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	<title>ida travi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tasàr. Animale sotto la neve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 06:09:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra pigliaru]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Barbieri]]></category>
		<category><![CDATA[ida travi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[tasàr]]></category>
		<category><![CDATA[tolki]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni C’è un rifugio, c’è un monte lì vicino. C’è un campo, qui vivono confusi i solitari. Ogni tanto gli esseri salgono sul monte per guardare dall’alto la terra di Zard all’orizzonte. Così inizia il nuovo libro di Ida Travi, quinto e ultimo capitolo di una vera e propria saga poetica che ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-76929" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/tasar-e1543951094210.jpg" alt="" width="300" height="445" />di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>C’è un rifugio, c’è un monte lì vicino. C’è un campo, qui vivono confusi i solitari. Ogni tanto gli esseri salgono sul monte per guardare dall’alto la terra di Zard all’orizzonte</em>.</p>
<p>Così inizia il nuovo libro di <strong>Ida Travi</strong>, quinto e ultimo capitolo di una vera e propria saga poetica che ha per protagonisti i Tolki, i parlanti (dall’inglese <em>talk</em>), coloro che hanno un corpo di parola. Abitano la terra di Zard, familiare e ignota al tempo stesso; parlano da un vuoto, uno spazio innevato, portando le cose in essere, quasi a dare senso a un mondo disgregato e, soprattutto, al tempo.</p>
<p><em>Ti ricordi le rose? Ti ricordi</em><br />
<em>Quando c’erano le rose?</em></p>
<p>Un altro tempo racchiuso nel fiore, un tempo forse solo in attesa di tornare dopo un lungo inverno. Scrive <strong>Daniele Barbieri</strong> nella sua nota conclusiva al libro: “Non è mai chiaro del tutto che cosa distingua il mondo dei Tolki dal nostro (…). Attraverso tutte le cinque raccolte la sensazione che qualcosa di terribile possa sempre accadere; che si viva, insomma, sull’orlo dell’abisso. Non se ne parla mai, in verità. Il discorso è sempre legato al dettaglio, alla situazione del momento, alle piccole paure o necessità del presente. Ma è forse il tono a tradire la potenzialità della tragedia: non quello che le parole dicono, insomma, ma il modo in cui lo dicono”.<br />
I versi sono frammenti di dialoghi fra i personaggi &#8211; mormorano nel campo, sulla neve, nel casolare, dall’orizzonte indefinito di luogo ai margini della civiltà, poco prima dei boschi, o di pianura da cui salire, ma dove è facile smarrirsi e il cielo è lontano.</p>
<p><em>Saliremo sul monte</em><br />
<em>la neve sopra di noi</em><br />
<em>l&#8217;asino sotto di noi</em><br />
<em>e intorno le volpi</em><br />
<em>gli angeli, gli spiriti, i villaggi.</em></p>
<p>Variano dall’asserzione alla domanda, trascendono il quotidiano cui pure fanno continuo riferimento, diventano lingua spirituale, scarna &#8211; la lingua di chi deve stare nella verità. E la verità è sempre insostenibile, va detta sghemba, suggeriva Emily Dickinson, evocata nelle cose povere di una vita – un pettine, una brocca, del pane, un bottone, un chiodo. Reliquie che assicurano il vivente umano della sua presenza, che sembra sempre minacciata e cerca conforto nell’altro cui si rivolge. Noi non leggiamo semplicemente i versi, li udiamo e vediamo, siamo portati dentro da Katrin/Katarina, Fedòr, Ur, Kraus, Sunta,  in modo “affilato e vorticoso”, per parafrasare una definizione di <strong>Alessandra Pigliaru</strong>, fin dall’inizio attenta osservatrice dei Tolki.  La poesia della Travi scava in responsabilità antiche (qualcosa è stato fatto e non si trova riparo), così come nei desideri, nel vagheggiare  un passato incollocabile, che ci riguarda.  Non seguiamo una storia, siamo afferrati da un discorso che ci travalica, travalica l’ordinario in un sogno lucido dove avviene di incontrare cosa non siamo mai stati, sebbene ci assomigli. Questa sospensione dell’incredulità, un incantamento reale, è la stessa che riconoscerà chiunque abbia sentito Ida Travi dire le sue poesie. E per me è impossibile scindere i libri dalla voce di Ida, ferma, gentile, straniante a tratti oracolare, che rende dignità al nominato e nominabile. Un invito a credere e ricordare, quasi fossero infine lo stesso verbo. Ma chi, cosa?<br />
