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	<title>Isca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Loca V: ISCA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 10:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo De Filippo]]></category>
		<category><![CDATA[Isca]]></category>
		<category><![CDATA[Lina Sastri]]></category>
		<category><![CDATA[Luca De Filippo]]></category>
		<category><![CDATA[Natale in casa Cupiello]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Pupella Maggio]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Orsola Puecher &#160;Isca. Isca di Eduardo. Eduardo, che io ricordo come il re delle isole. Uomini e luoghi, a dispetto del tempo che cerca di cancellarne i contorni, restano legati al ricordo di un’immagine: la prima che si mette a fuoco nel pensarne all’improvviso i nomi. Una sola che la vince fra tante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><iframe width="450" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/NSAq0CIvkJM?rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">di <strong>Orsola Puecher</strong></span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Isca.</em><br />
<em>Isca di Eduardo.<br />
Eduardo,<br />
che io ricordo<br />
come </em><br />
il re delle isole.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Uomini e luoghi, a dispetto del tempo che cerca di cancellarne i contorni, restano legati al ricordo di un’immagine: la prima che si mette a fuoco nel pensarne all’improvviso i nomi. Una sola che la vince fra tante e che diventa <em>il Ricordo</em>. Di un luogo l’alba di un certo giorno, la sua luce, uno scorcio di tetti, finestre accese. L’essere curva e immensa di una piazza che hai visto bambino e che, se la rivedessi ora, si ridimensionerebbe a piccolo slargo insignificante. Di una casa le persiane accostate nell’immobilità della controra, nel frinire delle cicale che si interrompe di colpo e allora là sarà per sempre estate. Di qualcuno un certo sguardo e allora sarà per sempre amato. E così, nel rivedere una vecchia registrazione di <em>Natale in casa Cupiello</em> di <strong>Eduardo De Filippo</strong>, all’ambientazione dimessa e invernale della commedia, al  poveruomo infreddolito, con la <em>scialla</em> e le <em>chianelle</em>, si sovrappone una figura secca secca, <em>Sik Sik</em>,  nel sole e nel mare di un isola: <em>il re delle isole</em>, in piedi a prua della barca bianca, il gozzo <em>San Pietro</em>, fra scie e scogliere verso Positano. Panama, sahariana di lino, chiaro nella luce forte di un agosto lontano. Un ricordo a sprazzi luminosi, a salti di inquadrature, come solo sanno essere i fotogrammi dell’infanzia e di certi sogni.</span></p>
<p><span id="more-11272"></span><br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Un viaggio.<br />
Avventura<br />
di terra<br />
e di mare.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una bambina. Vagone letto da Milano. Sonno spezzato da sussulti di traversine e scambi. Stazione di Napoli. Viadotto che le si avvita accanto. La spiaggia di Nerano, scura di limatura di ferro e lapilli. Una barca per raggiungere l’isola di Eduardo, ché lui, davvero, come in un racconto di Conrad, come Prospero ne <em>La tempesta</em>, di un’isola, chiamata <strong>Isca</strong>, quasi <em>lisca</em> &#8211; Isca lisca di un qualche grande pesce mitologico &#8211; era <em>il signore e padrone.</em> E dove meglio che in un’isola starsene in ritiro a scrivere e pensare?</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E il mare<br />
inquieto.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Cielo sul mare. Quella barca, dove salire con un salto, che barcolla nella risacca e riparte. Il motore che scoppietta e s’avvia. Folate di gasolio nel salso. Americo, al timone, il marinaio custode dell’isola, sorriso e viso e nome da nume ricciuto. Personaggio antico scordato su quelle rive da Odisseo nel suo vagare.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E presto<br />
l’isola<br />
che si avvicina<br />
nel dondolio.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Galea con le vele ammainate, appoggiata sul blu cupo. Scheggia ripida di scoglio verde e grigio, ferma all’ancora, in quel tratto di mare, e messa così a ridosso della costa che parrebbe sempre pronta alla partenza, se potessero le isole, talvolta, navigare.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E la casa.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Arrampicata in alto, bassa, sdraiata a seguire il crinale. </span></p>
