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	<title>inquinamento &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2017 05:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio C’è un&#8217;anima inossidabile, inespugnabile di certo capitalismo &#8211; ed è il suo motore cardiaco, la sua ragione propellente -, e purtroppo quest’anima è allergica all&#8217;etica, non ha rispetto del mondo e delle specie che l’abitano, inclusi noi che siamo il suo mercato di pascolo. È un’anima contaminatrice. Noi ne siamo le vittime insieme [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>C’è un&#8217;<strong><del>anima</del></strong> inossidabile, inespugnabile di certo capitalismo &#8211; ed è il suo motore cardiaco, la sua ragione propellente -, e purtroppo quest’anima è allergica all&#8217;etica, non ha rispetto del mondo e delle specie che l’abitano, inclusi noi che siamo il suo mercato di pascolo.</p>
<p>È un’<strong><del>anima</del></strong> contaminatrice.<span id="more-69388"></span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-69393" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-768x1024.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1.jpg 1536w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Noi ne siamo le vittime insieme agli alberi, agli animali, al permafrost scongelato del mondo, ma ne siamo responsabili pure, visto che abbiamo accettato il sistema di vivere antropocenico ritenendolo comodo, e lo perpetuiamo, e lo perpetriamo.</p>
<pre>Ma non è comodo.</pre>
<p>Due terzi, se non più, delle malattie che ci colgono, dalle più lievi alle più cattive, vengono da quest’<strong><del>anima</del></strong> delle megalopoli, delle conurbazioni, dello sprawl capitalistico, dei fiumi e dei mari inquinati. Ora noi siamo spesso indifesi. Già questo dimostra che il sistema non è poi così comodo.</p>
<p>Quello che mangiamo, quello che beviamo, quello che respiriamo.</p>
<p>Quello che offriamo in pasto, quello che eiettiamo nell’aria del mondo.</p>
<p>Non abbiamo il controllo, né la fiducia. Ormai sappiamo che l&#8217;<strong><del>anima</del></strong> è pericolosa. Proviamo a difenderci. Cerchiamo gli alimenti sani. Ci consigliano grano integrale che venga dalle zone temperate, meridionali. Lo andiamo a cercare. Poi scopriamo che quel grano non basta per tutti, quindi l’<strong><del>anima</del></strong> lo “taglia” segretamente col grano del nord che ci fa ammalare. Poi scopriamo che l’<strong><del>anima</del></strong> falsifica pure le emissioni dei motori diesel del mondo dove noi respiriamo. Poi scopriamo che le miliardi di plastiche che tengono le nostre acque minerali potabili sono assemblate dall&#8217;<strong><del>anima</del></strong> in modo che giusto un po&#8217; di calore, appena un goccio di sole sciolga da loro le sostanze che ci fanno ammalare. Per una che ne scopriamo, altre mille restano segrete.</p>
<pre>Ora siamo indifesi.</pre>
<p>Ci restano due soli alleati: la medicina e la scienza.</p>
<p>La prima, nel nostro paese e per nostra fortuna, opera in un sistema pubblico. Spesso lo detestiamo e critichiamo, a volte ci cura male, ma se l’<strong><del>anima</del></strong> ucciderà il sistema pubblico &#8211; perché sappiamo che vuole ucciderlo, l&#8217;ha già fatto altrove &#8211; moriremo lentamente anche noi, privati del diritto pubblico e individuale alla cura.</p>
<p>Poi c&#8217;è la scienza che ci apre gli occhi, ci informa, ci migliora le vite. Noi dovremmo essere tutti dalla parte della scienza, quando è buona e non serve l’<strong><del>anima</del></strong>, e fidarci. La scienza buona ancora non lo sa fino in fondo, ma è l&#8217;unica che possa tenere testa all&#8217;<strong><del>anima</del></strong> di certo capitalismo. La scienza però ha i suoi nemici. Dicevamo fino a poco tempo fa: “Siamo il 99%”, non ricchi di soldi ma di informazione, cultura, consapevolezza.</p>
<pre>Invece non siamo il 99%.</pre>
<p>Emerge un nuovo ceto lumpen non economico ma mentale, psicologico, ovviamente sociale, che odia la scienza. Oggi odia i vaccini e la chemio, e vede scie chimiche; domani odierà altre forme di scienza, e avrà epifanie nuove. Questo ceto odia con la pancia, con tutto se stesso, la cultura e la scienza, ed è probabilmente anche colpa di loro, le odiate, troppo superiori, non disponibili a farsi capire abbastanza; del resto l’<strong><del>anima</del></strong> non etica di certo capitalismo è pure alleata dell’ignoranza, perché ne ha bisogno per operare, e le fa gioco avere un popolo lumpen mentale che odia la scienza, perché l’<strong><del>anima</del></strong> sa che la scienza buona è il suo più pericoloso rivale.</p>
<pre>Dunque non siamo il 99%.</pre>
