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	<title>il sessantotto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il dodici nel sessantotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2018 05:00:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Kika Bohr (prima che finisca il cinquantenario del mitico sessantotto, pubblico un altro ricordo, a.s.) Un cambiamento di mentalità e una presa di coscienza politica Durante il sessantotto frequentavo la scuola media inferiore, avevo dodici anni. Un tetrissimo tristissimo edificio milanese ospitava la Melzi d’Eril una scuola media femminile e il Marignoni, una scuola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Kika Bohr</strong><br />
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(prima che finisca il cinquantenario del mitico sessantotto, pubblico un altro ricordo, a.s.)</p>
<p><em>Un cambiamento di mentalità e una presa di coscienza politica</em></p>
<p>Durante il sessantotto frequentavo la scuola media inferiore, avevo dodici anni. Un tetrissimo tristissimo edificio milanese ospitava la Melzi d’Eril una scuola media femminile e il Marignoni, una scuola professionale per segretarie d’azienda.<br />
Sia le ragazze della media che le signorine della scuola adiacente portavano grembiuli neri.<br />
(E questo obbligo dei grembiuli neri con la funzione quasi esplicita di nascondere il nostro corpo in trasformazione, è rimasto fino circa al ‘71 quando noi studentesse al liceo scientifico abbiamo deciso tutte insieme di contravvenire alla regola e ci siamo presentate a scuola tutte quante – con grande meraviglia dei compagni maschi e dei professori – in blue jeans).<br />
Sotto i grembiuli le alunne della media portavano in genere  calze fino al ginocchio, bianche. Due sole compagne ostentavano in classe calze a rete e minigonne, che grande scandalo! Non erano brave a scuola, ma erano molto coraggiose e sono state le uniche a difendermi quando la professoressa di lettere mi aveva preso in giro perché in inverno portavo un cappellino in lana norvegese rosso e bianco e con ponpon che mio padre mi aveva comprato in Germania.<br />
Le due ragazze considerate perdute dalle insegnanti, la Ronzulli e la Berton, una di origini venete e l’altra meridionale mi avevano anche invitato a “ballare” e i balli secondo loro si imparavano così, bastava un po’ muovere il corpo al ritmo del rock.  Non eravamo andate in una discoteca o una sala da ballo ma in un  bar dove si poteva sentire  la musica col <em>jukebox</em>, ognuna metteva una monetina e sceglieva una canzone, ma io non conoscevo nessuno di quei cantanti (a casa mia non si ascoltava la musica leggera, anzi era praticamente vietata)  ora ricordo che il loro preferito era Little Tony e altri nomi dal suono inglese. Sono andata solo una volta con loro in quel bar perché mi annoiava un po’ star lì, ma ora lo ricordo con piacere.<br />
Che sollievo negli anni successivi per quanto riguardava l’abbigliamento! Noi ragazzi e ragazze di sinistra ci si vestiva con i jeans e le magliette, in inverno con l’eskimo comprato alla fiera di Senigallia, scarponi militari che chiamavamo “katanghesi” ma che si potevano trovare, identici, anche alla Standa. Ragazzi di periferia e figli di papà, maschi e femmine  confusi. (Solo più tardi noi donne abbiamo adottato la divisa femminista delle gonne lunghe a fiori e degli zoccoli, circa a metà degli anni settanta, quando il privato è diventato politico e la politica aveva già perso un po’ della sua carica di illusione rivoluzionaria.)</p>
<p>In terza media (era il sessantanove) avevo preso all’uscita di scuola dei volantini, destinati alle studentesse, alle signorine del Marignoni, che invitavano ad una manifestazione in centro. Ci sono andata pur non conoscendo nessuno, per curiosità ma anche perché come molti adolescenti covavo in me una certa rabbia che pensavo di condividere con quei movimenti politici di cui leggevo nei giornali. I giornali li leggevamo a scuola e a casa, a casa spesso giornali francesi che parlavano dei “casseur” e quel termine mi piaceva molto “tout casser”, rompere tutto, le barricate a Parigi, e mio zio diceva “sì ma questi studenti sono tutti figli di papà”. Allora ribattevo che avevano ragione, che tutto andava cambiato (ma cosa? Lì ero più incerta, non sapevo rispondere, sapevo solo che c’era bisogno di cambiamento, di aria nuova). Ricordo di questa prima manifestazione che un giovane gridava nel megafono gracchiante “cordoni compagni” e allora mi sono infilata in quello che mi pareva un cordone. Due robusti giovani muniti di caschi mi hanno preso a braccetto. Poco dopo è arrivato il ragazzo del megafono e mi ha detto “guarda che tu non sei del servizio d’ordine, qui non puoi stare, vai più in là“ allora sono andata in un altro gruppetto e ascoltavo e ogni tanto ripetevo i loro slogan quando li capivo ma soprattutto raccoglievo e collezionavo i volantini, che sono sempre stati la mia passione. Ne ho ancora una decina di scatoloni in studio, erano stati conservati da mia madre, che me li ha restituiti qualche anno fa.<br />