Forse, mi sono detta più volte, la terra di Zard non è altro che quel paese dell’infanzia divenuto inaccessibile a causa del tempo, eppure fisso, tradotto in modo sciamanico negli oggetti. C’è un bambino prezioso, Antòn, verso cui la poesia si raccomanda:</p>
<p><em>Devi trattarlo come un uomo, il bambino</em><br />
<em>devi trattarlo bene, fin dalla nascita</em><br />
<em>come se avesse la sua volontà</em></p>
<p>C’è la neve, epifanica e totale, che azzera e spinge lo sguardo verso l’esperienza interiore.<br />
In questo libro tuttavia affiora a tratti quanto è avvenuto in un momento antecedente, una regione e un vivere da cui i personaggi sono stati costretti a partire o che hanno volontariamente lasciato indietro. Siamo alla conclusione e quindi a una risoluzione, per quanto intuitiva e aperta.</p>
<p>Scrive <strong>Alessandra Pigliaru</strong>: “Diversamente dalle sillogi precedenti, qui i Tolki acquistano la struttura temporale di un tempo trascorso prima che viene restituito a una modernità nota, seppure abbandonata”.  Si parla di schermo, giostra, accendino, automobile oggetti che infrangono la dimensione arcaica e ci riportano al contemporaneo, di cui i Tolki sono consapevoli.  E insieme ai relitti del moderno appare l’animale, l’asino Tasàr, memore del fratello Balthazar nel film di Bresson.  Zampa, coda, muso: attraverso di lui l’immobilità in cui sembra immersa la terra cede, si infrange;  verso di lui c’è un moto affettivo, che dà un nuovo valore alle cose.</p>
<p><em>C’è del sentimento nella neve,</em><br />
<em> </em><br />
ed ha consistenza e respiro: è nell’occhio animale, nella sua sopravvivenza, nel suo portare, senza lamento, un destino.</p>
<p><em>L’animale è sacro, non dovete </em><br />
<em>trattarlo così. Non lo vedete il lampo? </em><br />
<em>Il diluvio sta per venire </em><br />
<em>ed è per cattiveria, è solo</em><br />
<em>per la vostra cattiveria</em><br />
<em> </em><br />
<em>Ha due occhi come voi</em><br />
<em>ha il naso come voi, come voi</em><br />
<em>quando portavate gli zoccoli</em><br />
<em> </em><br />
<em>Ha la fronte, come voi, e dietro</em><br />
<em>la fronte si stende il cielo nero</em><br />
<em> </em><br />
<em>E le nuvole, e il volo degli uccelli</em><br />
<em>e l’amore che arriva di notte</em><br />
<em>l’amore che arriva di notte</em><br />
<em>e si siede sulla branda</em><br />
<em>non appena si spegne la luce</em><br />
<em> </em><br />
<em>Non appena si spegne la luce</em><br />
<em>Come voi, come voi</em><br />
<em>Tasàr, è con voi, nelle tenebre. </em></p>
<p>Grazie al raglio di Tasàr cade il velo illusorio, perfino i nomi rivelano la loro natura di compromesso col reale; l’asino  <em>fa la carità</em> ai personaggi,</p>
<p><em>Voi non sapete da dove venite</em></p>
<p><em>E no, tu non sei Katarina</em><br />
<em>e Fedòr non si chiama Fedòr</em><br />
<em>chissà come si chiama Fedòr.</em></p>
<p>Essi tornano, si spogliano grazie all’animale, possono finalmente restituirsi al fiume, alla pietra, alla terra. Può la poesia liberare se stessa dal senso e dalle spiegazioni, per dare solo una piccola luce, il piccolo coraggio di guardare.<br />
Nell’asino si condensa tutta la capacità di provare compassione, di difendere quel che resta del bene, un’accettazione dell’esistenza e della sua grazia, più grande dei personaggi che parlano, più grande degli umani che si affannano e perfino più umile e quieta. La parola viene data quindi a chi parola non ha, a chi sta e spera speranze semplici, impronunciabili.<br />