<p>&nbsp;<br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E Guaglione.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Sul molo la sagoma massiccia di Guaglione, mastino napoletano grigio, gigantesco nel ricordo perché forse piccola io. Occhi tondi dei cani nelle grotte a guardia de <em>L’acciarino magico</em> di Andersen.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>&#8211; Bel soldato, ti piacerebbe guadagnare un sacco di monete?<br />
&#8211; Monete?! Farei qualunque cosa per un po’ di denaro…<br />
&#8211; Bene! &#8211; riprese la strega &#8211; Vedrai che non sarà difficile! Devi calarti nel tronco vuoto di quell’albero finché troverai un grosso cane con occhi grossi come tazzine da tè a guardia di un grosso forziere pieno di monete di rame: dietro la seconda porta un tesoro di monete d’argento sarà difeso da un cane con occhi grossi come macine del mulino. Infine, se aprirai la terza porta, troverai un altro cane con gli occhi grossi come la base di un torrione, vicino a un tesoro di monete d’oro.</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;<br />
Un cerbero da fiaba a cui non erano state tagliate né coda, né orecchie, come d’uso. Eduardo che  racconta di averlo salvato da cucciolo in un vicolo, udendone i guaiti disperati, chiuso in un sacco, dalle botte a bastonate fitte che l’avrebbero <em>fatto cattivo</em>, comprandolo dai suoi aguzzini.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>&#8211; Piccirè… sono le botte a fare cattivi i cani… e pure l’omm’ne.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Dice. In due parole le cose profonde, così nel suo teatro. Così era Eduardo. Cose che capisce e non dimentica neppure una bambina: la cattiveria sempre motivo e radice di altra cattiveria. Non a caso la sua <a href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_6_1.wp;jsessionid=8B02899847085F3A3196F2597BE2D121.ajpAL01?contentId=NOL22295" target="_blank"><strong>attività politica in Senato</strong></a> e soprattutto la sua prima <a href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/data/multimedia/1404.pdf" target="_blank"><strong>interpellanza parlamentare</strong></a> (un testo esemplare sul Sud, sulla questione morale, sulla sua poetica e sul ruolo sociale dell&#8217;arte e dell&#8217;artista, ma pieno di tenerezza, di ironia e di fervore) da Senatore a vita, nominato da Pertini al posto di Montale, sono per i ragazzi delle carceri minorili, del Filangieri e di Nisida. In anticipo su tante esperienze seguenti Eduardo vedeva nel teatro un mezzo di cura e di riscatto dalle <em>botte </em> della vita.</p>
<p style="padding-left: 120px;"><iframe width="430" height="323" src="https://www.youtube.com/embed/UiS6KAugZ3I?rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E l&#8217;isola vista<br />
dall&#8217;acqua.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E Guaglione, <em>non fatto cattivo</em>, buonissimo si lascia cavalcare e nell’entusiasmo ti atterra di feste. Nella caletta davanti all’isola, nuota intorno, rumoroso di spruzzi e schizzi. Lucidi e brucianti pomodori di mare sugli scogli e i ricci. Le pietre scivolose di verde del piccolo imbarcadero. Ed Eduardo che, no, non lo fa il bagno: seduto all’ombra della casa, guarda dall’alto, sulla tolda, con quell’alone di soggezione e rispetto, indiscutibili, quella fama di essere severo e scostante, a volte, se non sapevi scovargli i lampi negli occhi e decifrare l’accenno dei sorrisi, brevissimi.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E c’è<br />
dietro la casa,<br />
oltre un viottolo,<br />
un orto.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Coltivato a fatica fra le rocce: i suoi frutti gioielli e i pomodori seguiti nella loro preziosa crescita come <em>criature</em>. E girovagando, curiosa, la bambina, uno ne ha raccolto e salita su di ulivo piccolo e storto, lo strofina ben bene per mangiarselo, quando vede arrivare, in controluce, un Don Chisciotte, un ascetico Gandhi, che, squadrando l’ortaggio fra le sue mani, contrariato, scurisce dapprima una faccia burbera, ma poi sorride e regalmente concede:</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>&#8211; Beh… vabbuò… piccirè… mangialo… mangialo pure, quello </em>&#8211; pausa densa &#8211; <em>ormai&#8230; ma non ne raccogliere altri, eh?!?!</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pomodoro caldo di sole, salato di mare, il sugo che sbrodola sul mento. Pregiato più di un frutto esotico. E, per rimediare e sdebitarsi del <em>furto</em>, la bambina regala a Eduardo e al suo <em>orto dei miracoli</em>, prima di partire, dei semi dell’anguria mangiata a pranzo avvolti in un pacchettino fatto con un foglio di quaderno.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>&#8211; Così le puoi piantare e io torno qui e le mangio! </em> &#8211; dice, convinta.<br />
