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	<title>Il laureato &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>God bless you please Mrs Ramsay</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 07:48:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Da bambina temevo che sotto al letto si annidassero esseri mostruosi. Demoni non meglio identificati ma assolutamente sanguinari con lunghi denti a sciabola occhi di bragia e artigli acuminati. Non sapevo quanti erano o da dove venivano ma sapevo che stavano sotto al letto in attesa del mio sonno. O di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6189" title="mrs robinson" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mrs-robinson-300x225.jpg" alt="anne bancroft" width="300" height="225" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Da bambina temevo che sotto al letto si annidassero esseri mostruosi. Demoni non meglio identificati ma assolutamente sanguinari con lunghi denti a sciabola occhi di bragia e artigli acuminati. Non sapevo quanti erano o da dove venivano ma sapevo che stavano sotto al letto in attesa del mio sonno. O di una distrazione. Quando sei bambina i demoni sono cose di cui avere paura, loro hanno i denti le unghie e il resto e tu hai paura. È quasi un patto. E infatti non mi sono mai addormentata prima di aver controllato che sotto al letto non ci fosse altro che polvere. </span><span id="more-6188"></span><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">D’altronde la polvere era il demone di mia madre, o almeno la sua tarantola, quello che la faceva alzare la domenica mattina alle sei per lavare i pavimenti. I demoni, qualsiasi forma prendano, con trentadue o milleduecentocinquantatre denti o sdentati, pungolano, tolgono la tranquillità, rubano il sonno, impediscono di agire e condividere, fermano il tempo e inducono alle approssimazioni. Perché tu tenti di nominarli e quelli mutano. Si trasformano. I demoni sono generali astratti. Sapienza bellezza intelletto consiglio giustizia temperanza odio ferocia bellezza colore panorama A-e-non-A malinconia bellezza tristezza etica viaggio comunità cultura luce buio stelle bellezza. E proteiformi. Talora butterati altre liscissimi, ciliegie rubino e avvenenti, a grappoli. Se i demoni fossero particolari concreti avrebbero confini netti e sarebbero circumnavigabili. Invece no. Mare aperto. Quando ho cominciato a leggere ho capito che avrei incontrato molti demoni ma che talvolta avrei dimenticato di averne paura. Perché la bellezza distrae ad esempio<span> </span>e quindi che importa se al faro andiamo domani se oggi posso stare con te signora Ramsay? Avrei tralasciato di temerli con infinita leggerezza, perché i demoni non attendono solo che tu chiuda gli occhi ma aspettano una distrazione, per legarti. Le distrazioni sono le ostie dei demoni, li nutrono e li assolvono e i libri sono pieni di generali astratti (o nei loro labirinti) e nessun letto è basso a sufficienza per impedire a uno di loro di insinuarsi. Le metafore non proteggono anzi sono casse di risonanza. Alcuni li ho avuti anche nel letto, possessivi e feroci da allontanare corpi vivi. I demoni, qualsiasi forma prendano o nome, tolgono quiete, impediscono di vivere e ti concentrano su un particolare fino a sfinirti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">0. Dicendole non si rovinano forse le cose?</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Ci volevano cinquanta paia di occhi per vedere rifletté. Non bastavano cento occhi per vedere tutta intera quella donna, pensò. Tra questi occhi uno doveva essere assolutamente cieco alla sua bellezza. Ci voleva un senso più segreto, fine come l’aria, col quale infilarsi nel buco della serratura e circondarla, quando sedeva lavorando a maglia, parlando, oppure sola, in silenzio, alla finestra; un senso capace di assorbire e gelosamente custodire, come l’aria tratteneva il fumo del piroscafo, i suoi pensieri, le sue immagini, i suoi desideri<sup>*</sup>. Al faro</span></em><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;"> è un romanzo crudele e in fondo non è nemmeno un romanzo. È una farsa, uno scherzo, un cartone preparatorio per una descrizione di manchevolezze e abitudini riguardo l’assoluta inadeguatezza di fronte alla bellezza. Riguardo la mancanza di difese per. <em>Al faro</em> è irritante perché pretende pazienza attesa ed elegia. Si finge di andare al faro a ogni riga. Si va al faro sì se domani è bello, e nonostante le pagine siano tinte di azzurri intensi e blu declinati in ogni sfumatura e nuvole candide verde prato rosso geranio e barche a vela o sugheri, il tempo non è mai buono abbastanza per salpare. Il tempo però è una scusa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Salpare forse sognare. