelli e mio papà, tutti tecnocrati altamente specializzati in strategie di sopravvivenza in famiglie numerose.</p>
<p>La battaglia si inaspriva quando mia madre annunciava che le quesadillas stavano per finire.</p>
<p>«Tocca a me!»</p>
<p>«È mia!»</p>
<p>«Tu ne hai già mangiate ottanta!»</p>
<p>«Non è vero».</p>
<p>«Chiudi il becco!»</p>
<p>«Ne ho prese solo tre».</p>
<p>«Silenzio! Lasciatemi ascoltare!» ci interrompeva mio padre, che preferiva gli insulti alla tele a quelli dal vivo.</p>
<p>Mia madre spegneva il fuoco, abbandonava il <em>comal</em> e ci dava una quesadilla a testa; questa era la sua visione dell’equità: ignorare gli squilibri del passato e distribuire le risorse in parti uguali. L’ambientazione di quelle battaglie quotidiane era casa nostra, una sorta di scatola delle scarpe con un coperchio-tetto in lamina di amianto. Vivevamo lì da quando i nostri genitori si erano sposati, cioè, ci vivevano loro, noialtri arrivammo dopo, espulsi dall’utero materno uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, e infine, come se non bastasse, in coppia. La famiglia crebbe ma la casa non lo fece di conseguenza, per cui dovemmo stringere i materassi, spingerli contro le pareti, condividerli, per poterci stare tutti. Nonostante il passare degli anni, sembrava che la casa fosse ancora in costruzione, data l’assenza di finiture. La facciata e i muri perimetrali mostravano senza pudore i mattoni di cui erano fatti e che, volendo attenersi alle convenzioni sociali, sarebbero dovuti rimanere nascosti sotto uno strato di intonaco e pittura. Il pavimento era pronto per posarvi le mattonelle di ceramica, ma il processo non si era mai concluso. Identica situazione con le piastrelle, inesistenti nelle zone del bagno e della cucina a loro destinate. Sembrava che la nostra casa amasse andare in giro nuda, o quanto meno vestita leggera. Per non dilungarci, non entreremo nei dettagli sulla precarietà degli impianti della luce, dell’acqua e del gas, basti dire che c’erano cavi e tubi dappertutto e a volte era necessario prendere l’acqua dalla cisterna con un secchio legato a una corda.</p>
<p>Tutto questo accadeva più di venticinque anni fa, negli anni Ottanta, periodo durante il quale io passai dall’infanzia all’adolescenza e dall’adolescenza alla gioventù, allegramente condizionato da quella che alcuni definiscono visione provinciale del mondo, o sistema filosofico municipale. A quell’epoca pensavo, tra le altre cose, che tutte le persone e i fatti che apparivano in televisione non avessero niente a che vedere con noi e con il nostro paese, che le scene sullo schermo accadessero in un altro livello di realtà, una realtà emozionante che non aveva né avrebbe mai riguardato la nostra misera esistenza. Fino a quando una sera, all’ora delle quesadillas, ci capitò un’esperienza incredibile: il nostro paese era il protagonista del telegiornale. Si fece un silenzio così profondo che oltre al racconto dell’inviato si riusciva a sentire il lieve tocco delle nostre dita che sostenevano le tortillas nel loro cammino verso la bocca. Nemmeno davanti a una tale sorpresa smettemmo di mangiare; se pensate che sia impossibile inghiottire quesadillas in mezzo allo stupore generale significa che non siete cresciuti in una famiglia numerosa.</p>
<p>Lo schermo mostrava due fermo immagine alternati, mentre l’inviato continuava a ripetere che la sede del comune era stata occupata dai ribelli; la via principale del centro era bloccata da mucchi di spazzatura che il conduttore del telegiornale chiamava barricate e da un copertone che bruciava con l’inseparabile e arrivista colonna di fumo. In quel momento guardai dalla finestra della cucina di casa nostra, situata in cima al Colle di Merda, e confermai la versione del notiziario. Riuscivo a distinguere quattro, cinque nubi nere, sinistre e puzzolenti, che offendevano la vista della parrocchia illuminata. Menzione a parte merita la parrocchia, un obbrobrio in pietra rosa visibile da qualsiasi punto del paese e sede di un esercito di preti che ci obbligava a seguire il suo credo di arroganza e infelicità.</p>
