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	<title>istat &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sulla questione maschile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2013 11:00:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo La letteratura non mi aiuta. Troppo alti, troppo nobili i suicidi nelle pagine dei libri. Le delusioni amorose di Werther, quelle politiche di Jacopo Ortis mi risuonano sorde, oggi, lontano da tanta temperie romantica. E neppure il mio amato Leopardi, la sfida alla natura matrigna di Saffo o Bruto, mi basta: il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-46932 alignleft" alt="suicidio-120417121154_big" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg" width="345" height="316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big-300x274.jpg 300w" sizes="(max-width: 345px) 100vw, 345px" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La letteratura non mi aiuta. Troppo alti, troppo nobili i suicidi nelle pagine dei libri. Le delusioni amorose di Werther, quelle politiche di Jacopo Ortis mi risuonano sorde, oggi, lontano da tanta temperie romantica. E neppure il mio amato Leopardi, la sfida alla natura matrigna di Saffo o Bruto, mi basta: il suo resta il racconto di gesta eroiche, per quanto esistenziali e individualistiche. Oggi sembra si muoia soli, senza spiegazioni; quelle scritte nelle lettere d’addio sono, spesso, solo pezze che non chiariscono nulla.</p>
<p>Sempre più, in questi ultimi anni, le notizie sui sucidi trovano spazio sui media. Pare quasi una epidemia. Basterebbe controllare i dati Istat per scoprire che non è vero. Nei paesi Ocse l’Italia ha uno dei livelli più bassi di mortalità per suicidio e fra il 1993 e il 2009 la percentuale sembra diminuire, lentamente, di anno in anno. Ma si sa, le statistiche bisogna saperle leggere, fermarsi al dato bruto è un errore.</p>
<p>Bisognerebbe studiare i dati nel dettaglio. Scopriremmo così che se i tentativi di suicidio quasi si equiparano fra i sessi (con lieve predominanza maschile), i suicidi reali hanno una supremazia maschile che impressiona. Solo uno su quattro è femminile. Se cercare la morte è una tendenza condivisa fra i sessi, trovarla, riuscirci, morire per davvero, è cosa di uomini.</p>
<p>Non basta. I dati forniti dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri dicono ancora altro. Vero: dal 2007 al 2010, cioè dall’inizio della crisi economica, i tentativi di suicidio sia maschili che femminili sono comunque diminuiti, da 3234 a 3101. Ma analizzando le tabelle scopriamo che mentre i suicidi reali femminili diminuiscono, quelli maschili aumentano in modo considerevole. Da 2201 a 2399. Vogliono morire e ci riescono. Si uccidono soprattutto nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, dove la crisi ha colpito durissimo. Hanno più di quarant’anni, un titolo di studio medio basso. Sono spesso padri di famiglia. Spessissimo sono padri separati.</p>
<p>È come se la crisi avesse scoperto il vaso di Pandora mettendo in mostra la rigidità del modello maschile italiano e la sua incapacità di adattarsi al cambiamento.  La sua tragica inadeguatezza. Le donne, di fronte al disperdesi dello stato sociale, per antica formazione alla cura familiare, tengono botta, resistono. Gli uomini, perduta la dignità del lavoro, perdono il loro ruolo sociale. Si fanno anomici. Non sanno come reagire, non hanno l’armamentario adatto, e nelle loro espressioni più acute, reagiscono dando la morte. Spesso a se stessi, altrettanto spesso alle loro compagne o ex compagne.</p>
<p>Si parla da qualche tempo, a ragion veduta, di una questione femminile, ma forse dovremmo avere il coraggio di iniziare a parlare anche di una sempre più virulenta questione maschile. Non credo nelle interpretazioni atavista dei dati statistici. Siano esse per suicidio o per femminicidio. Non credo nel numero fisiologico, endemico, “naturale”, di morti. La natura dell’umanità è culturale. Non si da la morte, non ci si toglie la vita, per istinto, per naturale condizione di genere. È una spiegazione pilatesca, farraginosa, miope.  Vecchia come è vecchio il modo di guardare all’universo maschile.</p>
<p>Non è un caso che i giornali abbiano iniziato a raccontarcele queste storie. Non perché ora all’improvviso fa tendenza, va di moda. È l’indicatore, invece, di una nuova sensibilità. Per decenni s’è taciuto, come se morire nel chiuso del proprio appartamento fosse un fatto domestico, una vergogna privata. Ma la percezione di questi fenomeni sociali sta cambiando. È cambiata. Proprio come è accaduto con i padri separati, che decenni addietro vivevano la loro condizione come una questione personale, un’onta da non raccontare: negli anni &#8211; cambiando culturalmente la propria idea del ruolo genitoriale – hanno sempre più avuto il coraggio di mostrare la loro ferita, associandosi, ritrovandosi per parlarne, cercando solidarietà, aprendosi al mondo con tutte le loro contraddizioni.</p>
<p>La società italiana è ancora profondamente maschilista, in una realtà che non può più reggere questi modelli obsoleti l’irruzione della crisi economica ha aumentato in modo esponenziale il senso di spaesamento sociale. Cartina di tornasole, in fondo, sono i dati dei suicidi in Italia nelle comunità di non italiani. In quei casi la percentuale femminile aumenta sensibilmente, passando ad 1 su 3, in certe realtà anche 1 su 2. Senza un’identità chiara, senza diritti, senza una rete sociale, anche le donne perdono la loro forza solidale, si ritrovano deboli e inadeguate tanto quanto gli uomini.</p>
