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	<title>gravidanza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>baby boom</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 08:30:47 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Davanti alle entrate dei licei gli adolescenti di oggi sembrano tutti uguali. Soprattutto le ragazze, stesso modo di vestire, molte con la sigaretta in bocca o tra le dita, con il braccio lungo il fianco come per nascondere un gesto che sanno essere un azzardo. Scarpe basse senza calze anche d’inverno, ballerine o All-star, giubbini corti che lasciano scoperta la schiena anche quando il freddo morde, pantaloni a vita bassa, collo coperto da grandi sciarpe; ma davanti a quest’apparente omologazione che cosa attraversa le vite delle ragazzine in bilico sull’adolescenza? Corrono in due su motorini tutti uguali le une strette alle altre, hanno sogni e aspettative, ma vivono il qui e ora.Smalti appariscenti, pensieri stretti in corpi a volte più stretti ancora, amori che viaggiano veloci e veloci si consumano.<br />
<span id="more-38682"></span><br />
M. frequenta un liceo romano, la incontriamo fuori scuola, è insieme ad amiche della sua classe. Ha gli occhi nocciola i capelli castani lunghi. Esce da una storia faticosa, con un suo coetaneo. M. a novembre compirà 18 anni. Ha deciso di raccontare la sua storia, ha voglia di parlare.</p>
<p>“Ho scoperto di essere incinta a gennaio” racconta, confortata dallo sguardo e dalla presenza delle sue amiche, “all’inizio è stato uno smarrimento totale, non sapevo cosa fare, ero nel panico, poi ho fatto il test, quello comprato in farmacia, che mi ha dato la conferma, ero proprio incinta”. Dei loro rapporti sessuali gli adolescenti non parlano volentieri, né con i genitori né con gli insegnanti, d’altronde per molti adulti è ancora un argomento tabù.</p>
<p>Subito per M. si è attivata la rete delle amiche. Una solidarietà spontanea che l’ha sostenuta sin dal primo momento. Dopo il panico, e lo smarrimento, dopo notti e giorni passati ad analizzare il problema è subentrato il terrore perché,  preso atto del “casino nel quale ero finita, ho anche capito che senza l’aiuto dei miei genitori non avrei potuto fare nulla, ma dirlo a loro per me era come morire, ero convinta che mi avrebbero uccisa”.</p>
<p>M. guarda le amiche che ascoltano attente. A guardarle, è come se continuassero a proteggerla anche ora che il peggio è passato. Prima di parlare con mamma e papà M. è andata al Consultorio per gli adolescenti, nella zona di Prati, a Roma. Sono andata a visitarlo anche io, dopo la sua storia, e ho scoperto che ci sono strutture che funzionano con personale che lavora per stare vicino ai giovani in difficoltà. La signora che ci accoglie e con la quale parliamo è un’assistente sociale, ne ha viste tante di ragazze arrivare in preda alla disperazione perché un rapporto sessuale si era trasformato in un incubo.</p>
<p>“Le ragazze che arrivano da noi, sono per lo più spaventate, non sanno cosa fare, dove andare, arrivano da noi prima di aver parlato con i genitori, alcune di loro non hanno mai fatto una visita ginecologica, non sanno cosa sia la contraccezione, e non sono a conoscenza dei rischi che si corrono non usando il preservativo durante il rapporto”.</p>
<p>Nella stanza che fa da sala d’aspetto ci sono opuscoli sulla contraccezione, un grande manifesto sul quale sono descritte le fasi del ciclo mestruale e un foglio dove si raccolgono le firme per salvare i Consultori del Lazio dalla proposta di legge Tarzia, (Olimpia Tarzia consigliere regionale Pdl) che prevede un totale stravolgimento delle strutture pubbliche. I punti che stanno a cuore a chi da anni lavora nei Consultori, come spiega l’assistente sociale, sono la salvaguardia di un patrimonio pubblico di grande valore, che è il frutto di lotte e di conquiste sociali e civili delle donne.</p>