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Ciò che non siamo ciò che non salpiamo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Salpando e mirando. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Salpare pallido e assorto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Quando il tempo è adatto per approdare <em>Al faro</em> il romanzo è finito. E la bellezza in questione, quella al cui confronto si è mediocri, non è un concetto astratto, non del mondo della vita o della pace, non della famiglia, dei campi di cavoli e peri, o tantomeno quella singolare e collettiva di un intellettuale arrivato quasi in fondo all’alfabeto, dell’intuizione che la soluzione è spostare l’albero al centro della tela, o di sopravvivere alla guerra che genera bisogno di poesia, la bellezza non è nemmeno abbastanza oggi, qui, seduti sulla panchina in un parco. Non ci sono parchi, c’è il mare e una spilla perduta sulla spiaggia e occhiali smarriti e fogli scritti che volano in acqua. Non è una bellezza generica che arresta la vita e la raggela. Che impedisce di partecipare e dunque di andare <em>Al faro</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">È la signora Ramsay. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">1. Aveva perso la pazienza a colazione</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Da bambina, a casa mia, <em>Al faro</em> stava accanto a <em>Ventimila leghe sotto i mari</em>, una questione alfabetica. Così, riponendo Nemo nel tentativo mai riuscito di lasciarlo andare avevo pensato di risalire in superficie dopo essere rimasta a lungo negli abissi del Nautilus. Io volevo un altro romanzo di avventure e volevo che le avventure fossero movimento e sangue e lotta e ignoto e voltagabbana e velocità e incomprensioni esiziali e ho afferrato <em>Al faro</em> ghiotta come davanti a un vaso di marmellata dal colore misconosciuto. Ma sempre marmellata. Inoltre (e il libro ancora richiuso alla distanza di un braccio teso) il faro era la sintesi di tutti gli orgogli e solitudini e isolamenti forzosi e piccolezza dell’uomo col naso all’universo. Il faro era la guida, illuminava, aveva lenti di Fresnel enormi che convogliavano i raggi della lanterna e perforavano l’oscurità e i vapori salati del mare. Intermittente e rassicurante teneva a bada le onde come un flauto i serpenti. Che succederà mai <em>Al faro</em>?. Se il faro può essere prigione quale efferatezza o solitudine avrà mai commesso il protagonista (perché gli uomini solo sono i protagonisti dei romanzi di avventure) per essere stato rinchiuso o essersi ritirato <em>Al faro</em>? Si impara subito (il libro aperto davanti agli occhi semichiusi e contrariati per la sorpresa) che l’avventura non comincia subito, ma domani. Si va al faro <em>Sì certamente, se domani è bello. Ma ti dovrai svegliare con l’allodola</em>. Un se e un ma per iniziare quantomeno mi avevano insospettito. Ma non troppo, altrimenti sarei passata oltre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Forse il protagonista era James. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Menomale. Ecco qua.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Identificazione. Io sono James. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Immaginazione. James è un giovane individuo con un profondo senso della geometria, passa le giornate a ritagliare figure di macchine agricole e utensili dai giornali, brigherà qualcosa per arrivare al faro, comunque, in ogni caso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Costruzione. James è solo, faticherà molto giacché egli è l’eroe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Delusione anticipatoria. Solo la terza parte di questo libro si intitola Il faro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Ammonimento. Non saltare le pagine che poi invece di leggere inventi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Forse il protagonista era James. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Menomale. Ecco qua. