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	<title>IL Gioco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Over Game: Lucio Saviani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Masullo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[IL Gioco]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Moretti & Vitali]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota su Ludus Mundi idea della filosofia di Lucio Saviani Di Francesco Forlani &#160; Nella nota con cui Italo Calvino accompagna il volume Le più belle pagine di Landolfi, la parola che più ricorre e ricorrendo ne spiega il motivo, è gioco. La prima regola del gioco, per il lettore di Landolfi, avvisa Calvino, “è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" style="text-align: justify;" title="Page 104">
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<div class="column">
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-68611" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/resize.jpg" alt="" width="200" height="289" /></strong></p>
<p>Nota su <a href="http://www.morettievitali.it/?libri=ludus-mundi"><strong>Ludus Mundi</strong> </a></p>
<p><em>idea della filosofia </em>di <strong>Lucio Saviani</strong></p>
<p>Di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella nota con cui Italo Calvino accompagna il volume <em>Le più belle pagine di Landolfi</em>, la parola che più ricorre e ricorrendo ne spiega il motivo, è gioco. <em>La prima regola del gioco</em>, per il lettore di Landolfi, avvisa Calvino, <em>“è che presto o tardi ci si deva aspettare una sorpresa”.</em> Ecco. In ogni libro di Lucio Saviani, parlo da lettore non <em>averti </em>(questa è la parola francese per dire addetto, specialista, avvisato) accade sempre qualcosa che alla fine o dal principio sorprenda; talora un paradigma impensato, talaltra una <em>figura </em>dimenticata o, come nel caso di questa sua ultima opera, un lungo poemetto filosofico di Pasquale Panella a fare da esergo. Del resto cos’è un esergo, se non un fuori\dentro l’Opera? E se non v’è vero confine che non sia ineffabile come faremo a sapere con certezza che <em>chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori?</em></p>
<p>L’esplorazione del limite – se ogni gioco ha una regola è altresì vero che i giochi possono spostare o reinventare la linea del limite e insieme la sua pericolosità- che Lucio Saviani in tutti questi anni ci ha descritto, analizzato, raccontato, gioca un ruolo importante in <strong>Ludus Mundi</strong> <em>Idea della filosofia ( Moretti &amp; Vitali) </em>come viene del resto riportato nell’introduzione.</p>
<p><em> &#8220;Questo libro rappresenta il punto in cui confluiscono e trovano un senso unitario gli esiti di un percorso iniziato nei primi anni ottanta. la riflessione intorno al problema filosofico del gioco è spesso presente, in forme diverse, nei punti centrali di alcuni miei lavori che sono del decennio successivo, come Voci di confine (1993), A dadi con gli dei, (1994), Segnalibro (1995) e Ermeneutica del gioco (1998), di cui qui vengono riprese e rielaborate alcune parti.&#8221;</em></p>
<p><em> </em>Il rigore con cui il filosofo discetta di gioco, la chiarezza degli argomenti che ne indagano la centralità nell’idea stessa di filosofia, è assimilabile a mio avviso a certi libretti con il <em>mode d’emploi,</em> il complesso sistema delle regole, che certi giochi di società comuni ai nostri tempi, che si tratti del Monopoli o dello Scarabeo, Risiko o della più antica e tradizionale tavola degli scacchi, mette ben in vista all’interno della propria confezione. Potremmo allora dire che il saggio di Lucio Saviani sta al poemetto filosofico di Pasquale Panella come la regola al gioco? La filosofia alla poesia? Non saprei ma di una cosa ne siamo più che certi; chi volesse trovarvi per esempio citazioni letterarie &#8220;tematiche&#8221; &#8211; su tutte, quella giocata su tutte le ruote dei lettori amanti dell’azzardo, <em>Il giocatore</em> di <span class="st">Dostoevskij</span>&#8211; o annotazioni pop, tipo una fenomenologia del <em>gratta e vinci</em> e simili vivrà la sorpresa di non trovarvi nulla di tutto questo, fortunatamente aggiungiamo noi, proprio perché alla stregua di un <em>libretto con le istruzioni per l’uso</em>, tratta delle regole che fondano il gioco ma non delle pratiche, tutte le pratiche che senza di queste non potrebbero nemmeno aver luogo. Non v’è affatto arbitrarietà, quella del bambino che annuncia il tempo del gioco al proprio compagno con la formula “facciamo che…” o del narratore che crea &#8220;i fatti&#8221;, ma disposizione genealogica e dunque storicizzata dei concetti chiave. Ripercorriamo così i frammenti dei presocratici, le indicazioni e controindicazioni di rispettivamente Platone ed Aristotele sulla questione della <em>Mimesis</em>, e dell’autenticità di ciò che appare, ma sarà soprattutto in area tedesca, in primis Nietzsche e Heidegger e a seguire, Huizinga, Fink e Gadamer che il pensiero filosofico del gioco si gioca le sue carte. Lato francese, si leggeranno le <em>inattuali </em>di Jacques Derrida e <span class="st">Vladimir Jankélévitch</span> sul <em>game over</em>.</p>