<p>La preoccupazione è che, con la legge Tarzia, si voglia sovvertire l’attuale modello dei servizi offerti dai consultori, ovvero una maternità libera e consapevole, e, altro punto assai delicato, che, attraverso la legge Tarzia, si vogliano spostare ingenti somme a favore di strutture private gestite da gruppi cattolici.</p>
<p>“Strutture, che saranno per lo più date in mano a chi tende a indirizzare verso una strada ben precisa  le persone che ne usufruiranno”.<br />
“Ora le cose sono diverse – continua – noi non siamo qui ne per dare giudizi, ne indicazioni”. È  così da quando sono nati i Consultori nel 1975, strutture nelle quali le donne si sono sentite protette e ascoltate, in particolare dopo l’entrata in vigore nel 1978 della legge 194, che permette di scegliere liberamente se ricorrere all’aborto.</p>
<p>Probabilmente M. con l’entrata in vigore della legge Tarzia, avrebbe trovato non poche resistenze nell’andare fino in fondo alla sua decisione.  L’assistente sociale spiega che il 90 per cento delle ragazze che nel territorio di Roma decide di non abortire è straniero. Loro hanno una famiglia patriarcale alle spalle, vivono in case con le madri e le nonne, come da noi negli anni ’50.</p>
<p>“Dopo aver parlato con l’assistente sociale – racconta ancora M.– mi sono sentita più rassicurata, la paura comunque mi è rimasta addosso, ma ho capito che avrei potuto trovare una soluzione e che c’erano altre ragazze nella mia stessa situazione”. Tra lei e le sue amiche scatta uno sguardo complice. La rete di solidarietà è andata avanti, e così loro, a turno, l’hanno accompagnata al Consultorio, a fare la visita ginecologica, poi a parlare con la psicologa e di nuovo con l’assistente sociale. Ma a parlare con la madre è dovuta andare sola.</p>
<p>“Quello è stato il momento più difficile – racconta con un po’ di pudore – sia per il terrore puro che avevo nel raccontarle quello che avevo combinato e poi perché implicava tutta una serie di cose svelate che fino ad allora non avevamo mai affrontato”.</p>
<p>“Mia madre è giovane, a me sembra vecchia – ci confessa ridendo – ma ha 43 anni, e qualche volta mi aveva parlato di preservativi e pillola, ma non avevamo mai approfondito l’argomento. Mi ricordo che una volta era tornata a casa con un preservativo tra le mani, che le avevano dato a una manifestazione a Campo de’ fiori e mi aveva detto appoggiandolo sulla scrivania: usalo”.</p>
<p>Scavando più affondo scopro che la madre di M. con i figli parla di sesso, ha spiegato loro quali sono i pericoli che si corrono non usando precauzioni, le malattie che si possono prendere, Aids, epatite e anche semplici infezioni, ma scopro che a scuola di questi argomenti non si parla affatto. L’educazione sessuale non è contemplata. Dunque agli adolescenti non rimane che il passaparola e uno strano fai da te. Mettono insieme esperienze personali, cose sentite dire, cose viste e informazioni rubate in rete. Qualche Dirigente scolastico illuminato, ha da anni delle collaborazioni con i consultori che mandano i loro assistenti sociali a spiegare ai ragazzi un sesso protetto e sicuro. In alcune scuole come raccontano M. e i suoi compagni, c’è lo sportello con lo psicologo (CIC centri di informazioni e consulenza): due ore a settimana, e in una scuola con 900 alunni, come la loro, anche se non è sufficiente, è già qualcosa.</p>
<p>Quando chiedo quanti di loro vanno a parlare con lui sorridono maliziosamente e dicono quasi in coro: nessuno.</p>
<p>I ragazzi preferiscono affrontare da soli e di volta in volta i problemi che si presentano. M. ritorna sulla sua vicenda. Il confronto con la madre è stato tutto sommato meno spaventoso del previsto. Una volta pronunciata la frase fatidica “sono incinta”, si è accorta di essersi liberata di un macigno e che la madre aveva accusato il colpo senza ucciderla.<br />
“Avrei preferito non dirle niente – confessa – ma avevo bisogno del suo consenso per abortire”. La trafila che i minorenni devono affrontare è rapida, anche perché ci sono tempi oltre i quali non si può andare. L’assistente sociale dopo aver parlato più volte con la ragazza interessata, stila una relazione da presentare al giudice che deve autorizzare. È inoltre necessaria anche l’autorizzazione di entrambi i genitori.</p>