<p>Alle nostre spalle avanza un popolo lumpen mentale e forte, arrabbiato, che non sa nulla e dice tutto quel che non sa ad alta voce su internet, e ci zittisce su internet (era mai accaduto nella storia che nuovi strumenti di comunicazione e cultura propagassero oscurantismo?). Più partiti politici fanno la fila per il voto del popolo lumpen mentale, per dare un programma al suo odio e alla sua paura. Nessun partito politico fa la fila per noi, per dare un programma al nostro desiderio di vivere meglio, per dare risposte alle nostre paure.</p>
<p>Questo succede alle spalle.</p>
<p>Mentre davanti resta l&#8217;<strong><del>anima</del></strong> (inossidabile, inespugnabile, nemica dell’etica) di certo capitalismo; e noi siamo il suo mercato di pascolo.</p>
<p>È la situazione, mi pare.</p>
<p>Ma poi, quando dico “noi”, chi sto dicendo?</p>
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		<title>Trafficare con i piedi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2014 07:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/traffic.gif"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47829" alt="traffic" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/traffic.gif" width="500" height="440" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La storia della medicina ha visto nascere quasi contemporaneamente, nell’Ottocento, le pratiche anestetiche e quelle di sterilizzazione degli ospedali. La chirurgia cambiò radicalmente, oggi non riusciremmo a concepirla altrimenti. Se dapprima i dottori dovevano operare in tutta fretta, ed anzi la loro velocità era un merito perché evitava atroci sofferenze ai pazienti, oggi, in camere asettiche, possono con tutta calma lavorare di fino sul corpo malato. Ebbene, la cosa curiosa è che questi due capisaldi della chirurgia moderna, che oggi diamo per assodati, ebbero a suo tempo fortune ben differenti. L’anestesia ebbe un successo immediato nella comunità scientifica. Era il 1846 quando a Boston il dottor Morton utilizzò l’etere per addormentare un paziente, permettendo così al dottor Warren di poter operare all’asportazione di un tumore al collo. Neppure un anno appresso, nel 1847, ci fu la prima applicazione di etere come anestetico in Italia, all’Ospedale Maggiore di Milano. Ben altra storia ebbe l’idea che i medici dovessero lavarsi abbondantemente le mani, che i pazienti dovessero essere ricoverati in ambienti sterili, che le operazioni venissero fatte in ambienti protetti. Per decenni la medicina ha guardato con sospetto tali teorie. Spesso i chirurghi si mostravano in corsia, come beccai, coi camici insanguinati, a prova del loro alacre lavoro coi ferri. È che mentre l’anestesia aveva una sua evidenza immediata – il paziente dormiva, il medico operava, il risultato era alla portata intuitiva di tutti – accettare invece che microrganismi invisibili potessero agire sulle ferite aperte sembrava un po’ fantasioso anche agli uomini di scienza dell’epoca. L’aspetto meccanico della chirurgia sembrava prevalere come cornice di riferimento, al punto di non trovare contraddittorio il fatto che molte operazioni fossero perfettamente riuscite ma il paziente morisse ugualmente. Per infezione, ovvio. Ovvio per noi oggi, molto meno all’epoca.</p>
<p>Ebbene ogni volta che sento parlare di mobilità privata, di inquinamento, di chiusura dei centri storici, di ZTL (Zona a Traffico Limitato), ripenso sempre a questo aneddoto. Ciò che per noi è ovvio e di buon senso spesso non ha ancora raggiunto la sua evidenza per tutti. Esiste una sorta di resistenza al cambio di modalità, la paura di perdere un privilegio è più potente della speranza di un guadagno ben più fruttuoso, anche se non così immediatamente evidente.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/arman.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47830" alt="arman" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/arman.jpg" width="332" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/arman.jpg 332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/arman-226x300.jpg 226w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" /></a>È una questione di narrazione. Ci siamo lasciati ammaliare dal mito della libertà assoluta che un’automobile porta con sé. Liberi di muoverci ovunque, dove ci pare, quando ci pare. Guardate le pubblicità dei produttori di autovetture: macchine che sfrecciano libere immerse in paesaggi incontaminati, nessun vincolo, tutto può essere raggiunto dalla nostra volontà. L’esaltazione del solipsismo, l’individualismo fatto lamiera e gomma. Potenza della propaganda, capace di farci vedere quello che non c’è. L’arte, rispetto alla propaganda, si comporta in modo differente. Qualcuno forse ricorda quando Ico Parisi, nel 1991, realizzò un’installazione in Piazza Cavour a Como: un’automobile imprigionata in un cubo di cemento. Opera che dialogava con altre esperienze europee, come quella di Arman che, nel 1982, aveva realizzato una scultura fatta dalla sovrapposizione di 59 automobili affogate in 1600 tonnellate di calcestruzzo, o con César che decenni prima comprimeva come uno sfasciacarrozze le automobili fino a ridurle a cubi, liberando lo spazio che occupavano e dimostrando la loro intrinseca essenza di scarto.