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	<title>henri-georges clouzot &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>cinéDIMANCHE #03  CLAUDE CHABROL &#8220;L&#8217;Inferno&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2014 13:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinéDIMANCHE]]></category>
		<category><![CDATA[Claude Chabrol]]></category>
		<category><![CDATA[henri-georges clouzot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Nel folto panorama delle ossessioni, fatali «racconti personali inconsci», come le definisce Walter Siti, una delle più facilmente comprensibili, quella che si potrebbe suggerire all’ossessivo neofita che dovesse ancora farsi le ossa, è probabilmente la gelosia. Nel 1964 Henri-Georges Clouzot decise di farne il tema di un film, L’enfer: i protagonisti erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/R30-rtk-red.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49459" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/R30-rtk-red.jpg" alt="R30-rtk red" width="700" height="394" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/R30-rtk-red.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/R30-rtk-red-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Nel folto panorama delle ossessioni, fatali «racconti personali inconsci», come le definisce Walter Siti, una delle più facilmente comprensibili, quella che si potrebbe suggerire all’ossessivo neofita che dovesse ancora farsi le ossa, è probabilmente la gelosia. Nel 1964 Henri-Georges Clouzot decise di farne il tema di un film, <em>L’enfer</em>: i protagonisti erano Romy Schneider e Serge Reggiani. Pare che per la sua produzione la Columbia avesse deciso di non badare a spese, scegliendo di concedere al regista ogni sperimentazione e autorizzando anche riprese esplicitamente erotiche.<br />
<center><iframe src="//player.vimeo.com/video/48333334?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" width="700" height="385" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></center></p>
<p>L’idea di Clouzot era di sfruttare un ampio lavoro di ricerca cromatica e sonora per ricreare un’instabilità visiva che si prestasse a rappresentare la follia crescente del protagonista: la regia avrebbe dovuto incrociare continuamente il piano della realtà con quello dell’ossessione, il cui oggetto era una Romy Schneider sublime più che mai.<br />
Il film rimase incompiuto: Reggiani, che già litigava spesso col regista, si ammalò e Clouzot fu colto da un infarto. Nel 2005 Serge Bromberg ritroverà le 15 ore di pellicola girate negli anni ’60, nel frattempo dimenticate, e ne trarrà un documentario, <em>L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot</em>: la sua tesi è che lo stesso tentativo di immortalare la propria ossessione (qui cristallizzata nelle forme della gelosia) abbia condotto il regista al fallimento del progetto.</p>
<p>Intanto, nel 1994 Claude Chabrol riprende la sceneggiatura di Clouzot e la rimaneggia: il frutto è un nuovo inferno, con François Cluzet e Emmanuelle Béart. Sebbene lontano dal capolavoro mancato di Clouzot, che si annunciava ipnotico, seducente, cinematograficamente rivoluzionario,<em> L’enfer d</em>i Chabrol riesce a rendere bene l’evoluzione del dominio che la gelosia assume sul protagonista Paul Prieur, gestore di un albergo su un lago e sposato con la «sin troppo carina» Nelly: giocando con ronzii di sottofondo, sovrapposizioni di immagini e piani narrativi, o riempiendo di punti neri la visuale di Paul, Chabrol racconta quella graduale «negazione del reale» (ancora W. Siti) che è l’ossessione.<br />
«Questa è l’ora magica – viene annunciato a Paul all’inizio del film -, quella in cui le cose sembrano sempre uguali, e però si sente che sta cambiando tutto»: chi parla è uno degli ospiti più fedeli dell&#8217;albergo, un cameraman amatore sempre a caccia di qualcosa da riprendere, interpretato da Mario David. L’indizio prolettico è evidente, e di lì a poco infatti tutto cambia. Seppur un po’ lento in alcuni punti, e in brevi tratti pesante come solo l’ossessione sa essere, il film mi sembra restituire perfettamente allo spettatore la vertiginosa percezione del passaggio dalla felicità dell’amore alla gelosia, alla psicosi.<br />
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-49164-1" width="656" height="400" poster="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/chabrol.jpg" preload="auto" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/chabrol.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/chabrol.mp4">http://www.suave-est-nus.org/chabrol.mp4</a></video></div></center><br />
&nbsp;</p>
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		<title>Animale e minerale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 06:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[francette vigneron]]></category>