<p>M. è più rilassata e racconta come un fiume in piena, anche di quando è arrivato il momento più doloroso, quando il coraggio degli amici non basta più. All’Ospedale, ad affrontare l’aborto, in quella sala operatoria, ci è andata sola.</p>
<p>M. si emoziona mentre racconta. Per la prima volta da quando sono con lei mi accorgo che la voce le si incrina. Cala un lungo silenzio e M. prende fiato. C. che è vicino a lei le stringe la mano. Ha vissuto la stessa esperienza lo scorso anno: aveva 15 anni. “Dal giudice tutelare, donna, mi ha accompagnato lei, mi ha fatto delle domande generiche, ha voluto sapere perché non l’ho detto a mio padre, e poi mi ha chiesto se il mio ragazzo era straniero”, M. lo sottolinea perché ha trovato la domanda fuori luogo”. Ed è dopo questo atto formale che compare il suo ragazzo/ padre, assente per tutta la vicenda. È stata lei ad averlo estromesso, ma lui si è imposto.  “L’ho trovato sotto casa alle 7 di mattina quando sono andata all’Ospedale. Non potevo mandarlo via. È stata mia madre la sera prima a prepararmi la borsa che avrei dovuto portare in Ospedale”. “Avevo paura, ero emozionata, confusa e anche arrabbiata. Non sapevo cosa mi aspettasse. L’attesa è stata lunga. Ci hanno messe tutte in una stanza, dove abbiamo aspettato il nostro turno”. Tre donne adulte e due ragazzine, una delle quali appena diciottenne era alla sua seconda interruzione di gravidanza in otto mesi. Anestesia totale e alle 15 fuori dall’Ospedale, dopo il controllo del chirurgo. Davanti al reparto di ginecologia, insieme alle donne che hanno abortito c’è la sala parto. Il contrasto è stridente. Cerco di capire come mai M. ha optato per una scelta del genere, e mi spiega che non se la sentiva, che 17 anni sono pochi per avere un bambino, che vuole portare a termine gli studi.  “Mia madre – confessa – me lo aveva pure detto, fai una cosa diversa dalle altre ragazze, tieni il bambino, lei mi dava tutto il suo aiuto, ma io non me la sono sentita”. Guardiamo M. negli occhi, lo sguardo ancora di una ragazzina, e forse, nonostante questa storia, i sogni tutti intatti. Si fa avanti un ragazzo, ha 19 anni e la sua ragazza è incinta, lei come M. ha 17 anni. Noi abbiamo pensato di tenero, abbiamo fatto tutta la trafila per Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) ma non siamo sicuri di volerla fare”. Sapete che significa avere un figlio, obietto, ma lui senza stupirsi ci fredda con una frase: “è  nostro figlio”.</p>
<p><a href="http://consultaconsultoriroma.blogspot.com">Per saperne di più sulla legge Tarzia e sui consultori </a></p>
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		<title>Verdure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2009 05:44:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p><!-- 	 --></p>
<p align="justify">Aspetto una bambina, e causa valori della glicemia un poco alterati seguo una ferrea dieta a base principalmente di proteine e verdure: dal fruttivendolo vado di continuo. Il migliore, nel mio quartiere, è egiziano. Il negozio è grande, a vendere sono in diversi ma il capo è lui. Anche lui è in attesa di una figlia, la sua seconda, e ogni volta mi racconta della moglie, delle sue stanchezze o energie, dei movimenti fetali,  come questa femmina pare scalmanata a paragone del maschio che nella pancia era tranquillo &#8220;e invece adesso che ha tre anni è &#8216;na peste&#8221;. Io ascolto e a mia volta dico di me, più titubante per la nessuna esperienza, ma desiderosa come sono ormai da mesi di scambiare e carpire il maggior numero di informazioni possibile su parti, allattamenti, gestione di questa lunga fase così eccezionale per corpo e spirito che mi sta capitando di vivere.<span id="more-17872"></span></p>
