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	<title>Inventario privato &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per Inventario privato di Elio Pagliarani. Parte seconda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Donaera]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[elio pagliarani]]></category>
		<category><![CDATA[Inventario privato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Dionera [Pubblico qui la seconda parte di un estratto della tesi di laurea di Andrea Donaera dedicata ad un libro di Elio Pagliarani, Inventario privato del 1959. La prima parte si può leggere qui. E’ un testo relativamente poco frequentato dalla critica e che merita maggiore attenzione. B.C.] Lo stile “doppio” Il processo dialettico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Dionera</strong></p>
<p>[Pubblico qui la seconda parte di un estratto della tesi di laurea di Andrea Donaera dedicata ad un libro di Elio Pagliarani, <em>Inventario privato </em>del 1959. La prima parte si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/13/inventario-privato-elio-pagliarani-parte/">qui</a>. E’ un testo relativamente poco frequentato dalla critica e che merita maggiore attenzione. B.C.]</p>
<ol start="3">
<li>Lo stile “doppio”</li>
</ol>
<p>Il processo dialettico messo in atto da Pagliarani, che fa confrontare il mondo cittadino e industriale con la dimensione intima e privata, si rileva con grande impatto anche nello stile con il quale viene scritta la raccolta. Uno stile “doppio”, con cui Pagliarani allestisce anche una doppia retorica, allegorizzando il mondo industriale e quello privato: «alienazione e vitalità che si contrappongono nel destino degli amanti metropolitani. Ma anche coesistono come una sfida» (Cepollaro, 2015).</p>
<p>Reduce dall’esordio <em>Cronache</em> nel quale già si percepiva la reazione alle tendenze ermetiche e postermetiche, in questa raccolta Pagliarani insiste nella creazione di un doppio registro, una doppia voce in grado di proporre contemporaneamente un linguaggio “alto” e uno invece vicino – lessicalmente e semanticamente – alla lingua parlata, che alla fine degli anni Cinquanta, tra l’altro, iniziava ad assorbire mutamenti notevoli provenienti dal linguaggio commerciale e dei media, e così dunque anche la poesia.[1] Questa scelta stilistica, evidentissima già in <em>Inventario privato</em>, sarà sempre uno dei marchi distintivi della poetica di Pagliarani, poetica estremamente inclusiva, in grado di far convogliare al suo interno anche riferimenti letterari disparati[2] (in <em>Inventario privato</em>, come si vedrà, il dialogo con la tradizione, anche in forme parodistiche, riguarda certa poesia medievale).</p>
<p>Nel seguente testo emergono fortemente «le due retoriche» di <em>Inventario privato</em> (e del Pagliarani successivo): una che si nutre della scrittura e una dell’oralità; una legata alla tradizione, al mestiere letterario, un’altra che invece ascolta il parlato e trasmette ciò che si è ascoltato. Si crea infatti «una feconda contraddizione tra il piano della retorica scritta e il piano della retorica orale, la prima analitica, separante, anti–naturalistica, la seconda sintetica, coinvolgente, musicale» (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che ci portiamo addosso il nostro peso</p>
<p>lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,</p>
<p>guizzo, resistenza necessaria perché baci</p>
<p>la nostra storia i nostro uomo-donna</p>
<p>non solo all’ombra dei parchi</p>
<p>l’imparo ora, forse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oh, ma scompagina come il vento</p>
<p>freddo di viale Piave i giorno scorsi, e spaura,</p>
<p>quanto di me non solo porto</p>
<p>sulle spalle, ma mi tocca travasare</p>
<p>adattare al tuo fusto flessibile</p>
<p>e scontroso.</p>
<p>Io che speravo</p>
<p>necessario e sufficiente solo il fiore</p>
<p>che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo</p>
<p>fusto flessibile lo specchio la certezza</p>
<p>di come sia insufficiente il mio amore</p>
<p>per la tua capacità di comprenderlo,</p>
<p>per la tua capacità di comprenderlo</p>
<p>come sia immane il mio bisogno d’amore. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si possono notare la compresenza e la sintesi degli intrecci sia tematici che stilistici presenti in <em>Inventario privato</em>: il lessico e la struttura del verso “alti”, con assonanze, vocativi e perifrasi tanto stereotipate da assumere un retrogusto parodico («il fiore / che affiora»; «Oh, ma scompagina come il vento»; «lo so, che schermaglia d’amore è adattamento»), e quelli “bassi” e quasi narrativi («quanto di me non solo / porto sulle spalle, ma mi tocca travasare / adattare al tuo fusto flessibile / e scontroso»); i luoghi cittadini e gli oggetti della modernità («l’ombra dei parchi», «viale Piave»), la tensione amorosa ridotta ai minimi termini («il mio bisogno di amore»). Il risultato è un testo denso, carico di immagini e dotato di una plurivocalità nel suo presentarsi tanto variegato.</p>
<p>Questa presenza di più voci, appartenente sia al Pagliarani dell’esordio[3] che specialmente a quello futuro[4], si ripresenta come una caratteristica formale puntuale in vari punti della raccolta. Come se si causassero delle interferenze nello svolgersi del testo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[&#8230;] e perfino una scoperta</p>
<p>abbiamo riserbata: anche a te piace</p>
<p>camminare? (e a te non stanca? che porti</p>
<p>tacchi alti, polsi, giunture fragili</p>
<p>che il mio braccio trova a fianco,</p>
<p>il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti</p>
<p>milanese signorina) (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un effetto di disturbo e interferenza si verifica non solo attraverso i dialoghi, ma anche con la presenza di voci <em>off</em>, esterne alla situazione descritta – effetto garantito perfino dall’impostazione grafica dei versi, posti in corsivo e che interrompono la lettura:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se ci pare che quadri tutto questo</p>
<p>con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>un taxi se piove / separé da Motta</em></p>
<p><em>Ginepro e Patria / poltrone alla prima</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa</p>
<p>svariate idee d’amore e d’ingiustizia. (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra le ventuno poesie presenti in <em>Inventario privato</em>, molte sono brevi componimenti, stilisticamente quasi antesignani degli <em>Epigrammi</em> che verranno; in questi testi però si evince molto a proposito della vicinanza di Pagliarani ad alcune movenze di certi autori della Linea Lombarda (con i quali, con tutta probabilità, Pagliarani entrava in contatto proprio in quei suoi anni milanesi[5]), ma anche a un recupero, interessante e forse solitario nel panorama dell’epoca, dell’esperienza dei Vociani[6]. I versi “semplici”, l’utilizzo di immagini nitide, il linguaggio scarno, sembrano denotare un legame con quella tradizione vociana che era una sorta di alternativa alla tradizione ermetica[7]. Fortini, parlando de <em>La ragazza Carla</em>, noterà che «Pagliarani ritrova dopo quasi mezzo secolo accenti che furono del milanese Rebora» (Fortini, 2003), e questo pensiero può essere agganciato alla veste stilistica di alcune poesie presenti in <em>Inventario privato</em>.</p>