<em>&#8211; Sì&#8230; picciré… lo pianterò &#8216;o mellone! </em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E ridono scavati gli zigomi e gli occhi di scintille scure: per l&#8217;improbabile idea di veder crescere angurie su quell’isola assetata, in cui l’acqua arrivava con la nave cisterna.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E la nave<br />
cisterna.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Contrattazione del prezzo dell’acqua, all’arrivo della nave davanti all’isola, dura a lungo ed Eduardo la conduce personalmente, in dialetto stretto. Tirando sul prezzo fino al centesimo. Lui sul molo, in piedi che grida nel vento. A volte non si mettono d’accordo e la nave riparte dopo reciproci dinieghi, finte e ironia. Un vero pezzo di teatro.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E Maria<br />
cuoca fata<br />
del ragù<br />
e moglie<br />
di Amerigo.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Eduardo scalzo nella cucina luminosa che segue il rito della preparazione, lenta e paziente, della <em>transustanziazione</em> di carne e pummarola in  <em>‘O rraù</em>.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>&#8211; Piccirè, ‘o rraù a Napoli è carne con la pummarola, non pummarola con la carne!</em></span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E le sere<br />
sulla terrazza<br />
belvedere.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Stelle, costellazioni, il velo della via Lattea e i <em>grandi</em> parlare fino a tardi di teatro.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E il teatro<br />
di Eduardo.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una fortuna, un privilegio, poterne vedere le registrazioni, perché del teatro resta poco, testimoni i testi scritti certo, ma il resto sfugge: vive di fisicità, di presenza, di aria attraversata da suoni e rumori, di respiri mescolati di chi guarda e di chi recita, d’improvvisazione e irripetibilità: di <em>scrittura scenica</em>. Seguendo insieme testo e video, ci si può rendere conto delle infinite variazioni e sfumature, dell’occasione unica di trovarsi di fronte a un grande attore che è anche autore e regista di se stesso, come Molière e come Shakespeare. Non ce ne sono molti altri. Se la sua  scrittura, a uno sguardo superficiale, può sembrare <em>semplice</em>, lo è perché è solo il canovaccio per la successiva scrittura recitativa: nell&#8217;intercalare di quella mezza risata, vocalizzo in <em>è-hè-hè-è</em>, di quando descrive il Presepe al figlio scettico, o in quei suoi <em>no</em> di risposta, solo l&#8217;apparente semplicità permette di aggiungere una tale serie d&#8217;intenzioni, che una penna potrebbe fissare unicamente in numerose prolisse pagine. Le categorie della critica letteraria per questo tanto male si adattano ai testi teatrali. Più essi sono <em>semplici</em> più lasciano campo all&#8217;oscuro, e in queste disgraziate famiglie descritte da Eduardo, ondate di oscurità irrompono continuamente sotto la crosta dei fatti e delle parole.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rebora.png" width="450" height="289"/>
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il primo atto di <strong>Natale in casa Cupiello</strong> descrive il risveglio gelido della famiglia Cupiello, siamo alla vigilia di Natale.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><center><iframe loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/hlZtjvNxsIs?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<p align="center"><small>[ 1977, Eduardo De Filippo e Luca De Filippo ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E il caffè.