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		<title>La sede naturale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2015 05:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-55798" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-300x225.jpg" alt="l'altro posto di vacanza" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette di risolverlo, anche chi si rimette alla grandi coperture monoteistiche, alle solide volte dottrinarie, quelle campate in aria, lo sa, la sede naturale è sempre duplice, almeno, contempla viaggi e ritorni, città celesti ma anche grotte e cunicoli putrescenti, capanni incendiati, baite di montagna innevate sui fianchi e contro cui sbatte il vento.<span id="more-55507"></span> C’è poi il quieto viavai degli interni, in quelle sedi ordinarie e un po’ grigie, dalla camera da letto al soggiorno, dal soggiorno alla cucina, per non parlare degli stanzini di evacuazione, tutti comunque credono in una propria sede naturale per prosaica che sia, è come se qualcuno lo avesse garantito, chissà chi poi, ma è una nostra strana convinzione, che né madri e padri smentiscono, né l’arcivescovo o il sindaco, il mio posto in ogni caso, quello in cui mi sono trovato fin da piccolo, non era quello che avevo in mente, e se stavo seduto su una sedia, o sdraiato in un letto, o comunque mi trovavo in una stanza, la mia coscienza era subito assorbita da un posto diverso, uno scenario spazialmente, geograficamente, storicamente spostato, non è che io non volessi essere lì dove mi trovavo, ma non era quella la mia sede, era solo una stazione intermedia, un luogo occasionale di sosta, scelto alla buona, perché il mio viaggio, già cominciato in sordina, doveva portarmi altrove, in una stanza diversa, con letti e sedie diverse, e in un paese non così vicino, non così familiare, seppure poi rimaneva il problema, che da bambino preferivo passare sotto silenzio, di quale lingua avrebbero parlato nel paese che davvero mi spettava, anche se me lo diceva mia nonna, “Le lingue, impara le lingue!”, ma poi ci sono le abitudini che avrei dovuto apprendere, perché il vero apprendimento del mondo non è l’alfabeto, ma salire le scale, sono migliaia le piccole silenziose abitudini che dobbiamo acquisire, anche se con l’alfabeto noi crediamo di governare, di dettare legge al nostro corpo, come uno spirito che agisce dentro la macchina, e a suon di parole, a suon di bei discorsi, la rassicura, la convince, la sprona, invece i nostri discorsi sono in perpetua lotta con le nostre abitudini, il nostro camminare è in perpetua frizione con la nostra pretesa di andare, con il nome delle nostre mete, che scriviamo spesso in un taccuino, perché la gambe vanno comunque, vanno sempre, anche quando non abbiamo chiari e persuasivi suggerimenti da dare loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quindi io ho vissuto, fin da piccolo, avendo chiara coscienza dell’assoluta casualità, provvisorietà, della mia sistemazione, e soprattutto, in qualsiasi posto fossi, intimamente anelavo ad essere altrove, forse dovrei dire più precisamente che immaginavo di essere altrove, e che mi preparavo quindi a quell’altrove, ad abitarci, distraendomi così da quanto accadeva lì, tra i miei piedi, nel luogo stesso dove mi trovavo, in certi appartamenti di Milano, con dei mattoncini lego o della automobiline tra le mani. Costruivo così un altrove con pezzi di mondo visti dal treno, o durante i viaggi in macchina fuori città, raddoppiavo le foreste, i campi squadrati e allagati della pianura, disseminavo casette, sentieri sterrati lungo i fiumi, cantieri abbandonati, che costituivano una tipologia architettonica a sé stante, fatta di fondamenta di cemento, impalcature di metallo, qualche gru, i piloni isolati come rovine, da cui spuntavano quali ornamenti poveri gli steli d’acciaio già ossidati… In effetti, particolarmente le cose abbandonate o in costruzione, solo rovine o scheletri, mi sembravano sedi promettenti&#8230; Qualcosa finiva o cominciava, ma nessuna abitudine, nessun viavai tra soggiorno e cucina, nessun perimetro certo dove fare i soliti passi, concludendo il giro seduto sul letto, o davanti allo specchio del bagno, circondato da cose che sembravano inchiodate al pavimento per sempre, inamovibili, eterne come credevo fosse il mio destino di allora. Invece una buca, con sul fondo una gettata di cemento, delle erbacce che spuntano ovunque lungo le pareti di terra, un tubo di gomma snodato in mezzo come un serpentone a cuocere sotto il sole, e una montagnola di barre d’acciaio in un angolo, questi erano spazi per me sontuosi, in cui m’immaginavo correre e saltare, organizzando la mia vita, ma per durate corte, due o tre ore massimo, per poi partire altrove, verso altri sterri, altre strutture provvisorie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come il prigioniero nella sua cella, io vivevo con l’idea di un posto che mi era più giustamente destinato, un posto che esisteva da qualche parte, dove io avrei potuto muovermi più naturalmente, in un accordo maggiore, più pietoso e rispettoso, tra me e gli oggetti, tra me e le persone, mentre mi trovavo catturato dentro una situazione ostile, povera, forzata, dove ognuno era sottoposto a una esagerata costrizione: le guardie che dovevano tenermi lì, sorvegliarmi, impedire mie sortite all’aria aperta, se non in momenti ben regolamentati e rari, i miei compagni di cella, che non erano miei amici naturali, che avevano altre pretese, altre passioni, e non potevano certo condividerle con me, di modo che ognuno si teneva sulla generali, ognuno era costretto a una grande discrezione, come accade in ogni luogo infido.