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	<title>immigrazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Al merceto di Cermenate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[condizione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi  il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong> </strong>il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non fa ancora freddo né lo farà ma lo dovrebbe fare e allora i poveri si apprestano ad attenderlo anche se non arriverà più. i poveri non comprano quello che non hanno, comprano quello che possono. comprano con gli occhi tumefatti da quelle mercenzie che esondano in bel vedere dalle loro capienze. vorrebbero comprare 6 banane, ma ne comprano due, una per il marito che forse sta lavorando e l&#8217;altra per il figlio maschio che prima o poi speriamo molto prima andrà a lavorare. i poveri vedono tutto, hanno famelico sguardo, ma ritrosia nell&#8217;acquistare. gli occhi marciano avanti, le mani stazionano bloccate in retroguardia, frenano quegli occhi spavaldi e gonfi dal desiderio rappreso d&#8217;acquistare a volontà. è triste il volere senz&#8217;alcuna possibilità d&#8217;acquistare. il volere senza possibilità d&#8217;acquisto è l&#8217;unico potere che manca tanto ai diseredati.</p>
<p>i poveri aspettano il mercoledì per uscire dalle galere. i poveri che sciamano al merceto il mercoledì non si vedono il lunedì o il martedì o giovedì venerdì sabato e domenica. non si vedono mai negli altri giorni perché i poveri non sono maschi. i maschi hanno licenza di vedersi. i poveri del merceto cermenatesco sono donne. l&#8217;unico maschio che si vede con affanno gironzolare tra le bancarelle del merceto è povero anche lui, ma  non è della medesima povertà. è un vecchietto che fruga nella sua testa cercando di capire se in quel merceto sia ormai vietato agli italioti poveri e anziani come lui qualcosa comprare. non è vietato, no, ma è come se lo fosse perché non ci sono altri italioti vicino a lui. gli italioti mercantano altrove dove la puzza della fame si vede di meno. la puzza della fame si sa è più indigesta del lardo fritto nella sugna, ma se per miracolo non si vede diviene più digeribile del brodo di zucchine tenerine.</p>
<p>dice il vecchietto italiota qui ci sono solo donne di marrakesh che non sa bene dove si trova sa soltanto che sono donne arabe di qualche paese forse l&#8217;egitto il marocco la tunisia no l&#8217;eritrea che conosce meglio per vicende italiote d&#8217;altri tempi. sa soltanto che ci sono solo donne scappate su licenza maritale dalla prigione familiare che si accalcano presso le bancarelle. sono scappate su licenza per un&#8217;ora dice. un&#8217;ora d&#8217;aria alla settimana neanche al 41 bis trattano così i reclusi. loro sono recluse peggio che nel 41 bis. lo dice e lo dice forte con la raucedine che scoppia nella gola. sciamano per un&#8217;ora, tonde e grasse mostrando solo l&#8217;ovale del viso perché il resto è femmina e non si deve vedere. è peccato. è peccato mostrare i capelli. è peccato uscire per più di un&#8217;ora alla settimana per fare la spesa grossa. è peccato non sfasciarsi il corpo che pesa sulle gambe più di tutta quella mercenzia stipata sui furgoni dalle ruote sgonfie. il vecchio povero e italiota dice che quelle donne sono arabe, brutte e grasse. vestite con quei copertoni a deprimere ogni forma, capaci di ammosciare ogni anelito di desiderio nel maschio che non sia il marito. invece il marito è contento che la moglie sia così sfasciata e grassa e brutta e povera e carcerata. è l&#8217;unica assicurazione contro la malvagità del male che la porta a desiderare, che è capace di rendere meretrice anche la più fedele a muhammad. la gelosia atavica e ancestrale dice le rende così recluse e non c&#8217;è nessuna legge in grado di liberarle. ci vorrebbe qualcuno povero dice con una cesoia che si mette a tagliare quelle orrende vesti. e allora pensa che quel qualcuno potrebbe essere proprio lui. lo  pensa e diventa meno triste. non ce l&#8217;ha più con le arabe che rovinano la piazza dell&#8217;una volta suo merceto cermenatesco. adesso sa cosa fare. compra con i pochi spiccioli che trova nel taschino dei pantaloni di velluto liso un paio di lunghe forbici di metallo. compra e comincia a tagliare le vesti delle recluse che urlano, urlano, si dimenano ma non tentano di bloccarlo. ha trovato le energie per tagliare tutte le vesti che trova. gliele taglia e gliele strappa da dosso, poi si mette a tagliare quelle delle bancarelle che vendono quelle orribili vesti. gli arabi che vendono se la ridono. le arabe che comprano imprecano contro il tagliatore e inseguono la tagliatrice. la tagliatrice è una ragazza appena svelata apparsa all&#8217;affrontata all&#8217;improvviso accanto all&#8217;italiota. la tagliatrice agita con forza le forbici. io non vi taglio le vesti urla. vi sforbicio l&#8217;anima. sentitela la vostra anima tagliata dalle mie forbici. ssciack. ssciack. il vecchio maschio italiota vi  taglia le vesti. io vi taglio l&#8217;anima.</p>
<p>le arabe dall&#8217;anima sforbiciata del merceto cermenatesco sono adesso tutte svestite e smutandate. senza indumenti si sentono strappate da ogni verità,  nude in un mondo sconosciuto. rimangono vestite solo di velo a coprire i capelli. i capelli loro sì che si salvano dalla vergogna. il resto affonda nella melma liberatoria della civiltà italiota mentre la tagliatrice, araba anche lei, viene rinchiusa per mezzo di un tso in un ospedale da cui dopotutto potrà respirare più dell&#8217;ora d&#8217;aria consentita alle sue sorelle. il tagliatore dall&#8217;animo acquietato non si sente più solo, rinchiuso nell&#8217;ospedale psichiatrico accanto alla giovane sorella apparsa all&#8217;improvviso all&#8217;affrontata dopo tre giorni, tre secoli, tre mille anni in cui tutti la davano per morta per sempre.</p>
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		<title>Torturarli a casa loro? Io sto con Samed</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/02/24/torturarli-casa-sto-samed/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 06:29:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p>Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano con il solidale sostegno dell’Unione Europea per risolvere il problema del flusso di migranti dalla Libia all’Italia mi procurano un voltastomaco ben superiore rispetto a tutti i disagi della canicola epocale.<span id="more-69326"></span></p>
<p>Il problema dell’identità nazionale è che anche se tu vuoi essere un cittadino del mondo, libero da vincoli e pregiudizi, ampiamente propenso a ideali come l’internazionalismo dei poveri cristi, che una volta si chiamava « proletario », anche se tu sei insomma al di sopra delle bassezze del tuo paese, della sua classe politica, o più precisamente del suo governo, che comunque di riffa o di raffa è a sua volta una qualche espressione più o meno limpida di una maggioranza elettorale italiana, in un paese dove le elezioni – quando ci sono – sono libere, ossia senza alibi totalitari, ebbene nonostante le velleità cosmopolite e transnazionali quando il tuo paese d’origine e di cittadinanza, quello che ti ha stampigliato il passaporto per intenderci, si comporta in modo vergognoso e vile, non è che tu riesci a fluttuare indenne sopra quella vergogna e quella viltà. Vorresti incazzarti equanimemente per tutte le nefandezze che paesi, governi, con più o meno grande sostegno delle loro popolazioni, commettono in giro per il pianeta, ma alla fine nessun paese ti farà incazzare come <em>il tuo</em>, nessuna nefandezza ti imbratterà lo spirito, da cima a fondo, come quelle commesse, in nome tuo – anche se avessi bruciato in un rito perfettamente anarchico la cartellina elettorale – dal paese che ti fornisce la cittadinanza.</p>
<p>Quello che ho deciso di scrivere qui, in ogni caso, non vuole essere la semplice espressione di un’indignazione rivolta a persone che potrebbero essere in sintonia con essa, ma un tentativo di raccogliere alcuni elementi che la provocano per memorizzarli, per fissarli con sufficiente chiarezza al di fuori della nera notte dell’indignazione ritualizzata.</p>
<p>Il punto d’avvio della riflessione potrebbe essere <strong>lo sforzo del governo italiano per ridurre l’afflusso di migranti sulle coste siciliane</strong>, mettendo in riga, da un lato, il lavoro delle ONG che operano per soccorrere le imbarcazioni provenienti soprattutto dalla Libia, e contribuendo, dall’altro, a rafforzare i dispositivi di controllo libici sulle proprie coste.</p>
<p>Diverse sono state le letture critiche di questa azione governativa. Penso agli interventi di Alessandro Dal Lago e Luigi Manconi su “il manifesto”, alla <a href="http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/codice-di-condotta-la-lettera-di-msf-al-ministro-dellinterno">lettera di Medici senza Frontiere</a> al ministro Minniti, all’<a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/08/05/news/saviano_io_sto_con_medici_senza_frontiere_e_quell_errore_di_introdurre_il_reato_umanitario_-172391749/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S3.4-T1">editoriale apparso ieri su “Repubblica”</a> di Roberto Saviano, che si schiera con Medici senza Frontiere e chiarisce ulteriormente le ragioni che hanno spinto questa (e altre Ong) a non sottoscrivere il codice di comportamento che l’Italia vorrebbe imporre alle Organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo.</p>
<p>Prima di occuparsi della disputa tra certe Ong e lo Stato italiano, bisognerebbe innanzitutto allargare un po’ lo scenario. L’Italia, all’interno di quella strana compagine politico-amministrativa che si chiama Europa, soffre di una posizione particolarmente sfavorita: ossia per la sua posizione geografica, così come accade alla Grecia, si trova a gestire frontalmente il grande flusso dei migranti proveniente dal continente africano e da alcune zone di quello asiatico, flusso di cui la Libia è il paese collettore principale; un paese senza struttura statale, in mano non solo a grandi fazioni politiche, ma a bande armate che agiscono senza controllo sul territorio. (Questa situazione di caos politico è poi la diretta conseguenza della guerra alla Libia di Gheddafi, inaugurata dalla Francia e poi sostenuta da un&#8217;ampia coalizione, che una volta detronizzato il dittatore non è stata in grado di favorire un processo di ricostituzione politica e sociale del paese.)</p>
<p>In questa situazione l’Italia ha grandemente ragione di chiedere che il peso della cosiddetta “accoglienza” non ricada esclusivamente su di lei, come previsto da un accordo europeo quale la Convenzione di Dublino. Ed è vergognoso che tutta la retorica della solidarietà tra Stati membri costantemente rispolverata dai burocrati della Commissione e del Parlamento Europei non sia minimamente visibile non solo nella volontà di modificare questo trattato, ma in quella d’imporre effettivamente una più equa e intelligente distribuzione dei migranti arrivati in Italia. Di fronte a questa difficoltà, la scelta dell’attuale governo italiano è stata quella di rinunciare a fare pressione sui più forti, l’Europa e gli Stati membri in essa più influenti politicamente, come la Francia e la Germania, per scaricare tutta la sua legittima frustrazione sui più deboli, ossia le ONG, additate come complici dei trafficanti di uomini. In questo modo, non solo (in maniera vile) si colpiva un soggetto più debole sul piano istituzionale, ma anche si <em>spostava il problema</em>.</p>
<p>Invece di preoccuparsi della mancata accoglienza dei migranti in arrivo sul continente, e di quella quota in essi di rifugiati, ossia di persone a cui formalmente le istituzioni europee e nazionali di molti Stati dovrebbero garantire secondo i loro principi giuridici e politici non solo una forma immediata di ospitalità, ma anche di protezione e sostegno attivo, ebbene invece di dibattere di questa debolezza politica dell’Europea e della contraddizione che essa fa nascere nei confronti dei suoi principi fondatori, l’attenzione pubblica può finalmente considerare coloro che salvano i migranti dalla morte in mare come una fonte importante del problema. Questa operazione propagandistica, talmente grossolana per la sua spiccata tendenziosità, dovrebbe ragionevolmente essere destinata a un immediato fallimento. La maggior parte dei media, invece, accodandosi a una campagna di tipo “diffamatorio” già in opera da alcuni mesi, è riuscita in qualche modo a rendere plausibile un tale camuffamento del problema.</p>
<p>Si può certo cominciare ad inoltrarsi verso astratte ipotesi di “favoreggiamento dell’emigrazione clandestina” o di occulte connessioni tra ONG e scafisti, ma rimane un fatto incontrovertibile: i migranti che cercano di raggiungere l’Europa per via mare sono costantemente esposti a un pericolo mortale e delle<a href="http://www.iom.int/news/mediterranean-migrant-arrivals-reach-115109-2017-2397-deaths"> cifre spesso ricordate dalla stampa o dalle stesse istituzioni internazionali</a> ci ricordano quante persone innocenti, uomini, donne e bambini sono già morte annegate nel Mediterraneo. Il problema, quindi, numero 1, il più urgente e fondamentale, che nessuna propaganda italiana, appoggiata dall’Europa, potrà far scomparire è quello delle migliaia di persone costantemente in pericolo di vita alle frontiere dell’Europa. <strong>Tutti sanno, in fondo, che la realtà non solo politico-amministrativa, ma anche culturale dell’Europa, non può davvero sopravvivere a un tale diniego esplicito e definitivo di umanità, quale sarebbe la trasformazione di queste morti alle proprie frontiere in un <em>non problema</em>.</strong> Tutti i valori che stanno alle basi dei suoi ordinamenti nazionali e transnazionali diventerebbero carta straccia. Non si avrebbe più alcun modo per distinguere il significato di termini quali “democrazia” e “diritto” da altri termini quali “fascismo” e “razzismo”, per esempio. I fascisti e i razzisti sono, infatti, coloro che assegnano a un gruppo irragionevolmente ristretto i requisiti dell’essere umano. Tutto ciò che sta al di fuori del loro riduttivo e limitato <em>noi</em> non è semplicemente degno di quella empatia elementare, che costituisce la condizione stessa per ogni reciprocità di tipo etico. La morte, in condizione disumane, di <em>uomini come noi</em> è un problema solo per chi riconosce questa reciprocità di base. Qui nessuno può discettare sulle “condizioni disumane” che determinano e caratterizzano queste morti, si può al massimo, come i razzisti fanno – che siano italiani oppure no –, discettare sul fatto che dei nigeriani, degli eritrei, dei ghaniani siano davvero altrettanto uomini quanto noi europei di carnagione pallida.</p>
