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	<title>helena janeczek &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I fratelli Michelangelo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2019 07:23:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Giudici</strong><br />
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<p>L’ ultima fatica di Vanni Santoni è pubblicata da Mondadori, e si intitola “I Fratelli Michelangelo”. Nel panorama della produzione italiana più recente Santoni si è distinto sin dai suoi primi lavori, risalenti ormai a oltre dieci anni or sono, per la ricerca e la passione per la sperimentazione, sia formale sia tematica. L’analisi delle forme assunte dalla precarietà esistenziale, la scrittura collettiva alla ricerca della memoria, l’indagine nel mondo del fantastico, dei miti fondativi della sua generazione e del mondo in cui è cresciuto, quali i <em>role games</em> e i <em>rave</em>, sono alcuni dei temi che caratterizzano la sua fitta produzione. “I Fratelli Michelangelo” è un appassionante saga familiare di oltre seicento pagine che riassume, mescola e ripropone le problematiche che hanno caratterizzato l’intera sua produzione precedente.<span id="more-79197"></span></p>
<p> A questa si associa una sopraggiunta maturità stilistica e formale, derivante dal suo lavoro come editor e talent scout in quanto direttore di collana presso la casa editrice Tunuè, per la quale ha pubblicato alcuni dei più interessanti scrittori esordienti emersi negli ultimi anni nel panorama editoriale italiano. La sua attenzione verso altre forme letterarie, culture e paesaggi quasi sempre ignoti ai non addetti ai lavori, lo ha portato a leggere e recensire autori come Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu e László Krasznahorkai, contribuendo così a costituirne la recente fama. Letterature sconosciute, autori geniali, scrittura sperimentale, vite precarie, immaginario e scrittura onirica sono quindi elementi che confluiscono ne “I fratelli Michelangelo”, costituendone la multicentralità che lo caratterizza. In questo romanzo, la scrittura di Santoni si avvale dell’esperienza maturata negli anni e si impegna al meglio delle sue capacità per realizzare un’opera seminale che sarà certamente un cardine della sua produzione nei prossimi anni. La contrapposizione apparente tra stile e trama, centrale nelle opere precedenti, trova una adeguata sintesi ne “I Fratelli Michelangelo”. Qui le diverse lingue utilizzate da Santoni nel passato, diventano stilemi caratterizzanti i diversi personaggi e situazioni, ma se si guarda oltre questa apparente frammentazione formale, si ha sempre e comunque la chiara percezione di un intreccio convincente, decisivo nel tenere collegate le diverse figure, su cui si è realizzato un profondo processo di revisione espressamente finalizzato a rendere omogenea la struttura del testo. Nella prima sezione del romanzo si narra di come i cinque figli di Antonio Michelangelo vengono convocati dal padre nella villa di famiglia, a Valleombrosa, in provincia di Firenze, senza che nulla chiarisca le motivazioni che lo hanno spinto a tale passo. Inevitabilmente queste saranno oggetto di lunghe riflessioni e speculazioni da parte dei convocati, in attesa che l’agognato chiarimento sopraggiunga. In una atmosfera che potrebbe ricordare Agata Christie, nei capitoli che seguono si dipanano dunque i racconti delle vite dei personaggi, spesso attraverso lunghi flash back e incastri temporali, che aumentano la diacronia del racconto. Le storie di vita che emergono porteranno volta per volta nuovi tasselli destinati alla soluzione di questa sorta di enigma generazionale, ma soprattutto obbligano i fratelli a fare dei bilanci, a tirare le somme di vite sostanzialmente fallimentari, o comunque ben lontane dagli obiettivi da cui si erano mosse, e che fanno il punto su una generazione fuggita da un tempo ingrato per ritrovare una qualche forma di dignità e autostima, ma che dopo decenni di tentativi e fallimenti non può che tornare all’origine. Il recupero del passato servirà ai fratelli Michelangelo per indagare sia le motivazioni che li hanno spinti a fuggire sia ciò che li ha indotti ad accettare la proposta del ritorno, piuttosto di voltare le spalle a un uomo verso cui non provano né affetto né rispetto, e da cui non si aspettano nulla.  Enrico, Luis, Cristiana e Rudra vivono vite assolutamente differenti. Enrico è un letterato che sopravvive come insegnante precario e le cui ambizioni sono naufragate in una sorta di apatia disillusa, sviluppando in compenso una vera ossessione per il sesso, che lo porta a distruggere ogni tipo di relazione in cui si ritrova. Cristiana si occupa di arte contemporanea, e ha lungamente tentato di ottenere un riconoscimento dalla comunità dei galleristi, e di conseguenza riuscire ad appartenere a pieno titolo al ristretto entourage che gestisce quel mondo, ma senza ottenere risultati degni di questo nome, se non – paradossalmente – quando le viene offerto di scrivere la prefazione al catalogo di una mostra delle opere litografiche del padre, generando così un ulteriore sconfitta. Luis ha trascorso gran parte della sua vita recente in Oriente, tra Bali e l’India, da dove fugge inseguito da trafficanti come lui, e lasciando vigliaccamente l’amico Carlo a marcire in una galera senza speranza. Rudra infine è fuggito dall’influenza paterna appena gli è stato possibile (lui e Cristiana sono gli unici due che hanno effettivamente convissuto con il padre) andando a vivere in Svezia, dove ha sposato il suo compagno, ha adottato uno stile di comportamento identificato da una costante presa di distanza dalle pratiche della vita, e ha accettato qualsiasi tipo di compromesso pur di allontanarsi dalla influenza familiare. Per lui come per i suoi fratelli questo viaggio giunge in un momento che è decisivo per le loro vite, e che richiede di tracciare dei bilanci, destinati proprio alla costruzione di un possibile futuro. La sapienza mistica di Rudra, la lettura della <em>Bhagavad Gita,</em> e quella della <em>Bibbia </em>affrontata da un Enrico che credeva di essere ebreo, sono tra i pochi elementi culturali che non sono frantumati dal criticismo con cui Santoni decostruisce limiti e inadempienze dell’azione intellettuale nel nostro mondo. È Enrico, in quanto letterato, che in un certo senso si fa carico di portare alla luce questo divario, e in due occasioni diverse scopre tra le letture del padre, tra gli elementi che hanno costruito la sua figura, il suo bagaglio, gli stessi autori che hanno svolto per lui una funzione analoga. La differenza però sta nel fatto che se per il padre (nel Novecento) questo sapere è diventato fondamento di una società, di un mondo (seppur discutibile), Enrico è costretto a scontrarsi con la cruda realtà per cui lui è l’unico che coglie questi riferimenti, e deve porsi una domanda cruciale, per lui e per il nostro tempo, su come e quando la letteratura ha smesso essere un linguaggio condiviso, ovvero un mezzo per comprendersi, in quanto possessori di un linguaggio comune. Ovviamente non c’è alcuna risposta, ma il deserto che deve affrontare è davanti a lui. Enrico non è Peter Kien, e non ha alcuna intenzione di bruciare insieme ai suoi libri, ma deve trovare una via di uscita alla stagnazione in cui si è ritrovato a sopravvivere. I quattro fratelli, inoltre, provengono da luoghi tra loro lontani (Tel Aviv, Bali, Roma, Stoccolma, Londra) e anche la dispersione geografica, che li obbliga a lunghi viaggi dell’anima per raggiungere la casa paterna, non è certamente un elemento casuale. La precarietà dei personaggi di Santoni non è mai solo psicologica o esistenziale, ma si concretizza anche in un vagabondare spesso senza meta, dove il viaggio altro non è che metafora della ricerca di sé. La geografia si rivela perciò come la ricerca di un luogo dell’anima, espressione di ciò che Santoni chiama “una grande narrazione transnazionale”. Misurare gli spazi, le distanze, trovare le case e ri-trovarsi nelle case, sono tutte azioni che accadono molto frequentemente ai personaggi di Santoni, e, come vediamo sin dalle prime pagine, a quelli di questo romanzo in particolare. I fratelli tra di loro si conoscono a mala pena, e, analogamente ai molti personaggi collegati e che compongono l’orizzonte in cui si svolgono le loro vite, in un certo senso sono tutti in fuga. Eppure, questa umanità variegata si scopre essere disperatamente alla ricerca di una casa, di un rifugio dove fermarsi. Santoni, nelle sue più di seicento pagine, mette effettivamente in scena il grande romanzo borghese, e qui le differenti esperienze e sensibilità portate avanti non solo dai diversi fratelli, ma anche da Antonio e dai vari personaggi di contorno, il fratello Abramo e gli avi tutti, oltre che dal valore degli assenti (le madri scomparse), gli permettono di mostrare la vacuità di una ricerca che non porta a nessuna salvezza, se non quando ha come obiettivo la memoria e le radici. Il cielo sotto cui si dipana questo romanzo è il tempo stesso, la storia e la memoria, il racconto che si apre la strada nella foresta del tempo passato per cercare di ricongiungersi con l’oggi. Non è assolutamente un caso se questo romanzo si apre con un albero genealogico. È lì che si trova il senso della narrazione di Santoni: in ciò che è passato e che – contrariamente a quanto potrebbe sembrare – non ci ha mai abbandonato. È per questo che i fratelli Michelangelo, dopo essere tutti in un modo o nell’altro fuggiti da vite ingombranti e da un padre per lo meno difficile, accettano di tornare alle loro origini. “I fratelli Michelangelo” non ha un solo centro individuabile, bensì si mostra come pluralità, e la figura del padre è senza dubbio uno di questi, che si collegano l’un l’altro nel corso della narrazione. La nostalgia e il suo afflato sono un’altra delle cifre interpretative di questo romanzo, forse la principale. È un sentimento che pervade tutti i personaggi, e che emerge anche nei luoghi, nei molti segni di mondi perduti di cui il racconto è costellato. Esemplare, tra questi, il tema della botanica, dove attraverso ricordi, dissertazioni ed elementi che si inseriscono in modo apparentemente casuale, siamo portati a conoscenza dei diversi impianti e stratificazioni che sin dall’anno mille hanno caratterizzato l’intervento umano sulle piante autoctone nella zona. Nulla è quindi più definibile come naturale, originario, nemmeno ciò che risale ai nostri più antichi ricordi, perché anch’essi sono inficiati di finzione e illusione sin dalle origini. La narrazione è teatro, illusione e mistificazione, e ognuno dei personaggi costruisce la sua, mostra l’idea che ha di sé, dei suoi fratelli, del padre, ma questo altro non è che la propria finzione personale, costruita a proprio uso e consumo, in una specie di <em>House of Game</em> costruita sulla misura delle debolezze individuali. <em>Nostos</em>, il ritorno, è il tema omerico che abbiamo inseguito, e la meta di questo cammino potrebbe perciò essere il padre, assente ma fin troppo presente, che sin dalle prime righe ammette, in una sorta di contrappasso, di temere – novello Crono &#8211; di essere divorato dai propri figli. La questione dell’<em>auctoritas,</em> della mancanza di autorevolezza, della ricerca del senso di una vita sempre più sbandata e nelle mani del caos, sembrerebbero essere il cuore della ricerca descritta, ma non è certo il ritorno di un padre padrone che viene auspicato da un libertario come Santoni, quanto piuttosto l’apertura continua verso il nuovo e il desiderio di una vita libera, una condizione che purtroppo spesso ci dimostriamo incapaci di controllare, anche quando ci viene regalata. Come in una sorta di Rashomon trasportato sulle rive dell’Arno, Santoni mostra perciò l’assurdità della ricerca stessa, se, come si è detto, si pone come obiettivo una <em>auctoritas</em>, dato che Antonio Michelangelo non sfugge nemmeno per un attimo al meccanismo dell’illusione narrativa, della costruzione di un se fantasmatico, svalutando perciò in toto l’idea che l’anziano padre possa rappresentare una chiave interpretativa. Una definizione valoriale comune a tutti i personaggi sarebbe l’unico metodo per dare una priorità al moto centrifugo / centripeto (la fuga e il ritorno) che avvicina e allontana le persone dalla storia, dal proprio vissuto. Stabilire una priorità, dei valori condivisibili, potrebbe permettere ai fratelli di dare un senso ai propri bilanci esistenziali, ma invece spietatamente è la farsa della ripetizione quella che ci viene mostrata, e il vissuto precario dei fratelli infine si mostra essere molto affine alla illusione ideologica attesa dalla generazione precedente, ovvero i fratelli Antonio e Abramo. Se il primo incarna i (falsi) valori del Novecento, quali la Resistenza, l’impegno politico e l’imprenditoria, l’arte, la costituzione di una identità forte e definita, e non trova la forza di essere una chiave di lettura per la generazione dei suoi figli, destinati a una debolezza ontologica strutturale, altrettanto il fratello Abramo rivela di appartenere a una ideologia illusoria, tradita dalle menzogne e dal teatrino, costruito per impressionare amici e parenti. Così nello stesso modo, farsesco e quasi ridicolo, si mostra la conclusione del percorso di Antonio, dove un sacrificio che sembrerebbe impersonare un tema cristologico e passionale, in un finale perciò ancora completamente novecentesco, si rivela invece essere un capro espiatorio, un escamotage per tutta la famiglia Michelangelo, che così in fondo ne esce senza troppi danni, malconcia ma lontana da ogni tipo di rivelazione salvifica, ben adagiata nelle menzogne sopravvissute al rituale, quasi un Gattopardo fuori tempo massimo, dove, ancora una volta, alla fine non cambia assolutamente nulla. </p>
