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	<title>inverno &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>cinéDIMANCHE #13 &#8220;La regina delle nevi&#8221; di Lev Atamanov [1957]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 13:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[animazione russa]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Cristina Babino</b><br /><br />Il nome del bambino è Kai, e Gerda è la sua amica inseparabile. Insieme vivono una fanciullezza allegra e spensierata, giocando al sole pallido del nord, ascoltando i racconti della nonna davanti al fuoco, e coltivando rose. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="gyhMFEMYdrs"><iframe title="La regina delle nevi (1957 - doppiaggio storico italiano)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/gyhMFEMYdrs?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em>Hai ancora freddo?</em></li>
<li><em>Si, ho freddo, e sento male qui dentro.</em></li>
<li><em>E allora non ti bacerò più.</em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Il Natale a casa mia non è mai stato un evento granché celebrato. Mio padre, ferroviere, nei giorni di festa era molto più spesso via per lavoro che con noi a riposare e a godersi, appunto, la festa. E Natale non faceva eccezione. Per cui quasi sempre si restava in casa, mia madre, mia sorella ed io. Mia madre un po’ contrariata, ma tutto sommato sollevata dal non dover indulgere in stressanti preparativi, io e mia sorella rassegnate, e nemmeno tristi. Andava così. In fondo i nostri regali li avevamo avuti. In fondo noi due si stava bene insieme, in quelle giornate, chiuse nella nostra cameretta con la carta da parati a strani motivi blu e arancio, molto anni ’70, e pochi giochi, rigorosamente da condividere: un paio di barbie, uno spiderman di gomma, un goldrake in gommapiuma grande quanto me, preso coi punti di qualche supermercato. Quello sì, meraviglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dei pomeriggi natalizi ricordo soprattutto, alla tv, un cartone animato. Uno di quelli che davano puntualmente in quel periodo dell’anno, sotto le feste. Un vecchio film di animazione russo, l’unico del genere che mi abbia lasciato un segno davvero forte nella memoria. Sarà per l’ambientazione glaciale che tanto bene si sposava al freddo che bussava allora alle finestre. Sarà perché era la storia di due bambini, amici e quasi fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">De <em>La regina delle nevi</em> conservo negli occhi soprattutto una scena, che è per me l’immagine stessa del Natale, di quello della mia infanzia. Un bambino biondo, delicatissimo, nei lineamenti e nei movimenti, che gioca intento con dei prismi di ghiaccio. Li tiene pensoso tra le mani, ne valuta la consistenza, la perfezione gelata e lucente. Si accorge però, deluso, che non hanno profumo. Dice: «L’amore non ricordo. Però ricordo una cosa: Gerda».</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome del bambino è Kai, e Gerda è la sua amica inseparabile. Insieme vivono una fanciullezza allegra e spensierata, giocando al sole pallido del nord, ascoltando i racconti della nonna davanti al fuoco, e coltivando rose. Gelosa della loro felicità e indispettita dalle loro risa, la Regina delle Nevi, bellissima e spietata, scatena una terribile tempesta di neve. Una scheggia di ghiaccio incantata entra nell’occhio di Kai e il maleficio lo rende improvvisamente crudele, il suo cuore insensibile all’affetto della piccola amica. Non contenta, la Regina rapisce il bambino e lo conduce nel suo palazzo di ghiaccio, dove lo istruisce affinché dimentichi l’amore, la bellezza e tutte le gioie di cui ha vissuto sino a quel momento, per sostituirle con la quiete gelida e immobile dell’indifferenza. Inconsolabile, sola e senza scarpe, la piccola Gerda parte alla ricerca di Kai. Un viaggio difficile e pericoloso, lungo una terra fredda e spesso ostile, che ha tutto il carattere della <em>quest</em>, e costellato di incontri magici e più o meno salvifici: la vecchia signora che con un pettine magico vuol far scendere l’oblio su Gerda, così che non soffra più per la perdita dell’amico, il corvo parlante, la buona pescatrice e la maga finlandese che aiutano Gerda a giungere a destinazione, e il personaggio, di insolita ambiguità, della piccola ladra, che prima deruba e imprigiona Gerda insieme agli animali che sadicamente tiene in gabbia, quindi la libera – e li libera tutti &#8211; mossa a compassione dalla sua storia e dalla gentile purezza del suo animo. Raggiunto finalmente il castello, l’affetto profondo e indissolubile che lega i due bambini oltre ogni possibile amnesia o distanza spezza l’incantesimo e costringe l’odio della Regina a sciogliersi come neve al sole.