<p>(In altri termini, i Salvini e tutti i suoi seguaci, si limitano a dire: “ma se questi non italiani muoiono al largo delle nostre coste, <em>non è un problema nostro</em>”. Le ONG come Medici senza Frontiere formulano un pensiero esattamente opposto. Cito dalla loro lettera al ministro Minniti: “Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi (…)”. Le ONG come MSF, sovvenzionate anche da privati cittadini come il sottoscritto, risponde infatti: <em> il problema di salvare degli esseri umani è nostro, anche se sono gli Stati nazionali che se ne dovrebbero occupare</em>. Se non c’è un bagnino patentato per trarre fuori dall’acqua un povero cristo che sta affogando, lo farò io che sono quello più prossimo alla possibile vittima.)</p>
<p>Il problema, quindi, non può davvero essere negato, neppure da un governo vile e subordinato come il nostro, e neppure da una fredda e opportunista macchina istituzionale come quella europea. Si può al massimo camuffarlo, spostarlo, trovare dei falsi e facili nemici (le ONG) oppure degli inaspettati (e meno facili) alleati, ossia i signori libici della guerra. <strong> Su questo secondo fronte, delle alleanze, il governo italiano è riuscito ad essere non solo velleitario, come già l’Unione Europea e la Francia, ma anche grottesco. </strong> Dopo aver, infatti, assicurato che accordi erano stati presi per una fruttuosa collaborazione italo-libica, uno dei presunti alleati ha fatto sapere che avrebbe volentieri cannoneggiato navi italiane in acque libiche. Secondo la stampa, gli italiani avrebbero trovato una controparte collaborativa in una sola delle fazioni che detengono il potere in Libia, quella capeggiata dal “presidente” Fayez el-Sarraj, suscitando la reazione ostile di un’altra delle fazioni, quella del “maresciallo” Haftar. Sembrerebbe, infatti, che la Libia presenti attualmente poche caratteristiche che la possano candidare a un paese in grado di ricevere soldi dall’Europa e appoggi militari dall’Italia, affinché gli uni e gli altri siano messi a frutto efficacemente per limitare il traffico di migranti verso l’Europa, e tutto questo nel rispetto dei diritti umani. Il problema un po’ preso sottogamba in questa circostanza è il fatto che la Libia non è ancora attualmente uscita da una situazione di guerra civile, ma anche questa formula è forse riduttiva se applicata al caos politico e sociale presente nel paese. Un esperto dei servizi segreti francesi, <a href="http://www.atlantico.fr/decryptage/general-haftar-notre-allie-libyen-qui-menace-bombarder-bateaux-italiens-qui-viendraient-gerer-crise-migrants-alain-rodier-3128658.html">Alain Rodier, ne parla in una recente intervista</a>: “Il maresciallo Haftar ha tutte le carte militari in mano dal momento che il potere è disperso tra le milizie di Tripoli, di Misurata a nord-est del paese, i Tuareg e i Toubou al sud, gli Amazigh alla frontiera tunisina e tutti i gruppi che dipendono sia da Al-Qaida nel Maghreb Islamico sia da Daech. E questo senza contare che questo elenco è semplicistico perché la Libia unificata non esiste più e ogni porzione di terreno è controllato dal signore locale della guerra che si allea con l’uno o l’altro secondo l’evolversi della situazione.”</p>
<p>Anche su questo punto la propaganda del governo italiano risulta grossolana. Ciò che l’Europa ricca, pacifica, solida nelle istituzioni e prodiga di buoni propositi non riesce a fare, per gestire il flusso di migranti in arrivo, lo saprà fare per gestire il flusso in partenza, uno Stato-collassato in mano a fazioni in lotta tra loro, che governano grazie al semplice potere delle armi? Ci prendono davvero per imbecilli o per analfabeti di ritorno che non hanno mai letto un giornale dai tempi degli allori di Gheddafi.</p>
<p>Ma l’aspetto più grave è ancora un altro, che è rimasto in ombra anche in alcune reazioni critiche nei confronti del governo. Lo ricorda la già citata lettera di Medici senza Frontiere: “La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare.” Qui la litote utilizzata sconfina nell’espressione quasi eufemistica. La Libia per un gran numero di migranti, un numero che resta difficile da determinare, è un luogo dell’orrore, un luogo che rievoca le più terribili e buie memorie europee, quelle dei lager e della tortura diffusa. Da questo punto di vista, non solo il governo italiano, ma anche la stampa generalista sembra soffrire di subitanee amnesie. Ma chi può pensare in buona fede che potremo <em>aiutare</em> i migranti “a casa loro”, ossia in Libia? Potremmo al massimo contribuire al fatto che essi <em>vengano vieppiù torturati</em> in Libia, che non è quasi mai casa loro, e da torturatori che non per forza sono esclusivamente di nazionalità libica, perché le bande criminali sembrano spesso associare carnefici di nazionalità diversa. <strong> A partire da almeno il 2015, Amnesty International aveva denunciato violenze sui migranti e rifugiati da parte di trasportatori, trafficanti e gruppi armati, ma anche da parte della guardia costiera e dei centri di detenzione libici. </strong> (Possiamo semplicemente rinunciare all&#8217;idea che in Libia esista una separazione chiara tra criminalità, gruppi paramilitari, polizia e esercito “ufficiale”.) Ma negli anni successivi, fino alle notizie circolate nei mesi di maggio e giugno di quest’anno anche sulla stampa italiana, è a poco a poco emersa <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/05/29/news/torture-stupri-pestaggi-ed-elettroshock-vita-inferno-mezra-lager-migranti-1.301173">la realtà spaventosa dei “mezra”</a>, ossia “magazzini” in cui i migranti provenienti da altri paesi dell’Africa vengono tenuti sotto sequestro per mesi e torturati per estorcere grosse somme di denaro alle famiglie rimaste nei paesi d’origine, a cui vengono inviate immagini di queste sevizie. Si è, infatti, passati ormai dallo stadio dell’inchiesta giornalistica <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/20/immigrazione-il-racconto-delle-torture-di-rambo-libia-cavi-elettrici-tubi-di-gomma-e-stupri-per-avere-il-riscatto/3674064/">a quello dell’inchiesta penale</a>, con tanto di presunti colpevoli, testimoni diretti e processi in corso.</p>
<p>Di queste faccende ne ho sentito parlare per la prima volta su una radio francese, dalle due autrici di un documentario del 2015 che s’intitola <a href="https://voyageenbarbarie.wordpress.com/"><em>Voyage en barbarie</em></a> e che ha cominciato a studiare il fenomeno di queste estorsioni attraverso sequestri e torture nella zona del nord-est del Sinai. In questo caso, le vittime sono soprattutto eritrei che fuggono la dittatura. Le informazioni fornite sul sito dedicato al documentario evocano le cifre di un gigantesco traffico di esseri umani. “Ad oggi, 50.000 persone sarebbero passare per il Sinai e 12.000 sarebbero morte sotto tortura. Nessun carnefice è stato arrestato. L’Egitto e Israele hanno lasciato prosperare questo traffico in totale impunità. I campi di tortura cominciano a proliferare nel Maghreb e in tutto il Corno d’Africa. Esistono già un centinaio di ‘case’ censite in Libia e altrettante nel Sudan e nello Yemen”.</p>
<p>Anche in questo caso, possiamo seguire i proclami del governo (“Partenze già crollate dell’80%”), oppure guardare i fatti ormai emersi e incontrovertibili: in Libia i migranti, quale che sia la loro condizione e provenienza, rischiano di essere torturati, stuprati, uccisi, che siano minori, adulti, uomini o donne.</p>
<p>Non è un bel mondo, lo è sempre di meno. Abbiamo governi e istituzioni transnazionali che sono come vecchi stregoni, pronti ad agitarsi, a gridare, per esorcizzare i problemi che affliggono la tribù. Nessuno può davvero crederci. È certo che tutto ciò &#8211; fare le pulci alle Ong, proclamare cooperazioni italo-libiche &#8211; ci permette di non vedere tutto questo orrore: gli annegati e coloro che rischiano l’annegamento, gli ammazzati sotto tortura, i sopravvissuti alla tortura, quelli che rischiano la tortura. I fascisti e i razzisti dicono che non è un “loro” problema. Se c’è una battaglia di civiltà, questa passa da qui. Se c’è oggi una battaglia antifascista e antirazzista passa da qui. Stare con Medici senza frontiere vuol dire stare per la salvezza di vite umane prima di tutto, quale sia la legge, l’umore dell’elettorato o del vicino di casa. E ci sono anche a livello quotidiano una quantità di cose che si possono fare e che vengono fatte. I fascisti e i razzisti gridano molto, e i media ne vanno pazzi e danno appena possono loro il microfono. Ma c’è un quantità di persone che lavorano più spesso silenziosamente per disfare la tela soffocante che queste persone vorrebbero creare intorno a noi, e dentro cui noi stessi finiremmo strangolati.</p>
<p>Mia moglie ed io quest’anno siamo diventati, in Francia, padrini di Samed, un ragazzo di diciassette anni proveniente dal Ghana. Samed tra i 15 e i 16 anni ha lasciato il suo paese, ha attraversato il Burkina Faso e il Niger per arrivare in Libia. Ha lavorato come aiuto meccanico in Libia cinque mesi. Non voleva venire in Europa, voleva andare a lavorare in Libia. Non era evidentemente cosciente della situazione in cui si trovava il paese. Non so che cosa abbia vissuto durante quei mesi. Di certo, si è deciso a partire, a tentare la fuga dalla Libia verso l’Europa. Me ne ha parlato come di un Far West. Comanda chi ha le armi. E le armi le hanno in mano quasi tutti.</p>
<p>Oggi Samed, in quanto minore non accompagnato, ha potuto godere di un sostegno e di una sistemazione da parte dello Sato francese. Non è un programma “privilegiato” per immigrati, è il programma che lo Stato francese destina a tutti i minori “orfani” o privi di sostegno familiare che si trovano sul suo territorio. Oltre a ciò, lui e noi possiamo godere di questa forma di ospitalità ulteriore e non istituzionale, che è l&#8217;affido a una famiglia d&#8217;accoglienza. Il <em>parrainage</em> si traduce in un rapporto concreto, affettivo, familiare. E Samed è diventato concretamente parte della nostra famiglia. Questo è solo un piccolo esempio di un’accoglienza cittadina, non istituzionale e nemmeno “umanitaria”, che può avere tanti volti e può esprimersi in tante e diverse occasioni. Io sto quindi con Samed, e sto con uno Stato non razzista, ossia che non distingue l’applicazione di diritti fondamentali secondo criteri di cittadinanza, e sto con le ONG che considerano che il problema di salvare delle vite umane è un <em>loro problema</em>, anche se è lo Stato che dovrebbe occuparsene.</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;immagine è tratta da un fotogramma del documentario <em>Voyage en Barbarie.</em></p>
<p>(7 8 2017)</p>
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		<title>L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2018 13:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.</p>
<p>Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, <em>giustificato</em> dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. <span id="more-72579"></span>(Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese. (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)</p>
<p>Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.</p>
<p>Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è <em>per lo più</em> quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.</p>
<p>La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia <em>competitiva</em>. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia <em>per il lavoro</em> nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.</p>
<p>Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.</p>
<p>Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. <em>Winner </em>e <em>looser</em>: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.</p>
<p>Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.</p>
<p>Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.</p>
<p>Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente <em>uno </em>dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della <em>flessibilità</em> sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.</p>
<p>Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì <em>prima</em> che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.</p>
<p>Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le <em>nostre</em> di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l&#8217;accusa reazionaria di &#8220;buonismo&#8221; ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.</p>
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		<title>“Uè Africa”. Diario di un marocchino” di Youssef al-Hirnou</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Apr 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mariangela Laviano</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg" alt="copertina_youssef" width="437" height="624" class="alignleft size-full wp-image-67659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a>Nel leggere il titolo di questo libro, “Uè Africa”. Diario di un marocchino” di Youssef al-Hirnou, edito da Book Sprint, mi è venuta in mente un’altra espressione, “Uè Napuli”, utilizzata negli anni ‘50 e ‘60 dai piemontesi per indicare tutti i meridionali che emigravano nel Nord Italia, con le loro valigie di cartone chiuse con lo spago. Allora il richiamo del boom economico rappresentato a Torino dalla FIAT (oggi FCA) costituiva il “sogno” di tutti gli uomini e le donne del Meridione che desideravano assicurare ai propri figli prospettive di benessere che il Sud ancora legato a una economia rurale non era in grado di dare loro. Per costoro l’accoglienza non fu esaltante e, ancora oggi, si sentono gli echi di quei cartelli razzisti, rimasti indelebili nella memoria collettiva, del tipo “non si affitta ai meridionali” etc…<br />
Oggi quei “meridionali” sono gli immigrati stranieri, gente che “puzza”, è “diversa”  e  “che ruba il lavoro”. Questo è quello che emerge dal racconto autobiografico del marocchino al-Hirnou, una storia simile a quella di tanti italiani del Sud Italia in passato e di tanti immigrati stranieri di oggi, narrata attraverso le lenti di un’altra cultura, un’altra lingua un altro sistema di riferimenti. Nel raccontare la sua storia, dall’infanzia all’età adulta, senza tralasciare alcun minimo dettaglio all’improvvisazione, l’autore ci fa vivere i conflitti interiori, le sensazioni, piacevoli e non, scaturiti dalla lotta che lui stesso combatte, tra essere sé stesso o essere come gli altri vogliono che egli sia.<br />
