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	<title>istruzione pubblica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>(D)istruzione pubblica. Una questione di linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 08:30:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[baroni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Fatigati Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Fatigati</strong></p>
<p><em>Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>                                                                                                 P.P. Pasolini</em><em></em></p>
<p>Quando   sei  giunto al termine di un “ciclo di studi”   parcellizzato in una quarantina d’esami,  per conseguire una di quelle lauree  come filosofia, allora ti viene da articolare  una sola certezza. Hai  &#8211; letteralmente &#8211;  maturato una percezione diversa del significato reale della parole. Certo, anche sui giornali, sui  vari volantini   si leggono slogan del tipo “difesa dell’istruzione pubblica” o anche  “ contro il  governo”,  siamo tutti “contro i tagli”, e  “per la meritocrazia”. <span id="more-43836"></span>E probabilmente un qualsiasi lettore può  facilmente immaginare come possa sentirsi una matricola che studia nozioni quantificate in crediti, e valutate con delle medie aritmetiche. Il lettore riesce, insomma, a leggere la  deriva dell’università,  in questo  modello aziendale.</p>
<p>Ma se si vuole cercare di  superare questa lettura testuale, e cogliere il senso reale di quelle parole,  bisognerebbe davvero immergersi nell’apatia che si consuma  in quei dipartimenti spopolati, in quei cimiteri che ormai seguono il ritmo di corsi e programmi ripetitivi e monotoni; e dopo, spinto da   un quasi  naturale senso di disgusto, provare a colorire quei termini con  il lessico degli studenti,  con la prospettiva  di  chi vive dall’interno quelle contraddizioni ,    completando la critica  “al modello azienda”, con   un altro termine,  semplice e apparentemente innocuo: “ sistema feudale”.</p>
<p>Più che una questione di termini, è una questione di prospettive,  quindi. Letture diverse: dipende  un po’ da come la vedi.  Prendendo ad esempio la scena tumultuosa degli scioperi  che ci fu qualche anno fa, nel  2008:   dall’esterno  può sembrare che quei  professori parteggiassero per  un istruzione non asservita a logiche di mercato,  poi dall’interno- dopo qualche anno- ti rendi conto che devi aver smarrito il vocabolario  da qualche parte se la difesa dell’ “istruzione pubblica”  viene sostenuta e appoggiata da chi  crea master inutili, privatizza la sua didattica con proprie monografie, accetta il sistema delle cooptazioni e lottizzazioni,  basa il metro di valutazione secondo le modalità  con cui vengono erogati  fondi;  insomma  in una parola accetta- a livello didattico-  la stessa logica  con cui  si critica il Governo. In difesa del proprio feudo  che si fa coltivare  a chi pare e piace, in cambio di naturali “corvée”.</p>
<p>La gestione  di un un sistema del genere,  appare    per certi versi “mafiosa”,  ovvero da una parte si innesta nel fenomeno della globalizzazione e della modernità(modello-azienda), pur mantenendo  al suo interno una struttura baronale, verticistica.<br />
E per riuscire a comprendere questa contraddizione, bisognerebbe  capire  che certo analfabetismo dei lettori dipende proprio dall’incapacità di riuscire a immergersi nel lessico  degli studenti.  La prospettiva dello studente è l’unica chiave che può  aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nelle varie città italiane.</p>
<p>L’impossibilità di riuscire a leggere ciò che succede nel flusso di immagini che scorre in tv , dipende  quindi solo da una questione di lingua: il telespettatore non riesce a tradurre la crisi in un discorso . La crisi non è solo quella che si misura con indicatori economici, ma quella degli studenti. La nostra.  I padri non lo comprendono, perché forse non sono mai stati padri: sono figli cresciuti, contro i padri, che utilizzano il manganello perché non sanno più ascoltare. E titoli, ancora, raccontano la crisi  con immagini sensazionali – da scoop- senza comprendere che il problema è  in fondo di parole. Non ci leggono.</p>
<p>La crisi si  interpreta negli occhi di chi non sa neppure per cosa protestare, di chi manifesta “meno tasse per tutti”, per reazione, per repressione più che per rivoluzione.  La crisi di chi ha perso la speranza di pensare al domani, perché  quel “contro” si è già totalmente istituzionalizzato ed è immutabile nel suo divenire, almeno così ti dicono.  Una crisi d’identità che si misura con certi  slogan antifascisti,  perché c’è pur bisogno di disseppellire un nemico scomparso per identificarsi pur in qualcosa, per lottare pur per qualcosa.<br />
Una crisi che viene fotografata da lanci di sassi, e non dal disagio di una generazione condannata con decreti  a non crescere, costretta a  vivere nell’eterno presente, in  un sistema che, dalla riforma Berlinguer, ha cercato solo di “liceizzare” il sistema universitario, rendendoci eternamente immaturi. Lobotomizzati in un parcheggio didattico. Senza responsabilità .  Un disagio che potrebbe essere letto nell’aridità  dei nostri ridicoli manifesti catechistici , slavati, aridi e che non scalfiscono minimamente gli interessi dei baroni. Senza idee nuove. Senza che disegnano la radicalità di una posizione totalmente autonoma.</p>
<p>La condizione attuale è un po’ come quei test di  valutazione che in questi giorni fanno compilare  a noi studenti: ti pongono la finta scelta di valutare il docente, illudendoti di responsabilizzarti , ma indipendentemente dalla tua scelta, stanno conteggiando il numero di matricole che frequentano il corso, e in base a ciò erogano fondi. La finta scelta, la pseudo libertà di valutare il professore è il mezzo  attraverso cui accetti questa logica mercantile.<br />
L’unica scelta da fare sarebbe quella di non scegliere. Il rifiuto più che il dissenso funzionale.<br />
