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	<title>Iraq &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2017 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti tromboni. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Tempesta di monnezza. C’è il momento in cui tutto congiura, la marea monta e non si può che fare surf. Stavolta poi c’è stato questo balletto degli identikit del terrorista. Davvero penoso. Dovremo parlarne a un certo punto. La caratteristica più evidente nell’</span><i><span style="font-weight: 400">infotainment</span></i><span style="font-weight: 400"> italiano in questi giorni è stato questo voler pensare a Istanbul come a Parigi, cioè si è voluto dire “hanno attaccato NOI”, cosa che invece non era avvenuta in altri casi costantinopolitani. Ha pesato, chiaramente, il fatto del Capodanno. Ma guardando bene, come faremo, si scoprirà che questa è stata una cosa molto turca, come d’altronde l’assassinio dell’ambasciatore russo. Così come Parigi era stata una cosa molto francese, il </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse </span></i><span style="font-weight: 400">una cosa molto statunitense eccetera. Ma nel pensare a quell’attacco come un attacco “a noi” si è dimenticata la geografia: la Turchia ha la guerra alle porte, la Francia no, gli Stati Uniti no. Guerra vera, dico. Non quella cosa che gli altri muoiono sotto le bombe e tu commenti su facebook. E si è dimenticata anche un’altra cosa: le notizie che arrivano dalla Turchia sono sempre meno affidabili, vista appunto la guerra e anche la repressione. Si è applicata insomma una lente prespite per cui la Turchia è tornata a essere Europa dopo mesi in cui la si situava <em>ormai </em>in Oriente.  </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Cadevano le braccia a leggere </span><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_03/i-terroristi-non-sono-folli-504447ee-d13a-11e6-bd06-82890b12aab1.shtml"><span style="font-weight: 400">Panebianco sul </span><i><span style="font-weight: 400">Corriere della Sera</span></i></a><span style="font-weight: 400">, pronto a spiegarci che «i terroristi non sono folli, ma soldati del terrore» e «non dobbiamo negare il ruolo che la religione ha nell’arruolamento dei militanti per la guerra che l’Isis ci ha dichiarato». Soggiungeva che </span><span style="font-weight: 400">ci sono «atteggiamenti del mondo islamico nei confronti della società aperta occidentale e sugli aspetti della loro tradizione che hanno generato la sfida jihadista», senza spiegarci cosa intenda per «mondo islamico», quali siano questi famosi atteggiamenti, cosa dovrebbe mai essere la sfida jihadista. E parlando dei personaggi che stiamo ormai profilando da un anno uno per uno, comparandoli e cercando di capirne le specificità diceva che, poiché non si tratta di «folli attentati», ma di una «guerra dichiarata da qualche organizzazione (ieri Al Qaeda, oggi l’Isis, domani un’altra)», i soldati che la combattono sono «la versione contemporanea dei combattenti per la causa islamica dell’età medievale e della prima età moderna». Ora, da medievista io, islamista te, cosa abbiamo mai fatto per dover leggere una stronzata del genere? Certo, potevamo non studiare, siamo d’accordo, ma nessuno ci aveva detto all’epoca che avremmo dovuto soffrire così. A peggiorare le cose </span><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_05/perche-dobbiamo-superare-755f01f8-d2bc-11e6-af42-cccac9ae7941.shtml"><span style="font-weight: 400">ci si mette anche Roberto Calasso</span></a><span style="font-weight: 400">, sempre sul Corriere della Sera, che ha preso ormai una linea fallaciana, nel senso che l’Islam è cattivo e liberticida e noi lo dobbiamo combattere, quella cosa che in altre occasioni abbiamo sintetizzato nei termini che </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=kAZCyzvaHh4"><span style="font-weight: 400">la guerra santa “la fa l’ACI”</span></a><span style="font-weight: 400">, come nell’epico sketch di Guzzanti. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ah, bellissimo! Calasso dice che secondo lui dobbiamo analizzare i proclami rivendicativi dell’Isis, come si sarebbe dovuta dare maggiore importanza a </span><i><span style="font-weight: 400">Mein Kampf</span></i><span style="font-weight: 400"> a suo tempo, che seppure si trattasse di testi deliranti, anche Freud ha costruito la sua teoria appresso ai deliri di Schreber, in un mattone di circa cinquecento pagine. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Laddove tu m’insegni che ‘sti proclami sono ormai uno standard.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, sono più o meno lunghi come un tweet, tipo. Ai tempi di Bin Laden, che parlava via fax o video, c’era anche un motivo serio per studiarli con acribia (</span><a href="https://www.ibs.it/messaggi-al-mondo-prima-analisi-libro-vari/e/9788860440174"><span style="font-weight: 400">e li si studiò</span></a><span style="font-weight: 400">) perché registravano l’evoluzione di elaborazioni ideologiche. Oggi è un po’ diverso. Quelle elaborazioni ci sono più o meno già tutte, e l’ISIS non fa che accomodarsele in base alla situazione in cui si trova. Non vedere come è cambiata la propaganda dell&#8217;ISIS in questi anni è &#8211; quello sì &#8211; molto stupido. E&#8217; poco utile esaminare queste rivendicazioni, è molto utile capire quando e per quale canale passano. La cosa è tanto più angosciante perché poi questo cappello di Calasso introduce il più grande delirio (il suo) mai letto nella storia dell’orientalismo dilettantistico, un’analisi demenziale della rivendicazione dell’attentato al </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> di Istanbul, secondo la quale si dice che l’azione ha colpito «dove i cristiani stavano celebrando la loro festa pagana». Non conoscendo l’Islam e meno ancora l’arabo, Calasso non capisce che la traduzione «pagani» individua una categoria di persone estranee all’Islam, non già una sofisticata lettura del mondo occidentale, che riconfiguri il </span><i><span style="font-weight: 400">jihad</span></i><span style="font-weight: 400"> non già come guerra alla cristianità, ma ad un generico occidentalismo. Ora, questa clamorosa imbecillata, scaturita dall’incapacità di posizionarsi all’interno del discorso che si intende «analizzare» a causa dell’ignoranza in materia, vorrebbe andare a compattare il mondo occidentale, cristiani e non, dietro la bandiera islamofoba. Infatti, «tutti i fieri laici occidentali, convinti di essersi liberati di ogni impaccio religioso, ora dovranno rassegnarsi a riconoscere di essere soltanto dei vecchi pagani», quindi anch’essi sono «passibili di essere colpiti non meno dei cristiani, nella nuova guerra di religione». Ora cosa gliene freghi mai ai militanti dell’Isis se un non musulmano sia cristiano, ebreo o laico secolare, romanista, vegano o quello che vi pare non si capisce davvero. Tradizionalmente, spiegatelo a Calasso, i cristiani se la sarebbero cavata infinitamente meglio degli atei sotto una dominazione musulmana, poiché la gente del libro è storicamente giudicata affine ed è tollerata molto meglio di tutti gli altri (c’è lo statuto giuridico di </span><i><span style="font-weight: 400">dhimmi</span></i><span style="font-weight: 400">, che tradizionalmente si applica appunto ad Ebrei e Cristiani). Ma a ben vedere, come tante altre costumanze caratteristiche dell’Islam storico, anche questa parrebbe svanita nel nulla, in una riconfigurazione astorica, diremmo noi postmoderna, di ciò che l’Islam sia davvero. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Anyway, dopo un approssimativo spiegone del fatto che la guerra è tradizionalmente guerra di religione e solo rari sono i casi di guerre guerre (da capire davvero che storia abbia studiato, costui), Calasso si risente della posizione pavida dei governi occidentali e della Cattolica Romana Chiesa soprattutto, che sarebbe al centro dell’attacco jihadista. La verità è che al Vaticano di Islam ne sanno infinitamente più di Calasso e si rendono perfettamente conto che non è in corso nessuna guerra di religione, certo non contro quella cristiana cattolica, che, peraltro, è apparsa piuttosto marginale come bersaglio, rispetto alla cultura laica progressista. Da </span><i><span style="font-weight: 400">Charlie Hebdo</span></i><span style="font-weight: 400"> al </span><i><span style="font-weight: 400">Bataclan</span></i><span style="font-weight: 400">, dal </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> al </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400">, pur volendo intendere questi bersagli come obiettivi di un’unica organizzazione, e così non è, non si vede cosa c’entri la Chiesa Cattolica Romana con un locale gay, il giornale più anticlericale del mondo, una </span><i><span style="font-weight: 400">venue</span></i><span style="font-weight: 400"> di concerti rock, eccetera. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. In Europa, tolto quello del parroco sgozzato vicino a Rouen in Francia nel luglio scorso, il caso di terrorismo più eclatante che riguarda la chiesa è certamente quello del lupo solitario quarantaduenne ciociaro con precedenti per droga e disturbi psichici, che a Roma giusto qualche giorno fa ha sfregiato due frati a Santa Maria Maggiore con un coccio di bottiglia, perché &#8220;La Chiesa non mi ha capito&#8221;. Peraltro, </span><a href="http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/01/07/news/roma_entra_nella_basilica_di_santa_maria_maggiore_e_sfregia_al_volto_due_sagrestani-155589700/?ref=HRER1-1"><span style="font-weight: 400">come riporta Repubblica</span></a><span style="font-weight: 400">, </span><span style="font-weight: 400">i due frati feriti, padre Gaeta e padre Ralph</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">sono tra gli &#8220;accusatori&#8221; di padre Stefano Manelli, il fondatore dei Francescani dell&#8217;Immacolata esautorato nel 2013 da Papa Francesco a causa di presunti abusi di potere, di gestione economica e anche sessuali. Nell&#8217;inchiesta vaticana emersero molte circostanze che sono successivamente diventate oggetto di indagini della Procura di Avellino, in quanto la maggior parte dei fatti avvenne a Frigento. Alcuni reati risultarono però prescritti. Tra l&#8217;altro, nel dossier ci sono due morti le cui cause non sono state chiarite: quella di un frate filippino e quella dello stesso commissario inviato dalla Santa Sede, padre Fidenzio Volpi.</span></p></blockquote>
<p>Siamo ad un passo dallo sconfinare una volta di più nel complottismo, che Dan Brown spicciace casa!</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Spettacolare, meraviglioso, sublime. Ad ogni modo, la cosa più divertente dell’intervento illuminante di Calasso è la risposta al quesito «che fare?». Quest’altro gigante della cultura contemporanea ci dice che bisogna «rispondere combattendo a una guerra dichiarata, come sempre è avvenuto nella storia» e cioè «innanzitutto studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli». Ora, se questa guerra dichiarata fosse una cosa vera, sarebbe davvero meglio che il nemico lo studiasse qualcun altro, non Calasso, cioè qualcuno che sappia di che cazzo si stia parlando. E se consulti costoro, quello che ti dicono è che non è in corso una guerra dichiarata, quindi punto. Nel frattempo, giusto per la cronaca, Panebianco è passato ad occuparsi del Veganismo che sta scristianizzando l’Europa, per dire. Quel tuo libro col pollo in copertina è di per sé una risposta a tutto questo genere di imbecillate, quindi credo che possiamo passare oltre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">[Segue un lungo e silenzioso </span><i><span style="font-weight: 400">Double Facepalm </span></i><span style="font-weight: 400">tipo quello classico di</span><i><span style="font-weight: 400"> Star Trek</span></i><span style="font-weight: 400">, poi&#8230;]</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Vabbe’, che dire, siamo al livello del troll di Facebook che pochi giorni fa mi ha accusato di sottostimare il problema del terrorismo, perché sarei troppo concentrato a impedire il diffondersi delle idee di Salvini&amp;co. Faceva proprio riferimento ad alcune nostre precedenti conversazioni su </span><i><span style="font-weight: 400">Nazione Indiana</span></i><span style="font-weight: 400">. Io gli ho risposto che no, io e te non sottostimiamo niente. E anzi, hahhà (qui ci andrebbe tutta la mia bibliografia sul tema “terrorismo di matrice islamica” ma ve la risparmio). Lui allora se l’è presa e ha detto: ci sentiamo al prossimo attentato. Io ho trovato questo appuntamento molto interessante, cioè: definiscimi “attentato”. In cronologia abbiamo questa cosa che non so come vogliamo chiamarla di uno che all’aeroporto prende a pistolettate la gente. E’ un attentato? Devo incontrare il troll di Facebook per un check della situazione? Mi sa che conosco già la risposta che mi darebbe: non è un attentato perché non è rivendicato. Bene, allora si vede che questo “rivendicare” lo dobbiamo un po’ ragionare, altrimenti facciamo male i conti. Nel farlo consiglierò la lettura di Giuliano Battiston che nel suo ottimo </span><a href="http://www.asinoedizioni.it/products-page/libri-necessari-2/arcipelago-jihad-lo-stato-islamico-e-il-ritorno-di-al-qaeda/"><span style="font-weight: 400">Arcipelago jihad</span></a><span style="font-weight: 400">  a un certo punto ricorda il lascito teorico e operativo di uno dei jihadisti “dimenticati” di questi ultimi anni &#8211; Abu Mus’ab al-Suri. Battiston intitola un paragrafo “Il sistema, non l’organizzazione” perché questo è il concetto su cui si basa il pensiero teorico di questo jihadista. In tempi abbastanza lontani al-Suri è stato un teorico dei lupi solitari. Diceva sostanzialmente che bisognava mettere il cappello su alcuni profili umani che avrebbero fatto attentati. E così, mi sembra, è stato. L’ISIS questa cosa la fa benissimo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo, se ascoltassimo i vari Panebianco e Calasso, dovremmo abboccare a quest’amo, accettare la propaganda che l’ISIS elabora attorno attorno a questi profili dicendo: siamo in guerra, una guerra di religione, siamo crociati e dobbiamo trovare il modo di combattere questa guerra. Mentre invece siamo convinti che dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quei profili, invece che su ciò che l’ISIS di quei profili vorrebbe farci credere, sul lavoro che l’ISIS fa utilizzandoli. Mi sembra che questa è la cosa che abbiamo fatto io e te in tutto questo tempo. Abbiamo capito che di personaggi profilabili come combattenti di una guerra santa è pieno il nostro mondo, indipendentemente dalla loro origine, razza, religione, appartenenza politica o tifo calcistico. Abbiamo registrato che questi personaggi si attivano in risposta a sollecitazioni che percepiscono come vicine, parte della loro vita, anche se non lo sono per niente. Per questo ci concentriamo sui lupi solitari e in cronologia mettiamo a questo punto anche Esteban Santiago, il massacratore di Fort Lauderdale.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E qui veniamo all’aspetto più tragicomico della demenza collettiva attorno al problema che stiamo cercando di inquadrare da un anno, che cioè pochi giorni dopo che i tromboni al seguito della grancassa della Guerra Santa hanno trombonato la loro stonata cantilena, ecco che salta fuori un altro attentatore che scombina completamente il quadro e costringe a ripensare tutta la questione da capo. Infatti, anche ammettendo che il forse </span><span style="font-weight: 400">kirghiso o forse turcocinese uiguro uzbeko che entra in un locale di Istanbul e ammazza gente a caso abbia qualcosa a che fare con il killer forse gulenista forse no dell’ambasciatore russo ad Ankara o l’omofobo di origini pachistane del </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando, non si vede in che modo si possa situare nello stesso </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">, quello della Guerra Santa, appunto, l’attentatore di Fort Lauderdale, tal Esteban Santiago, ventiseienne portoricano di Peñuelas, amante della boxe, reduce della guerra in Iraq, dalla quale è tornato con un disturbo mentale conclamato, come risulta dalle prime ricostruzioni. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Parrebbe la risposta esatta alle domande stupide di Calasso e Panebianco, che cioè non si vede in che modo una guerra in Iraq o in Siria o dove ci pare possa metter fine a questa carneficina. Anzi, parrebbe proprio che quella in Iraq sia all’origine di quest’ultimo episodio. Inoltre possiamo dire che esce rafforzata la nostra idea, secondo la quale non è in corso nessuna guerra di religione, i collegamenti tra gli attentati che si susseguono sono labilissimi e fanno capo al modo in cui singoli attentatori si declinano come parte di un conflitto contro coloro i quali credono ancora nella possibile convivenza civile di tutti con tutti, che soltanto loro e Panebianco stanno combattendo. Ad esempio Santiago si declina in questo conflitto come un mezzo matto che sente le «voices in his head telling him to commit acts of violence» come risulta </span><a href="http://www.nytimes.com/2017/01/06/us/fort-lauderdale-airport.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;_r=0"><span style="font-weight: 400">da un articolo del New York Times</span></a><span style="font-weight: 400">. Inoltre, si rafforza anche l’ipotesi che la vera guerra in corso sia quella tra apocalittici e integrati, cioè tra tutti coloro che trovano un posto nel mondo e quelli che invece no. In assenza di canalizzazioni classiche, che ne so, la lotta di classe, si produce questo luposolitarismo qualcunista incontrollato, che abbiamo etichettato come sindrome di Lee Oswald, ma stavolta somiglia parecchio a una cosa tipo Rambo, ma flippata debbrutto. </span><a href="http://www.nytimes.com/2017/01/07/us/esteban-santiago-fort-lauderdale-airport-shooting-.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news"><span style="font-weight: 400">Intervistato dal </span><i><span style="font-weight: 400">New York Times</span></i></a><span style="font-weight: 400">, Bryan Santiago Ruiz, un manager di Boxe a Peñuelas, piccola città portoricana dove Esteban è cresciuto, dice che il fratello «said he heard certain voices, that the U.S. government wanted to enroll him in certain groups for ISIS, and he was very paranoid [&#8230;] that the C.I.A. controlled him through secret messages over the internet and told him the things he had to do». Anche </span><span style="font-weight: 400">Christopher Tolley, il capo della polizia di Anchorage in Alaska, dove Esteban abitava (!), sostiene che«Santiago was having terroristic thoughts and believed he was being influenced by ISIS». Cioè, posseduto dall’Isis a causa della CIA che gli passava messaggi segreti via internet. Gravemente debordante nel complottismo, nel senso che sto tipo si è praticamente costruito un complotto su misura contro di lui, secondo il modello qualcunistico che abbiamo abbondantemente sviscerato, ed ha agito di conseguenza. </span><a href="https://www.theguardian.com/us-news/2017/jan/08/fort-lauderdale-airport-shooting-fbi-agent-saddam-hussein?CMP=twt_gu"><span style="font-weight: 400">Ma sul caso sta investigando Agent George Piro dell’FBI</span></a><span style="font-weight: 400">, lo stesso che interrogò Saddam, vedremo cosa salta fuori. </span><span style="font-weight: 400">Ora, come di consueto, si tratterebbe di mettere a confronto questo profilo con quello </span><span style="font-weight: 400">del “cinese”, che nel gergo prêt-à-porter sbocciato negli ultimi giorni sarebbe l’attentatore del </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> di Istanbul.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Al netto delle notizie che escono dai meandri più profondi del Ministero degli interni turco si impone subito un problema di passaporti. Si diceva “il cinese” perché si pensava fosse uiguro, cioè un turco uiguro coi documenti cinesi. Poi si è passati al kirghiso, cioè a una persona con passaporto kirghiso ma non necessariamente un kirghiso perché non è affatto detto che se hai il passaporto kirghiso sei kirghiso. In Kirghizistan ci sono un 65% di kirghisi, un 12,5 di russi, un 14% di uzbechi, ci sono anche degli ucraini, dei tagichi, dei tatari. Non tutti parlano il kirghiso, anzi. Ma il nome proprio di questo qui, Iakhe (cioè in ultima analisi Giovanni passando per il Yahya coranico), ricordava che la sua famiglia doveva essere in qualche modo di origine musulmana. Col kirghiso si apriva un file, oltre a quello della turcofonia (uiguri e kirghisi appartengono al mondo turcofono e si poneva dunque la questione di un panturchismo ripreso da Erdogan in politica estera). Si apriva il file delle repubbliche “islamiche” ex-sovietiche che si chiamano in quel modo ma non è che siano davvero “nazioni” in senso classico: sono agglomerati istituzionali-politici eredi del vecchio sistema dell’URSS. In Uzbekistan, per dire, ci sono tanti uzbeki, più o meno l’80%, ma anche dei kirghisi (pochi, meno dell’1%, ma ci sono), oltre a tagichi, tatari, russi, caralpachi. Cioè: si apriva anche il tema del terrorismo islamico in queste aree, della reislamizzazione ad opera dei sauditi, della repressione del terrorismo e dei </span><i><span style="font-weight: 400">foreign fighters </span></i><span style="font-weight: 400">provenienti da queste aree e andatisi a sfracellare in Siria. Insomma una babele, che sui giornali è diventata una cambogia a partire dal fatto che, certo, se il terrorista era uiguro, bisognava dire del </span><a href="https://books.google.it/books?id=NrtIa77Sj2IC&amp;dq=uyghurs+in+china+historiography&amp;hl=it&amp;source=gbs_navlinks_s"><span style="font-weight: 400">dramma degli uiguri in Cina</span></a><span style="font-weight: 400">, ma se era kirghiso toccava mettersi a ragionare sulla radicalizzazione in Kirghizistan e così via. Il che poneva una serie di temi, </span><a href="http://www.academicroom.com/article/historiography-post-soviet-kyrgyzstan"><span style="font-weight: 400">anche storiografici</span></a><span style="font-weight: 400">, molto seri. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Che voglia di porseli ”sarteme addosso”, si dice a Roma. Quanto fai prima a parlare di una guerra di religione tra Islam liberticida e Occidente libero? Una cifra. Quindi mi pare che si sia proceduto in questo senso, senza darsi il tempo di approfondire.