Tra l’“assimilarsi” a una cultura e a una mentalità che non gli appartengono del tutto e a cercare di “integrarsi” valorizzando la sua diversità, l’autore affronta diverse tematiche che vanno dal razzismo alla violenza domestica, dal bullismo alle problematiche legate al tema dell’immigrazione.<br />
Di grande carica emotiva è il racconto del suo rapporto col padre e la madre, che se pur distanti dal loro paese d’origine, mantengono inalterata la divisione dei ruoli e tutto ciò che ne consegue, come se vivessero ancora in Marocco.  Tra le pagine si percepisce la sofferenza di Youssef che non riesce a essere sé stesso, a causa di un modo di vivere duplice, una vita “fuori” dove le sue origini vengono camuffate o addirittura cancellate e una vita “dentro”, cioè all’interno del suo spazio familiare in cui la Tradizione non può incontrare la Modernità.<br />
Significativo è questo passaggio: “Per anni e fino a poco tempo fa ho avuto una visione della vita totalmente distorta, una verità tramandata nell’ignoranza e nella disinformazione, nella paura e nella sofferenza celata. Fin da bambino tutto ciò che mi circonda cerca di raccontarmi una storia a cui dovrei credere senza pormi domande, per vent’anni sono stato accecato da una paura tradizionalista, ho messo a tacere le domande della ragione, ma le grida del buonsenso prima o poi riprendono il sopravvento e toccherà a te trovare le risposte che non hanno mai voluto darti”.<br />
Operaio FIAT fin dalle scuole superiori, Youssef ha un grande sogno, quello di diventare scrittore e, se lo diventerà, lo dovrà sicuramente alla sua caparbietà ma anche a quell’Italia, spesso razzista, ma da cui ha tratto una grande lezione: “Ho imparato a 24 anni che la tradizione non si può cambiare, le mentalità non si possono rivoluzionare, ma ciò che assolutamente non si deve commettere è l’errore di arrendere il proprio animo ad esse.” </p>
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		<title>Un mare di muri</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/11/17/un-mare-muri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2016 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati Vi sono luoghi e momenti difficili da dimenticare anche sotto un assedio mediatico e una proliferazione visuale senza precedenti. Ho sempre immaginato, io ragazzino, l’otto agosto del 1991 come una scena dei Visitors, quelli del 1983 però. Famiglia bianca davanti alla televisione, edizione straordinaria del notiziario, il padre che alla vista degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Comberiati</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-65378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf.jpg" alt="intercultura Cazzato.tracc" width="500" height="781" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono luoghi e momenti difficili da dimenticare anche sotto un assedio mediatico e una proliferazione visuale senza precedenti. Ho sempre immaginato, io ragazzino, l’otto agosto del 1991 come una scena dei <em>Visitors</em>, quelli del 1983 però. Famiglia bianca davanti alla televisione, edizione straordinaria del notiziario, il padre che alla vista degli alieni dal divano esclama: “Sono esattamente come noi, hanno due gambe, due braccia, due mani!”. Mai previsione si rivelerà più errata. In Italia invece si assisteva, per la prima volta in diretta, all’arrivo della nave Vlora al porto di Bari. L’Adriatico, allargatosi solo in apparenza, immediatamente si restringeva e diventava prima canale, poi prigione (con i corpi degli albanesi ammassati nello stadio di Bari, quasi a rendere ancora più ridicoli gli sprechi del Mondiale di calcio da poco concluso), infine frontiera respingente.</p>
<p style="text-align: justify;">Doveva essere ancora più piccolo, l’Adriatico, il 28 marzo del 1997. E infatti era già quasi finito, giù per il Canale di Otranto, mentre la motovedetta albanese Katër I Radës veniva speronata e affondata da una nave della Marina Militare Italiana. 1991-1997, si era chiuso un cerchio. L’acqua del mare improvvisamente si faceva solida, fino a divenire un muro altissimo e gommoso, capace di adattarsi a qualsiasi tipo di corpo e provocargli un movimento contrario pari almeno alla stessa forza d’urto. Se qualcuno dovesse cercare un inizio e una fine (illusoria) delle centinaia di tragedie dei migranti, queste due date potrebbero essere usate come un’efficacissima sineddoche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripenso a queste due immagini, secondo me cruciali per comprendere le politiche italiane sull’immigrazione a partire dall’inizio degli anni Novanta e la creazione di un preciso immaginario “migrante”, mentre guardo una fotografia di Agnese Purgatorio, <em>Fronte dell’Est</em>, in cui rielabora una foto ormai classica dell’arrivo degli albanesi al porto di Bari nel 1991. Fra i visi che guardano alla sinistra del quadro, quattro volti femminili colpiscono lo spettatore, volgendosi verso gli occhi di chi guarda e riflettendo un’immagine straniante: Anna Magnani, le artiste Marina Abramović e Carla Accardi, la stessa autrice bambina. Che cosa è diventata, <em>Fronte dell’est</em>? Una documentazione storica, una commistione di ricordi e identità, una pagina sbiadita del nostro archivio personale? Del 28 marzo 1997 invece mi rimane in testa una musica, tratta dall’opera da camera di Admir Shkurtaj sul libretto d’opera di Alessandro Leogrande: <em>Katër I Radës. Il naufragio</em>. Una musica che riporta ai reduci più che ai martiri, a chi è sopravvissuto e con quella memoria deve conviverci rispetto a chi non ce l’ha fatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe, fotografia e musica, sono analizzate da Cristina Lombardi-Diop e Giampaolo Chiriacò in un libro recente: <em>S/Murare il Mediterraneo – Un/Walling the Mediterranean. Pensieri critici e attivismo al tempo delle migrazioni</em>, curato da Luigi Cazzato e Filippo Silvestri ed edito dalla leccese Pensa Multimedia. Un libro molto diverso dalle numerose produzioni accademiche sull’argomento, innanzitutto perché nato da un’ottica militante decisa ed esplicitata, nonché dal lavoro a monte, fra gli altri, di Paola Zaccaria. Ne è prova il manifesto-zattera iniziale, che autodefinisce gli autori presenti nel volume come “gruppo” e rimanda al sito e all’account facebook, dove è possibile seguire le varie iniziative, dal crowdfunding per il nuovo film di Gabriele Del Grande fino alle manifestazioni, passando per le riflessioni su Fortress Europe e l’organizzazione di seminari e giornate di studio. Il libro ne costituisce un elemento decisivo, ovviamente, ma è solo una tappa di un percorso ben più lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">E giustamente manifesta, il volume, le diversità di approcci e vedute, a partire da un orizzonte teorico che spazia da Mignolo a Derrida, da Bhabha a Anzaldùa, dal postcoloniale agli studi di genere passando per il pensiero “meridiano” di Cassano e Mezzadra. Difficile riassumere in poche righe tutti gli spunti, alcuni peraltro acutissimi, che il libro fa nascere. Due sono le riflessioni più originali, al di là della parte dedicata all’uso del lessico e del linguaggio in ambito migratorio, su cui molto ci sarebbe ancora da scrivere. La prima è, naturalmente, un’inversione del punto di vista. Attraverso le parole di Raffaele Nigro, Vanna Zaccaro ribalta l’immagine classica dell’Italia come “nuova Merica” per gli albanesi negli anni Novanta. Già si intravedevano, in realtà, le crepe nelle ville sul mare della “terra promessa”, tanto che lo stesso Nigro, con il suo “occidentalismo imperfetto”, ne metteva in luce le contraddizioni. E colpiscono oggi le parole del Primo Ministro albanese Edi Rama sugli italiani come “albanesi vestiti di Armani”, in un intreccio identitario ulteriormente complicatosi con l’assottigliamento della frontiera adriatica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro articolo, a firma di Claudia Attimonelli, colpisce un cuore caldo della narrazione e della rappresentazione dei e sui migranti. Da Calais alla Turchia, attraversando tutto il confine settentrionale e meridionale del Mediterraneo, è doveroso chiedersi oggi che ruolo abbia l’immagine e che cosa sia lecito fotografare, e in che misura. Credo che sia qui, nello spazio labile e talvolta ambiguo della rappresentazione dell’altro, in una fotografia che ondeggia fra “empatia e sensazionalismo”, che si nasconda il vero nocciolo della questione. Quanto si sa realmente di frontiere difformi – poiché i confini mutano a seconda di chi può attraversarli -, quanto è possibile sapere dall’altro, quanto è lecito descrivere?</p>
<p style="text-align: justify;">Identica, la domanda si potrebbe ripetere per il Mediterraneo: quanto conosciamo, <em>oggi</em>, di questo mare? Cosa sappiamo dell’acqua che è diventata muro? E di quel che è nascosto sotto le correnti?</p>
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		<title>È vietato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 05:22:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carteggi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[fabio pusterla]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[morte per mare]]></category>
		<category><![CDATA[pietà]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabio Pusterla È vietato lordare le acque. È vietato pescare di frodo. È vietato portare di là chi di là non deve andare: mendicanti, malati, paure, disperati di sventura. Paghino alle dogane pedaggio ai nostri ponti, facciano i loro conti o crepino a casa loro. Son venuti da terre lontane son venuti senza invito. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Fabio Pusterla</strong></p>
<p>È vietato lordare le acque.<br />
È vietato pescare di frodo.<br />
È vietato portare di là<br />
chi di là non deve andare:<br />
mendicanti, malati, paure,<br />
disperati di sventura.</p>
<p>Paghino alle dogane<br />
pedaggio ai nostri ponti,<br />
facciano i loro conti o<br />
crepino a casa loro.<br />
Son venuti da terre lontane<br />
son venuti senza invito.</p>
<p>È vietato portare al dito<br />
l&#8217;anello della pietà.</p>
<p>***</p>
<p>L&#8217;anello della pietà<br />
lo abbiamo gettato nell&#8217;onda<br />
è andato subito a fondo<br />
un pesce se lo mangiò.</p>
<p>Il pesce che se lo è mangiato<br />
fino al mare lo porta<br />
lo porta fino alla morte<br />
del mondo che abbiamo avuto.</p>
<p>Lo pesca un pescatore<br />
sulla riva dell&#8217;altro mondo<br />
fa un respiro profondo<br />
e intanto ci guarda annegare.</p>
<p>Non ci sarà pietà<br />
per chi pietà ha negato<br />
l&#8217;acqua si chiuderà<br />
tutto sarà sparito.</p>
<p>da: <a href="http://www.carteggiletterari.it/shop/categoria-1/test/"><strong><em>Ultimi cenni del custode delle acque</em> (Carteggi Letterari, 2016)</strong></a></p>
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		<title>Le culture del precariato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2015 06:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro domestico]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini &#8220;Pensare il precariato e le differenze nell’Italia della globalizzazione&#8221; L&#8217;articolo è incluso nel volume Le culture del precariato. Pensiero, azione, narrazione, a cura di Silvia Contarini, Monica Jansen e Stefania Ricciardi, Verona, ombre corte, 2015. &#160; Questo nostro saggio intende contribuire a pensare l’interazione tra precariato e differenze, con riferimento specifico alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Silvia Contarini</strong></p>
<p><strong>&#8220;Pensare il precariato e le differenze nell’Italia della globalizzazione&#8221;<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/9788897522973.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-53553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/9788897522973.jpg" alt="9788897522973" width="159" height="240" /></a></strong></p>
<p><em>L&#8217;articolo è incluso nel volume </em>Le culture del precariato. Pensiero, azione, narrazione<em>, a cura di Silvia Contarini, Monica Jansen e Stefania Ricciardi, Verona, ombre corte, 2015.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo nostro saggio intende contribuire a pensare l’interazione tra precariato e differenze, con riferimento specifico alla situazione italiana attuale. Procederemo per giustapposizione di problematiche allo scopo di mostrare come una riflessione sul precariato non possa ignorare fattori quali l’appartenenza sessuale, la questione razziale e il fenomeno migratorio: “La precarietà della condizione salariale riguarda alcuni gruppi sociali più di altri: le donne e gli immigrati, a cui generalmente erano riservati settori specifici nel mercato del lavoro, sono generalmente i più colpiti. Sessismo e razzismo si combinano infatti […] per mantenere una parte della popolazione in posizioni subordinate nel mercato del lavoro”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Premettiamo che su questi temi si interrogano da anni femministe di orientamenti diversi, tra cui quelle che fanno capo al cosiddetto femminismo postcoloniale, come Talpade Mohanti, che riflette sulle “connessioni esistenti tra strutture sessiste, razziste e classiste a livello internazionale” nonché sul “lavoro da donne”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Anche il femminismo italiano si interessa alle nuove configurazioni e accezioni del “lavoro femminile” in connessione con precariato e migrazioni, nel più generale contesto della globalizzazione e della decolonizzazione<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<ol>
<li><em> Somali a Roma</em></li>
</ol>