Il bambino verso cui bisogna essere responsabili si avvicina all’animale su cui gettiamo fatiche e crudeltà,  e che pure resta accanto: l’altro, l’altra vita, la fratellanza del tempo d’oro, che forse non si può riattuare, ma chi chiede di essere protetta, preservata,  ultimo e definitivo dei doveri, prima e più forte delle bellezze.</p>
<p><em>Il bambino e l’animale </em><br />
<em>sembrano fratelli, sono uguali</em><br />
<em>aspettano così tranquilli</em><br />
<em> </em><br />
<em>Li chiamo, e non girano la testa</em><br />
<em>sono d’oro, sono nel tempo d’oro</em><br />
<em>io non li stacco dalla loro eternità</em><br />
<em> </em><br />
<em>Dovrebbero farci scuola, dovrebbero</em><br />
<em>dirci cosa c’è nell’oro</em><br />
<em>perché io l’ho perduto l’anello</em><br />
<em>e tu?</em></p>
<p><strong>Ida Travi, Tasàr. <em>Animale sotto la neve</em> (Moretti &amp; Vitali, 2018)</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dora Pal e l’inquietudine</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/04/22/dora-pal-linquietudine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Apr 2017 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Barbieri]]></category>
		<category><![CDATA[ida travi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Barbieri &#160; La poesia di Ida Travi mi rende inquieto. Leggendo Dora Pal. La terra, sua raccolta appena uscita, nella quale si continua il discorso iniziato tre libri prima, dando voce ai personaggi di un mondo che non esiste ma nonostante questo esiste, leggendo Dora Pal si ha al tempo stesso la sensazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniele Barbieri</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La poesia di Ida Travi mi rende inquieto. Leggendo <em>Dora Pal. La terra</em>, sua raccolta appena uscita, nella quale si continua il discorso iniziato tre libri prima, dando voce ai personaggi di un mondo che non esiste ma nonostante questo esiste, leggendo <em>Dora Pal</em> si ha al tempo stesso la sensazione di capire tutto e di non capire quasi niente, come se un’apparenza di facilità, di semplicità quotidiana, rivelasse in realtà una sorta di abisso di cui non si scorge il fondo. Ho vissuto, nel leggere in sequenza la serie di componimenti che costituisce la raccolta, la singolare esperienza di un etnologo che si trova di fronte a una cultura stranamente familiare e al tempo stesso sconosciuta, come un Ernesto De Martino nella sua terra del rimorso, alla ricerca di configurazioni che fossero in grado di darmi ragione di quei comportamenti così intimamente diversi, però anche stranamente familiari.</p>
<p>Ma il piccolo mondo dei Tolki, il popolo immaginario cui pure la vecchia Dora appartiene, è già all’origine una creazione letteraria, creata apposta per produrre nel suo lettore un’irriducibile sensazione di spaesamento dentro il consueto, dove lo schema esplicativo rassicurante applicabile dall’etnologo in qualsiasi terra del rimorso non può essere davvero applicato. E il lettore è condannato a rimanere lì, appeso a questa identità che è insieme un’alterità, a questa oscillazione tra l’altrove e il qui.</p>
<p>Intanto, dunque, le parole. Le parole di Ida Travi sono semplici, quasi banali, anche nel loro fare riferimento spesso a temi del poetichese più trito: la luna, il cuore, il bambino… Ma il poetichese, il lirismo d’accatto, la banalità delle parole che la poesia non sopporta più perché le ha sopportate troppo in passato, qui è già svanito quando queste parole entrano nel gioco, con un particolare effetto di straniamento che permette incredibilmente di recuperare quello che sembrerebbe irrecuperabile.</p>
<p>Questo mi interessa capire: che cos’è che permette a queste parole consumate di riprendere in maniera quasi spaventosa la loro forza?</p>