<p>La notizia chiariva le conversazioni sussurrate tra i miei genitori, le insistenti telefonate dei colleghi di mio papà – <em>Sono il professor Tizio, passami tuo padre. Sono il professor Caio, passami tuo padre</em>. Se fossi stato più attento non avrei avuto bisogno di vedere il telegiornale per rendermi conto di quello che stava accadendo, ma d’altra parte vivevo nella fase suprema dell’egoismo: l’adolescenza. Alla fine mio padre interruppe il linciaggio nazionale dei nostri ribelli locali con dei gesti incazzati che gettarono in aria pezzetti di <em>nixtamal</em>.</p>
<p>«Cosa dovrebbero fare se li fregano alle cazzo di elezioni? Non vogliono perdere? E allora non organizzino queste elezioni di merda e piantiamola di farci prendere per il culo!»</p>
<p>Quello stesso giorno, un po’ più tardi, una camionetta con megafono passò lentamente davanti a casa nostra imponendoci a squarciagola un incomprensibile gesto di civismo, che consisteva nel rinunciare alla strada e nel rimanere chiusi in casa. Fino a nuovo avviso. Se avevano mandato l’ordine persino sul Colle di Merda, dove c’erano solo poche case separate l’una dall’altra da ampie estensioni di acacie spinose, voleva dire che eravamo nella merda.</p>
<p>Mia madre corse in cucina e tornò con gli occhi in lacrime e la voce tremante.</p>
<p>«Amore mio» annunciò a mio padre, e in casa questo inizio affettuoso serviva sempre da prologo alle catastrofi, «ci rimangono solo trentasette tortillas e ottocento grammi di formaggio».</p>
<p>Entrammo in una fase di razionamento delle quesadillas che finì col radicalizzare le posizioni politiche di tutti i componenti della famiglia. Conoscevamo alla perfezione le montagne russe dell’economia nazionale grazie allo spessore delle quesadillas che ci serviva mia madre. Avevamo persino creato delle categorie: quesadillas inflazionistiche, quesadillas normali, quesadillas della svalutazione e quesadillas dei poveri – citate in ordine, dalla più opulenta alla più misera. Le quesadillas inflazionistiche erano belle grosse per evitare che si guastasse tutto il formaggio comprato da mia madre, in preda al panico di fronte all’annuncio di un nuovo aumento del prezzo degli alimentari e al pericolo tangibile che il conto della spesa passasse dai milioni ai miliardi di pesos. Le quesadillas normali erano quelle che avremmo mangiato tutti i giorni se fossimo vissuti in un Paese normale, ma se fossimo stati in un Paese normale non avremmo mangiato quesadillas, per cui le chiamavamo anche quesadillas impossibili. Le quesadillas della svalutazione perdevano sostanza per ragioni psicologiche, più che economiche, erano le quesadillas della depressione cronica nazionale – e le più comuni in casa dei miei genitori. E infine c’erano le quesadillas dei poveri, in cui la presenza del formaggio era letteraria: le aprivi e al posto del formaggio fuso mia madre aveva scritto la parola “formaggio” sulla superficie della tortilla. Quello che non avevamo ancora conosciuto era la minaccia della privazione quesadillesca.</p>
<p>Mia madre, che in vita sua non aveva mai espresso un giudizio politico, si mise dalla parte del governo pretendendo l’annientamento dei ribelli e l’immediata restaurazione del diritto umano al cibo. Mio padre sosteneva lo stoicismo e replicava che la dignità non si baratta con tre quesadillas.</p>
<p>«Tre quesadillas?» contrattaccava mia madre, istigata all’ironia femminista dalla disperazione, «come si vede che non fai niente! Questa casa ha bisogno come minimo di cinquanta quesadillas al giorno»&#8230;</p>
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		<title>Juan Villoro: La piramide</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2013 08:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[Juan Villoro]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Cristina Secci]]></category>
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					<description><![CDATA[di Juan Villoro (Traduzione di Maria Cristina Secci) (Esce domani, pubblicato da Gran Vía, [256 pagine, 14 euro] La Piramide di Juan Villoro. Dalla nota dell’editore: «L’ex rocker Mario Müller scopre una possibilità di guadagno nei Caraibi: il piacere della paura. E in Messico, lungo un’immensa barriera corallina, costruisce La Piramide, un resort che offre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Juan Villoro</strong> (Traduzione di Maria Cristina Secci)</p>
