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	<title>Homo sapiens &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un dialogo evoluto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[charles darwin]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia della scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Homo sapiens]]></category>
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					<description><![CDATA[Un&#8217;intervista di Laura Di Corcia a Telmo Pievani Secondo Leopardi la “natura” è crudele e la teoria evoluzionistica darwiniana non ha fatto che confermare questo sospetto, quello di un grosso meccanismo continuamente stritolante, dove ogni tassello non ha nessun altro interesse se non quello di badare a se stesso, pensare alla propria sopravvivenza. È davvero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" size-full wp-image-50955 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg" alt="evoluzione-uomo-computer" width="628" height="235" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer-300x112.jpg 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></a></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;intervista di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><b>Laura Di Corcia </b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">a </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><b>Telmo Pievani</b></span></span> </span></p>
<p><a name="_GoBack"></a>Secondo Leopardi la “natura” è crudele e la teoria evoluzionistica darwiniana non ha fatto che confermare questo sospetto, quello di un grosso meccanismo continuamente stritolante, dove ogni tassello non ha nessun altro interesse se non quello di badare a se stesso, pensare alla propria sopravvivenza. È davvero così? Perché, allora, esiste l&#8217;empatia, come mai gli uomini (alcuni fra loro) tendono a far comunità, ad aiutarsi reciprocamente? In parole semplici, l&#8217;uomo è un animale individuale o sociale? Abbiamo posto queste domande a <b>Telmo Pievani</b>, filosofo della scienza ed epistemologo, grande conoscitore delle teorie evoluzionistiche che ci ha parlato di nuove frontiere, nello studio della nostra storia di uomini, di una selezione, operata a livello macro-individuale, fra gruppi, che tenderebbe a favorire gli individui cooperativi, a fare in modo che siano proprio loro (in apparente contraddizione con quanto sostenuto da Darwin nel suo <i>L&#8217;origine della specie</i>, 1859) a resistere nel tempo come modello vincente.</p>
<p><b>Parto con una domanda a bruciapelo: Homo sapiens è una specie individuale o sociale?</b></p>
<p>Non c&#8217;è alcun dubbio su questo punto: siamo una specie fortemente sociale. Dobbiamo la nostra fortuna, il successo demografico e quello evolutivo, che ci ha portato fin qua, alla socialità. Il problema è che si tratta di una socialità ambivalente. Non è una socialità che ci fa essere buoni e solidali con tutti. Quello che viene fuori dalle ricerche è che siamo capaci di grande cooperazione all&#8217;interno del gruppo in cui ci riconosciamo, ma esiste un rovescio della medaglia, quello che ci porta ad essere sospettosi, e talvolta aggressivi, nei confronti di chi non fa parte del nostro “noi”.</p>
<p><b>Quindi si creerebbe una sorta di competizione fra gruppi?</b></p>
<p>Esattamente. In base a quello che sappiamo, <i>Homo sapiens</i> da tantissimo tempo è una specie organizzata in piccoli gruppi, composti da una manciata di nuclei familiari, che formano unità che vanno dai 25 ai 150 individui. Ovviamente, ogni gruppo combatteva per la sopravvivenza, competeva per affermarsi. Quindi si rivelava per il singolo molto vantaggioso fare parte di un gruppo solidale, compatto e coeso al suo interno: le possibilità di sopravvivere, di ottenere risorse e di diffondere i propri caratteri aumentavano proporzionalmente. A questo punto si capisce come sia il gruppo a fare la selezione, operando in direzione di individui maggiormente cooperativi.</p>
<p><b>Mi spieghi meglio questo punto.</b></p>