<p>Può darsi che la ricerca di una risposta possa partire da un’analisi dell’<em>io lirico</em>. Dora Pal, il nome di donna che costituisce il titolo dell’opera, è anche il soggetto dell’enunciazione di tutto quello che viene detto, poesia dopo poesia. Una strategia di tipo teatrale, indubbiamente, che mette fuori gioco l’io lirico tradizionale, emanazione del poeta, e se non basta di per sé a ridar senso alle parole consunte, tuttavia certamente aiuta: non sono, quelle parole, infatti, emanazione della proiezione dell’autore, ma testimonianza della voce di una persona umile, ingenua, appartenente a una cultura che non ha ancora vissuto la consunzione del linguaggio poetico, e che – lei – non sa nemmeno di stare esprimendo in poesia. La poesia sta piuttosto nel modo in cui le sue parole vengono trascelte tra le tante, fatte uscire per un attimo dall’ombra in cui sembrano vivere, e recuperate a noi. La poesia sta nel senso di familiarità e distanza che questi frammenti di discorso ci evocano.</p>
<p>Non manca molto allo scadere del secolo dagli anni in cui Federico García Lorca cercava di dar voce all’epica popolare con il suo <em>Romancero Gitano</em>. In quelle poesie indimenticabili, García Lorca compiva un’operazione simile, spostando l’io lirico al di fuori di sé, dando voce alla voce del suo popolo mitico. Ma García Lorca, ragione o meno che avesse, poteva davvero pensare che il suo popolo esisteva, e che persino i suoi lettori potessero riconoscersi come sua parte. Si trattava di risvegliare un’identità culturale dimenticata, quella di Góngora e di Lope de Vega, traduttori colti di uno spirito popolare, ma anche, tre secoli prima di loro, quella del <em>Romancero</em> e del <em>Cancionero</em>, le raccolte di versi anonimi medioevali con cui ha origine la poesia spagnola.</p>
<p>Questa pretesa non esiste nella poesia di Ida Travi, e nemmeno avrebbe senso. Della cantabilità straordinaria, del <em>duende</em> dei versi di García Lorca, qui rimane solo una sfarfallante incertezza, un baluginare di inquietudini. Mentre quello di García Lorca è un nuovo <em>Romancero</em>, in cui il poeta si fa voce di un canto che è comunque sin dall’inizio corale, e come tale continua a presentarsi, qui la voce di Dora Pal non canta affatto, limitandosi a parlare a chi le sta intorno (non direttamente a noi), esprimendo i suoi crucci e implicitamente la sua visione delle cose – però <em>implicitamente</em>, cioè come si fa con chi già la condivide, e non <em>esplicitamente</em>, come va fatto con chi non la conosce.</p>
<p>Da qui l’effetto dominante di un discorso che ci arriva come colto dal buco della serratura, quasi spiato da fuori, proprio come – appunto – potrebbe arrivare a un etnologo, che non è parte della comunità che sta studiando (che sta <em>spiando</em>). E anche l’effetto poetico sembra sortire quasi di nascosto, quasi di sorpresa, come fosse non voluto dalla voce di chi parla. È probabilmente anche questo a renderci così facilmente tollerabili, a renderci – nonostante tutto – così <em>veri</em> quei termini tanto consunti: è che la poesia, qui, non si fa <em>attraverso</em> di loro. Essi appartengono all’eloquio quotidiano di Dora, al suo rivolgersi a Zet, a Kiv. La poesia è come se venisse fuori, ancora implicitamente, dalla sorpresa per la coincidenza tra questa piccola retorica del quotidiano (le ripetizioni, gli anacoluti, gli accostamenti analogici…) e la retorica alta della poesia, due dimensioni differenti che i versi di Travi ci fanno scoprire perfettamente sovrapponibili – così che ciascuna fornisce all’altra una dimensione diversa, e il quotidiano diventa poetico, e il poetico si immerge nel quotidiano. Ma al tempo stesso questo quotidiano così poetico non è esattamente il nostro, e neanche quello dei nostri nonni (che pure, qua e là, sembra poter essere), bensì un’ordinarietà che non smette di essere aliena, magari proprio per il suo essere implicitamente così poetica.</p>
<p>Del resto, lo straniamento dell’io è un fenomeno che abita la poesia di Ida Travi già da prima dei quattro (sino ad ora) libri che costituiscono la saga dei Tolki. Magari la voce esterna che parla nelle poesie, per esempio, de <em>La corsa dei fuochi</em> non ha un nome preciso come qui, e nemmeno un contesto così definito, con degli interlocutori precisi, anche loro dotati di nome; però è già una voce <em>altra</em>, che parla da fuori, la voce di personaggi – personaggi che, peraltro, non hanno che quella voce, che sono definiti solo da quello che dicono, però esterni all’io del poeta, proiezioni quasi teatrali, estraniazioni.</p>