A proposito di volantini, la prof di lettere che ci leggeva entusiasta i poemi omerici (sempre alla scuola media), un giorno entra in classe sventolandone uno e ci mette in guardia da quegli ignorantoni del liceo scientifico vicino, l’Ottavo Liceo, sconsigliandoci di iscriverci a una scuola in cui “si fa politica e non si sa nemmeno scrivere in italiano”. Si fa politica? Ma io ci volevo andare subito! Non scrivono bene in italiano? Beh, avranno avuto fretta, non avranno riletto bene, ma il contenuto era sicuramente più importante,  e le nuove idee più urgenti da divulgare.  Nelle scuole dei grandi, nelle fabbriche e nelle università si svolgeva una nuova Iliade, secondo il mio modo di vedere di allora. Infatti poi mi sono iscritta in quel liceo. E ho fatto molta politica, negli anni ‘70. E politica e cultura ci sembravano la stessa cosa. E avevamo messo uno striscione in palestra, durante un’occupazione della scuola, su cui c’era scritto “Cultura = interpretazione e trasformazione della realtà” E i nostri professori discutevano ore con noi, e li amavamo molto, altri li odiavamo ma con un certo rispetto, quasi cavalleresco. </p>
<p>Ricordo che nei primi anni ‘70 davanti all’Ottavo Liceo c’era sempre la polizia politica. Quando distribuivamo dei volantini loro erano i primi a volerne uno e dovevamo stare attenti a non dimenticare di scrivere in calce la formula di rito: cicl. in propr. (ciclostilato in proprio). Ma la polizia ci conosceva anche per nome e un giorno del ’72, dopo l’omicidio del commissario Calabresi, hanno convocato mio padre e, non avendo la cittadinanza italiana, siamo dovuti uscire dall’Italia fino all’ottenimento di un nuovo permesso di soggiorno. Per fortuna era già quasi il periodo delle vacanze e siamo andati per tre mesi da mio nonno a Ginevra. Lo stesso nonno che, come lo zio, qualche anno prima aveva detto di fronte alle foto delle barricate parigine del ’68 stampate sui giornali che tanto mi entusiasmavano (mi ricordavano la barricata di Victor Hugo nei Miserabili) “guarda quelli, sono tutti figli di papà, dovrebbero studiare e stare zitti!” Come stare zitti? Ma se era possibile cambiare tutto!  La prima cosa che ho fatto là, a Ginevra nel ’72, è stata naturalmente di prendere contatto con studenti “rivoluzionari” del liceo “Collège Calvin”. </p>
<p>Già alla scuola media avevo letto un libro consigliato da un amico dei miei che parlava della rivolta di Kronstadt del 1921. Il libro doveva essere di Ida Mett. Lo stesso amico, Giorgio T. che era anarchico, mi aveva anche consigliato L’uomo a una dimensione di Marcuse, e lo avevo preso in prestito alla Biblioteca del Parco. Naturalmente era troppo difficile e non riuscivo a seguirne i discorsi, ricordo la delusione quando ho dovuto restituirlo senza averlo letto fino in fondo. Ma gli anarchici mi erano molto simpatici. In prima liceo quindi avevo subito tentato di frequentarli, ma la loro disorganizzazione mi scoraggiava, così pure quella molto basata sul carisma dei simpatici compagni di Lotta Continua. Pensavo che una rivoluzione non potesse funzionare così, nel frattempo avevo letto Stato e rivoluzione, il Manifesto del partito comunista,  L’estremismo malattia infantile del comunismo ma anche Miseria della filosofia. L’estrema organizzazione del Movimento Studentesco della Statale  e il suo richiamo esplicito allo stalinismo mi spaventavano almeno altrettanto, e così diventai una simpatizzante di Avanguardia Operaia. Vendevo il settimanale Avanguardia Operaia davanti alla stazione della Bullona, alle manifestazioni, e naturalmente a scuola. Per un po’ avevo frequentato con due compagni di classe l’ ”Associazione Italia Cina” a Porta Venezia e avevo anche sognato di trasferirmi in Albania, paese amico della Cina di Mao. Ma non si poteva andarci col cane e così decisi di restare in Italia.  Scrivevo un giorno sì un giorno no un tadze-bao, scrivevo e ciclostilavo volantini in via Vetere con M. e con V. uno studente più grande che ci faceva da fratello maggiore e aveva vissuto il “vero 68”;  leggevo altri classici del marxismo e l’ABC del comunismo di N. I. Bucharin e E. A. Preobraženskij&#8230; con l’Unione Inquilini (1974), ma già il sogno si stava affievolendo, e mentre alcuni compagni che conoscevo pensarono che bisognava forzare la situazione e passare alla lotta armata, io diventavo sempre più femminista e con il mio ragazzo di allora pensammo di cambiare parzialmente la società facendo una piccola rivoluzione nostra, sperimentando un nuovo modo di vivere più giusto e più bello negli interstizi che la società capitalistica ci lasciava e abbiamo deciso di fare un bambino. Ed è nata a gennaio nel ’76 la nostra prima figlia, durante il primo anno di università. <img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" class="aligncenter size-medium wp-image-76332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-768x546.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-1024x728.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-250x178.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-200x142.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-160x114.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975.jpg 1485w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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