<p>Ecco allora che in un momento in cui i filosofi non “giocano” più il ruolo di <em>penseurs sur scène</em> &#8211; così Peter <em>Sloterdijk</em> aveva intitolato una sua opera dedicata a Nietzsche &#8211; ma quello di intrattenitori di massa, alla Michel Onfray, per citarne uno, leggere un filosofo che trattenga il fiato, che “sospenda” la scena, non può che salutarsi come si accoglie una bella sorpresa. Prima di lasciare la parola al filosofo Aldo Masullo che ne ha firmato la postfazione mostrando quanto necessario sia oggi partire da questo paradigma, eccomi ritornare  lì dove avevamo cominciato.</p>
<p>Grazie a <strong>Ludus Mundi</strong> finalmente potremo capire meglio insieme ai <em>tic</em> dei nostri giochi moderni, all&#8217;anima dei giocattoli che popolano le nostre stanze, i concetti di tempo e destino, o la gravità della frase, per quanto ostentatamente pubblica, <em>“Les jeux sont faits, rien ne va plus”.</em> E rassicurarsi grazie a questa lettura del fatto che la filosofia, il pensiero,  possa esercitare ancora la propria libertà fino in fondo, intervenire perfino <em>a giochi fatti </em>sulla realtà. Ma soprattutto risuoneranno più forte che mai perfino le meravigliose pagine del racconto di Tommaso Landolfi, “Lettera di un romantico sul gioco”, come quando scrive:</p>
<p><em>Pure, miracolo della grazia, v’è per imperscrutabile decreto in questa condizione alcunché d’eroico: qui spira il largo, sebbene vorace, vento degli spazi, che dissipa i meschini ambagi, i vili e uggiosi compromessi, qui, un istante re e imperatore, quello seguente verme della terra, il rampollo dell’uomo, sia travolto o trionfi, è ugualmente travolto, e dunque sempre trionfa, se con puro cuore chini il capo ai voleri del cielo. Qui egli, percosso di religioso stupore, vive le sue ore più gravi; qui, da ultimo, l’Avventura e il Mistero, questi supremi doni della Provvidenza, menano la loro libera vicenda. Sia dunque lode al gioco, la più alta attività dello spirito umano! </em></p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-68612 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_1559-300x219.jpg" alt="" width="441" height="322" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_1559-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_1559-768x560.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_1559-1024x747.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_1559.jpg 1280w" sizes="(max-width: 441px) 100vw, 441px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Postfazione  al libro <strong>Ludus Mundi</strong><br />
</em></p>
<p><strong>Filosofia del gioco e gioco della filosofia</strong></p>
<p>di <strong>Aldo Masullo</strong></p>
</div>
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<div class="column">
<p>La destrutturazione antimetafisica, operante nell’ermeneutica novecentesca, riduce la filosofia a linguaggio che si autointerpreta, o infine a scrittura, e si serve della ‘ermeneutica del gioco’ per simboleggiare la poetica gratuità dell’interpretazione o il casuale tracciarsi della ri-scrittura. Essa rivela il suo paradossale errore metafisico, oscillando tra due polarità.</p>
<p>O, con Heidegger, s’identifica il potere dell’“altro” con quel “far-esser-la-presenza [<em>An-wesen-lassen</em>]”, a cui l’“esser-presente [<em>An-wesen</em>]” è sospeso. Perfino il linguaggio, il luogo stesso della presenza, fonda la sua presenza in “altro” da sé. L’avvertimento di Heidegger è lapidario: “<em>l’essenza</em> del linguaggio non è un fatto linguistico”. </p>
<p>Oppure, per liquidare l’equivoca <em>significatività</em> dell’“altro”, lo si nega. Così Derrida riduce l’“altro” del linguaggio effettivo al gioco gratuito dei rinvii, all’assenza di qualsiasi ragione, alla pura negatività del caso, insomma a un nulla. Per lui lo stesso discorso filosofico che parla del gioco del linguaggio si risolve nel gioco della “ri-scrittura”, nel semplice e magari “inutile” anche se intellettualmente raffinato spostamento di “margini”, che si compie mentre si ri-percorrono le tracce delle scritture “filosofiche”. Qui non v’è più alcun positivo “altro”, di cui un gioco che gioca possa essere figura.</p>
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<div class="page" style="text-align: justify;" title="Page 105">
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<div class="column">