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo film hanno rimproverato un disegno poco accattivante, meno fluido rispetto ai capolavori Disney, una lentezza poco vendibile nello sviluppo della trama. A me sembra di riconoscere nella staticità di alcuni fotogrammi, specie nella rappresentazione dell’algida Regina, un riferimento forse inconsapevole, ma ancora più autentico, a quella Uta degli Askani a cui già si ispirò Disney per realizzare la sua Grimilde. Riconosco nelle delicate gestualità di Gerda e Kay dei dettagli accurati e poeticissimi, una grazia quasi di antica miniatura, e nel personaggio di Ole Lukoje, dio dei sogni senza invero molto <em>physique du rôle</em> – piuttosto un incrocio tra un minuto nonnino e un folletto magico &#8211; una voce narrante/moralizzante che tanto mi ricorda il Grillo parlante. Solo più simpatico, senescente e antropomorfo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi che sono sulla soglia dei quaranta, e madre, e rivedo questo film con mia figlia, non so dire la soddisfazione quando mi dice, contro ogni pronostico e aggressione pubblicitaria, che lo preferisce al recente <em>Frozen</em>, rifacimento rutilante e rumoroso, in chiave pseudo-femminista, della medesima fiaba di Andersen. Qualcosa di me, del mio essere stata bambina, mi illudo di averle trasmesso.</p>
<p><center><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/cinedimanche/" target="_blank"><big>⇨ <strong>cinéDIMANCHE</strong></big></a></center>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49116" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif" alt="cd" width="100" height="94" /></a>Nella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi &#8220;<i>Primavera, estate, autunno, inverno&#8230; e ancora primavera</i>&#8220;, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.</p>
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		<title>Letture per la fine dell&#8217;anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2014 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bruno berni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Il paesaggio si è raggelato e qua, sulle colline, gli alberi si sono finalmente bruniti del tutto – è caduta perfino un po’ di neve, poi lavata via dalle piogge. Quindi benvenuto inverno che spingi i gatti dentro le case e lontano dalle loro mappe campestri, che fai proliferare le tazze di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-50338 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Savio_villgjess-254x300.jpg" alt="" width="254" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Savio_villgjess-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Savio_villgjess-868x1024.jpg 868w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Savio_villgjess-900x1060.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Savio_villgjess.jpg 1833w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" />Il paesaggio si è raggelato e qua, sulle colline, gli alberi si sono finalmente bruniti del tutto – è caduta perfino un po’ di neve, poi lavata via dalle piogge. Quindi benvenuto inverno che spingi i gatti dentro le case e lontano dalle loro mappe campestri, che fai proliferare le tazze di tè e cioccolate calde e sognare stufe antiche, ciocchi di legno nel caminetto, mondi polari di silenzio e occhi selvatici. Benvenuti libri di favole crudeli, Natali stregati, leggende del nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quest’anno che volge alla fine ne ho tre, letti e ancora sul comodino, pubblicati dalla casa editrice Iperborea specializzata in testi letterari scandinavi, baltici e nederlandesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si comincia con le <a href="http://iperborea.com/titolo/403/"><em>Fiabe lapponi</em></a>, primo volume di una serie di fiabe scandinave a cura di <strong>Bruno Berni</strong>. <span id="more-50337"></span>Le storie qui raccolte ne riecheggiano altre della tradizione letteraria europea, riplasmata dalle atmosfere settentrionali: come spiega molto bene Berni stesso nella postfazione, i temi e i personaggi che conosciamo, per esempio, da <em>I cigni selvatici</em> di Andersen o <em>I sette corvi</em> dei Grimm, o ancora da <em>Il gatto con gli stivali</em> di Perrault o dalle molte storie di amori impossibili fra esseri umani e coloro che abitano isole fatate o il fondo del mare, ritornano <em>ne La fanciulla che cercava i suoi fratelli, Il ragazzo povero e la volpe, Il giovane pescatore e la donna del mare</em>, ma la voce che le racconta ne muta le forme e perfino il sentimento. Sono queste le fiabe approdate attraverso libri, narrazioni, improvvisazioni di ignoti cantastorie presso un popolo estremo la cui storia scritta è giovane: il primo libro in lingua