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Sì, il problema tornato fuori quando l’interpretazione era già confezionata, quindi in sostanza non gliene frega già più niente a nessuno.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. A noi pare che freghi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Infatti.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Dunque?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Dunque ad oggi le notizie provenienti dalla Turchia dicono che l’attentatore del </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> dovrebbe essere uzbeko, e questa cosa la si lascia così, senza commento, perché ormai se ne sono dette di tutti i tipi sugli uiguri e sui kirghisi (sempre che le persone con quei passaporti appartengano alle comunità linguistiche maggioritarie nei loro paesi). Senonché qualcosa salta all’occhio: il cognome di questo soggetto uzbeko – che, ricordiamolo ancora, non è stato catturato – è praticamente lo stesso del soggetto kirghiso – Mashrapov vs Masharipov. Il che da un punto di vista suona anche normale, essendo che, appunto, al di là della nazionalità, in quell’area c’è un bel miscuglio, oltre alla </span><i><span style="font-weight: 400">tabula rasa</span></i><span style="font-weight: 400"> elettrificata generata dall’imperialismo russo-sovietico in decenni di russizzazione. Guardando al volo la distribuzione dei cognomi Mashrapov e Masharipov si vede che sono molto ben distribuiti in tutta quell’area. Questa normalità tuttavia non rende meno acre il sapore strano che una quasi omonimia lascia in bocca: viene da pensare che la polizia turca abbia avuto l’imbeccata su un cognome e da lì sia partita per la ricerca del terrorista. Comunque: sia il kirghiso che l’uzbeko sono narrativamente legati all’organizzazione dell’ISIS. Il kirghiso era, secondo ciò che è stato detto dalle autorità turche, un </span><i><span style="font-weight: 400">foreign fighter</span></i><span style="font-weight: 400"> in arrivo dalla Siria. L’uzbeko invece era proprio parte di una cellula uzbeka dell’ISIS assopitasi a Konya, sembra. E qui c’è un’altra sovrapposizione: Konya. La famiglia del kirghiso è stata arrestata a Konya. Quindi l’imbeccata doveva essere una cosa come: “cercate Mashrapov/Masharipov a Konya”, una cosa che prima si è tradotta nell’individuazione del kirghiso e della sua famiglia e poi nella ricerca dell’uzbeko in dormienza. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Quindi?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Quindi boh. Non so dove arriva questo discorso, sinceramente, perché se fonti traballano. Posso concludere con una riflessione su questo: in Turchia non c’è all’oggi tutta questa libertà di espressione. Cioè i giornalisti li arrestano e ci dobbiamo fidare di quello che dicono gli investigatori. Alla domanda “chi è l’attentatore del Reina” rispondo sinceramente con un “ah, saperlo”. E se mi chiedi: “era un lupo solitario”? Io ti dico: tutte le versioni date finora non lo identificano come un lupo solitario, ma ci sono tante ragioni per mettere in circolo versioni tarocche. Poi, vista la prossimità con la Siria, dove si combatte davvero, tutto è possibile.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ok, quindi, ricapitolando: ci sono vari tentativi di ricollegare il nostro al famoso fronte della Guerra Santa che starebbe insanguinando le strade europee, perché l’Islam è liberticida e l’Occidente je sta sur cazzo. Ma la domanda che alla fine resta in piedi, alla quale come al solito dobbiamo dare una risposta, è quale guerra stiano davvero combattendo </span><span style="font-weight: 400">Mashrapov/Masharipov e Santiago. Cioè, è la stessa guerra o no? Come si colloca il veterano della </span><span style="font-weight: 400">Puerto Rico national guard</span><span style="font-weight: 400"> che torna dall’Iraq e spara a caso all’aeroporto di Fort Lauderdale nella guerra che l’uzbeco jihadista porta dentro un locale di Istanbul? E ancora, in che modo entrambi combattono la stessa guerra </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/24/lesile-sentiero-dei-lupi-solitari-un-altro-dialogo-sullemergenza/"><span style="font-weight: 400">dell’attentatore di Monaco</span></a><span style="font-weight: 400">, quello che gridava «turchi di merda» sparando dal tetto di un supermercato, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/23/la-missione-impossibile-dellethan-hunt-tunisino-la-verita-transito-la-bizona-minniti/"><span style="font-weight: 400">del pluripregiudicato tunisino che si spaccia per calabrese</span></a><span style="font-weight: 400"> alla stazione di Milano, dopo aver schiantato un camion contro un mercato natalizio a Berlino, dell’attentatore omofobo di origini pachistane che ha sparato sulla folla al </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando, di quello forse gulenista forse no che ha sparato all’ambasciatore russo ad Ankara, di quello francese che a Nizza ha lanciato un TIR contro la folla il 14 di luglio? È la stessa davvero o no? </span><span style="font-weight: 400">È santa? Non è santa? </span></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Io penso che ognuno di loro abbia fatto proprio un discorso bellico, sempre più sdoganato nel senso comune. C&#8217;è una guerra vera e una guerra percepita. Chi dice &#8220;c&#8217;è una guerra santa&#8221; alimenta questa percezione.</p>
<p><strong>Anatole. </strong><span style="font-weight: 400">Cioè, </span><span style="font-weight: 400">nell’ultimo anno abbiamo provato a dire perché secondo noi </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/"><span style="font-weight: 400">non è in corso nessuna crociata in risposta a nessun jihad</span></a><span style="font-weight: 400">, che cioè il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è una cazzata atomica, elaborata sulla base di evidenze esigue e competenze ancor più labili. Abbiamo ipotizzato, piuttosto, che, invece, ci sono gli estremi per identificare </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/28/winter-is-coming-dalla-crociata-al-fantafestival/"><span style="font-weight: 400">una guerra mondiale più profonda in corso tra apocalittici ed integrati</span></a><span style="font-weight: 400">, della quale il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è solo uno dei tanti prodotti. Abbiamo ritenuto urgente demistificare i collegamenti abusivi tra i vari attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni, provando a capire perché e percome non fossero tutti la stessa cosa, cioè perché i vari attentatori non combattessero tutti la stessa battaglia, colpendo vittime innocenti più o meno a caso in Europa, come in Medio Oriente, in Africa come negli Stati Uniti. Gli ultimi eventi sanguinosi ci danno ragione? Ci danno torto?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Non ci danno torto. </span><span style="font-weight: 400">L’impressione continua ad essere la solita, che ognuno di questi figuri sinistri combatta la sua guerra, collegandosi in maniera variabile, più o meno diretta, a quello che succede o a quello che essi pensano che succeda. In taluni casi i collegamenti col famoso Califfone sembrano più stretti, in altri molto meno, in altri per niente significativi, certe volte capita che a sparare sulla folla inerme siano i soldati della guerra vera, quella che si combatte sul serio, altre volte sono personaggi che arrivano a partecipare a questo conflitto in maniera del tutto individuale, dopo trascorsi di tutt’altro genere. Insomma, penso che il nostro impianto sia ancora quello che spiega meglio la complessità delle cose che accadono, di certo meglio della presunta Guerra Santa tra Islam e Occidente. Quello dell’ISIS è solo uno spezzone, di certo molto significativo e su cui ragionare molto, di qualcosa che avviene qui, cioè in un posto dove la guerra non c’è, e non avviene lì, dove la guerra c’è.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Se questo doveva essere un crash test per le nostre teorie penso che l’abbiamo superato.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">E come al solito abbiamo vinto una cosa tipo un buono per acquistare le pentole di Padre Pio col 25% di sconto, ma senza panino, che fatalmente costa un botto. Ma aspetta, facciamo un ultimo check, l&#8217;attentato di Gerusalemme di qualche giorno fa.</span></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ok</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Allora: il camion è Nizza, Berlino.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Quindi Netanyahu dice che è un attentato dell&#8217;ISIS.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Hamas dice: &#8220;bene così, avanti con l&#8217;intifada&#8221;.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Quindi si intesta la cosa.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì. E mentre Netanyahu, iscrivendo questo attentato nella lista degli atti di guerra contro l&#8217;Occidente fa bingo sottintendendo che ISIS e Hamas sono la stessa cosa, Hamas può continuare a dire che sta facendo la guerra contro Israele.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Benissimo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> E però è una cosa israelo-palestinese.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Esatto. L&#8217;obiettivo è militare.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> È una guerra santa medievale dell&#8217;Islam contro l&#8217;Occidente pagano ecc.? Cioè, situandosi nel frame di Panebianco, pure i giudei sono pagani come i cristiani e i laici progressisti, praticamente. Ci sta.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> È un&#8217;ulteriore capitolo della terribile vicenda israelo-palestinese. L&#8217;attentatore ha tratto ispirazione da Nizza e Berlino, ma prima ancora da Baghdad e simili, ovviamente. Soprattutto:  attacchi con veicoli in Israele <a href="http://www.corriere.it/esteri/cards/camion-come-arma-nuova-strategia-terrore-ultimi-casi/attacco-gerusalemme_principale.shtml">se ne vedono dal 2001</a>.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> E in base a questo c&#8217;è chi, qui, dice: lo vedete? Siamo in guerra.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Direi di sì.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ma contro chi?</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> È una guerra che ognuno si confeziona a suo piacimento contro chi gli pare di giorno in giorno, a geometria variabile, poi all’indomani di eventi terribili salta fuori questa “gran voglia di ISIS”, cioè di dire che c’è questo grosso nemico unico da sconfiggere. Lo si fa un po’ perché così si taglia corto su cose assai complicate e allarmanti per molti motivi. Ad esempio questo fatto che a un certo punto quasi chiunque qui si può mettere a fare stragi per i motivi più diversi è molto preoccupante. Cioè, il fatto che esci per strada e uno qualunque (anzi, uno Qualcuno) pone fine alla tua vita perché questo nostro pianeta è ormai fatto così è difficile da digerire. Le soluzioni a questa cosa sono complicate e presuppongono impegni che nessuno neanche lontanamente vuole iniziare a prendersi. Quindi daie, famo che è l’islam, famo che è l’ISIS. Se leggi “<a href="http://www.lastampa.it/2017/01/08/cultura/opinioni/editoriali/le-tre-armi-impugnate-dal-califfo-0ZOjkoRPptYk2rznRsugFI/pagina.html"><span style="font-weight: 400">Le tre armi impugnate dal Califfo</span></a><span style="font-weight: 400">” di Maurizio Molinari capisci di cosa parlo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Temo di sì, ma mi sa che me lo risparmio. Ad ogni modo l’attentatore ciociaro ex tossico di Santa Maria Maggiore parrebbe l&#8217;unico che ce l&#8217;avesse su dichiaratamente con la chiesa: ha urlato “preti demmerda”, tipo, invece che il solito banale ”Allah Akbar”, o “guardie infami”, come il tunisino calabrese. Sarà forse stato ispirato dalla canzone di Calcutta: “Noi a questa America daremo un figlio / Che morirà in jihad / Ti chiedo scusa se non è lo stesso / Di tanti anni fa / Leggo il giornale e c&#8217;è Papa Francesco / E il Frosinone in Serie A”. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. O forse ha rosicato che è tornato in B, il Frosinone.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. E no la Lazio.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Purtroppo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Infatti.</span></p>
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		<title>Violenza, silenzio e barbarie: quello che ho visto io della Siria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Sep 2014 07:45:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bashar al-Asad]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Declich]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione siriana]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich Le cose, sul campo, erano già molto chiare all&#8217;inizio. La violenza del regime ha iniziato a manifestarsi subito, anzi, la rivolta nasce simbolicamente come risposta &#8220;civile&#8221; a un atto di violenza: un gruppo di ragazzini, picchiati e torturati per aver scritto su un muro quello che pensavano di Bashar al-Asad. La macchina della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong></p>
<p>Le cose, sul campo, erano già molto chiare all&#8217;inizio.</p>
<p>La violenza del regime ha iniziato a manifestarsi subito, anzi, la rivolta nasce simbolicamente come risposta &#8220;civile&#8221; a un atto di violenza: un gruppo di ragazzini, picchiati e torturati per aver scritto su un muro quello che pensavano di Bashar al-Asad.</p>
<p>La macchina della propaganda, allora, era già ben oliata, ma nessuno che avesse un po&#8217; di senno pensò che video e immagini della repressione contro i manifestanti pacifici fossero dei falsi.</p>
<p>Cosa che, invece, diventò uno dei pilastri della disinformazione negli anni a venire.</p>
<p>Erano in divisa o in borghese, sparavano sulla folla inerme.</p>
<p>Al termine delle dimostrazioni rimanevano a terra in molti.</p>
<p>Qualcuno respirava, qualcuno si muoveva, altri no.</p>
<p>Alle dimostrazioni seguivano gli arresti, gli stupri, le torture, molte delle quali senza ritorno.</p>
<p>Gli attivisti lavoravano per far tornare a casa i prigionieri, o per avere loro notizie.</p>
<p>Nasceva il <a href="http://www.vdc-sy.info" target="_blank">Centro di documentazione sulle violazioni in Siria</a>, aprile 2011.</p>
<p>Documentavano le morti, le vessazioni subite dai prigionieri con racconti, fotografie, video di persone martoriate, smagrite, quasi in fin di vita.</p>
<p>Le proteste si organizzavano principalmente attorno a due eventi, uno programmato il venerdì, l&#8217;altro dipendente dall&#8217;intensità della repressione: i funerali.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Andò avanti così per un po&#8217; e la rivolta, nonostante la repressione, si allargò.</p>
<p>Iniziarono gli assedi. Prima furono &#8220;morbidi&#8221;: blindati bloccavano le vie di fuga delle città ribelli.</p>
<p>La città di Deraa fu la prima.</p>
<p>Lo scopo del regime era silenziare le proteste, isolare i focolai di rivolta, non permettere il collegamento fra attivisti.</p>
<p>Quando c&#8217;era una manifestazione gli strateghi del regime mandavano l&#8217;esercito, i soldati dell&#8217;esercito di leva davanti a tutti, e ordinavano di sparare.</p>
<p>Se i soldati si rifiutavano di sparare venivano presi a fucilate alle spalle.</p>
<p>Morti e feriti aumentavano esponenzialmente.</p>
<p>Eravamo all&#8217;inizio di maggio 2011, le vittime erano centinaia.</p>
<p>Il regime parlava di &#8220;terroristi&#8221;, di complotto contro la Siria ma nessuno dalla parte dei manifestanti aveva ancora sparato un colpo.</p>
<p>A nulla servivano gli infiltrati, venivano isolati.</p>
<p>Si narra anche che la sicurezza lasciasse per strada armi da fuoco.</p>
<p>Era l&#8217;ennesima provocazione, i manifestanti erano dichiaratamente pacifici e lo rimarcavano continuamente nei loro slogan.</p>
<p>Ma lì si registrarono le prime defezioni di ufficiali dell&#8217;esercito.</p>
<p>Bashar al-Asad, il dittatore, decretò la prima di una serie di amnistie grazie alle quali mise in libertà criminali comuni ed esponenti dell&#8217;islam radicale.</p>
<p>Un cavallo di Troia utile a legittimare l&#8217;algoritmo della violenza che i suoi seguaci traducevano nello slogan: &#8220;O Asad o bruciamo il paese&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Gli assedi si moltiplicarono nelle città che il regime ritenne essenziali dal punto di vista strategico.</p>
<p>Homs, Baniyas, Tafas, Talkalakh, Rastan, Talbiseh, Jisr ash-Shughur.</p>
<p>In giugno a Jisr al-Shughur, cittadina di frontiera con la Turchia nella provincia di Idlib, si registrò il primo caso di violenza da parte dell&#8217;opposizione.</p>
<p>La città era assediata dall&#8217;esercito governativo, uomini armati &#8211; secondo gli attivisti si trattava di soldati defezionari &#8211; attaccarono le forze della sicurezza e le postazioni della polizia.</p>
<p>L&#8217;assedio si concluderà la settimana seguente con una carneficina, almeno 120 manifestanti rimasero uccisi.</p>
<p>Fu un episodio premonitore, in tutti i sensi, ma prima ci fu il 22 luglio 2011, il venerdì delle manifestazioni di massa in tutta la Siria.</p>
<p>Il punto più alto della rivolta pacifica.</p>
<p>La cifra della rivoluzione siriana.</p>
<p>Le bandiere sventolate dai manifestanti erano ancora quelle ba&#8217;athiste, le bandiere panarabe della Siria degli Asad.</p>
<p>Successivamente i rivoluzionari, per segnare un punto di non-ritorno, adottarono la bandiera dell&#8217;indipendenza.</p>
<p>Le città coinvolte furono soprattutto Hama &#8211; città simbolo della repressione asadiana &#8211; e Deir Ez-Zor ma l&#8217;intero paese, dalla costa al nord-est curdo, pullulava di presidi e proteste.</p>
<p>L&#8217;esercito siriano venne dislocato al centro di Damasco, dove le manifestazioni vennero di fatto impedite.</p>
<p>Il 29 luglio, per iniziativa di un gruppo di ufficiali disertori dell&#8217;Esercito Siriano nasceva L&#8217;Esercito Siriano Libero, con lo scopo primario di difendere le manifestazioni pacifiche dagli attacchi delle forze di sicurezza, dei civili lealisti e dell&#8217;esercito governativo.</p>
<p>Due giorni più tardi, il 31 luglio, nel quadro di un&#8217;operazione di repressione su scala nazionale, l&#8217;esercito regolare entrava a Hama e a Deir ez-Zor con i carri armati senza incontrare alcun genere di resistenza.</p>
<p>Spararono sulla folla, a caso.</p>
<p>Poi piazzarono i cecchini appostati sui tetti.</p>
<p>Il &#8220;massacro di Ramadan&#8221;  fece 136 vittime.</p>
<p>Passarono le immagini di corpi ammassati l&#8217;uno sull&#8217;altro, corpi senza testa, bambini arsi vivi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>A fine 2011 ci fu il primo attentato.</p>
<p>Esplosero due autobomba a Damasco, 34 morti secondo le autorità.</p>
<p>La televisione di Stato, giunta in loco pochissimi minuti dopo le esplosioni, inquadrava pezzi di essere umani sparsi sull&#8217;asfalto.</p>
<p>L&#8217;evento, che giungeva il giorno dopo l&#8217;arrivo degli osservatori della Lega Araba, fu il primo del genere nel conflitto siriano, non fu mai rivendicato.</p>
<p>Ne verranno altri, le modalità sono le stesse, lo spettacolo anche.</p>
<p>A partire dal 3 febbraio 2012 l&#8217;esercito governativo bombardò con l&#8217;artiglieria la città di Homs &#8211; snodo economico e strategico fondamentale per il regime &#8211; in particolare i quartieri della ribellione.</p>
<p>L&#8217;offensiva terminò il 14 aprile successivo, quando il regime affermerà di controllare circa il 70% della città.</p>
<p>Alto il prezzo pagato dalla popolazione.</p>
<p>La città sarà infine rasa al suolo, la sua anagrafe bruciata.</p>
<p>A marzo 2012 il campo profughi palestinese di Yarmuk, divenuto nei decenni un vero e proprio quartiere di Damasco, si unì alla rivolta.</p>
<p>Iniziò la repressione, in un&#8217;escalation che porterà al blocco totale del campo.</p>
<p>Come in altre zone calde la strategia del regime sarà il blocco degli accessi all&#8217;area e il martellamento tramite artiglieria.</p>
<p>Due anni più tardi Yarmuk sarà di nuovo in mano al regime.</p>
<p>Le immagini parlano chiaro, fu presa per fame.</p>
<p>Bambini e vecchi morivano.</p>
<p>Quelli ancora vivi erano ridotti a scheletri.</p>
<p>La stessa strategia venne messa in atto nelle aree liberate di Homs, che alla fine caddero.</p>
<p>Oggi il regime si esercita nella stessa pratica in altri quartieri di Damasco e ad Aleppo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Nell&#8217;aprile 2012 un doppio attentato dinamitardo scosse la capitale.</p>
<p>55 le vittime secondo le fonti del governo.</p>
<p>Per la prima volta l&#8217;obiettivo era civile.</p>
<p>Pezzi di corpi sull&#8217;asfalto.</p>
<p>Il regime accusò &#8220;i terroristi&#8221; e qualche giorno più tardi su internet comparve una rivendicazione della <em>Jabhat al-nusra</em>, gruppo armato estremista che più tardi scopriremo essere affiliato ad al-Qa&#8217;ida, che immediatamente smentì.</p>
<p>Fu il mese di inaugurazione della &#8220;stagione delle stragi&#8221;.</p>
<p>Avvennero in paesi, piccole cittadine attorno a Homs.</p>
<p>Il regime faceva &#8220;pulizia&#8221; nelle aree che riteneva strategiche.</p>
<p>Quella di Hula è la più conosciuta, ne seguirono diverse altre, fra cui quelle di al-Buwayda al-Sharqiyya e al-Qubayr.</p>
<p>L&#8217;esercito chiudeva le via d&#8217;accesso all&#8217;area, bombardava con l&#8217;artiglieria.</p>
<p>Poi entravano in azione i &#8220;reparti speciali&#8221;, formati da civili lealisti, che facevano irruzione nelle case e uccidevano chiunque trovassero.</p>
<p>Le immagini fecero il giro del mondo.</p>
<p>Case distrutte, corpi ammassati, messi in fila.</p>
<p>Gli eventi vennero definiti dagli analisti un &#8220;punto di svolta&#8221; del conflitto.</p>
<p>Ma l&#8217;atteggiamento degli attori internazionali non mutò.</p>
<p>Nei fatti la strage di Hula determinò la fine del &#8220;cessate il fuoco&#8221; che, mai davvero rispettato, era stato annunciato dall&#8217;inviato dell&#8217;ONU Kofi Annan il 4 aprile precedente.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il 17 luglio 2012 partì una grande offensiva dei gruppi ribelli, fra i quali figuravano già un buon numero di formazioni di spiccato carattere confessionale.</p>
<p>Gli obiettivi erano le principali città (il 19 luglio inizia la battaglia per Aleppo, ancora in corso).</p>