<p><em>(Esce domani, pubblicato da Gran Vía, [256 pagine, 14 euro] </em>La Piramide <em>di Juan Villoro. Dalla nota dell’editore: «L’ex rocker Mario Müller scopre una possibilità di guadagno nei Caraibi: il piacere della paura. E in Messico, lungo un’immensa barriera corallina, costruisce La Piramide, un resort che offre ai propri clienti pericoli controllati, per convertire le loro ansie in realtà collaudata. Ma, come sempre accade, non tutto va per il verso giusto e un giorno qualcuno muore. Villoro, uno dei migliori scrittori latinoamericani, riesce a dare corpo e realtà all’utopia, con un singolare thriller tropicale che è anche una storia di amicizia, amore e redenzione con corrosive descrizioni del lato più contraddittorio dell’animo umano, un romanzo impeccabile che il quotidiano spagnolo </em>La Vanguardia<em> ha eletto tra i migliori del 2012». A seguire alcuni brani estratto dal romanzo.)</em></p>
<p>Per anni mi hanno detto che mio padre era morto o sparito a Tlatelolco, il 2 ottobre del 1968. Mia madre ne parlava appena. Era una donna forte, decisa, che si piegava senza escandescenze né isterismi a depressioni che confermavano negativamente la sua forza. Faceva un doppio lavoro, in un istituto e in una clinica per sordomuti. Arrivava a casa stanca di lottare perché la gente parlasse. Non voleva sentire domande e io smisi di farle. Sapevo solo che la morte di mio padre l’aveva addolorata meno di quanto avrebbe afflitto un’altra persona, qualcuno capace di piangere. Lei non piangeva. Non l’ha mai fatto. È qualcosa di veramente strano. Esisterà un registro di figli con madri che non hanno mai pianto? Dev’essere un gruppo sparuto e confuso. Non mi sarebbe piaciuto vedere mia madre piangere, ma che non l’abbia mai fatto mi è sempre apparso inspiegabile.</p>
<p>Mio padre era ingegnere e a quanto pare i suoi colleghi non lo stimavano. «Aveva un caratteraccio. E poi era un genio del calcolo, cosa imperdonabile» diceva mia madre.</p>
<p>Non ricordo drammi nella mia prima infanzia, però i miei genitori andavano d’accordo solo in una convivenza silenziosa, cosa insolita per una terapeuta del linguaggio.</p>
<p>È possibile che la morte o sparizione di mio padre, quando avevo nove anni, abbia rappresentato per lei un sollievo. Lui avrà approfittato del caos in plaza de las Tres Culturas per liberare mia madre della sua muta presenza? La parola “Tlatelolco” giungeva come il nome segreto di una separazione pattuita.</p>
<p>Il movimento studentesco non era stato popolare nel mio quartiere e neppure nella mia scuola. L’ipotesi che mio padre fosse morto per quella causa lo associava a un mistero delittuoso. Ciò nonostante, con gli anni, il movimento acquisì prestigio e i suoi protagonisti furono considerati vittime. Cominciai allora a pensare che questo mi riservava dei diritti speciali. Quando qualcuno suonava il campanello della porta, m’immaginavo un messo del governo che veniva a consegnare un televisore a colori per i famigliari del caduto a Tlatelolco.</p>
<p>Soltanto una volta beneficiai di quella tragedia. L’insegnante di educazione civica venne in qualche modo a sapere della sparizione di mio padre. Mi mise 10 senza alcun merito. La ricompensa m’infastidì. Non volevo 10 in educazione civica. Volevo che il governo mi desse un televisore.</p>
<p>Cosa ricordo di mio padre? Gli piacevano i tori e sapeva ballare il valzer. Era così alto da sbattere contro i telai delle porte, senza per questo fare smorfie di dolore. Sbatteva come una mosca sbatte contro un vetro. La sua faccia odorava di Old Spice e il suo corpo di detergente. Gli bastava uno sguardo per farsi obbedire. Aveva gli occhi di chi esplode se non gli si dà retta. Era esperto in misurazioni. Calcolava a prima vista la distanza che lo separava da qualunque edificio, e la sua altezza. Non usava occhiali e non sopportava le scarpe senza lacci. Non ricordo altro.</p>