<p>Nel suo romanzo <em>Madre piccola</em>, Cristina Ali Farah, scrittrice di madre italiana e padre somalo, vissuta fino a diciotto anni a Mogadiscio poi fuggita in Italia a causa della guerra civile, racconta le vicissitudini della diaspora somala, in particolare della comunità romana. Una delle protagoniste, Barni, da anni immigrata a Roma e piuttosto felice di viverci, di professione ostetrica, così commenta la situazione: “In fondo per noi donne è molto più semplice, non è forse vero che facciamo la stessa vita ovunque ci troviamo? Non continuiamo forse a occuparci, a prenderci cura di qualcuno?”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Barni afferma insomma che uomini e donne non vivono l’e/im/migrazione nello stesso modo, le donne si adattano meglio grazie a un’atavica abitudine al sacrificio di sé e alla dedizione; inoltre, il tipo di attività che esse svolgevano in patria (lavori domestici o di cura) è lo stesso nel nuovo paese di residenza. Questo succede nella fiction romanzesca<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, come nella realtà: Nuruddin Farah, scrittore somalo di lingua inglese, descrive una situazione simile in <em>Rifugiati, Voci della diaspora somala</em><a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, un libro composto da riflessioni personali e interviste a somali in diaspora. Come un <em>leit motif,</em> le donne somale intervistate gli raccontano che sono costrette a lavorare per mantenere mariti, figli, fratelli, cugini; tuttavia così si emancipano e si integrano e perciò “se la passano meglio degli uomini” o addirittura “stanno godendo di un certo successo economico”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>; gli uomini, invece, non si abbassano a fare lavori umilianti, e bighellonano nei luoghi di ritrovo comunitari, restano tra loro, e “per sopravvivere, contano esclusivamente sul sudore delle donne, piuttosto che su quello della propria fronte”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. C’è di più: benché alla fine dipendano dalle donne, gli uomini continuano a considerarle loro subordinate e pretendono di essere serviti. Dice una somala che ospita numerosi “ragazzi” della sua famiglia:</p>
<p>&#8220;Pur essendo padrona di me stessa, non sempre riesco a mantenere il controllo sulle cose […]. Io indosso la veste di donna di servizio sei giorni a settimana, per guadagnare da vivere, e il mio stipendio mi serve per dare da mangiare a degli uomini che pretenderebbero fossi io a mettere in ordine il loro caos, dopo che ritorno a casa mia. In quanto donna, sono perennemente soggetta a recriminazioni e rimproveri, se non servo gli uomini in tutto e per tutto&#8221;<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va subito osservato che questi comportamenti maschili e femminili, lungi dall’essere imputabili a una cultura specifica somala, riproducono strutture patriarcali dominanti su scala transnazionale. Ma va osservato anche che alle donne immigrate, doppiamente subordinate, vengono doppiamente assegnati lavori di domesticità, di <em>cura</em>. Il cosiddetto fenomeno delle <em>domestiche della globalizzazione</em>, già oggetto di studi<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>, assume particolare rilievo in Italia<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> dove l’immigrazione fin dagli anni Novanta è caratterizzata da una forte presenza femminile, spiegabile in gran parte con l’invecchiamento della popolazione e le carenze del welfare<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Le donne immigrate sono dedite in grandissima maggioranza a tre attività: lavori domestici o di assistenza familiare (colf, badanti, infermiere, etc.), lavoro casalingo (donne arrivate per ricongiungimento familiare), lavoro nell’industria del sesso (il commercio sessuale è svolto in percentuali superiori all’ottanta per cento da immigrate)<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Le immigrate rimangono quindi confinate a lavori di cura e di prostituzione, ossia attività convenzionalmente femminili. Si osservi anche il divario che si instaura tra le donne italiane, che svolgono fuori casa attività socialmente riconosciute, e le donne immigrate, che le sostituiscono nei lavori domestici: l’emancipazione delle une si fa grazie al mantenimento delle altre in ruoli subordinati<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Secondo i punti di vista, alcuni notano che in questo modo due donne lavorano, altri che due madri non si occupano dei propri figli&#8230;</p>
<p>Un’ulteriore osservazione va a rimarcare che il lavoro di cura diventa fonte di reddito: se tra le immigrate si perpetuano ruoli di genere tradizionali, il lavoro, sia pure quello domestico, umile e precario, rappresenta un momento di autodeterminazione e uno strumento di autonomia economica; di conseguenza, l’immigrazione crea una possibilità di svincolo dalle strutture familiari e dalla cerchia comunitaria, crea una possibilità di transizione da una condizione, certo stabile ma ancestrale e fissa, a un’altra certo precaria ma autonoma e in movimento. E, come nota Campani, “il cambiamento di ruoli tra uomini e donne, nei più recenti flussi migratori, è percepito all’interno dei gruppi immigrati e non manca di provocare tensioni, crisi, difficoltà”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p>Un’ultima osservazione, trattandosi nel caso preso in esame di immigrazione dalla Somalia, riguarda il fattore postcoloniale, poiché le eredità del colonialismo “hanno giocato un ruolo fondamentale nel controllo, nella etnicizzazione e nella discriminazione delle donne migranti nell’Italia contemporanea”, afferma Sabrina Marchetti nel suo recente <em>Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale</em><a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>, libro dedicato all’immigrazione femminile in provenienza da un’altra ex-colonia, l’Eritrea. Marchetti si interroga sulle relazioni tra soggettività migrante postcoloniale, lavoro domestico e di cura, e storia del colonialismo e della decolonizzazione; come suggerisce, si potrebbe vedere nelle colf e badanti del corno d’Africa oggi in Italia una variante neo-coloniale delle donne a servizio nelle famiglie italiani ai tempi del colonialismo. Anche su questo punto, la fiction fornisce rappresentazioni suggestive; basti pensare al romanzo <em>Regina di fiori e di perle</em>, dell’italo-etiope Gabriella Ghermandi, nel quale leggiamo la storia di Woizero Bekelech: era meno sfruttata quando lavorava come domestica in una famiglia italiana di Addis Abeba, di quanto lo sia ora che fa la badante in un paesino emiliano, presso una famiglia che le fa subire anche umiliazioni di stampo razzista e colonialista<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<ol start="2">
<li><em> Femminilizzazione del lavoro</em></li>
</ol>
<p>Queste osservazioni, che pertengono alla questione del precariato in rapporto a immigrazione e genere, ci hanno permesso di entrare in materia. In una prospettiva diversa, focalizzata sulla valorizzazione del <em>care</em>, si situa invece il recente saggio di Cristina Morini, <em>Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo</em>, pubblicato con una prefazione di Judith Revel nella collana UniNomade di ombre corte<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Morini sviluppa diverse osservazioni sulle donne e il <em>care labour</em>, i lavori di cura alle persone, formulando la proposta originale di incrociare i due concetti di differenza e precarietà, per definire la condizione del soggetto <em>precario-differente</em>, un soggetto multiplo, dice, senza identità fissa né sostanza stabile, soggetto transitorio e in trasformazione<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>. Nel primo capitolo intitolato <em>Razza precaria</em>, Morini spiega che la <em>transizione</em> è lo status comune del soggetto contemporaneo, e perciò occorre far leva sull’alterità piuttosto che sull’identità<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Precisa però che il concetto di differenza è di per sé insufficiente per spiegare le trasformazioni del mondo del lavoro, in particolare la sua <em>femminilizzazione</em>. Nel secondo capitolo, intitolato appunto <em>La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo</em>, Morini precisa che per femminilizzazione intende non tanto un aumento quantitativo della popolazione attiva femminile<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>, quanto piuttosto una modificazione qualitativa del lavoro contemporaneo, di cui il lavoro femminile diventa paradigma: le condizioni normalmente riservate alle donne (assoggettamento, precarietà, bassi livelli salariali, disvalore sociale) si estendono agli uomini; nel contempo, la manodopera a basso costo, flessibile, ricattabile, ricercata a livello mondiale con le delocalizzazioni, si trova anche in loco, in Occidente, grazie alla presenza sul mercato di donne e immigrati. Infine, per femminilizzazione del lavoro intende anche l’estensione del <em>care labour,</em> concetto inclusivo del <em>cognitive labour</em>, in correlazione al disfacimento di un sistema welfare che assicura sempre meno prestazioni sociali.</p>
<p>Nel seguito del saggio, Morini riporta una sua inchiesta di terreno, condotta a Milano, tra lavoratori della conoscenza precari (giornalisti free lance). Ora, a nostra sorpresa, le interviste di Morini danno risultati curiosamente simili a quelli delle interviste alla comunità somala condotte da Nuruddin Farah. Le giornaliste italiane free lance, come le immigrate somale, confrontate a una nuova situazione, hanno maggiore capacità di adattamento degli uomini, i quali “mostrano più difficoltà ad adattarsi alle nuove dimensioni polivalenti e qualitative richieste dalla nuova impresa nel nuovo mondo”<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>. Questa dimensione <em>polivalente</em> e qualitativa introdotta dalla femminilizzazione del lavoro includerebbe una generalizzazione dell’oblatività, ossia la richiesta di totale disponibilità e dedizione da parte del soggetto. Ne traiamo la seguente conclusione: proprio la capacità di adeguarsi e consacrare se stesse che rende le donne appetibili per il mercato del lavoro, rende il lavoro non più appetibile a chi non voglia adattarsi e dedicarsi, ossia femminilizzarsi&#8230; Insomma, il mondo del lavoro attuale richiede requisiti (sacrificio di sé, disponibilità totale, predisposizione alla cura) di cui le donne si avvarrebbero senza sentirsi svalorizzate, o perché già tali.</p>
<p>Il saggio di Morini indurrebbe a osservare che la precarietà sembra contribuire alla de/ricostruzione identitaria, <em>degenerizzando</em> il lavoro; in altri termini, la precarietà andrebbe contro la dicotomia, anche fordista, uomo/donna, produzione/riproduzione; il lavoro oggi andrebbe “oltre il genere”, oltre la classica divisione sessuale del lavoro<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Ne consegue, per Morini, che uomini e donne, entrambi precarizzati nel mondo globalizzato, subiscono le stesse condizioni e devono portare avanti la stessa lotta e le stesse rivendicazioni; per esempio, nell’immediato, la richiesta di un <em>basic income</em> (reddito garantito), il quale permetterebbe il recupero dell’autonomia del soggetto, l’autodeterminazione, il diritto alla scelta del lavoro. Un’ulteriore affermazione di Morini si pone sotto il segno della volontà di cambiamento: rivalutare e riappropriarsi del <em>care</em> può indicare “un fare comune”, la costruzione di un modo diverso di pensare e vivere nel mondo<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>.</p>
<p>Sebbene le analisi proposte da Morini siano stimolanti e individuino con precisione molti nodi problematici, né l’una né l’altra delle conseguenze che ne trae sono del tutto convincenti, e anzi sollevano perplessità. Nell’affermare che nel mondo globalizzato e precarizzato donne e uomini, italiani e immigrati, bianchi e neri, subiscono le stesse condizioni, si appiattiscono proprio quelle differenze poste inizialmente alla base della riflessione sul soggetto <em>precario-differente</em>; e l’invito di unirsi rivolto ai precari rischia di riattualizzare la vecchia diatriba sulla priorità della rivoluzione di classe rispetto ai movimenti di liberazione. Ma le maggiori perplessità vengono dall’altra conclusione di Morini, l’incoraggiamento a rivalutare il<em> care</em>, ossia il prendersi cura degli altri, prerogativa culturalmente e storicamente assegnata al genere femminile, per farne la base di un nuovo modo di vivere comune, senza interrogarsi sul fatto che così si estenderebbero agli uomini (o piuttosto, a certi uomini, disoccupati, immigrati) i valori su cui si è costruita nei secoli la condizione di assoggettamento e sottomissione delle donne. Noi non saremmo così sicuri che il sacrificio di sé, l’oblatività, la domesticità, il curare anziani, malati e bambini, la mutua assistenza siano le migliori fondamenta per un cambiamento positivo.</p>
<ol start="3">
<li><em> Connessioni precarie</em></li>
</ol>
<p>Alle lotte contro il precariato sono dedicati diversi siti e progetti<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>, ma di connessione tra differenze e precariato, con attenzione specifica ai fenomeni migratori e alle problematiche di genere, si parla soprattutto su <em>connessioniprecarie.org</em>, un sito fondato da precari e migranti, ricco di materiali a carattere politico, sociale e culturale, condivisibili o meno. La dichiarazione di intenti che figura in <em>home page</em> è particolarmente interessante; leggiamo: “∫connessioni precarie è un’area di uomini e donne, precari e non, migranti e italiani che hanno assunto come motivo centrale del proprio intervento la condizione globale e complessiva del lavoro contemporaneo. La nostra scommessa è quella di rompere l’isolamento dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dalle differenze che li dividono. Si tratta di portare alla luce il legame globale tra le figure della precarietà”. Un “legame globale” personificato dai migranti, “il pezzo di globalizzazione soggettivamente presente in Italia e in Europa”<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>, così definiti in un altro articolo, dedicato al <em>basic income</em>, la cui attribuzione, secondo gli autori, vedrebbe opposti lavoratori precari italiani e immigrati con difficoltà di regolarizzazione.</p>
<p>I fondatori e animatori di questo sito ritengono quindi che le diverse forme di precarietà e le diverse lotte non vadano pensate al di là delle specificità, ma proprio a partire da queste. Leggiamo, in un altro editoriale, che<strong> </strong>“il lavoro è sempre più frammentato, solcato da differenze e gerarchie che sono contrattuali, sessuali, razziali, di cittadinanza”<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>. Le connessioni tra migrazione, precarietà e genere, sono ribadite anche nel testo-manifesto,<em> I diritti e qualcosa di più: Verso una Precarious’ Charter</em>, diviso in dieci “comandamenti”. Recita il quinto comandamento: “Precario ricorda che sei migrante. Il lavoro migrante è una forma paradigmatica di precarietà”, insistendo sulla ricattabilità del precario, sulla precarietà del permesso di soggiorno, e sul razzismo istituzionalizzato.</p>
<p>Recita il sesto comandamento:</p>
