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	<title>Houellebecq &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Peggio per tutti.  Di Charlie Hebdo, della République e dell&#8217;apocalisse.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2015 13:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Jamila Mascat Sulla Settimana enigmistica c&#8217;era un gioco, che forse esiste ancora: &#8220;Aguzzate la vista&#8221;. Si trattava di scovare i 20 particolari che distinguevano due vignette molto simili e densamente popolate, disposte una accanto all&#8217;altra. Io, che non ho un talento per la visione e sono sempre stata miope, ci mettevo un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-50461 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg" alt="la-settimana-enigmistica" width="600" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Sulla <em>Settimana enigmistica</em> c&#8217;era un gioco, che forse esiste ancora: &#8220;Aguzzate la vista&#8221;. Si trattava di scovare i 20 particolari che distinguevano due vignette molto simili e densamente popolate, disposte una accanto all&#8217;altra. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Io, che non ho un talento per la visione e sono sempre stata miope, ci mettevo un sacco di tempo, poi spesso mi spazientivo al quinto particolare. Ma chissà perché non demordevo e ogni settimana sceglievo di provarci di nuovo. Del resto, si sa, ci vuole pazienza con i dettagli.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Di <em>Charlie Hebdo</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ora non è facile soffermarsi sui dettagli mentre l&#8217;orrore e la commozione per le vittime dell&#8217;attentato alla redazione di Charlie Hebdo, e poi ancora l&#8217;orrore delle ultime ore per gli altri morti e gli altri ostaggi, ci stringono in un raccoglimento corale senza se e senza ma. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Siamo tutti sotto choc; s</span><span style="color: #000000;">iamo tutti inorriditi per l&#8217;attentato più letale che Parigi abbia mai subito dalla fine della seconda Guerra Mondiale – le decine di persone uccise il 17 ottobre 1961</span><span style="color: #000000;"> durante una tristemente famosa manifestazione pro-Algeria – all&#8217;epoca ancora francese – morirono, come ricorda <a href="http://www.liberation.fr/politiques/2015/01/07/l-attentat-le-plus-meurtrier-a-paris_1175401" target="_blank"><em>Libé</em></a>, non per mano dei jihadisti ma sotto i colpi della polizia; dicesi repressione quindi, non attentato). Siamo tutti ragionevolmente con la <em>plume</em> contro i kalashnikov. E nel giro di qualche ora siamo diventati tutti Charlie (perfino il <a title=" " href="https://twitter.com/nasdaq/status/553247771726450688" target="_blank">Nasdaq</a>). </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Confesso che <em>je ne suis pas Charlie</em> (senza hashtag, e fuori da twitter, dove pare che la formula sia stata recuperata con intenti ben diversi da quelli di questo post), non lo sono oggi più di quanto non lo fossi una settimana fa e sarebbe perfino ipocrita fare finta del contrario. Avevo un debole per Charb, a cui devo uno dei migliori funerali a cui ho  assistito (si trattava in realtà della commemorazione della morte di Daniel <a href="http://www.danielbensaid.org/Des-fois-aveugles-et-des-croyances?lang=fr" target="_blank">Bensaïd</a>, filosofo, docente universitario, fondatore della <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Ligue_communiste_r%C3%A9volutionnaire" target="_blank">Ligue Communiste Révolutionnaire</a> e, tra le altre cose, co-autore insieme a Charb di <em><a href="http://www.editions-zones.fr/spip.php?page=lyberplayer&amp;id_article=100" target="_blank">Marx, mode d&#8217;emploi</a>)</em>. Mentre nella sala della Mutualité Edwy Plenel, Alain Badiou e molti altri ricordavano Daniel e i suoi trascorsi, Charb lo disegnava in diretta riuscendo perfino a strappare qualche risata contagiosa, che per un&#8217;occasione del genere è un risultato niente male. Ma a parte questa affezione personale, <em>je n&#8217;ai jamais été Charlie</em> da quando in modo più o meno intermittente vivo a Parigi, dal 2001. Erano gli anni di Philippe Val alla guida del giornale (1992-2009), gli anni del dopo-11 settembre, gli anni bui che conosciamo e che in Francia sono stati ulteriormente rabbuiati dai Lumi del <em>laicité</em> di stato. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Le vignette, le più sconce e le più blasfeme, non mi hanno mai offeso; ridere è un&#8217;altra storia e io fatico un po&#8217; a farlo con cazzi e culi, e putes e pédés, per indole, più che per inclinazione al politically correct. Per intenderci: questo finto-Maometto qui, sul set di un film hard costretto a scoparsi una testa di maiale “per mancanza di troie di 9 anni” non mi piace un granché, ma non perché è Maometto, fosse anche il Maresciallo Rocca o Lino Banfi sarebbe lo stesso.</span></span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY">                                    <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50462" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg" alt="vignette_1" width="600" height="587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1-300x293.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-50463 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2-272x300.jpg" alt="vignette_2" width="272" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2.jpg 400w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Allora preferisco Maometto affranto, con le mani nell&#8217;immancabile turbante, che deplora la qualità dei suoi proseliti &#8211; <em>C’est dur d’être aimé par des cons</em> (e ancora più tosta, forse, è essere odiato dai coglioni, così coglioni che un giorno vengono a trovarti a sorpresa e finiscono per farti secco).</span></span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-50464" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3-233x300.jpg" alt="vignette 3" width="233" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3.jpg 340w" sizes="auto, (max-width: 233px) 100vw, 233px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Non ho avuto nessun sussulto per le illustrazioni di <em>Charia Hebdo</em>, per le vignette danesi ripubblicate da Charlie, né di fronte alle consuete caricature dei miei correligionari, ritratti di solito in versione <em>barbus</em> (gli uomini) o <em>niqab</em> (le donne, generalmente maldestre, impossibilitate a farsi la ceretta come si deve, incapaci di trovare il punto G, e più spesso incinte per meglio procacciarsi i sussidi destinati alle famiglie numerose).