<p>In questi componimenti è ben nitida la dinamica che coniuga il doppio animo di questa raccolta, in cui cura stilistica e tecnica si sciolgono in una lingua facile, quotidiana. Fino a produrre poesie minime, esili, fondate anche solo su un’unica metafora, in cui ci sono «l’attenzione alla concretezza degli oggetti unita ad una mancanza quasi spietata di frivolezza, la potenza espressiva che scolpisce i testi in maniera drammatica» (Santini, 2004):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È già autunno, altri mesi ho sopportato</p>
<p>senza imparare altro: ti ho perduta</p>
<p>per troppo amore, come per fame l’affamato</p>
<p>che rovescia la ciotola col tremito. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O su un discorso diretto, in una semplicità lessicale disarmante, ma con una cura stilistica meticolosa, creando ancora un contrasto, ancora un’interferenza, grazie alla quale «i mezzi retorici sono elementi di <em>disturbo</em> rispetto alla sequenza abituale della lingua parlata» (Cepollaro, 2015):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amore, la tua angoscia trasparente,</p>
<p>«potrei perdere le mani, gli occhi», dicevi,</p>
<p>trasparente timore dell’amore. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure poesie che risultano quasi dimesse, nella loro semplicità, ma che dimostrano un denso “realismo sperimentale”. Nel testo seguente, per esempio, con l’assenza di punteggiatura e i primi tre versi dalla metrica rigorosa, si assiste alla fine a un componimento semplice e prosastico, ma corroborato da una potenza retorica (presente in tutta la raccolta) in cui «la violenza dell’enjambement afferma e contemporaneamente nega il flusso del dire orale, sottolineando drammaticamente che la lingua parlata si sta consegnando al regime retorico della lingua scritta» (Cepollaro, 2015):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Basta che tu li sfiori nella nuca</p>
<p>un momento con gli occhi quando brillano</p>
<p>i bambini si voltano a guardarti</p>
<p>avvertono la tua presenza. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lirica in <em>Inventario privato</em>, da un punto di vista stilistico, non è quindi più soltanto un fatto che deriva dalla tradizione, ma è anche intesa e praticata come allargamento delle potenzialità di un genere, da reinventare con criterio. L’intenzione, legata all’apertura del linguaggio da applicare con urgenza nell’ambito della poesia italiana, senza però dover rinunciare al valore del genere lirico strettamente inteso[8], viene esplicitamente espressa da Pagliarani in un intervento scritto proprio negli anni di <em>Inventario privato</em>, cioè tra il 1957 e il 1959:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non ha senso negare l’identificazione lirica = poesia senza una reinvenzione dei generi letterari. E ciò è già stato storicamente dimostrato: il tempo e la realtà incaricatisi di rompere un diaframma, la poesia allarga i suoi contenuti, ma non può farlo se non dilatando in corrispondenza il vocabolario poetico. Ma arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può anche voler dire che si arreca turbamento e confusione. [&#8230;] La reinvenzione dei generi è quindi la necessaria conseguenza della più ampia e variata modulazione sintattica del discorso poetico conseguente all’arricchimento del lessico[9]. (Pagliarani, in Giuliani, 2003).</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li>«Un conto delle cose che non tornano». <em>Inventario privato</em> e <em>La ragazza Carla</em>: legami e anticipazioni</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’accenno a Paolo e Francesca nel paragrafo precedente non è del tutto casuale. Infatti il legame principale che Pagliarani instaura nella stesura di questo libro è proprio con un poeta medievale, amico di Dante Alighieri, cioè lo stilnovista Guido Cavalcanti. In particolare è la ballata <em>Quando di morte mi conven trar vita</em> a essere la fonte letteraria prediletta da Pagliarani (Ballerini, 2008). In particolare è la domanda presente nella prima strofa della ballata a confluire poi nel testo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando di morte mi conven trar vita</p>
<p>e di pesanza gioia,</p>
<p>come di tanta noia</p>
<p>lo spirito d’amore d’amar m’invita? (Cavalcanti, 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come spiega Andrea Cortellessa nell’introduzione a <em>Tutte le poesie</em>, questo interrogativo «può essere parafrasato in questi termini: “com’è possibile che Amore ancora mi adeschi, proprio adesso che mi riduco a vivere di morte e gioire dei miei abbattimenti, proprio ora che il mio stato è così doloroso?”» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006). E questo è sostanzialmente lo spirito che anima semanticamente <em>Inventario privato</em>, squisitamente lirico nell’utilizzo del <em>topos</em> dell’amore coniugato alla morte: un amore che, nel suo (non) concretizzarsi conduce a una morte, una «morte interiore, morte dei sentimenti: se a essa si sopravvive, <em>senza rimedio</em>, in uno stato ben simile a quello del malinconico stilnovista di sette secoli prima[10]»; un’idea di morte che, nel procedere della storia d’amore, diventa sempre più fissata in un’abitudine, tanto da sembrare come se il soggetto parlasse in un dialogo tra un io vivo e un io già defunto[11], come si legge nella lirica che segue:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A dirli di questi mesi sembra agevole</p>
<p>con il margine di rischio necessario</p>
<p>a chiamare la vita col suo nome:</p>
<p>primavera invocata tempestiva</p>
<p>fu tempesta, e in vista della terra</p>
<p>il naufragio balordo; giugno vissi</p>
<p>per rassegnarmi a perderti; è di luglio</p>
<p>la più cupa speranza di riuscire</p>
<p>a fare della morte un’abitudine. (Pagliarani, 1959).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il legame con Cavalcanti non è però soltanto utile a una comprensione totale di questa storia d’amore e disamore circondata da una idea di <em>morte</em> (Cortellessa, in Pagliarani, 2006). Si veda, infatti l’ultima lirica di <em>Inventario privato</em>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il verso «quanto di morte noi circonda»</p>
<p>apriva, e nella chiusa, isolato, bene in vista</p>
<p>«tu sola della morte antagonista».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma già prima del termine di giugno</p>
<p>la mia palinodia divenne sorte:</p>
<p>nessun antagonista alla mia morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E sono vivo, senza rimedio</p>
<p>sono ancora vivo. (Pagliarani, 1959).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il verso virgolettato «quanto di morte noi circonda» è uno dei versi conclusivi del poemetto <em>La ragazza Carla</em>, all’epoca ancora non ufficialmente licenziato. Si tratta, quindi, sì di un rimaneggiamento del verso d’apertura della ballata di Cavalcanti, ma non solo: «esso è autocitazione, con tanto di virgolette, proprio dal corsivo finale» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006) de <em>La Ragazza Carla</em>, e questo porta a comprendere che «alla pubblicazione di <em>Inventario privato</em>, <em>La ragazza Carla</em> fosse già ultimato e circolante» (ivi), e un indizio sicuro di ciò è «costituito dal fatto che nella <em>Prefazione </em>al libro del’59 Giacomo Zanga citi passaggi del poemetto come fossero già di dominio pubblico, addirittura venuti a dimensione proverbiale[12]» (ivi).</p>