		<category><![CDATA[Goffredo Fofi]]></category>
		<category><![CDATA[henri-georges clouzot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Goffredo Fofi [prefazione a Le calligrafie del Corvo di Francette Vigneron, Nutrimenti 2011] Per dire un male che appare più che umano, gli umani ricorrono spesso a metafore animali o addirittura minerali, esorcizzano il loro male attribuendone l’origine a qualcosa che umano non è. Il ‘mistero del male’ è il più terribile dei misteri [&#8230;]]]></description>
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<p style="margin-bottom: 0cm;">di <strong>Goffredo Fofi</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>[prefazione a </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8865940522/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8865940522&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Le calligrafie del Corvo</a><em> di Francette Vigneron, Nutrimenti 2011]</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/le-calligrafie-del-corvo-3204640.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39613" title="le-calligrafie-del-corvo-3204640" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/le-calligrafie-del-corvo-3204640-140x150.jpg" width="140" height="150" /></a>Per dire un male che appare più che umano, gli umani ricorrono spesso a metafore animali o addirittura minerali, esorcizzano il <em>loro</em> male attribuendone l’origine a qualcosa che umano non è. Il ‘mistero del male’ è il più terribile dei misteri che minano i nostri comportamenti individuali e le società che l’uomo ha edificato. Esso sembra non avere spiegazioni, anche se scientificamente molti, compreso Darwin, le hanno cercate e ci si sono accostati. Ma la scienza non ci ha certamente aiutato a combattere il male, a liberare noi umani dalle sue catene, dalle nostre nefaste pulsioni negative, distruttive. Questo che è di tutti il mistero più nero è ‘semplicemente’ il male insito nella nostra origine e nella stessa creazione, e le metafore animali che lo hanno descritto derivano forse dalla nostra origine animale, mai superata, controllata. E il male insito nella nostra origine, nella Creazione, non ha saputo risolverlo la Redenzione, il sacrificio del Cristo, Dio-Uomo.<span id="more-39611"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Nella letteratura e nel cinema d’impronta decisamente puritana, il Male è il Diavolo; nella laica e razionale Francia che ha fatto la Rivoluzione dei Lumi, il Male viene da un altrove più concreto e vicino, e nel caso dei ‘fatti di Tulle’ evocati nella minuziosa ricostruzione giudiziaria e nelle sue possibili letture socio-antropologiche dall’ostinazione di Francette Vigneron, il Cattivo (il rappresentante del Male) si firma con una crudele immagine animale, l’Occhio di Tigre che scopriremo essere invece una pietra tagliente, forse preziosa. Nel film liberamente costruito ragionando su quei fatti dei primi anni Venti, Henri-Georges Clouzot e il suo sceneggiatore Louis Chavance chiamarono Corvo il misterioso autore delle lettere anonime che distruggono la pace (e l’ipocrisia su cui si basa) di una tranquilla, normale ‘piccola città’.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">La letteratura francese – basti pensare a Balzac, Flaubert, Zola, Maupassant, Renard, Villiers – ha scavato a fondo nel male nascosto nell’ordinamento sociale e nella psicologia individuale e di gruppo, e nel groviglio economico e affettivo della vita di provincia. Non ha smesso di farlo nel Novecento, raggiungendo forse il suo apice nei romanzi sulla provincia, narrata perlopiù in chiave amarissima (Gide, Mauriac, Green, Bernanos, Simenon, Sartre…) ma anche in chiave ironica o comica (ancora Gide, Chevallier, Aymé, il teatro di boulevard…), con nuova insistenza negli anni dopo il ’68 soprattutto attraverso il noir (in testa Manchette). Non appartiene invece l’horror alla tradizione francese o italiana – e la differenza tra le due sta certamente nella presenza di una tradizione protestante che rende più duro il cattolicesimo francese, e nel dominio della controriforma in Italia, nella compiacenza e tolleranza cattolica verso il peccato e cioè il male. In questi paesi l’horror è poco e mal frequentato contrariamente all’America di origine protestante e puritana (King) dove l’horror sfocia nel metafisico anche quando ha basi perfettamente reali, come nell’eccelso esempio di <em>A sangue freddo</em> di Truman Capote. <em>Nido di vipere</em> titolava molto significativamente il cattolico Mauriac uno dei suoi romanzi migliori, poco comprensibile per i tolleranti letterati cattolici italiani. E un nido di vipere non era solo la famiglia, ma anche la piccola città. Una letteratura e un cinema vastissimi l’hanno raccontata, raramente italiani (Mastronardi, <em>Signore e signori</em> di Germi…) perché tutti hanno avuto e hanno le loro Peyton Place.