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		<title>Le mamme d&#8217;Aspromonte contro la Malingredi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Nov 2018 07:17:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[gioacchino criaco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia Mamme che profumano di gelsomino, ragazzi che rincorrono treni che non si vogliono fermare, vecchie che raccontano storie intorno a bracieri che sono lì da più di duemila anni, mare e montagna uno contro l’altra. Una storia che nessuno aveva raccontato finora perché andava contro le narrazioni mainstream. Una storia scritta contro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
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<p>Mamme che profumano di gelsomino, ragazzi che rincorrono treni che non si vogliono fermare, vecchie che raccontano storie intorno a bracieri che sono lì da più di duemila anni, mare e montagna uno contro l’altra. Una storia che nessuno aveva raccontato finora perché andava contro le narrazioni mainstream. Una storia scritta contro l&#8217;oicofobìa che colpisce tanti figli del Sud. Una storia contro i malandrini e contro il potere gretto che li favorisce.<code></p>
<p>L’impasto di ribellismo e mafiosità ha segnato alcuni paesi ionici e aspromontani. Ha prodotto errori. Ha illuso giovani che si credevano “dritti” senza essere consapevoli che di un legno storto è fatto l’uomo. Si è prestato alle strumentalizzazioni di tante anime belle del potere. Però in ribelli come Papula c’è la chiara idea che il mondo si può cambiare e che bisogna provare a cambiarlo anche quando tutto sembra non volerlo consentire.</p>
<p>Il paese era un non-paese e il treno che lo lambiva era un non-treno per Africo Nuovo, senza stazione e senza fermate. Il paese era scivolato verso il mare per l'acqua che, insieme alle case, aveva alluvionato le debolezze di un popolo. Vivere lontano dai luoghi in cui si è cresciuti provoca sempre un senso di perdita. E comunque rimane la vitale necessità di appartenere a un posto, di avere una terra dove sentirsi a casa. Dove un treno che passa debba fermarsi.</p>
<p>Se Criaco non fosse nato e cresciuto ad Africo non avrebbe potuto scrivere tutto quello che ha scritto e questo vale non soltanto per il suo ultimo romanzo <em>La Maligredi</em> (Feltrinelli, 2018). Il microcosmo è unico e soltanto un protagonista consapevole di quel mondo può raccontarlo con sincerità. Raccontarlo guardando negli occhi ragazzi che si lasciano irretire dai soldi facili senza voler essere criminali, entrando nelle case di mamme e nonne che capiscono che a volte bisogna avere il coraggio di protestare dietro bandiere riempite dal vento.</p>
<p>In questo romanzo c’è uno scrittore dentro un paese, ma soprattutto c’è un paese dentro uno scrittore. Un paese che vuole essere raccontato, con le sue feste animate dagli zingari, con i ragazzi ribelli che vogliono sentirsi parte del futuro, con i capibastone che si abbuffano di carne di capra, con le donne che si prendono sulle spalle le famiglie quando gli uomini scappano, soprattutto dalle loro responsabilità.</p>
<p>Criaco si nutre del mito del popolo della montagna e allo stesso tempo è lui a nutrire quel mito. Purtroppo in Aspromonte il mito aspetta ancora di diventare sapere. Quel sapere necessario per sciogliere i problemi, per trasformare progressivamente la realtà di quel popolo e dei popoli fratelli. Criaco con le sue narrazioni vuole generare sapienza. Una sapienza che nasce da antiche narrazioni ma che per acquistare valore deve generare azione, consapevolezza di sé, soluzioni per un mondo ancora sofferente, ma non per questo perduto. È lo sforzo maturo di questo scrittore del profondo Sud italiano, trasformare la narrazione in sapienza. Perché il suo popolo ne ha bisogno per conciliarsi con la storia, con quella costruita fuori e lontano da esso e con quella fatta dalla sua gente. Per far diventare la seconda una parte degna e preziosa della prima.<br />
</code></p>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Helena Janeczek vince il premio Strega 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 09:22:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[la ragazza con la leica]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
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					<description><![CDATA[Helena Janeczek, membro fondatore di Nazione Indiana, ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo La ragazza con la Leica (Guanda), travolgendo di gioia tutti gli indiani. Ripubblichiamo questo suo pezzo apparso su Focus-In e proposto su NI l&#8217;8 agosto 2017. Natural Born Italian di Helena Janeczek Un giorno litigavo con mia madre alla stazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Helena Janeczek, membro fondatore di Nazione Indiana, ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo</em> La ragazza con la Leica <em>(Guanda), travolgendo di gioia tutti gli indiani</em>. <em>Ripubblichiamo questo suo pezzo apparso su Focus-In e proposto su NI l&#8217;8 agosto 2017.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69222" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<div class="page" title="Page 26">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>Natural Born Italian</strong></p>
</div>
</div>
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
</div>
</div>
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Un giorno litigavo con mia madre alla stazione di Gallarate. Lei avrebbe voluto aspettare che il temporale si calmasse, io togliermi al più presto i vestiti fradici. Qualcuno ci ha segnalate ai carabinieri. Con i miei occhi chiari e le Converse stinte, risultavo la badante violenta della <em>sciuretta</em> elegante. A quel punto non serviva che spiegassi chi ero e nemmeno che mia madre, pur scossa da una terribile crisi di pianto, trovasse il modo di confermarlo ai carabinieri. Ci hanno separate. Non potevo avvicinarmi a mia madre. L’hanno fatta salire sulla gazzella, accompagnata al mio portone e aspettato finché non sono arrivata, a piedi.</p>
<p>È strano quando cadono le maschere. Da un lato il pregiudizio capace di vedere cose mai accadute &#8211; la straniera che malmena la povera signora italiana. Dall’altro la maschera che io stessa porto tutti i giorni &#8211; il colore della pelle, la lingua del posto parlata senza un accento che non sia quello locale. Sarei stata più felice se avessi potuto raccontare quanto sia bello portarsi dietro tante lingue e trovarne una da cui farsi adottare. Amarla molto, la lingua madre adottiva, sentirsi ricambiata come una bambina che impara. L’innamoramento che vela lo sguardo e rende fiducioso ogni gesto è finito, in questi anni.</p>
<p>Vivo in Italia dal 1983. Ho lasciato la Germania dopo aver terminato il liceo. Nel tempo passato sin d’allora &#8211; trentacinque anni &#8211; molte ragazze hanno concluso il ciclo che va dalla nascita alla laurea, al primo impiego o addirittura al primo figlio. Di italiano ho: un figlio, un passaporto, un codice fiscale. Ho smesso di scrivere in tedesco sin da quando ho pubblicato <em>Lezioni di tenebra</em>, nel 1997.</p>
</div>
<div class="column">
<p>Però qualcuno sistema ancora i miei libri nello scaffale della letteratura straniera, qualcun altro s’è lamentato (giuro) che gli editori lavorano così male oggigiorno da omettere l’edizione originale e il nome del traduttore. Qualcuno mi presenta sempre come scrittrice tedesca (o polacca, o polacco-tedesca, o polacco-tedesca d’origine ebraica), anche se non so l’ebraico, pochissimo il polacco e, in tedesco, faccio ormai fatica a scrivere persino un’email. Qualcuno trova gusto a segnalare un errore ortografico come prova che non sappia davvero l’italiano, mentre a un Mariorossi la stessa svista verrebbe imputata come prova di distrazione o d’ignoranza.</p>
<p>Che ci restassi male era frutto della mia ansia da <em>parvenue</em> delle lettere italiane, variante del narcisismo dell’artista. Il problema era mio, non dell’Italia da cui non si poteva pretendere che fosse pronta tutta intera a rendersi conto di non appartenere più soltanto ai Mariorossi. Me lo ripeto anche oggi, però il clima che si respira mi porta a percepire queste sciocchezze come sintomi di poco conto d’una questione assai più seria.</p>
<p>Italiani si nasce &#8211; non si diventa. Anzi, non basta neanche nascere in Italia per essere considerati italiani. Lo dimostra l’ostruzionismo feroce e la scarsa premura a superarlo che blocca da anni la nuova legge sulla cittadinanza: una legge che non si propone neanche di sostituire lo <em>ius sanguinis</em> con lo i<em>us soli</em>, ma lo vincola allo <em>ius culturae</em>, vale a dire alla frequentazione d’un ciclo scolastico. Il pregiudizio esplicito è assai più grave di quello implicito, quello che in inglese viene chiamato <em>bias</em>. Il problema è che non sono disgiungibili. Il razzismo nasce da un terreno ricco di pregiudizi latenti che si annidano anche in chi non può essere tacciato di razzismo (o omofobia o maschilismo). Capita che l’irritazione tiri fuori un “frocio”, “puttana”, “negro di merda” alla persona più convinta delle proprie idee progressiste. Certo, quando si è arrabbiati, si dicono cose che non si pensano davvero. Ma in quel momento si sente veramente il bisogno di ferire. E il sentimento è così forte da fornire pronta l’arma delle parole più offensive.</p>
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<div class="page" title="Page 27">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-69225" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Negli anni Ottanta la presenza di stranieri in Italia era minima, i bambini di colore facevano tanta tenerezza. Predominava un senso d’accoglienza e nel mio caso &#8211; dato che venivo dalla favolosa Mitteleuropa che esisteva soprattutto nel catalogo Adelphi &#8211; pure una cospicua esterofilia. Poi sono arrivate le ondate migratorie e, con esse, la xenofobia e il razzismo. Nei primi decenni, c’era motivo di sperare che i processi di integrazione avessero attenuato ostilità e paure, cosa che, in parte, è avvenuta fino agli anni recenti, gli anni della crisi che hanno reso il razzismo più incarognito e cristallizzato, e dunque un perno centrale della politica. Oggi “xenofobia” è quasi sempre un eufemismo. Esistono generazioni di ragazzi che sanno parlare e scrivere solo in italiano, ai quali si continua a negare ciò che, di fatto, sono: italiani. Non erano ancora nati o erano piccolissimi, quando cominciai a lavorare a <em>Lezioni di tenebra</em>. Però le leggi scritte e anche quelle non scritte le detta la maggioranza che, in tempi di populismo, pretende d’incarnare il popolo <em>tout court</em>. Per la visione tanto diffusa secondo cui vengono prima gli italiani &#8211; quelli di sangue &#8211; né a me né a tanti ex studenti delle scuole e università italiane che oggi sono romanzieri poeti e saggisti spetta il diritto d’intendere come nostra la vera patria d’uno scrittore: la lingua in cui s’esprime.</p>
</div>
<div class="column">