<p>I due libri sono quindi legati a doppio filo, e in modo palesato dall’autore, dalla fonte letteraria di Cavalcanti – quindi dal tema di fondo della morte, sebbene in prospettive diverse[13] – e dal periodo in cui le opere vengono scritte o, se non pubblicate, almeno rese note a un pubblico di amici e conoscenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Inventario privato</em> e <em>La ragazza Carla</em> sono unite fortemente anche dai temi affrontati nelle due opere, in particolare il tema del mondo del lavoro. I personaggi protagonisti dei due libri non solo orbitano attorno al mondo impiegatizio della Milano del boom economico: ne sono assorbiti, tanto da acquisire tratti costitutivi delle loro personalità e delle loro esistenze. Questo modo di trattare il mondo del lavoro è una delle peculiarità più rilevanti della poetica di Pagliarani, presente dall’esordio alle ultime opere; in queste due opere, sicuramente anche a causa della vicinanza cronologica della stesura, ci sono particolari punti di incontro attorno a questo tema, tanto da far sì che la «milanese signorina» di <em>Inventario privato</em> ricordi molto da vicino la Carla del poemetto. Entrambe le giovani donne svolgono un lavoro d’ufficio, e Pagliarani, per entrambe, fa assurgere questa dimensione lavorativa a una dimensione esistenziale.</p>
<p>Ecco che dunque in <em>Inventario privato</em> si entra in contatto «con le ambientazioni che ritroveremo – presto, ormai, prestissimo – <em>nella Ragazza Carla</em>» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[&#8230;] Quante ore</p>
<p>d’ufficio e quanti giorni in questi anni</p>
<p>d’ufficio fanno il totale della giovinezza?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non so quanta saliva ha da secernere</p>
<p>la ragazza incollando francobolli, so</p>
<p>che cosa bruci per tenere in luce</p>
<p>te soave e i capricci. (Pagliarani, 1959).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si confronti, infatti, con questo brano da <em>La ragazza Carla</em>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Carla spiuma i mobili</p>
<p>Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters</p>
<p>una signora bianca ha cominciato i calcoli</p>
<p>sulla calcolatrice svedese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono momenti belli: c’è silenzio</p>
<p>e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli</p>
<p>quella gente che marcia al suo lavoro</p>
<p>diritta interessata necessaria</p>
<p>che ha tanto fiato caldo nella bocca</p>
<p>quando dice buongiorno</p>
<p>è questa che decide</p>
<p>e son dei loro</p>
<p>non c’è altro da dire. (Pagliarani, 1962).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel procedere del canzoniere, il contesto lavorativo incornicia pienamente, o anche soltanto di passaggio, la storia di Inventario privato, in cui la «milanese signorina» sembra <em>figura futurorum</em> della ragazza Carla:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al sole d’aprile del giorno</p>
<p>del tuo compleanno gli dico</p>
<p>che t’ho accompagnata all’ufficio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e non poteva bastarmi.</p>
<p>[&#8230;] (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi chissà perché, mai fatto prima,</p>
<p>Aldo la segue all’uscita le offre un Campari</p>
<p>Carla adesso rifiuta – ci ha già pensato scendendo</p>
<p>[&#8230;] (Pagliarani, 1962).</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La ragazza Carla</em> è considerato un caposaldo della letteratura sul tema del mondo del lavoro, avendo portato Pagliarani a inserirsi «nella critica al mondo industriale attraverso una narrazione che accentua, anche col linguaggio quotidiano e con l’impiego materico di manuali e trattati, la “resistenza del reale”, i fallimenti e il senso di solitudine della protagonista» (Segre, 1998). Più complesso è quindi individuare il tema del lavoro – e della critica al mondo industriale – in un canzoniere d’amore, considerato opera secondaria sia dalla critica che, per un certo periodo, dall’autore stesso[14]. Eppure, non solo per quanto visto negli stralci in precedenza, il discorso della dimensione impiegatizia è davvero alla base di <em>Inventario privato</em>, ne fissa la struttura, ne crea una dimensione: questa dimensione, appunto, impiegatizia è resa esplicita finanche nella struttura stessa della raccolta, impostata, sin dal titolo, come un inventario commerciale, un prospetto di conteggio.</p>
<p>“Il primo foglio” è la sezione che apre il libro, e si apre con i versi «Se facessimo un conto delle cose / che non tornano», che risultano quindi programmatici in riferimento alla dimensione ragionieristica data al canzoniere; la seconda sezione, “A riporto”, si presenta come una serie di annotazioni riguardanti la vicenda amorosa esposta nella prima sezione, in cui il poeta, <em>privatamente</em>, arriva a una conclusione, nell’ultimo verso dell’ultima poesia: «e non mi ami»; la sezione conclusiva rende lampante l’intenzione di Pagliarani di trattare la raccolta come un vero e proprio rendiconto: “Totale S.E. &amp; O.” è infatti una «abbreviazione in uso nelle fatture commerciali e in altri prospetti di conteggi, della locuz. <em>salvo errori e omissioni</em>»[15], e questo conteggio si conclude, negli ultimi due versi della raccolta, ponendo centralmente il topos dell’amore coniugato alla morte: «E sono vivo, senza rimedio / sono ancora vivo».</p>
<p>Mantenendo la coerenza con la doppia retorica stilistica e con la doppia dimensione tematica che nutre la raccolta, Pagliarani incornicia dunque questa sorta di “canzoniere pseudo-burocratico” in una collocazione grottesca, riducendo la storia d’amore a un fatto d’ufficio, crudamente gettata nelle mansioni della realtà, in una «porzione di vissuto non teatralizzata, non narrativizzata» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).</p>
<p>E Pagliarani, per la prima e unica volta, si offre «squisitamente lirico [&#8230;] ma col suo linguaggio: ormai perfettamente calibrato nei suoi scompensi procurati, nelle sue intermittenze, nei suoi stordenti cambi di ritmo. Con la spietatezza di sé che ormai gli conosciamo (“Non devi amarmi se ti sbriciolo / su una tovaglia lisa; e non mi ami”)» (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note</p>
<p>[1] Cfr. Montale, 1996, nel saggio <em>Poesia inclusiva</em> del 1964: «I poeti [&#8230;] esprimono l’aspetto fenomenologico del loro esser uomini “in situazione” (anagrafica, temporale e strettamente individuale). Inclusivi di tutto, escludono la trascendenza di quella che fu tradizionalmente la poesia e l’alta retorica». Cfr. Testa, 1999, in cui, a proposito della poesia che si sviluppa in questi anni: «S’innesta [&#8230;] il rinnovato rapporto che questa poesia intrattiene con la cosiddetta ‘lingua comune’; non più pedinata con l’obiettivo della mimesi né scardinata con gli usurati strumenti dello sperimentalismo, essa [&#8230;] si costituisce in raffinato e scaltrissimo parlato-scritto [&#8230;]».</p>
<p>2 Andrea Cortellessa, nell’introduzione a <em>Tutte le poesie</em>, di Pagliarani, nello scrivere a proposito de <em>La Ballata di Rudi</em>, sottolinea i numerosi riferimenti «alla tradizione, tanto popolare quanto colta» presenti comunque in tutta l’opera dell’autore: «[&#8230;] l’Ottocento “basso” [&#8230;]. Ma anche qualche eco della ballata antica, lirica e “alta” anzi “altissima” [&#8230;]. Poi senz’altro un Novecento “basso” [&#8230;] e, forse soprattutto, “bassissimo”, spicciamente demotico» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).</p>
<p>3 Cfr. Pagliarani, 2006. Un esempio da <em>Cronache e altre poesie</em> è il componimento <em>Romanza sotto la pioggia</em>.</p>
<p>4 La presenza di più voci, dotate di più registri linguistici, sarà una delle caratteristiche principali anche de <em>La ragazza Carla</em>: «La “storia” di Carla è molto meno vera della Milano che ha intorno; una Milano che è fatta veramente di parole, cioè di un tessuto sintattico studiato sul vero» (Fortini, 2003).</p>