<p>Iniziò la guerra, una guerra asimmetrica e sempre più sporca.</p>
<p>Iniziò a manifestarsi, anche, il gioco della guerra per procura.</p>
<p>Iran (e poi Hezbollah e milizie sciite iraqene) e Russia con Asad, gli arabi del Golfo e la Turchia con la ribellione.</p>
<p>Polarizzazione in senso confessionale.</p>
<p>Gli Stati Uniti e l&#8217;Europa rimasero nel limbo.</p>
<p>La Cina alla finestra.</p>
<p>Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite immobilizzato.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il 3 novembre 2012 l&#8217;Osservatorio Siriano per i Diritti Umani denunciava l&#8217;esecuzione sommaria di militari dell&#8217;esercito regolare siriano catturati dai ribelli.</p>
<p>Questo e altri fatti avvennero nonostante l&#8217;Esercito Siriano Libero si fosse dato in agosto un &#8220;codice di autoregolamentazione&#8221; per impedire eccessi di questo genere.</p>
<p>Il fondamentalismo intanto montava, le brigate si radicalizzavano.</p>
<p>I combattenti non siriani, da ambo le parti, erano ormai una realtà tangibile.</p>
<p>Entrava in scena l&#8217;aviazione del regime, coi razzi.</p>
<p>Bombardavano scuole, ospedali, istallazioni civili.</p>
<p>Nel gennaio 2013 venne colpita l&#8217;università di Aleppo.</p>
<p>Era giorno di esami, fu una strage.</p>
<p>Nello stesso mese, nella stessa città, corpi senza vita emersero dal fiume Qweyq.</p>
<p>Erano circa 80 persone giustiziate dai lealisti con un colpo di pistola, legate mani e piedi e gettate in acqua.</p>
<p>Più avanti iniziarono a manifestarsi le evidenze di attacchi chimici, bombe incendiarie, gas.</p>
<p>Caddero anche bombe a grappolo.</p>
<p>Corpi martoriati, persone che scavano, persone intossicate e poi morte asfissiate.</p>
<p>Il flusso dei profughi e degli sfollati aumentava esponenzialmente.</p>
<p>Pestaggi, umiliazioni, stupri, accanimento su corpi esanimi, processi sommari, fucilazioni ed esecuzioni efferate da ambo le parti.</p>
<p>Un combattente di Homs la cui famiglia era stata sterminata dai lealisti strappò il cuore dal corpo di un militare di Asad, lo portò alla bocca nell&#8217;atto di mangiarlo.</p>
<p>La spirale della vendetta sembrava non conoscere fine.</p>
<p>E fecero la loro comparsa i barili bomba: ordigni ciechi, senza propellente, armi di distruzione di massa destinati ad uccidere indiscriminatamente.</p>
<p>Le vittime erano quasi soltanto civili, puro terrore.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Nell&#8217;aprile 2013 infine fece la sua comparsa lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS) che operava inizialmente a cavallo fra le frontiere siriana e iraqena.</p>
<p>La situazione, lo avrete capito, era già ampiamente deteriorata.</p>
<p>L&#8217;Esercito Siriano Libero soccombeva, mancava di logistica e coordinamento.</p>
<p>Diverse brigate avevano cambiato bandiera, si rafforzavano e si federavano le formazioni jihadiste, meglio equipaggiate e foraggiate.</p>
<p>Altre, lasciate a se stesse, si abbandonavano a razzie, gestivano i traffici di armi, agivano come veri e propri gruppi criminali.</p>
<p>A Qusayr l&#8217;aviazione lealista bombardò i civili in fuga dalla città dopo la conquista della cittadina da parte dell&#8217;esercito siriano e del libanese Hezbollah.</p>
<p>Nella Ghuta di Damasco il regime bombardò col sarin.</p>
<p>L&#8217;ISIS occupò l&#8217;est del paese, abbandonato dal regime, e guerreggiò a nord.</p>
<p>Mentre Asad teneva l&#8217;esercito nelle caserme, ISIS prendeva possesso del territorio e dell&#8217;amministrazione.</p>
<p>Combatteva contro i gruppi armati anti-regime, si accaniva contro gli attivisti, incarcerava gli esponenti della società civile, li uccideva in piazza di fronte alla popolazione e poi esponeva in pubblico i loro corpi crocifissi.</p>
<p>Si apriva un nuovo fronte per l&#8217;eterogeneo fronte anti-Asad, anche l&#8217;ISIS era &#8220;il nemico&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Ecco, questo ho visto io in questi anni.</p>
<p>Un colpevole: il regime di Bashar al-Asad, spalleggiato dai suoi complici d&#8217;oriente e d&#8217;occidente, avallato dai silenzi di chi nel mondo voltava le spalle e chiudeva occhi e orecchie.</p>
<p>Una risposta: l&#8217;aumento esponenziale dell&#8217;esercizio della violenza.</p>
<p>Un esito: la barbarie.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il 16 aprile 2013 l’ONU invocava la pace in Siria, usando le facce di ben cinque responsabili di agenzia (OCHA, PAM, UNHCR, UNICEF, OMS).</p>
<p>Una di queste cinque facce, quella del Direttore dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, che si chiama António Guterres ed è stato Primo ministro nel suo paese, il Portogallo, parlò con i giornalisti dell’Economist.</p>
<p>Spiegò loro che la guerra in Siria, secondo il suo modesto parere di uomo che di conflitti ne ha visti decine, era la più brutale dal 1989 – cioè dalla fine “dichiarata” della Guerra fredda – a oggi.</p>
<p>Lo era dalla prospettiva dell&#8217;impatto sulla popolazione e da quella della percentuale totale della popolazione in stato di bisogno.</p>
<p>In quegli stessi giorni tornava dalla Siria Amedeo Ricucci, cronista di guerra di lungo corso, una specie di Guterres italiano nel suo campo, dopo essere stato ostaggio di una brigata di qaidisti che, proprio in quei giorni, passava dalla Jabhat al-nusra all&#8217;ISIS.</p>
<p>La cosa più importante che disse, appena sceso dall’aereo, non riguardava la Siria in sé, ma il fatto che fosse diventato quasi impossibile raccontare la Siria.</p>
<p>Da una parte, già allora, c&#8217;era un regime che considerava &#8220;obiettivi militari&#8221; tutti coloro che entravano nel paese &#8220;illegalmente&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altra un groviglio di fazioni armate che dimostravano di non aver più alcuna fiducia nel &#8220;potere della stampa&#8221; e di non farsi scrupoli di fronte alla prospettiva di qualche vantaggio economico (o nel caso dell&#8217;ISIS anche propagandistico).</p>
<p>In mezzo c&#8217;erano decine, centinaia di giornalisti, per lo più siriani &#8220;freddati con colpi di arma da fuoco alla testa, torturati a morte, sequestrati e mai più tornati a casa&#8221; (<a href="http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-quei-giornalisti-uccisi-in-pochi-ricordano.html" target="_blank">fonte</a>).</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Bene, prendete in considerazione le due coordinate della “brutalità” e del “silenzio” e consideratele in atto su una scala temporale sempre più ampia o, se preferite, su una scala di potenza sempre maggiore.</p>
<p>Su un tratto temporale breve incontreremo il tiro a segno del regime sui manifestanti e, poco più in là, il massacro di Hula o i &#8220;massacri del pane”, quei “punti di svolta” che, se ignorati (cosa di fatto avvenuta), rendono ancora più clamoroso il silenzio.</p>
<p>Su un tratto di media lunghezza – ad esempio dall’inizio della rivolta fino all&#8217;aprile 2013 – troviamo 70.000 morti e 6 milioni e mezzo di rifugiati o sfollati.</p>
<p>Parliamo di numeri, qui, di numeri in progressione, ovvero di qualcosa che ci “risveglia l’attenzione” in occasione di cifre tonde (100.000!) o di salti di scala (1:10!).</p>
<p>E su un tratto lungo?</p>
<p>Sul tratto lungo c’è un crimine di inaudita brutalità reso possibile da un silenzio ormai definitivo, una cosa così spaventosa da renderne addirittura scabrosa la menzione.</p>
<p>Sul tratto lungo c’è una cosa che si chiama sterminio.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Siamo arrivati a settembre 2014, è passato un anno e mezzo.</p>
<p>I morti sono triplicati.</p>
<p>Un terzo degli abitanti della Siria, 8 milioni di persone, è fuggita dal paese, vive la condizione di profugo.</p>
<p>Non si contano più gli sfollati interni.</p>
<p>Da gennaio, l&#8217;ONU ha smesso di contare i morti.</p>
<p>Noi però da queste parti parliamo solo dell&#8217;ISIS, e solo nella misura del fatto che l&#8217;Occidente &#8220;è in pericolo&#8221;.</p>
<p>E questo non lo dico per cercare di smuovere qualche coscienza.</p>
<p>Lo dico perché sono certo che a molti, oggi, sfugge un aspetto centrale del &#8220;problema mediorentale&#8221;: la Siria di Asad.</p>
<p>Però, per parlare dell&#8217;oggi, delle preoccupazione dei nostri Ministri dell&#8217;interno, dei tagliatori di teste anglofoni e delle teste mozzate in Iraq, uso le parole di Zanzuna (uno pseudonimo).</p>
<p><a href="http://www.sirialibano.com/short-news/nessuno-vuole-gridare-scacco-matto.html" target="_blank">L&#8217;articolo</a>, che qui riporto per intero, è apparso il 9 settembre su<a href="http://www.sirialibano.com/" target="_blank"> SiriaLibano</a>.</p>
<blockquote>
<p class="entry-title"><strong>Siria, in carcere chi chiede dei militari scomparsi</strong></p>
<p class="entry-title">Non ha usato mezzi termini il presidente americano Barack Obama quando, nell’incontro Nato tenutosi venerdì a Newport in Gran Bretagna, ha parlato dei mezzi per sconfiggere lo Stato islamico. Non ha utilizzato l’espressione “linea rossa”. Né ha insistito sulla “necessità di trovare  soluzioni politiche”.</p>
<p>Obama è sembrato deciso e chiaro:  “Vi è una ferma convinzione che dobbiamo agire. (…) Lo Stato islamico è una grave minaccia per tutti. E nella Nato c’è una grande convinzione che è l’ora di agire per indebolire e distruggere l’Isis”.</p>
<p>Da Newport 2014 a Bruxelles 2013 è passato più di un anno. Allora, la tavola rotonda della Nato aveva altre priorità, e la situazione siriana presentava realtà diverse: la Nato respinse un “intervento nel conflitto siriano, nonostante il deterioramento della situazione”.</p>
<p>Non sembra essere molto utile mettersi a studiare cosa è accaduto in questo periodo per capire come mai la Nato abbia cambiato idea.</p>
<p>Non è stato per Raqqa, la prima città uscita dal controllo del regime nel marzo 2013 e capace di gestire la sua vita civile nel primo mese di libertà, prima dell’arrivo dello Stato Islamico. Non è  stato per il massacro della Ghuta con i gas nell’agosto 2013.</p>
<p>Forse il caos creato dallo Stato islamico in Iraq è diverso da quello creato in Siria.  Forse solo adesso “le minoranze del mosaico religoso sono a rischio”. Forse è stato a causa della morte dei due giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff, barbaramente uccisi dallo Stato Islamico. In questo modo il video game funziona e convince il mondo a unirsi per combattere contro i terroristi.</p>
<p>Anwar al Bunni, avvocato siriano da decenni in prima fila per la difesa dei diritti umani, scrive sulla sua pagina Facebook: “Non so perché il mondo vibra di panico quando centinaia di teste vengono tagliate dalla spada, ma non vibra quando decine di migliaia di persone vengono uccise dai barili esplosivi lanciati dagli aerei, o dai missili, o dalle armi chimiche, o sotto tortura (…). La risposta ha a che fare con l’identità dell’assassino? O forse con l’identità della vittima? Se l’assassino indossa l’abito laico gli è permesso forse di uccidere chi vuole e nel modo in cui lui vuole? Ma se il boia indossa l’abito religioso gli è vietato anche di urlare?”.</p>
<p>Due facce della stessa medaglia. Una uccide il popolo con il coltello. L’altra col veleno. Una uccide e dice “sto uccidendo e sono così”. L’altra consegna alla prima il popolo che deve essere ucciso.</p>
<p>Il presidente siriano Bashar al Asad ha imparato dall’esperienza americana: creare il nemico terrorista serve per diventare il baluardo contro l’integralismo da combattere con tutti i mezzi, leciti o meno. A dire il vero, Asad figlio ha imparato bene dal padre.</p>
<p>Per fare funzionare questo gioco chiede ai suoi militari di ritirarsi da alcune aree, lasciando scoperti molti luoghi del fronte contro lo Stato islamico. Molti suoi soldati sono così lasciati impotenti da soli ad affrontare l’attacco della marea nera dei jihadisti. Solo allora, servirà l’intervento salvifico delle truppe di Asad.</p>
<p>Nadin, un’attivista siriana, racconta la sua storia nelle località attorno a Tartus: “Non ci sono più uomini nei villagi alawiti. Questi villaggi sono ormai famosi perché le donne che vi abitano non hanno più un uomo al loro fianco. Gli uomini che tornano, tornano morti”.</p>
<p>#Wainun(“Dove sono?”) è una campagna Web gestita da attivisti siriani per chiedere che sia fatta luce sulle sorti degli scomparsi come Padre Paolo, Razan Zaytune, Samar Saleh, Mazen Darwish, Yehya Sharbaji e molti altri.</p>
<p>Su modello di questa campagna, i siriani fedeli ad Asad, hanno cerato una pagina Facebook in cui campeggia la foto del raìs e chiamata: “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad” in riferimento alla battaglia avvenuta a fine agosto nella regione settentrionale di Raqqa tra lealisti e jihadisti.</p>
<p>Di solito questa pagina incoraggiava i soldati a combattere nel nome di Asad. Soprattutto quelli rimasti nella base militare area di Tabqa ad affrontare lo Stato islamico. Ma quelle “aquile” sono poi state abbandonate. Senza nessun sostegno di Asad.</p>
<p>Ecco perché i lealisti, autori de “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad”,  hanno creato nella stessa pagina una sezione informativa chiamata #Wainun dove raccolgono notizie sulla sorte dei militari dell’esercito regolare scomparsi.</p>
<p>L’episodio di Tabqa non è stato certo l’unico. Ma è stato il più recente e quello più drammatico. Centinaia di soldati sono stati uccisi dai jihadisti. Il regime non solo non li ha difesi, non ha nemmeno parlato della loro morte nei canali televisivi governativi che hanno invece proseguito a trasmettere secondo il palinsesto regolare, con musichette e serie televisive.</p>
<p>I toni espressi nella pagina Web #Wainun dei lealisti mettono a nudo la rabbia e la delusione di molti sostenitori del regime: “Dove sono i nostri figli?”, hanno chiesto in molti. Come se questi seguaci di Asad si fossero accorti solo adesso del gioco e del fatto che il regime è capace di impegnare ogni energia per liberare dei rapiti russi o iraniani, ma è capace di lasciare al loro destino tragico centinaia di soldati semplici. Come carne da macello e niente più.</p>
<p>La pagina lealista #Wainun ha così superato la “linea rossa” indicata dal regime e dai suoi servizi di controllo e repressione. Ma non comprendete male: non è che gli agenti dei servizi sono andati a difendere i soldati di Asad al fronte contro i jihadisti. No… gli agenti sono andati ad arrestare l’amministratore della pagina Facebook e l’ideatore della campagna, Mudar Khaddur.</p>
<p>Khaddur è sempre stato un lealista. Poi ha perso uno dei suoi fratelli nella battaglia dell’aereoporto. E ha creato questa pagina per chiedere ad Asad e al ministro della difesa, Fahd al Frej, i motivi per cui i generali sono scappati, lasciando i soldati in mano allo Stato islamico, che prima li ha insultati e poi uccisi. Khaddur ha trascorso giorni e giorni per raccogliere informazioni sui soldati scomparsi e per dare la notizia alle loro famiglie.</p>
<p>Questa partita a scacchi il regime la vuole giocare fino all’ultimo. Ha capito di essere il re e di poter giocare col sangue. Non pensa di esser sconfitto solo perché fa la parte del cattivo. Non crede alle favole, dove i cattivi alla fine vengono sconfitti. A differenza di noi, il regime di Asad sa che non è “il protettore del Paese” e che non è “il protettore delle minoranze”. Lo sa bene e sorride di fronte ai proclami di Newport e Bruxelles, ai negoziati di Ginevra-2 e Ginevra-1, alle riunioni degli Amici della Siria e degli Amici del regime. Perché in questa partita a scacchi, nessuno vuole gridare “Scacco matto!”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La stagione delle rivolte a Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong></p>
<p>Siamo nel 2010. Conosciamo le “masse arabe” per due motivi. Il primo: protestano quando appare qualche cosa che offende l’Islam. Il secondo: protestano quando Israele massacra i Palestinesi. I tiranni, nel primo caso, prendono i manifestanti a fucilate. Il loro ruolo, accettato e benvoluto, è tenere a bada l’anima nera dell’estremismo islamico: fanno bene a reprimere, anche se tutti sappiamo che in fondo si giovano di questa loro posizione di “garanti della sicurezza”. Se non ci fossero loro chissà cosa succederebbe, laggiù. Nel secondo caso i tiranni lasciano fare: per ragioni interne una superficialissima “solidarietà panaraba” è salutare. Le manifestazioni di odio verso Israele hanno l’utile doppia funzione di presentare i regimi come garanti di una certa libertà di espressione e, contemporaneamente, di incanalare la rabbia di chi manifesta verso un nemico esterno (e imbattibile). In Siria, dove l’apparato di sicurezza è sofisticatissimo, le manifestazioni pro-Palestina servono anche a individuare eventuali teste calde. I primi a essere prelevati dalle loro case e portati nelle infami carceri degli Asad, all’alba della rivolta siriana del 2011, sono proprio quegli universitari che negli anni precedenti avevano organizzato le manifestazioni di solidarietà con i Palestinesi e, a bassa voce, avevano preso di mira anche Bashar al-Asad, reo di non far nulla, ma proprio nulla contro Israele.<span id="more-48562"></span></p>
<p>Queste masse arabe, qualsiasi contenuto passino, sono rabbiose e inconsapevoli. Fra l’incudine dell’islam politico, pronto sempre e comunque a guadagnar terreno, e il martello di un nazionalismo in perenne implosione fra corruzione e dispotismo, non hanno “testa e gambe”, gli si può concedere al massimo una “rivolta del pane”. Esprimono, alla fine dei conti, lo stato di prostrazione in cui “gli arabi” vivono. Per parafrasare <em>Geopolitica delle emozioni</em> di Dominique Moïsi (un libro del 2009) i paesi arabi sono “il polo mondiale” della “cultura dell’umiliazione”, c’è una saggistica che ne discute da decenni.</p>
<p>Poi Mohammed Bouazizi si dà fuoco il 17 dicembre 2010. In qualche settimana la Tunisia è in rivolta. I media esitano, ci impiegano un bel po’ a mettere in pagina la notizia. Lo fanno quando, qualche settimana più tardi, si accende l’Algeria, paese in cui si sono peraltro già registrati pesanti scontri di giovani “delle periferie” contro l’imponente e brutale apparato di sicurezza che tutt’ora protegge Bouteflika e i suoi.</p>
<p>Le prime analisi – ricordo <em>Repubblica</em> e il blog di Grillo – esemplificano la declinazione in reverse del notissimo “it’s not my fucking problem”. In questa versione analisti e politici si chiedono “quale parte del problema è anche, probabilmente, un mio problema?”. Ne risulta un’allarmato discettare sull’impoverimento del mondo intero e del rischio di una rivolta generalizzata. Questo è ciò che potrebbe diventare per noi un problema: <em>not in my backyard</em>, please. Non ci sono in gioco “valori”, però. Nulla che esca dal carrello del supermercato. Della dignità, della giustizia sociale, della democrazia – i temi intorno ai quali le persone, soprattutto i giovani, scendono in piazza – non ha senso parlare, almeno fino a quando non si capisce che la rivolta si è estesa a macchia d’olio, che c’è un effetto domino “nel mondo arabo”.</p>
<p>Il problema, a quel punto, viene inquadrato un po’ meglio, almeno dal punto di vista geografico: il tappo dei tiranni sta saltando e con esso la “stabilità dell’area”, così vicina e strategica per noi.</p>
<p>Quando è ormai chiaro che non si può più ignorare il contenuto della protesta e che la Tunisia non è l’unico paese coinvolto si parla di Primavera araba. L’espressione, coniata il 6 gennaio 2011[1], ci mette un po’ a prender piede. Molti iniziano a tirar giù ogni tipo di scongiuro affinché questa cosa finisca presto, in un modo o nell’altro. Alcuni reagiscono pavlovianamente: il 10 gennaio 2011, ad esempio, la ministra degli esteri francese Michèle Alliot-Marie offre cooperazione con la Tunisia di Ben Ali nel campo della <em>sicurezza</em>. Quattro giorni dopo, il 14 gennaio, il dittatore fugge in Arabia Saudita e Alliot-Marie porge scuse ufficiali.</p>
<p>La rivolta tunisina ha vinto. Il movimento è interno, è arabo, non tocca il resto del mondo islamico. Non ha connotazioni religiose, non è contro Israele o l’Occidente ma contro un dittatore e la sua banda, reclama riscatto sociale, dignità. Le organizzazioni dell’islam politico non sono in piazza, almeno per ora. È tutto perfettamente comprensibile, condivisibile, assolutamente cristallino. Non bisogna far altro, da questa parte del Mediterraneo, che fare<em> mea culpa </em>per le connivenze passate e spalancare le porte alla Storia che si rimette in moto. E’ anche forse il caso di dare qualche spintarella al carro della democrazia, della quale siamo se non altro <em>eredi</em>, scendere in piazza,<em> almeno manifestare solidarietà</em> in qualche forma. Invece regna l’imbarazzo. Succede solo che dalla fine del gennaio 2011 tutte le agenzie di rating declassano la Tunisia: troppo rumore, scalmanati per strada, ambiente non propizio per il business.</p>
<p>***</p>
<p>Il 25 gennaio è la volta dell’Egitto, il centro demografico del mondo arabo. È un martedì, la giornata nazionale della Polizia. La cosa è simbolica, come si legge nella piattaforma su cui è indetta la protesta:</p>
<p><em>Nel 1952 i nostri nonni arruolati nella polizia resistettero con le loro pistole di ordinanza ai carri armati dell’esercito regolare britannico. Perirono in 50 e più di 100 furono i feriti: rappresentano il miglior esempio di sacrificio per la patria. E ora noi, a più di cinquant’anni di distanza, subiamo le sopraffazioni delle forze di polizia, che sono diventate uno strumento di umiliazione e tortura per gli egiziani. Abbiamo scelto questo giorno particolare perché simboleggia l’unione delle forze di polizia con la gente e speriamo che nel giorno della manifestazione si uniscano a noi gli alti ufficiali, perché la nostra causa è una. Il 25 gennaio è una ricorrenza nazionale in cui è permesso a tutti gli egiziani di interrompere la propria attività lavorativa.</em></p>
<p>Già venerdì 11 febbraio Hosni Mubarak si dimette, la Primavera araba, d’ora in poi semplicemente PA, diventa una cosa ancora più vera e, contemporaneamente, un tema dal formato narrativamente fecondo, oltre che maneggiabile da chi di arabi sa poco o niente. Ma nel nascere – parlo del tema, non della cosa – inizia a morire, in quel processo che Slavoj Zizek – ricorrendo non senza un pizzico di orientalismo a un proverbio persiano – definisce il “seppellire un morto e mettere i fiori sulla sua tomba”.</p>