sami, <em>Vita del lappone</em>,  uscì infatti all’inizio del Novecento a firma di Johan Turi per illustrare gli usi e i costumi di una nazione nomade, priva di confini politici e che pure così profondamente sapeva della terra e delle sue stagioni. La magia si mescola all’ineluttabilità del destino, come nella storia in apertura, <em>La zampa d’orso</em>, dove la natura animale ha il sopravvento su quella umana e il capofamiglia, mutatosi in orso all’arrivo dell’autunno, verrà ucciso per errore dai figli. Possibile non pensare, leggendo, a uno scenario nel quale l’uomo è un’esistenza come un’altra, segnata dai ritmi dell’anno tra foreste che si diradano a rocce e acquitrini investiti dalle aurore boreali nelle lunghe notti invernali?</p>
<p style="text-align: justify;">Incontriamo poi le creature del folklore sami: lo Stallo, un orco sciocco che però può avere la meglio su un’intera <em>sida </em>(l&#8217;accampamento lappone); la perfida Acceš-ædne e la vecchia Gieddegæš-galggo, piena di buoni consigli. Non meno importante è la commistione di tradizioni a<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-50339" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sida-300x220.png" alt="sida" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sida-300x220.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sida.png 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />utoctone e influenze cristiane, che rimanda ai disegni sui tamburi sami, dove la chiesa è una delle tante presenze magiche fra uomini-renna e spiriti. Le storie sono accompagnate dalle  incisioni di <strong>John Andreas Savio</strong>, artista norvegese di origine sami, che rappresentò la vita quotidiana dei lapponi, con i tricorni e gli abiti tradizionali, i cani e le slitte, la vastità di un mondo in dispersione attorno a gruppi sparuti di tende.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli altri due libri provengono invece dall’estro della grande scrittrice svedese <strong>Selma Lagerlöf</strong>. Sono testi composti da fiabe morali e piccoli racconti, in cui l’elemento fantastico si traduce in figure, credenze e superstizioni cristiane che ruotano attorno al Natale.<a href="http://iperborea.com/titolo/315/"> <em>Il libro di Natale</em></a>, tradotto e curato da Maria Cristina Lombardi, inizia con il ricordo dei doni la sera della vigilia e l’attesa, da parte della bambina, del regalo più desiderato ovvero un libro. Il lettore si rivedrà forse, da ragazzo o bambina, circondato dalle carte scintillanti e le coccarde e poi immerso nel fitto delle pagine in un pomeriggio eterno di luci dell’albero e di candele, mentre il tempo sta per finire e cominciare di nuovo. Seguono la leggenda di Santa Lucia, santa siracusana trasformata in colei che porta i regali nel mondo scandinavo; episodi tratti dalla Bibbia ridetti davanti al focolare di una fattoria svedese; avventure di redenzione personale attraverso oggetti semplici caricati di significati allegorici; presagi dall’infanzia di Gesù; e le due che preferisco, le traversie del pettirosso che ottiene infine la ragione del suo nome pungendosi con una spina della corona del Cristo e <em>Il capodanno degli animali</em> in cui una fata silvana decide le sorti degli animali domestici e fra loro chi finirà preda delle belve feroci. È nella vicenda del pettirosso, dispiegata dalle origini del creato fino alla morte del Cristo sulla croce, che mi sembra di riconoscere il nucleo del libro, una sorta di religiosità o fede popolare per cui incantesimi e sacrifici tendono non tanto alla liberazione da una colpa o da un peccato, ma alla conquista tutta umana e tutta ancora da compiere dell’atto compassionevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50340" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/savio-2-300x231.jpg" alt="savio 2" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/savio-2-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/savio-2.jpg 540w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><a href="http://iperborea.com/titolo/402/">La leggenda della rosa di Natale</a></em> introduce e dà il titolo all’altro libro (tradotto da Maria Svendsen Bianchi) e ci riporta appieno in una fiaba antica, perigliosa eppure rischiarata da ciò che i suoi protagonisti riescono a comprendere. Nella leggenda il lettore di fiabe rivedrà la foresta ostile che circonda la dimora della Bestia e penserà al fiore fatato  del suo destino &#8211;  una rosa. Non un principe stregato in un aspetto bestiale, ma una famiglia di briganti vive in questi luoghi e, costretti all’isolamento dal resto degli umani, sono anche gli unici che ogni Natale vedono accadere un miracolo: come uno spirito della primavera il Bambino che nasce fa sbocciare nella notte fiori e