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">James che vuole andare al faro ed è immerso in una faida da famiglia allargata in cui sua madre, la signora Ramsay, sostiene che domani ci sarà il sole, suo padre, il signor Ramsay legifera che no, <em>non sarà bello</em>, non ci sarà il tempo adatto, Charles Tansley, un avventore di cui presto si saprà assai più di quanto interessi, si schiera con il partito dei meteorologi pessismisti <em>Non si andrà al faro James</em> e gli altri componenti assistono appena inquieti alla querelle i fratelli di James latrano e giocano a cricket, Carmichael strascica i piedi e pensa o si crogiola al sole, Lily tenta di dipingere, Bankes passeggia e divulga il signor Ramsay come un giornalista una teoria, Paul e Minta si innamorano, Mildred prepara il <em>boeuf en daube</em> rassetta le stanze e ripone stoviglie. Niente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Nonostante la ricetta del <em>boeuf en daube</em> sia della signora Ramsay, anzi di sua nonna, tutto è lontano assai più di ventimila leghe dal concetto di avventura di una bambina dieci anni cresciuta in una satrapia teppista e autogestita. Tuttavia rimaneva la possibilità di arrivare al faro, se ne parlava, il mare mugghiava, la notte veniva squarciata e i timori inargentati dai fasci di luce, James e la signora Ramsay parevano decisi, con motivazioni differenti e distratti da Grimm ma decisi, a non lasciarsi scoraggiare dall’evidenza che soffiasse vento di ponente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Recrudescenza. Chissà cosa doveva esserci nascosto se due uomini colti e pensatori continuavano a dissuadere un bambino e una donna bella vaga e distratta dal raggiungere il faro? E me. Mistero. A dieci anni sapevo esattamente cosa fosse l’avventura. Sapevo elencarla. Ma non avevo intuito che il mistero, la letteratura che ammicca senza concedersi, potesse esserne un’altra declinazione, come se io pure, come James, appartenessi <em>a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento da un altro, ma piuttosto lasciano che le immaginazioni del futuro, con le loro gioie e i dolori offuschino ciò che è già qui</em>. Tipo che forse domani si va al faro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;"></span><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">2. Questo dunque provano gli altri</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">Perché.<em> Forse ti sveglierai e ci sarà il sole che brilla e gli uccelli che cantano</em>. Al faro si giunge solo dopo che la signora Ramsay, l’unica capace di risollevare James con un pietoso che-tempo-che-fa, è morta. Il problema è che finché c’è la signora Ramsay alla finestra nessuno riesce a fare altro che domandare rassicurazioni e la mano di qualcuno, che poi è un altro modo di chiedere rassicurazioni. Anche Lily Briscoe che passeggia con William Bankes senza pensare di sposarlo non riesce a finire il quadro con madre e figlio alla finestra. La finestra con la signora Ramsay è una ventosa, risucchia l’aria e si attacca agli animi. James, il nostro eroe, finché la signora Ramsay è viva non può essere il protagonista di alcuna avventura ma solo trascorrere l’infanzia a infastidirsi di quelli che distraggono gli occhi di lei da lui. Guarda me! Di eroico James ha solo una monumentale alienazione, forse accentuata dalla propensione al </span><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">decoupage</span><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">. Anche i fratelli di James chiedono rassicurazioni, come è giusto, perché la signora Ramsay è madre. I figli, non potendo avere paura del buio, plausibilmente per via del faro, appendono al muro un teschio di cinghiale. Un teschio avuto in regalo. Per qualcuno di loro è un trofeo per qualche altro diavolo. I tronfi e i visionari però dormono tutti nella stessa stanza. Un dilemma da Salomone. E questa è la chiave. La signora Ramsay si sfila lo scialle e lo arrotola intorno al teschio, sorride, a qualcuno dice <em>guarda com’è bello ora, piacerebbe alle fatine, sembra un nido d’uccello, somiglia a una meravigliosa montagna</em>, all’altro soggiunge <em>perché vedi il teschio del cinghiale è sempre lì, intatto</em>. Ambigua signora, diabolica signora, deformante signora, bellezza signora. Il teschio resta al muro avvolto nella mantella grigia della signora Ramsay così come le giornate trascorrono quiete e solite dentro lo scialle argento e pavone che è la signora Ramsay. Non si va al faro perché il faro non è luminoso quanto lei che scintilla sul lucore di fondo delle spiagge inglesi, perché la bellezza ha le sue assuefazioni ma avvelena i gesti. Se le signora Ramsay, oltre ad avere