<p>Fossi più giovane, sarei forse tentata di rifare i bagagli. Ma le scelte che vent’anni addietro mi aprirono il futuro, sono oggi diffcilmente reversibili. Qui ho messo radici, qui vorrei restare, in fin dei conti. Così mi sto abituando all’idea che scrivere in questa lingua sia diventato un gesto che si inserisce nel quadro d’un conflitto destinato a durare a lungo e, probabilmente, incrudelire. In questa luce diventa secondario che i miei libri appaiano apparentati a quelli di molti autori con un retroterra nell’Europa centro-orientale e nella storia ebraica. La realtà che conta la determina chi ha il potere di stabilire chi sta dentro e chi sta fuori: sicuramente o soltanto sul piano dell’inclusione simbolica che è poi quella che riguarda la collocazione d’uno scrittore. Un tempo mi chiedevano di Joseph Roth e Elias Canetti, di Walter Benjamin e Hannah Arendt, convinti che li avessi letti in originale, e sottintendendo, se non una filiazione, una particolare vicinanza. Oggi risponderei che non faticherebbero a riconoscersi nelle vicissitudini del rapper romano Fat Negga, al secolo Luca Neves, che nel 2016 ha rischiato l’espulsione a Capo Verde dov’è stato solo una volta, da bambino.</p>
<p>Erano migranti e rifugiati: ostracizzati, detenuti nei campi d’internamento delle nazioni libere, sottoposti a infinite angherie per un visto o un permesso di soggiorno. Alcuni si tolsero la vita. L’impresa di continuare a scrivere in qualsiasi lingua avessero poi scelto, fu faticosa e lacerante persino per i più fortunati e combattivi, come ogni decisione che comporta una rinuncia, un parziale sacrificio. Ho avuto una vita infinitamente più facile e nutro una sincera gratitudine per la benevolenza che ho trovato in Italia. Ma sono figlia di profughi.</p>
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</div>
</div>
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		<title>Una malinconia inconsistente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jun 2018 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Michle Mari]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con uno dei redattori fondatori Helena Janeczek. La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Helena Janeczek</strong></p>
<p>(<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con uno dei redattori fondatori Helena Janeczek. La redazione)</em></p>
<div class="entry-content">
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/malinconia.jpg" alt="malinconia.jpg" width="228" height="280" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />La “malinconia dei molti” di cui vorrei parlare è, innanzitutto, malinconia nell’accezione più debole, ma anche più diffusa del termine come può testimoniare un qualsiasi dizionario di lingua italiana. Tale “vaga e intima mestizia” figura infatti come voce chiaramente distinta dallo “stato patologico di tristezza, pessimismo, sfiducia o avvilimento, senza una causa apparente adeguata, che rappresenta una della fasi della psicosi maniacale” (1). Non tratterò dunque della malinconia che ha come sinonimo moderno la depressione: né di quella detta reattiva – dove a una causa si potrebbe anche risalire – né tantomeno di quella endogena che lascio volentieri a chi se ne occupa di mestiere.<br />
<span id="more-186"></span><br />
Ma qualcosa che per definizione rimanda alla vaghezza potrà mai essere adatto come oggetto di riflessione, anzi come oggetto tout court? Certo, la malinconia di cui intendo ragionare non è che un sentimento diffuso e fluttuante, o forse ancora più una coloritura del sentimento, una <em>Stimmung</em>. E ciononostante voglio affermare che si tratta di “malinconia dei molti”, vale a dire di un sentimento comune, collettivo. Più precisamente si tratta di un sentimento connesso a un certo tempo storico: un sentimento generazionale, di cui recano traccia i lavori di scrittori e artisti nati o almeno cresciuti nel dopoguerra. Sono questi autori e le loro opere che citerò a testimoniare l’esistenza di una malinconia che più di altre pare legata a cause sfuggenti o scarsamente significative, vaga fino all’inconsistente.</p>
<p>Sembra inutilmente complicato cercare di definire per via teorica la diffusione nel tempo e nello spazio di questa malinconia. Quindi è meglio passare subito agli esempi. Per inciso: se questi sono stati scelti nell’ambito della cultura italiana, ciò non significa che la malinconia di cui recano traccia sia un fenomeno esclusivamente italiano. Potrei trovare altrettanti esempi nella letteratura tedesca contemporanea (che è semplicemente quella che conosco meglio), ma dovrei citare testi non tradotti di autori in buona parte sconosciuti, così come sono quasi sempre ignoti all’estero gli scrittori italiani dei quali parlerò. Questo ha a che fare non solo con le condizioni di mercato cui vanno incontro i “giovani autori”, ma anche con le caratteristiche specifiche della “malinconia inconsistente”, sentimento tanto indifferente ai confini nazionali, quanto, per apparente paradosso, vincolato nella sua espressione a oggetti la cui diffusione reale o portata simbolica è geograficamente limitata.</p>
<p>Non è così per il primo nome che voglio citare, un autore che ha avuto successo anche all’estero e le cui frasi più incisive sono diventate proverbiali non solo fra i suoi fan: Nanni Moretti. Una di queste battute è il grido di dolore lanciato da Michele Apicella in <em>Palombella Rossa</em>: « “Le merendine di quando ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio! Mamma!”»(2). Il film, dove attraverso una partita di pallanuoto viene messa in scena una riflessione sul comunismo, rappresenta forse l’opera più vistosamente costruita di Moretti. Ma arriviamo al punto che mi interessa: la coesistenza del rimpianto per le merendine con un pensiero rivolto all’identità di chi si è riconosciuto in certe idee politiche. Nel successivo film, fra giri in vespa per Roma, vacanze alle Eolie e la cronistoria della lotta contro un tumore e contro i medici che sbagliano diagnosi e cure, Moretti, a scanso di equivoci sulla propria ormai manifesta vocazione all’autobiografia (3) (enunciata sin dal titolo <em>Caro Diario</em>), sbotta nel celebre urlo: « “Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!”»(4) all’indirizzo degli attori coetanei che interpretano una sorta di versione italiana del <em>Grande Freddo</em>.</p>
<p>Credo che parzialmente la fortuna di Nanni Moretti come campione della sua generazione – vale a dire, aldilà dei dati anagrafici, del suo pubblico – sia fondata su questa duplicità: le frasi che riflettono un sentimento e una consapevolezza etica e politica comuni e la messa in scena dei propri tic, vezzi e gusti più personali (il famoso narcisismo morettiano) com’è, per esempio, la passione per i dolci diventata un leitmotiv dell’intera produzione. Ci si riconosce non solo in chi grida a Massimo d’Alema “di’ qualcosa di sinistra”(5), ma anche in chi sogna enormi barattoli di Nutella o in chi, sentendo una canzonetta di qualche estate passata, è travolto da una nostalgia spropositata(6): ci si identifica con chi, di sinistra o meno, è portatore della stessa malinconia.</p>
<p>Ha solo pochi anni meno di Moretti (nato nel 1953) il primo scrittore che voglio nominare, uno scrittore in cui, nonostante la coincidenza di età, manca qualsiasi traccia di “impegno”. Michele Mari, nato nel 1955, coltiva anzi una scrittura iperletteraria, alta e a tratti arcaicizzante, in gran parte però piuttosto apertamente basata sull’elaborazione di cosiddetto “materiale autobiografico”. La copertina del libro da cui verrà tratta la seguente citazione raffigura, in perfetta sintonia con il titolo <em>Tu, sanguinosa infanzia</em>, una serie di torte postmoderne, tanto piene di panna e ciliegine finte, quanto sottilmente mostruose: immagine che si appaia perfettamente ai cartelli con i dolciumi giganti sospesi sulla piscina vuota in una visione onirica di <em>Palombella Rossa</em>.</p>
<p><em>“Sorrideva di imbarazzo, mio padre, mentre nel sonno di questa notte mi guardava negli occhi. C’era una porta, di fianco a noi, e quand’egli mi chiese se sapevo cosa ci fosse dietro io risposi che non volevo entrare.<br />
« Non ti ho chiesto se vuoi entrare, ma se sai cosa c’è dietro.»<br />
«Meglio che non lo sappia mai papà, se c’è qualcosa d’ignoto sarà orrendo, se c’è qualcosa di familiare sarà triste.»<br />
Ma tu insistevi, e quando hai addolcito il tuo sguardo di quella luce speciale che mi riconosce uguale a te io non ho più avuto difesa.</em></p>
<p><em>Ora che il sogno è finito ti chiedo perché non l’hai fatta davvero, questa cosa che se io sono stato tanto capace di inventare stanotte avrai ben immaginato tu pure, perché non hai osato quando ce n’era il tempo. Questo vuoto che mi rimbomba dentro, questo lutto che giorno dopo giorno ha contristato i giorni della vita mia, adesso so da dove vengono; adesso so dove fuggiva la parte più segreta dell’anima quando l’osceno mondo mi triturava.</em></p>
<p><em>«Lo conosci?» Mio padre mi stava mostrando un Winchester di cinquanta centimetri. «Acquistato il 20 dicembre 1963 in un negozio di corso Vercelli dai tuoi genitori; consegnato il 25 dicembre 1963 con il seguente biglietto: “A Mike per avermi salvato la vita – Johnny Guitar”; usato ininterrottamente dal 25 dicembre 1963 al 9 maggio 1964.»<br />
«Cosa…cosa successe il 9 maggio?»<br />
«Lo hai perso, ti è scivolato fra le assi di una panchina di piazza Napoli, e quando il nonno si è alzato per tornare a casa tu lo hai seguito senza esitare.»<br />
«È così, che è andata?»<br />
«È così. E queste, le conosci?» Sul palmo della sua mano destra c’erano tre macchinine Mercury lunghe quattro centimetri e mezzo, di ferro massiccio smaltato, una gialla una rossa una verde. Stesi un braccio per prenderle ma lui le chiuse nel pugno. «Acquistate il 18 dicembre 1964 in un negozio di via Foppa da tuo padre per conto dei tuoi nonni; consegnate il 25 dicembre 1964 senza accompagnamento testuale; usate ininterrottamente dal 26 dicembre 1964 al 19 febbraio 1968, giorno di uno sciagurato baratto di cui ti dovresti ricordare.»<br />
Se me ne ricordavo! Si chiamava Federico Colla, aveva un anno più di me e una maledetta mattina mi offrì un gioco delle pulci e uno shangai: me le offrì in cambio, sì, mi fece questa violenza, e io ebbi la debosciatezza di accettare. La sua plastica in cambio del mio ferro! Però…<br />
«Però gliene diedi solo due, di macchinine, perché quella gialla l’avevo persa in un tombino un po’ di tempo prima…»<br />
«E questo ti sembra che cambi qualcosa?»<br />
«No papà, non cambia.»<br />
«Appunto, non cambia. Tanto ti saresti pentito subito anche se gli avessi dato una sola ruota: perché era una ruota Mercury e perché era una ruota tua.»<br />
«Mia, sì, era mia.»<br />
«Non commuoverti troppo, figlio, perché siamo solo all’inizio. Altrimenti come farai vedendo cose come questa» (fra le sue braccia era comparso un fortino fatto di canne di bambù) «o questa» (il libro di Saturnino Farandola,, mezzo slegato) «o questa, o questa, o questa.»<br />
«Fermati, ti prego, pietà.»<br />
«Saturnino Farandola, quanto l’hai amato! Ma questo non ti ha impedito, un giorno, di lasciare che qualcuno si mettesse fra te e lui. Un nonno zelante che correttamente ti chiese, </em>perché te lo chiese, <em>se lo si poteva dare a un cugino piccino quel libro, tanto tu…»<br />
« Non dirlooo!»<br />
«Tanto tu ormai eri “grande”…Vuoi la data, la data esatta del tuo tradimento?»<br />
«Quel cugino, quanto lo ho odiato per quello!»<br />
«Già. E chissà se dopo di lui ce n’è stato uno ancora più piccolo, di destinatario, o se lo ha tenuto sempre con sé, il Saturnino, o se un giorno lo ha buttato nella spazzatura, ci può dirlo?»<br />
«Ma è qua, me lo hai appena fatto vedere.»<br />
«E di queste biglie, cosa m dici? In fondo non chiedevano molto spazio, un sacchettino nell’angolo di un cassetto, eppure, a un certo punto, fine: esse vengono espulse dalla tua vita.»<br />
«Menti! Sono le cose a scomparire, io per quelle biglie sarei morto, come avrei potuto abbandonarle? Le mie biglie…»<br />
«Infatti è così, scompaiono. Tutto il segreto sta nel non distrarsi mai, mai abbassare la guardia…sapere sempre cosa si ha, dove lo si ha… E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…»<br />
«Non dover mai rimpiangere nulla…»”… </em>(7)</p>
