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		<title>Brevi riflessioni su &#8220;Zero Dark Thirty&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Feb 2013 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giancarlo Alfano Cari lettori di NI, mi permetto di fare due brevi riflessioni a partire dalle considerazioni, intelligenti e utili, di Andrea Inglese. La prima riguarda una dimensione specifica dei linguaggi dell’audiovisivo oggi. Inglese ci spiega la discussione rifluita nei media. Purtroppo io non l’ho seguita, ma dalla sintesi proposta vedo che non si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giancarlo Alfano</strong></p>
<p>Cari lettori di NI, mi permetto di fare due brevi riflessioni a partire dalle <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/11/zero-dark-thirty-la-cancellazione-dellalterita-del-nemico-e-lesibizione-della-tortura/">considerazioni</a>, intelligenti e utili, di Andrea Inglese.</p>
<p>La prima riguarda una dimensione specifica dei linguaggi dell’audiovisivo oggi. Inglese ci spiega la discussione rifluita nei media. Purtroppo io non l’ho seguita, ma dalla sintesi proposta vedo che non si fa riferimento alla “vischiosità” dei media odierni, alla marcata tendenza a far circolare storie e personaggi attraverso formati differenti. <span id="more-44915"></span>Si tratta di qualcosa di diverso dalla semplice citazione, che ha a che fare con la costruzione di racconti (di finzione) circolanti attraverso dimensioni differenti (il caso che più mi colpisce è <i>Walking Dead</i>: da fumetto a serie televisiva a videogioco).</p>
<p><i>Zero Dark Thirty </i>è dunque Hollywood che va letta con l’altra Hollywood, quella che va in televisione. Nello specifico, rimando a un confronto con la serie intotlata <i>Homeland</i>, dove abbiamo molti dei terroristi nominati o presenti nel film della Bigelow, nonché una fondamentale protagonista femminile devota alla investigazione, che sembra fornire la <i>maquette </i>per la costruzione psicologica, emotiva, caratteriale, dell’investigatrice del film (a partire dalla comune appartenenza alle forze d’intelligenza americana). Lo dico solo perché oggi l’<i>home cinema </i>va compreso al pari del cinema di sala (anche se molti di noi – a partire da me – amano di preferenza questo secondo).</p>
<p>La seconda considerazione è velocissima. Inglese dice giustamente che sin dall’inizio era, per una sorta di preconcetto positivo, colpito favorevolmente dalla velocità di reazione statunitense. Ecco, questo è un monito a noi tutti, soprattutto se qualcuno di noi sente di potersi ancora dichiarare di sinistra o addirittura comunista. Oltre al film della Bigelow (che comunque non è proprio un gran film), mi fa piacere ricordare un grande film, <i>In the valley of Elah</i> (2007). La data dice molto. La guerra del Golfo 2 comincia nel 2001; dopo 6 anni arriva in sala un film che la racconta presentando le ferite psicologiche dei soldati statunitensi che la vivono (l’hanno vissuta). Ma un film significa un soggetto, poi una sceneggiaura, poi una sceneggiatura tecnica, poi delle settimane di girato, poi il montaggio, poi la postproduzione, e infine (forse) l’arrivo in sala. Questo vuol dire che il progetto iniziale, soprattutto se si pensa al trattamento davvero problematico della condizione militare negli USA, deve risalire ad almeno due anni prima della data di uscita di un film.</p>
<p>Poi, certo, c’è differenza tra <i>Zero Dark Thirty</i> (che è per certi versi un film opaco) e <i>In the valley of Elah</i> (dove il patriottismo sincero non nasconde le magagne): e questa differenza, ideologica, si vede nella costruzione della storia, nel profilo dei personaggi, etc. Ma, ed è questo che deve farci riflettere in quanto italiani ed europei, è comunque molto significativo che la “velocità di reazione” consista nel realizzare una narrazione: quindi una sequenza dotata di senso (sia pure problematico, o addirittura indecidibile). La possiamo chiamare, con una formula forse un po’ accademica, vocazione storiografica delle arti narrative: qualla vocazione che è stata lo scheletro di molta narrativa italiana tra Otto e Novecento, e che oggi sembra essere rifluita in soluzioni diverse, forse meno aggressive nei confronti del presente.</p>
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