<p>5 Cfr. Santini, 2004: «La poesia lombarda è fatta di una combinazione di attenzione alle cose, al paesaggio, a una quotidianità dimessa e pungente [&#8230;]. Tali qualità permangono anche nei lavori di autori lombardi della generazione successiva, come Elio Pagliarani, Giancarlo Majorino, Giorgio Cesarano, o il più giovane Maurizio Cucchi».</p>
<p>6 Cfr. Giuliani, 1977, in cui, a proposito dei poeti accostabili all’area lombarda, parla di «una vocazione morale [&#8230;] che ha i suoi antecedenti e i suoi numi sin troppo palesi in Parini e Manzoni e un riferimento più recente, sostanzioso e quasi segreto in Clemente Rebora»</p>
<p>7 Dall’intervista che Biagio Cepollaro ha concesso per la tesi di laurea da cui è tratto questo articolo: «Quella scarnificazione, quella secchezza, quella retorica del grado zero si possono ricondurre forse alla tradizione dei Vociani, alternativa primonovecentesca, a quell’epoca, a ciò che era stato prodotto in ambiente ermetico».</p>
<p>8 Cfr. Mazzoni, 2005.</p>
<p>9 Cfr. Testa, 1999: «Che poi con questo italiano d’uso, sondato nei suoi intenti comunicativi e nella concretezza del suo vocabolario di fondo, si affrontino, liquidati insieme il crisma della separatezza lessicale e lo stigma della nobiltà tonale, temi centrali del pensiero contemporaneo e nodi essenziali della nostra esperienza, presente e remota, è un dato così importante da renderlo, credo, difficilmente trascurabile, costituendo, esso, un punto di passaggio, di transito e di svolta [&#8230;] nella storia della nostra poesia novecentesca».</p>
<p>10 Cfr. Cavalcanti, 2011: «Canto, piacere, beninanza e riso / me’n son dogli’ e sospiri: / guardi ciascuno e miri / che Morte m’è nel viso già salita!».</p>
<p>11 Sulla questione, molto più vasta rispetto a quella rintracciabile in <em>Inventario privato</em> (senz’altro più forte nel Pagliarani futuro), del rapporto vivi–defunti nella poesia di questi anni, cfr. Testa, 1999: «Il discorso della poesia riattiva strutture antropologiche (destinandole a funzioni diverse da quelle primarie ed offrendone una versione ormai priva dell’originaria finalità pragmatica) che significano pur sempre – anche se sul piano simulativo proprio della scrittura letteraria – un recupero della comunicazione: [&#8230;] si scorge così [&#8230;] una mimesi, catafratta e distorta, dei riti della relazione morti-vivi, della loro funzione e del loro fine».</p>
<p>12 Cfr. Pagliarani, 1959. Nella <em>Prefazione</em>, Giacomo Zanga cita integralmente i primi quattro versi del corsivo conclusivo de <em>La Ragazza Carla</em>.</p>
<p>13 «Quello che in Cavalcanti è solo un gioco concettoso [&#8230;] nella <em>Ragazza Carla</em> è effettiva possibilità di opporsi alla <em>morte</em> che <em>noi circonda</em> e trarne, dunque, davvero, <em>vita</em>. [&#8230;] <em>Inventario privato</em> capovolge [&#8230;] i termini: no, non si dà <em>risoluzione</em>; insanabile è il <em>conflitto</em> e irrimediabile, senza <em>antagonist</em>i, la <em>mia morte</em>» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006).</p>
<p>14 Cfr. Pagliarani, in Piemontese, 1990: «Dall’uscita delle <em>Cronache</em> [&#8230;] mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia e m’era diventata pesante nello scrivere la “tirannia dell’io”». Ma questo non ha impedito, successivamente, un parziale recupero dell’opera da parte dell’autore. Come si legge in appendice alla raccolta del 1985 <em>Esercizi platonici</em>: «Prigioniero, almeno in parte, come avevo cominciato a sentirmi, del mio verso lungo, sempre più lungo, [&#8230;] ho voluto cercare di riacquistare facoltà di articolazione più variegata (mi riferisco, per esempio, al pedale sommesso dell’<em>Inventario privato</em>)» (Pagliarani, 2006). Sull’argomento cfr. anche l’intervista che Concetta Petrollo ha rilasciato per questa tesi e pubblicata qui in appendice, in cui si parla diffusamente del recupero di <em>Inventario privato</em> da parte di Pagliarani anche durante le ultime letture pubbliche della sua vita.</p>
<p>15 Cfr. il sito dell’Enciclopedia Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/s-e-e-o/</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ballerini L., 2008, <em>4 per Pagliarani</em>, Scritture, Piacenza;</p>
<p>Cavalcanti G., 2011, <em>Rime</em>, Carocci, Roma;</p>
<p>Fortini F., 2003, <em>Saggi ed epigrammi</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Giuliani A. (a cura di), 2003, <em>I Novissimi. Poesie per gli anni ’60</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Giuliani A., 1977, <em>Le droghe di Marsiglia</em>, Adelphi, Milano;</p>
<p>Mazzoni G., 2005, <em>Sulla poesia moderna</em>, Il Mulino, Bologna;</p>
<p>Pagliarani E., 1959, <em>Inventario privato</em>, Veronelli, Milano;</p>
<p>Id., 1962, <em>La ragazza Carla e altre poesie</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Id., 2006, <em>Tutte le poesie (1946 – 2005)</em>, Garzanti, Milano;</p>
<p>Piemontese F. (a cura di), 1990, <em>Autodizionario degli scrittori italiani</em>, Leonardo, Milano;</p>
<p>Segre C., 1998, <em>La letteratura italiana del Novecento</em>, Laterza, Bari;</p>
<p>Testa E., 1999, <em>Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento</em>, Bulzoni, Roma;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sitografia</p>
<p>Cepollaro B., 2015:</p>
<p><a href="https://poesiadafare.wordpress.com/2015/05/14/biagio-cepollaro-su-inventario-privato-1959-di-elio-pagliarani/"><em>https://poesiadafare.wordpress.com/2015/05/14/biagio-cepollaro-su-inventario-privato-1959-di-elio-pagliarani/</em></a></p>
<p>Santini F., 2004: <a href="http://escholarship.org/uc/item/4v91s2cs#page-1"><em>http://escholarship.org/uc/item/4v91s2cs#page-1</em></a></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a></p>
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<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"></a></p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"></a></p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"></a></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Per Inventario privato di Elio Pagliarani. Parte prima</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Sep 2017 05:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Donaera [Pubblico qui la prima di due parti di un estratto della tesi di laurea di Andrea Donaera dedicata ad un libro di Elio Pagliarani, Inventario privato del 1959. E’ un testo relativamente poco frequentato dalla critica e che merita maggiore attenzione. B.C.] «Su una tovaglia lisa». Inventario privato di Elio Pagliarani Inventario privato: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Donaera</strong></p>
<p>[Pubblico qui la prima di due parti di un estratto della tesi di laurea di Andrea Donaera dedicata ad un libro di Elio Pagliarani, <em>Inventario privato </em>del 1959. E’ un testo relativamente poco frequentato dalla critica e che merita maggiore attenzione. B.C.]</p>
<p>«Su una tovaglia lisa». <em>Inventario privato</em> di Elio Pagliarani</p>
<ol>
<li><em>Inventario privato</em>: una raccolta all’altezza dei tempi</li>
</ol>