<p>&#8220;Precaria ricorda che sei donna […]. La femminilizzazione del lavoro non riconosce alcuna qualità specificamente femminile, ma è una modalità di messa al lavoro e di sfruttamento di tutti i precari e ancor più delle donne. Nel privato le donne pagano – spesso con il proprio salario – altre donne perché svolgano il lavoro domestico e di cura; nel pubblico, il welfare che ancora sopravvive fornisce contributi monetari perché si paghi – ancora privatamente – lavoro domestico e di cura. Le donne non sono solo un segmento del lavoro tra gli altri, ma occupano una posizione che permette di mostrare i modi specifici attraverso i quali la precarietà diventa la forma contemporanea di tutto il lavoro&#8221;<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p>Insomma, le due categorie che più subiscono il precariato e lo sfruttamento sono gli immigrati e le donne<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>; gli uni perché ricattabili e oggetto di disprezzo a connotazione razziale, le altre perché storicamente confinate a lavori di cura. L’analisi qui sopra, vicina a quella di Morini, se ne distingue per due sfumature che teniamo a sottolineare e sviluppare: la prima è che la cosiddetta femminilizzazione del lavoro non rimanda a qualità specificamente femminili, col rischio di naturalizzarle, è una modalità di sfruttamento radicata in secolari rapporti di dominazione. La seconda è che riflettere sulla posizione delle donne (ovvero: la sedicente predisposizione femminile alla cura, al dono e al sacrificio, sfruttata dalla società patriarcale) permette di pensare la posizione attuale del precario, sfruttato dalla società neoliberale.</p>
<ol start="4">
<li><em> Connettere le disconnessioni </em></li>
</ol>
<p>Nel presentare in un primo capitoletto, attraverso un romanzo e un libro di interviste, la situazione delle donne somale in Italia e più in generale la situazione delle domestiche della globalizzazione tra emancipazione e precariato; in un secondo capitoletto, lo studio di Cristina Morini sulla femminilizzazione del lavoro e sull’influenza e la diffusione del <em>care</em>; e in un terzo, un sito web di lavoratori precari dall’emblematico nome <em>connessioni precarie</em>, in cui si afferma l’importanza delle differenze per affrontare la riflessione sulla precarietà, abbiamo operato anche noi un collegamento, forse temerario, di problematiche e materiali disparati, con l’intento di “attraversare” le differenze, farle dialogare. Così operando abbiamo voluto soprattutto mettere in rilievo non tanto l’evoluzione del mercato del lavoro e della precarizzazione nello specifico italiano, quanto lo stretto legame su scala mondiale tra migrazione, femminilizzazione, precariato, e quindi affermare la necessità – quando si vogliano pensare le trasformazioni in corso nel mondo globale attuale, e quindi in Italia – di non sottovalutare le interazioni tra fattori di differenti soggettività.</p>
<p>Per concludere, vorremmo citare ancora Morini, quando afferma che “il potere non disdegna di ‘femminilizzare’ anche gli uomini, se questo significa abbassarne le condizioni e ridurne i diritti. Li femminilizza anche nella richiesta di partecipazione e di oblatività”<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a>. Leggendo questa giusta osservazione, ci siamo chiesti: allora, hanno ragione gli uomini somali quando rifiutano di accettare la condizione di migranti e precari, rigettando lavori di cura o schiavizzanti (come la raccolta di pomodori), perché così esprimono il rifiuto di una condizione degradante, quella riservata alla donna e al servo, una condizione di doppia sottomissione? Il loro rifiuto della <em>femminilizzazione di sé</em>, in questo senso, è rifiuto della subalternità nella sua forma neocoloniale. Ma ci si può chiedere anche se non abbiano ragione le donne (somale, eritree, italiane, etc.) che, accettando la disponibilità e l&#8217;abnegazione insite nel <em>care</em>, accettano anche la transitorietà e il cambiamento, facendo propria una nuova condizione in cui vedono l’opportunità di autodeterminazione e autonomia.</p>
<p>Una prima risposta la possiamo dare insistendo sulla necessità di non semplificare la complessa articolazione dei rapporti di dominazione, in particolare l’interazione dei fattori di genere, etnia, classe, rinviando al dibattito, tuttora in corso in ambito femminista, sul concetto metodologico di <em>intersezionalità</em>, che permette di pensare la difficoltà dell’articolazione dei rapporti di discriminazione ed esclusione<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>.</p>
<p>Una seconda risposta ci permette di tornare su una precedente considerazione. Quando si propone di rivalutare il <em>care</em> per farne la base della costruzione di un “fare comune”, o quando si parla di <em>degenerizzazione</em> del lavoro come superamento positivo della divisione sessuale del lavoro, si rischia di sottovalutare il radicamento della polarizzazione femminile/maschile, la determinazione di prerogative che culture secolari hanno assegnato a donne e uomini: perché di fatto il <em>femminile</em> resta fortemente ancorato alla negatività (degrado, subordinazione, passività) squalificando qualunque soggetto ne porti il segno, sia esso donna o uomo; mentre il <em>maschile</em> resta il polo positivo, che implica affermazione, forza, intelletto, dominio. Vogliamo dire, ricordando queste ovvietà, che il fattore di genere come quello di razza rinviano – oltre a divisioni di ruoli sociali – anche a categorie ideologiche (e non naturali), a interiorizzazioni di valori; e queste sono molto più insidiose, molto più profonde di quanto si pensi, e perciò molto più difficili da scardinare.</p>
<p>In altri termini, una riflessione sul precariato che ignori l’impatto delle differenze è inevitabilmente parziale, nel duplice senso di incompleta e di parte. Come ricorda Talpade Mohanty, “Proprio come le idee di ‘maternità’ e di ‘domesticità’ sono costrutti storici e ideologici piuttosto che ‘naturali, l’idea di un ‘lavoro tipico da donne del Terzo mondo’, in questo contesto particolare trova il proprio fondamento nelle gerarchie sociali strutturate da sesso/genere, dalla razza e dalla classe”; e ancora: “Le ideologie della clausura e della domesticità delle donne sono di chiara natura sessuale, essendo la derivazione diretta delle nozioni maschili e femminili di protezione e proprietà. Si tratta anche di ideologie eterosessuali, basate sulla definizione normativa delle donne in quanto mogli, sorelle e madri – mai slegate dalla relazione matrimoniale e dalla ‘famiglia’”<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanna Campani, <em>Genere, etnia e classe. Migrazioni al femminile tra esclusione e identità</em>, ETS, Pisa 2005, p. 136.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Chandra Talpade Mohanti, <em>Femminismo senza frontiere. Teoria, differenze, conflitti</em>, trad. it. di G. Giuliani, ombre corte, Verona 2012, p. 102. Ai fini del presente studio, si rimanda soprattutto ai capitoli <em>Cartografie della lotta</em>, pp. 63-114, e <em>Lavoratrici e politica della solidarietà</em>, pp. 137-175.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Menzioniamo almeno: Sara Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione. Domande di genere all’economia globale della ri-produzione</em>, Rubettino, Roma 2001; Beatrice Busi, <em>Il lavoro sessuale nell’economia della (ri)produzione globale</em>, in Teresa Bertilotti, Cristina Galasso, Alessandra Gissi, Francesca Lagorio (a cura di), <em>Altri femminismi. Corpi, culture, lavoro</em>, manifestolibri, Roma 2006, pp. 69-83; Alice Mattoni, <em>La questione femminile nelle lotte contro la precarietà in Italia</em>, in “Inchiesta”, luglio-settembre 2008, pp. 102-115; Laura Fantone (a cura di), <em>Genere e precarietà</em>, Scriptaweb, Napoli, 2011, scaricabile in formato PDF su <a href="https://www.academia.edu/7204504/Genere_e_Precarieta">https://www.academia.edu/7204504/Genere_e_Precarieta</a>. Benché non riguardi direttamente la situazione italiana, si veda anche Silvia Federici, <em>Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista</em>, trad. it. di A. Curcio, ombre corte, Verona 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cristina Ali Farah, <em>Madre piccola</em>, Frassinelli, Milano 2007, p. 264.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Vedi anche il romanzo di Igiaba Scego, <em>Rhoda</em>, Sinnos, Roma 2004, in cui una delle tre protagoniste, Barni, “faceva la domestica a ore e si doveva scapicollare per diverse zone di Roma a lavare cessi rosa molto sudici” (p. 21).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Nurrudin Farah,<em> Rifugiati. Voci della diaspora somala, </em>Meltemi, Roma 2003, trad. e intr. di A. Di Maio.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> <em>Ivi</em>, p. 212 e p. 238.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> <em>Ivi</em>, p. 105.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> <em>Ivi</em>, pp. 108-109.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Vedi per esempio Rhacel Salazar Parreñas, <em>Servants of Globalization Women. Migration, and Domestic Work</em>, Stanford University Press, Stanford 2001; Ruba Salih, <em>Mobilità transnazionali e cittadinanza. Per una geografia di genere dei confini</em>, in Silvia Salvatici (a cura di), <em>Confini: costruzioni, attraversamenti, rappresentazioni</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 153-166; Silvia Cavallini, <em>Il lavoro domestico delle donne immigrate in Italia</em>, in Maria I. Macioti, Vitantonio Gioia, Katia Scannavini (a cura di), <em>Migrazioni al femminile. Protagoniste di inediti percorsi</em>, EUM, Macerata 2007, pp. 65-86.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Tuttavia, anche in altri paesi, si assiste a fenomeni simili; si veda per esempio Maria Kontos, <em>Donne migranti in Germania e mercato globale del lavoro domestico</em>, in Giovanna Campani (a cura di), <em>Genere e globalizzazione</em>, ETS, Pisa 2010, pp.159-175.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> I dati Istat aggiornati al primo gennaio 2013, confermano la tendenza: le straniere residenti sono 2.327.968, gli stranieri 2.059.753 (http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_POPSTRRES1&amp;Lang=). Cfr. anche Antonio Ricci e Franco Pittau, <em>La presenza femminile nella immigrazione: famiglia, matrimoni e coppie miste</em>, in <em>Migrazioni al femminile</em>, cit., pp. 17-63; Asher Colombo e Giuseppe Sciortino, <em>Gli immigrati in Italia</em>, Il Mulino, Bologna 2004, p. 20.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Sui settori di attività delle donne immigrate, rinviamo a Campani, <em>Genere, etnia,</em> cit., pp. 112-146. Sul lavoro sessuale, rinviamo a Busi, <em>Il lavoro sessuale</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Non è questa la sede per attardarsi sul punto, ma vorremmo attirare l’attenzione sul pericolo insito nell’idea di una di emancipazione “colpevole” delle donne occidentali, quale emerge, per esempio, dalla <em>Presentazione</em> di Renate Siebert al volume di Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione</em>, cit., pp. vi-vii.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> <em>Ivi</em>, p. 141. A cura della stessa Campani, meno incentrato sulla situazione italiana e sul mercato del lavoro, si veda anche <em>Genere e globalizzazione</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Sabrina Marchetti, <em>Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale</em>, Ediesse, Roma 2011, p. 26.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Gabriella Ghermandi, <em>Regina di fiori e di perle</em>, Donzelli, Roma 2007. La <em>Storia di Woizero Bekelech e del signor Antonio</em> è alle pp. 243-277.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Ricordiamo anche il precedente: Cristina Morini, <em>La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico</em>, DeriveApprodi, Roma 2001.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cristina Morini, <em>Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo</em>, ombre corte, Verona 2010, p. 38.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> <em>Ivi</em>, p. 48.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Sul punto, ma con prospettive diverse, si veda Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione</em>, cit., la quale analizza il “processo di femminilizzazione della produzione sia a livello concreto che metaforico” (p. 47) nei mutamenti globali in corso. E si veda anche Judith Revel, <em>Féminisation du travail et précarisation de l’existence: deux paradigmes superposés</em>, in Silvia Contarini e Luca Marsi (a cura di), <em>Précariat. Pour une critique de la société de la précarité</em>, Presses Universitaires de Paris Ouest, Nanterre 2014, pp. 125-136; Revel osserva anche che nel processo di femminilizzazione delle condizioni di lavoro (ossia di degrado) le donne, inizialmente preposte a questo genere di lavori, vengono sostituite da immigrati e precari. Si veda infine Gruppo Sconvegno, <em>Un’istantanea della precarietà: voci prospettive dialoghi. Focus group su Donne, Lavoro e Precarietà</em>, in Fantone (a cura di), <em>Genere e precarietà</em>, cit., pp. 117-133.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> <em>Ivi</em>, p. 70.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> <em>Ivi</em>, p. 124.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a><em> Ivi</em>, pp. 20-21.</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cfr., per esempio, <a href="http://www.precaria.org/">http://www.precaria.org/</a> e http://www.universitadelledonne.it/precas.htm.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> <em>Costellazione precaria: riflessioni minime sul reddito garantito</em>, 12 gennaio 2012, in <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2012/01/12/costellazione-precaria-riflessioni-minime-sul-reddito-garantito/">http://www.connessioniprecarie.org/2012/01/12/costellazione-precaria-riflessioni-minime-sul-reddito-garantito/</a> (senza firma).</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> <em>Dai precari alla precarietà: per dire addio a entrambi</em>, 22 settembre 2011, in <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2011/09/22/dai-precari-alla-precarieta-per-dire-addio-a-entrambi/">http://www.connessioniprecarie.org/2011/09/22/dai-precari-alla-precarieta-per-dire-addio-a-entrambi/</a> (senza firma).</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> <em>I diritti e qualcosa di più: verso una Precarious’ Charter</em>, 19 marzo 2012, in http://www.connessioniprecarie.org/2012/03/29/i-diritti-e-qualcosa-di-piu-verso-una-precarious-charter/.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Sulla precarietà lavorativa e esistenziale delle donne, cfr. anche saggi e testimonianze raccolti da Clotilde Barbarulli e Liana Borghi (a cura di), <em>Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura</em>, CUEC, Cagliari 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Morini, <em>Per amore</em>, cit., p. 125</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Cfr. tra i vari studi, in lingua italiana, Sabrina Marchetti, <em>Intersezionalità</em>, in Caterina Botti (a cura di), <em>Le etiche della diversità culturale</em>, Le Lettere, Firenze 2013, pp. 133-148. Si veda anche Elsa Dorlin, <em>&#8220;Sexe” “race” et “classe”: comment penser la domination?</em>, in <em>Sexe, genre et sexualités</em>, PUF, Paris 2008, pp. 79-88.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> Talpade Mohanti, <em>Femminismo senza frontiere</em>, cit., p. 102, la prima citazione, p. 152 la seconda.</p>