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cesar.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" alt="Comp17 1aa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cesar.jpg" width="266" height="373" /></a>Siamo tutti amanti della natura e tutti ci lamentiamo del tasso d’inquinamento delle città, però appena una amministrazione comunale cerca di agire concretamente, limitando il traffico privato, aumentando la pedonabilità, etc., si scatenano le critiche più radicali. Va bene tutto, ma nessuno può impedire la libertà di muoverci in macchina! Libertà che ovviamente non esiste. Basta girare per una qualsiasi strada a grande scorrimento, e non solo nelle ore di punta, per capire che siamo tutti imprigionati in un cemento invisibile ben più consistente di quello delle provocazioni artistiche. La libertà di fare quello che ci pare e piace non esiste, è un mito pubblicitario. Spesso ci vuole davvero poco per prendere una pessima abitudine poi difficile da scrollarci di dosso. Sembra che siamo sempre stati animali meccanizzati, sembra che camminare sia cosa che non ci sia mai appartenuta. Qualche mese fa ero ospite di una manifestazione in Sardegna. Accoglienti come sempre, gli organizzatori pretendevano di portarmi in macchina tutti i giorni dall’albergo alla fiera del libro. “È dall’altra parte del paese” mi dicevano preoccupati. Cioè a soli dieci minuti a piedi. Dieci, andando con calma. Loro, nipoti di pastori transumanti. E così in tutto lo Stivale. L’automobile è stata la concreta rappresentazione dell’emancipazione dalla povertà. Camminare è da poveracci. Ci fregiamo di possedere il più alto numero di bellezze storiche e artistiche, ma vogliamo raggiungerle in macchina. E trovare parcheggio proprio di fronte alla cattedrale che andiamo a visitare. Dalla costiera amalfitana ai Sacri Monti sembra che l’unico modo di valorizzare il nostro patrimonio artistico sia costruirci affianco uno smisurato parcheggio. Per meglio usufruire del bello.</p>
<p>È chiaro che questa narrazione tossica deve cambiare. I nostri nipoti non riusciranno a capire come sia stato possibile aver accettato per decenni &#8211; non ostante gli allarmi lanciati da tutti gli scienziati del globo terracqueo &#8211; di ingerire veleni e deturpare il paesaggio nel nome di una falsa libertà individuale. Perché che esista un legame assodato fra polveri sottili e salute pubblica è cosa ormai innegabile. Si potrebbe quasi citare alla Corte dell’Aja la politica nazionale per tentato disastro sanitario e crimini contro l’umanità. L’esposizione acuta all’inquinamento atmosferico danneggia le vie respiratorie, il sistema cardiovascolare, peggiora la meccanica respiratoria, altera i meccanismi di regolazione del cuore. Non c’è pneumatologo che non ci dica quanto gli effetti sulla saluta dei Pm10 e Pm2,5 siano gravi e molto spesso cronici. Molti studi, fatti soprattutto all’estero, associano i livelli d’inquinamento col numero di ricoveri e morti quotidiani per cause respiratorie e cardiovascolari.</p>
<p>Il problema è che tutto questo “non si vede”. Proprio come nell’Ottocento, che non c’era l’evidenza immediata dei benefici della sterilizzazione. Il mito dell’automobile come simbolo di emancipazione è potente. Nessuno dice che non serva, persino io che non ho la patente. In una nazione che ha un sistema di mobilità pubblica deprimente come il nostro si crea una sorta di circolo vizioso: un italiano su dieci si muove coi mezzi pubblici perché, come ci viene detto, chi abita lontano non può muoversi mancando una rete pubblica degna. Però è anche vero che praticamente nessun pendolare condivide il tragitto casa-lavoro con i colleghi (risparmiando, tra l’altro, soldi e spazio occupato) e, peggio, quasi la metà di chi si sposta in macchina abita a neppure mezz’ora dal posto di lavoro. In bicicletta ci metterebbe meno!</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/600_multipla_pf.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47832" alt="600_multipla_pf" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/600_multipla_pf.jpg" width="400" height="263" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/600_multipla_pf.