<p>Certo non si può fare a meno di obiettare che al concetto di “originario” non appartiene affatto, intrinsecamente, il significato di fondamento. L’“originario” in se stesso vuol solo dire l’estrema prossimità di un limite. Il limite è “origine” in un’accezione non metafisica o fisica, ma analoga all’astrazione geometrica, con cui il punto viene definito “origine” di una semiretta, la linea “origine” di un semipiano, il piano “origine” di uno semispazio. Se dalla nozione ideale di limite si passa alla sua applicazione empirica, caso esemplare ne è la linea immaginaria dell’orizzonte come contorno del campo di visibilità definito da un punto di vista. la linea d’orizzonte, come ogni limite, si coglie sensibilmente in un “di qua”, in ciò che le è estremamente prossimo e, visualizzando l’“origine”, è l’“originario”. Essa cioè, nella sua potenza di apparizione sensibile, irresistibilmente suggerisce all’immaginazione un “di là”, un “oltre”.</p>
<p>Ma in un decostruzionismo radicale non può concepirsi un “di là” del limite, neppure immaginario, così come non può concepirsene un “di qua”. La nozione di gioco è stata introdotta proprio per sostituire, e quindi escludere, la nozione di limite. Il limite infatti implica necessariamente il “di qua”, la “presenza”, e insieme il “di là”, l’“assenza”. Derrida, nel ridurre il linguaggio a scrittura, e questa a gioco, intende purificare la filosofia dall’idea metafisica di “presenza” ma, con ciò, anche dalla complementare idea di “assenza”. Espunta la nozione di limite, e dunque la possibilità stessa della verità, la quale o è in sé, perfettamente determinata, o non è, non si dà più “presenza piena”, ma neppure assenza. La filosofia, risolta nel linguaggio interpretante e nel ri-scriversi della scrittura, non s’arroga più d’essere totalizzante, dunque non pretende più di unificare il molteplice nei limiti della determinatezza, e di ridurlo così a presenza di verità. È un esercizio senza “origine” e senza termine, un puro gioco che non dipende da alcuna presenza, o alternativa di presenza e di assenza. Anzi, proprio presenza e assenza non sono che possibilità del gioco.</p>
<p>Non resta alcuna verità, la cui presenza riempia i significati o la cui assenza li trascenda.</p>
<p>C’è ormai solo un gioco di segni, e di relazioni di significanza (significanti-significati), che in questo gioco si fanno e disfanno. si tratta di un gioco che, pur senza regole, senza principio e senza fine, senza vincitori né vinti, senza scopo e senza risultato, tuttavia, per il solo fatto d’esser giocato in un campo (il linguaggio) costituito da un numero finito di elementi, non può assurgere alla leggerezza del<em> play</em>, del gioco giocante. Esso piuttosto inevitabilmente si riduce alla pesantezza dell’agonistica ripetitività del <em>game</em>, del gioco giocato. Infatti, “una modificazione del codice non può provenire da un puro movimento interno al codice stesso”.  E, fuori del codice, non c’è “altro”.</p>
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<div class="column">
<p>A questo punto, appare evidente che, attraverso l’“ermeneutica del gioco”, con l’incauta presunzione di cancellare l’errore metafisico o umanistico di un “oltre” come assolutamente determinato “altro” e, in quanto tale, come “fondamento”, si rende in effetti impensabile la serietà dell’esistere, ovvero l’iniziativa e la responsabilità.</p>
<p>Alla nozione di “altro”, respinta come indebita entificazione dell’<em>Essere</em>, non si risponde se non con la pura e semplice negazio- ne dell’<em>Essere</em>. Così, la difficoltà si radicalizza.</p>
<p>Negl’incunaboli della “filosofia ermeneutica”, ossia nei corsi heideggeriani degli anni 1919-1923, “e-sistere” vuol dire l’incessante trascendere, l’uscire dalla semplice identità di ente, e l’uscire ogni volta dall’essere usciti, l’intenzionale muoversi-verso. perciò un e-sistere che, al “di là” della sua identità, del suo essere il linguaggio interpretante, verso nulla possa trascendere, non è affatto un e-sistere, ma un fortuito gioco di segni. Effetto di una casuale combinatoria, esso non è la soggettività, ma il suo fantasma.</p>
<p>Il gioco può ben essere la metafora di un codice o sistema di segni, il cui funzionare è la significazione linguistica, immenso prodursi di significanti e complicato istituirsi di significati. Ma qual è il senso, la radice vitale, da cui il codice si genera e che lo mette in movimento e lo fa funzionare, e che tuttavia non è, né può essere, contenuta nel codice? Come può la stessa giocosa mancanza di origine e di scopo del linguaggio esercitarsi interminabilmente, se non radicata nella serietà della vita la quale, come dolore o piacere, essendo non indifferente perdersi nel cambiare ma sempre appassionato concentrarsi vissuto, con essa gioca?</p>
