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	<title>Handke &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Divenire pietra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Russo De Vivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Russo de Vivo È tutto finzione, non Ci credete. Un tempo conoscevo solo stanchezze da temere1dice Peter Handke, UN TEMPO-CONOSCEVO-SOLO-STANCHEZZE DA TEMERE, e indugiamo inebetiti su queste parole &#8211; le prime! &#8211; che iniziano una confessione/elogio della ‘stanchezza’, il Saggio sulla stanchezza (1989), e riscopriamo, nel fluire lento delle parole, che al di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-62135" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/PIETRE-VIVE.jpg" alt="PIETRE-VIVE" width="500" height="334" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/PIETRE-VIVE.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/PIETRE-VIVE-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/PIETRE-VIVE-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />di<b> Antonio Russo de Vivo</b><br />
</span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">È tutto finzione,<br />
non Ci credete.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Un tempo conoscevo solo stanchezze da temere</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dice Peter Handke, UN TEMPO-CONOSCEVO-SOLO-STANCHEZZE DA TEMERE, e indugiamo inebetiti su queste parole &#8211; le prime! &#8211; che iniziano una confessione/elogio della ‘stanchezza’, il </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Saggio sulla stanchezza</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"> (1989), e riscopriamo, nel fluire lento delle parole, che al di là delle diverse stanchezze ce n’è una, la Stanchezza, cui è lecito tendere con tutta la forza del disimpegno, un momento di pace e di comunione con il mondo:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">il mondo, in silenzio, assolutamente senza parole, si racconta da sé […]; tutto il pacifico accadere era al contempo già racconto, e questo, a differenza delle azioni militari e delle guerre, che avevano bisogno di un cantore o di un cronista, nei miei occhi stanchi si strutturava da sé a epos, per di più &#8211; come mi parve lampante &#8211; a epos ideale: le immagini del mondo fugace inerivano di scatto, una via l’altra, e prendevano forma.</span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Siamo da poco svegli, la vita ci si apre lenta e noi sentiamo ancora il peso rassicurante dell’immortalità, poiché il sonno è morte e da quella morte, ancora una volta, siamo tornati vivi, e tutto intorno si dipanano gli elementi, e noi godiamo ancora un po’, come stretti alle caviglie, tentati a tornare lì da dove siamo venuti, e invochiamo le nostre forze, ci risolleviamo, scacciamo i fumi della notte e ci sforziamo di riflettere, inebetiti, sulle parole di Handke affrontate al principio di tutto ciò che da quel momento accade.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Handke si volge indietro, SOLO, e poi ripercorre la sua vita e alla fine capisce. Lo sapevamo già, NOI, che ci sono stanchezze e c’è Stanchezza, l’abbiamo capito prima, quando </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>eravamo giovani e aggiornati e lucidi e sapevamo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come facciamo ora</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">, tante volte, allora, incontrammo il Mondo tutto e lo abbracciammo e ne ridemmo e ne piangemmo felici ma di quella felicità che non conosce causa, e così restammo sospesi, più e più volte, in estasi, perché la giovinezza ce lo permetteva, perché non urgeva volgere lo sguardo troppo avanti, oltre la punta dei piedi di mister Burroughs, perché NOI eravamo TUTTO, TUTTO, TUTTO.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Conoscete la malinconia? È quando non vi bastate più, e sentite di avere una ferita aperta da qualche parte, chissà dove, che non procura nessuna fitta, nessun bruciore, eppure sapete che c’è e sapete che resterà lì per sempre perché voi, da soli, non vi bastate, vi manca qualcosa, VI MANCA, VI MANCA, e sostituite, e vi affannate, e ricercate, ma NULLA.