<p align="justify">Conversazioni che di solito imbastisco con donne &#8211; commesse, colleghe, amiche, compagne di tragitti in autobus e metropolitane. Dopo il mio ginecologo lui, il fruttivendolo, è il solo uomo con cui parlo tanto della mia gravidanza. C&#8217;è la mediazione della moglie, sempre assente termine di complice paragone con me. Ma anche altro: una sua autentica partecipazione al mio stato, un rallegrarsi e condividere le mie giornate, quelle in cui sono più energica e sorrido tanto, quelle più faticose e lunatiche. Quando entro nel negozio (affollatissimo, la merce è ottima e i prezzi pure) ci salutiamo da lontano con un cenno contento: parleremo delle nostre bambine, che se il cielo vuole e tutto andrà bene nasceranno a poche settimane di distanza una dall&#8217;altra.</p>
<p align="justify">Il mio ginecologo, primario di rinomata competenza divenuto un amico, dice ridendo che &#8220;ormai se sei incinta pari un&#8217;extracomunitaria&#8221;. Se lui la spara come boutade, io invece la riscontro come assoluta verità, considerando le diverse reazioni al mio stato. Quel che nelle donne italiane è partecipazione felice ma subito ansiosa (&#8220;come ti stai organizzando? dove partorisci? hai già comprato xyz? hai trovato chi ti aiuterà? e il nido? e il latte artificiale?&#8221; e via così, un fiume in piena di programmi preoccupati), nelle africane, asiatiche, sudamericane che incontro è un sorriso di pura fiducia. Ciò che nella maggior parte degli uomini è affettuoso ma distante coinvolgimento, negli stranieri è vera commozione, unita a una strana forma di gratitudine che prescinde dalla realtà per rivolgersi a una forza suprema, trascendente: la forza della creazione. &#8220;Resti qui con noi, bella signora!&#8221; mi chiede l&#8217;aiutante del capo, il ragazzo egiziano che ogni volta mi aiuta a caricare i sacchetti pieni di verdure in macchina. Non è galanteria la sua, simpatia piuttosto, ma anche qualcosa di più alto. L&#8217;idea che una donna incinta è manifestazione in terra di una benedizione, una ricchezza, una luce. Qualcosa a cui stare vicino. Nella nostra cultura la gravidanza è quasi una malattia: e allora viene voglia di rivolgersi altrove, lì dove è intesa invece come salute, vita. Vita che esplode e vince.</p>
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		<title>sette quattordici ventotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 12:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-13298" title="prestotz9" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/prestotz9.jpg" alt="" width="400" height="241" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi, grandi e callosi, niente rose, niente verde. Le rose si sciupano e il verde imbrunisce. Nei mazzi degli illusionisti le rose non ci sono mai, neanche in quelli dei maghi da fiera. Perché si sciupano. Gli innamorati regalano rose perché l’amore si sciupa. Lo sanno, mentono e sempiterni regalano rose.<br />
<span id="more-13297"></span><br />
Non vorrei mai ricevere un fiore così. Che è un monito. E poi sussurrare che profumo che profumo e sorridere, emozionarmi un poco dimenticando che le rose appassiscono e l’amore e le scarpe nuove e altro ancora e che esistono i fiori di plastica e di stoffa che comunque non rappresentano una soluzione. Specie per gli allergici alla polvere. Io dico non ho niente in mano e mi guardo i palmi asciutti perché in questo niente che stringo non riesco a tenere nemmeno un segreto. Tutte le volte che mi sono coperta la bocca con una mano non sono stata in grado di tacere. Tutte le volte che da bambina giocavo a Indovina dove tengo la caramella, destra o sinistra, sinistra o destra, qui o qui, ho sempre ceduto lo zucchero. Perdere è amaro. Non ho niente in mano e non so mantenere un segreto. Il mese scorso, era di mercoledì, ho incontrato un uomo e siamo finiti a letto dopo una birra e quattro chiacchiere sconclusionate. Io ho pagato la prima, lui la seconda che però era la stessa. Una chiara doppio malto in un bicchiere che