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">Ma CH non è e non è stato negli anni solo un giornale di vignette di buono e cattivo gusto. È stato anche un giornale di <em>editoriali</em> (come <a href="http://delbart.nicolas.free.fr/valchomsky.html" target="_blank">questo</a> di Val, che nel 2002 rimproverava Chomsky di essere un traditore della patria, alias “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">l’un de ces Américains qui détestent le plus l’Amérique</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">) e di <em>prese di posizione</em> (come questa, sempre Val, all&#8217;epoca della guerra in Libano nel 2006 :&#8221;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">Se guardiamo una carta geografica, muovendoci verso Est, [vediamo] che oltre le frontiere dell&#8217;Europa, cioè oltre la Grecia, il mondo democratico cessa di esistere. Resta solo un coriandolo in Medio Oriente, lo Stato di Israele, e poi nulla fino ad arrivare in Giappone. Tra Tel-Aviv e Tokyo regnano solo poteri dispotici, che riescono mantenersi in piedi alimentando, presso popolazioni analfabete all&#8217;80 per cento, un odio feroce nei confronti dell&#8217;Occidente, perché composto di democrazie&#8221;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">); parole che non condivido oggi, più di quanto non riuscissi a condividerle ieri.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Non ero Charlie nemmeno nel 2006 quando il giornale pubblicava il <a href="http://www.lexpress.fr/actualite/societe/le-manifeste-des-douze-ensemble-contre-le-nouveau-totalitarisme_482860.html" target="_blank"><em>Manifeste des douze</em></a> contro il totalitarismo islamico, firmato dal direttore (Val), insieme a Bernard Henry Levy, Ayan Hirsi Ali e Caroline Fourest tra gli altri – per chi non li conoscesse googlare per credere. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Né ero Charlie quando, a luglio del 2008, Val, sempre lui, decideva di licenziare <a href="http://www.sinemensuel.com/" target="_blank">Siné</a>, un collaboratore storico della testata, per colpa di una <em>chronique</em> pubblicata due settimane prima, che commentava così le nozze di Jean Sarkozy, figlio di Nicholas, con Jessica Sarah Fanny Sebaoun,  ereditiera della famiglia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Darty" target="_blank">Darty</a>. </span></span></span></p>
<blockquote><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;Jean Sarkozy, digne fils de son paternel et déjà conseiller général de l&#8217;UMP, est sorti presque sous les applaudissements de son procès en correctionnelle pour délit de fuite en scooter. Le Parquet a même demandé sa relaxe ! Il faut dire que le plaignant est arabe ! Ce n&#8217;est pas tout : il vient de déclarer vouloir se convertir au judaïsme avant d&#8217;épouser sa fiancée, juive, et héritière des fondateurs de Darty. Il fera du chemin dans la vie, ce petit !&#8221;</span></span></span></p></blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Il vignettista, accusato di antisemitismo, era stato immediatamente espulso dalla redazione. L&#8217;iter giudiziario avrebbe scagionato Siné e condannato Charlie a risarcirlo cospicuamente, ma intanto un gesto del genere, d</span><span style="color: #000000;">a parte di un giornale che si è sempre vantato di cantarle a tutti e non risparmiarle a nessuno, avrebbe</span><span style="color: #000000;"> suscitato più di qualche <a href="%20http://archives-lepost.huffingtonpost.fr/article/2008/07/24/1229761_plantu-va-t-il-se-faire-virer-de-l-express.html" target="_blank">reazione</a> sgomenta in redazione e fuori. Alcuni già allora rimpoveravano a Val, di lì a poco destinato a essere nominato dall&#8217;allora presidente Sarkozy alla guida di France Inter, di aver punito l&#8217;antisarkozismo di Siné piuttosto che il suo presunto antisemitismo. E nel momento in cui CH progressivamente scompare dalla rassegna stampa dell&#8217;emittente radiofonica France Inter, lo stesso Charb se la prende con il suo predecessore accusato di obbedire supinamente ai precetti dell&#8217;Eliseo: “Da quando la rassegna stampa [&#8230;.] è in mano a sarkozisti impomatati, <i>Charlie Hebdo</i> non è più stato citato. Boycottaggio quasi totale.[&#8230;] Si vede che non serve essere iscritti all&#8217;albo dei giornalisti per fare la rassegna a France Inter, basta avere la carta dell&#8217;UMP</span></span></span>».</p>
<p align="JUSTIFY">Nato sulle ceneri di <em>Hara Kiri</em>, censurato dal ministero degli interni nel 1970 per una <a href="http://encreviolette.n.e.f.unblog.fr/files/2009/05/cavannablog25.jpg" target="_blank">copertina</a> poco ossequiosa pubblicata in occasione della morte di De Gaulle, e cresciuto all&#8217;indomani del maggio francese con spirito anarco-rivoluzionario, persecutore irriverente dei potenti e del potere, CH è stato un settimanale di culto per una generazione, e forse più di una, di <em>gauchistes</em> impenitenti che preferiscono ricordarlo per come era agli inizi.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">L</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8216;<em>hebdo</em> che ho conosciuto io, invece, è stato un giornale più controverso e più chiacchierato. Al punto che nel 2013 Charb, ormai da quattro anni alla guida del settimanale, mentre le polemiche montavano e le vendite precipitavano, era stato costretto a ribadire dalle colonne di <a href="%20En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/idees/article/2013/11/20/non-charlie-hebdo-n-est-pas-raciste_3516646_3232.html#velqMIK2Eq8jsjHQ.99" target="_blank"><em>Le Monde</em></a> che </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>Non,Charlie Hebdo n’est pas raciste !</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E in effetti non credo neanch&#8217;io che CH sia un giornale razzista. Credo solo che in diverse circostanze abbia abdicato alla tanto celebrata inclinazione dei bei tempi andati, l&#8217;inclinazione ad assumere una voce fuori dal coro. Strano a dirsi, mi rendo conto, a proposito di un giornale la cui redazione è stata orribilmente decimata tre giorni fa, per aver osato rappresentare l&#8217;irrapresentabile e sfottere l&#8217;insfottibile. Ma la Francia non è l&#8217;Arabia Saudita e questo <i>dettaglio</i> dovrebbe consentire di prendere le misure. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3.jpg"><br />
</a></p>
<p><strong>Della République</strong></p>