<p>Immaginiamo che all&#8217;inizio vi fossero tanti piccoli gruppi, dove sono mescolati individui con atteggiamenti rivolti più verso i propri interessi e altri più tesi alla cooperazione, al benessere della comunità. Cosa hanno potuto verificare gli studiosi? All&#8217;inizio nulla di stupefacente: all&#8217;interno del gruppo, gli “egoisti” tendono ad aumentare, secondo le previsioni della selezione darwiniana, che privilegia gli individui più abili nel fare i propri interessi singoli. Ma in un secondo momento la situazione tende al ribaltamento: questo perché i gruppi dove prevalgono i generosi e gli altruisti hanno più chance di successo come gruppo. Quindi, se gli egoisti prevalgono numericamente nel corto termine e dentro il gruppo, poi, in virtù della selezione fra gruppi e dell’espansione demografica dei gruppi con più cooperatori, alla fine gli egoisti si ritrovano in minoranza e non prevalgono.</p>
<p><b>La cattiveria, mi conceda questo termine, c&#8217;è sempre, quindi, ma spostata, decentrata dall&#8217;io e rivolta al noi.</b></p>
<p>I termini di bontà e cattiveria non fanno parte del linguaggio degli scienziati. Sono giudizi morali. Quello che la biologia ci dice è qualcosa se vogliamo di un po&#8217; frustrante, ma anche più corretto: noi siamo per natura ambivalenti. Non dobbiamo cercare nella natura se siamo buoni o cattivi. Siamo entrambe le cose. La scelta dipende da noi, dallo scarto umano di innovazione che siamo capaci di produrre. Siamo figli dell&#8217;evoluzione biologica, ma anche una specie capace di scrivere la <i>Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo</i>, il cui contenuto è profondamente contro-selettivo. Questo significa una cosa sola, che noi siamo capaci di creare innovazione, di produrre comportamenti inediti rispetto all’evoluzione passata.</p>
<p><b>L&#8217;altruismo sfugge quindi a qualsiasi inquadramento biologico. È un surplus, il figlio illegittimo della natura?</b></p>
<p>Direi di no. La parola “altruismo”, in natura, vuol dire due cose: c&#8217;è l&#8217;altruismo con reciprocità, che ti porta a comportarti in modo altruista perché sai che avrai una ricompensa immediata. Le leonesse cacciano in gruppo, è vero, ma perché sono consapevoli del fatto che in questo modo hanno molta più probabilità di raggiungere prede grosse e dunque più cibo in media. L&#8217;altra faccia della medaglia è più difficile da spiegare: <i>Homo sapiens</i> &#8211; ma anche altre specie di primati, come gli scimpanzé &#8211; è capace di comportarsi in modo altruista senza aspettarsi una contropartita, almeno non nell&#8217;immediato. La selezione di gruppo fornisce qualche risposta in merito: l&#8217;individuo rinuncia in parte ai propri interessi in virtù di un benessere più grande, quello del gruppo, che poi porterà un vantaggio a tutti, compresi i singoli.</p>
<p><b>Ma come si spiegano quelle utopie che mirano al benessere di tutti i gruppi? Dov&#8217;è il nemico in questo caso? Quale pressione esterna li spinge a spendersi per quegli ideali più alti, universali?</b></p>
<p>L&#8217;evoluzione biologica fornisce delle potenzialità, fa sì che siano possibili certi comportamenti. La logica del gruppo spinge l&#8217;individuo a rendersi conto che, rinunciando momentaneamente al proprio interesse, può ricavare un vantaggio per il futuro. Poi la specie umana, quando ha interiorizzato un comportamento, tende a generalizzarlo. È quindi possibile che la nostra mente sia capace di pensare a gruppi sempre più grandi. In questi anni siamo stati capaci di concepire la specie umana intera come un soggetto di solidarietà e quindi di dire che siamo tutti esseri umani, titolari di pari diritti e pari dignità. L&#8217;attitudine dell&#8217;egualitarismo è qualcosa di profondamente radicato in questa logica di gruppo. I gruppi che abbiamo citato all&#8217;inizio tendevano a essere egualitari, non ci dovevano essere troppi squilibri di possesso. È stata la rivoluzione agricola a scardinare questo meccanismo, perché ha reso possibile l&#8217;accumulo delle risorse e ha cambiato profondamente i rapporti di potere fra i membri del sistema.</p>
<p><b>Quando parliamo di individui capaci di fare breccia nella fredda logica della vita, che vorrebbe ciascun individuo col naso sprofondato nel suo personalissimo orizzonte di interessi e guadagni, viene in mente anche l&#8217;arte, ovvero la capacità, da parte di Homo sapiens, di stupirsi e autocompiacersi della qualità del messaggio usato per comunicare. Anche questo pare aver poco a che fare con la natura spietata e ego-riferita di cui soliamo sempre parlare.</b></p>