<p>Se la crisi economica non cambierà presto di segno (e quanta è grande la responsabilità della nostra gerontocrazia politica!) leggeremo ancora, purtroppo, altre di queste storie. Quello che dobbiamo fare dal punto di vista culturale è stimolare e non ostacolare l’inevitabile cambiamento dei nostri ruoli di genere, ancora troppo statici, evitando pericolose nostalgie, allargando la rete di solidarietà e il sistema dei diritti condivisi. Cercare, insomma, di non avere quelle morti private, quei talenti inespressi, siano essi di donne o di uomini, sulla nostra coscienza collettiva. Farlo, ora.</p>
<p>(<em>pubblicato su </em>L&#8217;ordine<em>, inserto domenicale de</em> La provincia di Como<em>, il 3 novembre 2013</em>)</p>
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		<title>Recensimenti letterari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[censimento 2011]]></category>
		<category><![CDATA[deadline for s mainstream]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[marchette]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, to be on a deadline sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un sistema che violenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg" alt="" title="rece" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-40830" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg 539w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un <em>sistema</em> che violenta con la sua durata-durezza, <em>sistematicamente</em>, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, <em>sistematicamente</em>, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L&#8217;Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente <em>chaque pièce</em> del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie  Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/">l&#8217;ottima riflessione di Sergio Garufi </a>) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un&#8217;opera e sulla visionarietà del suo autore?<br />
<span id="more-40829"></span><br />
Magari dividendolo in due parti. Una, diremo noi delle notizie sull&#8217;autore, tipo:</p>
<p><em>8.1 Ha difficoltà nel vedere?<br />
No, nessuna difficoltà, tranne quando mi dicono che vedere le cose come stanno non piace al mercato e ai lettori ( che i lettori si sa passano il tempo al mercato non avendo un cazzo d&#8217;altro da fare)<br />
8.2 Ha difficoltà nel sentire?<br />
No, nessuna difficoltà, se si intende sentire sentire, perché sentire ascoltare, meglio non prestare ascolto al mondo che come lei sa mi distrae dalla creazione della mia opera maggiore.<br />
8.3 Ha difficoltà nel camminare o nel salire/scendere le scale?<br />
No, nessuna difficoltà ma lei ben conosce la lezione del narratore tipo, secondo cui bisogna inchiodare il culo alla sedia e farsi dire dagli altri quello che accade lì fuori per raccontarlo insieme al crucifige e così sia.<br />
8.4 Ha difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi?<br />
No, nessuna difficoltà ma poi si sa no, che il romanzo è l&#8217;arte dell&#8217;oblio, e la letteratura un&#8217;arte di distrazione di massa</em></p>
<p>L&#8217;altra sull&#8217;opera, trattandola come una cosa-casa in sé. </p>
<p><em>3.3 L&#8217;acqua calda è prodotta esclusivamente dallo stesso impianto che è utilizzato per il<br />
riscaldamento dell&#8217;abitazione?<br />
No<br />
3.4 Qual è il combustibile o l&#8217;energia usata per riscaldare l&#8217;acqua?<br />
&#8211; Energia elettrica<br />
3.5 Di quanti impianti doccia e/o vasche da bagno dispone l&#8217;abitazione?<br />
1<br />
3.6 Quanti sono i gabinetti presenti nell&#8217;abitazione?</em></p>
<p>E finalmente sapere quanti cessi ci sono in casa di Moccia o della Mazzantini. Se Faletti usa PC o MAC, se l&#8217;avanguardia letteraria romana ha la vasca in casa mentre sappiamo che quella del Nord Est è piuttosto doccia. Scoprire che tipo di energia i letterati guru della sinistra adoperano per scrivere opere dai titoli visionari (era dai tempi dei geniali titoli di Peter Sloterdijk, dai famosi <em>Saggi di intossicazione volontaria</em>, che non si leggevano cose tipo: <em>La sinistra? si, ma  a sinistra di che? o Bisogna fare in fretta. Sì ma cosa?</em>)<br />
In fondo le case sono il linguaggio dell&#8217;essere. La frase faceva più o meno così, no?</p>
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		<title>ISTAT PRO NOBIS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 12:04:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[censimento]]></category>
		<category><![CDATA[coppie di fatto]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gay.it In queste settimane l’Istat sta allestendo i moduli per il prossimo censimento generale della popolazione italiana previsto per l&#8217;autunno del 2010: si tratta dei questionari da sottoporre ai cittadini per conoscere, tra l&#8217;altro, la situazione famigliare di ciascuno. Nel 2001, quando si svolse l&#8217;ultimo censimento generale della popolazione, furono conteggiate come “coppie di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Gay.it</p>
<p>In queste settimane l’Istat sta allestendo i moduli per il prossimo censimento generale della popolazione italiana previsto per l&#8217;autunno del 2010: si tratta dei questionari da sottoporre ai cittadini per conoscere, tra l&#8217;altro, la situazione famigliare di ciascuno.</p>