<p>La questione del coro e delle voci è un altro dettaglio non trascurabile.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Il quotidiano online <em>Mediapart</em> (il cui direttore, Edwy Plenel, ha pubblicato pochi mesi fa un inatteso plaidoyer <i><a href="http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Pour_les_musulmans-9782707183538.html">Pour le musulmans</a></i>) riporta sul blog <em>Indisciplines</em> <a href="http://blogs.mediapart.fr/blog/sylvain-bourmeau/020115/un-suicide-litteraire-francais">un&#8217;intervista</a> a Michel Houellebecq, originariamente apparsa sulla <a href="http://www.theparisreview.org/blog/2015/01/02/scare-tactics-michel-houellebecq-on-his-new-book/"><em>Paris Review</em></a>, e rara nel suo genere per il tono insolente (e apprezzabile) delle domande rivolte all&#8217;autore in occasione dell&#8217;uscita del suo libro <i>Soumission</i>, di cui si parla ovunque in questi giorni. Il titolo scelto da Sylvain Bourmeau – <i>Un suicide littéraire français</i> – fa volutamente eco al tanto dibattuto <i>Suicide français</i> di Eric Zemmour, il bestseller-scandalo del giornalista francese licenziato meno di un mese fa da I-Télé per le dichiarazioni espressamente razziste rilasciate al <em>Corriere della sera</em> e poi a distanza di qualche tempo rimbalzate in Francia per suscitare un <a href="http://lelab.europe1.fr/Melenchon-livre-sur-un-plateau-une-interview-italienne-de-Zemmour-evoquant-la-deportation-des-musulmans-francais-19530">putiferio</a> (tra queste l&#8217;auspicio di una prossima cacciata dei musulmani francesi dal territorio nazionale). </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Se nel suo saggio Zemmour addita il pensiero debole e il decostruzionismo, rei di aver eroso “le fondamenta di tutte le strutture tradizionali: famiglia, nazione, lavoro, stato, scuola” fino a rendere &#8220;l’universo mentale dei nostri contemporanei &#8230;.un campo di rovine” e cedere il paese in pasto all&#8217;insolenza delle minoranze, il romanzo di Houellebecq immagina la Francia del futuro che inverosimilmente capitola nella mani dell&#8217;islam politico, tanto da ritrovarsi a fronteggiare nel 2022 un deuxième tour presidenziale Le Pen vs Ben Abbes (nome, quest&#8217;ultimo, inventato di un immaginario leader carismatico del partito della <em>Fraternité Musulmane</em>). Dopo la vittoria schiacciante del partito religioso, la nazione cambia volto: le donne smettono i pantaloni e cominciano a coprirsi, lasciano il lavoro e si rintanano in casa, le scuole e le università vengono islamizzate e progressivamente tutti sono costretti ad arrendersi e sottomettersi.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg" alt="m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165" width="600" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E così Bourmeau incalza Houellebecq: </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><strong>-Pourquoi tu as fait ça?</strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Je n’aime pas le mot mais j’ai l’impression que c’est mon métier.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E più avanti:</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8211; Peut-être oui. Oui il y a un côté peur. J’utilise le fait de faire peur.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Donc tu utilises le fait de faire peur à propos du fait que l’islam devienne majoritaire dans le pays ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-En fait, on ne sait pas bien de quoi on a peur, si c’est des identitaires ou des musulmans. Tout reste dans l’ombre.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Tu t’es posé la question des effets d’un roman qui contient une hypothèse comme celle- là ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Aucun. Aucun effet.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Tu ne crois pas que cela va contribuer à renforcer les portraits de la France que j’évoquais et pour lesquels l’islam pèse comme une épée de Damoclès, comme la chose la plus effrayante ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-De toute façon, c’est déjà à peu près la seule chose abordée par les médias, ça ne peut pas être plus. C’est impossible d’en parler plus qu’aujourd’hui, donc cela n’aura aucun effet.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Ce constat ne te donne pas envie d’écrire autre chose ? De ne pas t’inscrire dans ce conformisme ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Non ça fait partie de mon travail de parler de ce dont les gens parlent, objectivement. Je suis inscrit dans mon temps.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Houellebecq dichiara di volersi esimere dal dovere di scegliere di cosa parlare e come farlo. Pare nascondersi dietro un dito e dire: parlo di ciò di cui si parla. Come se il mestiere di scrivere si riducesse al compito miserabile di ricopiare dal mondo tel quel, contentandosi di straparlare di quel di cui già si parla.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/lepen2.png"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/lepen2.png" alt="lepen2" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">A poche ore dal primo attentato, ad esempio, la leader del <em>Front National,</em> Marine Le Pen, ventilava l&#8217;ipotesi di un referendum sulla pena di morte. Suo padre Jean-Marie suggeriva con un tweet una soluzione assai più composta: <em>Keep calme and vote Le Pen</em> (e sullo sfondo una bella foto di sua figlia che sfoggia un gran sorriso).</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Nel frattempo il <em>Parti Socialiste</em> ha tentato con successo di resuscitare dal torpore autunnale sotto l&#8217;egida del repubblicanesimo. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">La <em>République</em> per bocca del presidente Hollande e del premier Valls ha chiesto a tutti di raccogliersi in silenzio e rendere omaggio alle vittime innocenti di questi morti atroci.</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“Dans ces moments-là, le débat doit être un peu au-dessus et pas dans les petites polémiques”, ha ribadito il primo ministro, sapientemente abile in queste ore a dosare le parole e redarguire ogni eccesso, ineccepibile ago della bilancia nazionale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Anche il filosofo Bernard Henry-Levy dalle pagine di <a href="http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/08/le-moment-churchillien-de-la-ve-republique_4552085_3232.html" target="_blank">Le Monde</a> ha cavalcato l&#8217;onda repubblicana rilanciando  la posta un gradino più su: &#8220;C’est le moment churchillien de la Ve République&#8221;, ha scritto, &#8220;è l&#8217;ora del dovere implacabile della verità di fronte a una prova che s&#8217;annuncia lunga e terribile. E&#8217; l&#8217;ora di tagliare corto con il discorso lenitivo che ci propinano da tanto tempo gli utili idioti [fautori] di un islamismo che si risolverebbe nella sociologia della miseria&#8221;.