<p>Ma, a sentire la stessa Travi, la prospettiva di estraniazione si troverebbe già nell’essenza della poesia. Ne <em>L’aspetto orale della poesia</em> l’origine della vocalità poetica veniva tentativamente individuata nelle sonorità del rapporto tra il neonato e la madre, cioè nel rapporto tra qualcosa che non è ancora un soggetto e qualcosa che ha momentaneamente (e parzialmente) rinunciato a esserlo per entrare in sintonia col bambino. La voce della poesia è quindi fuori dal soggetto, gli preesiste. Non ne deriva; semmai contribuisce a formarlo.</p>
<p>Forse è proprio perché abita questa dimensione conturbantemente pre-soggettuale, che la poesia di Ida Travi non smette di inquietarmi, di proiettarmi in un altrove che non capisco bene dove sia, sebbene evidentemente non lontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da Ida Travi, <em>Dora Pal</em>.<em> La terra</em>, Bergamo, Moretti &amp; Vitali, 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Chi sono i Tolki? I parlanti. Per slittamento sonoro e di senso dell’antico verbo all’infinito ‘to talk’.</em></p>
<p><em>Esseri sacri e miserabili, misteriosi e semplici.</em></p>
<p><em>Penso a un Tolki come a un </em><em>parlêtre, un essere marchiato dal linguaggio. </em><em>Parlêtre è un neologismo di Lacan che fonde l’essere al linguaggio, nell’atto della pronuncia. Vedo i Tolki come lavoranti o non lavoranti, esseri che nello scontro con la poesia assumono su se stessi il peso d’un linguaggio povero, duro come una colpa, leggero come una liberazione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ida Travi, <em>Il mio nome è Inna</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo vedi se sollevi il piatto<br />
è sotto la tovaglia, sotto lo zerbino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma tu non alzi lo zerbino, Zet<br />
hai paura?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa ti spaventa di più<br />
la tempesta o lo zerbino?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– Zet, dillo! –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scalpita il cavallo, sotto l’insegna<br />
polverosa, rotta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presto crescerà l’insalata e tu potrai mangiarla<br />
non c’è bisogno di chiedere il permesso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– è tua –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È pazza l’insalata, non sa niente<br />
butta fuori le foglie per niente<br />
spinge fuori la testa per niente…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nessuno le ha detto niente<br />
nessuno le voleva bene</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa volete da me?<br />
Non sono la maestra, io<br />
il fuoco ce l’avete<br />
che volete ancora?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sull’immobile terra<br />
roteava l’anello<br />
roteava la pietra<br />
e il mattone, il mattone<br />
anche lui roteava<br />
come un bambino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Povero anello<br />
povero bambino<br />
solo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hai sentito la mandria? Trottava verso noi<br />
era tutto un tempestare sopra il vetro – sicuro! –<br />
trottava contro il cerchio della luna</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– quale luna? –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Basterebbe una preghiera detta bene<br />
detta con la punta delle dita, basterebbe<br />
martellare appena. Appena, appena…<br />
anche contro la nostra volontà</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>come fa il picchio nero, sopra la barriera rossa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ha perso la parola là<br />
dove è caduta la goccia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scende fino al giaciglio rosso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fino al lumino rosso<br />
dove sospira e soffia<br />