l’abitudine all’esagerazione <em>il custode dell’ascensore della metropolitana è una necessità eterna</em>, fosse sempre consapevole della propria bellezza sarebbe insopportabile. Invece non lo è. È cosciente a tratti, talvolta noiosa. La signora Ramsay avvelena i gesti perché li fissa. Con gli occhi. Nessun arto ritratto può farla cadere nessun muscolo teso può trattenerla. La signora Ramsay è quello che rappresenta, la vaghezza, l’inafferrabilità e la spregiudicatezza della bellezza. È cacofonico ma la questione miracolosa è che tutti in <em>Al faro</em>, dal figlio del pescatore al poeta ne hanno perfetta contezza. Ciascuno coi suoi mezzi ciascuno con le sue difese tutti con pretese e tattiche di avvicinamento. Tenerezza possesso pittura accerchiamento ricordo amor filiale matrimonio. La pittrice ne ha più coscienza di tutti. Ma Lily <em>non contava</em>. Augustus Carmichael è un poeta e batte le mani quando gli sovviene la parola giusta. Se non fosse che la parola giusta non è mai la risposta a una domanda della signora Ramsay <em>seduttiva ma un po’ nervosa</em> che pure parla e di certo si cruccia chiedendogli se servono tabacco carta da lettera o francobolli. Non gli serve nulla lì disteso e lei si cruccia. Non serve mai nulla. Tutti le parlano, tutti la guardano, tutti levano il cappello quando passa e Carmichael no. Che il poeta sia insensibile o desensibilizzato alla signora Ramsay è un mistero e una sfida, che il poeta sia la pelle al sole e non gli occhi alla luce è una sfrontatezza. Quasi la poesia non avesse bisogno della bellezza ma solo della percezione, dei fiammiferi che si accendono rapidi insensati o augurali per poi morire a un soffio di fiato o di vento. Carmichael è silenzioso e forse sta lì al sole per dimostrare che la bellezza sfugge a tutte le parole. Meglio battere le mani. Charles Tansley quello di prima e <em>dio non voglia che si innamori di Prue</em>, è un intellettuale ed è arrabbiato, arranca dietro a una idea di sobrietà e immagine di sé che non è chiara ma solo parvenu. Tansley è approssimato e insicuro <em>le donne non sanno scrivere e non sanno dipingere</em> ma si possono guardare. Non Lily Briscoe si intende che ha gli occhi grinzosi. Si può essere guardati con invidia dal mondo intero mentre si passeggia al fianco della signora Ramsay, si può vantare una contiguità con una donna bella e provare<em> uno straordinario senso d’orgoglio </em>sentire<em> il vento e l’odore dei ciclamini e delle violette perché </em>si cammina<em> accanto a una bellissima donna. Per la prima volta in vita sua. E le portava la borsa</em>. E se la signora Ramsay abdica, o fa finta di, a qualsiasi dimostrazione della bellezza a lui piacerebbe <em>che lei lo vedesse in toga e tocco in un corteo</em>. Temperamenti. Paul Rayley è un <em>ingenuo ragazzetto (…)</em> <em>così attraente con quel naso affilato e gli occhi celesti così vivaci </em>del quale non si sa nulla a parte che è diverso da Tansley e famoso per ritrovare le cose, infatti passeggia con Minta Doyle che perde una spilla <em>tutto avrei voluto perdere ma non la spilla</em> e le chiede di sposarlo. Perché Minta ha i capelli rossi dorato, qualcosa di selvaggio e i buchi nelle calze, ride come acqua al sole ed <em>è così oca da arrampicarsi ingioiellata sugli scogli</em>. Minta perché se Paul non può avere, in qualche senso indefinito, la signora Ramsay può almeno rassicurarla ed essere rassicurato dalla sua approvazione. <em>Lei gli aveva fatto credere di poter fare tutto quello che voleva. Tutto il giorno s’era sentito addosso gli occhi di lei, che lo seguivano come per dirgli Sì puoi farlo. Ho fiducia in te. Me lo aspetto da te</em>. La signora sa quello che fa, Minta è una donna fortunata, <em>sta per sposare un uomo con un orologio d’oro in un astuccio di camoscio</em>. Per converso Lily Briscoe <em>con quegli occhietti cinesi e quel viso avvizzito non si sposerà mai</em>, nonostante passeggi e parli e discuta con William Bankes che pure è un uomo strepitoso e sognante appresso a un affetto inclassificabile per la signora Ramsay. Lily non si sposerà mai perché<span> </span>è <em>una misera vecchia zitella con in mano un pennello</em> perché non desidera la conoscenza della signora Ramsay ma l’unità abbracciata stretta stretta alle ginocchia di colei che pure le impediva di dipingere, di fermare una impressione, di trasformare una donna famosa per la sua bellezza <em>in una macchia viola</em>. <em>A questo punto aveva posato la testa nel grembo