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E Sarkozy gli fa eco:</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> </span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;La nostra democrazia è sotto attacco, e dobbiamo difenderla senza esitazioni.</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> &#8230;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> La Francia è stata colpita al cuore, la Repubblica deve riunirsi; chiamo tutti i francesi a [&#8230;] un fronte unico contro il terrorismo, la barbarie e gli assassini&#8221;.  </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">A tutti noi è richiesto di associarsi (e ai musulmani di dissociarsi e espiare, prima di associarsi) per prendere parte a questa santa alleanza politica che formalmente mantiene a debita distanza solo il FN per evitare di conferire una patente di rispettabilità a un partito pericoloso e a cui in questa fase i consensi non mancano di certo</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></span></em></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Chiunque tenti di opporsi all&#8217; </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;impératif d&#8217;unité nationale&#8221;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> invocato da Sarkozy, obiettando che il guaio della Repubblica è che predica male e razzola peggio, non disdegnando di impugnare all&#8217;occorrenza liberté-égalité-fraternité come un&#8217;arma letale di discriminazione e d&#8217;oppressione, di guerra e di conquista, viene accusato di islamogauchismo, di giustificare l&#8217;ingiustificabile o anche solo di non saper tacere in un momento così tragico e ostinarsi cercare il pelo nell&#8217;uovo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Con che coraggio ci si può sottrarre al <strong><em>Je suis Charlie</em></strong>, intonato dal coro polifonico repubblicano che si vuole erede e depositario delle ultime volontà di Charb, Wolinski, Cabu, Tignous e degli altri, e in cui ahimè sono confluiti il dolore, la paura, lo sdegno e la sacrosanta determinazione a resistere di milioni di francesi?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><em>Le Monde </em>per la copertina del dopo-attentato ha scelto un titolo rivelatore: <strong>Le 11-septembre français</strong>, un titolo confermato dalle parole di Valls che poco dopo ha prontamente evocato l&#8217;impresa di una nuova &#8220;</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">guerra contro il terrorismo&#8221;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">,  </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>une guerre pour nos valeurs</i></span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Un altro dettaglio non insignificante. Infatti, se davvero si tratta di un nuovo 11 settembre, allora ripensiamo al precedente e meditiamo: per una crociata lanciata ormai 14 anni fa, e combattuta con tanto dispiego di mezzi ed energie, bisogna ammettere che si è trattato di un fiasco colossale. Il terrorismo, a quanto pare, non è mai stato meglio.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Domenica prossima a Parigi sfileranno anche Merkel, Renzi, Rajoy, Cameron e altri leader politici europei.  Vedremo l&#8217;Europa di destra e sinistra prendersi per mano &#8220;Pour la liberté de la presse, pour la république, pour la liberté de conscience et d’opinion, pour lutter contre l’obscurantisme, pour ne pas capituler face au terrorisme&#8230;&#8221;. <span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>United we stand</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> si diceva all&#8217;indomani di 9/11. Con</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> le conseguenze che tutti conosciamo e abbiamo ancora modo di toccare con mano. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Dell&#8217;apocalisse</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg" alt="A helicopter with members of the French intervention gendarme forces hover above the scene of a hostage taking at an industrial zone in Dammartin-en-Goele, northeast of Paris" width="640" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-163x103.jpg 163w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">C&#8217;è un breve saggio di Derrida intitolato <em>Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia</em> (1983) che fa il verso a uno scritto di Kant<em> </em>di duecento anni prima  pubblicato sulla <em>Berliner Monatsschrift – D&#8217;un </em><em>tono</em> <em>da signori assunto di recente in filosofia</em>  </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">(1796).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">In questo saggio Derrida punta il dito contro le retoriche dell&#8217;apocalisse per gli stratagemmi che adottano; per le “astuzie criptiche” che mobilitano, per la fine imminente che annunciano e a cui poi non tengono fede, per quell&#8217;annichilamento distruttivo che promettono e non mantengono al solo scopo di garantirsi una sopravvivenza più duratura. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Al pari di un&#8217;accorta strategia di comunicazione, infatti, i toni apocalittici sottintendono più di quel che narrano esplicitamente, e agitano lo spauracchio della fine proprio allo scopo di poter preservare le cose come stanno. Nulla insomma finisce davvero con l&#8217;Apocalisse e molto si perpetua immutato, a discapito delle apparenze. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E allora, Derrida si domanda </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>cui prodest</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">: </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Quale beneficio</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Quale premio di seduzione</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> o di intimidazione? Quale vantaggio sociale o politico? Vogliono fare paura? Vogliono far piacere? A chi e come?” </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Vogliono terrorizzare</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Far cantare</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? Attirare in nuove promesse di godimento? È contraddittorio?”