<p>Come Michele Apicella rimpiange le merendine di quando era bambino(8), l’io narrante di questo racconto è schiacciato dallo strazio per la scomparsa di alcuni oggetti che simboleggiano la sua infanzia. Si tratta, in questo caso, di giocattoli e di un libro, tutti però descritti nella loro natura di cose, anzi addirittura di merci (le macchinine Mercury, il meccano nr.5, la dimensione esatta del fucile ecc.; i negozi dove furono comprati). Anche qui, come nel più breve intervento di Moretti, assistiamo a un sogno di regressione, regressione tanto apertamente esibita (Michele Apicella grida “mamma!”), quanto ambigua. E’ il modo di riferirsi ai giocattoli perduti, modalità con la quale il padre fa presa sul figlio, a indicarci con chiarezza che l’io-narrante non è integralmente quello di un bambino: da un lato c’è il terrore infantile del padre strapotente, dall’altro il padre può essere visto come il fantasma di un senso di colpa maturato dall’adulto: la colpa, appunto, di non aver saputo “tenere, tenere, tenere…” gli oggetti dell’infanzia (un’infanzia, tra l’altro, nient’affatto idilliaca, bensì “sanguinosa”); di non aver capito che la loro scomparsa e il rimpianto conseguente mettono a repentaglio l’infanzia stessa. La memoria dell’io-narrante adulto, quindi la sua stessa integrità, si presentano minate dalla perdita di anche uno solo di questi oggetti, direi quasi tragicamente minate, visto che il comportamento “sbadato” del bambino d’allora appare invece perfettamente normale. In altre parole: smarrire il tale giocattolo, smarrire in più il ricordo di averlo posseduto e poi perduto, significa perdere la risposta alla prima delle domande “da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?” e quindi non saper più affrontare le altre due. Da qui si origina una malinconia apparentemente così sproporzionata alle sue misere cause – la scomparsa di una merendina o di un giocattolo spesso per giunta “povero”(9)- , da poter essere espressa solo attraverso delle “messe in scena” di per sé iperboliche e esagerate.</p>
<p>Certo, il motivo dell’infanzia perduta con gli oggetti che la simboleggiano ha un peso e una centralità diversa nei due esempi fin qui considerati, ma si tratta comunque dello stesso sentimento, di un sentimento, soprattutto, rappresentato con analoghe modalità; in più, anche nel caso del film Moretti, di una componente significativa dell’insieme. Per il resto non saprei quali altre somiglianze trovare in questi autori così diversi sin dalle loro premesse poetiche se non delle affinità casuali e spurie o, alla meglio, “generazionali”, ma in un senso assai più debole: perché non conta il fatto che alcune generazioni di artisti da piccoli abbiano mangiato le stesse merendine oggi non più in commercio, letto gli stessi giornaletti ecc., né, ovviamente, il rimpianto dell’infanzia, motivo fra i più antichi e universali, determina in sé una novità. Quindi, per afferrare meglio la specificità della “malinconia inconsistente”, cercherò di aggredirla da tutt’altra parte.</p>
<p><em>“L’anno che D.D. Jackson si è fatta intervistare da Jocelyn su Telemontecarlo è stato praticamente l’anno più bello della mia vita.<br />
Io, in quell’anno, ci sono andato a letto con D.D. Jackson!!!!<br />
Era il 1981.<br />
Erano anni completamente bui, quelli.<br />
A me, piaceva sempre attraversarli con quell’ansia meccanica, tipo orologio digitale che c’è nelle patatine, che dei miei amici di Varese avevano comperato. Guardi l’orologio e non sai dove cazzo. Tu, comunque, dietro a quel tempo veloce.<br />
Erano anni in cui si limonava di continuo. Oppure no. Erano anni così. Quegli anni, se li ricordo è perché cantanti come i Rockets li hanno fatti diventare un sogno immortale, e non solo i fantastici ragazzi della mia compagnia li conoscevano, ma chiunque comperava i dischi dei Rockets. I Rockets erano la versione maschile di D.D. Jackson; lei, è la bellissima cantante spaziale del mio amore eterno.”</em> (10)</p>
<p>Anche l’io-narrante di questo racconto potrebbe rimpiangere quello che sin dalla prima frase definisce “l’anno più bello della mia vita” (passati dall’infanzia all’adolescenza ci troviamo pur sempre fra i ricordi di giovinezza, comunque terreno classico per l’elegia), ma sembra che il suo sentimento si collochi esattamente all’opposto di quelli incontrati fin ora: euforico, anziché malinconico. L’autore stesso appare essere quanto di più lontano, contrario e incompatibile con quelli citati prima si possa immaginare: Aldo Nove, acclamato o detestato come “cannibale” e, aldilà di questa etichetta, campione di un’estetica “trash” come quella chiaramente espressa dal testo citato.</p>
<p>E’ fantastico, dice Aldo Nove, che la mia adolescenza sia rappresentata da cantanti come D.D.Jackson e i Rockets, da personaggi minori della tv privata, da orologi gadget delle patatine: tutte cose scomparse dalla circolazione ormai da tempo, sebbene il passato rievocato disti dal presente meno di vent’anni. Per una scelta radicale, Nove riduce la sua memoria a un serbatoio di mero “trash” e ne esalta il contenuto al punto tale da applicargli alcune delle formule retoriche più alte: “sogno immortale”, “amore eterno”. Sembra, a prima vista, una mossa puramente provocatoria, tesa a sottolineare per contrasto il carattere assolutamente effimero degli oggetti designati con quelle parole, nonché a svelare quanto siano diventate trite, prive di significato queste ultime. In un mondo “trash” non ha più senso parlare di “sogno immortale” e di “amore eterno” o bisogna accettare che l’amore eterno – ossia il tipico innamoramento fantastico e idealizzante dell’adolescenza – possa davvero equivalere a D.D.Jackson, un nome al quale non associa nulla chi nel 1981, in Italia, aveva qualche anno in più o in meno di Aldo Nove o anche chi, pur coetaneo, frequentava compagnie in cui si ascoltava altra musica.</p>
<p>Per questo credo che, nel suo evidente artificio, Nove stia parlando sul serio, vale a dire che la sua dichiarazione d’amore abbia un fondamento diverso da un analogo uso retorico praticato da avanguardie e neoavanguardie con l’intento di esprimere la loro “critica del linguaggio” nonché di <em>épater le bourgeois</em>. Certo, è da cent’anni ormai che a filosofi, poeti e altri scrittori il linguaggio appare come uno strumento arbitrario privo di verità, in compenso però alleato con il potere, e la coscienza individuale, l’io, si è sfaldato. Ma accanto a questa esperienza estrema e di pochi si reggeva ancora una memoria storica collettiva: basti pensare a quanta parte della produzione poetica delle avanguardie storiche in cui si esprime la famosa disintegrazione dell’io, si offre al tempo stesso come testimonianza della Prima Guerra Mondiale (e anche grazie a questo rimane significativa o semplicemente comprensibile ancora oggi, mentre un racconto come quello di Aldo Nove nasce segnato – cosa inaudita per gli statuti tradizionali della letteratura – da un’inevitabile “data di scadenza” a brevissimo termine).</p>
<p>Che poi Aldo Nove sembra esaltarsi all’idea di confezionare qualcosa di ormai molto simile a uno yogurt mentre un altro – mettiamo Michele Mari – della stessa cosa si dispera cercando di contrapporvi uno stile alto e una memoria drammaticamente ossessionata dal compito di “tenere, tenere, tenere”, conta poco rispetto al problema di fondo, ineludibile sia per gli “archaisti” che per gli innovatori(11). Inoltre anche in Nove emerge chiaramente, anzi con chiarezza ancora maggiore, l’assoluta fragilità della memoria:</p>
<p><em>“Vi ricordate Maria Giovanna Elmi e il Dirigibile? Vi ricordate Mal? Vi ricordate Sammy Barbot? Vi ricordate Stefania Rotolo? Vi ricordate quello con la bocca storta, Enrico Beruschi? Vi ricordate la Guapa? Vi ricordate Tiziana Pini?, Vi ricordate il programma «Buonasera con…»? Vi ricordate l’amore infinito?”….<br />
“Vi ricordate Mennea? Vi ricordate Franca Falcucci? Vi ricordate il mondo di Roberta Camerino? Vi ricordate Zanna Bianca? Vi ricordate Autogatto e Mototopo? Vi ricordate Goran Kuziminach? Vi ricordate Video killed the radio stars? Vi ricordate Barazzuti? Vi ricordate «Tre nipoti e un maggiordomo»? Vi ricordate Elisabetta Virgili? Vi ricordate l’amore infinito?”</em>(12)</p>
<p>Per circa una pagina intera il racconto procede con questo parossismo di domande ripetute, sempre rivolte a un “voi” privo d’identità, creando un effetto che oscilla fra il panico e l’estenuazione. Che poi il tutto si intitoli “La vita è una cosa meravigliosa”, pare una scelta di palese ironia: la vita potrebbe davvero sembrare meravigliosa se almeno una piccola parte dei lettori ricordasse almeno una piccola parte dei nomi snocciolati, cosa già data per improbabile in partenza, altrimenti l’elenco non sarebbe così lungo.</p>
<p>Ritorna sempre la stessa configurazione: la memoria si presenta occupata e invasa dagli oggetti e con questi si confonde. Gli oggetti diventano in sé significanti: sono i veri testimoni dell’esistenza di una memoria individuale e del soggetto stesso cui appartiene. Quindi, pur di potersi considerare tale, il soggetto deve andare a caccia di una pur raffazzonata collettività che confermi e ratifichi il valore simbolico di quegli oggetti. E’ come se ci trovassimo davanti alla proliferazione mostruosa delle “madeleines” di Proust, come se aumentando di numero le “madeleines” tendessero a divorare il mondo ricordato (e il tempo ritrovato) che da loro scaturiva. Alla fine di questo processo resterebbero solo le “madeleines”: destituite, anche se si trattasse di oggetti preziosi, di ogni vero valore dall’accumulo meccanico, e quindi rese sostanzialmente “trash”. Ma anche laddove questo meccanismo non si spinge agli estremi della memoria completamente reificata, genera comunque un senso di inconsistenza che si deposita come fondo di malinconia: e non importa che quest’ultimo traspaia dal furore anacronistico di Mari, dalla nostalgia critica di Moretti o dall’acclamazione dell’esistente espressa da Aldo Nove (ci si può chiedere, invece, se sia giusto ritenere “d’avanguardia”, in più “d’avanguardia critica”, chi anche alla reificazione più banale e quotidiana risponde con un consenso programmatico): persino Nove, infatti, si lascia “scappare” frasi come “erano anni assolutamente bui, quelli”. E in altri testi, trattando la materia del ricordo d’infanzia con i toni di un’incantata elegia lirica, rivela un’insospettata vicinanza ai primi due autori.</p>
<p><em>“Io sapevo che, oltre quel cortile, c’era l’Oriente e tutte le strade avevano l’odore strano delle spezie per l’arrosto in cucina con i cammelli disegnati color cannella che appena scorgevo quando qualcuno lasciava aperto il portone si intravedeva questo mondo dove io ero arrivato buonsapore Bonomelli condimento.<br />
…Nel mondo c’erano l’Africa e l’Asia coperta di malattia e lebbra dei giornali illustrati con i colori diversi che ci sono adesso, leggermente più sbiaditi trattassero di Asia o di Euchessina dentro il negozio in cui mio padre mia madre lavoravano tranne che la notte erano esposti assieme alla brillantina Linetti in via Roma 104. Ogni giorno tornavano lì a lavorare a lavorare saltando a piè pari la notte.”</em>(13)</p>
<p>Sembra dunque impossibile sfuggire allo struggimento provocato dalla mera evocazione dell’”Euchessina” o della brillantina “Linetti”, qualunque posizione poetica, politica o altrimenti ideologica si voglia poi abbracciare a riguardo del proprio passato, presente e futuro in una società consumistica avanzata. Del resto, è sul piacere – o sul bisogno – di ricordare collettivamente, di cementare in un rito pubblico la propria fragile memoria reificata, che si fonda l’immenso successo popolare di trasmissioni televisive come “Anima mia” o la progettazione e il lancio di una sempre più ampia gamma di prodotti che vendono a caro prezzo un “plusvalore” consistente nel ricordarne altri, prodotti appartenenti a un passato prossimo già “mitico”: penso, per esempio, al nuovo “maggiolino” della Volkswagen che sembra una versione disneyiana, vale a dire infantile e regressiva, di quello vecchio.</p>
<p>Per questo credo che fino a quando l’accelerata evoluzione e espansione degli oggetti continuerà a determinare il nostro tempo e il nostro spazio, dovremo, come scrittori, lettori o come persone qualsiasi, fare i conti con il nostro senso di inconsistenza e con il suo corollario di malinconia: cercando di dare un’espressione, un volto adeguato a un’esperienza in cui tutti ormai “siamo uguali, perché siamo diversi”(14).</p>
<p>————————-</p>
<p>Note</p>
<p>(1) Nicola Zingarelli, <em>Vocabolario della lingua italiana</em>, dodicesima edizione, a cura di Mira Dogliotti e Luigi Rosiello, , Zanichelli, Bologna 1998, p.1040</p>
<p>(2) <em>Palombella Rossa</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1989</p>