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<div class="page" style="text-align: justify;" title="Page 106">
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<div class="column">
<p>Questa è la decisiva questione, con cui è necessario confrontarsi. La sua intera scansione apre, del resto, la strada verso la finale formulazione esplicita della domanda, che fin dall’inizio la sottende.</p>
<p>Nel giro di pensieri del secondo Heidegger, di Gadamer, di Derrida, l’<em>Essere</em> si risolve nel linguaggio. Allora la filosofia, ponendo la domanda sull’<em>Essere</em>, non fa che interrogarsi sul linguaggio.</p>
<p>Qui si pone la difficoltà radicale. il linguaggio è un contesto di significazione, l’Essere è un contesto di senso. Se la filosofia è il linguaggio stesso nel suo autointerpretarsi, essa non sull’Essere in effetti s’interroga, ma soltanto sui significati.</p>
<p>Cos’altro allora resta alla filosofia, se non riconoscersi in un semplice gioco di segni?</p>
<p>Fermarsi a ciò, secondo Lucio Saviani, che per lunghi anni ha esplorato la serrata ricerca novecentesca sul gioco come via al superamento del pensiero metafisico, esprimerebbe una “idea di [questo] superamento ancora tutt’interna al discorso, al progetto del moderno, o di pratica dei <em>margini</em> della modernità, come scrittura- lettura di ‘bordo’ e note a <em>margine</em> del linguaggio (e del testo) della metafisica”. </p>
<p>Paradossalmente chi come Saviani si pone da questo punto di vista pensa di sottrarsi alla prigionia del linguaggio filosofante non uscendone, ma al contrario lavorando al suo interno, facendone aumentare al massimo la tensione, e alla fine lasciando che esso <em>esploda</em>. A lui, nella pratica filosofica del linguaggio, sembra possibile “la novità di una <em>chance</em> in termini di contaminazione, oscillazione e ‘indebolimento’ dell’idea di essere e di tutte le opposizioni metafisiche [&#8230;]”. Certamente la filosofia, secondo la sua natura, non può non formulare <em>definizioni</em>, perfino di se stessa e dei concetti con cui lavora. Però lo stesso pensiero del gioco, come Saviani scrive in questo libro, “irrompe, scalzando di continuo ogni lavoro di <em>definizione</em>”.</p>
<p>A chi argomenta in questo modo sembra, in conclusione, che dalla costitutiva e perciò insopprimibile metafisicità della filosofia come gioco del linguaggio con se stesso, non si possa salvare la prospettiva antimetafisica se non in quanto “il gioco innesca la sua carica esplosiva innanzitutto su se stesso”.</p>
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<div class="column">
<p>A questo punto sopravviene irresistibile l’ultima e radicale domanda.</p>
<p>Cosa vuol dire l’esplosione del linguaggio, se non la rovina del riparo che esso costituisce, e il finale restar del pensiero esposto ad “altro”, per quanto sempre dentro il cerchio della soggettività, anzi forse nel cuore di essa, ossia gettato nella tanto familiare quanto oscura terra del senso ?</p>
<p>I “significati” non sono che le pensabili oggettività degli enti, ossia ben definite funzioni dell’operare interpretativo del linguaggio.</p>
<p>Il “senso” invece è la vita che, in sé ri-piegandosi, di continuo da <em>vivente</em> diviene <em>vissuta</em>. impulso irresistibile ne è il <em>tempo</em>, traumatico irrompere della differenza, nativa emozione del cambiamento, patita contingenza del sé: insomma non la compromessa “presenza” teoretica della verità ma l’assoluta “attualità” del patire.</p>
<p>Solo così s’intende come possa il linguistico gioco dei segni fare i conti con la serietà di “altro”, che non sia il metafisico simulacro di un fondamento.</p>
<p>“Oltre” il linguaggio, non come un “di là” bensì un “di qua” da esso, e dunque dentro l’orizzonte della soggettività, vigoreggia l’affettività del vissuto.</p>
<p>La soggettività non si riduce al linguaggio.</p>
<p>In essa vive anche “altro”. Questo, a essa intimo, è l’“originario” noi stessi, che è tale, non originato da alcunché, poiché nulla di vissuto v’è, “prima” del vissuto. È l’ambigua emozione d’irrimediabile perdita eppur di nuova possibilità, del sentirsi morendo nascere e nascendo morire, il <em>tempo</em> appunto, la radice di ogni “senso” che, vissuto, di volta in volta noi siamo. </p>
<p>Con l’esplosione del linguaggio, dileguano le protettive finzioni del suo gioco.</p>
<p>Ora l’arcana nudità della vita vissuta, come dolore e come piacere, fronteggia seriamente il pensiero. Essa, estrema severa <em>occasione</em>, lo consegna all’ineludibile prova dell’etica. La filosofia intanto si fa “pratica del limite ed esercizio di radicale finitezza”.</p>
</div>
</div>
</div>
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