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/600_multipla_pf-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/600_multipla_pf-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Ci sono alcune famose fotografie degli anni del boom economico dove si vedono graziose famiglie sedute in un parco a fare un picnic con la loro 500, o 600 cabrio, che li guarda, gomme sul prato, protettiva. Queste immagini sembrano quasi dirci che noi italiani siamo sempre stati così, menefreghisti del bene pubblico, incapaci di fare due passi a piedi o di prendere una bicicletta quando il semplice buon senso ce lo consiglierebbe. Insomma, nel conto della modernità lo scotto del caos automobilistico urbano dobbiamo pagarlo, non siamo mica olandesi, loro sono sempre stati così! Bugia. Negli anni del boom economico anche Amsterdam era nella morsa dell’inquinamento del traffico privato, e i pochi che si muovevano in bicicletta venivano investiti tanto quanto a Milano, Roma o Palermo. Poi la politica, cioè la gestione del bene comune &#8211; questo dovrebbe essere la politica! – valutati o pro e i contro, decise di cambiare le pratiche della mobilità, anche contro l’opinione dei molti, moltissimi automobilisti. Gli olandesi non sono naturalmente ciclisti, lo sono diventati. Così come il numero più alto procapite di biciclette in Europa non ce l’ha Amsterdam ma Ferrara. A dimostrazione che anche noi italiani possiamo, volendolo, cambiare le abitudini quotidiane e migliorare la qualità globale della vita di tutti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/auto-parco.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-47833" alt="auto parco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/auto-parco.jpg" width="448" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/auto-parco.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/auto-parco-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/auto-parco-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a>La questione classica che viene posta, quando si propone una ZTL, è sempre la stessa: ma così, chiudendo alle macchine votiamo a morte sicura il commercio minuto. Nessuno vorrà più comprare se dovrà farsela a piedi, andranno tutti nei centri commerciali. Anche questa è una narrazione tossica, un sillogismo falso. Non voglio neppure entrare nel merito su quanto sia devastante il consumo di suolo e di energia di un centro commerciale. Non voglio parlare di quanto sia opaca la gestione del flusso di denaro che ha fatto sorgere dal nulla sull’intera nazione questi centri, spesso vere e proprie lavatrici di soldi sporchi accumulati dalla criminalità organizzata. Neppure voglio dire di come sia un modello insediativo nato in un paese che ha dimensioni e tradizioni completamente differenti, imposto d’imperio qui, come prototipo unico della modernità. Lasciamo stare, tutto questo potrebbe sembrare un discorso “ideologico”. Arriviamo alle cose concrete, evidenti. Cosa facciamo quando andiamo in un centro commerciale?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/SITE-park.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-47834 alignleft" alt="SITE park" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/SITE-park.jpg" width="450" height="303" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/SITE-park.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/SITE-park-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/SITE-park-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a>Prendiamo la macchina, ovvio. Ci allontaniamo dal centro storico, ci incuneiamo in quale tangenziale ingorgata, troviamo finalmente l’uscita, posteggiamo in un parcheggio grande come due campi di calcio (mi viene in mente il “Ghost Parking Lot” dei SITE, dove le macchine, calcificate, ormai sembrano reperti archeologici), quasi sempre lontanissimo dall’ingresso, camminiamo in mezzo a tonnellate di lamiere per raggiungere finalmente l’entrata e poi finalmente dentro… camminiamo. Per ore. Camminiamo come fossimo per strada in un finto centro storico, kitsch fino all’inverosimile. Camminiamo per false piazzette, ci fermiamo a prendere un caffè in finti dehors, acquistiamo cose in pseudo negozi arredati come fossero finto-antichi. Bella contraddizione. Poiché non si può andare in macchina nel vero centro storico a comprare cose nei veri negozietti e prendere un caffè negli autentici bar delle vere piazze antiche, preferiamo prendere la macchina per andare in un luogo falso dove non facciamo altro che camminare come fosse autentico. Puro surrealismo.</p>