<p>Assistiamo a un primissimo necrologio su <em>al-Jazeera</em>, il <em>broadcaster</em> del Qatar che parla arabo ma anche inglese e che tutti già indicano come “la televisione della Primavera araba”. La settimana successiva alle dimissioni di Mubarak piazza Tahrir, al Cairo, è gremita per il sermone del venerdì (<em>khutba</em>) di una star della Fratellanza Musulmana, Yusuf al-Qaradawi. Fondatore di islamonline.net, sito che promulga <em>fatwa</em> e attraverso i suoi forum registra gli umori di una gigantesca comunità globale di musulmani telematici, al-Qaradawi è un <em>anchor man </em>di al-Jazeera che, oggi, colloca telecamere un po’ ovunque: sembra di stare al concerto del primo maggio.</p>
<p>Prima del sermone Wael Ghonim, uno dei volti più noti della protesta egiziana, prova a salire sul palco per parlare ma viene bloccato dalla sicurezza. Si arrabbia, si ricopre il capo con una bandiera egiziana, abbandona la piazza simbolo della rivoluzione. L’evento è un’esplosione di sottintesi e appare chiaro che non ha molto a che vedere con i giovani di Tahrir: sul palco, a prendersi la scena, è salito il tradizionale contropotere egiziano, quella Fratellanza Musulmana che per decenni ha vissuto in una conflittuale ma strutturale simbiosi con i militari al potere, pompando nell’ombra o alla luce del sole consensi e denaro, imparando dalla sua controparte la lezione di un governo dispotico. Un’organizzazione che si è unita alle proteste (rendendole di certo molto più partecipate) ma non ne è l’artefice né l’ideatrice e ora, chiaramente, sta procedendo a un’OPA anche mediatica, presentandosi come rivoluzionaria di fronte alla platea araba e mondiale.</p>
<p>L’ora delle celebrazioni e delle appropriazioni arriva per tutti. Fra i primi a inaugurare il trend è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellik che, intervistato il 6 aprile 2011 dalla <em>Reuters</em>, regala al pianeta la sua lettura della PA: Mohammed Bouazizi era <em>un piccolo imprenditore</em> a cui non è stata data <em>l&#8217;opportunità</em> di sviluppare il suo businnes. È per questo, secondo lui, che si è dato fuoco. Gli risponderà, indirettamente, proprio Wael Ghonim il 15 aprile successivo, durante una tavola rotonda su “giovani e lavoro in Medio Oriente e Nordafrica” svoltasi presso la sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington, cui presenziava anche il capo dell’organizzazione, Dominique Strauss-Kahn. Parlando del supporto trentennale accordato dalle elite politiche e dalle istituzioni internazionali a Hosni Mubarak dichiara: “Per me ciò che è successo non è stato un errore ma un crimine”.</p>
<p>***</p>
<p>Dopo questo passaggio la PA diviene sostanza, cioè soldi. Il G8, a Deauville (26-27 maggio 2011), tramite Fondo Monetario Internazionale, decide di donare ai paesi della Primavera araba. Con un’eccezione: i paesi esportatori di petrolio in uno dei quali, la Libia, si è già profilato un “Autunno arabo”, causa intervento NATO. Nel giugno 2012 arriverà poi, con l’elezione a presidente del Fratello Musulmano Mohammed Morsi  in Egitto, un Inverno islamista. Ma in tanti, già molto prima, si metteranno ad agitare – con rinnovato vigore – lo spauracchio del terrorismo, attestandosi sullo scenario peggiore per poi, dopo aver vinto facile, ergersi a profeti. Vecchi e nuovi tromboni finiranno per guardare con malinconia e affetto ai vecchi tiranni, associandosi in ultimo al coro di chi parrocchialmente canterà “si stava meglio quando si stava peggio”. Contestualmente fioccheranno analisi su quei “fighetti” pseudorivoluzionari che hanno fatto errori a ogni pié sospinto. Sono nati sotto un tiranno, hanno vissuto nella paura per tutta la vita, si sono organizzati di nascosto e con fatica, si sono ribellati, ora i cecchini li prendono a fucilate dai balconi, i soldati e i poliziotti li picchiano a morte nelle caserme e nelle carceri, ma ciò non li rende meno figli della borghesia urbana colta, quindi individui spregevoli, anime belle e inconsapevoli. Sì, non si sono resi conto conto di ciò che sono andati a toccare. Hanno esposto i loro paesi a un’ondata di violenza – perché sappiamo tutti che a scatenarla sono le vittime, non i carnefici – e oltretutto, cosa forse più grave – hanno permesso a decine di migliaia di rifugiati politici di incombere sulle coste della Fortezza Europa. La ricaduta non è più, ormai, roba da supermercato e la colpa è dei fighetti. Anche se poi a scendere in piazza non sono solo loro – anzi in alcuni casi si sono accodati a proteste di altra matrice – c’è chi vede in queste persone soltanto un branco scomposto di irresponsabili o addirittura, quando la fucina del complotto riprende a sfornare pagnotte tossiche, il tentacolo locale di una cospirazione globale.</p>
<p>***</p>
<p>Nel frattempo anche l’ultimo luogo comune sulle masse arabe va in caduta libera: la vittima mediatica della PA sembra essere infatti il tema del conflitto israelo-palestinese, almeno nella sua forma conosciuta. Si scopre che anche a Gaza e in Cisgiordania c’è una nuova generazione di attivisti. Manifestano per presentarsi uniti contro le politiche di Israele. Il 15 marzo 2011 sono in decine di migliaia e, sotto gli occhi preoccupati dei dirigenti di Hamas e Fatah, non sventolano bandiere di partito. Non dimenticano, certo, di commemorare la <em>nakba</em>, ma lo fanno pacificamente, il 15 maggio 2011, sfilando sulla linea che divide Israele dalle alture del Golan occupate, da Gaza, dal Libano, dalla Giordania. L’<em>Economist</em> scrive: “Israele sta assaggiando l’inaspettato e sgradevole gusto di uno scenario da incubo: masse di palestinesi, disarmati, si dirigono verso le frontiere dello Stato ebraico, chiedendo di essere risarciti per il pluridecennale danno nazionale”. Ma anche i leader delle organizzazioni palestinesi non fanno sonni tranquilli. Quel giorno Israele fa 12 morti e tutti si chiedono se e come la Primavera palestinese continuerà. Il gioco, tragico, è già scoperto: da ambo le parti qualcuno farà di tutto per evitare che quei giovani riescano ad affrontare Israele e allo stesso tempo determinare un cambiamento politico in Palestina.</p>
<p>***</p>
<p>La copertina di capodanno del <em>Time </em>2012, intitolata a <em>The protester</em>, segna un momento di svolta nella narrativa associata alla PA. La “contestatrice” che vi compare è Sarah Mason, una ragazza fotografata il novembre precedente da Ted Soqui durante una manifestazione di fronte alla Bank of America nella downtown di Los Angeles. La copertina è firmata Shepard Fairey, quello di Hope-Obama. Nell’iconizzazione di Fairey, il ritratto di Sarah perde alcune caratteristiche e ne acquisisce altre. Sul fazzoletto scompare la scritta, un messaggio che conosciamo bene e che – alla fine – è il messaggio di Soqui: 99%, cioè “quella parte di mondo che non possiede ricchezza”. Scompare poi anche lo scollo della ragazza che ci indicava, principalmente, che quella che portava in faccia era una protezione, non un velo.</p>
<p>La PA, coniata da un giornalista di <em>Foreign Policy</em>, finisce sul <em>Time</em>. Ad essa vengono associati i contestatori di Occupy. In mezzo ci sono diversi altri paesi, non arabi. Compresa la Spagna, compreso Israele. La cifra, questa volta azzeccata, è la giovinezza dei protagonisti, ma la PA si scioglie nel mondo, diviene parte di una globale rivolta giovanile. E i suoi protagonisti diventano icone di qualcos’altro: Tawakkul Kerman, giovane esponente della Fratellanza Musulmana yemenita, riceve il Premio Nobel per la Pace (insieme a due donne liberiane) per la sua &#8220;battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell&#8217;opera di costruzione della pace”. E non per il fatto che Kerman ha guidato una rivolta (finita certo male) nel suo paese.</p>
<p>Segue un periodo buio per i <em>protester</em> nei paesi arabi. A forza di controrivoluzioni e restaurazioni (Egitto), operazioni di maquillage (Yemen), omicidi politici e nuova corruzione (Tunisia), rapimenti, torture e massacri (Siria) in pochi hanno ancora la forza di alzare la testa. Progressivamente le loro voci si affievoliscono, così come l’interesse per il suono che fanno.</p>
<p>***</p>
<p>Nel periodo della PA, quasi interminabile se consideriamo la velocità con la quale il mondo dell’informazione rumina e digerisce, a soffrire è stato il<em> modo</em> di raccontare. Il fatto che un’esplosione così generalizzata e così contenutisticamente sorprendente (dignità? democrazia? giustizia sociale?) non sia stata prevista, ha mandato in default le linee di pensiero che avevano spiegato il mondo arabo e/o il mondo islamico fin dal crollo del muro di Berlino e poi, con qualche modificazione in senso “allarmista” e “conservatore”, fin dal 9/11, un evento che aveva semplificato ulteriormente, dividendo il mondo in civiltà antagoniste. Su quel cliché molti avevano costruito la loro fortuna politica, mediatica ed economica. Obama, nel 2009, aveva poi parzialmente corretto il tiro, inaugurando la “nuova stagione” delle “relazioni coi musulmani”, che aboliva i <em>claim</em> precedenti &#8211; la guerra al terrore etc. &#8211; per istallarne altri, più dialoganti – perché siamo tutti sulla stessa barca – benché affollati di droni.</p>
<p>Invece, fin dai primi mesi insieme alla rivolta, irrompevano le espressioni delle neonate società civili. Si era aperto il vaso di Pandora, ne uscivano centinaia di nuove esperienze politiche, sociali, editoriali, artistiche, culturali. Da dove veniva tutto questo? I primi a cadere dalla rupe furono i vecchi “giornalisti di medioriente” che sembrarono informati di fatti secondari. I media scoprirono un mondo di attivisti e giornalisti locali e non, una nuova generazione di operatori dell’informazione che, abbandonati i normali preamboli orientalisti e disertate le agenzia di stampa governative, stavano nelle piazze, parlavano con le persone, tiravano fuori dalla rete nuovi contenuti. Fu una scoperta, ma la nuova generazione non ebbe lo stesso trattamento della precedente in termini di remunerazione e stabilità lavorativa. Fu poi, con lo spegnersi dei fuochi, pesantemente mondata e per lo più messa in cantina. Si parlò della potenza della rete, del suo ruolo di vetrina e il capitolo fu chiuso.</p>
<p>***</p>
<p>Ma non è finita qui, ci sono da rispolverare i vecchi fasti, nel luglio 2014 arriva la nuova carneficina a Gaza. Dietro la patina di indignazione e/o di sgomento, sembra quasi che i media di tutto il mondo, come anche gli “analisti di Medioriente&#8221; o presunti tali e, infine, le centinaia di migliaia di palestinisti e israelisti della domenica, tirino un sospiro di sollievo. Finalmente gli operatori dell&#8217;informazione e i postatori di “cose buone e su cui riflettere” potranno tornare a usare gli strumenti, le categorie e i microdossier che hanno maneggiato per decine di anni senza dover rincorrere eventi che non capiscono e dei quali non sanno quasi niente. Eventi come una rivoluzione, che mettono in circolo dubbi e incertezze e che, se ben letti, potrebbero spiegare molto anche su di noi (e anche sul lavoro mediocre di quegli operatori).<br />
È a questo punto della storia che la PA muore sul serio, perché la PA era un impianto mediatico e ora quell’impianto, riavviatasi sui vecchi binari la dinamica &#8220;Israele-Palestina&#8221;, è definitivamente scomparso. L&#8217;8 luglio 2014, per la prima volta in quattro anni, <em>Jadaliyya</em>, una delle migliori riviste online su questi temi, non porta nell&#8217;indice alcun articolo sulla Siria, l&#8217;unico paese arabo in cui, nonostante ciò che il senso comune afferma, c&#8217;è ancora un barlume di rivoluzione (ancora oggi la gente scende in piazza, malgrado tutto, per i “venerdì di protesta”). È la rivista su cui era apparso uno dei più importanti articoli sulla situazione attuale di quel paese mai scritti. Era il 24 novembre 2011, prima che tutto accadesse, e l’articolo, di Bassam Haddad, si intitolava “Neoliberal Pregnancy and Zero-Sum Elitism in the Arab World”.</p>
<p>Un conosciuto blogger che scrive di Siria, <em>Maysaloon</em>, ironicamente si rivolge agli &#8220;antimperialisti&#8221;: &#8220;fate attenzione riguardo alle foto di Gaza che pubblicate: potrebbe essere la prima volta in tre anni che postate foto delle vittime di Asad&#8221;. Dei palestinesi uccisi dagli israeliani qualcuno pubblica addirittura i nomi. Molti di loro non saprebbero chiamare per nome nemmeno uno dei migliaia di palestinesi uccisi da Asad in Siria. Il più pletorico conflitto di retoriche e propagande che la storia recente abbia conosciuto, che va sotto il nome (oggi ancora più depistante) di “conflitto arabo-israeliano”, torna insomma prepotentemente in ruolo, insieme a quell’altro grande generatore di strabismi:&#8221;la responsabilità dell&#8217;Occidente&#8221;.</p>
<p>Ritorno al futuro. Emerge – esplodendo nel volano dei social network – una caratteristica penosa e malata dell’intero sistema: il famoso &#8220;not in my back yard&#8221; riguarda anche i giardini della mente, quei luoghi immaginati che, pur essendo forse meno verdi di quelli del vicino, le persone vogliono vedere puliti e perfetti, abitandoli ogni giorno. Ma poi, eliminato in qualche giorno “l’elemento di disturbo”, il giardino torna a fiorire. Mentre gioiscono tutti coloro che avevano fatto macumbe sui “giovani arabi” e piantato spilli sui loro feticci. Hamas torna a essere “resistenza”, Netanyahu si riprende il posto di “gestore della sicurezza”, proprio come se fosse un tiranno qualsiasi in un qualsiasi paese arabo. E la cosa ovviamente non si ferma più. Si indossa l&#8217;una o l&#8217;altra maglietta per motivi che hanno a che vedere più con l&#8217;identità o senso di appartenenza delle persone che le indossano che non con il conflitto israelo-palestinese stesso. &#8220;Privatizzazione&#8221;, interiorizzazione del conflitto. Roba che in breve vira verso l’&#8221;infotainment&#8221;, cade nell&#8217;autoreferenziale, diventando molto simile a qualche altro &#8220;file&#8221; &#8211; incomparabilmente meno tragico &#8211; che a scadenze fisse o variabili si riapre sulle bacheche dei social network o sulle pagine dei giornali. Il calore del “conflitto arabo-israeliano” produce interpolazioni (sono tutti come Hitler), fusioni (i palestinesi sono Hamas), cortocircuiti e afasie. Sì, la parlamentare israeliana di ultradestra incita l’esercito israeliano su Facebook, chiede un massacro. Sì, alcuni cittadini israeliani guardano cadere le bombe israeliane su Gaza stando in poltrona. Sì, probabilmente Hamas fa il gioco sporco sulla pelle degli innocenti per riguadagnare i consensi perduti a Gaza in questi anni. Guarda, la cantante israeliana Noa viene contestata a Salerno perché “sionista”. Guarda, il concerto della cantante israeliana Noa è cancellato a Milano perché ha invitato Netanyahu a smettere di bombardare Gaza.</p>
<p>Soprattutto, ritornano le geografie emozionali: quel microscopico fazzoletto di terra che raccoglie in sé Israele e Palestina diventa “il Medioriente”. Le televisioni urlano: “crisi in Medioriente, Iraq e Ucraina”, ponendo l’Iraq in uno strano <em>altrove</em>, in un nuovo <em>oriente</em> né vicino, né medio né grande, nel quale abita un minaccioso Neocaliffo che ordina ai propri sudditi di infibulare “tutte le donne” (era una bufala, sì) e che invierebbe addirittura truppe a Gaza perseguendo il suo terrorizzante disegno. Fra chi gioisce per il ritorno del vecchio paradigma c’è anche il tiranno siriano, Bashar al-Asad, che su tutti questi costrutti aveva fabbricato  – meglio di altri – la propria propaganda. In stile guerra fredda, con la fierezza del “capo arabo laico e socialista”, annuncia che inizierà “a ricostruire il paese” ancor prima di aver finito di distruggerlo e desertificarlo, in un conflitto che non conosce pause e che finora ha fatto 200.000 morti e milioni di profughi, più di un terzo della popolazione. Neanche Naomi Klein, autrice di <em>Shock economy</em> vede qualcosa di strano in quell’annuncio. Non ci ragiona su, non prende atto di una “nuova fase dell’aggressione neoliberista al mondo” bensì lancia appelli dal <em>Guardian</em> per boicottare Israele.</p>
<p>A mettere il sigillo sul certificato di morte della PA è infine  <em>The Economist</em> che, usando il più classico degli orientalismi, chiosa: “Mille anni fa le grandi città di Baghdad, Damasco e il Cairo si alternavano nella corsa, davanti al mondo occidentale. Islam e innovazione andavano insieme. I vari califfati arabi erano superpotenze dinamiche – fari di scienza, tolleranza, commercio. Eppure oggi gli arabi versano in uno stato miserabile. Addirittura l’Asia, l’America Latina e l’Africa avanzano mentre il Medio Oriente è frenato dal dispotismo e sconvolto dalla guerra”.</p>
<p>L’umiliazione, ancora una volta. Nulla è cambiato, sembra. O meglio: siamo finalmente tornati a dire che nulla può cambiare, che nulla deve cambiare, che nulla cambierà.</p>
<p>Quel 17 dicembre 2010 è stato solo un incidente, dai. E togliete i fiori da quella tomba, per favore.</p>
<p>[1] Marc Lynch, “Obama’s ‘Arab Spring’?”, Foreign Policy, 6 gennaio 2011</p>
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		<title>Disordine capitalistico e popolo minore. Note sull&#8217;amnesia mediatica</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 05:34:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Questo articolo è apparso sul numero 6 di <a href="http://www.alfabeta2.it/">alfabeta2</a></em>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Il 15 settembre 2008, data del tracollo di Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino sta alla caduta del comunismo.” Lo scrive un premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, nel suo ultimo lavoro, <em>Bancarotta. L’economia globale in caduta libera</em> (Einaudi, 2010). Se in quest’affermazione c’è qualcosa di vero, e se noi, come si è spesso detto, siamo una società aperta, allora è divenuto necessario affrontare una discussione collettiva e spregiudicata sulla natura del capitalismo e sulla sua compatibilità con i principi di una società realmente democratica. D’altra parte, abbiamo visto in questi mesi un numero sempre maggiore di persone, pur sprovviste di Nobel per l’economia, testimoniare contro l’introduzione in Europa delle solite ricette neoliberiste (taglio della spesa pubblica, blocco dei salari, flessibilità del lavoro, privatizzazioni). Hanno rotto invisibilità e silenzio i lavoratori clandestini arrampicati sulle gru, gli operai che difendono i loro elementari diritti, gli studenti privati di futuro. Sennonché la risposta delle classi dirigenti a queste voci di dissenso pare bizzarramente riprodurre gli stessi principi di quella dottrina che ha subito nel settembre 2008 una plateale confutazione.<span id="more-37960"></span> La pretesa dei cittadini comuni di <em>partecipare</em> alle decisioni d’interesse generale è ingenua e controproducente, in quanto le questioni ultime, che sono <em>tutte</em> di natura economica, sono per ciò stesso destinate a una gestione oligarchica, di minoranze specializzate.</p>
<p>Ora, che sia Marchionne a vanificare con il ricatto il referendum degli operai di Mirafiori o il capo del governo a decidere che i “veri studenti” sono quelli che non contestano la riforma universitaria, il problema all’ordine del giorno non riguarda neppure più la scelta di un modello economico alternativo al capitalismo egemone degli Usa, ma lo statuto stesso della democrazia, ossia ciò che fino ad oggi viene considerata l’eccezione occidentale.</p>
<p>E in tutto questo, quale il ruolo dei famigerati media pluralisti? Almeno loro, di fronte a una tale crisi di consenso, sono disposti a mettere in discussione il paradigma dominante, esplorando le realtà che così poco quadrano con i teoremi degli esperti? Hanno il coraggio di riformulare le agende dell’attualità, gettando piena luce sulle radici di quella violenza, che le nuove élite politico-finanziarie esercitano in forme più o meno legali sui ceti popolari del loro o di altri paesi? Se consideriamo come in Italia la bancarotta del modello statunitense e dei suoi seguaci europei è stata trattata, ci rendiamo conto che siamo ancora nel regno dell’eufemismo e dell’amnesia. Con un’aggravante tutta nostrana: l’unica minaccia alla democrazia, che la sinistra parlamentare e i media che l’appoggiano sembrano riconoscere, viene da Silvio Berlusconi e dai suoi tentativi di manipolazione della carta costituzionale. Ogni dibattito sulle alternative al libero mercato e alle recenti politiche di austerità europee è rimandato al giorno in cui – data non definibile – il capo dell’attuale governo sarà scomparso dalla scena politica nazionale.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Davide contro Golia</em></p>
<p>La stampa mondiale aveva dedicato ampio spazio al caso di Muntazar al Zaidi, il giornalista iracheno che lanciò entrambe le sue scarpe contro George Bush, nel corso di una conferenza stampa a Bagdad. Di questo episodio, il mondo dell’informazione aveva ritenuto soprattutto un aspetto: col suo semplice gesto, un giornalista iracheno sconosciuto conquistava una “notorietà planetaria”. Questa notorietà gli è costata l’arresto immediato, le torture e una condanna a tre anni di carcere. Ma è innegabile che Muntazar al Zaidi sia rimasto ormai nella memoria di tutti, come una pubblicità particolarmente accattivante, l’immagine inusuale di una balena spiaggiata o il ritornello di un successo discografico internazionale. Nessuno, però, credo che si ricordi con altrettanta chiarezza il numero dei civili uccisi dall’inizio della guerra in Iraq. Il numero di questi innocenti ammazzati <em>non</em> ha “notorietà planetaria”. Se affianchiamo fonti indipendenti come il progetto <em>Iraq Body Count </em>e fonti riservate come gli <em>Iraq War Logs</em> (i diari sulla guerra irachena prodotti dalle Forze Statunitensi e divulgati da <em>Wikileaks </em>nell’ottobre 2010), si raggiunge una cifra superiore a 122.000 persone (1). Naturalmente, queste cifre vengono contestate da fonti ufficiali dell’esercito statunitense e ciò rende difficile convergere su un dato univoco. In realtà, è la questione stessa a non interessare la stampa generalista, che preferisce concentrarsi sul gesto eclatante di un lanciatore di scarpe e di un presidente degli Stati Uniti abile a schivarle. In questo modo è il significato politico di quel gesto a venire abilmente cancellato, isolandolo dallo sfondo in cui è maturato: il popolo di uomini disarmati, donne, vecchi e bambini trucidati, affinché la più potente democrazia del mondo impiantasse in Iraq un regime democratico, che è oggi stimato uno dei più corrotti del pianeta.</p>