<p><em>Inventario privato</em>, seconda opera di Elio Pagliarani, scritta tra marzo e novembre del 1957, viene pubblicata nel 1959. È importante prendere in considerazione la data di pubblicazione di questa raccolta. Il 1959 è infatti un anno particolare per la storia della poesia italiana, un anno in cui si stabilisce la fine di un periodo di transizione che vedeva scemare l’esperienza dell’ermetismo e che sarebbe sfociato in un decennio ricco di cambiamenti, nuove proposte, nuovi modi di intendere la lingua, la letteratura e la poesia. <em>Inventario privato</em> va collocato nello «spazio letterario» che va dal 1956 al 1959 intendendo lo «spazio letterario» nell&#8217;accezione proposta da Guido Mazzoni, cioè «l’insieme delle opere che gli autori di una certa epoca giudicano ragionevole scrivere e [&#8230;] ritengono all’altezza dei tempi» (Mazzoni, 2005).</p>
<p>Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli Sessanta, infatti, avvengono mutamenti paradigmatici nella poesia italiana. La conclusione dell&#8217;esperienza neorealista e postermetica realizza uno stato della poesia in cui si verifica un rapporto più complesso e problematico tra «autori, linguaggio e oggetti» (Raboni, 2005).</p>
<p>Molte antologie e critici fanno coincidere gli anni Sessanta con l’inizio di una sorta di nuova era, una scissione netta con la letteratura precedente; questo è dato dall’avvento delle avanguardie e, specialmente, dai capovolgimenti tematici e stilistici – tra cui la concezione del soggetto, l’abiura della tradizione lirica, il rifiuto ormai totale della condizione del poeta laureato, la formulazione di alternative linguistiche e addirittura alternative all’idea stessa di poesia (proprio Pagliarani sarà protagonista di questo tipo di cambio di assetto, con la scrittura di un romanzo in versi come <em>La ragazza Carla</em>).</p>
<p>Altri studi, per poter tracciare un percorso più esaustivo dei mutamenti della poesia nel Novecento, propongono l’analisi di un spazio temporale più ampio, che parta da prima, perché i cambiamenti che si verificheranno negli anni Sessanta «avvengono sia in continuità con il passato, sia in reazione e esso» (Crocco, 2015). Non dunque gli anni Sessanta come giro di boa netto e improvviso. È possibile provare a considerare quel decennio, invece, come conseguenza di un percorso iniziato già durante la seconda metà degli anni Cinquanta: anni che vedono susseguirsi una serie di pubblicazioni, tra la nascita di riviste che saranno determinanti nello svolgersi dei processi poetici successivi, esordi di grande rilievo o nuove opere di autori già affermati, che muovono la loro scrittura verso riflessioni diverse.</p>
<p>Il 1956, in particolare, viene considerato un anno topico che in qualche modo sancisce l’inizio di una svolta e di numerosi cambiamenti in atto nella cultura poetica italiana. Si tratta di una posizione proposta da studi autorevoli e oramai classici, tra cui <em>Poeti italiani del Novecento</em> di Pier Vincenzo Mengaldo (1978), <em>Il neorealismo nella poesia italiana</em> di Walter Siti (1980), <em>Il Novecento</em> di Romano Luperini (1981), ma anche nelle «riflessioni in tempo reale di Montale e Pasolini»1 (Crocco, 2015) e in lavori più recenti come il saggio <em>Posture dell’io</em> di Damiano Frasca (2011).</p>
<p>Nonostante sia spesso accantonata, questa seconda proposta di periodizzazione può essere un&#8217;alternativa al canone non ancora unitario della poesia italiana del Novecento, e acquisisce forza e interesse se si considerano i testi di poesia che vengono pubblicati tra il 1956 e il 1959. Del 1956 sono <em>Il passaggio d’Enea</em> di Giorgio Caproni; l’esordio di Antonio Porta, <em>Calendario</em>; <em>La bufera e altro</em> di Eugenio Montale, con cui si inaugura la sua svolta stilistica e l&#8217;inizio del silenzio che precederà la pubblicazione di <em>Satura</em>; l’esordio di Edoardo Sanguineti, <em>Laborintus</em>, «che, nella sua radicalità, rappresenta probabilmente il gesto polemico più forte, compiuto in tutto il Novecento italiano, contro il genere e il soggetto lirico» (Frasca, 2011); <em>Dopo la luna</em> di Vittorio Bodini, raccolta tutt’altro che secondaria, tra le produzioni poetiche di quel periodo. Nel 1957 prosegue il percorso al di fuori dell’ermetismo di Mario Luzi, con <em>Onore del vero;</em> appaiono <em>Vocativo</em> di Andrea Zanzotto e <em>Le ceneri di Gramsci</em> di Pier Paolo Pasolini, testi che contribuiranno alla inedita considerazione del soggetto in poesia, spingendo verso «una risposta alla “deflazione del soggetto”2» (ivi): è in questo momento che va formandosi una questione complessa, centrale e ancora dibattuta, cioè lo statuto del soggetto all’interno della nuova poesia italiana, che a partire dalla fine degli anni Cinquanta vede trasversalmente presenti – da Sereni a Caproni, da Sanguineti a Pagliarani – non più rappresentazioni di un io pacificamente biografiche, ma «autoraffigurazioni dell’io condotte all’insegna dei motivi della perdita e dello sbandamento» (Testa, 1999). Nel 1959, inoltre, viene pubblicato <em>Il seme del piangere</em> di Giorgio Caproni, e Vittorio Sereni sta lavorando a <em>Gli strumenti umani</em>, che verrà pubblicato nel 1965. In questa sede, si vuole proporre la pubblicazione di <em>Inventario privato</em> come un testo da prendere in considerazione per una mappatura delle raccolte più importanti tra il 1956 e il 1959.</p>
<p>Sono gli anni in cui «qualcosa in Italia è successo, e non soltanto in ambito letterario» (Frasca, 2011); anni che, come spiega Cesare Segre introducendo il periodo storico che porterà alla nascita del Gruppo ’63, «iniziano col boom economico (e solo economico). [&#8230;] Restavano intatte la bipolarità Stati Uniti–Unione Sovietica, con nostra dipendenza dai primi, e la questione meridionale3; il potere della mafia aumentava4; era sempre in piedi un regime senza ricambio, data la <em>conventio ad excludendum</em> verso i comunisti, rappresentanti quasi un terzo dei cittadini. Forte dunque la spinta, per alcuni, a uscire da questa situazione stagnante» (Segre, 1998). E <em>Inventario privato</em>, come tutta l&#8217;opera successiva di Elio Pagliarani, ha in sé questo senso di coinvolgimento nei processi di trasformazione, una sorta di latente cambiamento costante, che guarda ai mutamenti della poesia, della società, del linguaggio. Questo tipo di contributo dato da Pagliarani viene considerato unanimemente da tutta la critica, ma soltanto a partire dalla pubblicazione de <em>La ragazza Carla</em>.5</p>
<p><em>Inventario privato</em> viene infatti quasi saltato a piè pari, sia in antologie che in studi critici, spesso liquidato come opera di passaggio tra l&#8217;interessante esordio <em>Cronache</em> e il capolavoro <em>La ragazza Carla</em>. Ma proprio questa collocazione dell&#8217;opera in un momento di transizione della scrittura dell&#8217;autore necessiterebbe una revisione della raccolta: in un&#8217;ottica del genere, <em>Inventario privato </em>può acquisire connotati interessanti. Come si vedrà nello specifico in seguito, si tratta di un’opera quantomeno di rilievo in un periodo complesso per la poesia italiana, perché in grado di mantenere un legame (non strettissimo, rimaneggiato) con la tradizione lirica, ma al contempo capace di introdurre aspetti linguistici e tematici nuovi, coerenti con la visione critica di quell&#8217;epoca storica, con «la necessità di toccare le cose attraverso il linguaggio, di collocarsi entro i linguaggi correnti e insieme di spostarne i rapporti consueti» (Ferroni, 1991). Tutti aspetti che vedranno la loro apoteosi nelle sperimentazioni de <em>La ragazza Carla</em>, ma che già in <em>Inventario privato</em> vedono una precisa delineazione. Pagliarani in quest’opera prova a fare i conti con le contraddizioni storiche in cui si dibattevano gli autori a lui contemporanei: «alienazione e vitalità, industria capitalistica e mondo premoderno, contadino, o sfera semplicemente biologica: sono contraddizioni che in modi diversissimi sono presenti o centrali nel lavoro di Volponi, di Di Ruscio, secondo altre declinazioni di Pasolini, o anche di Majorino» (Cepollaro, 2015).</p>