</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Nelle ultime ore ovunque ci hanno raccontato l&#8217;apocalisse. L&#8217;attentato, e poi </span></span></span>la fuga dei colpevoli, e lo spettacolo terrificante delle squadre speciali che li inseguono. I volti e le storie degli assassini, microcrimnali, macrocriminali, convertiti, bramosi di uccidere e pronti a morire per Isis o per Al Qaeda non importa. Lo Yemen un condimento onnipresnte, l&#8217;Afghanistan pure, mentre le vittime innocenti si moltiplicavano tra un attentato e un braccaggio. La fine della rincorsa, l&#8217;uccisione dei fratelli Kouachi e del loro complice Amedy Coulibaly, le loro (incredibili ma vere?) interviste in diretta con i giornalisti di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=87q7WmvpcYA#t=137" target="_blank">BFM Tv </a> in cui rispondono alle domande come fosse un gioco a quiz, dichiarano i moventi e i mandanti. Il mistero di Hayat Boumedienne. E ancora il récit allarmato della procura, gli istigatori di odio che scorrazzano sui social network, i plausi al coraggio degli attentatori morti per una buona causa che arrivano dai soliti sciroccati criminali. I sondaggi d&#8217;opinione, le risposte a scelta multipla. Le prevedibili ripercussioni quotidiane – meno eclatanti, ma certo non meno preoccupanti –  dalle scuole alle moschee passando per le banlieue dove non sono mancate fin da subito le intimidazioni, gli insulti contro l&#8217;islam e l&#8217;islam contro tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando pareva che le cose andassero già molto male, sono andate peggio (cosa c&#8217;è di peggio di una prise d&#8217;otage qualsiasi? Una prise d&#8217;otage orchestrata da un musulmano in un épicerie kosher, tanto per gradire). E quando è così, è peggio per tutti.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Il problema di atti indifendibili come gli attentati dei giorni scorsi è che oltre a lasciarci in bocca il gusto amaro dell&#8217;apocalisse, non ci lasciano via di scampo. Non ci permettono di rigettare la logica binaria, ma poi al fondo monopolistica, del ritornello “chi non salta terrorista è”. Ci tolgono le parole di bocca. Ci condannano, </span></span></span><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;">nel migliore dei casi, a ingoiare più sicurezza, più <em>vigipirate</em> e più panopticon per sentirci protetti o, nel peggiore dei casi, a fare il tifo per le teste di cuoio affinché catturino i criminali (e non importa che le forze dell&#8217;ordine tre mesi fa abbiano ucciso per sbaglio con una granata un giovane manifestante ecologista a Sivens, e che il ministero dell&#8217;Interno dopo l&#8217;omicidio di Remi Fraisse abbia vietato qualsiasi manifestazione di protesta e promosso arresti e condanne a gogo per punire chi osasse infrangere le regole; quella ormai è acqua passata, riscattata dalle prodezze dei blitz di ieri). Ci spingono a schierarci con quelli che non possono essere i nostri alleati (il governo Valls e l&#8217;opposizione Sarkozy). Ci costringono a blaterare in ritirata che il razzismo, che l&#8217;islamofobia, che la discriminazione nei <em>quartiers populaires</em>, che la guerra in Mali e la Françafrique, che l&#8217;imperialismo, che lo sfruttamento, che la povertà e la disoccupazione, che Gaza, che quel che resta del colonialismo, che non solo i musulmani, ma anche gli altri, che un salafita non è un terrorista, che Obama e Guantanamo&#8230;e così via in dissolvenza. E chiunque replicherà, con ragione, che non ci sono scuse che tengano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Le scuse in effetti non servono, servono antidoti a una strategia della tensione – tu-mi-uccidi-a-casa-mia/io-ti-uccido-a casa-tua – inscenata tra terroristi jihadisti e politica del terrore globale, che evidentemente giova alle parti in causa più che a chiunque altro in questa storia. Servono strumenti per sottrarsi alla morsa infernale del “con noi o contro di noi”, che puntualmente si ripropone. Per questo la libertà d&#8217;espressione deve consentire la libertà di sottrarsi all&#8217;amalgama dell&#8217;<i>union sacrée </i>per soffermarsi sui dettagli – che alla fine non sono un dettaglio e fanno la differenza – senza che nemmeno questo costituisca un atto blasfemo né criminale.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Houellebecq. Appunti di lettura</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 09:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante L&#8217;al di là dell&#8217;amore Su Piattaforma di Michel Houellebecq È falso sostenere che gli esseri umani siano unici, che siano portatori di una loro singolarità insostituibile; per quello che mi riguarda, in ogni caso, io non percepivo nessuna traccia di questa singolarità. Queste parole sono pronunciate in uno dei primi capitoli della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>L&#8217;al di là dell&#8217;amore<br />
Su <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845254070/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845254070&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><em>Piattaforma</em></a> di Michel Houellebecq</p>
<p><em>È falso sostenere che gli esseri umani siano unici, che siano portatori di una loro singolarità insostituibile; per quello che mi riguarda, in ogni caso, io non percepivo nessuna traccia di questa singolarità</em>.</p>
<p>Queste parole sono pronunciate in uno dei primi capitoli della seconda parte del terzo romanzo di Houellebecq, <em>Piattaforma</em> (2001), dal narratore e protagonista Michel, quarantenne funzionario contabile del Ministero della Cultura francese, prodotto di un sistema nel quale liberalismo economico e liberazione sessuale sono talmente sbandierati e oppressivi che chiunque osi, come fa l’autore, rappresentarli in tutta la loro cruda e grottesca realtà, è immediatamente tacciato di essere un reazionario o, peggio, uno spirito antimoderno. <span id="more-16430"></span>Chiunque nel nostro tempo non partecipi con entusiasmo al festino del presente diventa <em>ipso facto</em> un collaborazionista delle forze del passato, ovvero un individuo la cui libertà viene sentita come una provocazione o uno scandalo.<br />
Qual è, infatti, ai nostri giorni lo scandalo più grande? Quello di essere «contro il mondo, contro la vita», come suona il sottotitolo del primo libro di Houellebecq, dedicato all’opera di H. P. Lovecraft, in cui troviamo già il primo postulato della sua teoria del mondo:</p>