pareva e forse era una piccola boule per pesci rossi. I pesci rossi spesso sembrano ubriachi, girano in tondo fino a stordirsi e alle volte saltano fuori e finiscono sul pavimento. Capita poi che qualcuno arrivi trafelato e non se ne accorga. Del pesce sul pavimento. E ci scivoli sopra e cada e muoia. Capita che qualcuno sbatta la testa. Non si avveda dell’assenza del rosso nella trasparenza opaca d’acqua e mangime. Sul pavimento di casa calpestato mille volte. E i vicini sussurrino Doveva essere ubriaco. Invece era il pesce, ma non può dirlo a nessuno, acqua in bocca, lingua in gola. Le boule se la intendono con l’ubriachezza molesta e i segreti dovrebbero dirsi solo ai morti che però non hanno niente in mano. Forse una moneta. O sotto la lingua?</p>
<p>Siamo finiti a letto insieme, e non mi era mai successo, una birra e un uomo sotto le lenzuola, tutto nella stessa sera. Di mercoledì a casa mia e alle undici meno dieci era tutto finito perché mia madre ha chiamato per dirmi Buonanotte tesoro, e io Anche a te mamma e lui Tua madre ti chiama sempre a quest’ora e mia madre Chi c’è lì con te? E io Nessuno mamma è la televisione. Lui ha sorriso abbottonandosi lentamente, come uno si immagina faccia uno spogliarellista redento, illuminato di compiacenza e misericordia come se per una donna di trent’anni fosse umiliante confessare alla madre di tenere la televisione accesa con un film credibilmente anni cinquanta. Quanti uomini domandano Tua madre ti chiama sempre a quest’ora. Quest’ora quale? Tutte le ore sono delle madri. Essere madre è come avere tutto il tempo. Poi se n’è andato e non l’ho nemmeno accompagnato alla porta nel timore che pensasse a una replica. O forse sono le donne a pensare che agli uomini interessino le repliche, che siano esseri sessuali più che salottieri. Le <em>reprises</em> del sesso sicuro e senza esiti. Se è sicuro è senza esiti. Se nelle pubblicità o sulle scatole scrivessero senza esiti, nessuno comprerebbe più alcun tipo di contraccettivo. Senza esito è così esiziale. Senza esito è esiziale.</p>
<p>Ho rassettato, messo in ordine, elencato gli oggetti accarezzandoli con gli occhi uno a uno e spento la luce per riposare. E ho dormito. Da un mese dormo come mai. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e di solito non dormo. Ci siamo rivisti in bar gli ho offerto una birra lui è andato via dicendo Buona serata davanti alla tv. Non conosco bene gli uomini ma mi stupisce che si comportino come donzellette piccate. O forse è lui, e per questo l’ho invitato a casa, forse amo le donzellette piccate, di qualsiasi sesso. Amo le donzellette piccate, coperte di trine anche quando i merletti sono baffi curati e basette intarsiate e le molle degli slip carioca e due orecchini e i capelli tagliati freschi. Che odorano di campi e di falce. Ho spento la luce. Le madri hanno anche il tempo del sonno. Controllano il sonno dei bambini, vegliano perché dormano tranquilli e sognino miele e foreste incantate e non si bagnino la testa se piove e non cadano nei burroni e non si grattino le bollicine che poi è peggio.</p>
<p>Una buona madre non comprerebbe un pesce rosso per il salotto con il pavimento di marmo. Una buona madre non andrebbe mai a vivere con un infante in una casa col pavimento di marmo. Un pavimento duro per una testa vellutata e una creatura malleabile. Pensavo che non avrei mai avuto bambini. Non che sia contraria, ma non credevo che sarebbe successo così, improvvisamente e senza pensieri, un mercoledì sera con uno sconosciuto riottoso a qualsiasi contatto dopo una birra chiara doppio malto. Devo essere incinta perché le mie mestruazioni sono più precise delle passeggiate di Kant e se quella dei ponti di Koninsberg è una leggenda questa non lo è. Ho le mestruazioni ogni ventotto giorni da quando avevo quattordici anni. Che se uno pensa che quattordici è la metà di ventotto non può che ritenere di portarsi dietro una precisione cronometrica da fare impallidire qualsiasi tabella oraria