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Noi abbiamo perso la Stanchezza e siamo divenuti esseri malinconici, d’un tratto, senza preavviso alcuno. Non c’è speranza a tutto ciò, NON C’È SPERANZA, abbiamo capito come ci gira intorno il mondo, non volevamo farlo, è capitato, capire è una cosa che capita, la comprensione ti si scaglia addosso e tu non sai che farci, ti illudi un attimo che ciò è giusto e bello e importante, e poi scopri che nulla è peggio di capire, fai i conti con ciò che hai capito, di continuo. La maturità, quando viene, ha i connotati diabolici di Silvio, l’antagonista de </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La pistolettata</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"> di </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Puškin, colui che interruppe un duello quando sopraggiunse il suo turno, irritato dall’indifferenza alla morte dell’avversario, per poi riprenderlo dopo anni, al momento opportuno, quando l’avversario aveva abbastanza vissuto da temere, finalmente, di perdere tutto. Da giovani, al cospetto della morte, si mangiano le ciliegie e sdegnosi si sputano i nòccioli, eppure la maturità è lì, a pochi passi/pochi anni, e vi dice, irritata, </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“pare che adesso non abbiate il capo a morire” […] “fate colazione; non voglio disturbarvi”</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">. Noi non l’aspettavamo, essa è arrivata. Noi abbiamo avuto paura, essa ci ha risparmiati, purché, una volta giunta, essa sia per sempre impressa nella nostra testa. Non c’è speranza, non siamo più giovani, anzi una speranza c’è: è la demenza. Ma anche la demenza, ahinoi, giunge senza preavviso, e quando c’è non ci è più utile, non la riconosciamo, non ci riconosciamo, NON SIAMO PIÙ NOI.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Noi, da quando l’abbiamo conosciuta, aneliamo sempre alla Stanchezza, e lo sappiamo che il problema è tutto lì, nell’averla conosciuta, perché una volta conosciuta non può esserci più, eppure, sempre, la desideriamo, e il nostro desiderio, inevitabilmente, è una perpetua nostalgia. Noi lo ammettiamo, vogliamo essere divinità, ma non divinità tutta, bensì divinità del settimo giorno, </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“il giorno del </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">non-fare</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>, un giorno in cui sarebbe possibile </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">l’utilizzo dell’inutilizzabile</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>”</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"> come dice bene Byung-Chul Han e aggiunge:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Handke abbozza una </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><i>religione immanente della stanchezza</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">. La “stanchezza fondamentale” annulla l’isolamento egologico e fonda una comunità che non ha bisogno di parentele. In essa si risveglia un particolare </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><i>ritmo</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> che conduce a un’</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><i>armonia</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">, a una prossimità, a una vicinanza priva di ogni vincolo famigliare, funzionale.</span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Questa società della Stanchezza noi vorremmo essere invano, NOI, ebbri di comunità, ma fra voi qualcuno ci ha scoperti, e ci ha detto, una volta per tutte, che </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“da sempre, quando manca qualsiasi forma narrativa, subentrano le fantasie più sfrenate a riempire il vuoto”</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">. Siamo in tempi di denarrazione e Douglas Coupland lo sa:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Qualcuno sostiene che noi, in quanto animali, ci differenziamo da tutti gli altri animali per un particolare, e cioè che abbiamo bisogno di rendere la nostra vita racconto, narrazione, ed è quando sentiamo svanire il nostro racconto di vita che ci sentiamo sperduti e diventiamo pericolosi, perdiamo il controllo e ci ritroviamo soggetti alle forze del caso. È questo il processo a causa del quale si perde il senso della propria vita come racconto: è la «denarrazione».</span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">La causa di questi tempi è la </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“supersaturazione informativa”</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">, un processo in continua espansione di cui noi, vittime passive, siamo sempre più protagonisti in massa. Tutti dicono qualcosa, TUTTI, e tutto può arrivare a chiunque. Noi non vogliamo, NOI non vi vogliamo, non CI vogliamo, noi siamo stanchi, STANCHI, e ogni giorno aneliamo alla Stanchezza e ogni giorno non la troviamo e ogni giorno moriamo un po’ di più.