</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Caffè, filo sottile attraverso il testo. Caffè che sostiene nel dolore, unico piccolo lusso nel gelo dell’Inverno, nella casa ghiacciata, che fa <em>scetare</em> dal letto Luca, il capofamiglia, insieme naturalmente al pensiero del Presepe che sta costruendo amorosamente, altro filo conduttore piccolo ma importante. Il Presepe che non piace, quasi per ripicca generazionale, al figlio Tommasino che alle ripetute domande del padre:</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>LUCA Te piace ‘o Presepe?</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Risponde ostinatamente un <em>no </em>che è il rifiuto di un mondo, di una filosofia di vita, quasi di una <em>categoria dello spirito</em>.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>CONCETTA Sì Lucariè fa freddo. (spazientita) Fa freddo! e basta.<br />
LUCA Eh… Questo Natale si è presentato come comanda Iddio. Co’ tutti i sentimenti si è presentato. (Beve un sorso di caffè e subito lo sputa) Che bella schifezza che hai fatto Concè!</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La povera Concetta (Pupella Maggio, un altro<em> monumento</em> di recitazione) aggiunge surrogati, per risparmiare.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>LUCA  Col caffè non si risparmia… questo feta ‘e scarrafone.</em></strong>.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Battuta epocale, come quella famosa di Totò: <em>Questo caffè è una vera ciofeca</em>.<br />
E il consumo di caffè diventa unità di misura del dolore e della tragedia che si abbatte nel terzo atto sulla casa. Luca sarà colpito da una specie di paralisi per il dispiacere di aver scoperto che la figlia Ninuccia (una giovane e nervosa Lina Sastri) tradisce il marito e la moglie Concetta dirà:</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>CONCETTA In tre giorni se n’e andato più di un chilo e mezzo di caffè</em>.</strong></span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>E il </em><em>confetto<br />
‘e caffè,</em></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E torna in mente, a sorpresa, il <em>confetto ‘e caffè,</em> che Eduardo insegna a confezionare alla bambina come fosse una rara leccornia. Si fa lasciando scivolare, <em>chiano chiano però!</em>, un cucchiaino pieno di caffè nella zuccheriera e poi rotolando, gira e rigira, fino ad avvolgere la pallina, il <em>confetto</em> è pronto.<br />
&nbsp;<br />
 &#8211;<em> &#8230; eh i bambini, una volta, le caramelle non le avevano e pure il caffè non è cosa per loro&#8230;</em><br />
&nbsp;<br />
Ma così potevano, in una goccia di sapore e di profumo, assaggiare in po&#8217; del piacere da cui erano esclusi. Cose piccole.</span></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/fotogramma.gif"/>&nbsp;<em><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E le cose<br />
piccole.</span></em></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il teatro di Eduardo pare fatto di cose piccole, ma i piccoli gesti racchiudono e avvolgono le cose grandi in un basso continuo in sottofondo, che ne trasfigura e universalizza il realismo. Danno la misura di un quotidiano povero, quasi minimalista, ma denso del senso che sta dietro ad ogni gesto della vita.<br />
La storia, l’intreccio, marcia via semplice, in binari che hanno il procedere geometrico della farsa. Una farsa rivisitata, però, e asciugata degli eccessi, quasi alla Cecov, in cui le manie i tic, le frustrazioni, la scontentezza cosmica dei personaggi, si dipanano in un misto di tragicità dimessa e familiare e di comicità amara, che muove un ridere sempre un po’ accorato e pieno di pietà.<br />
Il Natale in casa di Luca Cupiello sembra svolgersi su piani diversi, che si sfiorano continuamente, senza mai riuscire ad incontrarsi, a parlarsi. Luca, perché un po’ lo ascoltino e lo assecondino, perché apprezzino il suo Presepe con tutto quello che rappresenta, <em>deve</em> restare quasi invalido e paralizzato. Lasciando spazio anche al sottile sospetto che un po’ la reciti questa sua malattia, per mettere alla prova tutti, per punirli. Solo un grande attore è capace di queste finezze, di questi doppi piani sfumati. Di queste cattiverie soavi.<br />