<p>Il popolo di internet ha celebrato Muntazar al Zaidi come un eroe capace di sfidare il potere (il video di Youtube è stato cliccato più di un milione di volte); ha visto qualcosa di eccezionale e sovversivo nel suo lancio di scarpe. Su questo punto ha reagito come la stampa generalista. Ma la realtà è ben diversa: il giornalista iracheno non è stato un Davide in grado di abbattere Golia. Il suo fu piuttosto un gesto patetico, irrisorio, di estrema impotenza politica, e nello stesso tempo un gesto dovuto. Golia se ne tornò a casa in salute, e Davide finì in mano ai carnefici.</p>
<p>Verosimilmente George Bush non sarà mai processato e giudicato per i crimini di guerra di cui è responsabile. Non pagherà mai per quei centoventimila civili uccisi fino ad oggi, conseguenza di una guerra ingiustificabile e per ciò motivata con l’inganno. La pena peggiore in cui avrebbe potuto incorrere si riduce ad una scarpa in faccia che un cittadino iracheno ha tentato un bel giorno di lanciargli. Quanto al cittadino iracheno il prezzo che ha pagato per quell’atto ragionevole di rabbia e sdegno è stato altissimo.</p>
<p><em>Wall Stret contro Ninja </em></p>
<p>Tutti si ricordano senza eccessiva difficoltà l’ammontare del piano di salvataggio del sistema finanziario statunitense elaborato da Henry Paulson, ministro del Tesoro del governo Bush, piano poi ereditato dal governo Obama. Si trattava di 700 miliardi di dollari (500 miliardi di euro) che lo Stato federale decise di spendere per sanare le maggiori istituzioni finanziarie (private) del paese, come banche d’affari, casse di risparmio, assicurazioni. (Da allora ad oggi, i costi del risanamento finanziario sono lievitati vertiginosamente.) La stampa ne ha parlato abbondantemente durante la fase più acuta della crisi, quando personaggi e gesta della finanza mondiale sono fuoriusciti dai santuari della pagina economica, per essere trattati addirittura in prima pagina, negli editoriali solitamente riservati all’attualità politica o alla cronaca nera dai risvolti sociologici. In quel caso, gli specialisti di economia hanno abbandonato il tono esoterico delle loro abituali discussioni, per spiegare al popolo ignaro come mai ai piani alti della finanza si stesse verificando un terribile cataclisma e come ciò rendesse necessario mobilitare la buona volontà di tutti i contribuenti, dapprima negli Stati Uniti, e poi in Europa. Naturalmente fin nelle pagine economiche si respirava aria di contrizione e di autocritica nei confronti degli eccessi del capitalismo. Ma l’opinione pubblica non si è dovuta soffermare più di tanto sulla maggiore crisi finanziaria che il capitalismo ha conosciuto dopo il 1929. Appena è stato possibile, l’argomento “crisi finanziaria mondiale” è retrocesso nelle pagine degli specialisti e ha riacquistato quei caratteri esoterici, a cui la propaganda per una “socializzazione delle perdite” aveva momentaneamente rinunciato. Di recente, esso è riapparso, soprattutto negli editoriali della stampa europea, sotto una veste leggermente diversa: austerità, taglio alla spesa pubblica, riforma del mercato del lavoro, privatizzazioni.</p>
<p>La cifra del “dovere” – i 700 miliardi di denaro pubblico scucito negli Stati Uniti a favore delle grandi banche d’affari – è stata quindi interiorizzata un po’ da tutti, anche da noi europei e prima ancora che si parlasse del salvataggio finanziario di Grecia o Irlanda. Molto meno note sono invece le cifre delle famiglie statunitensi che hanno subito il pignoramento della loro abitazione, venendo più o meno legalmente sbattute in mezzo a una strada. Si è molto parlato dei <em>subprime</em>, cercando di far comprendere a gente normale e sana di mente come i geni della finanza abbiano deciso di costruire titoli ad altissimo rendimento, basati su di un onirico sistema di frazionamento e ricompattamento di milioni di mutui a rischio, concessi a delle famiglie di provata insolvibilità. Disponiamo, però, di pochissime informazioni su quella che assomiglia ad una catastrofe sociale di larga scala, in grado di spopolare quartieri interi di città come Cleveland, Las Vegas, Chicago, Phoenix. Come per il numero delle vittime civili in Iraq, anche qui le cifre non sono facilmente reperibili né le fonti unanimi. E non esiste ancora un <em>USA Foreclosure Count</em>.</p>
<p>Siamo di fronte a uno scenario degno dei film distopici del cinema indipendente americano degli anni Settanta: i più ricchi della nazione, operatori finanziari, grandi azionisti, manager, amministratori di banche e consulenti del governo si arricchiscono sulla pelle di una <em>working class</em> atomizzata, priva di lavoro e di risparmi, ingannata dal duplice miraggio di un credito bancario “democratico” e di una crescita inarrestabile del valore immobiliare. Un osceno banchetto di speculatori ricchissimi sulla pelle delle persone più povere e meno scolarizzate del paese. Legioni di famiglie costrette a rifinanziare due o tre volte il proprio mutuo, ossia a riacquistare a un prezzo sempre maggiore la propria abitazione. In concreto, i tassi elevatissimi – intorno al 16% – dei mutui per famiglie senza reddito fisso costituivano il rendimento di titoli inseriti nei portafogli di investitori statunitensi e di altri paesi, permettendo così a tutta la catena d’intermediazione immobiliare e bancaria di ingrassare con commissioni sempre più laute.</p>
<p>Tutta questa faccenda non ha suscitato particolare indignazione nei paesi democratici europei, che nei fatti hanno sempre sostenuto la politica estera degli Stati Uniti, considerati come garante mondiale dei valori democratici, ma anche come il più autorevole modello sociale, politico ed economico di riferimento di tutto il mondo occidentale. Dal 1989  in poi, infatti, la critica politica al modello statunitense è stata ribattezzata “antiamericanismo” e come tale è un lusso che si possono permettere solo minoranze anarchiche o di estrema destra extraparlamentari. In realtà, da tempo gli Stati Uniti non possono più presentarsi come il paradiso della classe media, dal momento che 44 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà e il loro numero è in crescita costante (dati del Census Bureau, il nostro Istat, nel 2010).</p>
<p>Se combiniamo questo dato con la cifra dei pignoramenti dallo scoppio della crisi, nel 2008, ciò che è emerge è una situazione di larvata guerra civile. Nel numero di marzo 2010, <em>Alternatives économiques</em>, basandosi su fonti statunitensi (il sito di Moody’s Economy), riportava i seguenti dati, tra pignoramenti di case e appartamenti: 1,7 milioni nel 2008, 2 milioni nel 2009 e prevedeva 2,4 milioni per il 2010. Nonostante gli sforzi del governo Obama per venire in aiuto ai mutuatari insolventi, la campagna di pignoramento non ha subito pause d’arresto ed è condotta a spron battuto proprio da quelle banche d’affari come JP Morgan Chase o Bank of America, salvate dagli interventi dello Stato federale. Si tratta di una guerra civile tra una cerchia ristretta di ricchi e una base sempre più ampia di poveri: i colletti bianchi di Wall Strett contro i cosiddetti Ninja (<em>No Income No Job or Asset</em>), ossia cittadini senza alcun tipo di garanzia sociale e reddito sicuro. Non solo, quindi, dei Golia gonfiati con i soldi dei contribuenti si avventano contro dei David disarmati di salario e di strumenti culturali, ma nella lotta stessa Golia, nonostante la soverchiante potenza nei confronti dell’avversario, è disposto anche a violare le più elementari regole dello scontro. Sulle procedure di pignoramento gravano i sospetti delle autorità federali, a cui sono state segnalate violazioni e frodi degli istituti finanziari.</p>
<p><em>Autodifesa del popolo minore</em></p>
<p>Quale morale trarre da questi odierni scontri tra deboli e forti nella nostra civiltà democratica, ritenuta superiore a tutte le altre, perché appunto l’unica in grado di garantire prosperità diffusa e diritti civili al popolo sovrano? I perdenti, in queste guerre, sono considerati <em>quantité négligeable</em>, frazione di popolo nominalmente sovrano, ma nei fatti irrilevante. Che siano i civili iracheni massacrati dalle truppe di liberazione statunitensi, le famiglie spossessate delle loro abitazioni, o le fasce di reddito più deboli che, anche in Europa, stanno pagando le politiche di austerità, non vi è per loro particolare attenzione da parte del mondo della libera informazione. Una rivoluzione dei valori è ormai definitivamente compiuta: il quotidiano “La Stampa” può così titolare un articolo d’attualità politica del 15/10/2010: <em>Negli USA boom di pignoramenti. Wall Street trema</em>. Tralasciando il paradosso per cui i pignoramenti sono fatti in nome di Wall Street, ciò che colpisce è il trasferimento dell’emozione (lo spavento) subìta dalle vittime dell’azione oggetto d’interesse giornalistico ai responsabili di quella stessa azione: le banche d’affari si spaventano di fronte al disastro che hanno generato le loro procedure di pignoramento. I giornalisti sollecitano l’empatia dei lettori nei confronti dei carnefici, non più delle vittime: i milioni di famiglie messe sulla strada. Esse sono evocate a margine della vicenda, e godono di uno statuto ambiguo negli eventi della crisi: né del tutto colpevoli né del tutto innocenti, quasi si desse per scontato una loro costitutiva minorità civile e politica.</p>
<p>Tale minorità è la stessa che oggi i governi europei, sia di destra che di sinistra, attribuiscono al loro elettorato, nel momento in cui varano i diversi piani di tagli alla spesa pubblica, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita di una larga fetta di cittadini. Tito Boeri scriveva a dicembre su “Repubblica”: “In tutti i paesi avanzati è stato il lavoro poco qualificato a pagare il conto della Grande Recessione”. E dopo il lavoro poco qualificato, lo stanno pagando i più giovani, che usufruiscono dell’istruzione pubblica in attesa di entrare nel mondo del lavoro. Ma la Grande Recessione non è riconducibile a fatali e impersonali forze della natura. La <em>deregulation</em> dei mercati finanziari è stata conseguenza di una precisa scelta politica. E i suoi esiti disastrosi hanno a loro volta dei responsabili. Gli esponenti della tecno-finanza – coloro che dal punto di vista epistemologico (detenevano i modelli interpretativi più efficaci), sociale (uscivano dalle scuole migliori) e ideologico (sostenitori del liberalismo occidentale) erano i più accreditati a far prosperare la democrazia, realizzando la felicità per il maggior numero – hanno lanciato l’intero sistema contro il muro, lo hanno sfasciato per bene, lasciando a terra morti e feriti, e sono ripartiti in Ferrari. E i testimoni di tutta la vicenda, testimoni deboli da un punto di vista epistemologico, sociale e ideologico, eppure non completamente decerebrati, come i lavoratori licenziati, gli impiegati con i salari bloccati, i precari del terziario che non verranno mai assunti, gli studenti dell’università divenuta troppo costosa o massacrata dai tagli, i migranti irregolari che lavorano in nero e rischiano l’espulsione ogni giorno, ebbene tutti questi idioti qualunque, invece di starsene a casa in un ubbidiente e narcotizzato lamento, ogni tanto escono per strada moderatamente furibondi, e chiedono democraticamente, dal momento che le radici della sovranità politica affondano nei loro corpi senzienti, chiedono che chi ha sbagliato paghi, che non siano i loro salari a fare da premio assicurativo per il grande autoveicolo guidato dai tecno-finanzieri, con il consenso della classe politica, ed ora finito in pezzi.</p>
<p>Può sembrare strano a tutti coloro che predicavano la fine o l’assenza della politica, l’esaurimento dei conflitti sociali, il pacifico e collettivo sprofondamento nei poco reali meandri dello spettacolo, può sembrare strano, dicevo, la ricomparsa improvvisa di un popolo che, anche se considerato <em>minore</em> dai rappresentanti politici e dai professionisti dell’informazione, <em>si difende</em>, e si difende nell’unico e ultimo modo che gli è concesso: esercitando direttamente la sua sovranità, ossia assumendosi il rischio di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. In realtà, questa autodifesa popolare è stata per anni annunciata da politologi e opinionisti di ogni colore, nel momento in cui analizzavano finemente la crisi della rappresentanza democratica su entrambe le sponde dell’Atlantico. I rappresentanti del popolo mentono, sono pilotati da lobby miliardarie, vivono eterni conflitti d’interesse, si appoggiano a potenti media televisivi privati o di stato, tradiscono nei fatti il mandato elettorale, e in molti casi, anche in Europa, diffondono abilmente nelle istituzioni la logica della guerra civile, come Sarkozy in Francia o il binomio Lega-Berlusconi in Italia. Tutto il discorso sulla sicurezza e l’ordine pubblico diventa allora propagandato in quest’ottica: lo Stato deve armarsi contro una parte dei suoi cittadini considerati di volta in volta dei nemici pericolosi. Inutile dire che i cittadini pericolosi sono innanzitutto quelli che hanno buone ragioni di essere, a vario titolo, scontenti dello Stato.</p>
<p>Le contestazioni di lavoratori e studenti che si sono viste in Grecia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Italia sono innanzitutto forme di autodifesa popolare nei confronti dei governi che, proprio in seguito alla crisi finanziaria statunitense, hanno deciso di tagliare la spesa pubblica, rimettendo di nuovo tutto nelle mani degli esperti e considerando, ancora una volta, non pertinenti le reazioni di coloro che saranno più interessati, nel concreto, da questi tagli. Questa autodifesa, per altro, diviene nelle piazze vera e propria autodifesa fisica nei confronti di uno Stato che tollera sempre meno le forme spontanee e non rituali di contestazione, che regolamenta in modo sempre più rigido il diritto di sciopero, che mostra i muscoli ad ogni occasione, con lo scopo di spaventare le nuove generazioni di disubbidienti. Non ci si può scandalizzare, allora, della violenza che scoppia periodicamente in queste occasioni. Essa è innanzitutto frutto di uno spazio di espressione compresso all’estremo, materialmente e simbolicamente, per quella parte di popolo considerata minore. Ciò che si può auspicare, in una tale situazione, è che la rabbia si trasformi in strumento consapevole e politico per una lotta di lunga durata, acquisendo le forme riconoscibili della disubbidienza civile.</p>
<hr size="1" /><strong>*</strong></p>
<p>(1)  Giovanni Andriolo, <em>Iraq: la guerra sui numeri delle vittime</em> (05/11/2010)<em> </em></p>
<p><a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35598">http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35598</a></p>
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		<title>Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 07:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere. Divisione naturale tra le aree di benessere e quelle di povertà estrema, tra le zone di pace e democrazia e quelle di guerra e dittatura del pianeta. “Parte del lavoro è eliminare l’idea che si tratti di leggende” continua dal sito della sua organizzazione la Scheper-Hughes – unica antropologa a far parte della ‘Bellagio Task Force’, gruppo di ricerca formato da chirurghi dei trapianti, specialisti dell’acquisizione di organi e attivisti per i diritti umani, che si occupa di esaminare gli effetti prodotti dal traffico di organi umani nel mondo – “così, dopo aver parlato con molti chirurghi statunitensi, ho deciso di cominciare a seguire il percorso reale dei corpi destinati ai traffici”.<span id="more-12486"></span><br />
La risposta chiara a questa provocazione è fornita a distanza da Alice Mobota, presidente della ‘Lega dei Diritti Umani’ del Mozambico: “La lentezza e l’indifferenza del governo e della polizia sono una prova chiara della potenza dell’organizzazione che gestisce il traffico, e degli interessi che lo collegano a persone infiltrate nel Governo”.<br />
Persino il Pontefice, nei giorni scorsi, si è riferito a quello che sta diventando un fenomeno sempre più esposto come a un “atto abominevole e moralmente illecito, che per di più spesso tocca i bambini”.<br />
Il fenomeno è molto più esteso di quanto si possa immaginare.<br />
Le cifre uscite dal Vienna Forum To Fight Human Trafficking dell’ONU conclusosi il 15 febbraio 2008 sono spaventose. I Paesi coinvolti nel puro traffico di organi – che rientra nel più esteso traffico di individui a scopo di schiavitù, adozione o prostituzione – sono moltissimi. I venditori, a buon mercato, sono: la Cina, il Brasile l’Argentina, la Colombia, il Messico, il Mozambico, il Sud Africa, l’Afganistan, l’Iraq, la Palestina, l’India, il Nepal, il Pakistan, la Thailandia, le Filippine, il Laos, il Vietnam, la Russia. Per venire più vicini a noi, i centri di smistamento si trovano in Turchia, in Repubblica Ceca, nel Caucaso, in Georgia, e smerciano organi umani provenienti da Moldavia, Turchia, Russia, Ucraina, Bielorussia, Romania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania. I Paesi compratori, che, almeno in questo, non dimostrano grande capacità contrattuale, date le cifre a cui gli ospedali vendono il pacchetto organo-trapianto, sono: Stati Uniti, Inghilterra, Belgio, Francia, Italia, Germania, Olanda, Austria, Danimarca, Spagna, Polonia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Israele, Sud Africa, Emirati Arabi. Un rene in Turchia frutta a chi se lo fa espiantare 2700 dollari. Poco più di un terzo di questa cifra se il donatore viene, invece, da India o Iraq. Lo stesso organo viene impiantato anche per 150mila dollari, a seconda dell’urgenza e della liquidità del paziente.<br />
È a tutti gli effetti, quindi, un fenomeno globale, aiutato da ottime strutture ospedaliere private situate anche nei Paesi più poveri – e aperte, in linea di massima, solo agli occidentali – dalla ormai più che provata efficacia dei farmaci antirigetto e da una domanda vastissima. Non parrebbe sbagliato, dunque, estendere la tanto sfruttata formula di “fuga di cervelli” anche a quella di reni, muscoli cardiaci, cornee, polmoni, fegati, ossa, tendini. Tenendo salva l’attenuante della non-volontarietà.<br />
La divisione “naturale” tra venditori e compratori a cui si riferiva Nancy Scheper-Hughes si può anche illustrare con le cifre pubblicate dal Forum di Vienna dell’ONU: nelle zone del sud del mondo 13 milioni di bambini minori di 5 anni muoiono ogni anno per fame o malnutrizione, mentre si calcola che, ogni sera, più di 200 milioni rimangano a stomaco vuoto. 121 milioni di bambini vengono privati dell’istruzione di base poiché nei loro Paesi non vige l’obbligo della scuola gratuita e accessibile a tutti. Esistono poi i cosiddetti “piccoli soldati”, impegnati nei tanti conflitti bellici del mondo: 300mila sono minori di 18 anni. Il risultato: negli ultimi dieci anni sono morti in guerra oltre 2 milioni di bambini e più di 6 milioni sono rimasti invalidi. Sono invece 211 i milioni di bambini-lavoratori in stato di schiavitù. Poi ancora il giro di prostituzione, soprattutto di minorenni, che in paesi orientali come la Thailandia in passato ha coperto il 10-15% del Pil. Stando a uno studio del governo degli USA citato dagli atti del Forum di Vienna, 800mila persone, ogni anno, sono oggetto di traffici internazionali e intercontinentali (per schiavitù, prostituzione, adozione, smercio di organi umani).<br />
È solo in questa coltura fertile che può trovare linfa il redditizio business degli organi, il lato più nero e innominabile della globalizzazione.<br />
“Ancora non possiamo dire i numeri precisi legati al traffico di organi umani” continua la Scheper-Hughes “ma una stima ottimistica potrebbe aggirarsi attorno ai 15mila reni commerciati all’anno, e anche per gli altri organi le proporzioni sono mantenute. E la maggior parte delle vittime è costretta dal bisogno, più che dalla forza. E poi ci sono i casi di omicidio a scopo di espianto, per quanto riguarda cuori e polmoni, e i centri più interessati sono Brasile, Pakistan e Filippine.”<br />
Solo in Europa ci sono attualmente 120mila pazienti in dialisi e circa 40mila in attesa di un trapianto di reni, stando a un recente reportage del Parlamento Europeo. Lo stesso documento parla di liste d’attesa di 3 anni, che diventerebbero 10 entro il 2015, portando ad aumentare quindi anche il numero dei decessi. Un vecchio adagio recita che ovunque ci sia domanda c’è mercato, e quindi business.<br />
Nel corso delle ricerche per scrivere il mio romanzo, “Espianti”, edito da Transeuropa, mi è capitato più volte di imbattermi in addetti ai lavori che mi parlassero del “buco” del valico di Trieste, come una cosa conosciuta da tutti. Una sorta di porta appositamente spalancata verso il nostro Paese.<br />
Ora, mettiamo che tu lavori per una organizzazione occidentale, anche umanitaria in, poniamo, India. E mettiamo che tu ti renda conto, dopo un po’ che presti il tuo servizio, di quello che questa organizzazione, sottobanco, fa, sfruttando il paravento delle sue attività come copertura. E mettiamo che quello che compie sia far incetta di corpi, o di organi umani, per lo più di bambini, da rivendere negli ospedali della stessa India, o addirittura da far volare nel Paese occidentale di origine, per pazienti “comodi e ricchi”. E mettiamo che tutto quello che abbiamo posto fino adesso sia vero. Questo c’è anche, dentro al mio romanzo.<br />
Una sola volta, in Italia, un rappresentante del mondo politico ha tentato di parlare pubblicamente della cosa. Il ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale Antonio Guidi, nella sua audizione alla commissione Affari sociali della Camera, il 21 settembre 1994, dichiara: “Uno scarso controllo alle frontiere e i troppi bambini possono aver determinato abusi nei loro confronti e addirittura traffico d’organi. Dobbiamo controllare le frontiere, ma anche i reparti maternità delle cliniche private.” Vincenzo Basile, allora deputato nelle file di An spiega che “fare un trapianto d’organo presuppone strutture altamente specializzate, siano esse in Italia o all’estero, e che quindi è necessario individuare i terminali. Si vedrà se è il caso di sentire anche il guardasigilli Biondi, e se istituire una commissione d’inchiesta sul problema dei trapianti d’organo e del traffico di bambini”. La commissione d’inchiesta non è poi mai partita. E subito l’allora ministro della Sanità, Raffaele Costa, mentre già l’entourage di Guidi si era attivato per ridimensionare l’allarme, si affretta a dichiarare: “I trapianti in Italia avvengono solo nelle strutture pubbliche: non è concepibile che queste accettino organi sottobanco. Nessun chirurgo e nessuna equipe si presterebbero a simili crimini: per ragioni morali, per deontologia e, infine, per motivi pratici, perchè la cosa non potrebbe essere tenuta nascosta”, chiudendo di fatto la faccenda una volta per tutte, senza che in seguito sia stata mai riaperta.<br />