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">I fatti di Tulle ricostruiti dalla Vigneron continuano a impressionare per la ramificazione ed esplicitazione delle mille subdole tensioni presenti in una comunità, che finiscono per minare dal dentro ogni possibilità di convivenza serena, civile, soprattutto quando non vi siano forti conflitti di classe a determinare e in qualche modo a dar ragione nel ‘pubblico’ anche delle pulsioni del ‘privato’. È l’effetto cappa di vetro, l’effetto scatola chiusa in cui l’uomo si fa animale e si dilania con i simili per mancanza di spazio, di aria e di cielo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">La provincia francese ha solo oggi, grazie al benessere e alla generale trasformazione delle condizioni di vita, e ovviamente alla motorizzazione, un diverso e più autonomo rapporto con il centro (Parigi) e una diversa e più vasta possibilità di movimento. Non è una situazione ottimale, dal punto di vista della comunità e della socialità, ma è tuttavia qualcosa di più aperto che in passato. Questa nuova realtà è raccontata ‘al nero’ da Houellebecq e invece nei suoi aspetti positivi dall’ultimo Carrère, quello di <em>Vite che non sono la mia</em>. E ovviamente non tutto era così buio neanche negli anni Venti dello scorso secolo, quando i ‘fatti di Tulle’ emozionarono la Francia rivelando un’amara continuità tra letteratura e vita e tra vita e letteratura, dal nero al nero. Mentre a Tulle si scatenava infatti un’interna (intima) e distruttiva bufera, due o tre dipartimenti più in là, passando dal Limousin alle Alpi Marittime, dal centro della Francia a un sud ben più luminoso, da Tulle a Le Bar sur Loup, vi potevamo trovare in piena attività il maestro elementare Célestin Freinet intento a dar vita a un’esperienza pedagogica ariosa e calorosa e piena di una positività in cammino (l’<em>école buissonière</em>, la scuola del popolo, il Movimento di cooperazione educativa, i prodromi nientemeno della rivoluzione che nella scuola elementare doveva portare la ‘scuola attiva’: la sperimentazione più democratica e più aperta al futuro). Finita la Prima guerra mondiale e finito il massacro dei giovani soldati nelle trincee francesi, tedesche, russe, italiane, si apriva un’era di lotta e di speranza, di rinnovamento della società tutta. Si diceva a sinistra ed era nelle convinzioni popolari che la guerra mondiale dovesse essere <em>la der des ders</em>, l’ultima delle ultime, ma sappiamo che così non fu e che appena vent’anni dopo ne doveva scoppiare un’altra ancora più vasta, ancora più luttuosa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Anche dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo assistito a un risveglio positivo, all’affermazione di una costruttiva e vitalità collettiva, a una ‘ricostruzione’ che ambiva a essere una <em>nuova</em> costruzione. E però anche dopo la Seconda guerra mondiale si sono confrontate una visione del mondo durissima, impietosa e pessimista, motivata da tutto ciò a cui si era assistito o che si era patito – la piena dimenticanza dell’umano, la macchina della guerra portata a perfezione a Auschwitz e a Hiroshima – con una più ottimista, talora superficiale anche se motivata dalla voglia di ricominciare, di edificare sulle macerie una società più giusta. I più dei sopravvissuti furono ottimisti, attivamente ottimisti, ottimisti di viva persuasione. Ma vi furono anche coloro che dal massacro recente non ce la facevano a derivare motivi di speranza, e a ridar fiducia all’uomo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Facciamo dei nomi e arriviamo a Clouzot. Per ritornare indietro a Tulle. In Italia, per esempio, c’è stato in cinema il neorealismo, quello zavattiniano (‘buonista’) diffusore di speranza nonostante tutto, ma c’è stato anche Rossellini, quello di <em>Germania anno zero</em> e di <em>Europa 51</em>. Alla fine del primo, che chiude la storia del nazismo, e all’inizio del secondo, che parla della nuova realtà postbellica, c’è pur sempre il suicidio di un bambino, e non è cosa da poco… Meno vitale di quello italiano (perché meno distrutto dalla guerra, perché ha prosperato anche sotto un’occupazione tedesca molto lunga? perché non ha risentito dell’interruzione secca di una guerra civile?) il cinema francese ha abbandonato le vecchie strade solo molti anni dopo, al tempo delle nouvelles vagues in rotta con ‘il cinema di papà’. Ma negli anni di guerra esso ha pur visto l’affermazione, assieme a quella di Jacques Becker, fedele al passato renoiriano, di due registi che avrebbero segnato l’epoca successiva. Erano Robert Bresson, bernanosiano, convinto esploratore del Male cui contrappose, almeno nei primi film, la