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		<title>Appunti su roghi e coprifuochi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2015 06:00:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/h_9_ill_707653_villepin.jpg" alt="" /></p>
<p><em>[Sono passati dieci anni e due mesi dall’ondata di tumulti che per tre settimane sconvolsero le periferie francesi tra il 27 ottobre e il 17 novembre del 2005. In quel contesto, non fu possibile neutralizzare le cause sociali della rivolta, per appellarsi allo spettro dello scontro tra civiltà. Non si era ancora sostituito, sul fronte ideologico, il “problema immigrazione” con il “problema islam”, come è avvenuto invece in anni recenti. Mi sembra interessante riprendere alcune riflessioni fatte allora su NI (il 9 e il 14 novembre di quell’anno). Mi appaiono, oggi, per certi versi limitate e riduttive. Ma la sostanza del discorso credo sia ancora valida, per misurare uno degli aspetti più critici del modello francese d&#8217;integrazione. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese </strong></p>
<p><em>Il diniego</em><br />
Il Primo ministro francese, signor <strong>Villepin</strong>, bell’uomo incravattato, con un&#8217;aria calma e concentrata, ha comunicato il 7 novembre, sul primo canale della televisione nazionale, che da ieri notte, in Francia, sarebbe stato reintrodotto il coprifuoco. <span id="more-50505"></span></p>
<p>La sua postura composta, la sua voce senza tremiti e sbalzi, la sua capigliatura argentata, di uomo intraprendente, tutto in lui, immortalato nell’inquadratura televisiva fissa, quasi frontale, rimandava al <strong>Daniel Auteuil </strong>di <strong>Haneke</strong>: tutto nel Primo ministro ripeteva quel <em>diniego</em> radicato profondamente, ignaro di sé, e devastante che il francese-francese manifesta di fronte al francese-africano, all’immigrato, al figlio d’immigrati, al figlio del figlio d’immigrati, per una sotterranea fede nel proprio sentimento di superiorità o nella propria missione di civilizzatore. Villepin come Auteuil in Haneke: la stessa distanza incolmabile, lo stesso essere parte di un quadro immobile, di un’inquadratura identica, che esclude ogni piano-sequenza, ogni svolgimento imprevedibile, ogni passaggio di parola all’altro, ogni intrusione, ogni fluidità. Il <em>non-riconoscimento</em> degli esclusi, fatto figura, incarnato, laddove la parola è indirizzata ai cittadini “veri”, scavalcando silenziosamente la storia delle Francia coloniale, della guerra in Algeria, dell’immigrazione. Come nel personaggio di Haneke, uomo di successo, giornalista televisivo, il contatto con il non francese-francese è compromesso da sempre, in quanto quest’ultimo è portatore di un’ombra, di un sospetto, di un’insufficienza, di una pelle più scura, di una lingua diversa. Il Primo ministro che rassicura il paese decretando lo stato d’emergenza, che promette soluzioni efficaci per il disagio giovanile, questo Primo ministro ribadisce ancora una volta il <em>misconoscimento</em> dell’immigrazione come <em>apporto determinante</em> alla propria identità, ricchezza e grandezza di francese-francese.</p>
<p><em>Taci, so già cosa pensi!</em><br />
(Perché Haneke? Perché il suo ultimo film &#8211;  <em>Caché</em> &#8211; parla di questo. Un film che a molti non è piaciuto. Avrebbero voluto un trattamento “esplicito”, dove la storia della rimozione francese del trauma post-coloniale fosse affrontata da uno sguardo complice dell’oppresso. Invece Haneke organizza tutto il film a partire dal punto di vista immobile, difensivo, senza tempo e storia, del protagonista, che non vuole entrare in rapporto con l’immigrato, che lo tiene costantemente a distanza, che pretende di conoscere in anticipo ogni suo pensiero. Quindi non c’è “svolgimento” del tema, ma solo “strappi” e immediate ricuciture, affinché l’immagine della vita rimanga ferma, senza perturbamenti, nella ripetizione dell’identico. Il massacro di quattrocento francesi-mussulmani operato dalla polizia parigina nell’ottobre del 1961 è evocato fuggevolmente in una conversazione privata. Tutto è cloroformizzato, avvolto da una patina che blocca ogni impulso. L’unica emozione che emerge, nel protagonista, è la paura. Paura che si trasforma in rabbia, in aggressione preventiva. E per il resto uno sguardo che non conosce pietà, ripensamenti. Haneke è stato magistrale nel distillare questo sentimento, che appartiene ad una larga parte della classe medio-alta francese. Così è perpetrata l’esclusione: rifiuto di incontrare e di ascoltare, convinzione di sapere in anticipo le intenzioni (malevoli) dell’altro, tentativo di metterlo a tacere con il denaro (l’assistenza) o con le minacce (repressione poliziesca). Questa dinamica attraversa l’intera società francese, e coinvolge la stragrande maggioranza dei più giovani che provengono dalle periferie povere.)</p>
<p><em>La conservazione del dolore</em><br />
(Quali sono i tempi necessari, affinché una moltitudine che ha subito ingiustizia, consumi fino in fondo il proprio dolore, la propria umiliazione? E per quali canali si trasmette questa sofferenza, quasi che essa debba trasformarsi inevitabilmente in rabbia, senza poter mai annientarsi? Come circola, velenosamente, di generazione in generazione? Costantemente nascosta, trasformata in lavoro e obbedienza, in sopportazione e tenacia, finché non trova più tabù e forme, idee e vincoli, antiche strutture mentali dentro cui riassorbirsi: ed ecco che allora preme, come una sostanza impermeabile, inarginabile, proprio attraverso le membra più giovani, per essere espulsa in forme violente, distruttive.)</p>
<p><em>Corpi estranei</em><br />
L’attuale governo riesuma, dunque, una legge del 1955, grazie alla quale lo stato francese imponeva lo “stato di emergenza” in Algeria, durante la guerra. Tale testo di legge è stato utilizzato, dopo l’Algeria, una volta soltanto: in Nuova Caledonia, durante gli anni 1984-85. Sottoposte allo “stato d’emergenza”, oggi, non sono più le popolazioni recalcitranti delle colonie, perdute o rimaste. Il coprifuoco investe l’intero territorio francese, da nord a sud, e ha come obiettivo i francesi stessi, anzi dei giovanissimi francesi, con un’età media compresa tra i 14 e i 15 anni. Eppure la sensazione è quella di uno stato alle prese con un <em>corpo estraneo</em>, con una moltitudine misconosciuta che occupa il suo territorio in modo fortuito e ora si manifesta con intollerabile violenza. Di fronte a tale intrusione, la risposta non può che essere una legislazione da guerra coloniale.</p>
<p>Molte “cités”, come vengono chiamate, hanno la fama di luoghi mitici e terrificanti. Evocano a priori immagini di miseria e violenza, quasi che si trattasse di propaggini del sottosviluppo, insediatesi a tradimento a casa propria in seguito all’esperienza coloniale. Nei centri cittadini, la violenza è tutta mediata e si scarica unicamente sui senza tetto e sui barboni, ma nella forma rassicurante dell’autoemarginazione, della patologia solitaria. Quanto ai giovani incendiari, essi sono, letteralmente, <em>corpi estranei</em>: molti non hanno visi da francesi, e inoltre non parlano il francese dei francesi. Sono, quindi, anche loro sospetti, ancor prima di incendiare alcunché. Formalmente sono francesi, ne hanno la cittadinanza. Ma i loro padri non lo sono e tanto meno i loro nonni. Le loro famiglie sono povere o, in ogni caso, con un basso capitale culturale. Loro hanno spesso insufficienti livelli di scolarizzazione. Poveri e poco scolarizzati, è sinonimo oggi, in Occidente, di “aggressori potenziali” della brava gente (quella meno povera e un po’ più scolarizzata). Se poi si aggiunge, anche, che alcuni di loro sono di fede musulmana e frequentano qualche moschea, allora il ritratto del nemico si compie e difficilmente può essere scalfito dalle controprove empiriche. (Per la cronaca, bisogna almeno sottolineare che questa volta nessuno ha potuto far leva sull’aggravante religiosa. Anche perché le istituzioni religiose musulmane sono intervenute per riportare l’ordine, senza per altro riscuotere più successo delle istituzioni laiche della Repubblica.)</p>
<p><em>[In realtà, le ragioni principalmente &#8220;sociali&#8221; della rivolta sono comprovate dal carattere eterogeneo dal punto di vista etnico e religioso delle bande coinvolte. In queste mie riflessioni vi è un eccesso di attenzione verso la componente legata all&#8217;immigrazione dei paesi un tempo sottoposti a dominio coloniale. D&#8217;altra parte, questa componente esiste e, pur non avendo un destino monolitico e univoco sul territorio francese, si trova in modo significativo confinata nei casermoni popolari delle città di periferia.]<br />
</em></p>
<p>In questo caso, però, l’eterno “nemico presunto” si è dato da fare per divenire il “nemico reale”. E ha ottenuto il maggiore riconoscimento che la Francia potesse concedergli: lo stato di emergenza, secondo una legge sperimentata durante la guerra in Algeria. Ora il coprifuoco fornisce all’intervento poliziesco poteri quasi illimitati, che vanno dalle perquisizioni notturne a domicilio alla chiusura dei locali pubblici. D’altra parte, la polizia francese è sempre intervenuta pesantemente nelle periferie e nei confronti degli immigrati, anche in tempi normali. Con l’avvento della destra, e Sarkozy come ministro dell’interno, la repressione poliziesca si è fatta poi più diffusa e indiscriminata. Negli ultimi anni, ho visto poliziotti per strada o in metrò accanirsi su ogni sorta di disgraziati, malati psichici compresi.</p>
<p><em>Coprifuoco e piani di risanamento</em><br />
Naturalmente anche il Partito socialista, a denti neanche troppo stretti, appoggia il coprifuoco. A questo livello di scontro, e con il rischio di “contagio” emotivo delle sommosse, nessun politico di peso vuole rinunciare ad un’azione dimostrativa e di forza dello stato. È poi del tutto paradossale che lo stato <em>debba dimostrarsi</em> “forte”, quando l’esplosione delle periferie dimostra proprio che lo stato <em>è</em>, ormai da decenni, estremamente <em>debole</em> nei confronti dei suoi cittadini più esposti al rischio di esclusione sociale. E che continuerà ad essere debole, ne è riprova il fatto stesso dell’introduzione del coprifuoco, come strumento di ristabilimento dell’ordine. La via è già tracciata: stato sociale debole, regime poliziesco duro. Alla fine della corsa, c’è il modello Americano, nella variante Stati Uniti o America Latina: sfaldata la grande classe media, i ricchi da una parte, sotto protezione poliziesca, i poveri dall’altra, in quartieri controllati dalle mafie o dalle bande. E una linea tra l’una e l’altra realtà, che si attraversa, in un senso o nell’altro, solo a rischio della vita.</p>
<p>Ma la destra francese promette, per ora, un’altra cosa. Polizia forte, ma anche intervento forte dello stato. Ed ecco che ovunque, in radio, in TV, sui giornali di sinistra e di destra, si torna a parlare del “grave problema” delle periferie, si arriva a dire, persino, con inattesa audacia, che <em>il modello francese d’integrazione non ha funzionato</em>. Anche perché il penultimo tema del giorno, prima dei roghi di macchine, era in Francia l’idea del <em>curriculum vitae</em> anonimo, ossia una legge per la “discriminazione positiva”, sul modello di quella statunitense.</p>
<p>La sinistra, per prima, si mobilita, ridando voce a pedagoghi, educatori, insegnanti, allenatori sportivi, ecc. La destra a sua volta fa parlare aziende e imprenditori. Si fanno ovunque solenni promesse, si proclama che l’intervento stavolta sarà lungimirante, di lunga durata, sistematico e radicale. Si parla nuovamente di educazione, di formazione, di impiego. Certo, il contagio vandalico è davvero senza precedenti: mai così a lungo, mai così diffuso geograficamente. Però il flusso di buoni propositi assomiglia straordinariamente a tutti quelli che lo hanno preceduto, almeno dagli anni Ottanta in poi. È infatti dal 1977 che si susseguono a ritmo crescente, interrotti e poi accelerati da esplosioni di violenza, piani su piani per risanare le periferie. Lo stato non sembra, quindi, assente, anzi mostra un certo interventismo, e immette gran quantità di denaro nei progetti. Non a caso, in questi giorni, anche persone politicamente insospettabili dicono che “nelle periferie arrivano un sacco di soldi, che i ragazzi possono usufruire gratuitamente di tante strutture e opportunità, che se vogliono possono fare deltaplano senza spendere una lira”. Si propaga così quel sentimento, che le persone di sinistra conoscono bene, in certe situazioni… Il sentimento di essere stati troppo ingenui, troppo idealisti, troppo sognatori, troppo “buoni”. Questo giustificare ad oltranza, questo scusare, questo addossare colpe alla società, scagionando i presunti “emarginati”. E se tutti questi problemi, che lo stato da anni cerca di risolvere inutilmente, venissero in fondo da una generazione malata, definitivamente corrotta, e che non rimane altro che prenderne atto? E condannarla, unendosi finalmente al coro generale che grida “chi rompe paga”?</p>
<p>Nonostante però il deltaplano e i grandi progetti di risanamento, nelle periferie si concentra la popolazione giovanile con il più alto tasso di disoccupazione. E forse, a questi ragazzi, più che i giri in deltaplano, proposti dall’ennesima associazione di quartiere, interessa avere un lavoro, per poter spendere come vogliono i soldi che guadagnano. Il <strong>lavoro</strong> è l’unica cosa che permetterebbe a queste persone di fare a meno degli educatori e di tutte quelle strutture che sono unilateralmente offerte dallo stato per intrattenerli, controllarli, distrarli dall’unica eventualità che non gli è concessa: decidere come gli altri del loro destino. Ma è possibile, davvero, offrire del lavoro a dei tipi “sospetti”? E poi, anche se fosse, anche se non comparisse il nome arabo sul curriculum, anche se il colloquio d’ingaggio avvenisse con il volto coperto e le mani nei guanti, c’è abbastanza lavoro per tutti? (Pare che di lavoro non ce ne sia abbastanza, eppure molti di quelli che lo hanno, lavorano troppo e lo maledicono. E comunque il capitalismo sta bene e le aziende fanno grassi profitti.)</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/h_2_ill_704593_clichy.jpg" alt="" /></p>