<p>(3) Segnalo l’interessante rilievo di Gianni Canova, il quale sostiene che proprio da <em>Caro Diario </em>in poi, cioè dal momento in cui rinuncia a qualsiasi tradizionale elemento di finzione come ad esempio quello di interpretare un personaggio chiamato Michele Apicella , il personaggio Nanni Moretti perda in centralità rispetto ai luoghi e alle cose mostrate nel film.<br />
Gianni Canova,<em> Il tramonto del corpo</em>, in «Fucine Mute webmagazine», 1998-1999</p>
<p>(4) <em>Caro Diario</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1993</p>
<p>(5) <em>Aprile</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1998</p>
<p>(6) Il recente, assai ben accolto romanzo d’esordio di David Wagner, giovane scrittore tedesco nato nel 1970, evoca la pace ovattata, profondamente malinconica di un’infanzia dorata, trascorsa fra gli anni settanta e ottanta a Bonn, capitale della BRD, riferendosi alla generazione del protagonista come a “Nutellakinder”, definizione subito riproposta dalla stampa.<br />
David Wagner, <em>Meine nachtblaue Hose</em>, Alexander Fest, Frankfurt 2000</p>
<p>(7) Michele Mari, <em>L’uomo che uccise Liberty Valance</em>, in <em>Tu, sanguinosa infanzia</em>, Mondadori, Milano 1997, pp.17-20</p>
<p>(8) Cfr. anche: “A mia madre piacevano molto le feste, le feste come questa: oggi sarebbe venuta qui. Vale, ti ricordi quando ci comprava le “nugatine”: metà cioccolatino metà caramella. Le “nugatine”, oggi non le fanno più. A ottobre un giorno arrivava a casa e diceva: “indovinate cosa vi ho portato…”. Ma noi lo sapevamo già, erano i primi mandarini della stagione. Ora, invece, ci sono le ciliegie tutto l’anno, le fragole tutto l’anno, ma che ricordi avranno un giorno questi bambini, eh?”, in: <em>La messa è finita</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1985</p>
<p>(9) In un altro racconto di <em>Tu, sanguinosa infanzia </em>una raccolta di “Urania” viene trattata alla stregua di una collezione di incunaboli.</p>
<p>(10) Aldo Nove, <em>Il gusto di tutti i pianeti che ci sono</em>, in «MicroMega», n. 5/96, p.163</p>
<p>(11) Alludo al titolo originale <em>Archaisty i novatory</em> del celebre saggio di Jurij Tynjanov, reso in italiano con <em>Avanguardia e tradizione </em>(Dedalo libri, Bari 1968). La questione di quanto i modelli interpretativi modellati sull’esperienza del modernismo storico siano da rivedere, è tanto appassionante, quanto spinosa e complicata: qui basti soltanto rilevarne l’esistenza.</p>
<p>(12) op.cit, p.166.</p>
<p>(13) Aldo Nove, <em>Bio</em>, in <em>Il ‘68 di chi non c’era (ancora)</em>, a cura di Raul Montanari, Rizzoli, Milano 1998, pp.77-78.</p>
<p>(14) <em>Palombella Rossa</em>, Regia di Nanni Moretti, Italia 1989</p>
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		<title>La linea del cielo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2018 06:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[la linea del cielo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-73812" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-260x394.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-160x243.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 198px) 100vw, 198px" /></p>
<p>Per gentile concessione dell&#8217;autore, anticipiamo alcune poesie del nuovo libro in uscita domani, 10 maggio 2018 (hj).</p>
<p>                      <strong>Zitelle e tricicli</strong></p>
<p>L’Ercole col triciclo consegnava le bombole del gas,<br />
La Ebe era una cugina della mamma,<br />
Allora si diceva l’uomo di fatica e la cugina zita.<br />
Che s’erano sposati lo appresi nell’ora di epica,<br />
Un matrimonio combinato dalla mamma<br />
Celebrato alla Madonna della Ghianda<br />
Nella brughiera di Somma Lombarda,<br />
Lui che arrivava a piedi<br />
Facendo forza su un cancello<br />
Una murella da scavalcare,<br />
Lei persino col bouquet da rilanciare.<br />
E la mamma nell’attesa<br />
Minou Drouet Françoise Sagan<br />
Sfogliava l’Oggi.<br />
<span id="more-73622"></span></p>
<p>                              <strong>Quell’odore di cantina</strong></p>
<p>Itinerari biblici e mariani<br />
Come prassi dolce di ascesi<br />
Coltivata in parrocchie e rettorie:<br />
Cristo del lago, Cristo<br />
Del sasso per cuscino,<br />
Cristo della barca, del monte, della strada<br />
In versione armena etiopica slava,<br />
E Madonne della Guardia e del Consiglio,<br />
Annunziate e Marie Bambine,<br />
Ornate nel giardino chiuso dell&#8217;anima<br />
In melodie appagate.<br />
Ma ci voleva il muschio vero del presepio<br />
Per fare quell&#8217;odore di cantina<br />
Che restava nell&#8217;atrio per un mese<br />
E una bambina si faceva toccare lì.</p>
<p>                 <strong>Ul Sass de Preja Buia</strong></p>
<p>Richiama insieme il movimento e l’immobilità<br />
Ul Sass de Preja Buia in quel di Sesto<br />
Sulla sponda orientale del Ticino<br />
Appena uscito dal Verbano.<br />
Una massa pesante come scheggia di Zumstein<br />
Che in leggera erranza<br />
Sullo strato di ghiaccio precambriano<br />
E’ poi a fondo penetrata nel terreno<br />
Al bivio per Taino.<br />
Come la scheggia quella vera<br />
Del vetro nel mio polso<br />
Di bambino.</p>
<p>                             <strong> Un tocco sulla nuca</strong></p>
<p>Squadre addestrate antiguerriglia centrando<br />
Gerani in vasi ai posti di confine<br />
Per ballatoi recisi da ringhiere,<br />
Appartati combattenti su piastrelle<br />
Dai colori opachi, antichi verdi e rossi<br />
Accesi per giungere al tesoro<br />
Sul pavimento del corridoio.<br />
E d’estate è caldo il micascisto in cortile<br />
Se ci si monta sopra a gambe nude<br />
Lui si fa sentire,<br />
Qualche graffio<br />
E in fondo<br />
A ginocchia ripiegate<br />
Un buffetto<br />
Quasi un tocco sulla nuca.</p>
<p>                <strong>Non gioco</strong></p>
<p>Erano bianche rosse allineate<br />
Le macchinine nel cortile,<br />
Ci giocavo d&#8217;estate all&#8217;ombra<br />
Col pensiero, le spostavo di nascosto<br />
Ogni giorno anche in vetrina.<br />
Finalmente a Natale ne ebbi sei<br />
Tre rosse tre bianche tutte in fila<br />
Da spostare a mia voglia<br />
Sul balcone, ma le dimenticai<br />
Abbastanza presto, e l&#8217;anno dopo<br />
Le regalai a un bambino vero.<br />
Ora qui sopra Linate nel sole<br />
In fase di attesa d&#8217;atterraggio<br />
Mi sembra di toccarle e di giocarci<br />
Bianche e rosse tra i tetti<br />
Piatti e pochi platani<br />
Due pini, una vetrina dall&#8217;alto<br />
Terzo giro e subito riprende quota<br />
Le regalo anche queste<br />
Sono grande non gioco.</p>
<p>                              <strong>Nelle bocche del Delta</strong></p>
<p>Da Carù Libri a Gallarate<br />
Era la vita vera dei miei anni<br />
Aggrappati allo scaffale.<br />
E quando salivo sulla scalettina<br />
Arrivando anche all’ultimo ripiano<br />
Trovavo Hesse, Mann, il Baron Corvo<br />
E persino Settembrini<br />
Traduttore di Luciano.<br />
Il Po intanto infrangeva<br />
Di Gulliver mira e lineamenti<br />
Con la testa alla Zamboni<br />
E il corpo a ipotenusa sul Ticino.<br />
Il Po era il pazzo<br />
Che impediva al lamento del Tasso<br />
Di farsi udire,<br />
E da Ferrara a Venezia la pianura<br />
Un’unica Gerusalemme<br />
Incapace di affrancarsi dalle nevi del Rosa<br />
Nelle bocche del Delta.</p>
<p>                  <strong>Al Teatro delle arti</strong></p>
<p>                                       I</p>
<p>Teche per monete, sigilli, gioielli<br />
Per prostitute da campo<br />
Di lanzichenecchi appestati…<br />
Bacchino sedeva in prima fila a gambe aperte,<br />
Il Rosso recitò fissandolo<br />
Per tutto il tempo anche negli occhi.</p>
<p>                                      II</p>
<p>Come dopo l’influenza che sembrava<br />
Di non poter più stare<br />
Al Teatro delle Arti<br />
Bene come prima<br />
Coi vecchi attori<br />
Dalla mascella dura<br />
A scandire egregiamente<br />
Il passato di quando un poeta<br />
Era a un tempo architetto ingegnere<br />
Idraulico cartografo pittore,<br />
Cantando e se fu quella<br />
La guerra di cui parla Omero,<br />
Andando in servitù via dal proscenio<br />
E ripassando in pianto nelle vicinanze<br />
Come fosse niente, per ritornare sullo scudo<br />
O con lo scudo avvistati dalla torre<br />
Che domina la valle.</p>
<p>         <strong>Perché lo conosceva</strong></p>
<p>                            I</p>
<p>Proprio perché lo conosceva<br />
Dalle fanghiglie dell’infanzia<br />
E la sera sovrastante proteggeva<br />
Quell’aria in fin dei conti libera<br />
Aria di città<br />
In vista del balenio nel ventre,<br />
La nebbia era un panno logorato<br />
Una ragnatela tra le loro case.<br />
Ma vedeva ugualmente la luce del bagno<br />
Di là della stradina<br />
E persino distingueva la sua sagoma<br />
Da quella di suo padre<br />
Attraverso il vetro smerigliato.</p>
<p>                          II</p>
<p>Di quando vedeva<br />
Appeso al suo balcone<br />
Il costume da bagno,<br />
Lo slippino nero rovesciato<br />
Con la parte più lucida nel sole<br />
E s’era fatto troppo più corto<br />
Dopo quel lavaggio<br />
Il jeans nocciola di velluto a costine.</p>
<p>                        III</p>
<p>Chi ha tirato quel pallone in rete<br />
Scartando due avversari?<br />
E&#8217; la tua maglia la tua velocità<br />
Che ha battuto il tempo della strada,<br />
Non sei ancora uscito quella sera e non rientrato<br />
E la moto è in giardino</p>
<p>       <strong>Silvano il pasticcere</strong></p>
<p>Silvano il pasticcere sedicenne<br />
E Guido diciottenne tornitore<br />
Profittavano a Vizzola Ticino<br />
Delle pause-pranzo per vedersi.<br />
Guido passava con la sua Yamaha<br />
E insieme scendevano sul greto<br />
A mangiarsi il panino dei baci.<br />
Per niente strano l’incidente di ritorno<br />
Per via dell’improvvisa<br />
Retromarcia di un camion.<br />
La foto sulla Prealpina<br />
Mostra due mani di vaniglia<br />
Ancora avvinte alla tuta<br />
Sbiadita su un fianco.</p>
<p>                   <strong>Il Porro Lambertenghi</strong></p>
<p>Oggi che non si studia più la storia del Risorgimento<br />
E le vecchie insegnanti sono in pensione o morte,<br />
Ricordo lo stupore bisbigliato della Martegani Carla<br />
Restia ad aprire i libri<br />
Alla terza menzione degli eroi carbonari<br />
Il Maroncelli il Pellico il Porro Lambertenghi…<br />
“Ma perché? Era un suo parente?”<br />
Ferma all’uso semplice di premettere “povero”<br />
In lombardo al nome del defunto caro.</p>
<p>                          <strong>Per Petrarca Ticino era Tesín</strong></p>
<p>Per Petrarca Ticino era Tesín &#8211;<br />
Vedi il sonetto<br />
Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige et Tebro &#8211;<br />
Per noi ancora oggi è “Tisín”.<br />
Diventa trisillabico il suo nome<br />
Ispessendosi a nuova nascita toscana<br />
Solo per irretirmi nottetempo piano.<br />
Torna Tisín in luce mattutina<br />
Se cerco un Enrico dal tono dimesso<br />
Che venga a pescare al Ticino,<br />
E compatto rilasci frustate<br />
Ritraendo gomito e spalla. Quando<br />
Poi si riassesta vorrei chiacchierare<br />
Magari di letteratura<br />
Perché l&#8217;Enrico che cerco<br />
Conosce di metrica qualche misura.</p>
<p>NOTE</p>
<p>La mia genealogia “tematica” è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere alla Roma di Bertolucci e Bellezza. Con sintesi efferata potrei forse schematizzare in questo modo: Saba-Pasolini-Penna-Bertolucci-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni? Tentando però una conciliazione, grazie a una definizione che proprio il codificatore di Linea lombarda, Luciano Anceschi, ci ha lasciato: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali” è la poetica. Se dunque le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a loro agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative &#8211; la mia officina, insomma &#8211; rimane saldamente legata a “quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo” che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi, Sereni in primis. Non a caso, forse, anche logisticamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma.<br />