<p>Sì, l&#8217;arte fa parte di quelle novità inedite, mai viste prima, che sono comparse in natura con <i>Homo sapiens</i>. Sappiamo anche quando è apparsa nella storia evolutiva: tra i settanta e gli ottantamila anni fa, in Africa, c&#8217;è stata una vera e propria rivoluzione culturale che ha portato una sola specie umana tra le diverse presenti a fare una serie di cose strane e apparentemente inspiegabili tutte insieme. È <i>Homo sapiens</i> che inizia a produrre pitture rupestri, oggetti con caratteristiche simboliche, segni regolari con un significato. Per non parlare delle sepolture rituali, degli strumenti musicali, dell&#8217;abbellimento del corpo. Il tutto in modo sistematico, non occasionale. Questo è un po&#8217; un mistero oggi, noi non sappiamo dire che cosa sia successo esattamente. La nostra mente ha iniziato a lavorare in maniera diversa, nuova. Sono comportamenti di una specie che non è più dedita soltanto alla mera sopravvivenza, ma ha trovato il tempo e le risorse per fare dell&#8217;altro, per sviluppare la capacità di associare a oggetti concreti significati altri. È l&#8217;apertura al simbolico.</p>
<p><b>Lei dice: mistero. Ma non ci sono delle interpretazioni? Credo che sia stato il gruppo a rendere possibile uno scarto di energie tale per cui si potesse iniziare a riflettere su elementi e campi non necessariamente legati alla sopravvivenza e alla riproduzione, o sbaglio?</b></p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Ho detto mistero perché non sappiamo esattamente cosa sia successo, ma abbiamo a disposizione due ipotesi, fondamentalmente. La prima è proprio la socialità, la capacità di trasformare il gruppo in una sorta di meta-individuo, di “super-organismo” come ha scritto Edward O. Wilson. Il secondo segreto risiede nel linguaggio articolato, cioè la capacità di comunicare in un modo più flessibile e più preciso. Siamo quasi sicuri che tutte le altre specie umane non avessero in dotazione un elemento così potente, almeno non come noi, che permette fra le altre cose di condividere con i propri compagni esperienze e cose viste, sviluppando in chi parla e in chi ascolta la capacità immaginativa.</p>
<p><b>Tornando alla questione iniziale, uomo animale sociale o individuale, le chiederei come mai nella stessa epoca, individui sottoposti agli stessi impulsi culturali tendano ad adottare strategie diverse, alcune cooperative e altre egoistiche.</b></p>
<p>È una domanda difficile. Non dobbiamo pensare che l&#8217;evoluzione biologica determini i nostri comportamenti, ci dice soltanto quali sono le nostre potenzialità. Che cosa fa un individuo singolo dipende da altri due fattori: il primo è l&#8217;individualità. La stessa evoluzione ci dice che ogni essere umano nasce unico, che non esistono due individui biologici perfettamente identici. Il secondo fattore riguarda la formazione del nostro cervello: esso si plasma per due terzi dopo la nascita. È vero che abbiamo dei vincoli biologici, che ci vengono dal passato, ma siamo una specie molto plastica, influenzata enormemente dalla storia, dall&#8217;educazione e dalla cultura.</p>
<p><b>Poi c&#8217;è la famosa questione del libero arbitrio. Come si pone, lei, di fronte a questo tema?</b></p>
<p>La scienza a mio avviso non può rispondere direttamente a questo quesito. Il libero arbitrio è un&#8217;ipotesi plausibile solo se rinunciamo al determinismo, quindi all&#8217;idea che le scelte dell&#8217;essere umano siano determinate da qualche fattore, che sia naturale o sovrannaturale. Io credo che non sia un&#8217;illusione, il libero arbitrio, come hanno sostenuto molti importanti filosofi: esso si giustifica con il principio della contingenza, tema filosofico su cui ho lavorato molto. Siamo frutto di vincoli del passato, ma in ultima analisi siamo ancora liberi di scegliere. La natura non ci determina, e nemmeno la cultura. C&#8217;è uno spazio per la volontà del singolo. Questo ce lo dimostra la storia, che ci pone di fronte a figure capaci di dire di no ai vincoli che la natura ha posto all&#8217;uomo. Noi esseri umani abbiamo questo di straordinario, di inedito: sappiamo di avere degli istinti che ci ha dato la natura, e li studiamo, ma possiamo anche scegliere di non essere marionette passive nelle loro mani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Confronti, <em>n° 60,  del 29 gennaio 2014</em>)</p>