delle ferrovie tedesche o delle poste inglesi. Qualsiasi Holter. E ho un ritardo di sette giorni che è la metà di quattordici e la quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho smesso di bere birra e mi sono ricordata di saper lavorare all’uncinetto. Ho comprato un filo di cotone prezioso e composto un paio di scarpette assai complicate. Sono andata in merceria e so bene che sarebbe stato più semplice intrecciare una copertina o un centrino. Ma volevo le scarpe. Un paio di scarpette per mio figlio. Se non posso fare la madre posso almeno lavorare all’uncinetto. Scarpette rosse. Non importa che la strada sia folle o rivoltosa e vorticosa. Nemmeno che sia un’ossessione, è sufficiente che venga tracciata. Le scarpette rosse tracciano la strada del mio bambino che si annuncia con un ritardo di sette giorni e un dolore al seno e ai reni e un gonfiore come di bere eccessivo e con le tappe in bagno. La gravidanza se la intende con l’ubriachezza molesta e l’impossibilità di buttar fuori l’aria. Vorrei avvicinarmi alla donzelletta piccata con la barba rada per dire che aspettiamo un bambino, che i suoi contraccettivi rosa di fragola o cocomero o rosa di rosa ci hanno regalato un ritardo che non è di treno o di una coincidenza qualsiasi o di un cameriere al tavolo. Un ritardo di carne rosa. Ma non lo conosco e non so cosa dirgli.</p>
<p>Avere un bambino con una persona di sesso diverso è un fatto che può capitare. Fossi un cuoco queste quindici parole sarebbero la mia grande hors d’oeuvre, invece immagino di sedere sul divano di fronte a mio padre e mia madre che di bambini se ne intendono. Ma non gli sono capitati. Si sono sposati giovani e tutto il resto, con il mezzo pollo al matrimonio di fine anni settanta e la torta mimosa a due piani e quattro damigelle e le buste con i soldi e la culla in prestito, lei il cappello e la borsa a sacchetto lui i pantaloni quasi a campana sulle caviglie e il borsello e gli occhiali tredici pollici con le lenti variant. Potrei chiedere mamma che fine ha fatto la mia culla, a che punto del giro dei prestiti si è fermata. A quale grado di parentela.</p>
<p>Così con tono skakesperiano e con postura barda, declamare Deh madre dov’è chiusa la mia culla? Serra forse infanti tra le barre di contenzione? Fate atto di contenzione, madre, vostro e della culla e ditemi dov’è, confessate adesso che poi sarà tardi e l’avrò di già comprata! Mia madre riderebbe o potrei sorridere io e semplicemente, una domenica a tavola, perché i pranzi domenicali sono il crogiolo di tutte le ansie e le aspettative e le cattive sorprese mascherate da novità. Mamma papà aspetto un bambino, che bello. Bellezza senz’altre parole, bellezza senz’altro e una culla nuova ché ricordo narcotica la mia verniciata a olio. Crema e cioccolata a pittura tossica. Invece ancora qui in silenzio con un ritardo di una settimana che è metà di quattordici e quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho impiegato una notte a confezionare le scarpette. Sono venute piene di nodi, mi giustifico Nodi maya, per tenere conto dei primi passi del bambino con le manine tra le mie, un passetto alla volta e lui che pretende di rimanere in piedi, punta i piedi perché alzato può guardare più lontano. Fino alla boule col pesce rosso che ritenendo sia troppo piccolo per scivolare e per evitare il salotto ho esiliato sul mobile in ingresso. E invece mio figlio sa che rosso è distrazione, d’altronde ha rosse le scarpe, e allunga le mani al pomello e il pomello è sufficiente per barcollare la boule e capitolare il pesce. Indurre ubriachezza coi marosi nei decimetri cubi di trasparenza torbida. È sempre il mangime che intorbida. Prima solo in superficie, poi per gravità dovunque e fino in fondo. Eppure è necessario. I primi passi, il pesce per terra boccheggiante mio figlio che si abbassa per afferrarlo e modula con le labbra minute prima una piccola <em>o</em> di meraviglia e poi una grande <em>O</em> di fame e conoscenza. Mio figlio si china per mangiare il pesce rosso. Mio figlio affoga col pesce che gli scodinzola le gengive nude mentre io fisso i salvavita alle prese di corrente del bagno e del salone tranquilla perché in ingresso non ci sono prese. Non ci sono prese urlo mentre mio figlio sta gelido sul marmo. Sette giorni in ritardo anche qui, lo facessi oggi, invece di aspettare che nasca e si strozzi, lo avessi fatto ieri notte invece delle scarpette che tanto non gli impediranno di morire, sarei una buona madre. Invece non è ancora nato e sono già inadempiente. Fosse femmina recriminerebbe già.</p>