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo che dovrei un po’ rischiararla questa mia naturale propensione non dico alla fuga, o all’evasione, come se considerassi il posto dove risiedo, abito, vivo, lavoro, mi nutro, un indirizzo sbagliato, una sede provvisoria, non vorrei che ne venisse fuori un’idea metafisica, secondo cui “siamo solo di passaggio”, come se avessimo in altri mondi più puliti e calmi, in Svizzere ultraterrene, qualche nuova occasione di risiedere e respirare, no, io so bene che è questo<em> l’unico posto che mai più mi sarà concesso</em>. Non vorrei deludere nessuno, ma ci abbiamo messo tre miliardi di anni a organizzare il caos cellulare, per ottenere un bell’organismo come il nostro, animale che si dà grandi arie, arie di ometto per bene, brillante, <em>sapiens sapiens</em>, e la migliore cosa che sappiamo ancora fare è quella di conservarci individualmente (siamo, nonostante le nostre migliori aspirazioni rivoluzionarie, esseri costruiti sulla conservazione del respiro) e riprodurci collettivamente (anche per questo mai prendere sotto gamba una bella scopata, seppure sterilizzata da dispositivi adeguati).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque, sì, io dovrei scavare un po’ di più, per capirla meglio questa cosa, nessuno in fondo sa bene dove andare, ma almeno la gente, in genere, sa dove stare, si guarda intorno e vede cose familiari, tazzine grazie a cui prendere il caffè ogni mattina, i sorrisi amorevoli dei famigliari, le telefonate allegre degli amici, il letto preparato, qualcosa che sempre, all’ora di pranzo e cena, dovrebbe friggere o bollire, in attesa di riempire il piatto, andare è un gran casino, non si sa mai dove, in quale posto si riuscirà ad arrivare, quale carriera, quale stipendio misero, ma stare tranquilli per un po’, non dico girarsi i pollici, ma anche goderselo il piatto caldo, la dormita nel letto, il buffetto amorevole di papà o mamma, a meno che non arrivino sberloni e cazzotti, magari da qualche madre nevrastenica o padre alcolizzato, ma pensiamo positivo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Starci dentro”, come si usava dire a Milano negli anni Ottanta, non è poi così difficile starci dentro, quale che sia il perimetro, quello in cui ci siamo trovati per caso, sperando non sia un monolocale affollato, con chiazze di umidità alle pareti, pensiamo positivo, pensiamo ad una situazione da classe media occidentale, perché mai uno dovrebbe scalpitare, o andare in apnea nell’immaginazione, mutare gli arredi, i profili delle persone, rivoluzionare il clima, trafficare i colori delle cose, la luce, l’odore dell’aria? Perché voler fuggire, mettiamo, da un microclima sereno di classe media, con tutti quei crucci che si dissipano con pazienza e ostinazione, giorno dopo giorno. A me, però, succedeva quello, forse per via dei romanzi, sempre colpa dei romanzi, questo supplemento d’anima, veramente a buon mercato a volte, come in Salgari, o nei Dickens e Dumas scorciati, inizia tutto da lì, è l’assurdità della lettura romanzesca, forse già nei libri con le illustrazioni, quelle degli antichi Egizi, Davide con la fionda di fronte a un Golia riverso, Saturno con i suoi anelli, i bambini sono esseri impressionabili, vengono devastati da questo sversamento di mondi, anche se è spesso cartapesta, iconografia di seconda mano, io di questo sono sicuro, i disegni grossolani della Bibbia illustrata, le foto dei <em>Segreti dell’astronomia</em>, e la pagine condensate del <em>Conte di Montecristo</em> nell’edizione Salani in due volumi, sono supplementi che l’anima me l’hanno deformata, dilatata troppo, resa poco solida, avevano ragione i precettori ottocenteschi, ginnastica e sport all’aria aperta, mica ripiegamenti casalinghi, acciambellati in qualche angolo dall’atmosfera viziata, con il pericolo della scoliosi, a saturarsi la mente di sagome colorate alla buona, e agitate con furia, di nomi come Dantès e Faria, di carovane nel deserto e di brigantini sui mari asiatici.</p>
<p>⊗</p>
<p>[da <em>Materiali per un libro su Parigi </em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
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