<p>Pagliarani agisce utilizzando un espediente spiazzante, cioè una storia d’amore raccontata in un breve canzoniere, ma proprio per questo ancora più voluminoso potrebbe essere lo spazio dedicato a quest’opera all’interno del canone. <em>Inventario privato</em> si profila come un lavoro prezioso, perché vicino alle drammatiche questioni antropologiche e sociali scaturite da un secolo pieno di ambivalenze come il Novecento, ma con un approccio differente, inusuale: «In Pagliarani queste contraddizioni storiche sono chiamate a dar conto della condizione umana, a definire una specie di cognizione del dolore» (ivi). La proposta di un libro inusuale come può essere <em>Inventario privato</em>, considerato nella prospettiva storica e sociale nel quale è stato scritto e pubblicato, inserisce Pagliarani come uno di quei poeti nati tra gli anni Dieci e Venti del Novecento, caratterizzato dall’impossibilità di «credere, evidentemente, alla portata automaticamente universale della sua biografia nel senso della “bella biografia” di ungarettiana memoria; ma, per quanto non lo esibisca mai, crede ancora [&#8230;], problematicamente, alla poesia» (Mengaldo, 2003).</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>«Quella lampada fulminata nell’atrio alla stazione». Oggetti e luoghi di un canzoniere moderno</li>
</ol>
<p><em>Inventario privato</em> si presenta come un volume esile, composto da sole ventuno poesie, divise in tre sezioni: “Il primo foglio”, “A riporto”, “Totale S.E. &amp; O.”. Ogni sezione contiene sette componimenti, i quali vanno a comporre un breve canzoniere. Si tratta infatti di poesie d’amore, poesie scritte per una donna, una «milanese signorina», e che sviluppano lo svolgimento di una relazione, durata il tempo di una primavera, e in cui l’amore del poeta non è corrisposto.</p>
<p>Un canzoniere, dunque, ma atipico, perché in linea con la poesia che si andava a profilare tra anni Cinquanta e anni Sessanta; siamo di fronte non solo a un tentativo di superamento dell’ermetismo, ma anche a un esempio di testo teso alla reinvenzione di un genere classico, calandolo in un asse spazio–temporale nuovo, moderno. Un «canzoniere moderno», infatti, come lo definisce Biagio Cepollaro, spiegando che «del canzoniere ha il soggetto amoroso, l’introspezione, il chiodo fisso, la coazione, il dissidio, la variazione sul tema [&#8230;]. Di moderno ha l’ambientazione metropolitana, la collocazione sociale del mondo impiegatizio, la toponomastica precisa, l’ideologia della guerra fredda e della bomba, [&#8230;] la sperimentazione formale per tenere dentro un registro basso-colloquiale una pluralità di piani e di allegorie» (Cepollaro, 2015).</p>
<p>La vicenda sostanzialmente tipica di un amore infelice si nutre di oggetti “moderni”, si svolge in ambienti urbani, tutt’altro che idilliaci, creando un contrasto suggestivo, in cui sono spesso le “cose” a caratterizzare il <em>pathos</em> dei versi.</p>
<p>Un esempio nella prima strofa della lirica che apre il libro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se facessimo un conto delle cose</p>
<p>che non tornano, come quella lampada</p>
<p>fulminata nell’atrio alla stazione</p>
<p>e il commiato allo scuro, avremmo allora</p>
<p>già perso, e il secolo altra luce esplode</p>
<p>che può porsi per noi definitiva. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le «cose che non tornano», catalogate, accumulate, sono espediente per creare uno scenario metropolitano e angusto, l’atrio buio di una stazione nel quale i due amanti si salutano. Ed è espediente anche per lanciare la storia d’amore in quel contesto troppo più grande in cui gli amanti vivono e contro il quale contrastano: il secolo in cui «altra luce esplode», la luce «definitiva» del progresso.</p>
<p>Quella che compie Pagliarani è una riflessione densa, in cui storia ed esperienza privata convergono, essere e cultura si scontrano. In tutto <em>Inventario privato</em> la cultura “moderna” non solo incornicia o include, «la cultura [&#8230;] interviene dall’esterno, socialmente, a colmare il vuoto, le lacune e manchevolezze che contrassegnano la natura umana» (Remotti, 2013): determina, antropologicamente, la natura di chi vive tra i versi del libro e non solo – «l’essere dell’uomo si realizza attraverso i costumi e le consuetudini che lo attorniano socialmente» (ivi).</p>
<p>Il contrasto tra contesto storico e privato è reso in modo eclatante nella lirica che segue, dove spicca un’alternanza di immagini, netta e nitida, riguardanti il momento storico (la bomba atomica, la guerra fredda, la grande «angoscia collettiva» di un’altra guerra, profilando programmaticamente il piglio etico tipico della poesia di Pagliarani) e il momento privato che i protagonisti vivono, fino però a intrecciarsi – tanto che il poeta arriva a chiedersi se, in un mondo come quello in cui vive, il suo amore ha senso di essere:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È difficile amare in primavere</p>
<p>come questa che a Brera i contatori</p>
<p>Geiger denunciano carica di pioggia</p>
<p>radioattiva perché le hacca esplodono</p>
<p>nel Nevada in Siberia sul Pacifico</p>
<p>e angoscia collettiva sulla terra</p>
<p>non esplode in giustizia.6</p>
<p>Potrò amarti</p>
<p>dell’amore virile che mi tocca, e riempirti</p>
<p>se minaccia l’uomo</p>
<p>sé nel suo genere?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O trasferisco in pubblico stridore</p>
<p>che è solo nostro, anzi tuo e mio? (ivi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggetti e dinamiche della modernità non solo incorniciano la storia d’amore, ma ne determinano anche il procedere, come nella poesia seguente, in cui a dare senso e unione alla situazione amorosa è il telefono, oggetto che in quegli anni diventava consuetudine:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ti dicevo al telefono (di cui</p>
<p>più mi prendono e pause, gl’imbarazzi</p>
<p>docili, e se ci udiamo respirare)</p>
<p>ti dicevo al telefono un amore</p>
<p>che urge, e perché. (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo discorso si rivela ancora più incisivo nella strofa seguente, in cui è proprio la vorticosa vita cittadina a definire l’agire dei protagonisti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ripensavo la gioia, il tuo alimento,</p>
<p>ti guardavo i capelli, il viso chiuso</p>
<p>e intento sul giornale dove ho finto</p>
<p>anch’io di leggere, rimanendo escluso,</p>
<p>a te seduto accanto sul tuo filobus. (ivi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si noti come la schermaglia d’amore si svolge in un esperirsi quasi classico, con il poeta timido che, seduto accanto alla donna amata, le guarda i capelli, fingendo di leggere ciò che lei legge, in una posa che quasi richiama i Paolo e Francesca danteschi.7 È il contrasto scenico a dare impatto ai versi: i due non leggono un libro, ma un giornale, e sono su un filobus – «sul tuo filobus»: l’oggetto, moderno, che diventa elemento di caratterizzazione della donna amata, quasi inventando una nuova forma di panismo tecno–morfo, un allaccio totale alle “cose” della modernità, anticipando la programmatica posizione di Giuliani nella prefazione al volume <em>I Novissimi</em>, secondo cui la poesia «deve essere mimesi critica della schizofrenia universale» (Giuliani, 2003).</p>