Se il risultato più evidente della fusione delle due linee in poesia è costituito da testi quali Il terzino anziano (“Erano invecchiati / Anche quelli della sua età, / Con l’erba verde tra i piedi / E l’odore di maglia a righe. / Ma lui restava, in difesa, / Pesante / A sentirsi i figli / Crescergli contro / E vendicarsi”), questo libro costituisce un più organico tentativo di convogliare le poesie “lombarde” e le poesie “romane” su un unico binario, che vorrei definire di una personale linea “lombardo-appenninica”, secondo un criterio etico &#8211; le mie moralità, i miei ideali &#8211; e secondo un criterio di confezione testuale: i miei sistemi tecnici, le mie norme operative. La Lombardia dei ricordi e dei continui ritorni; e la Roma dei pensieri. Come se dal Buffoni lombardo di una giovinezza che non trova scampo, in dialogo col Buffoni romano che concepisce la poesia come attività sapienziale (“rivelazione di parole espressa in parole” diceva Wallace Stevens), fuoriuscisse un poeta che non miscela ma fonde, cercando di evitare il rischio di pensarla in modo diverso sullo stesso argomento, a seconda che ne scriva da Roma o da Milano. “Egli” a Roma, “lui” a Milano: un po’ come la barista cinese della poesia Confucio con Maometto a San Lorenzo. E forse un po’ anche come la sintesi della lettera di Sereni a Pasolini del 27 gennaio 1954 sul poemetto Canto popolare, poi entrato nelle Ceneri di Gramsci: “… oltre al tuo solito coraggio, c’è anche quello, non so quanto raro in te ma abbastanza raro al di sopra di un certo livello, di correre il rischio di fare dei versi brutti pur di dire una certa cosa che preme e che se non fosse detta toglierebbe buona parte del significato ai versi più belli”. Con bene in vista la stilettata audeniana: “Due poesie mi chiedevano oggi di essere scritte: ho dovuto rifiutarle. Mi dispiace, mia cara, troppo tardi. Mi dispiace, tesoro, non ancora.” E la sorniona grazia zanzottiana: “Nessun diritto è riservato: / magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato”.  </p>
<p>Zitelle e tricicli. Marie-Noëlle (detta Minou) Drouet (1947), poetessa-bambina negli anni Cinquanta. Françoise Sagan (1935-2004) scrittrice di successo con il romanzo Bonjour tristesse (1954). “Oggi” era allora un settimanale molto diffuso.</p>
<p>Ul Sass de Preja Buia. E’ un enorme micascisto, un masso erratico, ritenuto sacro fino all’inizio del Novecento per la fertilità delle giovani spose, che contro di esso andavano a strofinarsi. Zumstein è una delle cime del Monte Rosa. Taino è un borgo situato nella brughiera del Parco del Ticino.</p>
<p>Nelle bocche del Delta. Zamboni è un toponimo all’interno della catena del monte Rosa. Da lì inizia la traversata del ghiacciaio delle Loccie. Una fantasia alla Gulliver mi induceva ad appoggiarvi il capo, distendendo il corpo a mo’ di ipotenusa coi talloni alla confluenza del Ticino nel Po. I due cateti erano la pianura padana e il monte Rosa. The Lament of Tasso e Stanzas to the Po sono opere poetiche di G.G. Byron.</p>
<p>Al Teatro delle arti. La mia prima poesia, La Scuola di Atene vista da Caravaggio, pubblicata da Giovanni Raboni su Paragone nel 1978, si concludeva con un invito rivolto da Caravaggio al suo Bacchino a scendere tra i più belli della Scuola d’Atene. In epoca ancora precedente il Bacchino in platea ero io.</p>
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		<title>Il mio &#8217;68</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2018 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA['68]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Michnik]]></category>
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		<category><![CDATA[Patto di Varsavia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Rényi</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" class="alignleft size-medium wp-image-72498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-768x491.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Nel primo numero del 2018 dello storico settimanale É<em>let és Irodalom</em> (<em>Vita e Letteratura</em>) il giornalista ungherese István Váncsa (1949) tira le somme non prive d&#8217;ironia, del Sessantotto in salsa magiara: “Lo spirito più libero e il naturale ottimismo in qualche modo si sono infiltrati anche da noi, perciò ritenevamo i mamelucchi del regime dei cretini, e loro ogni tanto si rendevano conto di essere considerati dei cretini, quindi le loro facce tonte rispecchiavano incertezza, e nei momenti peggiori sghignazzavano imbarazzati.<span id="more-72497"></span></p>
<p> Sta per scadere il loro tempo, pensavamo di loro, ma non nel senso che sarebbero stati cacciati, meno che mai rinchiusi, bensì che con la diffusione sempre più ampia dei beni materiali con il tempo si sarebbe estinto il capitalismo dell&#8217;homo homini lupus, ma anche il socialismo dell&#8217;homo homini spia, scalzati da libertà, serenità, tranquillità, dall&#8217;Arcadia. In cui sarebbero sopravvissuti i calabroni e le zecche, nonché i portinai con la faccia torva, le guardie operaie e i segretari provinciali del partito, ma sarebbero stati resi tutti innocui e riconoscibili dal disagio, perché non si sarebbero trovati tanto bene quanto sarebbe stato opportuno.“</p>
<p>Avevo sedici anni, nel 1968, e credevo in quei valori del socialismo che nell&#8217;Ungheria János Kádár la scuola ci impartiva. Per poter coltivare la fede facevo finta di non accorgermi che persino nella piccola fetta di realtà di mia conoscenza quello che vedevo e sperimentavo era ben lontano dai nobili propositi. In ogni caso mi sembrava poco cortese e poco propositivo disturbare i manovratori con le mie critiche, anche perché da noi si stava comunque meglio che nell&#8217;imperialismo ormai in piena decadenza e sull&#8217;orlo del baratro – come ci descrivevano il mondo occidentale a ogni piè sospinto. I moti studenteschi negli Stati Uniti e nei Paesi dell&#8217;Europa occidentale davano manforte a questa rappresentazione: i giovani si ribellavano al capitalismo, noi non eravamo che l&#8217;avamposto, mancava poco e il mondo intero avrebbe sposato le nostre idee e il nostro modo di vivere. E questi giovani ribelli suonavano anche una musica irresistibile, così travolgente che persino i censori ungheresi dovettero arrendersi di fronte agli originali, agli emuli nazionali e ai musicisti ungheresi che generarono una musica beat, rock o pop con caratteristiche uniche. L&#8217;invasione musicale era comunque inarrestabile grazie a Radio Free Europe, l&#8217;emittente finanziata dalla CIA che trasmetteva in ungherese da Monaco di Baviera; chi amava la musica non si perdeva mai l&#8217;appuntamento con la  trasmissione intitolata <em>Teenager Party </em>del DJ transfuga ungherese Géza Ekecs, alias László Cseke.</p>
<p>Poi arrivò Alexander Dubček e con lui la Primavera di Praga, festeggiati entrambi con una certa sobrietà da mio padre nato in Cecoslovacchia e socialista dal volto umano fin da giovanissimo. I cambiamenti promossi dal nuovo segretario capo del Partito Comunista Cecoslovacco sembravano indicare proprio in questa direzione, del socialismo riformista. A luglio, in visita a Bratislava dai parenti paterni, firmai infatti di corsa una petizione a favore di Dubček e la sua primavera, la mia gioia sfrenata venne però subito offuscata dalle parole premonitrici della sorella di papà: «Non durerà, e la pagheremo cara.» </p>
<p>Ero già grandicella ma non avevo mai visto il mare, tranne il lago Balaton che i miei connazionali chiamano tuttora affabilmente il “mare ungherese”. Non pensavo ai mari delle civiltà in declino, i miei sogni si fermavano ai confini del Patto di Varsavia, e accolsi festante l&#8217;idea di un viaggio in Polonia, diretto a Varsavia e a Sopot sul Mar Baltico, con escursioni anche a Danzica e Gdynia. All&#8217;epoca Sopot ospitava anche un festival di musica leggera molto seguito nei Paesi del blocco sovietico. Il viaggio era organizzato da Expressz, l&#8217;agenzia statale di viaggi in gruppo per giovani, e l&#8217;interprete ungherese-russo-ungherese era Margit, la figlia ventunenne di amici dei miei genitori.  Margit studiava letteratura russa a Mosca e avrebbe garantito per me in quanto minorenne e saremmo state anche compagne di stanza. Il russo era la lingua universale del blocco sovietico, lo si studiava a partire dalla quinta elementare, e se non c&#8217;era un interprete direttamente fra due lingue, nella fattispecie fra l&#8217;ungherese e il polacco, si rimediava con il russo. </p>
<p>Sapevo della svolta cecoslovacca, d&#8217;altronde era impossibile nascondere una trasformazione tanto clamorosa in un paese confinante con una numerosa minoranza magiarofona, ma non era noto, a me sicuramente e credo nemmeno alla grande maggioranza degli ungheresi, il cosiddetto “marzo polacco”, una breve stagione di opposizione studentesca guidata da Jacek Kuroń e Adam Michnik contro l&#8217;oppressione, la censura, per la libertà di stampa e parola, scoppiata l&#8217;8 marzo in occasione dell&#8217;esecuzione della pièce teatrale, a Varsavia, di Adam Miczkiewicz, <em>Dziady </em>(<em>Antenati</em>), del 1860, che ha per tema l&#8217;insurrezione polacca del 1830 contro l&#8217;occupazione russa. Il fuoco divampò e ci furono occupazioni d&#8217;università a Cracovia e a Lublino. Nulla sapevo della persecuzione sistematica dell&#8217;intellighenzia e dell&#8217;ondata di antisemitismo generata sia dall&#8217;origine ebraica di alcuni leader studenteschi come Michnik, sia dalla condanna di Władysław Gomułka, segretario del Partito Comunista Polacco, della posizione di Israele nella Guerra dei sei giorni. Secondo fonti attendibili circa tredicimila ebrei polacchi si videro costretti a lasciare il paese fra il 1968 e il 1972. </p>
<p>Il gruppo partì con un treno di notte accompagnato oltre che dall&#8217;interprete Margit e dalla guida, anche da un bellimbusto sui trentacinque anni che si presentò come addetto dell&#8217;agenzia. A Varsavia alloggiammo in un collegio universitario dove cercai invano le tracce degli studenti che lo popolavano durante l&#8217;anno accademico: era un arido deserto di povertà e disciplina. Per la prima volta vidi giovani con scarpe da ginnastica ai piedi, oggi e da molti anni va di moda, allora però era solo segnale inequivocabile di scarsa disponibilità economica. A Sopot il mare, freddo e quasi sempre burrascoso ma grandiosa novità per me, rendeva l&#8217;atmosfera gaiamente vacanziera. La sera prima della gita programmata per un&#8217;intera giornata a Danzica eravamo in un locale quando Margit ed io fummo avvicinati da due giovani che si presentarono come operai dei cantieri navali di Danzica. Ricordo ancora il contrasto fra i bei lineamenti del viso e i denti guasti del più giovane dei due, che si chiamava Janusz. Dopo qualche ballo e la stentata conversazione in russo ci invitarono insieme a tutto il gruppo ai cantieri navali. Ne parlammo subito anche con l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia che concordò l&#8217;appuntamento e mi coricai incuriosita perché qualcosa mi diceva che quello sarebbe stato un incontro interessante. L&#8217;indomani visitammo Danzica, una splendida città tutta ancora da restaurare, ma l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia fece in modo che della visita ai cantieri navali non se ne facesse nulla. Da allora tutte le volte, e sono state tante, che i cantieri navali di Danzica sono tornati alla ribalta, ripenso con rammarico a quel mancato incontro e al perché e al come era stato vietato.</p>
<p>Sul treno del ritorno a Budapest, la notte del 20 agosto, serpeggiava un certo nervosismo dovuto alle lunghe soste impreviste e senza spiegazioni da parte del personale ferroviario. L&#8217;addetto dell&#8217;agenzia non ci perdette di vista nemmeno per un secondo e a tratti mi sentivo quasi prigioniera. Arrivammo con diverse ore di ritardo a Budapest dove Margit e io fummo accolti dai genitori al completo, un evento rarissimo, perché di solito i nostri padri e le nostre madri si davano il cambio nell&#8217;espletamento dei doveri genitoriali. Erano sconvolti e il papà di Margit, uomo piuttosto prudente, sbottò e rivelò che la Cecoslovacchia era stata invasa poche ore prima dagli eserciti del Patto di Varsavia, che l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia era un alto rango dei servizi di sicurezza, senza il quale il viaggio non sarebbe stato autorizzato, perché al Ministero degli Interni sapevano dell&#8217;imminente invasione, e che il nostro era stato l&#8217;ultimo treno ad attraversare la Cecoslovacchia. Di questo ebbi conferma anche pochi giorni dopo quando per tornare dalla Germania dell&#8217;Est a Budapest un&#8217;amica dovette attraversare la Polonia e l&#8217;Unione Sovietica, impiegando tre giorni di viaggio in treno. Ovvio che un uomo della sicurezza non vedesse di buon occhio l&#8217;incontro fra noi, studenti ungheresi, e i rappresentanti di uno stabilimento dove con ogni probabilità erano in fermento le idee che vennero represse a Praga con i carri armati.</p>
