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	<title>i soldi che non arrivano mai &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Blog-notes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 01:10:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di effeffe Piatto Pianto Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere ancora pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio. Ci ho lavorato [&#8230;]]]></description>
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<strong>effeffe</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat-300x294.jpg" alt="plat" title="plat" width="300" height="294" class="aligncenter size-medium wp-image-24502" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Piatto Pianto</strong><br />
<em>Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati  sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere <strong>ancora</strong> pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio. Ci ho lavorato circa un mese per documentarmi e preparare il mio intervento. Sollecitati mi hanno detto che  non si sa quando saremo pagati e ci si guarda tutti &#8211; i partecipanti- un po&#8217; imbarazzati perché la colpa non è degli organizzatori dell&#8217;evento ma dell&#8217;amministrazione della città. Comunque si sa che le amministrazioni &#8211; certo non a Bolzano- pagano anche un anno dopo. Si sa anche se non è normale. A Bolzano la cosa è talmente non normale che infatti non accade.  E nulla, questo si sa, eccome se non si sa,  è più terribile che telefonare per chiedere <strong>ancora</strong> i soldi che spettano. Terribile perché prima di telefonare eri un pezzente, e dopo la telefonata un po&#8217; di più, perché ti sei dovuto pagare anche la telefonata inutile che hai fatto. Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono, ma il piatto, dov&#8217;è ? </em></p>
<p><span id="more-24257"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro-300x225.jpg" alt="muro" title="muro" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-24503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro.jpg 604w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Murmures</strong><br />
Dalla mia infanzia ho sempre creduto alle scritte sui muri. Incrollabili voci della storia e della città, che nel tempo diventano significative quanto un divieto di sosta o un tabellone pubblicitario. La prima scritta, sul muro sotto i portici di casa in via G.M. Bosco, proprio sotto la finestra di Tomas Vinciguerra,  che ho fatto mia, è stata in due tempi. Prima ci avevano scritto &#8220;<em>Scalzone Libero&#8221;</em>, in rosso, poi, qualche giorno dopo, in nero, <em>&#8220;Piperno Stopper&#8221;</em>. Che noi ragazzini si andava a cercare nell&#8217;album Panini, invano naturally, in quale squadra giocassero mai quei due.  C&#8217;era poi quella storica fatta al liceo scientifico Diaz, <em>ciò che non cambia è la volontà di cambiare</em>, scritta a dire il vero, anche ora a distanza di anni, sibillina, che si prestava a una doppia lettura, ottimista la prima, e decisamente tragica quell&#8217;altra. Al parco Gabriella, dai borghesi, avevano invece scritto &#8221; <em>se vedi un punto rosa spara a vista o è una saponetta o è una femminista</em>. Una scritta che ha pregiudicato a lungo il mio rapporto con le saponette e con le ragazze. E così nel tempo, per quel tempo che precede l&#8217;andata via dalla casa dell&#8217;origine, ho visto scritte comparire e scomparire con la stessa rapidità con cui avevano visto la luce del giorno. La più esilarante era certamente quella alla stazione di Maddaloni, <em>&#8220;Andrea sì meglie è Pol- Pot&#8221;</em>, che pochi anni dopo, in un altro luogo trovai cambiata in &#8220;<em>Maradona sì meglie ro ragù e mammà.&#8221;</em> I tempi cambiano e così le scritte sui muri che da politiche diventarono sentimentali,<em> ti amo</em>, di qui, <em>ti amo di lì</em>, fino a diventare le <em>tag</em>, ovvero i segni che  giovani Fontana, graffitari, taguers, lasciano per le strade e sulle macchine della città. Una sola scritta, probabilmente la prima che avessi mai visto, quando piccolissimo andavo a vedere la Casertana al Pinto rimaneva al suo posto così come la vedete voi nella foto qui sopra, nitida, imperturbabile, fissata al muro come un affresco pompeiano. E che sembra suggerire ogni volta, <em>baffone nun è maie venute, tiniteve à baffuta!</em> </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3-300x219.jpg" alt="rocco3" title="rocco3" width="300" height="219" class="aligncenter size-medium wp-image-24504" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3.jpg 526w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Torino-Roma andata e ritorno</strong><br />
<strong>Da una discussione pubblica con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/comment-page-1/#comments">Andrea Inglese</a></strong></p>