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Noi, alla fine, vogliamo divenire pietra, e non vi appaia bizzarro, ciò, quanto quell’uomo che vuole rinascere animale e non sa scegliere e ne nomina qualcuno o perché vola, o perché è forte, o perché è bellissimo. Noi non vogliamo nulla di tutto questo, siamo stanchi, STANCHI, e l’ultima cosa che vogliamo, l’unica, è divenire pietra, perché </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>la pietra ci restituisce a una storia lunga e oscura, anteriore all’uomo, una storia che non lo riguarda per nulla e da cui noi siamo nati alla fine di un percorso tra innumerevoli germogli altrettanto effimeri e vani. Non ci spiace di ritrovarci soli, senza enciclopedia, né documenti né codice di fronte a un enigma probabilmente insignificante, la cui soluzione, in ogni caso, non potrebbe interessare un organismo sensibile, sessuato, mortale.</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Questo, tutto QUESTO, è il nostro testamento. Non è il primo, ogni giorno ne scriviamo uno, ogni giorno, tutti i giorni, da quando siamo morti per la prima volta, un giorno, imprevedibile, imprevisto, cui siamo sopravvissuti; ne scriveremo altri, ogni giorno, tutti i giorni, NOI, prima di dormire, prima di morire.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">NOI, però, pur essendo mortali, siamo immortali, e questo, soprattutto, è il paradosso che ci scuote, ci angoscia, ci irretisce. NOI siamo umani, NOI siamo divini. NOI. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“IO è un altro”</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a> <span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“Se esisto, non sono un altro”.</i></span></span><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a><i> </i><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">IO. Dieci. Triangolo. Addio.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="sdfootnote1">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a><sup></sup> Handke P., <i>Saggio sulla stanchezza</i> (1989), trad. it. di Emilio Picco, Garzanti, Milano, 1991, p. 7.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a><sup></sup> Ivi, pp. 38-9.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a><sup></sup> Kerouac J., <i>I sotterranei</i> (1958), trad. it. di Anonimo, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 29: «Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; […].»</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a><sup></sup> Puškin A. S. <i>La pistolettata</i>, trad. it. di Leone Ginzburg e Alfredo Polledro, in <i>Opere</i>, a cura di Eridano Bazzarelli e Giovanna Spendel, Mondadori, Milano, 1990, p. 699.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a><sup></sup> Byung-Chun Han, <i>La società della stanchezza</i> (2010), trad. it. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Roma, 2012, p. 73.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a><sup></sup> Ivi, pp. 73-4.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a><sup></sup> Coupland D., <i>Taccuino di Brentwood</i> (1994), in <i>Memoria Polaroid</i> (1996), trad. it. di Marco Pensante, Marco Tropea, Milano, 1997, p. 188.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a><sup></sup> Ivi, p. 183.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a><sup></sup> Ivi, p. 184.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a><sup></sup> Caillois R., <i>Tre lezioni delle tenebre</i> (1978), a cura di Tomaso Cavallo, Zona, Lavagna (GE), p. 76: «La pietra mi restituisce a una storia lunga e oscura, anteriore all’uomo, una storia che non lo riguarda per nulla e da cui io sono nato alla fine di un percorso tra innumerevoli germogli altrettanto effimeri e vani. Sono sconcertato da questo cippo stemmato. Esso mi fa conoscere meglio la mia condizione di essere frazionato e caduco, ma d’una origine così lontana e preparato da un numero così sterminato di casi. Non mi spiace di ritrovarmi solo, senza enciclopedia, né documenti né codice di fronte a un enigma probabilmente insignificante, la cui soluzione, in ogni caso, non potrebbe interessare un organismo sensibile, sessuato, mortale (mi sorprende improvvisa l’idea che ogni essere sessuato, vale a dire destinato alla riproduzione, è necessariamente mortale)».</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a><sup></sup> Rimbaud A., <i>Rimbaud a Georges Izambard &#8211; 13 maggio 1871</i>, in <i>Opere</i>, a cura di Diana Grange Fiori, Mondadori, Milano, 1997 (I edizione, 1975), p. 450.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a><sup></sup> Lautréamont I. D. comte de, <i>I canti di Maldoror</i> (1869), introduzione, traduzione e note di Lanfranco Binni, V, 3, p. 307.</span></p>
</div>
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