<p>Anni dopo, già in Italia e con qualche nozione di storia in più, cercai di approfondire il &#8217;68, con particolare attenzione alle reazioni dei giovani occidentali alla soppressione della Primavera di Praga. Ci furono delle manifestazioni di protesta e quella volta, contrariamente alla posizione riguardo al &#8217;56 ungherese, anche i partiti comunisti presero le distanze. Ma in linea generale condivido le parole di Guido Crainz in <em>Autobiografia di una repubblica </em>(Donzelli, 2009): “Esso è connesso a un altro aspetto, e cioè alla sostanziale insensibilità e cecità degli studenti italiani (e occidentali, con pochissime eccezioni) nei confronti dei loro coetanei dei paesi dell&#8217;Est. Negli «anni &#8217;68», ha sottolineato Anna Bravo, è forte la sensibilità nei confronti degli oppressi, ma «non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)». Dopo il &#8217;56 ungherese e l&#8217;invasione di Praga la realtà dell&#8217;Est europeo non può essere ignorata, eppure «quell&#8217;enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo». Un giovane movimento intellettuale che rivendicava a gran voce «l&#8217;impossibile» ebbe sguardi solo solo fuggevoli per altri giovani, per i quali «l&#8217;impossibile» era la libertà di parola e di stampa, di associazione e di voto.” </p>
<p><em>fotografia di Josef Koudelka, Praga 1968. </em></p>
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		<title>L&#8217;informità innominabile di Calasso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2018 13:39:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Calasso]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia Abitiamo luoghi, tempi e condizioni inafferrabili. Definizioni diverse sono state tentate per qualificare questa epoca e la società che la affolla. Società liquida, mondo globalizzato, post-moderno, post-storia. Tutti tentativi che descrivono soltanto parzialmente e dunque imperfettamente il loro oggetto. Viste incomplete di una materia complessa che sfugge alle teorie consolidate, ai tentativi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/DoorToNowhere-Savannah2005-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" class="alignleft size-medium wp-image-72403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/DoorToNowhere-Savannah2005-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/DoorToNowhere-Savannah2005-768x523.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/DoorToNowhere-Savannah2005-1024x697.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Abitiamo luoghi, tempi e condizioni inafferrabili. Definizioni diverse sono state tentate per qualificare questa epoca e la società che la affolla. Società liquida, mondo globalizzato, post-moderno, post-storia. Tutti tentativi che descrivono soltanto parzialmente e dunque imperfettamente il loro oggetto. Viste incomplete di una materia complessa che sfugge alle teorie consolidate, ai tentativi di sistematizzazione.<span id="more-72402"></span></p>
<p> Roberto Calasso nel suo ultimo libro pubblicato nell’anno appena passato, spiega come non sia il caso di azzardare una nuova definizione e sceglie la rinuncia alla nominazione. <em>L’innominabile attuale</em> (Adelphi, 2017) è un testo che raccoglie note e tesi sul nostro attuale che inquietano, più volte spiazzano, scartano da percorsi già noti e tolgono la terra da sotto i piedi a chi crede di avere certezze sul presente. Le argomentazioni di Calasso discutono l’informità del nostro mondo, sostanza in gran parte sfuggente, privo di punti fermi, spogliato da storiche mediazioni, mancante di stabili e chiari riferimenti sociali, in una parola «innominabile».</p>
<p>Il protagonista sferzato da Calasso è l<em>’Homo saecularis</em>, forma susseguente ma involuta dell’<em>Homo sapiens</em>. Essere che ha smarrito il senso del sacro, che vive soltanto per se stesso e in se stesso e mancando di ancoraggi trascendenti difetta di un reale sistema di riferimento che gli possa fornire punti fermi su cui poggiare la propria esistenza. Le tesi di Calasso hanno il limite di apparire perentorie e prescrittive, talvolta regressive e conservatrici. Tuttavia, scuotono dalle fondamenta il nostro presente. Nel leggerlo può capitare di avvertire la sensazione di sentir parlare Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina. Ma questa è soltanto una percezione letteraria. In più, le categorie con cui valutare il libro di Calasso non possono e non devono essere quelle del secolo scorso e delle sue ideologie totalizzanti. Non aiuterebbero a entrare in ragionamenti che, per quanto dolorosi, al bisogno possono essere usate per esplorare la nostra contemporaneità.</p>
<p>Il libro si compone di tre parti, l’ultima delle quali occupa poco più di una pagina e riprende un foglietto di Baudelaire che descrive il sogno del crollo di una grande torre quando ancora questa costruzione non si chiamava grattacielo. Le altre due discutono l’informità del mondo affrontandola tramite modalità e momenti differenti. Nella prima parte i protagonismi sono i neo-secolaristi del nostro tempo: turisti, terroristi, il popolo digitale e digitatorio e altre specie umane odierne. Nella seconda le note si susseguono illuminando momenti storici e protagonisti dell’Europa degli anni che vanno dal 1933 al 1945, quando «<em>il mondo stesso aveva compiuto un tentativo di autoannientamento</em>». Il legame tra le due parti è la mitomania di una società che, cercando un potere sempre più potente, rischia l’autodistruzione, il raggiungimento del nulla semantico, la perdita di senso dell’esistere che si esaurisce nel visitare luoghi stranieri senza volerli realmente conoscere, nel consumare beni inutili, nel farsi trasportare dal grande fiume digitale o nel seminare terrore nei luoghi dell’Occidente blasfemo per dare significato al proprio esistere.</p>
<p>Le riflessioni di Calasso sono dedicate alla debolezza della società secolarizzata che è entrata nel nuovo millennio senza avere coscienza di sé, dei suoi valori fondanti, senza un vero sentire “spirituale”. Una società che sembra vivere fuori da ogni trascendenza, è esterna a qualsiasi elemento sacrale che potrebbe darle senso, direzione, sostanza superiori al potere che ogni modello sociale oggi insegue. La critica che molte pagine del libro sostengono in maniera non sistematica ma con profondità è diretta all’essere umano che si gratifica nel diventare gitante, settario o consumatore digitale e si tiene lontano da ogni cosa che sorpassi i limiti dell&#8217;esperienza. Un essere che popola una società che si specchia esclusivamente su se stessa, vive di autopromozione, dell’affermazione compulsiva di sé e manca della capacità di immaginare sensi e significati universali. Una società dove vince il continuo contingente, l’inconsistente insensato, il terrore come significato e infine la morte come rapporto di potere.</p>
<p>È un libro carico di concetti densi e sfuggenti allo stesso tempo. Opera che cerca di raggiungere le radici del senso del vivere ma non potendolo/dovendolo necessariamente trovare prova a spingere chi lo legge a entrare in una dimensione necessaria per riflettere sul soprasensibile che il nostro mondo nasconde ogni giorno. Un mondo informe, elusivo, non concettualizzabile. Opposto alla necessità che emerge dalle note di Calasso: credere in qualcosa che dia senso ad una società che “si ciba” di se stessa come soffrisse di una patologia autoimmune.</p>
<p>Una parte delle note è dedicata al ruolo dell’universo digitale e del controllo dei dati che riguardano le vite di tutti. Il governo dei dati porta al governo della società e fa nascere una nuova di pratica del potere che indebolisce la già fragile democrazia che governa l’Occidente e che, per la visione “vedica” di Calasso, si configura come una «<em>concatenazione di procedure</em>» che si assoggetta alla «<em>procedura di codifica universale</em>» rappresentata dalle tecnologie digitali che promuovono il formale, puntano al totale automatismo e annullano il pensiero (elemento chiave del libro, ancor più del potere). La critica di Calasso è anche alla scienza e ai suoi rappresentanti colpevoli di operare a servizio dell’<em>Homo saecularis</em> sviluppando “protesi” per il suo agire sconnesso a causa dell’assenza di pensiero.</p>
<p>I temi che il libro addenta sono molti e rilevanti. Talvolta si ha l’impressione che la visione sia di aristocratico distacco, tuttavia il tentativo del libro è di introdurre elementi di riflessione che tanti non avvertono o tacciono e questo dà al testo di Calasso un ruolo efficace e atemporale. Tra le tante importanti citazioni che il libro contiene, è utile citare l’agghiacciante poscritto della lettera di Walter Benjamin a Magarete Steffin: « … <em>la Società Viennese del Gas ha sospeso l’erogazione del gas agli ebrei. Il consumo di gas da parte della popolazione ebraica comportava perdite per la Società del Gas, perché pur essendo i maggiori consumatori non pagavano le bollette. Gli ebrei utilizzavano il gas preferibilmente a scopo di suicidio.</em>» Questo post scriptum di Benjamin serve a ricordarci che non è sufficiente comprendere bene il passato (dopo che sia accaduto), ma è sempre urgente riflettere per afferrare il presente evitando che le atrocità come questa citata nascano ancora da adesioni senza riserve a un sistema totalitario. Consiglio sempre valido, anche oggi che siamo di fronte ad un totalitarismo dei consumi che nasconde una morale che facilmente illude e apre spazi enormi all’assenza di pensiero e di critica.</p>
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		<title>Come Rajoy mi fece diventare indipendentista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2017 13:58:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mónica Flores &#8220;Io non ho voglia di andare d’accordo, ho voglia di andare, d’accordo?&#8221; Caparezza Questo mio testo nasce da una poesia scritta ieri con la rabbia provocata da una realtà assurdamente surreale. Ieri, nel bel mezzo della notte, mentre i miei pensieri erano oscuri quanto la selva di Dante, sputavo sulla carta del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Mónica Flores</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/bandera-catalunya-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-70816" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/bandera-catalunya-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/bandera-catalunya-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/bandera-catalunya.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&#8220;Io non ho voglia di andare d’accordo,<br />
ho voglia di andare, d’accordo?&#8221;<br />
<em>Caparezza</em></p>
<p>Questo mio testo nasce da una poesia scritta ieri con la rabbia provocata da una realtà assurdamente surreale. Ieri, nel bel mezzo della notte, mentre i miei pensieri erano oscuri quanto la selva di Dante, sputavo sulla carta del mio quaderno parole che nel futuro saranno ricordo.<span id="more-70815"></span></p>
<p>Da quasi ormai sette anni sono indipendentista. Sto per raccontarvi come mai solo da sette anni e non da quando ho coscienza politica. Purtroppo, questa spiegazione stupirà molti e non piacerà ad altri. Ma è la verità.<br />
Sono nata in una famiglia la cui origine è l’Andalusia, il sud della Spagna. La mia adolescenza e i primi anni di gioventù sono trascorsi sotto l’influsso ideologico dei miei genitori, profondamente centristi (mai hanno avuto dubbi su questa realtà, mai hanno considerato l’opzione dell’indipendenza).<br />
Nell’anno 2010, però, avevo già 24 anni, avevo studiato Filologia Classica all’università e conoscendo Cicerone, Ottavio Augusto…ho capito il presente. Un presente che si mostrava davanti ai miei occhi in modo quasi assurdo. Erano gli anni di Zapatero e la sua idea di rinnovazione del pensiero e della società spagnola iniziavano dal cambio dei cosiddetti “<a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Estatuto_de_autonom%C3%ADa">Estatutos</a> de <a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Comunidad_aut%C3%B3noma">autonomía</a>”. Tutti abbiamo iniziato a pensare che forse, FORSE, le cose sarebbero migliorate. Quanto siamo stati idioti.<br />