della signora Ramsay che governava con calma imperturbabile destini che non riusciva neppure a comprendere</em>. Quello di William Bankes ad esempio. Sobrio tanto da non poter cenare in quella gabbia di matti che è la casa dei Ramsay e che per questo merita il pezzo di carne più tenero dell’opulento <em>Boeuf en daube</em>, perché lei lo vuole, perché lei sa che lui la osserva, William Bankes che non ha bambini ma vive per la scienza, che è un uomo generoso, un puro di cuore e che avrebbe abbastanza intelligenza per cogliere il fascino di Lily se non fosse tutto preso dai pensieri del corpo sulla signora Ramsay e non coltivasse la colpa di ogni mancato stupore per uno sguardo di lei. William Bankes che vive in una casa triste perché non c’è nessuno che sappia disporre i fiori. Se solo la signora Ramsay avesse detto che avrebbe comprato lei i fiori. O organizzato una festa invece che una cena. Famiglia non società. Il signor Ramsay, che se gli duole il mignolo è la fine del mondo, e che oltre a dare otto figli alla signora gli ha donato pure il nome, <em>passa la vita a osservare (…) a ridurre la bellezza della sera, con le sue nuvole rosate e azzurre e argento, a un tavolo di abete a quattro zampe (ma era un segno di suprema intelligenza fare così)</em>. È un uomo di conclamato intelletto, senza nessuna tensione alla vita pratica, che passa l’estate a passeggiare e a ragionare sulla siepe e sugli intrichi dei rami dei peri, che di certo non coglie la bellezza dei fiori e che incombe sulla signora Ramsay che legge una favola a James, James lo odia per quella interruzione. James lo odia perché è un oppressore, perché se lui non vuole andare al faro nessuno va al faro. Ramsay cerca sua moglie perché lei è un porto caldo, perché è dove tornare, perché senza il suo sguardo non c’è serenità, perché lei è <em>tu le cui forti braccia hanno arrestato la folle corsa della mia demenza</em>, anche se non lo sa. Ma lo suppone. Ramsay è un uomo di ipotesi, il più grande metafisico della sua generazione, e nessuno lo biasima perché china lo sguardo di fronte a lei, su di lei, sulla bellezza del mondo, interrompe elucubrazioni e pensieri. Anzi lo invidiano. Qualcuno pensa che <em>se non si fosse sposato avrebbe scritto libri migliori</em>. O sono sollevati dal fatto che per lui <em>il senso della vita non stava nell’andare a letto con una donna</em>. Illibata e con otto figli la signora Ramsay non gli dice mai che lo ama. <em>Una donna senza cuore</em>, eppure, <em>lei sola diceva la verità, solo a lei lui poteva dirla</em>. Se solo questa donna avesse detto, invece di tenere aperte le finestre e chiuse le porte e forte della propria bellezza offensiva Domani andiamo al faro. Se solo. Lui l’avrebbe seguita in mezzo alla tempesta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">3. E tutto il resto delle solite chiacchiere</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">In barba al dogma porta-finestra della signora, in barba alla bellezza. Terminata, chiusa <em>la finestra</em>, un solo giorno, molte pagine voltate e nessuna barca in mare, nessuna ancora tirata, ero quasi scoraggiata all’idea di continuare a leggere, appena stranita però mi ero accorta, è stata la signora McNab a dirmelo, che la signora Ramsay era morta. Lutto. Ero dispiaciuta, dispiaciuta, ma<span> </span>volevo capire che fine avessero fatto James e gli altri. Nella seconda parte di Al faro <em>Il tempo passa</em>. C’erano state molte defezioni addirittura <em>dalle crisalidi dischiuse uscivano farfalle che finivano spiaccicate contro i vetri delle finestre </em>e molte parole. Non era successo nulla. Anche se. La casa sull’isola brumosa va in rovina, lo scialle resta intorno alla testa di cinghiale, scoppia una guerra e finisce, Tansley prende un lettorato all’università, Prue muore di parto, Andrew muore di colpo o con un colpo, James e Cam crescono, Carmichael diventa un poeta famoso, il signor Ramsay incespica una notte su un gradino, Bankes continua a camminare e non sposa Lily, Lily non finisce di dipingere il quadro che con molta probabilità sarebbe stato arrotolato e messo in soffitta e non sposa Bankes. Nella seconda parte di <em>Al faro</em>, che è una parentesi, un intrattenimento, un artificio narrativo per catapultare il lettore più e meno giovane a distanza di dieci, non solo non si arriva al faro neanche per sogno ma si smette di discuterne, compresi da questioni più risolvibili o almeno definitive e non legate alle previsioni del tempo. <em>Per impazienza, per disperazione, ma con una certa riluttanza a smettere (perché la bellezza ha le sue lusinghe, e le sue consolazioni), passeggiare lungo la spiaggia diventò impossibile; la contemplazione intollerabile; lo specchio s’era infranto. </em>Non si passeggia figuriamoci imbarcarsi.