<p>Le madri hanno tutto il tempo per crocifiggersi. Se fossi una cattolica fervente potrei dire che questo è, che così ha da essere, perché per una che ha dovuto vedere il proprio figlio crocifisso, milioni per solidarietà si devono crocifiggere. In modo da bilanciare quello lì col tempo e il sangue versato o buttato. Quel sangue. Buttare il sangue significa arrabbiarsi, innervosirsi o affaticarsi, sforzarsi per rendere le cose migliori. Le madri buttano il sangue. E anch’io adesso di notte con la luce da tavolo accesa a pensare che ho un ritardo di sette giorni e non so nemmeno come si chiama basette di Fiandra. Mi piacerebbe Alfredo, o Alberto o Alessandro o Andrea, un nome con la A. Non so perché, ma mi piacerebbe, e visto che non andrò mai a chiederlo e lui non verrà mai a dirmelo posso immaginare quello che voglio e cominciare ad allenarmi con i nomi. Di mio figlio so che domani mi farà buttare sangue ma oggi non ho le mestruazioni. Non ho le mestruazioni da sette giorni. Consulto siti, faccio test, compro giornali femminili, in Italia è impossibile sbagliarsi perché non esiste il neutro e ho smesso la carne cruda. Viva o morta. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non mangio carne cruda.</p>
<p>Ho detto questo a mia madre che ha chiamato per darmi la buonanotte e risposto Sono incinta e lei Hai fatto il test? Mia madre non mi ha chiesto di chi è e perché sto a casa anche se non ho la febbre. Non se ho mangiato. Mi ha chiesto Hai fatto il test? Dovrò ricordarmi con mio figlio di porre sempre domande che lui trovi inopportune. Con una buona madre si è sempre fuori luogo. No mamma, non ho fatto il test, E come fai a saperlo allora, Mamma ho un ritardo di sette giorni, Allora io avrei dovuto essere incinta almeno trenta volte nella mia vita, Buonanotte mamma, fai il test. È notte fonda e devo trovare una farmacia aperta, nella speranza che non sia solo uno spaccio per medicinali di primo soccorso e metadone, che in uno scaffale dimenticato abbia un test di gravidanza. È una cosa da film, solo che dalla pellicola anni cinquanta sono passata a una scena tipo Sundance o TriBeCa, oppure, già archivio, la sposa in tuta gialla che prima della linea fatidica, della striscia reagente della vita, è un killer spietato e poi solo paura, tanta paura con la sicaria orientale che le punta una bocca da fuoco in mezzo agli occhi. Odio quando mia madre mi chiede se ho fatto i compiti a casa. Stessa cosa. Me lo chiede prima che io corra in giardino a rubare la papera al vicino o la rete da pallavolo ai ragazzi del quartiere, odio mia madre che mi chiede se ho fatto il test prima di festeggiare e domandare chi è il padre e come l’ho fatto e se non come almeno quando.</p>
<p>È notte fonda, non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho fatto il test di gravidanza, forse se avessi aspettato altre tre settimane, se io e le mestruazioni avessimo atteso quattro settimane per presentarci in carne e assenza a mia madre lei non avrebbe potuto opporci Hai fatto il test, invece adesso ha ragione. È notte fonda e mia madre è nel giusto. Esco con la macchina e particolare cautela, perché una donna nelle mie condizioni non può che pretendere un attendente al passo. Ma non ce l’ho. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho un attendente al passo. La croce verde della farmacia si accende e si spegne si accende e si spegne e mi ipnotizza. Vorrei leccarla come un ghiacciolo alla menta in una giornata estiva o un bombolone pistacchio variegato cioccolato sempre.</p>