Grazia, e Henri-Georges Clouzot, autore nel 1943, sotto l’occupazione nazista, del <em>Corvo</em>, ispirato ai fatti di Tulle. Fu nella Francia liberata che egli girò quello che a mio giudizio è il suo film più bello e più puro, <em>Manon,</em> racconto di guerra e di dopoguerra, di un dopoguerra non meno malsano del tempo della guerra, una volta scontato l’ostracismo che <em>Il Corvo</em> gli aveva procurato presso le forze della Resistenza. Per via del <em>Corvo</em>, che ‘denigrava’ la Francia e sviliva l’immagine del suo popolo, Clouzot e Chavance, lo sceneggiatore del film, vennero ufficialmente puniti con un periodo di lontananza dalla pratica del cinema (la protagonista del <em>Corvo</em>, Corinne Luchaire, dichiaratamente collaborazionista, figlia di un teorico del fascismo e sorella di un militante filonazista che venne fucilato dalle forze della Liberazione, e che era tra l’altro figliastra di Gaetano Salvemini, venne rapata a zero e non fu certo la sola).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Quel che si vuol dire è che, di fronte all’immane carneficina di una guerra mondiale, a guerra finita fu possibile avere due reazioni contrapposte ed entrambe comprensibili, giustificabili: quella di chi ne derivò che l’uomo e le sue istituzioni sono votate alla violenza e al male, e chi al contrario si fece forte di nuove speranze, di tipo tradizionalmente umanistico. (Nella Germania del 1918, fu un best seller non solo <em>Niente di nuovo sul fronte occidentale</em> di Remarque, anche <em>L’uomo è buono</em> di Leonhard Frank, il cui titolo il perfido Brecht commentò scrivendo: “Anche il vitello”).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">I fatti di Tulle sono stati in Francia occasione di discussioni a non finire sul fondo malsano di una specifica società o sulla innata cattiveria del genere umano. Essi hanno ispirato <em>Il Corvo</em>, ma solo ispirato perché <em>Il Corvo</em> non rispetta la cronaca e ha un suo diverso discorso da fare, è una interpretazione lontana di quei fatti che mira più in alto, all’attualità di una ‘voga’ della delazione che attraversò la Francia dell’occupazione nazista, un fenomeno presente in altre situazioni a quella comparabili, ma, si direbbe, non con la stessa violenza e vastità. Insomma, Clouzot parlava del presente e non del passato, perché il presente era molto più preoccupante del passato e riguardava <em>tutta</em> la Francia dei suoi giorni, non la cittadina di Tulle di vent’anni prima, parlava della Francia dell’occupazione (e della collaborazione) e non di una provincia nel tempo di pace. E tuttavia i ‘fatti’ sono simili, il meccanismo della delazione, più losco che mai in tempo di conflitto bellico, è un fenomeno che si ripresenta periodicamente nelle cronache di tanta provincia. Se sembra diventare ossessivo in tempo di guerra, non sparisce certamente in tempo di pace. Frustrazioni e invidie ne sono all’origine, che scavano nel profondo di una propensione alla malvagità che fa parte dell’animo umano (e delle società animali) quanto la propensione al mutuo appoggio e alla solidarietà. I puritani più seri hanno parlato e tuttora parlano della ‘innata pravità’ dell’animo umano, gli altri del Diavolo, e anche Bresson, coetaneo di Clouzot, ha ceduto a questa convinzione quando, in una scena di uno dei più disperati tra i suoi film chiude una casuale discussione tra i passeggeri di un autobus sui fatti nefasti che ci attorniano con la battuta di una loro: “Il diavolo, probabilmente”.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">La ricostruzione minuziosa, e proprio per questo agghiacciante dei ‘fatti di Tulle’ compiuta da Francette Vigneron ci pone gli stessi dubbi, elencando e descrivendo meccanismi che non sono solo di quegli anni e quel luogo. L’assenza della solarità di una convivenza sociale rassicurante per tutti ne è certo alla base, ma non basta a spiegare tutto. Il ‘mistero dell’iniquità’ rimane, anche nella morbosa psicologia di Angèle Laval, colei che venne infine giudicata a Tulle all’origine di tanta tensione, colei che con la sua contorta perfidia venne accusata di aver scoperto il ‘nido di vipere’ della ‘piccola città’.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Molti altri fatti di cronaca anche più truci hanno meritato in Francia dei film, spesso assai belli, e nel caso di <em>Les bonnes</em> un grande testo teatrale. È accaduto anche in Italia, con film non eccelsi (il ‘mostro di Roma’, Rina Fort, la saponificatrice Cianciulli, il ‘biondino di Primavalle’ eccetera), ma non ha trovato un riscontro cinematografico il ‘caso Montesi’, pur così dimostrativo della nostra specifica piaga del mistero politico. Politico e ‘cattolico’.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
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