<p>I negozianti dei centri storici o sono miopi o forse fingono di non vedere che se la gente va nei centri commerciali è per colpa della politica della grande distribuzione che abbatte i prezzi e fa concorrenza sleale, mica perché la gente non ha voglia di camminare. Se esistessero politiche commerciali differenti, capaci di proteggere la vendita al dettaglio, se si riuscissero a ideare tecniche innovative e concorrenziali da parte delle associazioni di commercianti, l’intera categoria potrebbe vivere di rendita di posizione. La pedonalizzazione dei centri storici, là dove abbiamo depositato la nostra identità comunitaria, dovrebbe essere ovvia. Dovrebbe diventare un plus, non un disvalore. Certo occorre cambiare le pratiche quotidiane, inoculare nella testa di tutti che girare in macchina è da sfigati, che è molto più intelligente, per l’equilibrio psicofisico di ognuno e per la salute di tutti in generale, potenziare i mezzi pubblici, sviluppare la mobilità dolce. È proprio questo salto di paradigma la cosa più difficile da fare in un popolo in fondo pigro al cambiamento quale il nostro. Eppure questo salto è ormai improcrastinabile, se non vogliamo essere ricordati con stupore e imbarazzo (per non dire di peggio) dalle prossime generazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>Pubblicato su</em> L’Ordine, <em>inserto de</em> La Provincia di Como, <em>il 23–03–2014, in una versione assai più breve</em>.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <em>Viva la vida</em> dei Coldplay. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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		<title>Vincenzo e la diossina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Apr 2007 05:07:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[acerra]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo Castaldo]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Eduardo Castaldo Una decina di giorni fa mi hanno chiamato da Roma; vogliono girare un documentario sulla vita di Vincenzo Cannavacciuolo, sulla lotta che da anni porta avanti insieme alla sua famiglia per ottenere giustizia; giustizia per il suo gregge avvelenato da diossina e decimato dai tumori, per le sue pecore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/waste57.jpg" alt="Vincenzo Cannavacciuolo e le pecore decimate dalla diossina" /></p>
<p>testo e foto di <a href="http://www.eduardocastaldo.com/">Eduardo Castaldo</a><br />
<span id="more-3790"></span><br />
Una decina di giorni fa mi hanno chiamato da Roma; vogliono girare un documentario sulla vita di Vincenzo Cannavacciuolo, sulla lotta che da anni porta avanti insieme alla sua famiglia per ottenere giustizia; giustizia per il suo gregge avvelenato da diossina e decimato dai tumori, per le sue pecore malate, malformate, cieche, storpie oltre ogni immaginazione; giustizia per il suo lavoro, per quello di suo padre, di suo nonno e generazioni prima di loro; giustizia per una terra massacrata, che pochi hanno ancora il coraggio di amare.</p>
<p>Alessandro, il nipote, me lo aveva anticipato a telefono: “Eduà, o’zì Viciénz’ sta morendo.”; di tumore, lo stesso che colpisce le sue pecore.<br />
Martedì scorso la troupe è arrivata a Napoli e sono iniziate le riprese. Sono iniziate con il funerale di Vincenzo.</p>
<p>Contemporaneamente sembra ormai ufficiale che dopo anni di lotta, denunce, arresti, occupazioni, fra una ventina di giorni le sue pecore verranno abbattute; su pressione di Bertolaso, pare che il consiglio dei ministri abbia firmato l’ordinanza.</p>
<p>Vincenzo, suo fratello Mario, i loro figli, le loro pecore, sono le uniche persone ad Acerra che davvero si sono opposte, negli anni, al disastro nel quale continua a sprofondare la nostra terra, violentata dalla politica e dalle ecomafie.</p>
<p>Quando infine, insieme a Vincenzo, anche le sue pecore se ne saranno andate, in questo deserto che è Acerra, in questa fossa nella quale l’Italia ha vomitato e continua a vomitare i suoi veleni, non rimarrà altro che la vergogna per avere permesso che tutto ciò potesse accadere.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/acerra-pecore-e-diossina.jpg" alt="pecore e diossina ad Acerra" /></p>
<p><em>Su questo argomento leggi anche: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/11/10/la-terra-dei-fuochi-a-nord-di-napoli/">La terra dei fuochi a nord di Napoli</a>, testo di Peppe Ruggiero, fotografie di Eduardo Castaldo</em></p>
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		<title>Verso una società solare &#8211; 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2007 05:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Nebbia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Nebbia Nella prolusione all’anno accademico 1903-1904 dell’Università di Bologna, Giacomo Ciamician, professore di chimica in quella Università, disse: “Il problema dell’impiego dell’energia raggiante del Sole si impone e s’imporrà anche maggiormente in seguito. Quando un tale sogno fosse realizzato, le industrie sarebbero ricondotte ad un ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Nebbia</strong></p>