piante luminose dove erano spini, rami secchi, rovi e sterpi. Ma perché sia vero occorre crederci senza alcuna riserva. Si muovono nelle storie violinisti insuperbiti cui una passeggiata presso un torrente e il timor panico restituiscono l’umiltà e la memoria, e altri violinisti dagli abiti rattoppati ma dall’archetto portentoso; una giovane sposa che deve svegliarsi dal sogno per affrontare la morte in mare del marito e dunque tornare a vivere;  imperatrici e re che apprendono cosa sia un tesoro dalle aspettative e dalle difficoltà del popolo. E anche una vecchia sola che conosce il valore della condivisione perfino quando diviene un dialogo con le anime dei morti intrappolate in un purgatorio di monti e ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questi racconti attraversiamo l’inverno e non ci chiediamo troppo del lieto fine: accediamo piuttosto una lanterna nel freddo, un lumino diverso sull’albero &#8211; un gesto di fede, che è un altro modo per dire immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagini di John Andreas Savio</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Inverni straordinari</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/17/inverni-straordinari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Byatt]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[inverno]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[regina della neve]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Questi sono i giorni amati dalla Renna appare luminosa la stella del Nord questo è l’obiettivo del sole e la Finlandia dell’anno Emily Dickinson Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?” Andrea Zanzotto Too-Ticki e le creature nascoste Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>Questi sono i giorni amati dalla Renna<br />
appare luminosa la stella del Nord<br />
questo è l’obiettivo del sole<br />
e la Finlandia dell’anno<br />
<em>Emily Dickinson</em></p>
<p>Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”<br />
<em>Andrea Zanzotto</em></p></blockquote>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37448" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg" alt="" width="254" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg 424w" sizes="auto, (max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a><strong><em>Too-Ticki e le creature nascoste</em></strong></p>
<p>Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati di brina. Il sibilo del vento è un ululato gigantesco, che spacca la pelle dei volti e fa volare i cappelli; l’oscurità ha ricacciato nelle tane gli animali del bosco, si staglia contro gli enormi sempreverdi gettando il mondo nell’ombra. È l’inverno del nord. Il sole non è che una striscia grigia che si leva appena all’orizzonte. Solo una creatura se ne va tranquilla a spasso per la foresta né triste né allegra, a suo agio. Ha un pesante maglione di lana, bianco a righe rosse che lo copre quasi fino ai piedi. Un berretto rosso con pon pon. Nel silenzio lo sentiamo che improvvisa una canzone su se stesso, solo nella neve, se la ripete a fior di labbra. <a href="http://www.ibs.it/code/9788877822840/jansson-tove/magia-inverno.html"><strong>Too-Ticki</strong></a>, questo è il suo nome, è un personaggio del mondo dei Mumin, piccoli troll gentili inventati dall’artista finlandese <strong>Tove Jansson</strong>, che, a differenza dei ben più noti e scorbutici troll della tradizione scandinava, amano il sole e cadono in letargo nel periodo invernale. <span id="more-37366"></span>Quando il troll Mumin si sveglia nel mezzo dell’inverno, spaventato dalla valle resa ostile e buia, Too-Ticki diventa la sua guida attraverso la stagione, ma una guida del tutto particolare, in disparte, che dopo i primi avvertimenti, lascia che il troll impari a cavarsela e a riconoscere una bellezza in questo paesaggio. Too-Ticki racconta al troll che l’inverno non è affatto disabitato, ma è la dimora di tutti quegli</p>
<p><em>“esseri che non trovano posto in estate, in autunno o in primavera. Tutte quelle creature un po’ timide e strane. Un certo tipo di animali notturni, per esempio, e un genere di individui che non stanno bene in nessun posto e nei quali nessuno ha fede. Così se ne rimangono nascosti per tutto l’anno e poi, quando il mondo è bianco e tranquillo, le notti sono lunghe e i più sono in letargo, allora osano mostrarsi”. </em></p>