Sono sicura che sapete com’è andata a finire: il PP, Partido Popular, che se Gaius Marius tornasse in vita morirebbe di infarto appena vedesse cos’è diventato ora, ha denunciato l’<em>estatut</em> catalano al <a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Tribunal_Constitucional_(Espa%C3%B1a)">Tribunal Constitucional</a>, per essere, appunto, anticostituzionale. Solo il catalano eh, mica bisogna esagerare. Se poi il nuovo statuto andaluso era praticamente identico non importa, quello non venne denunciato. Ma pensavate che sarebbe finita qui? Eh no…il PP ha fatto una <a href="http://politica.e-noticies.es/por-favor-echeme-aqui-una-firmita-contra-los-catalanes-69902.html">raccolta di firme contro i catalani</a> (dal momento in cui lo Statuto fu accettato dalla maggioranza dai catalani e dal nostro Parlament: questa raccolta non era più una questione politica ma un attacco diretto a un intero popolo.<br />
Così un <em>estatut</em> nato dalla volontà popolare catalana rappresentata dal Parlament de Catalunya è stato dichiarato illegale nell’anno 2010. Quello andaluso invece no, niente, è vigente e perfettissimamente legale.<br />
Quindi ecco il punto zero di tutta la storia: da quel momento sono iniziate le mobilizzazioni puntualmente pacifiche dei catalani.<br />
Non voglio far diventare questo testo qualcosa di lunghissimo impossibile da leggere. Visto che avete un’emeroteca dove consultare tutte le manifestazioni dal 2010 in poi e, soprattutto, il perché di esse.<br />
Dal 2010 in poi, anche il PP si è dedicato ad attaccare la cultura, la storia e la popolazione catalane. L’atteggiamento di questo partito fintamente di destra moderata (basta soltanto che controlliate la sua storia per vedere che, in realtà, il PP spagnolo è una coalizione di partiti sia di centro che di estrema destra…non c’è poi bisogno di dire quale fazione controlla il partito in questo momento) ha generato più secessionisti che tutti i partiti indipendentisti insieme. Letteralmente.<br />
Immaginate soltanto una cosa: giorno dopo giorno vi alzate la mattina e vi trovate un qualunque partito europeo che dice cose come che l’Italia è un problema per l’Europa, che l’italiano è un dialetto del tedesco, che la cultura italiana è povera e copia soltanto quella francese, che la vostra economia fa schifo (non importa che sia uno dei PBI più alti dell’unione), che siete una gregge di povera gente incapace di pensare per voi stessi e che i vostri governanti (non importa se di destra o sinistra, se secessionisti o unionisti) vi hanno lavato il cervello ma, il giorno dopo, invece, vi dicono che in realtà siete un popolo di terroristi con delle idee estremiste e atteggiamento violento. Così è stato qua.<br />
Io nel già lontano 2009 non ero secessionista. Nel 2010 mi sono stupita e arrabbiata non poco con quello che è successo e che vi ho detto prima. A partire da quel momento, però, i costanti attacchi del PP verso tutto quello che amavo ed ero hanno fatto nascere in me dei sentimenti che prima non erano miei. Questi attacchi sono stati stupidi non solo dal punto di vista della realtà (perché si basavano su accuse false) ma anche politico, perché grazie ad essi e non, ripeto, a nessun altro motivo, oggi siamo messi come siamo messi. Tutto quello che sta succedendo ha un responsabile diretto ed è il PP con Mariano Rajoy a capo di tutto. Nessun altro.<br />
Vi prego, però, di non giudicarci pregiudizialmente. Noi non siamo come i militanti di quel partito &#8220;secessionista&#8221; che avete al nord. Quello non è indipendentismo, è altro e molto più pericoloso. Noi siamo soltanto un popolo diverso, né migliore né peggiore, diverso, da quello che avete in mente quando immaginate cos’è la Spagna. Abbiamo una lingua diversa (ma tutti qua parliamo entrambe le lingue, lo spagnolo e il catalano), una letteratura che magari potrei farvi scoprire, una cultura anche negli usi sociali diversa. I nostri vestiti non sono quelli dell’odio. Noi vogliamo risolvere tutto col dialogo. Non siamo noi a somigliare alla Lega Nord.<br />
<em><br />
Ringrazio Martina Cassano per la correzione del testo.</em></p>
<p>Ps. Questa testimonianza di Mónica Flores &#8211; vecchia amica di NI &#8211; è stata scritta <em>prima</em> degli accadimenti degli ultimi giorni. L&#8217;idea di &#8220;aggiornare&#8221; il racconto che oltretutto non vuole essere un reportage si è rivelata impraticabile dinnanzi a una situazione così convulsa che può cambiare di ora in ora. (hj)    </p>
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		<title>una rete di storie CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Cose mai viste (le riviste)</b><br />
di <b>Francesco Forlani</b><br />
Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <i>conversations</i>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l’acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos’di Novo, Bolzano, dunque non mancate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="auto, (max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
CALUMET VOLTAIRE<br />
<em>cabaret letterario</em><br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 21.00</strong> <small>après le buffet!</small><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cose mai viste (le riviste)</strong><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="350" height="300" src="https://www.youtube.com/embed/vppgBJdym7g?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen class="alignright"></iframe> Anni fa &#8211; molti anni fa &#8211; un noto intellettuale napoletano mi raccontò di come gli impresari che gestivano le serate di avanspettacolo al Salone Margherita avessero trovato un espediente pubblicitario per fare gola al pubblico- presumibilmente in gran parte di maschi- e attirare quanti più spettatori. Invece di mettere sulla locandina sei ballerine scrivevano dodici bellissime gambe. Dodici è più di sei, come confermeranno i fisici matematici tali il nostro indiano Antonello Sparzani, eppure, almeno in questo caso, può essere uguale a sei visto che per fare dodici gambe ci vogliono sei ballerine. Il piccolo aneddoto mi serve per condividere con voi una riflessione che mi faccio da anni &#8211; da molti anni- ovvero da quando ben quasi trent&#8217;anni fa sono caduto nell&#8217;incantesimo delle riviste. Poteva andarmi peggio in quella fine degli anni ottanta, tipo inciampare nell&#8217;eroina o peggio ancora nell&#8217;ultraliberalismo dei goldenboys, ma a occupare in modo ossessivo lo spazio mentale e del cuore dei miei desideri, ci sarebbero state solo riviste. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52.png 363w" sizes="auto, (max-width: 206px) 100vw, 206px" /> A proposito di Nazione Indiana  tra noi redattori si è sempre detto che quella che a molti appariva come una debolezza- la mancanza di una gerarchia redazionale, di una parola d&#8217;ordine diktat condivisa da tutti, un&#8217;estetica e un pensiero unici e trionfanti &#8211; e perché no anche un po&#8217; tronfi-  costituiva il punto più saldo e solido, insieme alla stima e all&#8217;amicizia che hanno reso il nostro sito longevo e vivace. Eppure uno degli elementi che ci accomuna va a mio avviso identificato in quella parola di cui si diceva all&#8217;inizio: le riviste. La maggior parte di noi si è formato sulle riviste e per alcuni addirittura nelle stesse, come è stato prima il caso di Baldus, poi  Paso Doble, Sud, Alfabeta e l&#8217;Atelier du Roman. L&#8217;elenco va chiaramente completato ed è proprio questo che chiederò agli altri collaboratori o lettori di Nazione Indiana: segnalate nei commenti la rivista in cui vi siete formati. Ma formati a cosa? ci si potrebbe chiedere. A stare con gli altri? A crescere insieme? A farsi le ossa? A scoprire da subito che la qualità letteraria non va affatto a braccetto con &#8220;l&#8217;argent&#8221;? Che non si è pagati per fare cultura ma appagati dal desiderio di farne parte? Che il conflitto può essere foriero di scoperte e non solo di spaccature? O più semplicemente si impara con le riviste che le cose possono finire e ricominciare, che nulla è più duraturo dell&#8217;effimero.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-70667 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02.png 278w" sizes="auto, (max-width: 217px) 100vw, 217px" /> Ma tornando da dove eravamo partiti, ovvero dalle dodici bellissime gambe, una cosa mi ha sempre incuriosito, come strani misteri che ci si porta dietro dall&#8217;adolescenza ed è il fatto che un numero di avanspettacolo e quello di un dossier monografico portassero lo stesso nome: rivista!! La risposta è semplice. Entrambe portano lo stesso nome perché le caratterizza la periodicità, il suo ripetersi almeno nella cornice che ospita contenuti diversi. In realtà anche altro, ancora più essenziale, unisce queste due rappresentazioni, ed è il loro mettere insieme generi  diversi, gusti differenti, proponendo una <em>mescla </em>di alto e basso, elitario e popolare. Avanspettacolo e avanguardia hanno calcato per decenni  lo stesso palco a cominciare dalla grande lezione di Tzara e Compagni, inventori di quel Cabaret Voltaire a cui è ispirato il titolo delle nostra serata. Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <em>conversations</em>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l&#8217;acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos&#8217;di Novo, Bolzano, dunque non mancate.<br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png" alt="" width="796" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png 796w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-300x184.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-768x471.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-80x50.png 80w" sizes="auto, (max-width: 796px) 100vw, 796px" /><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Enfin! Ventiquattro bellissime mani<br />
[ dieci magnifiche penne ]<br />
il 28 e 29 ottobre a Fano!</strong></big></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>P.S.</strong> Rivista è anche termine militare, nel senso di passare in rivista le truppe  e infatti non è un caso che le stesse si definiscano in molti casi proprio in questa accezione: riviste militanti. Ma questa è un&#8217;altra storia.<br />
&nbsp;<br />
Con<strong> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/mariasole-ariot" rel="noopener" target="_blank">Mariasole Ariot</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/gianni-biondillo" rel="noopener" target="_blank">Gianni Biondillo</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani" rel="noopener" target="_blank">Francesco Forlani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/helena-janeczek" rel="noopener" target="_blank">Helena Janeczek</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/renata-morresi" rel="noopener" target="_blank">Renata Morresi</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank">Orsola Puecher</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister" rel="noopener" target="_blank">Jan Reister</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori" rel="noopener" target="_blank">Giacomo Sartori</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-sparzani" rel="noopener" target="_blank">Antonio Sparzani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/maria-luisa-venuta" rel="noopener" target="_blank">Maria Luisa Venuta</a></strong> [improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli</strong> e <strong>Fabio Strinati</strong>]<br />
&nbsp;<br />
<strong>ETTORE MAZZOLI</strong> E’ nato ad Urbino nel 1994. Il suo percorso musicale è iniziato a con l’approccio da autodidatta prima alla chitarra e poi al basso elettrico. Nel 2009 si è iscritto al Conservatorio Rossini di Pesaro in strumenti a percussione per poi passare nel 2012 al corso preaccademico di basso elettrico jazz. Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo Nolfi di Fano, ha intrapreso il corso di laurea triennale di basso elettrico che ha portato a termine nel 2016 sempre presso il Conservatorio di Pesaro. Attualmente è iscritto al secondo anno del biennio di arrangiamento e direzione d’orchestra jazz. In contemporanea frequenta il corso di laura magistrale in filosofia dell’informazione all’Università di Urbino.<br />
&nbsp;<br />
<strong>FABIO STRINATI</strong> (poeta, scrittore, aforista, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.Molto importante per la sua formazione, l&#8217;incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di &#8220;Itinerari D&#8217;Ascolto&#8221;, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste, antologie letterarie e pubblicazioni.<br />
&nbsp;</p>
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