<p><em>Il fuoco alle spalle</em><br />
Ma le auto bruciano, e di conseguenza c’è grande agitazione di idee: qualcosa di nuovo, di incisivo, di meno burocratico, di più solidale, verrà trovato. Poi le auto smetteranno di bruciare. Perché le sommosse hanno un inizio e una fine. E tutto ritornerà alla calma. Al piccolo vandalismo scolastico e di condominio. Ai piccoli traffici di quartiere. Ai furtarelli. Alle bocciature. Alle giornate senza scopo. Alla vita normale, insomma.</p>
<p>Scriveva <strong>Musil</strong>, nell’<em>Uomo senza qualità</em>: “perché l’uomo non fa la storia, cioè perché non interviene attivamente nella storia solo come bestia, quand’è ferito, quando ha il fuoco alle spalle; perché insomma, fa la storia solo in caso di estrema necessità?”</p>
<p><em> Francese-x</em><br />
Perché insisto a distinguere, in questo discorso, il francese-francese dal francese-africano? Perché, fuor di retorica, il secondo termine è più “ricco”, più incerto anche, incerto di sé, ma anche incerto <em>per</em> gli altri, sfuggente alla definizioni (e dunque promettente). Qual è la riposta della destra di fronte alle sommosse giovanili di periferia? È un tipo di risposta ricorrente, che si ripete, innanzitutto, durante le crisi economiche. La destra non sopporta di dover negoziare con un francese-africano. Questo è il punto. E allora fa di tutto per separare queste due entità, in modo da avere da una parte dei francesi e dall’altra degli “stranieri”, degli <em>étrangers.</em> Questo è lo scopo della destra. E ciò avviene per tanti motivi. Il primo è da ricondurre all’attività di tutte le destre: offrire soluzioni politiche che ignorino la complessità del reale. E poi perché la destra francese è inseparabile dal nazionalismo, e vive di “identità” mitiche, immobili, come quella di “popolo francese”. Il popolo francese <em>assimila </em>a sé l’africano, ma non se ne fa contaminare. Il processo di assimilazione deve seguire un unico verso, il verso civilizzatore. La persona di origine africana, anche se nata in Francia, diventerà francese, nel momento in cui saprà non cancellare – il che sarebbe fisicamente impossibile – ma <em>svuotare</em> la sua dimensione africana, neutralizzandola con grosse dosi di manierismo francese. L’idea, invece, che un influsso africano possa circolare nell’identità francese, arricchirla e articolarla, questo credo che non sia contemplato. Ed equivarrebbe ad una <em>contaminazione</em>, ad una <em>corruzione</em>.</p>
<p>Il termine francese-africano, quindi, non ha poi nulla di così strano. Il 10 novembre compariva sul settimanale <em>Libération</em> un articolo di <strong>Esther Benbassa</strong>. L’autrice scrive, paragonando Stati-Uniti e Francia:<br />
“In quel paese [gli Stati Uniti] si dirà “americano e musulmano”, “americano e nero”. Questo e essenziale alla cittadinanza è ufficialmente bandito da noi, quando ormai è inevitabile e i poteri pubblici dovrebbero tenerne conto.”<br />
Cito un altro passaggio: “La Francia, durante i periodi di crisi, costruisce la sua identità in opposizione all’Altro che le fa paura. Nel XIX secolo, è stato il caso degli ebrei. Oggi, di fronte alla globalizzazione, a far paura è l’Altro come arabo o nero. (…) In questo contesto, il nostro nazionalismo esacerbato ci impedisce di vedere la multiculturalità francese. Né la storia della colonizzazione, né quelle della decolonizzazione o della schiavitù, che sono oggi quelle delle <em>differenti componenti della nazione</em>, occupano lo spazio che meritano nella memoria collettiva” [corsivi miei].</p>
<p><em>Lo “spazio” dell’immigrazione nei documenti ufficiali</em><br />
Ho consultato un documento ufficiale del 17 dicembre 1983 intitolato <em>La qualità di vita nelle periferie della grandi città</em>. Si tratta di un volumetto, redatto dal “Consiglio economico e sociale” per il Journal officiel de la république française. Si tratta quindi di un documento ad uso del dibattito parlamentare e finalizzato all’intervento politico del governo. La forma è quella del rapporto e si articola in tre parti: <em>Vivere in periferia</em>, <em>I problemi delle periferie in crisi</em>, <em>Per una politica delle periferie “Orizzonte 89”. Un piano di evoluzione di cinque anni 1984-1989</em>. A mano a mano che ci si sposta dalla pura constatazione alla proiezione nel futuro, si passa da una titolazione anodina ad una più mossa e solenne. “Vivere in periferia” dice poco. Ma “politica delle periferie”, “Orizzonte ‘89” e “piano di evoluzione” promettono già, almeno verbalmente, qualcosa di più.</p>
<p>Il volume completo consta di 41 pagine, stampate con caratteri molto piccoli. Nella seconda parte, quella dei “problemi” e della “crisi”, sono presenti una serie di capitoli con relativi paragrafi. Si va dal primo capitolo, <em>La popolazione</em>, al sesto, <em>La nocività</em>. Abbiamo paragrafi con titoli prevedibili: “I giovani”, “L’analfabetismo”; altri, maggiormente accattivanti: “Un urbanismo senza urbanisti”, “La politica del cucù”. Ma quello che più ha attirato la mia attenzione in questo testo, è lo spazio concesso all’immigrazione. Lo immaginate? Il titolo del paragrafo non può essere che “Il problema degli immigrati”. (Questo valga anche per noi, per tutti: spaiare il concetto di PROBLEMA e quello di IMMIGRATO, è come spaiare “di cotte” e “di crude”, nella locuzione idiomatica “farne di cotte e di crude”.)</p>
<p>Traduco (tutti i corsivi sono miei):<br />
“C’erano in Francia, in data 1° gennaio 1983, 4.318.068 stranieri. La cifra è importante. Ma non costituisce, in percentuale, una novità nella storia di Francia. La demografia francese, che non si è mai ripresa dalle perdite in vite umane del periodo della Rivoluzione e dell’Impero, va, nel XIX secolo, controcorrente rispetto al resto dell’Europa. Mentre i suoi vicini soffrono di un eccesso di popolazione, la Francia appare come deficitaria e importa già dei lavoratori. Erano 1.400.000 nel 1914. <em>Le perdite della guerra e lo sviluppo dell’economia rendono il bisogno ancora più pressante</em>. Il loro numero raggiunge i tre milioni nel 1931 su una popolazione di 40 milioni di abitanti. Si tratta, all’incirca, della stessa percentuale di oggi.</p>
<p><em>Non appare necessario, nell’ambito di questo rapporto, analizzare lungamente le ragioni della loro presenza in Francia</em>. [Permettetemi di tradurre le “intenzioni”: “Bene, delle ragioni che giustificano la presenza dell’immigrazione in Francia, ne abbiamo dovuto parlare. Ora, dimentichiamocele: e consideriamo questi immigrati come se ce li fossimo trovati in casa una mattina, all’improvviso. Un bel <em>problema</em>…] Ricordiamo solamente che esse [le ragioni dell’immigrazione] sono legate a tre fattori determinanti. Innanzitutto la precarietà della loro vita nei loro rispettivi paesi d’origine, sia per ragioni politiche, sia, più spesso, per ragioni economiche. Poi, delle ragioni storiche e geografiche che riguardano un aspetto importante della storia coloniale della Francia, il che spiega la predominanza dei popoli del mediterraneo [testo originale: “des Méditerranéens”, termine praticamente inesistente nella lingua d’uso, per denominare i magrebini], in secondo luogo i cittadini dell’Africa nera e, in misura minore, gli asiatici. Infine, <em>la strozzatura in materia di manodopera esistente in certi settori dell’economia dove predominano i bassi salari e delle condizioni di vita difficili, hanno favorito questa situazione da cinquant’anni</em>.”</p>
<p>Senza scendere nelle sottigliezze della psico-critica del linguaggio politico, si possono dire alcune cose. La gerarchia dei fattori, così come è presentata, appare faziosa. Va semplicemente rovesciata: al primo posto, l’esigenza francese di manodopera a basso costo per lavori “difficili”, ossia “pericolosi per la salute e la vita del lavoratore”. In secondo luogo, il sistema coloniale, che avendo come priorità lo sfruttamento delle risorse naturali, implica già da sempre anche uno sfruttamento della manodopera. Infine, il terzo fattore che permette di evitare una “immigrazione forzata”, ossia una improponibile, nell’Europa del Novecento, tratta degli schiavi. Gli immigrati verranno volontariamente a casa nostra.</p>
<p>Basterebbero questi semplici dati, per promuovere la costruzione di statue dedicate all’immigrato anonimo ovunque in Francia ci siano state grosse comunità africane o asiatiche. Anche in Italia dovremo presto erigerne. Con una scritta di questo tenore: “<strong>All’immigrato e all’immigrata anonima, vera manna dell’economia italiana</strong>”. O ancora, meno generica: “<strong>Alla badante, che ci liberò, per un salario davvero basso, dalla cura dei nostri vecchi</strong>”.</p>
<p>Ma finiamo con il nostro documento. Il meglio deve ancora venire. Passiamo al paragrafo successivo: “Un oggi difficile”.<br />
“Per dei decenni, questi immigrati sono stati accolti in Francia senza che fossero considerati efficacemente i <em>problemi </em>che poteva porre tale popolazione. Il nostro paese li ha alloggiati nei baraccamenti o nei pensionati costruiti in fretta, tutti luoghi d’abitazione precari e che gli uni e gli altri speravano vagamente essere revocabili. [Traduciamo: il “problema” posto da questi lavoratori a basso costo, è che alla sera, finito il lavoro, “vogliono dormire”. Potessero stendersi per terra, a lato delle impalcature o in officina, questi “problemi” non ci sarebbero. Quanto a noi, ossia i politici, abbiamo come loro “sperato vagamente” che succedesse qualcosa in grado di toglierli dalle loro baracche. Ma nessun miracolo è avvenuto. Gli ostinati sono rimasti nelle loro baracche.]</p>
<p>Quasi sempre abbiamo praticato il laissez-faire e abbiamo avuto fiducia nella capacità degli immigrati di <em>sbrigarsela </em>da soli, chiudendo gli occhi sulle loro condizioni d’alloggio spesso disastrose. Per essere chiari, la Francia non ha mai avuto, fino ad allora, una politica in questo ambito.”</p>
<p>Va notato che, non solo l’immigrato è pagato poco per fare lavori che mettono a rischio la sua salute, ma vive pure in situazioni abitative “disastrose”, e malgrado tutto ciò riesce ancora a “sbrigarsela”. La formula francese usata è: “esprit de débrouillardise”, ossia quella capacità, quel talento, di cavarsela in situazioni difficili, in ambienti ostili. Non solo l’immigrato lavora come un mulo, vive in baracche, ma ha dimostrato agli stessi politici francesi di avere anche grandi <em>risorse creative</em> nell’affrontare le gravi difficoltà della sua esistenza. Senza tali risorse creative, probabilmente, l’immigrato avrebbe costretto lo stato francese ad avere una politica anche per lui. Insomma, avrebbe costretto lo stato francese a considerarlo come un cittadino normale. (Ma attenzione, nell’immaginario comune l’immigrato è colui che gode, in maniera smodata, dell’assistenza pubblica!)</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/050922055313immigrs2004.jpg" alt="" /></p>
<p><em>Eroismo</em><br />
Andiamo ad una conclusione: la vita dell’immigrato, in Francia, ha avuto per almeno una paio di generazioni le caratteristiche dell’eroismo: grande spirito di sacrificio, umiltà, perseveranza, ecc. Nonostante ciò, il discorso istituzionale non ha smesso di catalogarla sotto il capitolo “grossi problemi” piuttosto che in quello “fortune insperate”. Ma il cosiddetto trend si è malauguratamente invertito. Le ultime generazioni hanno, apparentemente, dismesso i panni dell’eroismo. Hanno, nel frattempo, visto molto MTV, letto riviste giovanili, guardato cartelloni pubblicitari, girovagato per centri commerciali, memorizzato epigrammi di spot pubblicitari. Le attese di un <em>cittadino francese</em> non le conoscono, non le hanno assimilate, negli ambienti dove vivono. (Ciò significa che non si aspettano successi scolastici, lavorativi, progetti di vita secondo obiettivi più o meno ambiziosi, ecc.) In compenso, hanno assimilato senza fatica le attese di un <em>consumatore globalizzato</em>. (I templi della merce sono accessibili veramente a tutti, senza discriminazione di sesso, razza, età e religione.) Sarà quindi difficile chiedere loro, oltre a tutto tacitamente, di perpetrare le virtù di umiltà e sacrificio dei loro padri e delle loro madri.</p>
<p><em>Scontro etnico o di classe? Etnico, perché di classe&#8230;</em><br />
(Due citazioni dalla traduzione francese di <em>Historical capitalism</em> di <strong>Immanuel Wallerstein</strong> &#8211; <em>Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema mondo</em>, Torino, Einaudi, 1983)</p>
<p>“Abbiamo anche rilevato che la formazione di gruppi etnici era interamente legata a quella della forza-lavoro in alcuni Stati, dove essa serviva da griglia di classificazione approssimativa per la distribuzione dei ruoli in seno alle strutture economiche. Laddove, le differenziazioni etniche erano state più profonde, o quando le condizioni di sussistenza si aggravavano, il conflitto tra i detentori del capitale e i segmenti più oppressi della classe operaia tendevano ad assumere la forma di scontri linguistici, razziali o culturali, perché queste caratteristiche erano strettamente legate all’appartenenza di classe. Si parla generalmente di lotte razziali o nazionali per designare questo tipo di conflitti.”</p>
<p>“L’universalismo e il razzismo sembrano, a prima vista, una coppia ben strana, per non dire che si presentano come delle dottrine radicalmente antitetiche: l’una basata sull’apertura, l’altra sulla chiusura; l’una promuove l’uguaglianza, l’altra la discriminazione; l’una si vuole un invito al discorso razionale; l’altra incarna i pregiudizi. Ciò nonostante, il fatto che esse abbiano camminato di concerto nel corso dell’evoluzione del capitalismo storico, ci invita a considerare più da vicino le vie attraverso le quali si sono potute rivelare compatibili l’una con l’altra.</p>
<p>L’universalismo nascondeva una trappola; infatti, non si è imposto come un’ideologia libera e spontanea, ma è stata propagata dai detentori del potere economico e politico nel sistema mondo capitalistico. L’universalismo era offerto al mondo come un regalo dei potenti ai deboli. <em>Timeo Danaos et dona ferentes</em> ! Il dono stesso era impregnato di razzismo, in quanto il suo destinatario aveva due possibilità: accettarlo, riconoscendo così che era situato molto in basso nella gerarchia della saggezza acquisita; oppure rifiutarlo, e rifiutarsi, nello stesso momento le armi che potrebbero aiutarlo a rovesciare la situazione d’ineguaglianza del potere reale.”</p>