<p>Nell’inverno non si è mai certi che le visioni nella nebbia siano reali o fantasmatiche, come il mistero dell’aurora boreale, verde e rosata nella notte, che indica strade invisibili, filtra voci perdute nel passato. Molti individui trovano tutto questo deprimente &#8211; vi riconoscono solo segni di morte e isolamento, qualcosa da sopportare con rassegnazione. Dimenticano che spesso questi stessi segni sono un’attesa, il più dolce dei momenti. L’inverno è il luogo dei solitari, del sonno che annulla la distanza tra le cose percepite e quelle immaginate. È il vero momento della luce: quella sperata, evocata nelle dodici notti del Natale, riempite di candele e intermittenze elettriche colorate. La luce intrappolata nel ghiaccio, nel tintinnio di cristalli, candelabri, lampadari, delle case del nord. Quella minuscola che guarda incantato Too-Ticki quando lo incontriamo, seduto davanti a una lampada di neve, costruita attorno a una semplice candela, che brilla di tutti i colori dell’iride. Il nostro personaggio ha la saggezza della stagione: sa che nelle sue difficoltà è nascosto un insegnamento prezioso e semplice. Non si ottiene nessun risultato materiale, nessuna ricompensa per chi le supera, ma semmai una maggior comprensione, un’attitudine al sogno che riempie gli spazi, laddove ci sembravano vuoti e tetri. Capire l’inverno è capire che la solitudine può essere buona, ci dà il tempo di ritrovarsi piccoli e inermi e non esserne delusi, ma solidali con l’altro &#8211; grati per ogni scoperta.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37367" title="snow queen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-805x1024.jpg 805w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg 1990w" sizes="auto, (max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a><br />
<strong><em>l’amore, le nevi e una signora degli animali</em></strong></p>
<p>L’inverno, dunque, mi è sempre apparso un periodo magico: là fuori, oltre i vetri della finestra c’è una natura popolata di spettri, di fiori semi-trasparenti che scendono nell’aria prima del gelo. Noi stiamo dietro la tenda, nel rumore del bollitore, nella tazza di bevanda calda tra le mani. E da bambini, quando scendeva la neve, com’era bello stare nelle strade, improvvisare slittini con sacchetti di plastica, giocare a tirarsi palle sempre più giganti tra le auto parcheggiate e i cancelli. Come l’inverno del 1985, con il suo formidabile freddo. La neve coprì la mia città e buona parte dell’Italia: mi appuntai le date su biglietti natalizi, per non scordare mai quell’evento. 27 dicembre 1984, la prima neve; 4 e 8 gennaio 1985 le grandi nevicate. Il prato, le strade, i cortili imbiancati, pronti a ospitare pupazzi sbilenchi di neve; tutto il nostro mondo fermo – le scuole chiuse, noi che di mattina ci appropriavamo di ogni discesa del quartiere, gli adulti che andavano a lavorare a piedi. Il cielo scomparso in una pallida densità, una nuvola, una coperta enorme sopra i nostri giochi e la mia casa trasformata nel luogo impossibile e fatato del settentrione, dove abitavano le fiabe, con i loro pericoli estremi, il paesaggio difficile, ma pieno di fantastiche promesse per chi avesse avuto il coraggio di proseguire. Nel mondo bianco, forse già mi suggerivo, si spinge la scrittura, si affondano le mani in quel mantello morbido che ben presto diventa lama di gelo, ferita – spacca il nostro involucro per temprarci lo spirito. Io credo che sia stato allora, nella mia infanzia, che l’inverno è diventato una fede, del tutto personale, il tempo nel quale misuro il divario tra un universo di cose amate, non scalfite dal passaggio degli anni, e tutto quello che sono gli altri, gli apprendistati, il commercio umano. Una scorza dura di rami spogliati, essenziali; una bellezza non esposta, che si trova solo attraversando in profondità quello che sembra un vuoto, un nemico.</p>
<p>Proprio dentro un inverno lungo e rigido del nord-Europa, <a href="http://www.andersen.sdu.dk/index_e.html"><strong>Hans Christian Andersen </strong></a>vide due finestre sotto i tetti appuntiti delle case, l’una di fronte all’altra, separate solo da una cassetta di rose. Dietro le due finestre una bambina, Gerda, e un bambino, Kay, amici inseparabili, nonché possessori delle rose. E una notte immaginò alcuni fiocchi di neve cadere e</p>
<p><em>“uno, il più grande di tutti, si posò sull’angolo della cassetta di fiori; quel fiocco di neve diventò grande, sempre più grande e alla fine si trasformò in una dama, avvolta in un bellissimo velo bianco tempestato di milioni di fiocchi lucenti come stelle. Era tanto bella e fine, ma di ghiaccio, di risplendente, scintillante ghiaccio, eppure era viva; gli occhi erano fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace e tranquillità; ammiccò alla finestra e fece un segno con la mano; il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia; allora fu come se, fuori, passasse volando un grande uccello davanti alla finestra”. </em></p>