E, quando in uno di quei giorni lacerato dalla crisi, ti trovi a prendere una lattina al distributore,  mentre  i soliti mezzi sorrisini ti sussurrano l’ennesimo “la filosofia non serve a niente”, comprendi che  la banalità che consuma il presente è la causa dell’alienazione: l’errore è nel non aver  accettato la radicalità del rifiuto, perché si è già  in un certo senso all’interno;  l’errore è di aver  già accettato  quella finta dicotomia. Si è già  compilato quel test. Insomma, non si è  lottato, fino in fondo, radicalmente per l’inutilità della filosofia, del sapere.</p>
<p>Quell’inutilità che si traduce concretamente  nella dimensione del diritto, nella creazione di spazi pubblici, autonomi, liberi. Non utilitaristici. Ora minati da tecnici efficienti.<br />
Non occupare, ma dis-occupare, rendere pubblici. Ragazzi.<br />
La vera rivoluzione consiste nel rendere l’Università inutile, come lo è una biblioteca.<br />
Ma questo significherebbe  sgrammaticare  le regole della Neolingua.  In  quest’errore di sintassi c’è la speranza. Mente sordidi manganelli seppelliscono il cambiamento. Eppure,  basterebbe leggerci. Ascoltarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Circa due anni fa Norberto Bottani, illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Circa due anni fa Norberto Bottani,  illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale. Questa dichiarazione era fatta secondo la consueta tecnica della previsione che si autoavvera o, se si preferisce, del presentare un obiettivo di alcune politiche come una tendenza naturale.  Tale uscita in sé non sarebbe significativa se non fosse possibile rintracciare nelle politiche scolastiche di vari paesi europei elementi che confermano tale ipotesi: un esempio per tutti la ventilata proposta in Germania di abolire le bocciature o quanto meno di limitarle non è frutto di un’improvvisa irruzione dello spirito del maggio parigino in qualche serio ministro del governo federale, ma la risposta alla continua pressione dell’OCSE (l’organizzazione che ha come scopo quello di indirizzare le politiche dei paesi più ricchi verso un maggiore sviluppo economico) a limitare i costi della scuola.<br />
<span id="more-9255"></span><br />
L’OCSE ha individuato da molti anni nella scuola uno dei principali settori in cui tagliare la spesa pubblica, sulla base di un ragionamento molto semplice: i sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato. Siccome nella concezione della società di questa organizzazione lo studio e la formazione non hanno alcuna valenza di crescita personale e civile ma soltanto di utilità economica, è ovvio che le spese scolastiche siano considerate superflue. Infatti a cominciare dagli anni settanta, dopo due decenni di crescita, la percentuale di lavori qualificati si è stabilizzata, mentre la scolarità superiore continuava a espandersi. </p>
<p>Naturalmente la soluzione più ovvia sarebbe quella di un ritorno all’antico con un sistema chiuso di studi superiori (o di scuole private d’élite in cui si viene ammessi per censo), ma in Europa in questa forma diretta sarebbe troppo impopolare per qualsiasi governo. Allora viene suggerita una politica che apparentemente affermi una volontà di riforma della scuola, ma che nella sostanza tagli i fondi e lentamente dequalifichi la didattica e trasformi la maggioranza delle scuole in immensi oratori mal gestiti. Prova ne sia che ogni riforma proposta o realizzata comporta sempre una riduzione della spesa<br />
Le politiche dell’istruzione in Italia degli ultimi quindici anni (con l’unica parziale eccezione di Fioroni) da Berlinguer alla Gelmini hanno seguito questo tipo di obbiettivo e di strategia sia pure con modi, linguaggi e tempi diversi.</p>
<p>L’OCSE è anche l’organizzazione che promuove le cosiddette prove PISA per la valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici, sui criteri delle quali ci sarebbe molto da obiettare, ma non essendoci qui lo spazio, prendiamole pure per buone. Gli attuali tagli alla spesa scolastica in Italia, e non solo,  sono spesso giustificati con i pessimi risultati ottenuti dalla scuola italiana in queste prove (non a caso  la ragioneria di stato è stata la prima a interpretare questi risultati come la prova di uno spreco e quindi semplicemente della necessità di tagliare i costi). Ma se si analizzano con attenzione questi esiti, vediamo che la scuola superiore italiana nella sua media è insufficiente, ma la scuola del centro-nord è generalmente nella media internazionale e i licei vanno meglio degli istituti professionali e tecnici (tutte cose che si sapevano, credo). </p>
<p>Dal che si potrebbe dedurre che c’è un problema non di scuola in quanto tale, ma di un paese a due velocità e di un tipo di scuola tecnica pensata per una produzione industriale pesante e fordista che non esiste più e si trasforma lentamente in un deposito di studenti difficili. E invece no, per la maggioranza dei commentatori, delle istituzioni economiche e della classe politica l’unica conseguenza è che la scuola fa schifo, quindi è uno spreco e quindi vanno tagliate le spese. Insomma un bel paralogismo che trova un adeguato sbocco nelle misure attuali che colpiscono principalmente la scuola elementare (ma naturalmente ci sarà un secondo tempo per le superiori), che non era coinvolta nelle prove PISA. </p>
<p>Come dicevo sopra, politiche del genere possono essere rintracciate in ogni paese europeo. E questo la dice molto sulla lungimiranza delle èlites occidentali: l’efficienza di un sistema scolastico anche sul piano utilitaristico non può essere valutata solo dalle immediate ricadute sul mondo del lavoro, perché un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono  bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato. Ma da un’epoca e da un sistema che hanno ritenuto la loro più alta realizzazione il giocare al casinò delle borse i risparmi e i soldi delle pensioni di gente inerme e inconsapevole non era forse lecito attendersi altro.</p>
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