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		<title>HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<category><![CDATA[telmo pievani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra: Homo sapiens: la grande storia della diversità umana. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli-Sforza, ha ricostruito, tenendo conto dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg" alt="" title="homo" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40874" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta. Genetisti, linguisti, archeologi, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un grande affresco della storia dell&#8217;evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.<br />
Sono stato all’inaugurazione, ho visto la mostra e ho rivisto Luigi Luca Cavalli-Sforza, classe 1922 e tuttora in piena forma, di cui ricordo con grande piacere qualche seminario pavese distante ormai più di quarant’anni. A tutti tengo a ricordare che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza">Luigi Luca Cavalli-Sforza</a>, genovese, è uno dei più importanti studiosi al mondo nel campo della storia delle origini dell’uomo,<span id="more-40873"></span> cui ha dedicato, fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso, da solo e con vari collaboratori, una ricerca sistematica e complessa, un cui primo risultato generale fu pubblicato nel 1988  e alla quale Cavalli-Sforza ha dedicato in seguito, e con continuità fino ad oggi, non solo più approfonditi studi specialistici, ma anche molto utili opere di divulgazione. </p>
<p><strong>Telmo Pievani</strong>,  che insegna filosofia della scienza all’università di Milano-Bicocca, ha affiancato Cavalli-Sforza nella cura della mostra (che ha un suo <a href="http://www.homosapiens.net/">sito</a> assai ricco). A lui ho chiesto di rispondere a qualche domanda su contenuti e scopi della mostra. Telmo ha volentieri acconsentito ed ecco il risultato:</p>
<p>a.s.: <em>Qual è l’aspetto più innovatore di questa mostra che tu hai fortemente contribuito a configurare e ad allestire a partire da un’idea originaria di Luigi Luca Cavalli-Sforza?</em></p>
<p>t.p.: Credo che l’elemento di maggiore novità consista nella ricostruzione di una narrazione complessiva sull’evoluzione umana, fondata su robusti dati sperimentali, piuttosto recenti e di natura interdisciplinare. Mettere insieme le filogenesi molecolari, le comparazioni genetiche, i ritrovamenti paleontologici e archeologici, le tracce di evoluzione culturale e alcuni indizi sulla diversificazione delle lingue, il tutto entro una cornice coerente, è un’impresa che trovo appassionante e che da diversi anni pensavo potesse trovare una “rappresentazione” allestitiva coinvolgente ed efficace sul piano della comunicazione. In programmi di ricerca come questi emerge chiaramente l’evidenza che la scienza è parte del nostro immaginario collettivo, è una forma di cultura fondamentale, da condividere con il pubblico più ampio possibile. In fondo, si tratta di rispondere a “grandi domande” che vanno ben oltre il confine del laboratorio: da dove veniamo noi esseri umani; come siamo arrivati fin qui; quali innovazioni ci hanno reso ciò che siamo e qual è il nostro posto nel cespuglio ramificato dell’ominizzazione; perché siamo così uniti biologicamente e così diversi culturalmente.</p>
<p>a.s.: <em>La mia impressione da esterno è che negli anni recenti si siano verificati un non piccolo numero di nuovi ritrovamenti, in vari siti, riguardanti il genere Homo e la sua storia; ad ogni nuovo ritrovamento si devono ovviamente rivedere/modificare alcune convinzioni maturate a partire dai precedenti ritrovamenti. In questo processo di continua riconfigurazione del pregresso, si sta a tuo parere delineando comunque un quadro complessivo “ragionevolmente accertato”?</em></p>
<p>t.p.: Direi di sì, oggi il quadro è molto meno frammentario rispetto anche soltanto a cinque anni fa e si tratta di un processo che potremmo dire di “normalizzazione”. L’evoluzione umana ha sofferto per decenni di due “eccezioni” epistemologiche alquanto peculiari (anche se psicologicamente comprensibili). La prima recitava che la spiegazione evoluzionistica non avrebbe mai potuto sfiorare i segreti della mente umana e della coscienza, e sappiamo quanto si stia indebolendo. La seconda stabiliva che a differenza di tutti gli altri esseri viventi le specie umane avrebbero dovuto rispettare un modello di evoluzione lineare, una progressione graduale verso Homo sapiens, culmine del percorso di ominizzazione. Ciò che si sta verificando negli ultimi anni è lo smantellamento