<p>La fata è la Regina della Neve, una creatura inquieta e pericolosa. Per Andersen è la ragione priva di sentimenti, l’ambizione senza capacità di ricordo. Quando due frammenti invisibili di uno specchio incantato da un mago entrano nell’occhio e nel cuore di Kay, il bambino muta carattere, facendosi superbioso e insensibile e diventando la preda della Regina, che, arrivata in città su una magnifica slitta, lo porta via, volando verso il polo dove ha il suo palazzo di ghiaccio sorvegliato da orsi polari fantasma. Sarà Gerda, la bambina a incamminarsi in cerca dell’amico perduto, intraprendendo un percorso di sacrificio e speranza. Quanto la Regina è innamorata del mondo da lei creato, tanto Gerda sembra incapace di pensare a se stessa, se non in funzione di ciò che può condividere con l’altro, degli affetti che la muovono. Molti personaggi di Andersen soffrono di questa sorta di piattezza, per cui sembrano non esistere incrinature nei loro caratteri: Gerda è assolutamente buona, fedele, affezionata/innamorata di Kay, pura, semplice … e infine, per quanto la storia sia una delle mie preferite, spesso noiosa. Ben diversa, come osserva la scrittrice <strong>Antonia Byatt </strong>in un suo <a href="http://books.google.it/books?id=9qmaXlBNCKsC&amp;pg=PT70&amp;lpg=PT70&amp;dq=byatt+fairy+tales+women+explore&amp;source=bl&amp;ots=Kg663YMCnG&amp;sig=9s6OVBkU4b0x4bOurek7b8zPv0c&amp;hl=it&amp;ei=jAn1TMScKsuO4ga51-jWBw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=3&amp;ved=0CCwQ6AEwAg">saggio su questa fiaba</a>, è l’austera Regina, la donna che ha scelto la sua arte – quelle che sembrano freddezza e distacco, non sono che il luogo impervio dove un io sceglie la famosa “strada non battuta” della poesia di Robert Frost. Cosa si affila, come un cristallo, nella persona della Regina? Cosa la rende incomprensibile e, suo malgrado, crudele? Chiuso nella grande stanza centrale del palazzo, quasi completamente assiderato, Kay ha un compito impossibile da assolvere per la signora della neve: comporre con un alfabeto di ghiaccio, il vocabolo Eternità. Le lettere e le sillabe sfuggono continuamente &#8211; non esiste per l’essere umano la dimensione eterna. Tuttavia, quando dopo molte peripezie e incontri, Gerda giunge finalmente dall’amico, scalza e senza alcuna protezione, le sue lacrime sciolgono l’incantesimo e all’inno: <em>“Le rose crescono nella vallata./ Laggiù parleremo al Bambino Gesù”</em>, la parola magica improvvisamente si compone. Il credo cristiano si unisce in Andersen a una visione dell’infanzia innocente: essa è il luogo dove crescono le rose, dove la vita si dona, dove racchiudiamo la nostra parte migliore. Ed è soprattutto, stavolta in modo universale, la terra dove si impara, si è educati. Diventa evidente qui che l’unica educazione giusta sia quella volta alla ripetizione di un modello etico e sociale ben noto: l’amore reciproco, la generosità e infine la generazione, la famiglia. Ogni curiosità, ogni talento è volto a godere della compagnia l’uno dell’altro, al bene effimero delle rose – una bellezza tesa alla generazione di altri fiori, altri giardini, contro l’altrettanto effimero bagliore di un fiocco di neve: così geometrico, silenzioso, perfetto – ma sterile. Questo contrasto tra due diverse scelte è espresso, come in molta fiabesca, da figure femminili. Scrive Antonia Byatt: “Scienza e ragione sono negative, la gentilezza è buona. È un’opposizione frequente, ma non necessaria.” E tuttavia capace di riflettere quel conflitto “tra un destino femminile, il bacio, il matrimonio, la gravidanza, e la morte e la spaventosa solitudine dell’intelligenza, la fredda distanza del vedere il mondo attraverso l’arte, mettendo una cornice attorno alle cose”. A interessare la Byatt è il contrasto tra una figura d’artista e quello di un esistere “qualunque” in una comunità, accentuato dal genere delle due protagoniste. Eppure, come la stessa scrittrice nota, la Regina e Gerda incarnano anche due differenti, ma consecutivi miti della vegetazione: le piante, le esistenze preservate nel ghiaccio come in un’ostinazione a durare, la forza del ciclo stagionale che irrompe, riempie la nudità di colore, e così inesorabile detta il trascorrere del tempo. È l’inizio formidabile de <em>La Terra Desolata </em>di <strong>T.S.Eliot</strong>, <em>La sepoltura dei morti</em>,</p>
<p><em>Aprile è il più crudele dei mesi, genera<br />
Lillà da terra morta, confondendo<br />
Memoria e desiderio, risvegliando<br />
Le radici sopite con la pioggia della primavera.<br />
L&#8217;inverno ci mantenne al caldo, ottuse<br />
Con immemore neve la terra, nutrì<br />
Con secchi tuberi una vita misera.</em></p>