<p>Mi è capitato la settimana scorsa di viaggiare sul treno Torino- Roma in compagnia di due ragazzi, uno di origine pugliese, Antonino, l’altro calabrese, Marco, residenti a Torino. Palestrati &#8211; così si dice no?- maschi latini, ben presenti a se stessi. Per le prime ore ci si guardava con curiosità, snobberia, fino a quando, ritrovandoci sul predellino a fumare, abbiamo scambiato due chiacchiere. Cosa fai, tu, ah ti occupi di libri, noi no, televisione, e una volta seduti, la rivelazione. Erano due tronisti. Va notato che <em>“il grande intrattenimento”</em> , seguito alla &#8220;<em> grande ricreazione &#8220;</em> del 68,  si è appropriato perfino del linguaggio e come la poesia un tempo anch&#8217;esso inaugura nuove parole: <em> tronista, palestrato, shampiste…</em><br />
Quello che volevo dirti, Andrea,  è che quei due ragazzi non hanno suscitato in me nessuna riflessione del tipo : ecco il nemico! Anzi, quando mi hanno detto che due volte a settimana facevano su e giù tra Roma e Torino, per continuare a lavorare, uno in un call center, l’altro in una ditta di costruzione, quando raccontavano il loro spaesamento nel mondo, lo stesso di tanti commentatori di NI, in taluni casi perfino più autentico, la sensazione che ho avuto alla fine era di una nuova emigrazione. Quelle facce e muscoli che un tempo partivano dalla Puglia e Calabria per raggiungere Mirafiori oggi ripartivano da Torino per gli studi televisivi di Roma. Nella sostanza non era cambiato nulla. Solo che un tempo i corpi servivano a fare quanti più pezzi in catena di montaggio. Oggi a sedurre quante più candidate alla gloria del mezzo, a fare impazzire spettatori e spettatrici. Carne da macello, enfin!</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm-300x224.jpg" alt="boite-marine-tirelire-tonneau-gm" title="boite-marine-tirelire-tonneau-gm" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-24549" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm.jpg 341w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com">Anobii</a>: La leggenda del Santo Bevitore, di Joseph Roth</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/image_book.php.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/image_book.php.jpeg" alt="image_book.php" title="image_book.php" width="46" height="77" class="alignleft size-full wp-image-24550" /></a> Capita a tutti, soprattutto quando subentra una stagione e si cambia di giacca, di ritrovare &#8220;per miracolo&#8221; in una delle tasche un biglietto da dieci euro, un consistente numero di monete. Magari in quei momenti di magra in cui ti sei visto &#8211; perché capita più spesso agli indigenti che non ai benestanti di osservare dal di fuori il proprio livello di caduta- passare delle ore a infilare monetina dopo monetina in un distributore, l&#8217;equivalente richiesto per un pacchetto di Lucky Strike o di Futura, a centellinare le proprie miserie. C&#8217;è qualcosa di magico in quel ritrovamento, come se il tempo avesse fatto al tuo posto da risparmiatore, ma forse la sensazione che si ha non è che quei soldi ci fossero da sempre, ma che, per miracolo appunto, li avesse generati un pezzo di stoffa, una tasca, una risacca, per offrirti un giorno di più, magari anche solo qualche ora di sopravvivenza, un bicchiere di rosso alla vineria sotto casa. Di tutti i libri di Roth la leggenda è quello che racchiude in sé, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma &#8211; splendida la trascrizione che ne fece Ermanno Olmi nel suo film- ogni possibile deriva della poetica del suo autore. Il personaggio, il clochard Andreas Kartak sopravvive di qualche ora a Joseph Roth &#8211; il racconto sarà pubblicato postumo- ma incarna più di ogni altro personaggio della letteratura l&#8217;ivrogne, l&#8217;ubriaco che è in noi, a cui l&#8217;alcol ha bruciato tutto tranne le corde dell&#8217;anima. Le stesse corde che risuonano nei piccoli miracoli che la piccola Santa Teresa di Lisieux compie ogni giorno, facendogli trovare ogni volta, fino alla caduta finale nel bistrot, di che estinguere il suo debito.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n-300x225.jpg" alt="8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n" title="8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-24505" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n.jpg 604w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Messico Famigliare</strong><br />
Capitava che mio Zio Mimmo mi faceva un regalo infilandomi nel palmo della mano e stringendo le dita, un pourboire, una inattesa mazzetta. Così rimanevo con il pugno chiuso, immaginando che vi fosse chissà quale tesoro. Per non rimanere deluso ho preferito non disfare il pugno ed è così che mi sono ritrovato ad essere, mio malgrado, comunista.</p>
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