<p>Nel 2001, quando si svolse l&#8217;ultimo censimento generale della popolazione, furono conteggiate come “coppie di fatto” le sole coppie eterosessuali, mentre le decine di migliaia di cittadini e contribuenti omosessuali che avevano barrato la casella “conviventi” furono declassati ad “altra forma di convivenza”, quella dove principalmente finiscono le coppie formate da una persona anziana e dal/dalla suo/sua badante.</p>
<p>Questa volta non ci stiamo. La statistica è una scienza, e come tale deve essere neutrale e imparziale: deve limitarsi a studiare le coppie di fatto etero e omo che siano, indipendentemente dalle valutazioni che ne danno concezioni etiche o fedi religiose. Se la politica italiana &#8211; opponendosi alle direttive UE &#8211; non vuole ammettere le coppie omosessuali a stipulare il contratto denominato matrimonio civile, o altro contratto ad esso assimilabile, che almeno l&#8217;Istituto di Statistica ci consideri per quello che siamo: coppie, coppie di fatto.</p>
<p>PER FIRMARE L&#8217;APPELLO ALL&#8217;ISTITUTO DI STATISTICA</p>
<p><a href="http://www.gay.it/contaci">www.gay.it/contaci</a></p>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Bologna Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/beghelli.jpg" alt="beghelli.jpg" /></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
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		<title>La Classe non è Acqua! (bis)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 17:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[barilla]]></category>
		<category><![CDATA[confindustria]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo la pubblicazione di questo articolo qui Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le cosedicasanostra sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" title="camion.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" alt="camion playmobil" /></a></p>
<p>Dopo la pubblicazione di questo articolo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/" alt="uscire dal vicolo cieco - di Sergio Bologna" title="uscire dal vicolo cieco">qui </a> Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le <strong>cosedicasanostra</strong> sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come questo, gli interventi dei commentatori in casi simili, mi incoraggiano a credere che anche nei blog siano possibili gli approfondimenti.<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<h3><strong>Ragionare sui numeri: colpa dei camionisti anche i rincari prenatalizi?</strong></h3>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con la loro protesta una parte del Paese e costringevano industrie come Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da diversi organi d’informazione perché esprimessi un giudizio sulla vertenza.<br />
Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano sufficienti elementi quantitativi, dei “numeri”, da poter proporre alla riflessione. Il mio giudizio sulla vertenza valeva ben poco, avrei fatto qualcosa di utile se fossi stato in grado di far circolare semmai delle informazioni.</p>
<p><span id="more-5129"></span><br />
Tuttavia, mi sono deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria (“un Paese fai da te”), ma soprattutto di fronte alla volgare campagna d’opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto.<br />
Che l’Italia fosse un Paese “fai da te” non c’era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un’incredibile miniaturizzazione dell’impresa, lo sapevamo.<br />
Nell’ottobre del 2006 l’ISTAT aveva reso pubblici i dati relativi alla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti.<br />
Questa situazione si è riprodotta all’estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese “individuali”. Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle « individuali » sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata.<br />
Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente da questa tabella, riportata nell’ultima edizione del “Conto Nazionale Trasporti”.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" title="Redditi medi annui lordi di personale dipendente"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" alt="Redditi medi annui lordi di personale dipendente" /></a></p>
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Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello dell’indipendente, del cosiddetto “padroncino”, si ha un’idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, dovrebbe avere un orario di lavoro “normale”).</p>
<p>Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del “Conto Nazionale Trasporti” viene dai dati relativi all’occupazione nei diversi segmenti del settore “servizi di trasporto”. Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati – il 50% dell’intero settore – mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall’Ufficio Studi di Confetra: 445.901, ma non sono stati calcolati gli indipendenti).<br />
Poiché il “Conto Nazionale Trasporti”, da dove abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari di farci su qualche riflessione, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell’80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite “Linee Guida del Piano della Mobilità” – finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto – si sono lette frasi del tipo: “il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili”. Dunque è questa la fonte originaria dell’attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale?<br />
Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche “numero”, si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività – se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l’incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l’inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l’aumento dei prezzi dei generi di consumo, dovuti ai costi della distribuzione. Invece l’inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro Paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei, non solo, ma è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com’è noto, hanno un’incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola.<br />
Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un’Associazione di autotrasportatori prevalentemente impiegati nel “refrigerato”– esclusa dal tavolo delle trattative – ha prodotto le seguenti cifre, che qui si portano a conoscenza con l’avvertenza che non sono state sottoposte dallo scrivente a un lavoro di verifica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" title="costi di trasporto prodotti in camion"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" alt="costi di trasporto prodotti in camion" /></a></p>
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<p>Come si vede l’incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall’area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l’incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l’incidenza è del 3,97% &#8211; compreso il ritorno a vuoto &#8211; e per una carne d’agnello proveniente dall’Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell’1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l’apparato produttivo e distributivo di questo Paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché nel nostro Paese il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste “perché le merci non viaggiano sul treno?”, che questo Governo un anno fa, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto “combinato” strada-rotaia), erogati dal Governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l’Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra ed approvato dal Parlamento. Come dire che il centro-sinistra ha remato contro se stesso.</p>
<h3>Chi si lamenta del “Paese fai da te”</h3>
<p>Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell’impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro.<br />
Ricordiamo che, parlando agli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, aveva affermato:</p>
<p>“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un<br />
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno<br />
è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è<br />
aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema<br />
economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei<br />
fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).</p>
<p>Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata  all’Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il prof. Tronti, dirigente dell’ISTAT, ha presentato le tabelle qui accluse:<br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="tabella ISTAT produttività oraria" /></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" title="produttività oraria 1995-2005"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="produttività oraria 1995-2005" /></a></p>
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<p>Il crollo della  produttività oraria nelle dimensioni riportate in tabella è, come si vede, un fenomeno unico tra i paesi industriali.<br />
Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto ed alla struttura dimensionale delle imprese.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" title="retribuzioni e produttività tabella"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" alt="retribuzioni e produttività tabella" /></a><br />
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Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006.<br />
Aggiunge il prof. Tronti nella sua relazione: “Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce <em>fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici</em>: deficienza di infrastrutture, carenza di qualità dell’istruzione, inefficienza della P.A., regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all’impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, <em>Economic Journal</em>, 2004), la crescita annua dell’1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell’1,4% (equivalente all’89%) <em>alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro</em> e alle <em>nuove pratiche di lavoro</em>”.<br />
Mentre l’universo della microimpresa, cioè il settore più debole, “il fai da te”, negli ultimi anni traina la domanda di lavoro ed i ritmi occupazionali, (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il “nocciolo duro” del sistema d’impresa italiano, quelle 2010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto “ininterrottamente” il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, quella che è la protagonista involontaria della retorica del <em>made in Italy</em> ha un’incidenza assai modesta sull’insieme del fatturato. L’economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (ENEL, ENI, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull’impresa che compete sui mercati internazionali.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" title="retribuzioni reali e produttività del lavoro"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" alt="retribuzioni reali e produttività del lavoro" /></a><br />
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<p>Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l’altro:<br />
“Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (…) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.<br />
Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna, come emerge da questa tabella acclusa al discorso del Governatore:</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" title="reddito e conssumi famiglie"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" alt="reddito e conssumi famiglie" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
E nell’ultimo numero del “Bollettino Economico” della Banca d’Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l’indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%.  Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa?<br />
Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli Italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono “americanizzati” e s’indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine.<br />
Ma se non dovessero spendere come Dio comanda, non date la colpa ai camionisti.</p>
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		<title>La Classe non è Acqua!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 19:36:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[immagine di effeffe Questo saggio di Sergio Bologna forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale. ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!! effeffe Uscire dal vicolo cieco di Sergio Bologna pubblicato su http://criticalab.wordpress.com (in occasione della Mayday 07 a Milano) Il movimento contro i rapporti di lavoro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" title="aveugles-copia.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" alt="aveugles-copia.jpg" /></a><br />
immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<h2><strong>Uscire dal vicolo cieco</strong></h2>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.<br />
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.</p>
<h3><strong>Avere coscienza di sé come classe</strong></h3>
<p><span id="more-5051"></span></p>
<p>E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.<br />
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.</p>
<h3><strong>Ricomporre un sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.</p>
<h3><strong>Il genere umano adatto al computer</strong></h3>
<p>Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.</p>
<h3><strong>I mutamenti genetici indotti dal postfordismo</strong></h3>
<p>Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.<br />
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative &#8211; che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.<br />
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.</p>
<h3><strong>L’obsolescenza delle competenze</strong></h3>
<p>Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.<br />
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.</p>
<h3><strong>Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.<br />
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?<br />
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<h3><strong> Ci siamo stufati di Ken Loach</strong></h3>
<p>E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.<br />
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.</p>
<h3><strong>Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi</strong></h3>
<p>Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.<br />
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.<br />
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.<br />
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!</p>
<h3><strong>I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia</strong></h3>
<p>A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.<br />
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.<br />
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.<br />
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.<br />
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.<br />
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).<br />
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.</p>
<h3><strong>Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente</strong></h3>
<p>Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.<br />
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.<br />
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!<br />
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.<br />
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.</p>
<h3><strong>Non aver paura di identificarsi con la middle class</strong></h3>
<p>Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?</p>
<h3><strong>Quanti sono i precari in Italia?</strong></h3>
<p>Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.<br />
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.<br />
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?</p>
<p>Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano &#8211; per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!</p>
<h3><strong>Definirsi classe, non generazione</strong></h3>
<p>“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile &#8211; è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).<br />
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.<br />
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.<br />
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.</p>
<p><em>Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E&#8217; autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.</em></p>
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