<p>Nella prolusione all’anno accademico 1903-1904 dell’Università di Bologna, Giacomo Ciamician, professore di chimica in quella Università, disse: “<em>Il problema dell’impiego dell’energia raggiante del Sole si impone e s’imporrà anche maggiormente in seguito. Quando un tale sogno fosse realizzato, le industrie sarebbero ricondotte ad un ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla forza della luce del giorno, che non costa niente e non paga tasse!</em>” E, vorrei aggiungere, non ha padrone!<br />
Pochi anni dopo, nel 1912, in una conferenza tenuta negli Stati Uniti, lo stesso professore affermava: “<em>Se la nostra nera e nervosa civiltà, basata sul carbone, sarà seguita da una civiltà più quieta, basata sull’utilizzazione dell’energia solare, non ne verrà certo un danno al progresso e alla felicità umana!</em>”</p>
<p><span id="more-3336"></span></p>
<p>Quando sono state pronunciate queste parole il consumo totale mondiale annuo di energia era di poco più di un miliardo di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP); esso era salito di circa di 2 miliardi di TEP/anno nel 1950 ed è, sulla soglia del XXI secolo, di oltre 9 miliardi di TEP/anno!<br />
L’odierno consumo di energia – e la produzione e il consumo delle macchine che divorano questa energia e delle merci fabbricate trasformando le risorse naturali con questa energia – hanno conseguenze che si riconoscono non più soltanto a livello locale – la “nera e nervosa civiltà” – ma che si fanno sentire a livello planetario.<br />
L’impoverimento delle risorse di fonti di energia, di minerali, di foreste, l’usura delle terre coltivabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, inducono a chiederci se è possibile continuare su questa strada senza compromettere le condizioni di vita e di salute delle generazioni future.<br />
Sempre più spesso ci si interroga sulla possibilità di realizzare una società, uno sviluppo, capaci di soddisfare i bisogni di alimenti, abitazioni, energia, beni materiali, ma anche salute, libertà, dignità, indipendenza, bellezza, della nostra generazione attraverso un uso delle risorse naturali – minerali combustibili fossili, acqua, foreste, terreno coltivabile ecc. – che lasci alle generazioni future condizioni tali da assicurare loro una vita dignitosa e soddisfacente.<br />
Benché molti auspichino l’avvento di un’organizzazione sociale capace di svilupparsi in modo meno insostenibile di quello odierno, le attuali tendenze dei consumi di risorse naturali sono tali da far pensare che le generazioni future dovranno far fronte a problemi di scarsità, ad un impoverimento dei “beni ambientali” e addirittura a disastri ecologici di dimensioni non immaginabili.<br />
Accanto alle possibili crisi ambientali se ne prospettano altre, di carattere politico e sociale, dovute alla maniera ineguale e ingiusta con cui l’energia è usata nel mondo. Circa 1,5 miliardi di terrestri consumano circa 4,5 miliardi di TEP/anno e ai restanti circa 4,5 miliardi abitanti della Terra rimangono a disposizione circa 4,5 miliardi di TEP/anno. Sembra quindi abbastanza ragionevole che i paesi che finora hanno avuto a disposizione pochissima energia reclamino una proporzione maggiore dell’energia consumata complessivamente nel mondo.<br />
È possibile tracciare vari scenari di tale più giusta distribuzione, ma tutti inevitabilmente portano ad un aumento dei consumi totali di energia attraverso l’uso di crescenti quantità di combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale.<br />
Ma il consumo di combustibili fossili produce gravi effetti ambientali, in parte locali (inquinamento dovuto a varie sostanze nocive, piogge acide con danni alla salute e alla vegetazione, inquinamento termico, ecc.), in parte planetari, soprattutto mutamenti climatici dovuti all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica (“effetto serra”).<br />
Già al livello degli attuali consumi di “appena” 9 miliardi di TEP/anno vengono immessi ogni anno nell’atmosfera circa 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica: anche considerando i meccanismi di autodepurazione dell’atmosfera, si osserva un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica di oltre una parte per milione in volume all’anno: da circa 320 a 370 parti per milione nel periodo che va dagli inizi degli anni Cinquanta alle soglie del 2000.<br />