<em></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">4. A che serve andarci adesso?</span></strong><em></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">E se domani non è bello ci andremo un altro giorno</span></em><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;">. Dopo l’ottimistica parentesi de <em>Il tempo passa</em> e le lacrime che non sono mai riuscita a trattenere nemmeno di fronte alle peggiori pubblicità progettate per allacciare disabili emotivi, arriva <em>Il faro</em>. Almeno c’è il nome che apre un capitolo intero, una sessione. Se io non fossi stata un disabile emotivo non mi sarei fatta fermare gli occhi sulle pagine dalla signora Ramsay, dalla bellezza della signora Ramsay, come tutti quelli che già stavano dentro le pagine impegnati in ben altro che leggere. A fare cose che non si può fingere di saper fare. Dipingere per esempio. Perché è vero che aprile è un mese crudele ma io avevo dieci anni, vivevo sul mare e ad aprile c’era un sole primaverile da campi fioriti. E invece no, io e la signora Ramsay sulla spiaggia a sbiadire fogli volati nell’acqua salata. Nel ricordo per giunta e per beffa, perché la signora Ramsay è morta. Senza scoraggiarmi e appena stolida osservavo il libro di profilo e soppesavo la consistenza delle pagine da leggere. E si va al faro perché è <em>una giornata calma, bellissima</em>. Che ci sarà mai al faro? Forse la signora Ramsay è stata seppellita lì? Forse è morta mentre andava al faro e James si è salvato nuotando tra i marosi. Niente di tutto questo. James ricorda il No del padre e lo malsopporta, anche Cam lo malsopporta ma con maggiore clemenza. Lei d’altronde non voleva davvero andare Al faro. Nessuno in uno scritto intitolato <em>Al Faro</em> voleva davvero andarci. Tranne James, tranne la signora Ramsay per accontentare James. Si parte e la piccola traversata si rivela tuttavia e assai presto un seminario di poesia e di malumori e recriminazioni taciute e delusioni. Non c’è nessuno che si preoccupi seriamente di cosa portare alla gente che abita Al faro e che dovrebbe <em>sperire</em> plausibilmente dietro libri intitolati <em>Alla terraferma</em> o più metaforicamente <em>Al buio</em>. Però James è diventato un provetto timoniere e manovra la barca senza indugio accanto agli scogli appuntiti e in barba alle correnti che sospingono la nave verso un naufragio. Proprio in quelle acque si è da poco inabissata una nave. Durante una tempesta. Al faro, a parte quelli che ci abitano e che aspettano pacchi ben fatti che non ci sono perché una volta che la bellezza se n’è andata la realtà è solo approssimazione, non c’è nulla. Il faro è ben poca cosa, un insensato inerme sperone di roccia e costruzione. Il faro arriva tardi almeno quanto la signora Ramsay è morta presto. Il faro è desolante, non è abbastanza ma almeno non è un fantasma. James è deluso dal faro ma la manovra di attracco che compie è perfetta. Perché il faro c’è. Sospiro. E questa è l’unica avventura, sciolto lo scialle intorno al teschio, tracciata la linea forse della bellezza al centro della tela, essere giunti al faro con infinito ritardo. Le avventure sono tutte nella testa. Falene che girano in stanze buie continuamente esposte al pericolo di essere bruciate dalla luce dell’intelletto. A dieci anni, chiuso Al faro, ero molto contenta che quello che vedevo ogni notte, che il piccolo faro di manovra del porto stesse sulla terraferma. Io Al faro ci vado a piedi, ancora oggi. O sono miope? <em>O ancora una volta era l’inganno della bellezza, la trappola d’oro in cui le percezioni, a mezza strada dalla verità, si impigliano?</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: ">*Tutte le citazioni da <em>Al faro</em> sono tratte dalla traduzione italiana di Nadia Fusini. God Bless you pleas Mrs Ramsay è uscito su Nuovi Argomenti, # 38, 2007</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">**L&#8217;immagine in apertura è un fotogramma del film &#8220;Il Laureato&#8221; di Mike Nichols (USA, 1967)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 27pt;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial;"><em></em></span></p>
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