<p><em>Il capitalismo liberale ha allargato la propria presa sulle coscienze; di pari passo sono andati affermandosi il mercantilismo, la pubblicità, il culto bieco e grottesco dell’efficienza economica, l’appetito esclusivo e immorale per le ricchezze materiali. Peggio ancora, il liberalismo è passato dal campo economico al campo sessuale. Tutte le convenzioni sentimentali sono andate in pezzi. La purezza, la castità, la fedeltà, la decenza sono diventate marchi infamanti e ridicoli. Oggigiorno il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico&#8230;</em></p>
<p>In un mondo in cui «il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico» il romanzo è ancora possibile? È ancora possibile esplorare gli individui servendosi di armi sofisticate – quali il romanzo ha forgiato lungo la sua storia secolare – di fronte all’uniformizzazione delle loro esistenze? Di fronte alla disarmante semplicità delle loro esistenze?<br />
In un’intervista del 1995, a chi gli chiedeva di enunciare alcuni corollari al suo primo postulato teorico, l’autore francese rispondeva:</p>
<p><em>Le società animali e umane mettono in atto diversi sistemi di differenziazione gerarchica che possono basarsi sulla nascita (sistema aristocratico), il censo, la bellezza, la forza fisica, l’intelligenza, il talento […] Tutti questi criteri mi sembrano più o meno allo stesso modo degni di disprezzo; li rifiuto. La sola superiorità che riconosco è la bontà. Oggi noi ci muoviamo in un sistema a due dimensioni: l’attrazione erotica e il denaro. Tutto il resto, cioè la felicità e l’infelicità delle persone, discende da questo. Per me non si tratta per nulla di una teoria: noi viviamo effettivamente in una società semplice, che le poche frasi che ho appena pronunciato bastano a descrivere completamente.</em></p>
<p>È da questo genere di considerazioni che si deve partire per comprendere il ritmo ossessivo delle peripezie sessuali di Michel, la sua storia d’amore con Valérie, le sue relazioni con l’industria del turismo planetario – di cui Valérie e il suo capo Jean-Yves sono esemplari demiurghi –, il suo sguardo da etologo, allo stesso tempo patetico e clinico, che guarda all’uomo occidentale del XXI secolo come a una specie già morta o in via d’estinzione. E per comprendere, inoltre, la tensione, ma anche la deriva, di un romanzo che deve fare i conti come mai è accaduto prima con una semplificazione inaudita dell’individuo. «Particella elementare», essere biologico più che sociale, l’individuo è sempre più incapace di riconoscere quello spazio interumano senza il quale la nostra società cessa di essere tale, e cioè luogo di «singolarità insostituibili», e diventa un sistema di dominio gerarchico – non molto diverso da quello delle api – sottomesso alla sola legge dell’economia. Se non si comprende la labilità di questa frontiera – risultato del nostro sistema perfettamente liberale e perfettamente privo di vie di fuga – si rischia di fraintendere completamente sia il romanzo sia il suo personaggio protagonista.<br />
Michel è immerso fino al collo nel suo presente, nella meccanica brutale delle relazioni umane che è il suo presente. Gli hanno appena ammazzato il padre e lui non trova di meglio che accendere la televisione e dedicarsi alla visione del suo quiz preferito. Il padre, questo «vecchio coglione» gli ha lasciato una montagna di soldi e Michel, i cui sogni mediocri sono identici a quelli di tutti gli abitanti dell’Occidente, non vede l’ora di praticare la sola religione che all’Occidente resta: il turismo. Michel, d’altra parte, non manifesta nessuna particolare inclinazione. Quando si mescola ai suoi simili si sente sempre a disagio. Coltiva, è vero, una grande passione per il sesso. Ma il sesso, in Occidente, regolato come tutto il resto dall’economia, è una lotta senza quartiere tra ricchi e poveri; l’umanità si sta definitivamente sbarazzando della volontà di procreare; non si desiderano eredi; o, se si desiderano, il desiderio deve conformarsi alle ragioni del mercato, alle possibilità tecniche di riproduzione in laboratorio; nessuno, infine, è più in grado di dare piacere con vero abbandono.<br />
Tutto ciò alimenta un genere speciale di turismo: il turismo sessuale di massa.<br />
La differenza tra Michel e gli altri turisti in viaggio in Tailandia (il viaggio organizzato occupa tutta la prima parte del romanzo) è che egli vive questa situazione come acquisita: per lui la logica del mercato coincide con la logica delle situazioni umane, a tal punto che la sola possibilità di sfuggirne (Michel e Valérie vorrebbero verso la fine lasciare tutto e stabilirsi su un’isola) è di avvantaggiarsi economicamente sulla concorrenza (<em>Vantaggio concorrenziale</em> è il titolo della seconda parte). Da qui l’idea conseguente e irreale di Michel che contagia Valérie e Jean-Yves: far entrare apertamente la sessualità all’interno del circolo economico della domanda e dell’offerta, creare una «piattaforma programmatica» del turismo sessuale nel mondo, sfruttando la miseria sessuale di milioni di occidentali e la fame di chi, non ancora entrato nelle fila del mondo libero, non ha che il proprio corpo come merce di scambio.<br />
Il progetto fallirà a causa di un attentato nel quale Valérie perderà la vita e Michel sarà ferito. Quest’ultimo, ancor più estraneo al mondo e alla specie umana, terminerà i suoi giorni a Pattaya Beach (è il titolo della terza e ultima parte), una delle tante «cloache» esotiche del turismo sessuale dove i rifiuti della «nevrosi occidentale» vanno a morire.<br />
Enigma: l’ipertrofia sessuale non è solo un dato delle nostre società occidentali finalmente emancipate da tutti i tabù, è anche la sola possibilità che Michel intravede per intraprendere la ricerca di ciò che sente perduto: la capacità di «offrire il proprio corpo come un oggetto gradevole», di «dare piacere senza pretendere nulla in cambio». È questo che egli ama in Valérie: «Tu sei normale – le dice Michel – non assomigli per nulla agli occidentali».<br />
E l’amore? Che ne è dell’amore in Occidente se ormai non si riesce ad amare una persona se non per la sua capacità di «offrire il proprio corpo come un oggetto gradevole» ?<br />
Verso la fine della vacanza in Tailandia, Michel, dopo una lunga nuotata, si avvicina a Valérie che sta prendendo il sole sulla spiaggia.</p>
<p><em>La prima cosa di cui mi resi conto mettendo piede sulla spiaggia fu che Valérie si era tolta il pezzo di sopra. In quel momento era sdraiata sulla pancia, ma si sarebbe voltata, era ineluttabile come un moto planetario […]. Di seni ne avevo visti parecchi, e parecchi ne avevo accarezzati e leccati; eppure, ancora una volta, rimasi sbalordito. Che avesse un seno magnifico l’avevo intuito; ma la realtà era addirittura migliore di come l’avessi immaginata. Non riuscivo a staccare lo sguardo dai capezzoli, dalle areole; lei non poteva non avvertire il mio sguardo – eppure non aprì bocca, per qualche secondo che mi sembrò molto lungo.</em></p>