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		<title>Un rifiuto collettivo. (Appello delle ricercatrici e dei ricercatori coinvolte/i nella produzione di sapere sulle migrazioni)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2014 17:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mare Nostrum]]></category>
		<category><![CDATA[Medterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[Petizione di Gruppo ricercatrici e ricercatori migrazioni Giorno dopo giorno riceviamo i bollettini di quella strana forma di guerra che si sta svolgendo nel Mediterraneo: di quanti siano i migranti salvati, di quanti quelli morti a partire dall’inizio di “Mare Nostrum”, l’operazione “militare e umanitaria” dispiegata nel Mediterraneo come risposta dello stato italiano al naufragio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Petizione di <a href="http://www.change.org/u/172932589">Gruppo ricercatrici e ricercatori migrazioni</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-49515" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4-300x200.jpg" alt="immigrazione-4" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4-900x600.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/immigrazione-4.jpg 930w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Giorno dopo giorno riceviamo i bollettini di quella strana forma di guerra che si sta svolgendo nel Mediterraneo: di quanti siano i migranti salvati, di quanti quelli morti a partire dall’inizio di “Mare Nostrum”, l’operazione “militare e umanitaria” dispiegata nel Mediterraneo come risposta dello stato italiano al naufragio del 3 ottobre 2013, quando l’isola di Lampedusa è stata sommersa da un mare di corpi non più in vita di donne, uomini, bambini. Il calcolo delle percentuali dei morti: è a partire da questo che ci viene chiesto di formarci un’opinione sulle politiche italiane ed europee che si stanno attuando anche in nostro nome.</p>
<p>Si tace, però, sulle scelte e le decisioni che stanno al fondo di queste politiche.</p>
<p>La scelta di impedire di arrivare in altro modo a coloro che stanno fuggendo dagli  innumerevoli conflitti che costellano il nostro presente o dalle dittature dei loro paesi di origine, così come a coloro che si spostano a causa della crisi economica globale o che vorrebbero farlo per il semplice desiderio di viaggiare. La scelta di considerarli come “soggetti da salvare” in mare, la scelta, dunque, di farli diventare tutti “naufraghi” e bisognosi, per poter vivere, di navi militari che concedano loro il respiro di una sopravvivenza “umanitaria”. La decisione di continuare &#8211;  persino nell’attuale teatro di molteplici guerre, molte delle quali, inoltre, direttamente o indirettamente anche europee &#8211; ad agire i confini dell’Europa a distanza, attraverso il serrato filtro dei visti che impedisce di viaggiare con un regolare mezzo di trasporto e obbliga invece a intraprendere viaggi disseminati da mille ostacoli; meccanismo che sta alla base dello sfruttamento lavorativo e della ghettizzazione dei e delle migranti attraverso la loro “clandestinizzazione”. La decisione di mantenere in vigore il Regolamento di Dublino, che designa il primo paese di arrivo europeo come competente per la richiesta d’asilo, facendo così rimbalzare le persone da una frontiera all’altra, o lasciandole passare solo a intermittenza tra i tunnel degli accordi clandestini tra stati confinanti, come è avvenuto per mesi con i rifugiati siriani ed eritrei a partire dalla stazione di Milano nei loro viaggi verso il Nord Europa.</p>
<p>Certo, dal punto di vista del diritto internazionale è legale che l’Italia e l’Unione europea decidano di gestire in questo modo le proprie frontiere e le migrazioni.  E’ legale il dispiegamento nel Mediterraneo di una forza navale militare con i più sofisticati mezzi di controllo tecnologici &#8211; gli stessi usati per le guerre &#8211; per salvare coloro a cui si impone di viaggiare da “naufraghi”.</p>
<p>Per l’Unione europea sarà legittima anche l’operazione Triton, che a partire dal mese di novembre sostituirà “Mare Nostrum” senza neppure più l’obiettivo di salvare ma solo con quello di controllare.E sono legittimi, persino, interventi come “Mos Maiorum”, che si richiama ai costumi degli antenati per dispiegare in ogni stato membro dell’Ue un’intensa caccia agli uomini, alle donne e ai bambini “irregolari” con la giustificazione di implementare la conoscenza delle reti che organizzano i viaggi “illegali”; quelle stesse reti prodotte, in realtà,  dalle decisioni politiche di mantenere il sistema dei visti di ingresso. Un intervento che rende evidente, tra l’altro, come dalle operazioni  “militari e umanitarie” si possa passare, con assoluta coerenza e solo con un cambio degli ordini ricevuti, a quelle esclusivamente militari e poliziesche.</p>
<p>Le scelte politiche dell’Unione europea, in tutti questi anni, si sono inoltre concretizzate in nuove declinazioni di logiche coloniali attraverso l’esternalizzazione delle proprie frontiere,  contribuendo così a creare una mobilità selezionata e differenziata in base alle esigenze del capitale e dei singoli stati. Scelte politiche che negli ultimi tempi vengono ripensate come progetto di una “accoglienza esternalizzata” o di un “umanitario a distanza” per le persone in fuga dai molteplici scenari di guerra.</p>
<p>In quanto ricercatrici e ricercatori coinvolte/i in vari ambiti nella produzione di sapere sulle migrazioni ci rifiutiamo di essere complici di tali politiche di cui tutti i giorni constatiamo l’effetto: nessuno spazio di esistenza, per milioni di persone, se non uno spazio sommerso, che sia quello delle acque del mare, dei tunnel di rimbalzo tra i diversi stati europei, delle griglie di Ceuta e Melilla, degli hangar di ammasso libici prima delle traversate.</p>
<p>Per affermare il nostro rifiuto collettivo diffonderemo questo testo leggendolo durante le nostre ore di lezione, durante le diverse riunioni degli organi universitari a cui partecipiamo, nei convegni sulle migrazioni.Non vogliamo che sia un semplice appello e chiediamo ai nostri colleghi e alle nostre colleghe, alle studentesse e agli studenti, di sottoscriverlo con l’impegno di contribuire come noi alla sua diffusione: nelle aule, nei luoghi di studio, durante le lezioni, nelle riunioni, nelle conferenze, nelle assemblee. Chiediamo, inoltre, che il testo venga diffuso nelle Università degli altri stati dell’Unione europea e anche portato fuori dall&#8217;accademia, in tutti i luoghi e i contesti in cui oggi si produce discorso sulle migrazioni.</p>
<p>Un rifiuto collettivo da parte di chi lavora nell’Università, uno dei luoghi più significativi di questa produzione di saperi e della loro complicità con i meccanismi di confinamento e con le politiche di governo della mobilità.</p>
<p>(ottobre 2014)</p>
<p>Primi/e firmatari/e: Roberto Beneduce, Giulia Borri, Paolo Cuttitta, Elena Fontanari, Filippo Furri, Glenda Garelli, Margherita Grazioli, Chiara Marchetti, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra, Irene Peano,  Mimmo Perrotta, Lorenzo Pezzani, Barbara Pinelli, Cecilia Rubiolo, Devi Sacchetto, Alessandra Sciurba, Federica Sossi, Martina Tazzioli</p>
<p><a href="http://www.change.org/p/european-union-european-member-states-un-rifiuto-collettivo-appello-delle-ricercatrici-e-dei-ricercatori-coinvolte-i-nella-produzione-di-sapere-sulle-migrazioni-2">http://www.change.org/p/european-union-european-member-states-un-rifiuto-collettivo-appello-delle-ricercatrici-e-dei-ricercatori-coinvolte-i-nella-produzione-di-sapere-sulle-migrazioni-2</a></p>
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		<title>Cari signori con i piedi neri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2013 10:20:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[omicidi]]></category>
		<category><![CDATA[omissione di soccorso]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Cari signori con i vostri piedi neri e magri che spuntano dalle cerate (donate da noi teniamo a precisare) ci accusate di questo e di quello ma è facile biasimare bisogna che capiate che la colpa non è nostra sono i nostri colleghi (voi non lo sapete ma esiste una cosa che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Cari signori</p>
<p>con i vostri piedi neri e magri</p>
<p>che spuntano dalle cerate</p>
<p>(donate da noi</p>
<p>teniamo a precisare)</p>
<p>ci accusate di questo e di quello</p>
<p>ma è facile biasimare</p>
<p>bisogna che capiate</p>
<p>che la colpa non è nostra</p>
<p>sono i nostri colleghi<span id="more-46500"></span></p>
<p>(voi non lo sapete</p>
<p>ma esiste una cosa</p>
<p>che si chiama</p>
<p>Unione Europea)</p>
<p>sono loro</p>
<p>che dovrebbero convincervi</p>
<p>a restare a casa vostra</p>
<p>o insomma intercettarvi</p>
<p>in acque internazionali</p>
<p>(voi non lo sapete</p>
<p>ma da noi le acque</p>
<p>hanno sempre un padrone)</p>
<p>rimettere le prue</p>
<p>dei vostri barconi</p>
<p>verso sud</p>
<p>questi nostri colleghi</p>
<p>sono davvero schifosi egoisti</p>
<p>pensano solo a loro</p>
<p>(credete che vi avrebbero dato</p>
<p>dei lenzuoli loro?)</p>
<p>adesso però gli parliamo noi</p>
<p>ai nostri colleghi</p>
<p>vedrete che la risolviamo</p>
<p>(il nostro vicepresidente</p>
<p>lo ha dichiarato</p>
<p>con parole solenni)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari signori che ve ne state zitti</p>
<p>(il silenzio è l’arma</p>
<p>dei vigliacchi!)</p>
<p>noi vi abbiamo sempre accolti</p>
<p>a braccia aperte</p>
<p>per aiutarvi</p>
<p>vi abbiamo fatto raccogliere</p>
<p>i pomodori e le zucchine</p>
<p>sotto il sole</p>
<p>(voi amate il sole, no?)</p>
<p>vegliati da scrupolosi caporali</p>
<p>e spaccare il porfido</p>
<p>e asfaltare le strade</p>
<p>(sempre sotto il sole</p>
<p>non certo in insani uffici!)</p>
<p>vi abbiamo lasciato passeggiare</p>
<p>nelle nostre antiche vie</p>
<p>e nelle nostre bucoliche campagne</p>
<p>vi abbiamo comprato gli accendini</p>
<p>(lasciamo adesso stare</p>
<p>certe intemperanze)</p>
<p>vi abbiamo sempre dato del tu</p>
<p>se lo meritavate</p>
<p>potevate succhiare l’affare</p>
<p>del nostro capo del governo</p>
<p>ora non potete dire</p>
<p>che vi abbiamo trattato male</p>
<p>vorremmo vedervi</p>
<p>se qualcuno sbarcasse da voi</p>
<p>e volesse buttarvi fuori</p>
<p>dai vostri tuguri</p>
<p>rubarvi i vostri giacigli</p>
<p>e le vacche scheletriche</p>
<p>bisogna che facciate</p>
<p>uno sforzo per venirci incontro</p>
<p>invece di restare lì</p>
<p>immusoniti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari signori con i piedi neri</p>
<p>noi vi capiamo</p>
<p>e vi compiangiamo</p>
<p>siamo gente sensibile</p>
<p>(abbiamo perfino indetto</p>
<p>il lutto nazionale!)</p>
<p>voi però bisogna</p>
<p>facciate un piccolo sforzo</p>
<p>dovete cercare di evitare</p>
<p>queste scene macabre</p>
<p>dovete cercare</p>
<p>di non venire più da noi</p>
<p>non in questo momento</p>
<p>magari tra un po’</p>
<p>noi adesso</p>
<p>abbiamo la crisi economica</p>
<p>e la crisi di governo</p>
<p>ognuno ha le sue</p>
<p>cosa credete</p>
<p>è facile accusarci</p>
<p>mica possiamo stare lì a sorvegliare</p>
<p>giorno e notte</p>
<p>tutti i mari</p>
<p>per vedere se arrivate</p>
<p>magari i mezzi li avremmo anche</p>
<p>ma chi è che paga</p>
<p>certo non voi</p>
<p>che neanche ascoltate</p>
<p>quando vi si parla</p>
<p>e non parliamo</p>
<p>di quegli altri quattro egoisti</p>
<p>che non sganciano un euro</p>
<p>(voi non sapete</p>
<p>come sono complessi</p>
<p>i nostri rapporti)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari signori con i piedi magri</p>
<p>noi siamo uomini come voi</p>
<p>per noi il colore della pelle</p>
<p>non è poi così importante</p>
<p>siamo un popolo alla mano</p>
<p>tutti ci riconoscono</p>
<p>la nostra grande umanità</p>
<p>siamo gente generosa</p>
<p>e buona come il pane</p>
<p>siamo religiosi</p>
<p>o comunque saturi</p>
<p>di principi cristiani</p>
<p>(adesso abbiamo perfino</p>
<p>un papa francescano!)</p>
<p>lo vedete voi stessi</p>
<p>che vi trattiamo con i guanti bianchi</p>
<p>(la plastica non vi va bene?)</p>
<p>lì sul molo</p>
<p>però insomma</p>
<p>dovete capirci</p>
<p>siamo anche noi</p>
<p>pieni di rogne</p>
<p>i conti pubblici non tornano</p>
<p>la gente non può nemmeno comprarsi</p>
<p>la macchina nuova</p>
<p>e allora le fabbriche di automobili</p>
<p>chiudono</p>
<p>e la gente si ritrova</p>
<p>anche senza lavoro</p>
<p>(voi non potete sapere</p>
<p>quanto è complessa l’economia!)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari signori senza passaporto</p>
<p>e senza scarpe</p>
<p>(e non parliamo dei calzini)</p>
<p>noi vi capiamo</p>
<p>e siamo generosi</p>
<p>(vi diamo perfino</p>
<p>i lenzuoli</p>
<p>per coprirvi!)</p>
<p>ma smettete per piacere</p>
<p>di insinuare</p>
<p>che non vi abbiamo aiutato</p>
<p>se permettete</p>
<p>la nostra guardia di finanza</p>
<p>ha un sacco da fare</p>
<p>(con tutti i traffici</p>
<p>e traffichetti</p>
<p>dal vostro continente!)</p>
<p>e i nostri pescherecci</p>
<p>devono pescare i pesci</p>
<p>non possono adesso</p>
<p>mettersi a pescare</p>
<p>gli uomini ancora vivi</p>
<p>(già si ritrovano</p>
<p>le scarpe nelle reti!)</p>
<p>questo non è proprio possibile</p>
<p>dovreste capirlo anche voi</p>
<p>anche se purtroppo non parlate</p>
<p>la nostra bella lingua</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari signori senza arte né parte</p>
<p>(non vi offendete</p>
<p>ma le cose vanno dette!)</p>
<p>noi vi capiamo</p>
<p>e vi compiangiamo</p>
<p>(abbiamo riempito i giornali</p>
<p>e i telegiornali</p>
<p>di parole sdegnate!)</p>
<p>ma c’è un limite a tutto</p>
<p>i vostri colleghi</p>
<p>la settimana scorsa</p>
<p>erano tredici</p>
<p>questo noi lo possiamo accettare</p>
<p>ma trecento è davvero troppo</p>
<p>mettetevi d’accordo tra di voi</p>
<p>(saprete mettervi d’accordo!)</p>
<p>bisogna che la capiate</p>
<p>noi già facciamo il massimo</p>
<p>(dove vi mettiamo adesso?)</p>
<p>così ci rovinate il turismo</p>
<p>l’Unione Europea</p>
<p>deve assolutamente aiutarci</p>
<p>organizzare almeno dei corsi di nuoto</p>
<p>così arrivate vivi</p>
<p>e possiamo rinchiudervi</p>
<p>nelle nostre belle strutture</p>
<p>(chi ha osato chiamarli lager?)</p>
<p>(e per ora paghiamo tutto noi!)</p>
<p>e poi rispedirvi a casa vostra</p>
<p>(ce l’avrete una casa, no?</p>
<p>tutti hanno una casa)</p>
<p>noi più di così non possiamo</p>
<p>siamo pieni di problemi</p>
<p>e di pensieri</p>
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