Come è noto, un ulteriore aumento di questa pur piccolissima concentrazione di anidride carbonica (oggi, nel 2000, lo 0,037 per cento in volume, rispetto ai gas totali dell’atmosfera) comporta una modificazione del delicato equilibrio fra energia solare che raggiunge la Terra e calore re-irraggiato dalla Terra verso gli spazi interplanetari, con conseguente aumento del calore trattenuto dentro l’atmosfera – che si comporta come una serra, una trappola del calore – e della temperatura media della Terra.<br />
Ci sono tutti i segni che il pianeta Terra non potrà sopportare le alterazioni climatiche ed ecologiche corrispondenti a un sensibile aumento dell’uso dei combustibili fossili. Tanto più che tale aumento porterebbe a un rapido impoverimento delle riserve di idrocarburi con conseguenti crisi economiche e politiche e comunque in contrasto con gli interessi delle generazioni future.<br />
Ci sono dei tentativi di far resuscitare l’energia nucleare come possibile mezzo per ottenere energia senza immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, ma allo stato attuale delle conoscenze l’energia nucleare non solo non è destinata a giocare un ruolo importante nel futuro energetico, ma è destinata ad un inarrestabile declino, e già così lascia una drammatica eredità di scorie e residui radioattivi.</p>
<p>(continua &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/verso-una-societa-solare-2/">qui</a> la seconda parte)</p>
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		<title>La terra dei fuochi a nord di Napoli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/10/la-terra-dei-fuochi-a-nord-di-napoli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 05:49:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo Castaldo]]></category>
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		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[testo di Peppe Ruggiero, fotografie di Eduardo Castaldo Un lungo stradone, la spina dorsale del diavolo, un budello di asfalto e cemento ostinatamente definito strada, che collega i comuni dell&#8217;hinterland a nord di Napoli con le rotte dell&#8217;ecomafia. Percorrendo l&#8217;asse mediano voltando lo sguardo a destra e a sinistra tra centinaia di case abusive, capannoni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste1.jpg" id="image2697" alt="Somma Vesuviana" /></p>
<p>testo di <strong>Peppe Ruggiero</strong>, fotografie di <a href="http://www.eduardocastaldo.com/">Eduardo Castaldo</a><br />
<span id="more-2695"></span><br />
Un lungo stradone, la spina dorsale del diavolo, un budello di asfalto e cemento ostinatamente definito strada, che collega i comuni dell&#8217;hinterland a nord di Napoli con le rotte dell&#8217;ecomafia. Percorrendo l&#8217;asse mediano voltando lo sguardo a destra e a sinistra tra centinaia di case abusive, capannoni industriali anonimi, casermoni di cemento  si intravedono  le colonne di fumo nero che minacciose danno il benvenuto. Siamo nella Terra dei fuochi.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste30-17.jpg" id="image2699" alt="Afragola - vestiti destinati ai paesi in via di sviluppo" /><br />
<em>Afragola, vestiti destinati ai paesi in via di sviluppo &#8211;  la criminalità gestisce anche gli aiuti umanitari internazionali; riceve fondi europei per inviare abiti, giocattoli e cibo nel terzo mondo</em></p>
<p>Qualiano, Villaricca, Giugliano, il &#8220;triangolo della monezza&#8221;. Qui a pochi km da Napoli, comincia l&#8217;area che nel piano regolatore della camorra è stato assegnata alla sepoltura illecita dei rifiuti. Un territorio che unisce la camorra casertana, del clan dei casalesi, con quella napoletana del clan dei Mallardo. E&#8217; proprio il caso di dirlo, in questo triangolo maledetto comandano loro. I clan della rifiuti connection. I becchini della camorra che, tra l&#8217;impunità assoluta,  sfacciatamente continuano a seppellire ed incendiare i rifiuti. Di tutti i tipi. Di giorno e di notte. Senza distinzione. Basta farsi un giro in qualsiasi giorno della settimana. Anche in pieno giorno.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste26-16.jpg" id="image2700" alt="Afragola - vestiti destinati ai paesi in via di sviluppo" align="left" hspace="3" vspace="3" /> <em>nella foto: Afragola</em></p>
<p>Percorriamo le stradine che portano alla discariche, e immediatamente entrano in azione le ronde della camorra. Ti seguono, ti scrutano dalla testa ai piedi. Vedono se sei del posto o un &#8220;forestiero&#8221;. Viaggiano in motorino o in macchina di grossa cilindrata. Sono agili e veloci. Si muovono incontrastati in un territorio, che in questo periodo, è super controllato dalle forze dell&#8217;ordine. Attraversiamo queste zone, in piena guerra di camorra. Poche settimane fa, sotto una pioggia di piombo, è stato trucidato Nicola Pianese, `o mussut&#8217; boss di Qualiano. Boss di camorra, legato ai Mallardo.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste19-20.jpg" id="image2698" alt="Afragola - vestiti destinati ai paesi in via di sviluppo" /><br />