– ah! –</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Tà. Poesia dello spiraglio e della neve</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/09/ta-poesia-dello-spiraglio-e-della-neve/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ida travi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ida Travi Impossibile tornare al passato, impossibile guardare al futuro Ida Travi Tempo d’attesa tra le quattro mura C’è un mondo poetico abitato da esseri umani. Sono esseri comuni, sono post. Post-studenti, ex-lavoratori, viandanti. Uomini e donne trasfigurati dalla poesia vivono in un luogo austero. Forse una casa, forse una ex-fabbrica…una futura scuola o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://rebstein.wordpress.com/2011/04/02/ta-poesia-dello-spiraglio-e-della-neve/"><strong>Ida Travi</strong></a></p>
<blockquote><p><em>Impossibile tornare al passato, impossibile<br />
 guardare al futuro </em><br />
Ida Travi</p></blockquote>
<p><em> Tempo d’attesa tra le quattro mura</em></p>
<p>C’è un mondo poetico abitato da esseri umani. Sono esseri comuni, sono post. Post-studenti, ex-lavoratori, viandanti. Uomini e donne trasfigurati dalla poesia vivono in un luogo austero. Forse una casa, forse una ex-fabbrica…una futura scuola o lo scantinato d’un teatro. Forse un vecchio monastero. E’ un luogo limitato da assi, chiuso da lenzuola… A cavallo del tempo c’è una fastidiosa nebbia, c’è molta umidità. <span id="more-38710"></span></p>
<p>Tà, come la lancetta che si sposta. Tà, come un taglio nella tenda.  </p>
<p>C’è una fessura nel legno. Se guardi bene vedi un pugno di terra. Se ascolti bene senti un colpo di bastone. C’è qualcosa che cade e non rotola. C’è una goccia che non disseta. C’è un sasso proprio in mezzo alla stanza. C’è una spoliazione in atto. C’è un albero, uno sfrondamento.</p>
<p>C’è qualcuno che  batte alla porta… La porta si schiude come una porta, oltre c’è un altro vano. Si intravedono esseri dai nomi mondiali: Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrìn, Usov. Puoi vederli solo ogni tanto, per un attimo, inquadrati a strisce dietro lo spiraglio. Vanno e vengono. Ripetono sempre le stesse cose. Appare per un attimo anche una certa Sunta.</p>
<p>Sono esseri di questo mondo, l’esatto contrario degli dei. Non hanno un paese, non hanno l’età. Li riconosci dalle tute, dai grembiuli collettivi. </p>
<p>Parlano una lingua ridotta all’osso. Sono in conflitto tra sè e sè,  e sono in conflitto tra loro. Si vergognano d’una parola in più. Si muovono in una specie di bagliore cementato in grigio. La loro voce arriva grave. La loro voce è bassa. Aspettano, ma cosa?</p>
<p>Nell’attesa di qualcosa  c’è un piano di vita superiore, c’è un ramo superiore, un raggio semplice. Ognuno metà santo, ognuno metà imperdonabile. Qui il  buio d’una colpa non commessa e  la luce d’un vivere spirituale vanno insieme, arrivano alla stessa cella. </p>
<p>C’è un minimo movimento, come una corsa frenata all’interno di una miniatura. Ci sono dei vuoti poggiati sul battito d’una vecchia pendola, su un cuore che si riavvia.</p>
<p>Questi esseri umani si sdraiano, si rialzano. Si rivestono sommariamente. S’affacciano allo spioncino. Ci mostrano l’occhio. Aspettano la parola che risveglia, lo scatto.  Ma intanto…che fare con questa poesia?</p>
<p>Questo luogo si chiama Tà. E’ crudele come un orologio al muro.<br />
Tà, come tavolo, talamo, tasca. Tà come fine d’eternità… realtà, libertà,… volontà…verità, vanità, carità, carità, carità!… Voci spente gettate sul nostro sonno …Eppure, nel bel mezzo del sogno, il corpo si sveglierà, sarà nuovo.</p>
<p>Dunque c’è un passaggio là fuori. C’è una breccia in casa… Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrìn, Usov… Da un lato ci sono loro e dall’altro ci siamo noi… Loro chi? Noi chi? </p>
<p>Gli antichi greci con Tà annunciavano la natura plurale delle cose e degli esseri del mondo …</p>
<p>Ma ora a guardar bene, qui c’è solo neve…c’è solo tanta neve.</p>
<p>Per amore della verità abbiamo rinunciato a ogni abbellimento.<br />