Sapendo bene, probabilmente, che nessuna delle tre motivazioni, nel nostro Paese, regge.</p>
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		<title>Il potere degli incubi: le ombre nella caverna &#8211; di Adam Curtis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 07:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adam curtis]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[al qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[al zawahiri]]></category>
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		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Jamal al-Fadl]]></category>
		<category><![CDATA[power of nightmares]]></category>
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					<description><![CDATA[The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004). Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini. Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221; 60 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno. [googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762] La terza e ultima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004).<br />
Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini.</p>
<p>Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221;<br />
60 minuti, in inglese, <a href="http://www.daanspeak.com/TranscriptPowerOfNightmares3.html">trascrizione</a>, <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762">schermo pieno</a>.<span id="more-5964"></span><br />
[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762]</p>
<p>La terza e ultima parte del documentario descrive l&#8217;ascesa di al-Qaeda e la strategia neoconservatrice della &#8220;guerra al terrore&#8221; di Stati Uniti ed alleati:</p>
<ul>
<li>l&#8217;isolamento di bin Laden ed al-Zawahiri, gli attentati alle ambasciate USA nel 1998, la deposizione di Jamal al-Fadl sulla natura di al -Qaeda, gli attacchi dell&#8217;11 settembre 2001;</li>
<li>l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan, l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq nel 2003, la politica di Tony Blair, il carcere di Guantanamo, la creazione del mito di al-Qaeda come minaccia organizzata globale.</li>
</ul>
<p>Il documentario è visibile anche su <a href="http://www.archive.org/details/ThePowerOfNightmares">Archive.org</a> a diverse risoluzioni.</p>
<p>Guarda su Nazione Indiana:<br />
Prima parte: &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/il-potere-degli-incubi-e-la-politica-della-paura-un-documentario-di-adam-curtis/">Baby It&#8217;s Cold Outside</a>&#8221;<br />
Seconda parte &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/il-potere-degli-incubi-la-vittoria-fantasma-di-adam-curtis/">The Phantom Victory</a>&#8221;<br />
Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221;</p>
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		<title>Spot dal mondo dei non luoghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 13:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giancarlo liviano d'arcancelo]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[the bachelor]]></category>
		<category><![CDATA[white trash]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giancarlo Liviano d&#8217;Arcangelo Buddie aveva fame. Sentiva il suo stomaco irrispettoso che piagnucolava a colpi di singhiozzo balbuziente, e la tonalità ocracea del cielo disabitato che si perdeva poco più in là della sua massima lungimiranza visiva, era prova inconfutabile che il tempo di nutrirsi era sopragiunto. Si meravigliò del silenzio diffuso nel paesaggio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/candyekane1.jpg' title='candyekane1.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/candyekane1.thumbnail.jpg' alt='candyekane1.jpg' /></a></p>
<p>di <strong>Giancarlo Liviano d&#8217;Arcangelo</strong></p>
<p>Buddie aveva fame.<br />
Sentiva il suo stomaco irrispettoso che piagnucolava a colpi di singhiozzo balbuziente, e la tonalità ocracea del cielo disabitato che si perdeva poco più in là della sua massima lungimiranza visiva, era prova inconfutabile che il tempo di nutrirsi era sopragiunto. Si meravigliò del silenzio diffuso nel paesaggio, cactus ingobbiti e cespugli adusti color antracite, un silenzio mostruoso, che in incognito era riuscito ad appropriarsi della duna su cui la sera prima aveva deciso di organizzare l’accampamento parcheggiando con perizia la roulotte di famiglia. Quando Buddie si alzava dalla sua sdraio sgualcita e sondava il panorama con l’attenzione minuziosa di un telescopio di precisione, era come se stesse governando il destino.<span id="more-5717"></span> Il suo, quello dei suoi figli, quello invincibile della nazione che gli aveva regalato una moglie, una famiglia e un lavoro dignitoso nel diligente terziario della contea. Per questo aveva scelto una duna alta e ondeggiata, soffice e rassicurante, un torrione strategico e inespugnabile simile a quelli che ricordava di aver presidiato al cinema, incollato allo schienale per trattenere la crescente emozione provocata da qualche film senza titolo, di quelli che colpiscono in primo grado con il fascino della pellicola consumata, impolverata, utile solo a riportare in vita una valorosa poetica madre di guerre antiche e sconosciute, ordalie collettive combattute da popoli lontani con archi e frecce, con movimenti di fanteria ingegnosamente concordati e la maestosa impalcatura delle catapulte, che sfidavano cieli bui e distanze siderali proiettando nel nero l’eroica scia dei massi infuocati che andavano a bersaglio.<br />
Si meravigliò di non percepire alcuna voce che potesse circoscrivere quell’arcigno silenzio al ruolo più adeguato di comprimario, qualcosa di abitudinario e rincuorante, la radiosa parlantina di sua figlia Ginger, teenager gonfia e lentigginosa, un’anima polemica in perenne disaccordo con qualsiasi contenuto psicofisico che fosse sottoposto dal suo tempo privato alle sinapsi che organizzavano le proprie risorse d’attenzione primaria. O il passo aggressivo di Paul, il figlio maggiore, l’erede maschio, quel tintinnio polveroso che si era alternato per tutto il pomeriggio ai frastornanti scoppiettii degli spari durante l’allenamento.<br />
Bersagli. Concentrazione. Mira. I barattoli perforati che schizzavano via, lontano.<br />
O ancora, il tono di voce connivente e affettuoso registrato nelle corde vocali di sua moglie Jennifer, una modulazione che si riproduceva fedele a se stessa ogniqualvolta il ruolo di madre diveniva predominante nello spazio delle sue attività quotidiane, quando era necessario chiamare Buddie a tavola, quando rimproverava Paul, pescato in flagrante mentre introduceva di soppiatto le lucertole nella roulotte. O mentre si sporcava la camicia appena asciutta e indossata, o quando bisognava ordinare a Ginger di apparecchiare la tavola senza cagionare le solite ossessionanti lamentele. Buddie girovagò a passo lento intorno alla roulotte, sbatacchiando le suppellettili che s’annidavano sul suo cammino.<br />
Sedie e giocattoli. Docili strumenti di quotidianità umana come anticamera di un esplosione di energia incontrollabile. Il barbecue arrugginito su cui era ancora poggiato il sacco della carbonella era immobile, nell’esatta posizione in cui Buddie lo aveva lasciato al momento di scaricare il bagaglio e organizzare gli spazi circostanti.<br />
La sorpresa di non accorgersi della presenza dei suoi familiari occupò completamente la nebulosa brulicante dei suoi pensieri, e il desiderio innato di soddisfare quell’intenso connubio di mistero e curiosità lo spinse ad accelerare il passo, a percorrere in fretta i centottanta gradi di cammino che gli mancavano per completare il cerchio immaginario che cinturava il suo territorio momentaneo. Tutto quello che aveva costruito nella sua vita o che la vita aveva costruito per lui era concentrato in pochi metri quadrati. L’indubitabile. L’esercito programmato che un giorno avrebbe schierato a difesa  della sua vecchiaia. Moglie, figli e fucili. Moglie, figli, fucili e tutto l’immaginario di certezze e convinzioni costruite alla meglio in anni di convivenza vicina e distaccata. Pochi metri, ancora pochi metri a passo irrequieto per ritrovarsi nel minor tempo possibile dinanzi alla porta della sua roulotte bianca, decadente, chiazzata di umido come le lenzuola che asciugavano al sole, la casa viaggiante equipaggiata con un telone elasticizzato color arancio che aveva il compito di proteggerli da sole e pioggia, vento e polvere, dal gagnolare straziante imposto dai coyote al crogiolarsi del buio e dal desiderio comune di guadare avanti, oltre il solco trincerato dai reciproci comportamenti comunicativi, per scoprire quanto libera e delicata fosse la voglia di indebolirli.<br />
Jennifer, Paul e Ginger erano accovacciati insieme, rannicchiati in un metro quadro. Sembrava che stessero aspettando il mortale gettito di gas mortale che sibilava fuori dal tubo arrugginito di una doccia, nella latrina collettiva di un campo di concentramento nazista, in Polonia. Una di quelle eruzioni devastanti ma del tutto inconsapevole del proprio terrorifico effetto.<br />
Erano accovacciati di fronte al piccolo televisore in bianco e nero che avevano portato dietro, e lo coccolavano come se fosse un altro membro di famiglia. Un figlio, un fratello più piccolo, il cane che mangiava, dormiva e scodinzolava alla vista di chiunque. Si bisticciavano il diritto di imboccarlo, di assisterlo e di carezzarlo, perché restituisse affetto sottoforma di immagini chiare e nitide, pulite e compagnevoli. Paul aveva ricevuto da sua madre il compito di sintonizzare i canali durante la seconda metà del loro viaggio, appena dopo la lunga sosta alla stazione di servizio <em>Texaco</em>, stella rossa in campo nero e tariffe convenienti per il fai da te. Era una stazione di servizio ampia e ombreggiata, in modo che i camionisti potessero trovare un luogo accogliente durante il loro percorso solitario, asservito alle necessità delle merci che trasportavano. Era munita di una tavola calda che offriva un menù famiglia piuttosto soddisfacente, hamburger di dieci o quindici varietà, hot dog guarniti con salse e verdure grigliate e in generale una buona qualità del cibo. Buddie aveva imposto quella sosta perché era affamato. Doveva appropriarsi del meritato riposo dopo tanti chilometri. E poi c’erano i regali, ancora centocinque punti <em>Texaco </em>e con soli duecentotrentacinque dollari di conguaglio avrebbero portato a casa una telecamera digitale della Sony. Dalla ripartenza in poi Jennifer non aveva fatto altro che raccomandarsi con Paul di concentrare la ricerca sulle frequenze della Vox Tv, dove di lì  poco sarebbe iniziato <em>The Bachelor</em>, lo show in cui un nutrito gruppo di uomini si proponeva per sposare la tipica ragazza della porta accanto.<br />
Quando Buddie li sorprese a trafficare zelantemente con antenne e dispositivi di controllo, ognuno stava trascurando i compiti ricevuti durante il vertice familiare, svoltosi poco prima della partenza. Paul sembrava in grossa difficoltà. La ricezione scarseggiava in quella zona del deserto, savane irrecintabili collocate a uno sputo dalla linea immaginaria che sanciva il confine col Messico, e neppure l’ombra di un abitazione che non nascondesse fantasmi. Nonostante l’aiuto costante della duna che Buddie aveva scelto come fortezza, sullo schermo non si vedeva altro che zampilli digitali indecifrabili, mentre il generatore di elettricità che qualche anno prima avevano acquistato per novantanove dollari e novantanove al <em>Purchase Teleshow</em>, si affievoliva e incalzava a intermittenza, inseguendo sinistramente l’andatura scostante del vento crepuscolare.<br />
Ginger non perdeva occasione per rimarcare l’inettitudine di suo fratello.<br />
 &#8211; Imbranato. Non sai fare niente di niente. Mamma, Paul è incapace. È meglio che ci provi io, altrimenti stasera ci guardiamo le chiappe a vicenda. Uffa, non capisci niente, spostati idiota. &#8211;<br />
Paul sbuffava e armeggiava comandi e transistor, sentiva l’orgoglio ribollirgli come lava, mentre nel petto rigurgitava il suo bisogno ancestrale di smentire le frasi degradanti di Ginger. Armeggiava e minacciava sua sorella, diceva che il regolamento di conti si sarebbe scatenato puntuale non appena Buddie e Jennifer fossero stati lontani o indaffarati, che qualcosa di terribile le sarebbe capitato non appena Ginger avesse commesso la sciocchezza di allontanarsi dall’accampamento, dove la lontananza e i rumori interposti dalla natura avrebbero raggiunto un rilevanza decisiva, tale da impedire che gli urli di dolore cui l’avrebbe costretta potessero risuonare o risultare intercettabili dall’udito di qualsiasi forma di vita o da moderni apparati tecnologici.<br />
Jennifer era lì, solo qualche passo più indietro, sbraitava e cercava dolcemente di farli riappacificare. Con un fiato chiedeva a Ginger di pazientare, rassicurandola sulle capacità tecniche di suo fratello, e con quello successivo consigliava ironicamente Paul di non covare l’idea d’irrealizzabili vendette.<br />
 &#8211; Concentrati su quello che stai facendo. L’ora dello show s’avvicina. – ripeteva incessantemente.<br />
Quando Jennifer provava ad immischiarsi nei piccoli litigi dei suoi figli, si sentiva inascoltata. Ma nonostante un’incalzante sensazione d’impotenza non smise di provare a interrompere i loro battibecchi. Buddie si avvicino a loro finché non li ebbe imprigionati tutti nel suo cono visivo, li colse di sorpresa e li ascoltò per un lungo attimo commovente, senza farsi notare. Era l’osservatore invisibile, il falco onnipresente. Si sentì come Dio che scrutava il suo manufatto d’argilla senza alcuna voglia d’intervenire su di esso, per l’ennesima volta, nonostante l’evidente necessità di produrre più di una correzione sui bordi, sui manici e sulla struttura portante. Era un dio refrattario persino a riposizionarlo o a regolarlo, neanche poche briciole in più di fratellanza e collaborazione, neppure pochi centimetri più al sicuro rispetto al bordo sgretolabile del burrone su cui lo aveva sistemato sin dalla notte dei tempi, pericolante e malsicuro. Buddie avanzò ancora di un passo o due, curandosi di generare impronte delicate e laconiche, e giusto prima di palesarsi ai dolci astanti attraverso una carezza consolatoria sulla spalla intumidita di Jennifer, adorò l’idea di leggere l’appiccicoso ronzio prodotto dal confuso sovrapporsi di quelle voci domestiche, battagliere come uno scintillante esempio di attaccamento familiare, una sorta di vero e proprio rituale apotropaico tra umani che si fidano di umani. Buddie domandò a Paul come proseguisse la ricerca delle frequenze. Disse a Ginger di apparecchiare la tavola sotto al tendone color mandarino. Chiese a Jennifer a che grado di eccellenza fosse giunta la preparazione della cena. Attese risposte che arrivarono in serie, e una volta ragguagliato, si allontanò imperturbabile.<br />
Aveva fame. Entrò nella roulotte e impugnò il fucile. Salutò la bandiera americana e tornò fuori, in attesa del Chili con carne e dei fagioli neri di Guadalajara, dei burritos e della salsa di pomodoro aromatizzata al tabasco. Tornò di nuovo a sedersi sulla sua poltrona e scrutò l’orizzonte, sfidando il buio e i rumori, il buio e il domani che si sarebbe materializzato in poche ore sottoforma di lancette allineate verso nord, sul quadrante al quarzo del suo orologio da polso.<br />
Mezzanotte. Mezzanotte e uno. Mezzanotte e due. Stelle in fila indiana e vento più flebile, cactus a forma di uomini immobilizzati dal caldo roccioso e ronde noiose quanto necessarie da dividersi con Paul. E ancora, stomaco pieno e whisky a portata di becco, odore di polvere da sparo appena sprigionato e denso come effluvi corporei incontrollati, lo schioccare rasserenante di giunture d’acciaio intorno a un paio di polsi mulatti e impauriti. Così Buddie immaginava le ore che avrebbero incalzato il loro imminente futuro.<br />
I migrantes, i clandestini messicani che volevano superare il confine senza permesso di lavoro, erano là, in fondo, oltre l’orizzonte, nascosti nelle fessure ombrose del buio, da qualche parte, dietro una delle mille rocce solitarie vogliosa di suicidarsi al cospetto imperturbabile del deserto. Oppure in qualche baracca abbandonata, rifugi senza tetto e finestre, con quello strato di polvere protettiva che coibentava i lastroni di pietra che formavano la pavimentazione. Massi affiancati, livellati, consolidati per mezzo dei precisi serpenti di cemento, rifugi architettati da antichi cercatori d’oro, cibo e tesori, all’epoca in cui il deserto dell’Arizona aveva alimentato le piante e i colori, i corsi d’acqua e le gare di velocità disperate tra predatori e prede.<br />
Buddie sapeva benissimo che le ore caliginose che si accodavano al procedere della notte, erano le più propizie per azzardarsi a varcare il confine. Si attendeva scintille nel giro di poche ore, forse minuti. Aspettava con ansia imperante l’arrivo dell’amico Stanley.<br />
Stanley, quel marpione. Burbero e severo quanto l’inverno. Era rinforzi, Stanley. Era vettovaglie. Birra glaciale. Stanley era il capo, l’organizzatore, il vero ideatore del progetto <em>Minuteman</em>, il programma di vigilanza capillare contro l’immigrazione che incalzava incontrollata sulla linea di confine col Messico. Era il morale delle truppe che si solleva fino alle nuvole grazie al semplice arrivo di una lettera da casa. Stanley sarebbe arrivato a Tombsville molto presto, e avrebbe portato con sé un altro fucile, un modello italiano di carabina C4 Storm Beretta, ergonomica e interamente realizzata in materiali polimerici, un arma moderna e costosa, ad alto livello di precisione anche con l’otturatore chiuso. Avrebbe gestito ogni cosa con l’esperienza sul campo guadagnata in Iraq nel 1991, deserto e identici bersagli mulatti, la risolutezza esperta di chi aveva combattuto contro nemici veri in una guerra effettiva, trapassi repentini dalla vita alla morte e viceversa, il passo fiero e autoritario, quel pizzico di spocchiosità da veterano, la regale saccenza dell’eroe che aveva ucciso vite e coscienze per la libertà di figli e nipoti. Libertà. Futuro migliore. Cinquanta o sessant’anni di risorse energetiche a disposizione del governo, che avrebbero permesso a tutti di vivere liberi e produttivi.<br />
Paul intanto ricercò con successo le frequenze di Vox TV, suscitando in Jennifer e Ginger sensazioni amorevoli e rilassate. Si allontanò senza dire una parola, consapevole di aver ripagato in modo laconico e signorile la mancanza di fiducia di sua sorella. Si avviò sul retro e riprese a sparare. Aveva il suo premuroso daffare quotidiano. E ogni qualvolta s’accorgeva di aver centrato in pieno il cilindro di latta ammaccato e tagliente che rappresentava la sua finalità mistica e perpetua, il suo microuniverso fidato, si sentiva accarezzato da un senso di autocompiacimento assorbente, profondo, e colmo di fervore si fiondava a conteggiare i colpi andati a segno incidendo piccoli graffietti su di un’asse di compensato. Cercava la massima precisione anche in quel semplice gesto. Scriveva e sorrideva, impugnando il suo coltellino multifunzionale modello Adventure One, quello che suo padre gli aveva regalato per il compleanno dopo estenuanti preghiere, quello che aveva rapito la centralità assoluta dei suoi desideri grazie ad una straordinaria pubblicità.<br />
Paul se la ricordava benissimo mentre seghettava il pezzo di legno. Quella donna, così bella e bagnata. Così naturale nel trasudare sex-appeal, truccata di nuance naturali, sabbia e polveri color deserto. Inchiodata all’asfalto irregolare della Route 66, inginocchiata dinanzi alla sua Honda Hornet sfavillante. Quell’uomo, così muscoloso e vissuto, così esperto e ammiccante. Lui le passa accanto con la Dodge decappottabile, nera e maledetta. La guarda, rallenta di qualche miglio all’ora, la vede, se ne innamora, si ferma. Capisce che il suo amore è ricambiato. Scende a terra con un balzo energico e rassicurante, non sente neppure il bisogno di aprire lo sportello. Si maschera il volto con un sorriso tracimante e a passo deciso irrompe tra la donna e la Hornet. Estrae il suo <em>Adventure One </em>dalla guaina nascosta nei suoi stivali pitonati. Manico bordò e dicitura Adventure One in corsivo, snella e dorata. L’uomo si china, aggiusta qualcosa, ingranaggi, cinghie, candele, forse l’albero di trasmissione. Il sole si alza, il vento si ferma. Una diffusa atmosfera d’eternità pervade il territorio, come se tutti gli amori sbocciati, consumati, invecchiati e deperiti durante l’esistenza del genere umano fossero racchiusi in quei pochi metri quadrati di ciglio stradale. Il caldo sfuma i contorni degli oggetti circostanti. L’uomo si restituisce alla naturale nobiltà, s’innalza, e imprime un colpo perentorio al pedale dell’accensione. La Hornet romba come mai le era capitato, nemmeno un minuto dopo essere uscita dalla catena di montaggio radiosa e imballata. Ma la cosa essenziale non è che la Hornet sia ripartita. La donna è rapita, è come ipnotizzata. Sa bene cosa vuole. Si avvicina all’uomo di passaggio e lo bacia stringendogli con forza il bavero della camicia. Poi lo spintona e si dirige verso la motocicletta accesa. La scalcia, una, due, tre volte, la spinge con il piede finché quella non si accascia su di un lato come un elefante ferito, vinta e sottomessa. E mentre la ruota posteriore perde visibilmente energia mostrando l’intersecarsi geometrico dei sui raggi d’acciaio, la donna accelera il passo e si scaglia sulla Dodge, bacia il suo salvatore con impeto surreale ancora una volta e, insieme, partono alla conquista del West.<br />
Paul era eccitato. Immaginava con quale energia e con che straordinaria qualità avrebbero scopato al primo motel, per quanto sozzo e fatiscente fosse stato. E tutto grazie al suo Adventure One. Per quel motivo incideva tacche con polso da chirurgo, e non vedeva l’ora di mostrare a suo padre e a Stanley quanto fosse diventato preciso con il fucile.<br />