definitivo di questa immagine consolante della nostra storia, sostituita da un’altra che è invece centrata sulla diversità di forme, sull’esplorazione di molteplici possibilità adattative, sulla contingenza storica e sulla forte imprevedibilità di un processo di diversificazione di specie umane che avrebbe potuto in molte occasioni prendere ben altre direzioni. Stiamo così applicando alla specie umana gli stessi modelli esplicativi che da tempo si applicano a tutte le altre forme viventi, da qui la “normalizzazione”. La riconfigurazione del pregresso consiste principalmente nella comprensione dell’importanza evoluzionistica di fenomeni di trasformazione che si verificano nello spazio biogeografico (il secondo asse di comprensione dell’evoluzione, insieme al tempo, cioè la genealogia): ovvero, la deriva genetica, la migrazione, l’ibridazione, i “colli di bottiglia” prodotti da drastiche alterazioni ambientali, gli “effetti del fondatore”. E’ questo il nuovo sguardo metodologico sull’evoluzione umana che ha permesso di scardinare le grandi narrazioni del progresso che avevano dominato il campo, anche internamente alla scienza, per troppo tempo. Un’idea che permea il progetto della Mostra è la valorizzazione del fascino della contingenza e della diversità, a scapito della nostra attrazione fatale per teleologie forzate che vedevano nell’umanità l’apice dell’evoluzione. Secondo me è un salutare bagno di umiltà, da condividere come progetto educativo con i nostri ragazzi.</p>
<p>a.s. <em>In particolare: dove avviene, e come, a quel che si sa, il sorgere del linguaggio in questa articolata storia evolutiva, è plausibile l’ipotesi che sia stata la presenza del linguaggio a dare una delle spinte decisive per qualche tappa importante dell’evoluzione?</em></p>
<p>t.p.: Certo, è molto plausibile. Noi sappiamo che forme di linguaggio, anche già articolato, dovevano con ogni probabilità essere presenti in altre forme umane, soprattutto in Homo neanderthalensis, con il quale abbiamo lungamente convissuto in Europa e Asia occidentale. Benché il linguaggio non restituisca fossili, esistono forti evidenze indirette in tal senso (da quelle genetiche a quelle anatomiche e comportamentali). Se poi andiamo ancora più indietro nel tempo, in mezzo all’albero ramificato delle diverse specie del genere Homo, agli inizi è plausibile che esistessero forme di espressione proto-linguistiche, mescolate a vocalizzi e gesti. Dunque l’esigenza adattativa della comunicazione e dell’organizzazione sociale doveva già essere ampiamente soddisfatta. Qualcosa però di peculiare (cioè di “unico”, che è cosa diversa da “speciale”) si pensa sia successo con Homo sapiens, una giovane specie africana dall’anatomia slanciata nella quale si nota il completamento del tratto vocale che permette un linguaggio pienamente articolato. Questa conformazione della gola deve averci regalato i vantaggi inaspettati dell’intelligenza simbolica, dell’astrazione, della ricorsività e delle infinite potenzialità combinatorie delle parole, se è vero che pur di mantenerli tolleriamo il rischio del soffocamento. Ciò che oggi pensano molti evoluzionisti è che il linguaggio articolato completo sia stato “l’arma segreta” dell’ondata finale degli H. sapiens usciti dall’Africa intorno a 50-60mila anni fa e poi diffusisi inarrestabilmente in tutto il mondo.</p>
<p>a.s.: <em>Hai ricordato nella tua intervista durante l’inaugurazione della mostra che in quel periodo che risale a poche decine di migliaia di anni fa almeno cinque specie del genere Homo convivevano pacificamente sul pianeta; puoi articolare un po’ questa stupefacente informazione, spiegando anche come sappiamo che convivessero pacificamente?</em></p>
<p>t.p.: Si tratta davvero di una scoperta stupefacente, sulla quale occorrerà riflettere anche sul piano filosofico. Lo scenario da cui nasce è quello delle molteplici “uscite dall’Africa”: rappresentanti diversi del genere Homo escono a più riprese dal continente africano, sempre partendo da un’area orientale che va dall’attuale Etiopia fino al Sudafrica. La prima volta, poco meno di due milioni di anni fa, escono gli H. ergaster, che poi danno origine a H. georgicus nel Caucaso, a H. antecessor in Europa e a H. erectus in Asia orientale. La seconda volta, circa 780mila anni fa, esce un’altra specie, H. heidelbergensis, che dissemina altri umani che convivono con quelli fuoriusciti