<p>Dopo alcuni annunci, Michel si rende conto per la prima volta che si sta innamorando di Valérie. Tuttavia, il suo sguardo non si rivolge al volto della donna, ai suoi occhi. Sono i suoi capezzoli, le sue areole che gli riempiono l’orizzonte. L’amore che Michel prova per Valérie è ancora attrazione nei confronti di una persona unica? Consiste ancora nel desiderio del corpo di cercare nel corpo dell’altro qualcosa che lo trascenda? L’amore di Michel non ha bisogno dell’immaginazione: la «realtà» dei capezzoli di Valérie supera ogni «immaginazione», ogni possibilità di segnare una frontiera tra la sua anima e il suo corpo. Questa frontiera è diventata invisibile.<br />
L’amore per gli uomini e le donne della specie umana del XXI secolo è, nel migliore dei casi, l’idillio di due esseri, discreti e muti, obbedienti alla leggi naturali della sessualità:</p>
<p><em>S’inginocchiò sul marciapiede, mi sbottonò i pantaloni, prese il mio sesso in bocca. Mi appoggiai alle inferriate del parco: ero pronto a venire. Valérie allontanò la bocca e continuò a masturbarmi con due dita, mentre infilava l’altra mano nei pantaloni per accarezzarmi i coglioni. Chiuse gli occhi; le eiaculai sul viso. In quel momento credetti che stesse per avere una crisi di pianto; ma invece no, si limitò a leccare lo sperma che le colava lungo le guance.</em></p>
<p>Post scriptum</p>
<p>Octavio Paz, nel suo saggio <em>La duplice fiamma</em>, diceva che l’erotismo, a differenza della sessualità che comprende tutto il regno animale, è solo umano. L’eros è sessualità socializzata e trasfigurata dall’immaginazione, dalla metafora, dalla poesia. Mi domando: può esistere una società umana in cui la sessualità diventa la sola forma di poesia? Può esistere una poesia non erotica? Un pensiero non erotico?<br />
Nelle pieghe della storia d’amore tra Michel e Valérie ci sono segni sufficienti per pensare che una tale società non solo sia possibile, ma sia già qui.</p>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
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		<title>Simmetrie e coefficienti di correlazione</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jan 2007 05:28:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Platonici si nasce, e io, modestamente, lo nacqui. Me ne resi conto un giorno di 8 anni fa, quando un amico, che conosceva la mia passione per Houellebecq e Cioran, mi consigliò di visitare un sito in rete che elaborava dei coefficienti di correlazione fra autori diversi, ossia stabiliva matematicamente quanto due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" id="image3147" style="width: 232px; height: 165px" height="165" alt="ovum.bmp" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/ovum.bmp" width="232" />di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Platonici si nasce, e io, modestamente, lo nacqui. Me ne resi conto un giorno di 8 anni fa, quando un amico, che conosceva la mia passione per <strong>Houellebecq</strong> e <strong>Cioran</strong>, mi consigliò di visitare un sito in rete che elaborava dei coefficienti di correlazione fra autori diversi, ossia stabiliva matematicamente quanto due variabili statistiche <em>x</em> e <em>y</em> fossero collegate fra loro. Il risultato per il rumeno e il francese era di 0,98. In sostanza, a un estimatore dell’uno non poteva non piacere l’altro. <span id="more-3148"></span></p>
<p>Se non fosse che ho sempre dichiarato la mia insofferenza verso la semplificazione delle dicotomie, qui contraddetta in modo imbarazzante, aggiungerei che questo giochino vale anche per le contrapposizioni. Chi ama la <em>crocifissione</em> del <strong>Masaccio </strong>difficilmente apprezzerà<strong> </strong>l&#8217;enfasi e la retorica del <em>compianto sul Cristo morto</em> di <strong>Niccolò dell’Arca</strong>: nel secondo la Maddalena ha i tratti del volto stravolti dal dolore in modo quasi caricaturale e grottesco; mentre nel primo questo sentimento viene pudicamente suggerito dalla posizione delle braccia di lei, essendo ritratta di spalle. E, in genere, chi preferisce Niccolò dell’Arca è un estimatore del film <em>Magnolia</em> di <strong>Paul Thomas Anderson</strong>; mentre i “masacciani” (sempre restando su pellicole simili, cioè corali) sono soliti optare per il più sobrio e carveriano <em>America oggi</em> di <strong>Robert Altman</strong>. A questo punto nulla vieterebbe, se non un briciolo di buon senso, di fantasticare una futura applicazione sentimentale di quei coefficienti di correlazione, una qualche formula matematica in grado di preservarci dal dolore dei brutti incontri e dai traumi delle separazioni.  </p>
<p> Se le affinità fra Houellebecq e Cioran erano in fondo abbastanza evidenti (il nichilismo, per es.), meno chiare mi apparivano invece le ragioni di altre mie infatuazioni giovanili, quale quella per <strong>Borges </strong>e <strong>Piero della Francesca</strong>, se non altro per le differenti epoche storiche e discipline artistiche. Cosa avevano in comune uno scrittore argentino del Novecento e un pittore toscano del XV secolo? Rintracciare il <em>fil rouge</em> delle proprie passioni è un esercizio meno ozioso di quanto possa sembrare. Per certi versi spiega molte cose anche di se stessi, aiuta a conoscersi meglio.    </p>
<p> Quando studi un artista per anni, in modo quasi monomaniacale, arrivi a un punto in cui hai l’impressione &#8211; fallace o autentica non importa &#8211; di conoscerlo intimamente, come fosse un amico che incontri tutti i giorni. Per te rappresenta, a tutti gli effetti, una sorta di anima gemella che ti parla da un’epoca lontana. Può essere un persona vissuta 500 anni fa, di cui esistono scarsissimi documenti biografici, eppure ne percepisci con forza la personalità, ne intuisci le fattezze, comprendi le ragioni dei mutamenti del suo stile con gli anni. Forse tutto questo precede addirittura lo studio, nel senso che la scelta di studiarlo viene fatta in base all’intuizione delle affinità, piuttosto che rivelarsi successivamente. Successivamente te ne accorgi, ne sei consapevole, sai spiegare in qualche modo le ragioni di quell’interesse, ma queste preesistevano, e si erano manifestate sin dal primo contatto.  </p>