<em>Afragola &#8211; falò di materiali plastici e scorie industriali </em></p>
<p>Raffaele Del Giudice, di Legambiente, in questi luoghi ci è nato e continua a viverci. Da sempre. Nonostante le minacce, lo sconforto e l&#8217;abbandono. &#8220;Con mio nonno da piccolo coltivavo queste terre, ortaggi, mele, primizie. Un terra ricchissima, un oasi. Oggi queste terre sono state trasformate in un unico gigantesco deposito di spazzatura.&#8221;.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste37-26.jpg" id="image2701" alt="Acerra - inceneritore in construzione" /><br />
<em>Acerra &#8211; inceneritore in costruzione</em></p>
<p>Questa zona rappresenta la frontiera del male, dello sporco affare. Qui ogni giorno si bruciano tonnellate di rifiuti di ogni tipo. Il tutto sotto la regia della camorra. E i danni non si contano. Il giro d&#8217;affari nel compartimento agricolo in quest&#8217;area è in picchiata. La vendita dei prodotti ortofrutticoli dell&#8217;area nord è calata negli ultimi cinque anni del 25%. Crollo per kiwi, mele, fragole e pesche. E molte piante sono seccate alla radici.</p>
<p>&#8220;E i contadini &#8211; ci confida con rabbia Raffaele-  presi dai due fuochi, da un lato gli affari che vanno male, dall&#8217;altro le pressioni della camorra, si trovano costretti a cedere i terreni&#8221;. Un vero disastro economico per i 190 piccoli coltivatori della zona. E nel nostro &#8220;monezza tour&#8221;, noi come i camion dei rifiuti, siamo accompagnati dalle vedette che viaggiano in Mercedes. Del resto sono loro che da decenni controllano il territorio. Sanno chi far passare e chi no.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste53-33.jpg" id="image2702" alt="Diossina - il gregge del Sig. Cannavacciuolo decimato dal cancro" /><br />
<em>Acerra &#8211; il gregge del Sig. Cannavacciuolo si è ridotto in tre anni da 3000 capi a 180, 3 pecore morte di cancro al giorno</em></p>
<p>Siamo in un&#8217;area fortemente urbanizzata, dove risiedono circa 150 mila persone, e ben 39 discariche di cui 27 probabilmente con presenza di rifiuti pericolosi. Negli ultimi cinque anni le discariche illegali sono aumentate del 30%. Come i tumori tra la popolazione. Con gli anni i criminali hanno cambiato tipologia di smaltimento: dalle discariche ai roghi di copertoni usati spesso come base comburente per bruciare anche altre sostanze tossiche.</p>
<p>I piccoli rom,  che vivono nei campi nomadi della zona, sono utilizzati per appiccare i fuoco e per una sorta di vigilanza passiva per garantire ai camion il percorso libero da eventuali improbabili controlli. I clan gli danno 50 euro a cumulo bruciato. Nella terra dei fuochi,  dal colore del fumo si capisce cosa si brucia: fumo nero significa copertoni, color grigio fitto è la  plastica delle serre, ma quando il colore è strano nuovi rifiuti stanno arrivando nelle zone.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/waste54nola.jpg" id="image2703" alt="Nola " /><br />
<em>Nola &#8211; nel 2004 &#8216;The Lancet Oncology&#8217; definì l&#8217;area tra Nola, Acerra e Marigliano &#8216;il triangolo della morte&#8217;, analizzando gli alti indici di mortalità tumorale nella zona.</em></p>
<p>Camminando tra le terre divorate dalla diossina, dal rame, il fumo nero ti arriva fino alla gola. Gli occhi incominciano a lacrimare. &#8220;Noi ormai ci siamo abituati, per noi il cielo ha perso il suo colore originale&#8221;, tristemente racconta Raffaele. Torniamo indietro e davanti a noi, nelle vicinanze del campo rom,  alcuni camionisti, arruolati come soldati dall&#8217;esercito dell&#8217;ecomafia continuano a scaricare nella discarica &#8220;de zingar&#8221;. &#8220;Adesso conviene andar via,  per i rom è giunta l&#8217;ora di riscuotere la diaria&#8221;. Ci allontaniamo mentre i bambini giocano con un terreno colore cenere nera.</p>
<p>&#8212;<br />
Peppe Ruggiero è giornalista e curatore del <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/rapportoecomafia2006campania.pdf" id="p2696" title="Rapporto Ecomafia 2006 Campania">Rapporto Ecomafia 2006 Campania</a>  (pdf 1MB) di <a href="http://http://www.legambiente.campania.it/">Legambiente</a>. Questo articolo è stato pubblicato in forma ridotta su Left del 29 settembre 2006.<br />
Eduardo Castaldo , fotografo, ha realizzato tra luglio e ottobre 2006 un <a href="http://www.eduardocastaldo.com/wasteland.htm">reportage sulla &#8220;terra dei rifiuti&#8221;</a>, da cui queste fotografie sono tratte.</p>
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