<p>dove l’inverno protegge e l’inizio della primavera scoperchia, seppellisce nuovamente, condanna a morte nel divenire. L’inverno è questa nostra desolazione, dove ricuciamo una vicenda povera, dettata dai limiti umani, su quella che giace al di sotto &#8211; non scritta, senza bisogno di essere raccolta o inventata. L’arte non è allora lo stare con più forza nelle cose, ma al contrario, la capacità di estrarle dal mondo – dall’io, dal momento di cui pure portano i segni, in una mappa bianca dove ognuno può seguire una sua traccia. Ma la sorte dell’arte non è facile da abitare. La Regina ha un ego impenetrabile: in lei il quotidiano si allontana mentre si affonda nella crudezza del ghiaccio, nell’inconsistenza dell’essere di cui solo un calco sopravvive.<br />
Dall’altra parte c’è Gerda, l’attaccamento all’universo sensoriale, al moto di bene, desiderio, bisogno che unisce a coloro che amiamo, nonostante i sogni e le aspirazioni.<br />
Come si possono ricongiungere le due figure, esiste un’alternativa o una mediazione tra lo sguardo indagatore, puntato su tutto e la volontà di un amare senza troppe domande, gli amici, i familiari, le persone care?<br />
Sopravvivenza, eternità, solitudine &#8211; sono parole fin qui incontrate, legate all’idea dell’inverno. C’è poi la salvezza: ognuno, nella sua terra ostile, trova ciò che occorre difendere. Sia l’inverno di Gerda, da sconfiggere, che l’inverno della Regina, da preservare ammirati, sono due tentativi di salvare un significato dell’essere.<br />
Gerda e l’idea di bontà, la Regina e l’io solitario. Come si possono mettere insieme queste due spinte, queste due diverse devozioni? Perché, prima o poi dovremo confessarcelo, nessuna delle due coincide con la pienezza, può tutt’al più finire in un torpore, una miopia dello spirito che ci lascia quieti nella via scelta, come chi sostando nella neve troppo a lungo ne venga inconsapevolmente ammansito e infine ucciso, sciolto nel bianco o indurito fino ai nervi. Avrò sempre bisogno che qualcuno mi risponda al di là dell’inverno. Che ci sia per guardarmi ed essere visto, che voglia essere consolato, che mi consoli di ogni pena inesprimibile. Il palazzo forgiato dal ghiaccio vuole un ospite che non sia io, ma che come me sia fragile. E tuttavia ogni volta che amo, l’altro dovrà in qualche modo mostrare il difetto &#8211; crescere ad esempio, nel caso sia un bambino, non comprendere, chiedermi di essere conforme e a lui simile, incapaci sempre di stare al pari con le nostre distinte nature, le nostre voci singole.</p>
<p>C’è, a questo punto un’altra figura femminile nella fiaba, un’altra via rispetto alla donna della neve e alla bambina. È la più piccola di una banda di briganti, la figlia della brigantessa che li guida. Gerda ha appena fatto amicizia con un principe e una principessa, che l’hanno rivestita di tutto punto, con indumenti caldi per affrontare il freddo del polo, e le hanno regalato una carrozza d’oro per il viaggio, quando viene assalita dai briganti, nel mezzo del bosco. La Ragazza Brigante chiede alla madre di risparmiarle la vita, così che possa diventare sua compagna di giochi, ma poi l’afferra, la strattona, si diverte a tormentarla, esattamente come fa con tutti gli animali che tiene nel suo rifugio, tra cui una grande renna, impaurita dai modi e dalle minacce della bambina. Gerda le racconta la sua storia e alla fine la Ragazza Brigante si decide a lasciarla andare, le presta perfino la renna, l’unica che sappia dove vivono la Donna Lappone e la Donna Finlandese, che le indicheranno l’ultima via verso la dimora della Regina. Questa bambina selvaggia e tuttavia famelica d’affetto, capace di atti generosi senza però condividere l’aura sacrificale di Gerda – che sa parlare con tutti gli animali, è il personaggio più interessante e imprevedibile della fiaba. Se la Regina è l’inverno e Gerda la primavera, la Ragazza Brigante è una piccola Signora degli Animali, quella figura che nei miti sciamanici d’Eurasia e dell’Artico agisce secondo un ordine naturale del tutto indipendente, pre-esistente agli esseri umani. La Madre-Renna, ad esempio, avvolta in pelli, nascosta tra le distese siberiane, circondata da uno stuolo di spiriti teriomorfi che guidano l’anima al di là, spezzano e cuociono il corpo dello sciamano, lo divorano, lo spingono a rinascere dalle ossa, con una nuova conoscenza del mondo. Così Gerda incontra la Ragazza proprio prima di recarsi nell’altrove stregato dei ghiacci. Ne viene rapita e minacciata, ma infine aiutata in maniera decisiva. Questa bambina feroce e dispensatrice di “doni”, incarna forse, proprio come una Madre Animale, quella legge di natura a cui tutti siamo sottoposti, non particolarmente benigna né in sé malvagia, che ci chiede di accettare di essere qualcosa di molto piccolo nel sistema in cui viviamo, di non avere su di noi i segni di nessuna predestinazione, ma di poter tuttavia attingere a ciò che ci è necessario, trovandosi, se non compresi, almeno rispecchiati e talvolta ascoltati. C’è inoltre un altro aspetto che