<p>Nella sala era rimasta una sua foto. In essa, non sembrava né un ingegnere né un militante del ’68. Sembrava qualcos’altro che pure era stato: un venditore di zucchero filato. La sua bocca prometteva una dolcezza a poco prezzo.</p>
<p>La sua famiglia aveva un negozio di caramelle in cui lui dava una mano la domenica. Aveva conosciuto mia madre in un parco; lui le voleva regalare dello zucchero filato e lei aveva insistito per pagarlo. Fu quella prima divergenza a unirli.</p>
<p>Mia madre passava la giornata nell’istituto per sordomuti e mio padre era un desaparecido. Col tempo, l’ipotesi della sua morte perse forza e io mi abituai a immaginarlo ballare il valzer a Chihuahua, la sua città natale.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="wp-image-46976 aligncenter" alt="La piramide" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/piramide-707x1024.jpg" width="546" height="790" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/piramide-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/piramide-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/piramide.jpg 1028w" sizes="(max-width: 546px) 100vw, 546px" />[&#8230;]</p>
<p>Perché si abbandona una casa enorme, un giardino con due palme dal grosso tronco, una terrazza con pergolato, una scala semicircolare dove la padrona di casa possa trascinare il suo vestito per diversi gradini, un bagno con piastrelle rosa per bambine o per ninfe? Quale crimine, quale maleficio, quale spettacolare disgrazia avrebbe potuto spiegare quella villa vuota?</p>
<p>I miei amici parlavano di zombi, di fantasmi e di criminali per dare una giustificazione a quelle stanze in cui ogni parola risuonava due volte. Segretamente, io pensavo ad altre ipotesi: il padre se n’era andato, portando la famiglia alla rovina. Ero un collezionista di padri che se ne vanno. In classe sapevo sempre quanti compagni erano senza padre.</p>
<p style="text-align: center;">[&#8230;]</p>
<p>Su un muro notai un geco trasparente. Ho un debole per le lucertole. Sono una meravigliosa compagnia per un tossico. Quando sei sballato, la presenza di un insetto risulta intollerabile e quasi tutte le specie costituiscono una minaccia. Ma le lucertole si muovono con grazia e brillano al buio. Le guardavo muoversi come fossero l’espressione grafica delle mie idee. In quel periodo avevo poche idee, ma le lucertole (veloci, azzurre, gialle, verdi) mi facevano pensare d’averne.</p>
<p style="text-align: center;">[&#8230;]</p>
<p>&#8230; mia madre era una donna di trentatré anni, sola e attraente, in un mondo in cui i divorzi erano rari. Indossava una minigonna da hostess. Non era difficile vederle gli slip quando accavallava le gambe. Si muoveva con una scioltezza che io odiavo e che Mario idolatrava. Esalava il fumo della sigaretta in una vanitosa diagonale ascendente, si agitava sulla sedia quando ascoltava una canzone, credeva con insolito ottimismo nel Valium come soluzione a tutti i problemi.</p>
<p>Di mio padre ricordavo alcuni gesti, il modo in cui mi premeva il petto prima di farmi addormentare, come se perdere ossigeno potesse conciliare il sonno, e le telefonate in cui chiedeva di parlare con me per trasmettermi messaggi striminziti (era il tipo d’uomo alla buona che chiama per dire di aver chiamato). Non mi mancava perché l’avevo conosciuto appena. Mi mancava la possibilità di avere un padre e i fratelli che non mi aveva dato.</p>
<p>Mia madre invece si rendeva presente in troppi posti dove non c’ero io. Lavorava in due cliniche per problemi uditivi e a volte usciva di notte.</p>
<p>Crescere al fianco di una donna dai misteriosi movimenti, che non aveva amanti riconosciuti ma che avrebbe potuto averne ed era apertamente corteggiata, mi trasformò nell’Uomo di Fiducia che in qualunque momento può smettere di esserlo.</p>
<p style="text-align: center;">[&#8230;]</p>
<p>In quel momento mi ricordai di una canzone che mio padre cantava mentre si faceva la barba: «Soy un pobre venadito que habita en la serranía&#8230;» Il diminutivo non lasciava speranze. Essere un cervo è triste, essere un <em>venadito</em> non ha rimedio.</p>
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