Jennifer mescolò il chili per l’ultima volta, lo assaggiò e lo trovò non troppo piccante. S’affannò per cercare dell’altro peperoncino tra le cianfrusaglie portate da casa che nel pomeriggio aveva sistemato in modo frettoloso e disordinato. Ne trovo una punta e la sbriciolò nel tegame. Mescolò ancora e avvisò Buddie, Stanley e i ragazzi che la cena era pronta, in perfetta concomitanza con l’inizio di <em>The Bachelor</em>.<br />
<em>Can’t help falling in love</em>, la sigla. Che bei ricordi. Paul fu ghermito dalla sigla, come incantato. Si esaltava per gli scontri, per le immagini delle bombe e degli edifici che saltavano in aria, cercava di coinvolgere il padre e Stanley nel suo delirio sensazionale, lasciava partire gemiti e grida d’approvazione proprio come se stesse ricevendo un bel pompino di quelli di cui tutti gli uomini si vantano, ma che per davvero lo hanno ricevuto solo quelli che frequentano le battone. L’adrenalina cresceva in lui come la voglia di impugnare di nuovo il fucile, si alzò per prenderlo, per caricarlo con cartucce che profumavano di polvere e terra e maneggiarlo un po’, ma Buddie lo richiamò all’ordine dicendogli che prima bisognava finire la cena messicana. Ginger si coprì gli occhi con i palmi delle mani, disse che quelle immagini le mettevano paura e che non aveva più molta fame, ma ogni volta che Paul amplificava la portata estetica di ciò che si vedeva, con fischi e ululati goduriosi, la curiosità la spingeva ad aprire sottili fessure divaricando le dita, in modo che potesse sbirciare anche lei. E allora sobbalzava. Sobbalzava ad ogni impatto distruttivo tra armi, oggetti o esseri umani.<br />
Jennifer portò il cibo in tavola e chiese a Paul di alzare il volume. Stanley cercava di smorzare gli entusiasmi di Paul dicendo che quello che mostravano le sequenze era solo un antipasto rispetto a ciò che aveva vissuto lui in Medio Oriente, che la guerra vera era molto più poetica e adrenalinica di quanto lui potesse pensare, e che solo chi aveva davvero ammazzato un nemico con le proprie mani poteva comprendere la vera essenza di ogni guerra. Conquista. Strumentalizzazione della forza alla propria volontà. Conservazione della propria condizione attraverso l’annullamento di chi rappresenta una possibile insidia. Il bisogno di cibo, la caccia andata a buon fine. L’onore di prefissarsi una serie di obiettivi momentanei che come un domino si susseguono fino al concretizzarsi dello scopo finale. Il feticistico sentore di sentirsi ogni giorno più temprati, vigili, esperti, immortali e superiori al proprio nemico.<br />
Buddie lo ascoltava, e il trasporto che ne conseguiva era quasi più fanciullesco e imperterrito di quello di Paul. Quella era la prima volta che aveva portato la sua famiglia a caccia di migrantes, e desiderava che tutto andasse per il meglio.<br />
Jennifer si emozionò molto alla vista di John Oberman, il conduttore. Sottolineò quanto fosse elegante e signorile vestito in quel modo e  quanto fosse magnificente e costosa la scenografia. Si emozionò per la passerella della protagonista e si augurò di sentirla cantare <em>Dreamlover</em> di Mariah Carey, la canzone che più l’aveva fatta sognare nei rari momenti romantici che la vita le aveva riservato. Poi le criticò il vestito e il naso aquilino, disse che con tutti i suoi soldi avrebbe potuto aggraziarsi, e subito dopo corse a controllare lo stato di cottura dei burritos. Stanley e Buddie, invece, s’inferocirono quando videro l’altro ospite del programma, Zacharias Massaoui, il condannato all’ergastolo come unico colpevole rimasto in vita dopo gli attentati dell’11 settembre.  Jennifer gli diede del porco assassino. A tutti sembrò strano poter ammirare il demonio così da vicino, in un contesto così neutro e familiare, e furono spaventati di cogliere in lui un aspetto umano, di sentirlo parlare in un contesto così docile, di percepire proprio in quell’umanità così sommessa ed educata la caratteristica più terrificante di tutta la faccenda. L’umanità così ostentata disarma. Quel saluto così pavido, l’orrorifica ripetitività dei suoi gesti normali, la camminata, il modo di gesticolare, il sorriso formale che aveva mostrato al conduttore, il modo di accavallare le gambe una volta seduto sul divano. La normalità aveva privato l’ex affiliato ad Al Quaeda della sua conoscibilità, aveva smorzato i suoi tratti distintivi, aveva smussato e complicato il suo carattere rude e spietato, li aveva quasi fatti dubitare che un all’apparenza uomo così debole e compassato avesse potuto commettere crimini orrendi come quelli che gli s’imputavano. Il nervosismo di entrambi aumento a dismisura e Stanley fu il primo a palesarlo con un vituperio pregno di odio, rabbia e paura.<br />
&#8211; Figlio di puttana. C’era da scommettere. Adesso è diventato un fenomeno d’avanspettacolo. Bastardo figlio d’un cane, avremmo dovuto prenderti tanti anni fa, quando ti hanno fato entrare in America. Farti inculare da qualche portoricano di merda in una cella di massima sicurezza. O farti fuori. Avremmo potuto accopparti. Invece ti abbiamo lasciato libero dopo averti puntato una pistola alla nuca. Ti avrei sparato volentieri, lo sai cane bastardo che non sei altro? –<br />
Buddie aggiunse altri insulti. Poi tutti mangiarono il chili e i burritos. Ebbero appetito e sul tavolo non rimase nulla. Ginger si commosse nel vedere la passerella dei concorrenti innamorati, e subì la rabbia di Stanley, il veterano, che la riprese con fervore nazionalista, con un tono che persino a Buddie sembrò troppo duro, anche se non così duro da spingerlo ad intervenire contro il suo vecchio amico a difesa della figlioletta. A Buddie non piaceva interpretare il ruolo del padre protettivo e permaloso.<br />
&#8211; Sono solo avanzi di galera. Falliti<br />
Mentre andava in onda il video di Nancy e Ronald, Buddie si voltò di scatto verso il buio  e chiese a Paul di abbassare il volume, suscitando le lamentele di Jennifer.<br />
&#8211;  Ho sentito dei rumori – sussurrò. – Passi e voci. –<br />
&#8211;  Erano i migrantes – rispose Stanley.<br />
&#8211; Li ho visti – disse Paul. &#8211; Mi sembra fossero tre, forse quattro. Corrono verso Nordovest. Andiamoli a prendere papà. &#8211;<br />
 Il chili, i burritos e i fagioli erano finiti ma Buddie aveva più fame di prima.<br />
Abbrancò il polso di Paul e gli disse di correre ad impugnare il fucile. Stanley scolò l’ennesimo sorso di birra e si gettò sulla sua carabina italiana di precisione. Buddie prese il coltello a serramanico, una torcia che sembrava un riflettore del Madison Square Garden, e una pistola. Insieme si bagnarono del buio e lo squarciarono in spicchi di magma non conoscibile, sprigionando fasci di luce tetra e funeraria. Si allontanarono di qualche centinaio di metri dall’accampamento fino a scorgerne solo il presentimento, e circa cinquanta passi dopo Paul riuscì a scorgere un tugurio semidistrutto ai piedi di una duna. Si avvicinarono con cautela. Si fermarono e Stanley consigliò di spegnere la torcia. Disse che conveniva sparpagliarsi e procedere strisciando nel misto di sabbia, pietre e sterpaglie, perché i migrantes potevano essere armati o pericolosi. Jennifer prese per mano Ginger e si precipitò ad avvisare i cacciatori degli accampamenti vicini, in modo che si spargesse la voce. Poi tornò a <em>The Bachelor</em>, arrivando in tempo per godersi le ultime parole della confessione di un culturista con i capelli color ossigeno, che piangeva dopo essere stato escluso.<br />
Frattanto Stanley, Buddie e Paul procedevano strisciando come cobra travestiti da soldati dei reparti speciali. Si mimetizzavano e avanzavano, lenti ma costanti, distanziati ognuno a un paio di metri dall’altro. Paul fu il primo a distinguere il grigio rovinoso dei lastroni di pietra diroccati che delimitavano lo spazio vitale della casupola in cui si stavano rifugiando i clandestini messicani. Alla roulotte Jennifer non sembrava per nulla preoccupata. Teneva Ginger sulle ginocchia e osservava il succedersi degli sproloqui spocchiosi di Oberman, i volteggi del corpo di ballo, i sopralluoghi dell’inviato speciale nelle case dei concorrenti. Il vociare confuso dissipato dagli altri membri del programma <em>Minuteman</em> che si organizzavano per assistere suo figlio, Stanley il marine e suo marito era l’unica entità irrequieta che riusciva a suggestionarla. Quell’agitazione eccessiva le trasmetteva una sensazione di pericolo che le sembrava esagerata, e l’azione più istintiva che le venne in mente fu quella di alzare il volume del televisore per coprire l’angosciante ronzio. Stanley, accovacciato ai piedi di una delle pareti, adocchiò una finestra e disse a Buddie di posizionarsi sotto di essa senza far baccano. Si rivolse a lui col tono autoritario che avrebbe usato per rivolgersi al suo caporale di battaglione quando ancora si trovava a lavorare per l’esercito effettivo, in Iraq. Gli ordinò di tenersi pronto a sporgersi verso l’interno della baracca e a puntare la torcia verso la porta d’ingresso che si trovava esattamente di fronte a quella finestra, in modo da illuminare con un solo movimento l’intero spazio circostante. Poi chiese a Paul di caricare il fucile e avvicinarsi continuando a strisciare vero le finestre laterali, aggirando la casupola dal lato destro. Lui avrebbe fatto lo stesso a sinistra, e al suo segnale, il fischio cupo e spettrale della civetta, avrebbero fatto irruzione e arrestato quei dannati criminali contemporaneamente all’accensione della torcia elettrica. Quando tutti furono appostati, Stanley lanciò il suo maniacale cinguettio.<br />
Tutto andò come previsto. Lui e Paul entrarono nel tugurio con le armi da fuoco in avanscoperta, protezioni agghiacciate e robotiche, e non fu difficile per loro scorgere due persone dalla pelle mulatta e impolverata che si accovacciavano nell’angolo più vicino all’ingresso, un uomo e una donna scarni e inginocchiati che sembravano portar male poco più di vent’anni. Terrorizzati, stringevano al proprio petto una bambina che di anni ne aveva al massimo cinque.<br />
Li puntarono e avanzarono lentamente. Stanley gridò loro di alzare le mani e restare immobili. La ragazza piangeva e pregava. Il <em>migrante</em> obbedì e tremando cominciò a sbiascicare parole sgomente.<br />
 &#8211; <em>Por favor senor, no vas a matarnos. Por Dios, no vas a matarnos, estamos lindos, no querimos hacer nada de malo. Por favor &#8211;</em>L’adrenalina furibonda di Stanley fu diluita in riflessione dallo sguardo della bambina, una creatura dagli occhi grandi e tonituranti. La guatò e la vide incolpevole. Si avvicinò ai due adulti e disse a Paul di tenerli sotto tiro. Li perquisì e si assicurò che fossero disarmati. Li ammanettò citando a memoria i loro diritti secondo la costituzione americana, e poi prese in braccio la bambina, che d’istinto gli gettò le mani la collo respirandogli agitazione viva nelle orecchie impolverate di sabbia. Uscirono dalla baracca e Buddie si unì a loro. Lentamente s’incamminarono verso la roulotte, e di fronte a loro, poco lontano dal loro peso, si poteva vedere un folto gruppo di cazamigrantes che finalmente li aveva cercati nella giusta direzione. Stanley avvistò un cactus sulla sua sinistra e diede la bambina in braccia a Buddie.<br />
Devo andare a pisciare – disse – arrivo subito. Dategli qualcosa da mangiare, sembrano stanchi e provati. Date dei biscotti alla bambina. Non fategli del male. Ora ci facciamo dire da dove vengono e domani gli rispediamo al mittente. – Poi fece venti o trenta passi e si abbassò la cerniera lampo.<br />
Paul era fiero di sé. La caccia era stata propizia e le prede camminavano a zampe legate proprio davanti a lui, ammanettate e impotenti, vegliati dall’occhio dispotico e minaccioso del suo fucile. Non potevano fare nient’altro che camminare senza girarsi. La sua missione era compiuta. Le aspettative che aveva costruito nei giorni appena precedenti alla partenza per Tombsville, realizzate appieno.<br />
C’era solo un problema: non aveva sparato. Non aveva ancora dimostrato a Buddie e a Stanley che era in grado di colpire anche corpi in movimento, non soltanto barattoli inanimati. Elaborò la decisione in un secondo, a bruciapelo. Si fermò fingendo di allacciarsi una scarpa. Permise loro di avvantaggiarsi di qualche metro. Poi prese la mira, ritenendo logico puntare sulla schiena dell’uomo. Ci fu il successivo cinguettio, più simile allo scoppiettare di un tuono, e subito dopo il finale. Il migrante abbattuto si accasciò al suolo, dissolvendosi nell’opacità delle tenebre.<br />
Il tuono fu improvviso e del tutto inaspettato. Stanley si pisciò sugli scarponi e cominciò a correre. Buddie si fermò impalato e strinse al petto la bambina che chiuse gli occhi e appoggiò le proprie mani sulle orecchie, aspettando la seconda razione e il primi scroscio di pioggia. Il gruppo di cazamigrantes che arrivava dalla direzione opposta s’inchiodò al terreno. Paul tirò fuori il suo Adventure One e con la solita meticolosa maniacalità intagliò la prima indimenticabile tacca sull’impugnatura cromata del suo fucile.<br />
Jennifer, al campo, non si accorse di nulla. La distanza, l’oscurità, e il volume onnivoro dell’apparecchio coprirono il boato dello sparo. Lei e Ginger continuarono a godersi lo spettacolo ignare e assuefatte, innocenti e ossequiose. Rinchiuse nella gelosa contemplazione di un intimo segmento di solitudine mascherato con le tonalità variopinte delle immagini e dei jingle. Prigioniere dello stanco e sconclusionato monologo recitato dai mille canali che s’accavallavano uno sull’altro, producendo frasi insensate e obbedendo a una sintassi subdola e ricattatoria. Distratte in modo irreparabile dal baricentro del loro misero frammento di realtà. Straniate dalla morte taciturna di un fantasma che nessuna troupe aveva filmato, e che di certo non avrebbe guadagnato neppure un coccodrillo, una lacrima, né tantomeno una frammentaria ricostruzione durante il telegiornale delle sette, quello che informava tutta quanta la contea. Una morte ombreggiata, periferica, così impalpabile da insinuare nelle mente di Buddie, di Stanley e dello stesso Paul, il dubbio che fosse mai avvenuta per davvero.  </p>
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		<title>La pena di morte a Saddam pietra miliare dell&#8217;odio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jan 2007 21:31:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Danilo Zolo (Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da il manifesto del 29 dicembre 2006.) Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Danilo Zolo</strong></p>
<p><em>(Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da </em>il manifesto<em> del 29 dicembre 2006.)</em></p>
<p>Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra della giustizia, della libertà e della democrazia in Iraq. Si tratta di una impostura, non diversa dalle falsità con le quali George Bush ha motivato la guerra di aggressione all&#8217;Iraq nel 2003.<br />
<span id="more-3043"></span><br />
Quella guerra ha già provocato la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti &#8211; più di 600 mila &#8211; e provoca ogni giorno altre centinaia di vittime. Quello che avrebbe dovuto essere l&#8217;alveo della democrazia nel mondo islamico &#8211; l&#8217;Iraq salvato dalle armate americane dal giogo di una spietata tirannia &#8211; è un lago di sangue. Su questo lago penderà il cadavere di Saddam Hussein: uno spettacolo esaltante per un ex- governatore del Texas che non ha mai concesso la grazia a un solo condannato a morte.</p>
<p>Si tratta di una impostura perché non è stato il popolo iracheno, né una legittima corte, nazionale o internazionale, a decidere la condanna a morte del rais. La sentenza è stata emessa da un Tribunale speciale, varato nel dicembre 2003 dalle forze anglo-americane occupanti. Sul piano formale, il potere che ha istituito quel tribunale è stato il Governo provvisorio dell&#8217;Iraq e cioè, di fatto, il governatore militare statunitense, Paul Bremer. Nessuno può pensare che il Governo provvisorio, che non aveva alcuna autorità legislativa e non disponeva di autonome fonti di finanziamento, sia stato il potere reale che ha varato il Tribunale.</p>
<p>E&#8217; stata dunque una potenza occupante, gli Stati uniti d&#8217;America, a volere l&#8217;istituzione di un tribunale speciale per sottoporre a processo gli esponenti del regime sconfitto. I giudici del tribunale sono stati in maggioranza designati dal Governo provvisorio, addestrati da esperti americani e sottoposti a stretto controllo politico. Anche lo Statuto del tribunale è stato redatto da giuristi statunitensi. E il potere che ha voluto, organizzato e finanziato il tribunale è stato un potere conquistato in una guerra di aggressione che ha violato sia la Carta delle Nazioni unite, sia il diritto internazionale generale. Le Convenzioni di Ginevra non attribuiscono certo ad una potenza occupante il potere di dar vita a tribunali penali per giudicare gli esponenti del regime deposto. Si è trattato dunque di un tribunale privo di legalità internazionale, di legittimità politica e di una minima autonomia.</p>
<p>Si deve aggiungere che il Tribunale speciale ha esercitato la sua giurisdizione sulla base di figure di reato &#8211; i crimini di guerra e i crimini contro l&#8217;umanità &#8211; che non erano previste dal diritto iracheno e che sono state introdotte nello Statuto solo per consentire l&#8217;incriminazione e la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore. Oltre a ciò, i diritti della difesa sono stati gravemente limitati ed è stato violato anche il principio nulla culpa sine judicio, che esige una rigorosa presunzione di innocenza a favore degli imputati. L&#8217;ex dittatore è tuttora tenuto prigioniero in un luogo segreto dalle milizie stastunitensi che lo hanno catturato e sottoposto a pesanti interrogatori, prossimi alla tortura.</p>
<p>In più, lo Statuto del Tribunale prevede che la corte possa pronunciarsi su una eventuale aggressione decisa dal regime ba&#8217;atista contro un paese arabo, ad esempio il Kuwait, ed esclude implicitamente la sua competenza a giudicare di crimini di aggressione commessi nei confronti di paesi non arabi. Questa disposizione è stata concepita dai redattori statunitensi dello Statuto per evitare che il tribunale indagasse sulla guerra di aggressione che l&#8217;Iraq aveva scatenato negli anni 1980-1988 contro l&#8217;Iran, paese di religione musulmana ma non arabo.</p>
<p>La ragione è molto semplice: gli Stati uniti hanno sostenuto sul piano economico, militare e diplomatico quell&#8217;aggressione, che ha causato non meno di 800 mila morti. Inoltre, essi sono stati di fatto complici di Saddam Hussein non denunciando alcuni gravissimi crimini commessi dalle truppe irachene: gli attacchi compiuti con l&#8217;uso di armi chimiche contro la popolazione iraniana. Si trattava dunque di impedire che la difesa di Saddam Hussein si avvalesse dell&#8217;argomento tu quoque, giuridicamente e politicamente imbarazzante per gli sponsors del Tribunale.</p>
<p>Gli Stati uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva. L&#8217;anomia giuridica, il vuoto di potere legittimo e lo scatenamento della violenza provocati dalla guerra sono tali che la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore iracheno si riduce ad un uso propagandistico della giustizia che ha il solo scopo di disumanizzare l&#8217;immagine del nemico e di giustiziarlo per farsene un trofeo a dimostrazione della propria superiore moralità.<br />
Ma lo spargimento del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione e alla democratizzazione dell&#8217;Iraq. Sarà una «pietra miliare» lungo la via dell&#8217;odio, della violenza e del terrore che finirà per raggiungere anche chi ha spietatamente praticato la «giustizia dei vincitori».</p>
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		<title>Due letture sul terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2005 16:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: Iraq di Slavoj Žižek e La nuova economia del terrorismo di Loretta Napoleoni. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq. Siamo quindi da tempo bersagli di una possibile rappresaglia. Per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq. Siamo quindi da tempo bersagli di una possibile rappresaglia. Per ora siamo innanzitutto bersagli di una propaganda “occidentale” che ha alcuni obiettivi di fondo: 1) sacralizzare il nemico terrorista, rendendolo incarnazione del Male e impedendo così ogni analisi politica delle sue azioni; 2) spostare l’attenzione sull’aspetto “religioso” del nemico terrorista, impedendo un’analisi del suo aspetto “economico”; 3) legittimare l’ingiustificabile guerra in Iraq, rendendo impronunciabile ogni contestazione di tipo pacifista; 4) legittimare la restrizione delle libertà fondamentali, acquisendo strumenti di maggiore controllo e repressione delle opposizioni politiche interne (movimenti altermondialisti, ecc.); 5) legittimare l’uso ufficiale della tortura oggi e di una eventuale bomba atomica “tattica” domani, di fronte all’estrema barbarie del nemico terrorista.</em><br />
<span id="more-1266"></span><br />
A questi obiettivi ne va aggiunto un altro, meno immediato negli effetti, ma di portata ben più ampia: una ripulitura dell’aspetto barbaro del capitalismo nella sua versione coloniale e neocoloniale. Il terrorismo, che è stato per almeno cinquant’anni considerato la modalità di scontro più praticabile nel periodo della Guerra fredda, sia per i movimenti di liberazione sia per le potenze occidentali che si opponevano ad essi, diviene ora una modalità aberrante ed esclusiva del fondamentalismo islamico armato. Per di più, l’associazione esclusiva tra Al-Qaeda, la jihad e il terrorismo, come sottolinea Žižek, favorisce speculazioni sul carattere “intrinsecamente” terroristico della religione islamica.</p>
<p>Partiamo subito da una domanda spregiudicata, che si pone <strong>Žižek</strong>:<br />
“perché no gli Stati Uniti come polizia globale? (…) pensiamo alla percezione, largamente condivisa, degli Stati Uniti come nuovo Impero romano. <em>Il problema degli Stati Uniti oggi non è che sono un nuovo impero globale, ma che non lo sono: in altre parole, pur pretendendo di esserlo, continuano ad agire come uno stato-nazione, perseguendo i propri interessi senza sosta</em>.”</p>