in lei mi ha sempre affascinato: la sua totale libertà. Quando Gerda e Kay si incamminano per tornare a casa, la ritrovano sulla loro strada e si fermano a raccontarle tutto, prima dell’ultimo congedo. La bambina ha lasciato la banda dei briganti e viaggia per suo conto, diretta a nord, o verso qualsiasi altra parte di mondo le venga voglia di visitare. Noi immaginiamo già il destino di Gerda e di Kay – diventare adulti, fare figli -, così come ci immaginiamo la Regina nella strenua ricerca di una forma perfetta e senza cuore, ma nessuno può dire cosa sarà della bambina, della sorpresa continua che le riserva la sorte. È lei il nume tutelare della fiaba. La possibilità che le avventure si ripetano, che altri racconti ci stupiscano. È l’infanzia che si allontana nel bianco ideale, con la fantasia inesauribile, il filo ininterrotto delle storie.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Immagini tratte da Hans Christian Andersen, The Snow Queen di <a href="http://www.booksillustrated.com/en-UK/the-snow-queen">Christian Birmingham </a>e <a href="http://www.snowqueen.us/">Vladyslav Yerko</a>. </em></p>
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		<title>L’innaturale maniera di sopravvivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[evelina de signoribus]]></category>
		<category><![CDATA[inverno]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina De Signoribus Ci siamo trovati nel cratere di un tempo rarefatto e il nero immoderato dell’intorno ha disperso il gruppo È tanto che non mi fermo e ora che lo faccio d’improvviso mi sovviene il movimento delle bocche, il giallo di alcune mani… ma già penso al coperchio che non trovo, all’acqua che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Evelina De Signoribus</strong></p>
<blockquote><p><em>Ci siamo trovati nel cratere di un tempo rarefatto<br />
e il nero immoderato dell’intorno ha disperso il gruppo</em></p></blockquote>
<p>È tanto che non mi fermo e ora che lo faccio<br />
d’improvviso mi sovviene il movimento delle bocche,<br />
il giallo di alcune mani…<br />
ma già penso al coperchio che non trovo, all’acqua che bolle vicino.<br />
Il moscerino affogato non mi porta all’acquitrino dove è nato.<br />
Reggono bene, così, i miei occhi, il caduto.<br />
Intanto il calore spira, preme, soffia, brama lo spiraglio.<br />
Delle parole, ora mi sovviene il suono, non il senso.<br />
Allora metto una mano sul petto<br />
e premo a cercare un più vasto dolore<br />
ma il ventre è molle, non ascolta, non percepisce lo sforzo.<br />
Anche il corpo ha assorbito l’innaturale maniera di sopravvivere.</p>
<p><strong>***</strong><span id="more-36930"></span></p>
<p>I lampioni, le auto, il terreno asfaltato, gli stop.<br />
Le voci, il tumulto, a sprazzi l’olfatto.<br />
Cercare qui in mezzo il potere del decollo<br />
o la scaduta forma della passione.<br />
Resta la piazza del dopo festa, dell’incondizionato rincasare.<br />
Ma è vano orientarsi nella mischia…<br />
Sento che, non più a stento, comprendo il tuo disamore.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Chiudo la porta, accendo la luce e vedo di fronte<br />
invecchiato il mio viso.<br />
Mi chiedo se sia successo ora, all’improvviso.<br />
Apro le tende per vedere se qualcuno passa<br />
se mi riconosce e mi chiama<br />
se scavalca l’inferriata puntuta.<br />
Entrata nella stanza finalmente<br />
m’accorgo di essere la parte di un tutto<br />
che non decolla.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Penso che questa sera, seduto al mio fianco,<br />
ci sia, come uno sconosciuto, mio nonno.<br />
Io lo riconoscerei da un profumo misto a tabacco,<br />
sillaberei il suo nome<br />
prima della presentazione,<br />
quantificherei il suo avvenire,<br />
la sua voglia di vivere<br />
o la sua noia.<br />
Lo chiamerei figlio<br />
come una madre a cui non appartiene la prole.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Fanno le cinque del mattino gli uomini che non dormono<br />
scortati da sonniferi ormai blandi.<br />
Si ergono già affranti<br />
si stirano come corde sgualcite.<br />
Respirano i rumori mattutini,<br />
i cigolii delle impalcature nei vicini palazzi.<br />
Danno una mano alle idee degli architetti<br />
come ai titoli dei quotidiani.<br />
Sfidano il giorno in lunghe sedute<br />
vaganti in spazi stretti o lontani.<br />
Offrono così a chi dorme<br />
il vano mestiere di resistere.</p>
<p><strong>Poesie tratte da <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895917146/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895917146&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Pronuncia d&#8217;inverno </em></a>(Canalini e Santoni, 2009)</strong></p>
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