<p> Pur sussistendo enormi lacune documentarie riguardo alla vita di Piero della Francesca, le poche cose certe che sappiamo sul suo conto autorizzano a istituire un parallelo verosimile con Borges. A prima vista entrambi condussero un’esistenza relativamente tranquilla, celibe e agiata. Certo, l’argentino formalmente si sposò due volte, ma i suoi furono matrimoni farsa, contratti di assistenza domiciliare. Entrambi inoltre furono molto legati alla loro patria e rimasero ciechi in tarda età. La prova che <strong>Giorgio Vasari</strong> diceva il vero sulla cecità di Piero nelle sue <em>Vite</em> fu una distratta menzione in una <em>Cronichetta</em> biturgense del 1556 ad opera di <strong>Berto degli Alberti</strong>, nella quale l&#8217;autore intervistava alcuni cittadini di Sansepolcro fra cui <strong>Marco di Longaro</strong>, un piccolo artigiano che realizzava lampade a olio. Leggere quel brano mi colpì, mi identificai un po&#8217; con l’intervistato, ricordando i giorni in cui accompagnavo Borges per le strade di Roma o di Volterra. Rispondendo a una domanda di Berto degli Alberti, l&#8217;anziano Marco di Longaro rammentava che da giovane, molti decenni prima, aveva “datto il braccio” al grande pittore cieco per le vie della loro città; e, meno nelle parole che nel tono usato, in lui traspariva un misto di orgoglio e di rimorso, come se si fosse accorto soltanto in quell’istante che la sua lunga vita, fatta di lavoro e di affetti, sarebbe passata alla storia solo di riflesso, per quell&#8217;episodio che all&#8217;epoca gli parve insignificante.   </p>
<p> “Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici”. Così sentenzia <strong>Samuel Taylor Coleridge</strong> in <em>Table talk</em> (1832). “Gli uni” – chiosa Borges – “sentono che le classi, gli ordini e i generi sono realtà; i primi, che sono generalizzazioni; per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo giuoco di simboli; per quelli è la mappa dell&#8217;universo. Il platonico sa che l&#8217;universo è in qualche modo un cosmo, un ordine; tale ordine, per l&#8217;aristotelico, può essere un errore o una finzione della nostra conoscenza parziale.&#8221; In questo senso, Borges e Piero (e pure il mio io di allora) appartenevano indubbiamente alla seconda categoria.  </p>
<p> Studiando le loro opere, la prima cosa che notai fu l’amore per le simmetrie. Per entrambi la simmetria è il punto di sintesi, lo strumento grazie al quale ogni antinomia si placa e si risolve. Un evidente <em>esprit de geometrie</em> anima le loro opere. Penso alla riflessione verticale degli angeli della <em>Madonna del</em> <em>Parto </em>di Monterchi, disegnati con lo stesso cartone, o agli alani contrapposti di Sigismondo Malatesta a Rimini, o ancora ai ritratti dei duchi di Urbino e alla <em>Madonna della</em> <em>Misericordia</em>. In Borges la simmetria si manifesta in un gioco di contrapposizioni tematiche, vedi ad esempio la disputa fra <em>i due teologi</em>, che agli occhi di Dio sono le due facce della stessa medaglia, o i destini speculari del <em>guerriero e della prigioniera</em>. Ma tracce di questa ossessione simmetrica si potrebbero rinvenire pure nello stile, con l’uso insistito della doppia aggettivazione. La simmetria trasmette loro un senso di ordine, di armonia, di bilanciamento dei contrasti. Il fine dell’arte sembra essere quello di ridurre la massa caotica delle <em>vérités de fait</em> all’ordine divino delle <em>vérités de raison</em>. L’impersonalità e l’atarassia dei loro personaggi sono gli attributi di un mondo reificato, che anela alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, un mondo in cui è bandito il dolore.  </p>
<p> Le rare volte in cui l’asimmetria si manifesta nelle loro composizioni è come se la vita irrompesse brutalmente a urlare il suo strazio. La <em>Pala</em><em> Montefeltro</em> è la prima opera di Piero che vidi. Sùbito mi balzò agli occhi quell’assenza sottolineata, come se tutte le linee della composizione precipitassero in un buco nero, ossia là dove era lecito aspettarsi la presenza di Battista Sforza orante in ginocchio sotto l’omonimo santo. Ogni cosa si bilancia intorno all’asse della Madonna con Gesù bambino, l’architettura stessa pare disporre le figure: due angeli per lato e tre santi da entrambe le parti. Poi il donatore, Federico, e dall’altra parte nessuno. Quel vuoto è l’elemento che ha permesso di datare il dipinto, realizzato successivamente alla morte della moglie, ossia dopo il 1472. Ma quell’asimmetria è soprattutto il dolore inconsolabile di un lutto. E in fondo cos’è un amore non corrisposto, se non un’asimmetria dei sentimenti? E le malattie?   </p>
<p> Anche in Borges le asimmetrie compaiono di rado, e veicolano il medesimo messaggio. Al pari di Piero, il suo universo platonico, incorruttibile ed eterno, è fondato sulla geometria. Ne <em>La morte e la bussola</em> egli sviluppa un puro problema di logica e geometria, fondato sui simboli del numero 3 e del numero 4, del triangolo e del rombo. Dice bene <strong>Ernesto S<font size="2">á</font>bato</strong>: Red Scharlach pensa ed esegue un piano matematico. Il criminale ucciderà il detective che gli dà la caccia in un punto prefissato della città, come chi termina una dimostrazione: <em>more geometrico</em>, perché in quel racconto non si commettono omicidi, si dimostra un teorema. La stessa ambientazione, opportunamente privata di precise e riconoscibili coordinate spaziali, serve alla dimostrazione, tanto che, a rigore, il testo avrebbe potuto cominciare con la formula rituale dell’universo matematico: “si prenda una qualsiasi città X”. Trasformandosi in pura geometria, il racconto entra nel regno dell’eternità, si sottrae alla maledizione di <strong>Eraclito</strong>.  </p>
<p> Per Borges e Piero l&#8217;universo platonico è un invulnerabile rifugio di astrazioni in cui si annullano le differenze individuali e il dolore e i sentimenti non hanno cittadinanza. Lo spirito incarnato, la realtà sudicia e infetta va indovinata nelle pieghe nascoste dei loro giochi intellettualistici, là dove il pudore vien meno. E’ il caso del finale di <em>Nuova confutazione</em> <em>del tempo</em>, il saggio di Borges più lungo ed elaborato (incluso in <em>Altre Inquisizioni</em>). Dopo un estenuante e pedantissimo elenco delle teorie filosofiche che confutano l’esistenza del tempo, tutte presentate con una costruzione sintattica specularmente simmetrica, nella chiusa l’argentino confessa, in modo intenso e commovente, che “negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete […] Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono quel fiume; è una tigre che mi divora, ma io sono quella tigre; è un fuoco che mi consuma, ma io sono quel fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.”<br />
<font size="3" /><font face="Times New Roman">  </font><br />
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