<p>Oltre agli oggetti, ai mezzi di trasporto e alle nuove “cose” della modernità, il tema amoroso di <em>Inventario privato</em> varia vagando per luoghi che si riferiscono a una toponomastica precisa, come specificato da Cepollaro. In Pagliarani (in tutta la sua opera, dagli esordi8 alle ultime pubblicazioni9) i luoghi non sono soltanto sfondo per i personaggi che popolano i testi: i luoghi, le strade, la città, «“entrano” nei personaggi e li “determinano”» (Asor Rosa, 2004). Una puntuale collocazione delle vicende (amorose, nel caso di <em>Inventario privato</em>) non funge solo da orpello, non ha funzione di pura connotazione (come ad esempio avviene in certa poesia della Linea Lombarda o in certi poeti dialettali romagnoli, entrambe esperienze letterarie avvicinabili a quella di Pagliarani10), «non pura cornice né semplice individuazione di circostanze, ma neanche proiezione verso l’esterno dei “sentimenti” dei personaggi, [&#8230;] bensì <em>dotazione oggettiva di realtà psichiche</em>» (ivi). Si ha l’impressione «che “l’ambiente” pur determinandosi come ambiente, e cioè situazione storico–sociale e dimensione antropologica complessiva, sia l’equivalente al tempo stesso di un inconscio, o sottofondo, o terza dimensione, che nei personaggi in quanto tali mancano» (ivi).</p>
<p>L’ambientazione metropolitana si delinea in un modo mai vago, i luoghi vengono quasi sempre citati, descritti, fornendo al lettore, in una dinamica molto vicina alla cinematografia11, delle istantanee nelle quali collocare le scene – sempre del tutto incentrate sul chiodo fisso della storia d’amore. In particolare nel testo seguente (nel quale si noti, inoltre, la coazione del giornale come rifugio alla timidezza del poeta, e dei mezzi pubblici come fondale costante della scena):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sarà ora di chiudere, amore,</p>
<p>che smetta di fare la guardia al cemento</p>
<p>tra piazza Tricolore e via Bellini,</p>
<p>di coprirmi la faccia col giornale</p>
<p>quando ferma la E, di attraversare</p>
<p>obliquo la tua strada, di patire</p>
<p>anche a passarci in treno</p>
<p>in fondo a viale Argonne</p>
<p>vicino alla tua casa. (Pagliarani, 1959)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le movenze del poeta e della «milanese signorina» vengono modellate e collocate, «sembrano distendersi nella toponomastica» (Cepollaro, 2015). Ciò che ottiene Pagliarani è la creazione di due personaggi immessi in una coralità, il fatto d’amore esonda dalla questione privata, «si fa destino comune, collettivo, teatro metropolitano di infinite vicende. È la città che guarda il ridicolo di una speranza che dispera.» (ivi). Sin da <em>Inventario privato</em> «Pagliarani ha colto come pochi altri il rapporto che passa fra una quantità di esistenze individuali ingrigite nel quotidiano e la natura riassuntiva e sintetica, superumana, della grande città12» (Asor Rosa, 2004).</p>
<p>Il tema amoroso che appare in <em>Inventario privato</em> può sembrare una ripresa delle idee crepuscolari, arricchita di sottile ironia. Questo collegamento con la poesia crepuscolare contribuisce a uno scarto notevole con l’ermetismo, scarto evidentissimo in questa raccolta anche dal punto di vista tematico: si recupera un biografismo dal gusto crepuscolare e si propone una poesia d’amore sobria e viva, senza il timore di “cadere” in quel sentimentalismo che si addensava nella letteratura neorealista degli anni precedenti. Quello che, in riferimento a <em>Inventario privato</em>, può essere definito un “realismo sperimentale” prende forma anche e soprattutto dal modo in cui il tema amoroso viene sviscerato: si profila come una vera e propria “strategia”, simile a quelle utilizzate, negli stessi anni, con l’ausilio di tematiche diverse, da poeti come Luigi Di Ruscio e Giancarlo Majorino13.</p>
<p>Pagliarani, in questa raccolta, ingaggia un dialogo tra luoghi e sentimenti, mantenendo un sentimento amaro e dolente come sostrato a partire dal quale verificare tutto il processo poetico. È un’amarezza nel ricordo di qualcosa (qualcuno) di perduto, divenuto “spettro”. Come suggerisce Cepollaro, può ritrovarsi qui qualche segno della «strategia benjamiana dell’allegoria»: per Walter Benjamin, infatti, «gli spettri sono le allegorie più profonde: recisi i legami con il mondo tornano in esso carichi di significati possibili» (Pedretti, 2007).</p>
<p>La vicenda d’amore in <em>Inventario privato</em> si carica, nel susseguirsi dei testi, di questo senso ossessivo di recupero e accumulo di memorie, inventariando dati, luoghi, elencando ricordi14. La donna e tutto ciò che le concerne si agitano nei ricordi e nei versi come degli spettri che vengono riproposti in un processo allegorico. E ancora il sentore di Benjamin è presente nel meccanismo di recupero memoriale che applica Pagliarani sembra rispondere a una soluzione: «Il ricordo può fare dell&#8217;incompiuto (la felicità) un compiuto e del compiuto (il dolore) un incompiuto» (Benjamin, 2000).15</p>
<p>Il poeta protagonista di <em>Inventario privato</em> vive un amore inetto e <em>malinconico</em>16 («[&#8230;] non so / vivere. Amore, e tu non vieni / ad insegnarmelo»), ma che nella sua stessa narrazione trova in qualche modo una redenzione («E sono vivo, senza rimedio / sono ancora vivo») – «trapassa repentinamente in resurrezione» (Benjamin, 1999).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note</p>
<p><sup>1</sup> Per Montale cfr. <em>Poesia inclusiva</em>, in <em>Il secondo mestiere. Prose 1920-1979</em>, 1996, Mondadori, Milano. Per Pasolini cfr. <em>Dove va la poesia?</em>, in <em>Saggi sulla letteratura e sull’arte</em>, 1999, Mondadori, Milano.</p>
<p><sup>2</sup> Cfr. Testa, 1999, in cui, a proposito de <em>Gli Strumenti umani</em> di Vittorio Sereni, si parla di «un momento importante nella storia secondo–novecentesca della deflazione del soggetto e del suo rapporto con personaggi e figure diverse».</p>
<p><sup>3</sup> Questo è un tema presente nell’opera di Pagliarani. Cfr. Pagliarani, 2006: nella raccolta del 1968 <em>Lezione di fisica e Fecaloro</em> è incluso un componimento dal titolo <em>Conferenza dibattito sulla questione meridionale</em>, dedicato al deputato socialista Guido Mazzali.</p>
<p><sup>4</sup> Anche questo tema ha coinvolto Pagliarani in prima persona. La casa editrice Cooperativa Scrittori, da lui fondata nel 1972, «iniziò le sue pubblicazioni dando alle stampe in forma integrale (circa 3000 pagine), il rapporto della Commissione parlamentare Antimafia» (Cortellessa, 2014).</p>
<p><sup>5</sup> Cfr. Mengaldo, 2003, dove si parla addirittura di «corrente “milanese”, quella che va grosso modo da Pagliarani a Loi», corrente nutrita da una «autentica passione rivoluzionaria».</p>
<p><sup>6</sup> Si noti come, nella raccolta, Pagliarani arrivi ad assumere un linguaggio non solo vicino alla lingua comune e parlata, ma anche scientifico. Questa tendenza proseguirà nel corso della sua carriera, e su tutte è da sottolineare la raccolta <em>Lezioni di fisica</em>, che sin dal titolo si presenta «traumatizzante – per le abitudini dei lettori di poesia degli anni Sessanta, ma tuttora in grado di spiazzare» (Cortellessa, in Pagliarani, 2006). Su questa strofa di <em>Inventario privato</em> si sofferma anche Andrea Cortellessa, perché utile a considerare il «linguaggio scientifico [&#8230;] vero marchio di fabbrica di Pagliarani: se è vero che già in <em>Inventario privato</em> veniva applicato a un repertorio per eccellenza “lirico” come quello della schermaglia amorosa» (ivi).</p>
<p><sup>7</sup> Cfr. Alighieri D., 1991, <em>La Commedia. Vol. 1</em>:<em> Inferno</em>, Canto V, 130-131, Mondadori, Milano.</p>