<p>Entro. Suono per entrare e trovarmi di fronte a un vetro blindato e oltre il vetro un ragazzo che somiglia molto a basette intarsiate ma dice Sono Giacomo come posso aiutarla. Mi dica che sono incinta Giacomo, mi guardi e mi dica che aspetto un bambino. Ma taccio e mi preoccupo, batto i denti, ho le borse sotto gli occhi e il viso pallido che se non vivi in un film di indiani non dice nulla sulla tua identità ma molto sul tuo stile di vita, dice eccessivo, forse Giacomo pensa che mi droghi, che voglia fracassarmi la testa sul vetro blindato e stravolgergli il sonno per sempre. <em>Ingiusto fece me contra me </em>come?. Sul vetro blindato, ingiustissima. <em>Io son colui</em>. Sono Giacomo come posso aiutarla, Vorrei un test di gravidanza. Giacomo sorride come fosse il padre, io ansimo perché ho un ritardo di sette giorni che è la metà improbabile di quattordici anni e la quarta parte altrettanto di ventotto giorni.</p>
<p>Giacomo dice Sono undici euro. Ed è allegro perché il test è la vita, è come le vitamine. Prodotto da banco stipato di speranza. Penso che undici non è nemmeno pari. Quanto costa un bambino. Madre tirchia e tiranna. E ancora non è nato! Un bambino costa più di un chilo di carne macinata e non ne pesa che un grumo. Costa Più della frutta fresca anche immaturo com’è. Non dico niente a Giacomo, non dico mai niente a nessuno e per questo è superfluo che non sappia tenere i segreti e stringa tra le dita della mano destra le chiavi della macchina e nella sinistra un test di gravidanza. Un parallelepipedo leggero e colorato in modo affidabile. Vorrei fare il test in macchina ma non posso, dovrei aspettare di arrivare nel bagno di casa. Che è lontana. Sono curiosa, ho l’ansia da gravidanza che mi impedirà di continuare la mia vita, anche se vorrei che qualcosa la impedisse, perché non ho niente in mano. Il cellulare suona, mia madre vorrà sapere, finalmente savia, con chi ho fatto questo bambino, ma non rispondo perché devo trovare un bagno.</p>
<p>Non ho niente in mano tranne il volante, non so tenere un segreto tranne l’evidenza che mi sono portata un uomo a letto e che non conosco questa zona. Ma c’è la corrente elettrica e le luci al neon sono migliori dei segnali stradali. Freno, inchiodo, mio figlio punterà i piedi fino a quando non avrà un’auto tutta sua. Con l’unica pecca che anche questa insegna si spegne e si accende si spegne e si accende ma il senso è intermittente e mi sento stupida a intendere a tratti. Entro nel bar del quale non sono stata in grado di leggere il nome. Suono per entrare, dietro al bancone c’è una donna con un bicchiere tronco conico. Non quello da Martini, più stretto, dentro c’è un liquido lattiginoso che forse è latte di cocco forse vaccino, forse altro, chiedo un bagno, mi strizza l’occhio mi guarda le mani e indica la porta in fondo. Col mento. Che stupida il bagno è in fondo. Apro la scatola, leggo le istruzioni eseguo e aspetto. Il bagno è lindo e maiolicato, mi sorrido nello specchio illuminato. Sembro sott’acqua. <em>Questa è la luce</em>. Mi guardo nello specchio e nuoto. Manca solo una boule col pesce rosso. Fossi a casa basterebbe andare in ingresso per trovarla. E vuotarla. Fossi a casa il pesce boccheggerebbe sul pavimento ma rimarrei ferma.</p>
<p>Non ho niente in mano non so tenere un segreto non aspetto un bambino e qui non c’è il pesce rosso. Ritardo è un ritardo è un ritardo è un ritardo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>C’è una certezza che adesso stringi<br />
E non è l’Angelo<br />
Non è un miracolo<br />
Non è la mano del Signore<br />
Sei tu</em><br />
<em>Cuore di Tenebra</em>, Baustelle</p>
</blockquote>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <strong>ScrittureGiovani</strong> del Festivaletteratura di Mantova 2007]</p>
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