precedentemente. In Europa, da questa seconda diaspora, nasce H. neanderthalensis, il nostro alter ego evoluzionistico più famoso. Quando finalmente prende avvio la terza uscita dall’Africa, quella di Homo sapiens, a cominciare da 120mila anni fa e a più ondate, sempre a partire dal Corno d’Africa, i nostri antichi progenitori incontrano sulla loro strada una pletora di altre specie umane, ben adattate alle loro regioni e discendenti dalle precedenti diaspore. Così succede che ancora 40mila anni fa nel solo Vecchio Mondo (Africa ed Eurasia) circolavano cinque specie umane: noi H. sapiens (i più girovaghi ed espansivi); i Neandertal in Europa e Asia fino ai Monti Altai (la loro estinzione avverrà soltanto intorno a 28-27mila anni fa nell’ultima enclave di Gibilterra); un’enigmatica specie asiatica trovata sui Monti Altai, derivante dalla seconda diaspora, e provvisoriamente battezzata “Homo di Denisova”; forse alcuni residuali H. erectus nella valle del fiume Solo sull’isola di Giava; e una strepitosa specie umana pigmea, forse discendente da una piccola popolazione di H. erectus rimasta isolata, Homo floresiensis, trovata sull’isola indonesiana di Flores ed estintasi soltanto 12mila anni fa, alle soglie della “Storia” con la maiuscola che studiamo a scuola. Dunque, cinque specie umane fino a pochissimo tempo fa, su scala biologica. Con molte di queste specie noi abbiamo convissuto negli stessi territori e non compaiono segni di sostituzioni violente, di scontri o di altri fenomeni drammatici. Anzi, per lunghi periodi sembriamo in equilibrio, demografico e comportamentale. Poi succede qualcosa, forse legato all’ultima ondata di H. sapiens usciti dall’Africa (e agli effetti del linguaggio articolato), e le altre quattro forme, sapiens a modo loro, cominciano a declinare. Quindi non siamo mai stati soli, come umani, nella storia naturale recente. E ora dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante.</p>
<p>a.s.: <em>Anche a grandi esperti può capitare di lasciarsi scappare frasi formulate, del tutto involontariamente, in maniera finalistica del tipo “gli Africani hanno la pelle nera per potersi difendere dalle più pericolose radiazioni solari”. L’ortodossia evoluzionistica che tu mi pare rappresenti bandisce senza se e senza ma queste sfumature; vuoi cogliere questa occasione per rimettere le cose a posto?</em></p>
<p>t.p.: Sì questo è un rischio sempre presente, perché abbiamo una mente teleologica che sovrappone alle spiegazioni meccanicistiche e funzionali un’aura di finalità. Il linguaggio, anche degli scienziati talvolta, è una spia evidente di questa propensione cognitiva. Così finiamo per “personalizzare” l’evoluzione e la selezione naturale come se fossero agenti intenzionali, ingegneri che ottimizzano sapientemente le loro creature. Oppure torniamo a forme velate di lamarckismo, raccontando la storia naturale come un’avventura di eroi che per propria volontà si trasformano inventando nuovi adattamenti. Il significato radicale di meccanismi demografici come la selezione naturale e la deriva genetica, che sono al cuore della spiegazione evoluzionistica contemporanea permeata di statistica e di probabilità, consiste proprio nell’espulsione di qualsiasi finalità, nella permeante contingenza del processo: una sopravvivenza differenziale di organismi portatori di variazioni genetiche emerse per altre ragioni, nel primo caso; una campionatura casuale di varianti genetiche in piccole popolazioni rimaste fisicamente isolate, nel secondo caso.</p>
<p>a.s.: <em>Quali sono i potenziali utenti della mostra cui personalmente tieni di più, quelli che vorresti più fortemente attirare?</em></p>
<p>t.p.: Senz’altro gli studenti e il pubblico più giovane, che ci aspettiamo costituisca almeno la metà del numero complessivo dei visitatori. Per questo, oltre a passaggi immersivi, a mappe disseminate e ad altre scelte scenografiche, abbiamo allestito un pacchetto di exhibit interattivi, molto impegnativi per chi li produce sul piano economico e progettuale, che permettono però ai ragazzi di fare un’esperienza in prima persona, senza spiegazioni scritte, giocando in un contesto favorevole e uscendo, noi speriamo, con un messaggio forte, che può essere quello della propria parentela genetica con tutti i viventi o quello dell’insussistenza genetica delle cosiddette “razze umane”.</p>
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