<p><sup>8</sup> Cfr. Pagliarani, 2006. In un testo datato 1952, escluso da <em>Cronache e altre poesie</em>: «abbiamo il monumento a Garibaldi / il ferro lavorato dei cancelli patrizi / e questo muro che imprigiona il sole. // Non c’è tramonto se dopo / andiamo al cinematografo».</p>
<p><sup>9</sup> Cfr. Ivi. L’incipit del poemetto <em>La ballata di Rudi</em> (1995): «Rudi e Aldo l’estate del ’49 fecero lo stesso mestiere l’animatore / di balli sull’Adriatico, Aldo in un Grand Hotel rifatto a mezzo e già sull’orlo / del fallimento, che fallì in agosto sul più bello, lui forse non sa nemmeno ballare / aveva successo il locale di fronte al suo, Miramare».</p>
<p><sup>10</sup> Cfr. Mengaldo, 2003. A proposito del realismo del poeta dialettale di Sant’Arcangelo di Romagna Tonino Guerra: «un realismo fra crepuscolare e populista, tipicamente romagnolo, lo stesso da cui ha preso le mosse un Pagliarani».</p>
<p><sup>11</sup> Scelta stilistica che sarà sempre più forte e caratterizzante in Pagliarani, specialmente a partire da <em>La ragazza Carla</em>, testo in principio teorizzato per il cinema e che, una volta divenuto poesia «assume [&#8230;] anche il carattere di un copione cinematografico ispirato ai modi del melodramma popolare di stampo neorealista, completo di didascalie, monologhi, dialoghi, cambiamenti di scena, flash back» (Briganti, in Pagliarani, 1985).</p>
<p><sup>12</sup> Sebbene l’intervento di Asor Rosa fin qui citato si riferisca unicamente a <em>La Ragazza Carla</em>: ulteriore dimostrazione della vicinanza strettissima tra le due opere e di cui si dirà più diffusamente nei paragrafi successivi.</p>
<p><sup>13</sup> Dall’intervista che Biagio Cepollaro ha concesso per la tesi di laurea da cui è tratto questo articolo: «Negli stessi anni poeti così diversi uscivano con strategie anche distanti tra loro, dalla retorica e dagli equivoci neorealisti provocando piccoli e grandi terremoti linguistici al fine di scongiurare il mimetismo e il sentimentalismo. Nel caso specifico di <em>Inventario </em>si saltavano di colpo tutte le pastoie dell’ermetismo e dei suoi epigoni in modo molto radicale attraverso la scarnificazione e il biografismo non crepuscolare».</p>
<p><sup>14</sup> Cfr. Testa E., 2011. È possibile cogliere un punto di incontro con quanto Testa scrive a proposito di <em>Stracciafoglio</em> 39 di Edoardo Sanguineti: «Si profila, nei confronti del mondo [&#8230;], una relazione dai tratti quasi arcaici in cui il soggetto cerca faticosamente di metter ordine allestendo inventari, radunando dati, compilando elenchi (e l’elenco è – al di sotto di ogni sua complessa e raffinata versione stilistica – la forma primaria, come insegna Lévi-Strauss in <em>Tristi tropici</em>, dell’esperienza)».</p>
<p><sup>15</sup> Interessante anche il legame tra questa funzione dell’allegoria proposta da Benjamin e quella proposta da Michel Foucault, che può essere allacciata alle scelte di Pagliarani: «Il poeta [&#8230;] assolve alla funzione allegorica; sotto il linguaggio dei segni e il gioco delle loro distinzioni ben ritagliate, si pone all&#8217;ascolto dell&#8217;‘altro linguaggio’, quello, senza parole né discorso, della somiglianza» (Foucault M., 1994). In <em>Inventario privato</em> è infatti molto presente questo richiamo verso una «somiglianza», seppur gettata in uno spazio vivido e colloquiale, fatto quindi di parole e discorsi («anche a te piace / camminare?»); un aprirsi comunque a un altro linguaggio, fatto di contatto e adiacenza con ciò che è fuori di sé e che scaturisce dalla funzione allegorica («lo spirito umano ha più bisogno / di piombo, che di ali»).</p>
<p><sup>16</sup> Anche questa volta da intendersi in un’accezione benjamiana: «Il malinconico è di casa tra le allegorie; <em>passeggia</em> fra di esse come, più tardi, il <em>flaneur</em> andrà a zonzo tra le rovine dei <em>passages</em>» (Pedretti, 2007). «La melanconia rende l&#8217;anima da un lato inerte e ottusa, e dall&#8217;altro le conferisce il vigore dell&#8217;intelligenza e della contemplazione» (Benjamin, 1999).</p>
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<p>Bibliografia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alighieri D., 1991, <em>La Commedia. Vol. 1</em>:<em> Inferno</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Asor Rosa A., 2004, <em>Novecento primo, secondo e terzo</em>, Sansoni, Milano;</p>
<p>Benjamin W., 1999, <em>Il dramma barocco tedesco</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Id., 2000, <em>Opere complete, vol. </em>IX<em>. I “passages” di Parigi</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Cortellessa A., 2014, in <em>Dizionario Biografico degli Italiani</em>, Vol. 81, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma;</p>
<p>Crocco C., 2015, <em>La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni</em>, Carocci, Roma;</p>
<p>Ferroni G., 1991, <em>Storia della letteratura italiana,</em> IV, <em>Il Novecento</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Foucault M., 1994, <em>Le parole e le cose</em>, BUR, Milano;</p>
<p>Frasca D., 2014, <em>Posture dell’io. Luzi, Sereni, Giudici, Caproni, Rosselli</em>, Felici, Pisa;</p>
<p>Giuliani A. (a cura di), 2003, <em>I Novissimi. Poesie per gli anni ’60</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Mazzoni G., 2005, <em>Sulla poesia moderna</em>, Il Mulino, Bologna;</p>
<p>Mengaldo V., 2003, <em>Poeti italiani del Novecento</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Montale E., 1996, <em>Il secondo mestiere. Prose 1920-1979</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Pagliarani E., 1959, <em>Inventario privato</em>, Veronelli, Milano;</p>
<p>Id., 1962, <em>La ragazza Carla e altre poesie</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Id., 1985, <em>Poesie da recita</em>, Bulzoni, Roma;</p>
<p>Id., 2006, <em>Tutte le poesie (1946 – 2005)</em>, Garzanti, Milano;</p>
<p>Pasolini P. P., 1999, <em>Saggi sulla letteratura e sull’arte</em>, Mondadori, Milano;</p>
<p>Pedullà W., 2007, <em>L’Illuminista – La poesia di Elio Pagliarani: numero monografico</em>, n.20–21, Ponte Sisto, Roma;</p>
<p>Raboni G., 2005, <em>La poesia che si fa. Critica e storia del Novecento poetico italiano</em>, Garzanti, Milano;</p>
<p>Remotti F., 2013, <em>Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi</em>, Laterza, Roma–Bari;</p>
<p>Segre C., 1998, <em>La letteratura italiana del Novecento</em>, Laterza, Bari;</p>
<p>Siti W., 1980, <em>Il Neorealismo nella poesia italiana</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Testa E. (a cura di), 2005, <em>Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000</em>, Einaudi, Torino;</p>
<p>Testa E., 1999, <em>Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento</em>, Bulzoni, Roma;</p>
<p>Id., 2011, <em>Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti</em>, Interlinea, Novara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sitografia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cepollaro B., 2015:</p>
<p><a href="https://poesiadafare.wordpress.com/2015/05/14/biagio-cepollaro-su-inventario-privato-1959-di-elio-pagliarani/"><em>https://poesiadafare.wordpress.com/2015/05/14/biagio-cepollaro-su-inventario-privato-1959-di-elio-pagliarani/</em></a></p>
<p>Pedretti L., 2007:</p>
<p><a href="http://www.filosofia.unimi.it/itinera/mat/saggi/pedrettil_ursprung.pdf"><em>http://www.filosofia.unimi.it/itinera/mat/saggi/pedrettil_ursprung.pdf</em></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
]]></content:encoded>
					
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