<p>Io credo che bisognerebbe radicalizzare il punto di vista di Žižek: gli Stati Uniti non riescono neppure ad agire come un vero stato-nazione, se questo significa perseguire politiche che riescano ad armonizzare gli interessi delle varie realtà sociali ed economiche che costituiscono il paese. A quale “nazione” giova la politica del governo Bush? Il problema del conflitto d’interessi, prima di essere una caratteristica italiana come la pizza e il mandolino, è una specificità statunitense, degli ultimi governi repubblicani della famiglia Bush. Bisognerebbe allora chiedersi: può un paese del capitalismo avanzato, dove l’interesse privato minaccia costantemente quello pubblico, fare una politica estera di “stato-nazione”? Oggi, poi, l’assurdità è accentuata dal fatto, che la politica che gli Stati Uniti pretendono di fare vorrebbe essere mondiale, imperialistica. Il problema è che non ne sono capaci. Il fallimento in Iraq, il più grave dopo quello del Vietnam, lo dimostra. Hanno annunciato che si ritireranno dal paese, anche se la guerriglia non sarà sconfitta e nel paese non sarà tornata la pace. Perché gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq?</p>
<p>La popolazione statunitense non è diversa dalla nostra. Non è disposta a vedere morire la propria gente per un ideale troppo astratto come “garantire la democrazia nel mondo”. Tale popolazione, inoltre, <em>è</em> particolarmente poco attenta e curiosa a ciò che è il resto del mondo. Questo fa si ché la potenza imperialista non possa subire gravi perdite in termini di vite umane. La polizia mondiale statunitense non può rischiare di perdere troppi poliziotti. In Iraq finisce, infatti, che i poliziotti se ne stanno rintanati nelle loro questure, mentre fuori impazza la malavita. Ciò che gli Stati Uniti non dovrebbero mai fare è trovarsi nella situazione di <em>dover occupare militarmente un territorio</em>. E invece pretendono di farlo. Ma perché questa <em>incoerenza</em>? Si potrebbe rispondere così: il successo militare (imperialista), è del tutto secondario rispetto al successo economico delle aziende (private) che riforniscono il Pentagono o di quelle che estraggono e raffinano il petrolio.</p>
<p>In conclusione, affidarsi alla politica di polizia mondiale degli Stati Uniti, significa mettersi nelle mani di un poliziotto <em>inaffidabile</em> sotto troppi punti di vista. Lo conferma di continuo anche il libro della <strong>Napoleoni</strong>. Gli Stati Uniti si sono candidati anche come polizia mondiale antidroga in lotta contro il traffico mondiale di stupefacenti. Soltanto che: “Milioni di dollari frutto del narcotraffico a livello mondiale sono ripuliti negli Stati Uniti (dal 30 al 40 percento finisce nell’economia statunitense) mentre il resto viene erogato nell’economia illegale internazionale e (…) è utilizzato per alimentare la nuova economia del terrorismo.”</p>
<p>Facciamo un paio di esempi concreti, citati dalla <strong>Napoleoni</strong>. Il caso della <strong>Colombia</strong>. Dal 1964 è attivo nel paese il FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). È un’organizzazione di tendenza marxista che lotta a favore dei contadini contro i grandi proprietari terrieri e che si oppone all’influenza statunitense e alla privatizzazione delle risorse naturali. Nel corso della sua storia, per poter sopravvivere, il <strong>FARC</strong> ha finito per stringere un’alleanza, intorno agli anni ’80, con i narcotrafficanti colombiani. Ora, la cocaina colombiana è giunta negli Stati Uniti attraverso la “sponda” cubana. <strong>Cuba</strong>, infatti, in cambio di una percentuale sui profitti del traffico, si è proposta come punto di approdo delle navi provenienti dalla Colombia. E da Cuba, poi, su piccole imbarcazioni, la coca giunge in <strong>Florida</strong>. In tutto questo traffico, le banche statunitensi intervengono nella fase delicata del riciclaggio degli enormi profitti della vendita. Scrive la Napoleoni:</p>
<p>“alla metà degli anni ottanta il contrabbando di droga dalla Colombia faceva affluire nell’economia della Florida circa quindici milioni di dollari all’anno. Questa gigantesca iniezione di contanti proveniva perlopiù dal riciclaggio di denaro sporco, che inevitabilmente corrompeva le strutture finanziare dello stato. Le banche, sempre assetate di denaro fresco, erano ben disposte verso operazioni con un’elevata liquidità e non facevano domande imbarazzanti (…).”</p>
<p>In un paese del capitalismo avanzato, che propugna il liberalismo come unica ricetta economica, le <strong>banche</strong> sono al di fuori di qualsiasi regolamentazione. Quando si parla, a proposito del terrorismo o del narcotraffico, di “legislazione d’emergenza”, bisognerebbe applicarla innanzitutto alle banche e alle strutture finanziarie. <em>Perché non si parla mai di una legislazione d’emergenza in ambito finanziario? </em>Siamo disposti a tenere un individuo vagamente sospetto in cella per un tempo sempre più dilatato, sperando di trarne chissà quali magnifici vantaggi, ma non si solleva nemmeno lontanamente questo semplice problema: come possiamo limitare drasticamente l’autonomia delle banche nel raccogliere denaro sospetto?</p>
<p>Eccoci in pieno in una di quelle fondamentali <strong>contraddizioni di sistema </strong>che dovrebbero imporre, ad ogni passo, un’<strong>autocritica costante</strong> ai sostenitori di una società libera e democratica fondata su un’economia di tipo capitalistico. Il male che ci minaccia sotto le sembianze di kamikaze con turbante o passamontagna è in parte un <strong>male nostro</strong>, da noi nutrito in molti modi. Il primo passo per combatterlo è allora operare sul proprio corpo, sulla sua fisiologia. È una questione pragmatica, di efficacia dell’azione. È più facile controllare ciò che è già in mio potere (banche e istituti finanziari, ad esempio) piuttosto che controllare ciò che sfugge al mio potere (cellule terroristiche segrete, basi d’addestramento all’estero).</p>
<p>Ci troviamo così confrontati a questo paradosso: <strong>la burocrazia del controllo delle persone s’infittisce spaventosamente, laddove quella del controllo dei soldi permane in uno stato di permeabilità e porosità assoluta</strong>. Siamo disposti a lasciar sparare in testa ad un innocente, come è accaduto al cittadino brasiliano assassinato dalla polizia londinese, ma non ci permettiamo di minacciare lontanamente il segreto bancario.</p>
<p>(Questo punto è toccato anche da <strong>Žižek</strong>, parlando della legislazione europea in fatto di immigrazione. Egli scrive: “Recentemente, un’ignominiosa decisione dell’Unione Europea è passata praticamente sotto silenzio: il progetto di istituire una polizia di confine paneuropea per assicurare l’isolamento del territorio dell’Unione e prevenire i flussi di immigrazione. Questa è le verità della globalizzazione: la costruzione di nuovi muri che salvaguardino la prospera Europa dalle orde degli immigrati. (…) nella stracelebrata circolazione aperta del capitalismo globale, sono le “cose” (le merci) a circolare liberamente, mentre la circolazione delle “persone” è molto più controllata.”)</p>
<p>Facciamo un altro esempio, che nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Il problema <strong>Africa</strong>, ossia il problema delle guerre africane, delle guerre tra stati e delle guerre civili. Queste guerre sono grandemente responsabili del mancato sviluppo di molti paesi africani e della condizione di miseria in cui vive una larga fetta di popolazione. Qual è l’atteggiamento dei ricchi paesi europei, nei confronti dell’Africa? <strong>Gli aiuti</strong>. Fornire aiuti, alimentare la “cooperazione”. Solo che gli aiuti non sembrano risolvere i problemi. I razzisti dicono che è colpa semplicemente degli africani, che “il difetto è nel manico”, che quella gente non sa far altro che fare la guerra e rubare. I più illuminati disquisiscono sulle forme che questo aiuto dovrebbe avere per essere efficace. Un giovane giornalista tanzaniano, nel documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>(mai uscito in Italia), propone una semplice soluzione al problema. <strong>Le aziende europee cessino di vendere armi ai paesi africani</strong>. Senza armi non si possono armare i poveri, che attendono le guerre come unica possibilità per ottenere uno stipendio decente. L’unica economia che funziona sempre e ovunque in Africa è l’economia di guerra. Smettiamo di mandare sacchi di farina e impegniamoci a livello europeo per impedire alle nostre aziende di vendere armi all’Africa. Avete mai sentito difendere questo argomento nei ripetuti dibattiti sulle sciagure dell’Africa? Forse non si tratta della soluzione unica e infallibile. Ma come mai non ne parla nessuno?</p>
<p>(Il documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>&#8211; <em>Darwin’s nightmare </em>&#8211; del registra austriaco <strong>Hubert Sauper </strong>mette a nudo il complesso traffico tra Europa e Africa che ha in <strong>Tanzania</strong> il luogo di snodo principale. Le aziende del pesce, i cui proprietari sono <strong>indiani</strong>, si servono di manodopera locale sottopagata per raccogliere e confezionare il persico del Nilo, pesce infestante del Lago Vittoria. Aerei cargo di compagnie aeree <strong>russe </strong>o <strong>ucraine</strong> giungono in Tanzania in apparenza vuoti, per caricare tonnellate di pesce da depositare in Europa. In realtà, gli aerei giungono carichi di armi di fabbricazione europea, da smistare verso i compratori africani. Gli africani vendono insomma <strong>tutto</strong> il loro pesce agli europei a prezzi bassissimi e comprano da noi armi a prezzi di mercato per ammazzarsi. In termini di responsabilità, essa va divisa equamente tra i corrotti governi africani e i cinici governanti europei. Iniziamo allora a prenderci le nostre responsabilità, obbligando i nostri governi a legiferare in materia. Basterebbe, anche qui, creare una <strong>legislazione d’emergenza sulla vendita di armi europee in Africa</strong>, per favorire concretamente la soluzione del problema.)</p>
<p>L’ultimo esempio di contraddizioni di sistema dell’attuale capitalismo e dell’impossibilità degli Stati Uniti di condurre una politica imperialistica o anche soltanto coerentemente nazionalista, ci è fornito ancora una volta da Loretta Napoleoni. Non si tratta dei due casi più celebri: il sostegno statunitense al regime talebano e a quello irakeno, che da amici divengono di colpo nemici. Parliamo ora delle guerra nella ex-Iugoslavia. Leggiamo:</p>
<p>“Visto il risultato della jihad antisovietica, Washington si sentiva sicura di poter ripetere in Iugoslavia il successo dell’operazione occulta condotta in Afghanistan, e per questa ragione nel 1991 il Pentagono stipulò un’alleanza segreta con i gruppi islamici fondamentalisti iugoslavi. Il controspionaggio americano, insieme con quelli turco e iraniano, organizzò una <em>Croatian pipeline </em>sulla falsariga di quella afgana: in Croazia affluivano armi turche e iraniane, in un primo momento sui velivoli della Iran Air e in seguito con una squadriglia di Hercules C-130 americani. Armi e attrezzature venivano pagate con denaro saudita (…).”</p>
<p>Ancora una volta la scelta degli Stati Uniti è quella di muoversi secondo il modello consolidato dell’azione terroristica: aggiramento dell’embargo stabilito dall’ONU, finanziamenti occulti, traffico illecito di armi, ecc. Dall’inizio della Guerra fredda, gli Stati Uniti, assieme all’Unione Sovietica e a paesi colonialisti europei come la Francia, <strong>hanno finanziato, fornito armi e organizzato attività di tipo terroristico</strong>. Per gli Stati Uniti ciò rientrava nella <strong>dottrina dell’antisommossa </strong>che li portò, soprattutto dopo il Vietnam, a intensificare gli aiuti occulti, economici e militari, a tutte le forze anticomuniste, sia di matrice fascista che di matrice islamica radicale. Il concetto di base era semplice: gli Stati Uniti non potevano rischiare più guerre convenzionali nemmeno con un nemico minore (i vietcong). Dovevano agire per procura, appoggiando <strong>il nemico del proprio nemico</strong>. (Per cinquant’anni gli Stati Uniti e alcuni stati europei sono stati agenti del terrorismo internazionale e della sua economia illecita ed occulta. Lo sono stati essenzialmente i <strong>governi</strong>, che negli USA hanno violato norme imposte dal Congresso e in Europa dai parlamenti. Oggi, quando per la prima volta l’effetto di una politica terrorista cade pesantemente sulle nostre popolazioni, sui cittadini statunitensi ed europei, si scopre e si addita la barbarie del “terrorismo”. Ma quando colpiva cileni, tutsi o kurdi, ciò appariva un prezzo tollerabile da pagare, per non esporsi direttamente in un conflitto armato.)</p>
<p>Ma l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, non pecca solo di <strong>ipocrisia</strong>. Pecca anche di <strong>ottusità strategica</strong>. E qui anche i cinici che da noi tanto abbondano dovrebbero riflettere al loro consenso nei confronti delle politiche statunitensi e di quelle europee, appena più mitigate. Torniamo al caso della <em>Croatian pipeline </em>e vediamo quale ne è stato l’esito. Scrive la Napoleoni: “Solo alla metà degli anni novanta risultò evidente che gli Stati Uniti si erano lasciati ingannare: la <em>Croatian pipeline </em>era stata manipolata per costituire una roccaforte del fondamentalismo islamico alle porte dell’Europa. Ormai non c’era più modo di sottrarsi alle conseguenze di quella scelta, e, com’era accaduto in occasione della Guerra del Golfo, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contro coloro che avevano contribuito ad armare.”</p>
<p>*</p>
<p>Slavoj Žižek, <em>Iraq</em>, Cortina, 2004.</p>
<p>Loretta Napoleoni , <em>La nuova economia del terrorismo</em>, Marco Tropea Editore, 2004.</p>
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		<title>GIULIANA SGRENA: quello che sta accadendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2005 18:07:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Nazzaro e Roberto Saviano [Abbiamo intervistato Hamid Mir, capo redattore della GEO Television a Islamabad, biografo ufficiale di Osama bin Laden e ultimo giornalista ad averlo intervistato. Mir svela i retroscena del rapimento Sgrena e la rottura interna che sta avvenendo nella guerriglia irachena.] Secondo il tuo parere perché è stata rapita Giuliana [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Sergio Nazzaro </b> e <b>Roberto Saviano</b></p>
<p><img decoding="async" alt="giuliana_sgrena.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/giuliana_sgrena.jpg" width="170" height="160" border="0" //hspace=4 vspace=2 align=left/><br />
[<i>Abbiamo intervistato <b>Hamid Mir</b>, capo redattore della <b>GEO Television </b>a <b>Islamabad</b>, biografo ufficiale di <b>Osama bin Laden </b>e ultimo giornalista ad averlo intervistato. Mir svela i retroscena del rapimento Sgrena e la rottura interna che sta avvenendo nella guerriglia irachena.</i>]<br />
<span id="more-981"></span><br />
<b>Secondo il tuo parere perché è stata rapita Giuliana Sgrena? </b></p>
<p>“Giuliana Sgrena è stata rapita a causa della presenza di truppe italiane in Iraq. Sta pagando il prezzo della politica del governo italiano. Io penso che i rapitori siano ribelli Sunniti, e sono certi che lei non sia una spia e che è contro la guerra in Iraq. Il governo italiano non ha fatto niente di serio fino ad ora per il rilascio di Giuliana. E’ stata rapita perchè stava lavorando in maniera molto diversa dagli altri giornalisti occidentali. I grandi corrispondenti dei giornali americani e inglesi fanno “giornalismo da hotel” mentre la coraggiosa corrispondente italiana stava seguendo le sue storie con le sue gambe sulla strada, e questa sua attitudine è stata la causa del rapimento. <b>Non ci sono dubbi che molti agenti dei servizi americani e inglesi usino tesserini da giornalisti a Baghdad. Questo comportamento è una minaccia per tutti i giornalisti”.</b></p>
<p><b>I rapitori di Giuliana Sgrena sono gli stessi di Flaurence Aubenas di “Liberation”?</b></p>
<p>“Non posso dire che il gruppo sia lo stesso, non ho elementi, ma posso dire attraverso la mia esperienza che la maggioranza degli iracheni odia tutte le nazioni coinvolte in questa guerra. Ho notato questo atteggiamento da parte degli iracheni dopo l’invasione del 2003. Sono musulmano ma non ho avuto rapporti facili con la popolazione, perché provengo dal Pakistan, una nazione alleata degli Stati Uniti nella guerra al terrore. Quando sono ritornato di nuovo in Iraq nel 2004, l’atteggiamento degli iracheni era cambiato, perché il Pakistan aveva rifiutato l’invio di truppe in Iraq. Ci sono diversi gruppi nelle aree sunnite ma i loro obiettivi sono gli stessi: vogliono che gli americani se ne vadano via. Se gli americani invadono l’Italia oggi, che cosa fareste? Sono sicuro che gli italiani reagirebbero alla stessa maniera in cui gli iracheni stanno reagendo contro gli Stati Uniti e i suoi alleati”. </p>
<p><b>Dietro la strategia dei rapimenti c’è la mano di Al Qaeda?</b></p>
<p>”Questa è una domanda molto importante. <b>La prima cosa che devi comprendere è che Al Qaeda non è più un’organizzazione ormai, ma è diventata un’ideologia.</b>  Molti gruppi in Iraq stanno usando il nome di Al Qaeda come se fosse un franchising. Posso dirti, assumendomene la piena responsabilità, che Osama bin Laden è contro il rapimento dei giornalisti. L’ho <b>incontrato molte volte e molte volte l’ho intervistato e so per certo che i suoi combattenti non possono rapire una donna di 56 anni.</b> Tutti quelli coinvolti nel rapimento possono essere stati influenzati da Osama bin Laden, ma non stanno prendendo ordini direttamente da lui. Posso farti degli esempi recenti. Tre impiegati dell’ONU per le elezioni, sono stati rapiti in Afghanistan l’anno scorso, da un gruppo pro Al Qaeda. Due degli ostaggi erano donne. Immediatamente i leader Talebani hanno condannato il rapimento. So anche che i leader di Al Qaeda hanno mandato un messaggio ai rapitori chiedendo perché avessero rapite delle donne. Gli ostaggi sono stati rilasciati pochi giorni dopo vicino a Kabul. Durante la guerra in Afghanistan, la giornalista inglese  Radley era stata arrestata (ottobre 2001) perché era entrata in Afghanistan senza il visto, ma fu rilasciata su richiesta di Al Qaeda. Hanno molto rispetto per le donne gli uomini di Al Qaeda. Anche io sono stato arrestato dai Talebani a Kabul, nel novembre del 2001. Ho affrontato interrogatori per un giorno intero. Alla fine sono stato rilasciato e ho avuto le scuse da parte del ministro degli interni talebano che mi disse chiaramente che Radley era stata arrestata perché gli americani stavano usando molte donne giornaliste e mendicanti come spie. Mi indicò una giornalista della Associated Press Kathey Gannan come spia al servizio degli americani. Era la corrispondente della AP per l’Afghanistan. Ti ho detto tutto questo per spiegarti che Al Qaeda non è direttamente coinvolta nel rapimento di Giuliana Sgrena. Se alcuni simpatizzanti di Al Qaeda sono coinvolti, devono capire che hanno fatto un errore e rilasciarla immediatamente”. </p>
<p><b>E’ possibile che le forze di occupazione in Iraq siano dietro il rapimento dei giornalisti scomodi? </b></p>
<p>“Non posso negare questa possibilità a priori, che le forze di occupazione siano dietro il rapimento di Giuliana. Lei stava indagando proprio sulle atrocità commesse dalle forze di occupazione, può darsi che lei abbia scoperto delle prove molto importanti delle atrocità perpetrate. Un altro scandalo come quello di <b>Abu Ghraib </b>sta per uscire fuori e forse questo è il perché è stata rapita. Ci sono molti falsi siti pro <b>Al Qaeda </b>che operano per creare confusione”. </p>
<p><b>Ma possono anche essere semplici criminali rapitori che hanno fatto tutto questo solo per un riscatto?</b></p>
<p>“Ti racconto questa storia: <b>ho incontrato alcuni criminali comuni nell’area Al Mansoor di Baghdad che mi hanno offerto molti soldi per far cadere in trappola un giornalista occidentale. Avrebbero richiesto un riscatto ed io avrei avuto la mia parte.</b> Sono scomparso il giorno dopo dall’ hotel Palestine per questa offerta.” </p>
<p><b>Dietro a questo rapimento ci può essere il suo interesse per quanto è accaduto nei combattimenti a Falluja?</b></p>
<p>“Sono sicuro e so anche con sicurezza che lei stava dietro a una storia molto importante. E riguardava le forze di occupazione non i ribelli. Il suo rapimento è <b>una sfida lanciata contro Al Zarqawi</b>, se lui è veramente un seguace di Osama bin Laden, allora deve fare qualcosa per il rilascio di Giuliana, perché Osama non ha mai avuto come suoi bersagli nella sua vita le donne, e questo rapimento può dare una cattiva impressione su Al Qaeda anche tra gli stessi musulmani”.</p>
<p><b>Credi che Giuliana Sgrena sia stata rapita per il suo interesse nella resistenza laica anti Saddam che combatte sia contro le forze di occupazione che contro i terroristi, c’è questo tipo di resistenza realmente? </b></p>
<p>“Sono sicuro che ci sia questa resistenza. Molti musulmani da diverse parti del mondo stanno giungendo nelle aree sunnite dell’Iraq per combattere contro gli americani. Io spero che la vostra giornalista sia rilasciata quanto prima e che possa scrivere anche un libro su questa brutta avventura, così come ha fatto la giornalista inglese <b>Radley</b>, cosi che si possano spiegare i molti misteri intorno a questa vicenda”.</p>
<p><b>Hai notizie o informazioni dall’Iraq su quale sia una possibilità per arrivare alla sua liberazione?</b></p>
<p>”Si, sono in contatto con molti giornalisti amici in Iraq, e loro credono che i leader Musulmani e i giornalisti devono insistere sempre di più per il rilascio di <b>Giuliana</b>, fare continue dichiarazioni”.</p>
<p><b>Rimanendo sul concreto che cosa credi si possa fare per poter liberare le due giornaliste, sia Giuliana che Flaurence Aubenas?</b></p>
<p>“Cercate di pubblicare appelli dei giornalisti musulmani  sulla stampa irachena. Inoltre bisogna contattare i capi religiosi come l’Immam <b>Abu Hanifa </b>della Moschea di Baghdad e lo sceicco <b>Abdul Qadir Gillani</b> sempre della moschea di Baghdad. I loro appelli avranno sicuramente effetto se Giuliana è nella mani dei ribelli sunniti”. </p>
<p><b>Credi che Osama Bin Laden possa dare ordini di rapire o rilasciare giornalisti?</b></p>
<p>“Ho già risposto a questa domanda. <b>Osama bin Ladin </b>non può ordinare di uccidere o rapire dei giornalisti. Anche il giornalista americano <b>Daniel Pearl </b>non è stato ucciso per ordine di Osama in Pakistan. E’ stato ucciso da estremisti anti americani del luogo, e quella uccisione ha gettato terribili ombre sui musulmani. Mi auguro che gli iracheni non commettano lo stesso errore”.</p>
<p>Per <b>inserire commenti</b> vai a <b>Archivi per mese – febbraio 2005</b>.</p>
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