 “ …mi senti ancora, Olin?”  Tutto è così familiare, tutto è così silenzioso…”</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><em>(vedrai la spalla del tuo vicino)</em></p>
<p>Vedrai la spalla del tuo vicino alta nel segno nero</p>
<p>Nel filo di fumo azzurro vedrai quel fiume<br />
e il monte lì vicino, vedrai quel ramoscello<br />
argento che sale, sale… </p>
<p>E’ così che testimonia il ramo</p>
<p>E’ così che il sasso ritorna alla sua storia</p>
<p>Ci sono vetri dappertutto, Usov<br />
sei pieno di schegge in testa.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><em> (ritorna in te)</em></p>
<p>Ritorna in te, tògliti dalle rose</p>
<p>Superbe nella loro natura<br />
svettano nel colore<br />
come irriducibili bandiere</p>
<p>Questa è la verità, Inna<br />
non puoi discutere con le rose<br />
hanno sempre ragione loro.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><em>(Olin, guarda qui)</em></p>
<p>Olin, guarda qui… sulla fronte<br />
c’è forse scritto Gioconda?</p>
<p>Il tuo regno è uno spazio sregolato<br />
ti servirebbe un governo</p>
<p>Ognuno la sua anima la vuole intera<br />
Intera! Come una foglia intera<br />
come un cappello, un sasso</p>
<p>Come un mistero, come un occhio solo<br />
lucente nel buio, tutto solo e perso<br />
a guardare lontano, lontano…</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>O ti adatti o sogni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 07:20:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ida travi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ida Travi (Il campo si stendeva) Il campo si stendeva molto stanco e sopra navigavano gli uccelli. Il mondo non diceva una parola Noi dormivamo lì prima di chiudere gli occhi il nome era sveglio sotto il camicino C’è qualcosa sulla guancia del bambino, hai visto? È una mosca. C’è una mosca sulla guancia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Ida Travi</strong></p>
<p><em>(Il campo si stendeva)</em></p>
<p>Il campo si stendeva molto stanco e sopra<br />
navigavano gli uccelli. Il mondo non diceva una parola</p>
<p>Noi dormivamo lì prima di chiudere gli occhi<br />
il nome era sveglio sotto il camicino</p>
<p>C’è qualcosa sulla guancia del bambino, hai visto?<br />
È una mosca. C’è una mosca sulla guancia del bambino<br />
hai visto? Il velo non è servito a niente! Il velo<br />
non ha fatto barriera.<br />
<span id="more-37109"></span></p>
<p>***</p>
<p><em>(O ti adatti o sogni)</em></p>
<p>O ti adatti o sogni. Si fa presto a dire<br />
Il muro era altissimo, io sono uscita<br />
dall’altra parte. Era aperto dall’altra parte<br />
Giusto il tempo di prendere il paltò</p>
<p>Giusto il tempo di vedere<br />
l’inverno dappertutto<br />
L’inverno è arrivato<br />
dappertutto</p>
<p>Tu trova il germoglio, avvolgilo nella lana</p>
<p>Dove la madia era vuota presto ci sarà del pane<br />
dove c’era del pane adesso per un attimo c’è buio.</p>
<p>***</p>
<p><em>( Alza la lampada)</em></p>
<p>Alza la lampada e viene</p>
<p>Che c’è?</p>
<p>C’è un lupo, là, dietro al muro e là, dietro al muro<br />
c’è un muro senza porta</p>
<p>Quale porta?</p>
<p>I muri si alzano, pieni di spie, si alzano sempre<br />
quando la madre fa scuola<br />
Il letto è bendato, come se fosse una scuola<br />
come se fosse una scuola con tutti i quaderni sopra</p>
<p>La porta sbatte come se fosse un cuore<br />
un atrio che rimbomba, TUM.</p>
<p>***</p>
<p><em>(L’albero d’estate)</em></p>
<p>L’albero d’estate sembra fatto di carne<br />
e poi d’inverno ritrova le sue ossa<br />
respira o non respira</p>
<p>fa quello che vuole</p>
<p>come il fazzoletto dell’amore</p>
<p>cadeva piano piano…</p>
<p>ho cercato di prenderlo, ho provato</p>
<p>cosa vuoi che sia un fazzoletto – dicevi tu –<br />
che cosa vuoi che conti?</p>
<p><strong>Poesie tratte da: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8871864085/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8871864085&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>NeoAlcesti. Canto delle quattro mura</em></a> (Moretti &amp; Vitali, 2009)</strong></p>
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