Si direbbe che a crederci, ad un senso profondo della festa, sia solo lui, Luca, con il suo sogno, piccolo, fatto di casette di legno, colla e cartapesta, di un Presepe che non teme confronti, che vincerà con la sua bellezza composta tutte le miserie che gli scivolano accanto: la vita quotidiana insidiata dal freddo, dalla povertà, dai figli a cui dai tutto e che tutto ti prendono. Tommasino, il figlio minore, che approfitta dell’influenza dello zio Pasquale per vendersi le sue scarpe il cappotto e pure le bretelle. Ninuccia, la maggiore, sposata controvoglia, imbronciata e scontrosa, pronta a fare un colpo di testa e a lasciare il marito buon partito per il giovane amante. Sarà lei in un impeto di rabbia a fare letteralmente a pezzi il povero Presepe in costruzione. Luca si metterà a rifarlo pazientemente con la complicità di Concetta, la moglie, che si barcamena come un ago della bilancia, tutto sapendo e tutto cercando di nascondere e rimediare: <em>la rovina della casa</em> la definirà Luca per questa sua indulgenza materna. Eppure è la controparte, la spalla delle continue punzecchiature, di cui lui stesso non può fare a meno.<br />
E cos’e il Presepe, se non il sogno di un mondo in cui tutti i contrasti possano essere ricuciti e ricomposti dall’amore e dal perdono? Come se il solo guardarlo potesse aprire qualcosa nei cuori. La cattiveria, così diceva parlando dei cani, e degli uomini, è la conseguenza delle mazzate della vita, nessuno è cattivo e nessuno è buono. Tommasino ruba <em>la cinque lire</em> allo zio, ma l’indignazione si stempera scoprendo che a sua volta lo zio l’aveva rubata a Luca. Il bisogno rende tutti fratelli nella colpa.<br />
A che serve, forse, punire. Sembra, ma solo sembra, forse, che il Natale e il Presepe e la bontà, riescano a stendere ancora il loro mantello d’indulgenza sulle meschinità comuni a tutti gli uomini, la cui <em>buona volontà </em>pare non potersi mai attuare, tentata e violentata continuamente dalla miseria.<br />
<em>Natale in casa Cupiello  </em>finisce in minore, con il sospirato <em>Sì </em>che Luca ottiene, malato e sofferente, alla sua eterna domanda al figlio: <em>Te piace ‘o Presepe?</em> Ma anche questo <em>sì</em> lascia un brivido d’inquietudine, così, quasi estorto a forza. E’ del grande teatro mandare a casa lo spettatore un po’ inquieto e dubbioso.</span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>FINALE ATTO TERZO: “Ottenuto il sospirato “si”, Luca disperde lo sguardo lontano, come per inseguire una visione incantevole: un Presepe grande come il mondo, sul quale scorge il brulichio festoso di uomini veri, ma piccoli piccoli, che si danno un da fare incredibile per giungere in fretta alla capanna, dove un vero asinello e una vera mucca, piccoli anch’essi, come gli uomini, stanno riscaldando con i loro fiati un Gesù Bambino grande grande che palpita e piange, come piangerebbe un qualunque neonato piccolo piccolo…”</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>LUCA (perduto dietro quella visione, annuncia a se stesso il privilegio) Ma che bellu Presepe! Quanto è bello!</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: rgb(28, 103, 108);"><strong><em>Cala la tela.</em></strong></span></p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><br />
Le parole prima della battuta finale solo una didascalia, una specie di sottotesto, di voce interiore dell’autore, non dette, lasciate, con discrezione, senza retorica, sulla pagina.</span></p>
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<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Eduardo De Filippo</strong><br />
<em>Natale in casa Cupiello.</em></span><br />
<span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Volume in cofanetto con la videocassetta della commedia</span><br />
<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Einaudi, 2000</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/04/loca-i-poschinger-strasse-1/" target="_blank"><strong>Loca I: Poschinger strasse,1 di <em>Giorgio Zampa</em></strong></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/loca-ii-le-citta-sottili-3-armilla/" target="_blank"><strong>Loca II: Le città sottili. 3. Armilla di <em>Italo Calvino</em></strong></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/25/loca-iii-le-ceneri-di-gramsci/" target="_blank"><strong>Loca III: Le ceneri di Gramsci di <em>Pier Paolo Pasolini</em></strong></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/11/loca-iv-qui-riconosco-tutto-e-percio-penetra-subito-in-me-in-me-e-di-casa/" target="_blank"><strong> Loca IV: Qui riconosco tutto, e perciò penetra subito in me: in me è di casa di <em>Rainer Maria Rilke</em></strong></a><br />
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<p></span></p>
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